UMANIZZARE L’ANNUNCIO

Giovanni Salonia

“Chiamò a sé quelli che voleva […]

perché stessero con lui

e per mandarli a predicare”

(Mc 3,13.14)

 

            Intrigante il metodo a cui Gesù dà vita per preparare coloro che devono annunciare la sua ‘bella notizia’. Non un corso di indottrinamento o di retorica, non un addestramento sui contenuti da proporre o sul metodo persuasorio, ma una sola richiesta: che “stessero con lui”. È nello stare con lui che si apprende il ‘cosa’ e il ‘come’ annunciare.

             Annunciare è, innanzitutto, un’esperienza: lo stare con lui. Il dimorare con il Signore. Ha ragione Giovanni quando, in apertura della sua Prima Lettera, proprio a sottolineare che è la prima cosa, la base da cui iniziare, scrive: “Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo visto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono…” (1Gv 1,1). È questa intercorporeità tra Cristo e il discepolo il luogo in cui accade il miracolo della passione per Cristo che poi diventa sequela e annuncio.

Pensiamo, ad esempio, all’adultera cui Gesù, dopo averla liberata dagli accusatori (anch’essi chiamati a convertirsi), dice. “Donna, […] nessuno ti ha condannata? […] Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 10.11). Riduttivo sarebbe fermarsi solo al contenuto di queste parole, perché alla donna quei contenuti saranno arrivati con un tono di voce che partiva dal cuore di Gesù e arrivava al suo cuore: quella voce risuonerà dentro quel corpo della donna come un calore nuovo, talmente nuovo che potremmo anche tradurre: “Neppure io ti condanno. Va e non peccherai più…”. Il corpo raggiunto da quella voce non cercherà più altro, vivrà sazio di quel contatto. Stare con Gesù: è nel corpo a corpo con Gesù che si crea il legame… divino perché umano.  

           Ancora una volta è necessario riandare all’Antico Testamento, quando Dio crea prima una relazione con Israele (“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”, Gn 5,6; Es 20,2) e poi dona i comandamenti. Senza quel prologo relazionale non si possono annunziare le dieci parole: si rischia di ridurle a divieti più o meno ragionevoli. Quanto spesso si dimentica che quel “che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto” è il valore fondante delle dieci parole (LF 46)!

E così, chi sta con Gesù non ha bisogno di imparare parole da annunciare, perché lo Spirito gli suggerirà la ‘parola’ per eccellenza: la relazione creaturale e filiale con Dio.

           Sarà lo Spirito a dare le parole perché dona il bacio. Quel Bacio Divino che unisce il Padre e il Figlio. Quel Bacio tra Dio e l’uomo che si rinnova ogni volta che l’uomo incontra il Signore e incontra nella verità e nell’amore il fratello. 

In ogni stare con Gesù c’è un ricevere e apprendere il suo baciarci: solo chi riceve i suoi baci si rende conto che stava morendo di freddo e che una parte del suo corpo invocava disperatamente, a volte senza saperlo: “Mi baci con i baci della sua bocca!” (Ct 1,2).

Ecco allora il cuore della formazione di colui che va ad annunciare: formato dal calore e dal legame con Cristo, diventato capace come lui di tessere uno “stile ospitale divinamente accogliente”[1].

              Diventa evidente come Gesù è venuto a dirci che sbagliava il serpente che tentando Eva – separata da Adamo – le prometteva una divinità come risultato del negare l’umanità.

La suggestione che ci propone Gesù è tutt’altro: Vuoi essere come Dio? Accetta di essere uomo, di essere umano: è l’unica strada che porta a Dio.

La seconda persona della SS.ma Trinità si incarna per dimostrare che nella kenosi – che è la verità creaturale – si trova la luce e la pienezza. Chi annuncia va all’altro con la propria umanità, annunciando la bella notizia: accetta la tua umanità, vivila fino in fondo e ti aprirai a Dio. Accetta che sei creatura: e canterai lodi e ringraziamenti a chi ti ha dato la vita anche se non ti ha chiesto prima le condizioni. Accetta che sei umano: e ringrazia, anche se essere umani significa essere ‘gettati nel mondo’ senza altra garanzia che la fiducia in Dio e la compagnia degli uomini. Accetta di essere umano: e ti accorgerai che i tuoi peccati – inevitabili e a volte sconosciuti a te stesso – sono la legna per far ardere il fuoco della misericordia, dell’umiltà e della compassione. Accetta di essere uomo: e condividi l’umanità che, forse, è poco visibile ma vibra nel fratello lebbroso e nel fratello nemico. Alla fine della vita, infatti, ti sarà chiesto non se sei diventato divino (per le preghiere o per le virtù) ma se sei stato umano: capace di condividere la tua umanità con quelli che la vivono ferita e sanguinante. “Ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato” (Mt 25,36).

Annunciare la Buona Novella significa annunciare che tutto ciò di cui abbiamo bisogno per raggiungere la pienezza – che è il sogno del cuore – ci è già stato dato: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10); “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

             Chi annuncia sa che il primo compito non è ‘fare la catechesi’, ma ascoltare il grido nascosto in ogni cuore. Quel grido che a volte suona come quello del bambino abbandonato, a volte come quello dell’adulto disperato di Munch: solo se quel grido viene fuori può iniziare un Annuncio di salvezza. “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido […]: conosco le sue sofferenze” (Es 3,7) e sono venuto a salvarlo.

Non si annuncia essendosi riempiti dei contenuti di ciò che si vuole annunciare, ma svuotati di nozioni e aperti ad accogliere le parole dell’altro (e di Dio) che non sappiamo ancora. Farsi grembo capace di accogliere è il dono che è generato dal dimorare con il Signore.  ‘Svuotarsi’ come strada per la pienezza, ‘togliere’ come verbo del completarsi e, infine, ‘ascoltare’ come verbo dell’annunciare: Ti annuncio che ti ascolto, e che Qualcuno ti/ci ascolta.  

               Un teologo[2] ha scritto che l’Eucaristia ci è stata donata per riscoprire il bello del mangiare insieme tra gli umani. Chi sta con il Signore annuncia che Dio è venuto per farci umani, profondamente umani, genuinamente umani. Più torniamo alla radice e all’essenza del nostro essere umani, più sentiamo le mani di Dio che ci modellano, che carezzano ogni parte del nostro corpo, che sostengono ogni sussulto o interruzione del respiro, ogni ansia, ogni contrazione. Sentire le sue mani che non ci hanno creato una volta per tutte ma ci creano ogni giorno, che ci plasmano, ci accarezzano mentre gli anni passano, ci asciugano le lacrime, ci sostengono, ci danno calore quando sentiamo freddo e stanchezza, ci aprono al corpo del fratello per custodirlo e per condividerne il cammino.

Chi è carezzato da Dio diventa ‘eunuco’, capace di un amore che custodisce, che rende bello l’altro, che ha superato quindi la voglia di diventare predatore o servo dell’altro, che non è più ossessionato dal proprio corpo o del corpo dell’altro, ed è diventato capace di quella intercorporeità che – come è scritto nella Lettera agli Efesini (5,21-6,9) – lega tutti i corpi dei credenti tra di loro e tra di loro e Cristo… [3].

              L’annuncio come esperienza ed invito ad abbracciare la condizione umana: con amore e compassione. Abbracciare il lebbroso e il nemico sicuri che, dopo, il cuore sarà traboccante di “dolcezza dell’anima e del corpo” (FF 110). Abbracciare il lupo di Gubbio e gli eugubini in una riconciliazione fraterna. Sentire la fraternità che ci unisce agli animali (le allodole come gli agnelli) e al creato (sole, luna, stelle). Forse punto culminante dell’esperienza dell’annunzio di Francesco è quello di dirci che siamo tutti figli della madre terra… umani, appunto. E la morte sarà sorella – non nemica o vincitrice –  perché ci ricondurrà al grembo di Dio da cui proveniamo. Possiamo parafrasare il detto di Terenzio – “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” –  con “Sono cristiano, niente dell’umano mi è indifferente, anzi tutto l’umano mi appartiene”.

Sì, perché Dio si è fatto uomo per vivere e testimoniare che solo quando l’uomo rimane uomo – creato e redento da Dio – troverà la sua… gioia piena e vita in pienezza.

[1]Cf. C. Theobald, Lo stile della vita cristiana, Qiqajon, Magnano 2015.

 

[2]Cf. G. Lafont, Il pasto e la parola, Elledici, Torino 2002.

 

[3] Cf. la ‘somatologia relazionale’ di cui parla A. Pitta, Contingenze e innovazioni nei codici domestici della tradizione paolina, in AA.VV., Gestis verbisque, EDB, Bologna 2012.