DOMENICA II DI PASQUA – A

 

Acqua, che zampilli viva

dal costato del Cristo trafitto,

sangue, versato per amore

nel calice della nuova alleanza,

lavacro per puri pensieri,

profumo della vera vite,

canto della tortora sulla terra,

su campi in fiore.

Soffio dello Spirito di Dio,

sui cuori dei discepoli

che infondi nuova vita,

vieni e illumina chi è nel buio

con il fuoco del tuo amore.

PRIMA LETTURA                                             At 2,42-47

 

Dagli Atti degli Apostoli

I fratelli erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere.

Erano assidui, indica una continuità interiore ed esterna, erano tesi a questo, che costituiva il centro della loro nuova vita.

Caratteristiche dell’insegnamento degli apostoli:

– è fondato sulle Sante Scritture: è tutto inteso a rivelare come in Gesù si sia realizzato l’A.T.

– è il modo autentico di interpretare la Parola di Dio.

– non è oggetto di interpretazione privata (cfr. 2Pt 1,l9 s.). cfr 6,4: «Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola». All’assiduità dei discepoli corrisponde l’assiduità degli Apostoli nel sevizio della Parola.

Se cresce questa duplice assiduità (l’ascolto da parte dei discepoli e il servizio della Parola da parte degli apostoli) cresce la Chiesa.

Nell’unione fraterna (lett.: comunione) fatto dinamico che cresce sempre di più in noi e ci prende sempre a livelli più profondi. Cfr. 1Gv 1,3 comunione con gli Apostoli per essere in comunione con il Padre e il Figlio; 1,6 con Lui e tra di noi (condizione: camminare nella luce).

Nella frazione del pane. Cfr. 1Cor 10,16 sg.: il pane spezzato è fondamento dell’unità. Altra interpretazione: «Lo “spezzare il pane”, riferito qui, a differenza dell’usanza giudaica, al banchetto di tutta la comunità, include sia il pasto sia l’eucarestia senza che Luca distingua» (G. Schneider, o.c., p. 398).

Nelle preghiere. Cfr. At 1,14, Rm 12,12.

«Koinonia, comunione: bisogna andare adagio nel tradurlo limitandolo. Questa è la pienezza di comunione: è lo stare insieme e il mettere insieme. In questo versetto dobbiamo trovarci la nostra consolazione. Nella Frazione del Pane c’è la nostra consolazione. L’economia divina stabilisce dei pilastri: questi del v. 42; attingere ad essi e desiderio che tutti ne partecipino. Si tratta che la Chiesa sia pervasa dall’anelito di essere come nel v. 42: che cioè la vita dei cristiani si muova in questo modo» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, s. Antonio 18.4.1972).

Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.

Il timore era in ciascuno. Il timore pervade ogni abitante di Gerusalemme. È il Signore risorto che, nel dono dello Spirito, si rende manifesto attraverso i prodigi e i segni avvenuti mediante gli Apostoli. Al timore dei giudei che rendeva chiuse le porte del Cenacolo (Gv 20,19) e faceva di Giuseppe d’Arimatea un discepolo nascosto (Gv 19,38) e imponeva il silenzio su Gesù (Gv 7,13), ora si sostituisce il timore suscitato dalla Chiesa che è lo stesso del Signore Gesù. Se infatti Egli facendo risorgere il figlio della vedova di Naim suscitò il timore su tutti, quanto più questo avviene risorgendo Egli stesso da morte e comunicando il suo Spirito (cfr. Lc 7,16).

«Timore è una parola che ritorna spesso: sottolinea il senso della potenza di Dio operante nella Chiesa: è la sua potenza che si manifesta nella Chiesa: questa è la presenza dello Spirito» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, S. Antonio, 18.4.72).

Questo timore scaturisce dai prodigi e segni compiuti mediante gli Apostoli Questi prodigi e segni sono anticipazione di quelli annunciati da Gioele e che seguono l’effusione dello Spirito (cfr. 2,19).

Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.

Questa è una nota fondamentale della Chiesa di Gerusalemme che non si è trasmessa alle altre Chiese se non in modo parziale. Il termine greco koinonia significa anche avere tutte le cose in comune. Qui la comunione dei beni appare come la prima conseguenza della koinonia.

Tutti coloro che avevano creduto, nessuno è escluso: ognuno che crede è spinto a fare questo; stavano riuniti insieme, erano insieme nell’uno e medesimo (cfr. 1,14), ed essendo in unità, avevano tutte le cose comuni. Solo chi ha creduto nel Signore Gesù ed è stato immerso nel Battesimo può essere consumato nell’unità in Lui e nei fratelli e avere con i fratelli tutto in comune.

Probabilmente vi era «una proprietà collettiva dei cristiani, alla quale evidentemente ciascuno aveva concorso, mettendo in comune i propri beni» (G. Schneider, o.c., p. 400). Schneider riporta nella n. 34 l’affermazione di Haenchen: «Tale comunione della proprietà presuppone che questa non venga alienata».

Come dice Gesù al giovane ricco: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi» (Lc 18,22) e negli Atti è detto: e le spartivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Il dare via i beni e distribuirli ai poveri è compiere il sacrificio di lode e invitare al banchetto i poveri come hanno fatto Matteo e Zaccheo. Questo fatto è segno della messianità di Gesù e della presenza del Regno.

Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo.

È la gioia dei sacrifici e dei banchetti sacri, ma anche la gioia intensa di alcuni momenti assembleari di Israele: Sinai, il ritorno dall’esilio … la gioia dell’Eucaristia è tutto. Se qualcuno dicesse: nell’Eucarestia sono triste, ma se poi tu non ci partecipassi … in che disperazione saresti!» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, S. Antonio, 18.4.72).

Godendo la simpatia lett.: avendo grazia. Ambiguità di senso: o «godere il favore presso» (CEI) oppure può voler dire: avendo grazia traboccante su tutto il popolo.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 117

Abbiamo contemplato, o Dio,

le meraviglie del tuo amore.

Celebrate il Signore, perché è buono,

perché eterna è la sua misericordia.

Dica Israele che egli è buono:

eterna è la sua misericordia.

Lo dica la casa di Aronne:

eterna è la sua misericordia.

Lo dica chi teme Dio:

eterna è la sua misericordia.

Mi avevano spinto con forza per farmi cadere,

ma il Signore è stato mio aiuto.

Mia forza e mio canto è il Signore,

egli è stato la mia salvezza.

Grida di giubilo e di vittoria,

nelle tende dei giusti.

La pietra scartata dai costruttori

è divenuta testata d’angolo;

ecco l’opera del Signore:

una meraviglia ai nostri occhi.

Questo è il giorno fatto dal Signore:

rallegriamoci ed esultiamo in esso.

SECONDA LETTURA                                        1 Pt 1,3-9

 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo

3 Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva,

Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo la parola di benedizione all’inizio dello scritto celebra il dono del Padre all’umanità, realizzatosi in Cristo: cf. Lc 1,68; 2 Cor 1,3; Ef 1,3. Dio non è più una parola vuota e sconosciuta, ma è Padre in forza di colui che lo ha rivelato, il Figlio Gesù Cristo.

Che ci ha rigenerati è la rigenerazione dal lavacro della Parola (1 Pt 1,23) e dell’acqua come dice Tt 3.5: egli ci ha salvati mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento dello Spirito Santo. Il battesimo è generazione dall’alto e nuova (Gv 3,5), poiché è morte al mondo e al peccato e nuova nascita in Cristo Risorto (cf. Ef 2,5-6).

secondo la sua molta misericordia il Padre è ricco di una grande misericordia (Sal 50,3 LXX), magnanimo e molto misericordioso (Sal 102,8 LXX), ricco nella misericordia (Ef 2,4); la sua volontà è la misericordia (Os 6,6).

Per una speranza vivente è la speranza nella vita eterna (Tt 1,2); questa vita è elargita a partire dalla giustificazione operata dal Battesimo per grazia di Cristo(Tt 3,7).

Mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti poiché è il sacrificio di Cristo sulla croce che ha aperto a noi le porte del cielo e ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce (Ef 1,4). Egli ci ha fatti conrisorgere e consedere nei sopracieli in Cristo Gesù (Ef 2,6) e la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3,1ss) e la nostra speranza è riposta nei cieli (Col 1,5).

4 per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi,

per una eredità incorruttibile e senza macchia e immarcescibile è la speranza vivente, cioè la speranza nella vita eterna, la terra buona preparata dal Figlio per i suoi santi alla fine della vita di questo mondo.

Conservata nei cieli per voi poiché la nostra patria è nei cieli (Fil 3,20) e la speranza è riposta nei cieli (Col 1,5). Cristo con la sua croce ha aperto il cielo (Ap 4,1) precedentemente chiuso dal cherubino (Gen 3,24) e ci ha resi partecipi di una sorte beata tra i santi (Col 1,12).

5 che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi.

Che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede la fede nella Risurrezione genera in noi la speranza nella vita eterna, la quale attira l’azione della potenza di Dio che custodisce i nostri cuori dalle preoccupazioni, tentazioni e cadute che ci allontanerebbero dall’ardente attesa dell’eredità che è nei cieli, tra i santi. La fede nel Cristo, ovvero l’intimo rapporto con Lui, fa scendere l’azione della Potenza di Dio – il suo Spirito Santo – nel nostro cuore, come già la fede di Maria fece scendere la potenza dello Spirito nel suo grembo.

In vista della salvezza che deve essere rivelata nell’ultimo momento cioè alla manifestazione e parusia di Cristo, quando egli verrà per giudicare i vivi e i morti, separare i capri e le pecore e destinare queste ultime al regno preparato fin dalla fondazione del mondo (Mt 25,34). La potenza di Dio custodisce i cuori dalla pesantezza delle dissipazioni e delle ubriacature (Lc 21,34) perché questi siano vigilanti al momento delle venuta dello Sposo, vasi pieni d’olio per le vergini addormentate.

6 Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove,

in lui rallegratevi, anche se è necessario un po’ adesso essere rattristati in molte tentazioni come dice Paolo le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi (Rm 8,18). Tuttavia le tentazioni producono tristezza, tristezza secondo Dio che produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza (2 Cor 7,10) e non la tristezza del mondo che conduce alla disperazione e alla morte. Le tentazioni, dunque, sono consegnate affinché suscitino nel cuore del credente il pentimento, la compunzione e aprano alla richiesta di salvezza e di aiuto, cosicché, come rugiada, scenda la potenza di Dio e operi la custodia del cuore. Le tentazioni sono necessarie, poiché le sole che rompono la roccia del cuore e lasciano scaturire le fonti d’acqua.

7 perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo:

Affinché la prova della vostra fede le tentazioni mettono alla prova la fede (Gc 1,2ss). E’ proprio di colui che si pone al servizio del Signore la tentazione e la prova (Sir 2,1ss). Essa è partecipazione alle sofferenze di Cristo, discesa nell’abisso dell’umiliazione del Cristo (1 Pt 4,12ss) e per ciò stesso promessa di gloria, di risurrezione e di vita in Cristo Gesù, alla fine del mondo (cf. Rm 8,18).

Molto più preziosa dell’oro che si perde, ma che è provato al fuoco la fede è paragonata a dell’oro grezzo, il quale è purificato al fuoco. Il fuoco brucia le scorie, ma non può scalfire la natura dura dell’oro; così la tentazione brucia le scorie di peccato e di infedeltà a Dio, ma non può scalfire la fede. Si legge infatti: Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’ uscita e la forza per sopportarla (1 Cor 10,13).

Sia trovata [la prova] a lode e gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo la prova risulti favorevole per l’uomo e divenga per lui merito davanti a Dio. Tutte le prove e le tentazioni risulteranno chiare e ne saranno sviscerati i motivi profondi solo alla fine dei tempi; nella parusia l’abbondanza di sofferenze sopportate si tramuterà in gloria, come dice il salmo: hai mutato la mia veste di sacco in abito di gioia (Sal 29,12).

8 voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa,

Nel quale adesso non contemplandolo credete i quali sono detti beati da Cristo (Gv 20,29).

Rallegratevi di gioia indicibile e gloriosa superata l’estrema prova della fede che viene dal fatto che non vediamo ciò in cui crediamo, le prove hanno rafforzato lo spirito, il quale si trova a gioire grandemente per la regione stabile in cui è stato posto dal Padre; regione dalla quale egli confida e mantiene salda la fede fino al giorno di Cristo.

mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime.

conseguendo il fine delle vostre fede, la salvezza delle anime questa pazienza provata permette l’accesso alla gioia indicibile e gloriosa poiché porta a conseguire il fine stesso della fede, ovvero la salvezza – propria e altrui. La fede infatti da accesso alla salvezza, non le opere, secondo quanto dice Paolo: nessun uomo è giustificato dalle opere della legge, ma mediante la fede in Cristo (Gal 2,16), la quale ci fa giusti davanti al Padre, poiché il giusto vivrà per la sua fede (Rm 1,16).

[commento di d. Fabrizio Marcello]

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Alleluia, alleluia.

Perché mi hai veduto, Tommaso, tu hai creduto:

bearti quelli che pur non avendo visto, crederanno.

Alleluia.

VANGELO                                                       Gv 20,19-31

 

 Dal vangelo secondo Giovanni

19 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».

Ora l’evangelista ci narra quanto accadde la sera di quel giorno, il primo dopo il sabato. Perché mai Gesù fu con i suoi solo alla sera? Forse perché di sera Egli fece la cena, nella quale con la lavanda dei piedi e con i discorsi che ne seguirono Gesù iniziò i discepoli ai divini misteri. Ora Egli porta a compimento sia le parole che loro ha detto tre sere prima sia i segni dell’iniziazione (cfr. 14,20; 16,23.26).

Le porte erano chiuse per il timore dei giudei. Nonostante le assicurazioni di Gesù e l’annuncio dato dal discepolo da Lui amato e da Maria di Magdala, i discepoli se ne stanno a porte chiuse perché hanno timore dei giudei. Il timore, che i giudei incutono, è più nell’ordine spirituale; infatti l’evangelista ha già dato testimonianza della scomunica data a chi riconosce Gesù (cfr. 9,22; 12,42). In questo luogo chiuso dalla paura, espressione del loro sentire, prigione della loro incredulità, viene Gesù senza aprire le porte e stette in mezzo e dice loro: «Pace a voi!». Egli si fa presente in questo spazio segnato dalla paura e dalla chiusura.

Egli viene portando la pace. La pace, come se stesso, in cui è pienezza di ogni benedizione divina, riempie questo spazio, comincia a dissipare la paura e apre i discepoli. Come il sepolcro si presentò agli occhi dei discepoli con la pietra ribaltata, così la presenza di Gesù tra noi ribalta la pietra, che ci tiene sigillati nelle nostre paure, rendendoci capaci di testimoniare che il Signore è risorto.

20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Con il primo saluto di pace Gesù mostra il suo corpo glorioso e risorto, corpo non immateriale ma fisico sebbene non soggetto alle leggi dello spazio e del tempo, entra infatti a porte chiuse. Dalla pace e dalla sua presenza scaturisce la gioia.

Dopo aver dato loro la pace, Gesù mostrò le mani e il fianco. Egli fa loro vedere il foro dei chiodi e la ferita del costato. Agostino commenta: «I chiodi avevano trafitto le sue mani, e la lancia aveva aperto il suo costato; ed erano conservati i segni delle ferite per guarire dalla piaga del dubbio i cuori degli increduli. E le porte chiuse non avevano potuto opporsi al suo corpo, dove abitava la divinità. Colui, la cui nascita aveva lasciato inviolata la verginità della madre, poté entrare in quel luogo, senza che le porte venissero aperte» (CXXI,4). Gesù è per sempre il Crocifisso; per sempre la sua croce è impressa nella sua carne e per sempre rimane impressa nella mente e nel cuore dei discepoli.

Quanto i discepoli ora vedono – e anche Tommaso vorrà vedere – costituisce l’essenza dell’annuncio evangelico: Gesù Cristo e questi crocifisso (1Cor 2,2). Essi contemplano il Crocifisso nella gloria della sua risurrezione per cui i discepoli gioirono al vedere il Signore (cfr. 16,22-23: Anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla).

La pace, che il Signore ha loro dato, ha sanato le ferite della colpa di essere fuggiti lasciandolo solo e ora vedono quelle ferite nel loro Signore che, anziché dar loro amarezza, infondono gioia nello loro spirito. I discepoli non avvertono nel loro Maestro nessun rimprovero ma solo il grande amore con cui li ama e questo li fa gioire. Sulle labbra di Colui, che è mite e umile di cuore, non c’è nessuna parola amara ma solo la piena realizzazione delle sue stesse promesse. Questa è la redenzione, che Egli opera in noi, portarci all’oblio delle nostre colpe e ristabilirci nell’innocenza pura del nostro essere in Lui portato negli abissi della divinità.

I discepoli gioiscono perché sono da Lui attratti e strappati con forza dal loro sepolcro di paura e di tristezza. Gesù li attrae a sé e li fa uscire dalla voragine della morte, che tende a riassorbire la nostra esistenza attraverso la forza seduttiva del peccato. Essi, il gregge che il satana aveva disperso quando il pastore era stato colpito, vengono ora attratti da Gesù per costituire quell’uno, che è il contenuto della sua preghiera al Padre. Usciti dal loro sepolcro, in cui si erano rinchiusi, ora i discepoli gioiscono al vedere il Signore perché in forza di Lui, che ha vinto la morte e che porta in sé i segni della vittoria, essi stessi vengono alla vita. E dovunque vi è la vita vi è la gioia.

21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Gesù dona loro per la seconda volta la pace. Agostino commenta: «La ripetizione ha valore di conferma; cioè Egli dà ciò che era stato promesso per bocca del profeta, pace aggiunta a pace (cfr. Is 26,3)» (CXXI,3). Prima Egli aveva dato loro la pace per sanare le loro ferite, ora Gesù la dona loro perché i discepoli a loro volta la donino agli uomini.

Essi possono donarla perché da Lui inviati. Unica è la missione dei discepoli e quella del Cristo. Questa consiste nella presenza del Signore attraverso i suoi discepoli (cfr. Mt 25,40: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»). Stabilendo un’esatta uguaglianza tra il suo invio dal Padre e quello dei discepoli da parte sua, Gesù esprime l’unità inscindibile tra il Padre, se stesso e i suoi discepoli. Sorgente della missione di Gesù è il Padre, sorgente della missione dei discepoli è il Figlio. Il rapporto con il Padre da parte dei discepoli è sempre mediato da Gesù (cfr. 1Tm 2,5). L’unico, che il Padre manda, è il Figlio e in Lui Egli invia sia lo Spirito che i discepoli. Infatti Gesù dona lo Spirito Santo ai discepoli perché in loro sia la forza stessa che è in Lui. L’unica missione, iniziata in Gesù, continua ora nei suoi discepoli. Più i discepoli sono uno con Gesù più appare l’unica missione. La continuità non è successione perché Gesù è presente nei suoi e in loro Egli continua a compiere le opere del Padre suo.

I suoi discepoli faranno opere maggiori di Lui perché è Gesù che attraverso loro porta a compimento la sua opera (cfr. 14,22: In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre).

La pace, che Egli comunica, ha pertanto un duplice effetto: li risana e li rende capaci di annunciare l’evangelo della pace. Questa è l’opera, che Gesù compie nei suoi discepoli anche oggi e sempre: li risana dalle tristi conseguenze del peccato, che generano chiusura e tristezza, e li rende capaci di essere annunciatori dell’evangelo. Vi è quindi questa duplice operazione, che la pace di Gesù opera in noi. Egli vuole che l’annuncio sia effetto della salvezza e che scaturisca come sorgente pura dello Spirito Santo da persone risanate. Ma nessuno può annunciare se non riceve per la seconda volta il dono della pace. Nessuno può infatti andare se Gesù non lo manda.

22 Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo.

Soffiò, è il verbo usato nella creazione dell’uomo. Nei LXX è scritto: e soffiò verso il suo volto un soffio di vita (Gn 2,7). Qui il testo non precisa che il Signore abbia soffiato verso di loro, ma usa il verbo in modo assoluto. Dopo aver collegato con quanto precede con l’espressione: e dopo aver detto questo, il testo aggiunge soffiò e dice loro. Questo soffio del Signore investe sì i discepoli ma non solo. Come morendo Egli ha dato lo Spirito effondendolo in tutta la creazione (cfr. 19,30), così ora, risorto, Gesù soffia e il suo soffio si effonde su tutta l’umanità e su tutta la creazione. Notiamo come nei LXX questo verbo è sempre usato in rapporto a un termine cui è diretto il soffio, solo in Gv vi è un uso assoluto. Per il fatto che l’evangelo non precisi il soggetto indica l’universalità del dono, che, pur passando per i discepoli, tuttavia non si ferma a loro, come ci dimostrano gli scritti neotestamentari. In loro il soffio dello Spirito Santo, che proviene dalle labbra di Gesù, ha il suo luogo di effusione. Come in Gesù lo Spirito Santo ha la sua sorgente, per cui non si dà presenza dello Spirito Santo se non attraverso Gesù solo, così lo Spirito è effuso in ogni uomo tramite i discepoli. L’unica missione del Cristo consiste nell’essere portatori dello Spirito Santo, che dal capo si diffonde in tutto il corpo e da qui, come olio buono (cfr. Sal 133,2), si diffonde in tutta la casa. Essa si riempie così del profumo del miron (cfr. 12,3). L’unica vite vera (cfr. Gv 15,1) manda profumo (cfr. Ct 2,13: le viti fiorite spandono fragranza). Origene commenta: « Il Padre, agricoltore celeste, pota i tralci di questa vite perché portino molto frutto. Ma prima questa vite allieta l’odorato con la dolcezza del profumo che emana dal fiore, secondo colui che diceva: Poiché siamo buon odore di Cristo in ogni luogo (2Cor 2,15)» (com. al Cant., o.c., p. 254). Questo soffio quindi si effonde benefico su tutta la creazione eliminando il soffio della morte e il principio di essa, che è il peccato. Agostino commenta un testo che dice: alitò sopra di essi. «Soffiando su di essi mostrò, che lo Spirito non era soltanto del Padre, ma era anche suo» (CXXI,4).

23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Il dono dello Spirito Santo è l’inizio della nuova creazione. Questa si manifesta con la remissione dei peccati, nei quali si esprime il potere della morte. Le parole del Signore, che sono Spirito e vita (cfr. 6,63), distruggono il potere della morte e del peccato.

Anche in Lc, quando il Signore fa una sintesi del messaggio della Scrittura a suo riguardo, presenta la conversione per la remissione dei peccati (24,47) come il frutto della sua risurrezione.

Tra lo Spirito Santo e i discepoli si crea un vincolo così forte che la remissione dei peccati passa attraverso di loro.

Questa quindi si manifesta attraverso la comunità dei discepoli e dona a chi la riceve la pace del Cristo.

La realtà del peccato è quindi incessantemente distrutta nella comunione ecclesiale.

Gesù dà pure il potere opposto, quello di ritenere i peccati. Essi quindi restano in colui che li ha compiuti. L’Evangelo non precisa quando questo avvenga. Stando alla prima lettera di Giovanni uno degli ostacoli maggiori è l’odio verso il fratello che rende omicidi come Caino.

Il peccato quindi non è racchiuso solo nella sfera personale, ma implica sempre un rapporto e come tale è solo attraverso un rapporto che può essere rimesso.

Il luogo pertanto dove lo Spirito rimette o trattiene i peccati è la comunità dei discepoli di Gesù.

Tutto questo avviene credendo in Gesù e attraverso la rigenerazione battesimale.

Rimane invece trattenuto nel potere della morte chi rifiuta di credere in Cristo e non vuole essere rigenerato dall’acqua e dallo Spirito

Tuttavia l’atto rigenerativo è continuamente rinnovato dall’annuncio, che accolto, opera un incessante giudizio.

La comunità dei discepoli, infatti, con il suo annuncio di Gesù, resta il luogo dove il Maestro continua il rapporto con il mondo perché è attraverso i discepoli che lo Spirito convince il mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio (cfr. 15,26 s.).

Agostino commenta: «A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti. La carità della Chiesa che per mezzo dello Spirito Santo scende nei nostri cuori, rimette i peccati di coloro che partecipano di essa; ritiene invece i peccati di quanti non sono parte di essa. È per questo che parlò del potere di rimettere o di ritenere i peccati, dopo aver annunziato: “Ricevete lo Spirito Santo”» (CXXI,4).

24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.

L’attenzione si fissa ora su Tommaso, il discepolo assente. Alcuni Padri e Scrittori (Agostino, Beda, Lirano, Tommaso) affermano che Tommaso si era allontanato dagli altri sia di fronte a quanto le donne dicevano e sia a causa della testimonianza dei discepoli. Egli quindi appare disinteressato alle prime voci riguardanti la risurrezione di Gesù.

Come in 11,16 egli è chiamato Didimo, che è la traduzione greca del nome aramaico Tommaso.

Egli è provvidenzialmente assente perché allo sguardo del lettore si apra l’orizzonte della fede di coloro che pur non avendo visto crederanno (v. 29).

A differenza del discepolo, che Gesù ama, Tommaso condiziona la sua fede al fatto di vedere.

25 Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

I discepoli con insistenza e con voce unanime dicono a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore!». La gioia suscitata dal Signore nei discepoli è incontenibile ed essi affermano ciò che appare assurdo a Tommaso. Se è vero che l’esperienza spirituale della gioia non è spenta dai ragionamenti, è pur vero che essa non li vince negli altri. Tommaso contrappone alla loro gioia la concretezza delle prove. Chi si vanta di una pura razionalità disprezza il sentire altrui perché lo ritiene frutto di delirio (cfr. Lc 24,11: Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse).

«Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». I discepoli hanno visto le mani e il costato, Tommaso vuole non solo vedere ma anche toccare soprattutto quei fori alle mani e quella ferita al costato che danno testimonianza che è veramente il corpo di Gesù crocifisso. Tommaso vuole fondare la sua fede sulla sua esperienza e non sulla testimonianza degli altri discepoli.

Egli vuole addirittura fare un’esperienza più forte della loro. Egli non vuole sottomettersi alla loro testimonianza e quindi cade nell’incredulità.

Quando vedrà il Signore Tommaso sarà guarito. Tuttavia, essendo apostolo, Tommaso ha potuto vedere il Signore perché ne divenisse testimone della risurrezione.

Gesù non esaudisce Tommaso perché questo era necessario per credere (altrimenti Egli dovrebbe apparire a ogni uomo) ma per il suo ruolo nella Chiesa.

La sua ostinazione c’insegna l’umiltà dell’attesa. Ora noi crediamo al Signore pur senza averlo visto e in Lui gioiamo di una gioia indicibile e gloriosa (1Pt 1,8).

26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!».

Il Signore lascia passare otto giorni in modo che ritorni il primo giorno dopo il sabato, perché sia il memoriale della sua risurrezione.

In questo giorno, l’ottavo e il primo, i discepoli sono di nuovo dentro, in casa. Questo è il giorno in cui si radunano di nuovo insieme e nel quale si rende presente il Signore.

In questo giorno Egli compie gli stessi gesti e dà lo stesso saluto della domenica di risurrezione. Il tempo è ricapitolato nella Pasqua e ha in essa la sua pienezza, perché questo è l’unico giorno, quello fatto dal Signore (Sal 118,24).

La natura di questo giorno si rivela sia nel primo giorno della settimana, la Domenica, come pure nell’Eucaristia dove il Signore compie gli stessi segni salvifici della sua Pasqua fino alla sua venuta.

Sebbene non visibile fisicamente, il Signore sta in mezzo ai suoi e dona loro la pace.

Più i discepoli recepiscono la presenza del Signore nei divini misteri più essi sono penetrati dalla pace di Gesù e la possono dare gli uni gli altri.

27 Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».

Il Signore sana l’incredulità del discepolo: invitandolo a toccare le sue ferite gli mostra che è veramente Lui nel suo vero corpo e nel rispondere alle sue parole gli si rivela come Colui che tutto conosce e al quale nulla sfugge dei suoi discepoli.«Volle mostrare ad alcuni che dubitavano le cicatrici delle ferite nella sua carne per sanare la ferita dell’incredulità» (S. Agostino, Sermo 147, De Tempore).

In questo modo Tommaso può vedere e toccare le ferite del corpo risorto del Signore ed esserne suo testimone.

L’incredulità, che noi condividiamo con Tommaso, è guarita dalla stessa fede in Gesù. L’apostolo guarisce al contatto fisico con il Signore, noi attraverso la testimonianza apostolica.

L’esperienza di Lui anche per noi, come per Tommaso si conclude con l’invito del Signore: «Non essere incredulo ma credente!».

L’essere insieme come discepoli il primo giorno della settimana, accogliere il Cristo che sta in mezzo a noi nella celebrazione dei divini misteri ed entrare in comunione con Lui, tutto questo ci porta a distruggere in noi ogni forma d’incredulità per giungere al grido stupito della fede.

28 Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».

Il grido, che il credente eleva a Dio (cfr. Sal 35,23) invocando la sua salvezza perché Egli è il suo Signore e il suo Dio, Tommaso ora lo rivolge a Gesù.

Nello stupore di conoscere in Gesù risorto il suo Signore e il suo Dio, il Dio quindi dei suoi padri, che ha accompagnato il cammino del suo popolo, Tommaso conclude l’itinerario della fede dei discepoli.

Esso è cominciato al mattino con la fede del discepolo amato da Gesù dentro al sepolcro vuoto, è passato attraverso il grido della Maddalena (Rabbonì) e giunge alla sua espressione più alta sulle labbra di Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».

In questo modo è rivelato a noi chi è Gesù e quale rapporto Egli abbia con noi.

Egli sta in rapporto con noi come il nostro unico Signore e il nostro unico Dio.

La fede d’Israele sull’unicità di Dio converge verso Gesù come l’unico Signore e l’unico Dio con il quale rapportarci.

Il rapporto con il Padre, l’unico Dio, non può essere scisso dal rapporto con il Figlio, con Gesù.

Nessuno può dichiarare che Dio è l’unico se non dichiarandolo in Gesù.

Il Dio d’Israele è Gesù e in Lui noi conosciamo il Padre come uno con il Figlio.

Tommaso giunge in questo modo al compimento della sua fede nell’unico Dio tante volte professata.

Toccando le ferite alle mani e al costato di Gesù, l’apostolo esperimenta in Gesù il suo unico Dio e quindi il suo unico Signore.

Israele non ha mai conosciuto direttamente il Padre ma nella rivelazione ha sempre udito la voce del Figlio, come più volte Gesù stesso ha proclamato nell’evangelo (8,58: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono»; 5,46: «Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto»).

Come al discepolo al sepolcro si è rivelata la perfetta concordanza tra gli avvenimenti di Gesù e le divine Scritture, in Lui perfettamente adempiute, così ora si rivela a Tommaso l’identità del suo Signore e del suo Dio con Gesù.

«I due termini usati da Tommaso, “Signore” e “Dio”, si confermano nel loro valore ultimo e si rafforzano a vicenda: è Dio in quanto Signore, e Signore in quanto Dio. Insieme fanno una struttura di solidità irrefragabile, sicurissima, perché la possibile ambivalenza di ciascuno dei termini è risolta proprio nel loro essere coniugati. Nel mondo pagano il termine “dio” è svenduto, ma qui va inteso nel senso vero e proprio di Kyrios; e Kyrios, non nel senso corrente di “signore, padrone”, ma nel senso di Theós, Dio» (U. Neri, L’ora della glorificazione …, p. 200-201).

29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Tommaso ha veduto Gesù risorto e ha creduto. Infatti egli non ha solo constatato che è Gesù il crocifisso il risorto che sta in mezzo a loro ma ha conosciuto chi è Gesù.

La carne del Signore è stata veicolo della sua fede. Toccando i segni della croce, Tommaso è stato attratto dagli abissi della divinità e ha quindi conosciuto il suo Signore e il suo Dio.

L’incontro con Gesù risorto è andato oltre le sue attese, lo ha coinvolto e lo ha trascinato dentro quel mistero, che era rimasto celato durante la vita terrena di Gesù.

Le ferite aperte nella carne di Gesù sono la finestra sulla sua divinità.

Tommaso ha visto, ha toccato e ha contemplato e quindi non ha potuto trattenere il grido della sua fede e del suo rapporto con Gesù.

A questa condizione di privilegiato, Gesù contrappone la beatitudine di quelli che crederanno senza aver visto in virtù della parola apostolica.

Essi crederanno in virtù della Parola e dei segni sacramentali: l’acqua, il pane e il vino la cui virtù sanante e salvatrice è stata espressa nei segni che Gesù ha operato e che sono stati raccontati lungo il santo evangelo.

I discepoli, che crederanno senza aver visto Gesù, troveranno la loro gioia nella Parola e nei segni perché esperimenteranno in essi la presenza del Signore e credendo in Lui gioiranno di una gioia indicibile e gloriosa (1Pt 1,8).

La presenza di Gesù nella Parola e nei segni non è sostitutiva della sua presenza fisica ma è il modo come ora Egli è presente tra noi.

La presenza è la stessa, il modo è diverso, diverso è quindi il modo di credere.

Allora i discepoli hanno creduto vedendo l’uomo Cristo Gesù, ora noi crediamo ascoltando la proclamazione evangelica e aderendo con fede ai segni sacramentali, resi presenti dalla Chiesa.

Posta alla fine del quarto vangelo l’affermazione di Gesù è come il sigillo del libro stesso. Infatti saranno beati quanti, percorrendo l’itinerario che l’evangelo secondo Giovanni fa compiere, giungeranno alla stessa fede di Tommaso che ha visto e toccato Gesù risorto.

È quanto dice nella conclusione che segue.

30 Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro.

Quando Gesù era tra noi Egli fece molti altri segni in presenza dei suoi discepoli. Con questi Egli rivelò di essere il Verbo fatto carne pieno di grazia e di verità (1,14) per cui dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia (1,16).

Da questa economia sovrabbondante l’evangelista ha scelto quei segni che caratterizzano l’iniziazione alla conoscenza di Gesù e quindi tradotti nei segni sacramentali essi sono in grado di comunicare la sua grazia ai credenti.

Come appunto Gesù ha dato da mangiare a cinquemila uomini con i cinque pani e i due pesci così ora Egli sfama la moltitudine innumerevole dei discepoli con il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue.

Inoltre, come la sua voce richiamò Lazzaro dal sepolcro, ora la voce evangelica risuona per risuscitare dalla morte coloro che sono avvolti dalle tenebre del peccato.

In tal modo Gesù continua a dispensare in modo sovrabbondante la sua grazia risanando l’uomo dalla radice del suo male, che è il peccato che inabita nelle sue membra, per strapparlo dal potere della morte e dargli in modo pieno e sovrabbondante quella vita, che Egli possiede in eterno con il Padre.

31 Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

L’evangelista quindi ha scelto quelli narrati e li ha disposti secondo l’ordine storico e d’iniziazione perché ogni discepolo, attraverso l’evangelo, giunga alla piena professione di fede in Gesù come il Cristo e il Figlio di Dio.

Questo infatti è l’oggetto proprio della fede.

«La fede è il ritenere nel cuore e confessare con le labbra che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e che Dio l’ha risuscitato dai morti (Rm 10,9)» (U. Neri, L’ora della glorificazione …, p. 207).

La comunicazione evangelica ha quindi in sé la forza di suscitare la fede per avere nel suo Nome la vita eterna.

Noi conosciamo quindi il Nome di Gesù e ne esperimentiamo l’efficacia con il possedere in noi la vita eterna.

L’Evangelo, letto e vissuto nella Chiesa, la comunità dei discepoli, è reale esperienza di Gesù come il Figlio di Dio, creduto e amato senza essere visto.

Note

«Non si tratta di vivere da stoici, oppure di cercare di mettere in comune le cose secondo delle dottrine «sorelliane» o «non sorelliane», ecco. No, no! Bisogna che questo venga dallo Spirito e sia compiuto nello Spirito, non quindi secondo nostri piani! E più si accetta il piano di Dio come si rivela anche in questo esemplare della Comunità cristiana primitiva, e cioè poi nella spinta dello Spirito che i Sacramenti ci comunicano si accede alle esigenze del Signore che sono sempre crescenti, e allora più poi diventa vera tutta la nostra Comunione.

Bisogna cioè stare molto attenti: di fronte ad un programma di vita cristiana come quello che gli Atti degli Apostoli prospettano nelle righe di oggi, molti si spaventano e dicono: «Ma come facciamo, non ce la fanno nemmeno i frati ad arrivare a questo punto! Perché lo dobbiamo fare noi!»; ed è sbagliato chiedere allora delle ricette: «Ma cosa dovremo fare, fino a che punto, in che misura?».

Invece l’atteggiamento è un altro: bisogna comunicare al Signore nei suoi Sacramenti, nella Sua Parola, nell’attenzione a Lui, nella supplica nostra della Sua Luce, e poi lasciare che le Sue esigenze si rivelino in noi progressivamente.

Cioè delle volte il Signore comunica il Suo piano quasi totalmente o totalmente alle anime, folgorandole con una visione totale del punto ultimo, dell’ultimo termine a cui devono arrivare nel loro dono.

Più spesso invece il Signore procede gradualmente: ti chiede oggi in fondo una piccola cosa, un piccolo consenso, una piccola rinunzia;. tu la fai assecondando questa intima mozione dello Spirito, domani Egli ti rivelerà che ti chiede ancora qualche cosa di più! Non ti pone oggi dei grandi problemi: non spaventarti di fronte alle rinunzie massimali che tu credi, ti immagini, ma delle quali ancora forse il Signore non ti ha parlato, oppure la tua anima non è ancora sufficientemente pronta ad accogliere la Sua indicazione. Invece asseconda 1a Sua azione nella piccola rinunzia immediata – questo piccolo gesto di distacco -, e allora vedrai che progressivamente Egli ti comunicherà aspetti sempre più impegnativi del Suo piano; ma te li comunicherà con grande dolcezza e paterna condiscendenza in modo che tu non abbia a spaventarti, in modo che tu possa fare secondo la tua misura – non la tua misura umana, del tuo temperamento, delle tue voglie, delle tue preferenze … -, ma secondo la misura dello Spirito che ti è data!

E poi esser sicuri che quando si asseconda il Signore così, accogliendo tutte le indicazioni che le Scritture di oggi – sono così ricche! – ci danno, si ha poi quel bene che il Signore ha promesso in questo Evangelo. Avete osservato che per tre volte, con grande insistenza, in questo Evangelo. il Signore dice: «LA PACE A VOI!». Sta in mezzo a loro per questo: per annunciare quella Pace che è Lui stesso! E il brano di Pietro che adesso rileggiamo perché è proprio la Catechesi elementare del Battesimo, ci dice quello che abbiamo già ascoltato: BENEDETTO IDDIO E PADRE DEL SIGNORE NOSTRO GESÙ CRISTO, CHE SECONDO LA SUA GRANDE MISERICORDIA CI HA RIGENERATI AD UNA SPERANZA VIVA MEDIANTE LA RISURREZIONE DI GESÙ CRISTO DAI MORTI, PER UNA EREDITÀ INCORRUTTIBILE, PURA, DUREVOLE, RISERVATA NEI CIELI A VOI, CHE IN POTENZA DI DIO SIETE GIÀ STATI SALVATI!

Cioè se potessimo analizzare questi aggettivi, come sono consolanti! Questa eredità di cui siamo già in possesso! Adesso! Che è già tutta in mezzo a noi, alla quale tutti, ciascuno di noi non ha altro che allungare la mano per attingere! Questa eredità PURA, DUREVOLE, INCORRUTTIBILE, che nessuno ci può togliere, che nessun evento di questa terra ci può intaccare; questa Pace profonda che, dice poi Pietro più innanzi, è addirittura un’esplosione di gioia; dice: «Perché tutto questo SI RISOLVA IN MOTIVO DI LODE, DI GLORIA E DI ONORE NELLA RIVELAZIONE DI GESÙ CRISTO, CHE VOI AMATE, PUR NON AVENDOLO VEDUTO – ma Lui è qui! -, NEL QUALE, NON CONTEMPLANDOLO con gli occhi della carne, ma sentendolo nello Spirito! – CREDENDO ESULTATE DI UNA GIOIA INDICIBILE E GLORIOSA!

Questi due aggettivi Sono bellissimi se potessimo scavarci dentro!

I1 Signore ce la dà stamani la Pace! E proprio, guardate, come è bello che tutto questo avvenga in questo giorno, la Domenica di S. Tommaso, con questo scandire da parte del Signore di questo motivo insistente: «PACE A VOI! PACE A VOI! PACE A VOI!».

E poi, allora Pietro ci dice: DI CIÒ VOI ESULTATE DI GIOIA QUANTUNQUE SIA NECESSARIO CHE SIATE CONTRISTATI ANCORA PER BREVE TEMPO DA SVARIATE PROVE!; ma queste non contano niente! Non c’è proporzione tra le piccole cosine che ci possono momento per momento, giorno per

giorno infastidire, e questa meravigliosa eredità che è già in nostro possesso: il Cristo Risorto in mezzo a noi nel quale esultiamo di una gioia inenarrabile, indicibile e gloriosa!» (Omelia di don G. Dossetti, dalla registrazione, 9.4.1972).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Rivolgiamo la nostra preghiera a Dio Padre elevando al cielo mani purificate dalla grazia della Pasqua e chiediamo per tutti gli uomini la pace.

Ascolta i tuoi figli, o Padre.

  • Perché questa nostra assemblea, radunata in un solo luogo, sia un cuore solo e manifesti a tutti la presenza del Signore risorto, preghiamo.
  • Perché tutti i discepoli di Gesù ricevano nello Spirito Santo la remissione dei peccati e donino a tutti gli uomini il lieto annuncio della vita eterna, preghiamo.
  • Perché i neo-battezzati siano assidui all’ascolto della Parola di Dio, perseveranti nella preghiera, testimoni di Cristo nella carità fraterna, preghiamo.
  • Perché quanti portano in sé le ferite del Cristo crocifisso trovino conforto alla loro sofferenza nell’amore dei discepoli di Gesù per giungere alla certezza della nostra trasfigurazione in Lui, preghiamo.
  1. O Padre, che nel giorno del Signore raduni il tuo popolo per celebrare colui che è il Primo e l’Ultimo, il Vivente che ha sconfitto la morte, donaci la forza del tuo Spirito, perché, spezzati i vincoli del male, ti rendiamo il libero servizio della nostra obbedienza e del nostro amore, per regnare con Cristo nella gloria.

Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen.