QUALE CHIESA DI ATTRAZIONE?

 

Beppe M. Roggia

  1. Chiesa corpo inquieto

E’ stato detto che la Chiesa è un corpo inquieto[1].  Inquieto non per le contestazioni incessanti che riceve dall’esterno e per cui viene continuamente provocata;  nemmeno per le tensioni interne che premono e circolano incessantemente tra progressisti e tradizionalisti. Inquieto invece e soprattutto per i dinamismi dello Spirito, che sempre e dappertutto l’attraversano con l’esigenza continua di rinnovamento attraverso la parola di Dio, che ogni giorno l’alimenta e la sospinge in questa dinamica positiva e vitale del non accontentarsi mai, abbeverandosi alla linfa sacramentale di vita nuova del Cristo. Egli la immette ogni giorno nella circolarità del suo corpo, per sopperire alle continue perdite e a quei tratti di decadenza inferte dalle tossine del male, dalle incrostazioni, dalle deformazioni e dalla fragilità costituzionale che la compongono.

 Dal momento che la Chiesa ha il proprio fondamento vitale nella persona di Cristo, egli costantemente la genera e la sostiene con la forza del suo Spirito; e dunque essa si trova sottoposta a un incessante processo di rinnovamento, nonostante la involuzione di invecchiamento, di stereotipi e di standard tradizionali, di cui viene spesso accusata e che immediatamente sembrano caratterizzarla. Tuttavia il problema non è se c’è veramente questo rinnovamento interiore profondo ma se ne prendiamo sufficientemente coscienza e quindi ci lasciamo afferrare da questo volano di grazia e di amore oppure ci si lascia relegare ai margini, formando come degli emboli che, a somiglianza di quelli che possono generarsi nel corpo umano, possono produrre degli hictus, che bloccano questa straordinaria circolazione di grazia con la conseguente necrotizzazione delle cellule della comunità cristiana. Quale immagine di Chiesa si offre più frequentemente oggi al mondo?

Potremmo rispondere che essa risulta un tessuto molto variegato, con delle comunità ecclesiali dai colori molto vivaci, tipiche delle giovani chiese e dappertutto dove si è cercato di presentare una chiesa attraente, posizionata in maniera diaconale all’interno dell’ambiente sociale in cui si trova. Ma abbiamo anche realtà dal monocolore piuttosto grigio e slavato, tipico di comunità standardizzate e spente, che vanno avanti mettendo in evidenza piuttosto un cristianesimo sociale di pura tradizione, al massimo con una qualche accentuazione piuttosto folkloristica di ricorrenze festaiole annuali. E’ sempre stato così, si potrebbe obiettare, già fin dalle chiese dell’Asia delineate nella rassegna dell’Apocalisse e ufficialmente fin dall’epoca costantiniana. Allora, di fronte alla strutturazione “mondana” della chiesa, abbiamo avuto la reazione del movimento riformatore della Vita Consacrata, che così si è presenta per la prima volta in maniera ufficiale alla ribalta della società e della storia, come alternativa per una autentica vita e comunità cristiana. Oggi tuttavia questa posta in gioco è divenuta esponenziale: non si tratta solo più dell’esigenza di un rinnovamento che riguarda le singole persone ma della Chiesa nel suo insieme: dunque, una chiesa evangelica di attrazione o una società fossilizzata che suscita per lo più una sterile indifferenza?

  1. Gaudet Mater Ecclesia

Quella di Giovanni XXIII fu un’idea profetica sul rinnovamento della Chiesa? Se con profezia intendiamo la capacità di ascolto dello Spirito, che preme sulla disponibilità di accogliere le provocazioni di Dio nel tempo che stiamo vivendo con il coraggio e  la parresia di annunciarlo agli uomini, allora si può dire che papa Giovanni ha avuto davvero un’intuizione profetica, che ancora ci interpella.  Questa intuizione ha trovato la sua espressione più caratteristica nella sua allocuzione introduttiva al Concilio Vaticano II, la Gaudet Mater Ecclesia[2]. Giovanni XXIII propone un Concilio che non si accontenta di riprendere qualche punto della tradizione cristiana, ma dell’insieme della stessa vita della Chiesa, per coglierne la sostanza perenne e trasmetterla in una nuova formulazione, perché la storia attuale con le sue esigenze lo richiede. Questo ha inaugurato una grande svolta nella Chiesa, che, a distanza di più di cinquant’anni, vediamo imporsi in maniera eclatante e fortissima. Il dono di Dio si manifesta nella storia con i suoi mutamenti e i suoi rivolgimenti, per cui è necessario, da parte dei credenti, comprendere la continuità della storia della salvezza attraverso gli accadimenti del male e, al contempo, delle cose più riuscite dell’umanità.

Tutto ciò che appartiene al Vangelo della grazia e della misericordia non può che essere annunciato nella mitezza, nella gratuità e nell’umiltà di coloro che sono consapevoli di portare un tesoro nei vasi di creta della loro umanità debole e peccaminosa; ma tuttavia con la testardaggine della parresia, che si ostina a proclamare pubblicamente la tenerezza di Dio per l’uomo, per ogni uomo e donna della terra, anche di coloro che sono lontani dal timore di Dio. E questo è sorgente perenne da cui sgorga quella acqua viva che permette alla Chiesa di essere attrattiva e conservarsi sempre nella purezza del Vangelo, pur nelle pieghe della sua sporca e misera fragilità nella storia concreta vissuta, formando così la grazia attuale della tradizione apostolica. Vivere queste cose rende la Chiesa annunciatrice e segno della fraternità, che permette il dialogo fra gli uomini con la forza del Vangelo che è sempre fermento di fraternità e di solidarietà; una Chiesa di uomini e donne uguali nella dignità, nella comune responsabilità di testimonianza, con quei gesti, che danno senso alla parola che si annuncia. Allora davvero gaudet Mater Ecclesia; essa in questo modo può ottenere che lo Spirito infonda sempre nuovo vigore nel Corpo Mistico di Cristo; non naviga più volatizzandosi al di sopra dell’umanità ma si  incarna profondamente nella sua carne e nel suo sangue, perché il mondo ha bisogno della Chiesa per vivere e la Chiesa ha bisogno del mondo per il suo sviluppo e compimento. Siamo di fronte a una nuova e perenne primavera ed è per questo che si può affermare che le più belle pagine della Chiesa furono e sono scritte da anime inquiete. Allora possiamo affermare che in oltre cinquant’anni si sta disegnando una grande architettura dinamica della Chiesa, perché esiste un’unica campata tra la Guadet Mater Ecclesia e l’Evangelii gaudium di papa Francesco. Una campata che si è costruita attorno al dialogo e al principio sinodale in tre arcate successive: fra i membri della cattolicità nell’ecclesiologia di comunione (ministri ordinati, consacrati e laici); con gli altri fratelli di fede cristiana, con i quali non si vive ancora la comunione piena; nella rispettosa attenzione e qualche forma di collaborazione sia con le altre religioni, sia nel confronto e dialogo rispettoso a tutto campo anche con chi è lontano da qualsiasi fede religiosa.

Queste arcate di comunione e di speranza hanno riaperto degli orizzonti chiusi da secoli, offrendo una via di uscita, quella della misericordia anche a chi pare abbia perso ogni fiducia per un futuro degno dell’umanità. E il motivo è che la misericordia è sempre profezia di un mondo nuovo e giusto. Si tratta di tornare al Vangelo per aprire le vie del futuro ma anche di presentarlo con quel fascino e quell’attrazione che riaccende i cuori dei vicini e dei lontani. Al di là dei conservatori che rifiutano le riforme e le sorprese di Dio; al di là dei futuristi che vogliono qui e ora l’utopia delle soluzioni globali perfette e troppo secolarizzate, sta imponendosi la rivoluzione e la cultura della tenerezza e il realismo della gioia del Vangelo. E questo è il principio dell’attrazione per la vera crescita della Chiesa.

  1. Chiesa attrattiva per ché “adorna per il suo Sposo”

“La Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione”[3]: queste parole di papa Benedetto XVI ad Aparecida nel 2007 e riprese con forza da Francesco in EG 14  segnano l’indirizzo, il progetto e il programma di questo tempo. La Chiesa mette al primo posto la riproposizione del messaggio di fede. Questo è il suo primo compito, facendo gustare la gioia di credere a un mondo che, soprattutto in Europa, è sempre più scristianizzato. Ma, si sa, può ridursi ad un semplice enunciato, o ad un puro desiderio, a un atteggiamento spettatoriale, che si accontenta di stare a guardare,  ad ammirare, o a criticare i gesti di simpatia e di intensità evangelica di papa Francesco: un qualcosa che comunque lascia il tempo che trova; al contrario può diventare la sintesi di tutto l’impegno dei credenti nell’annunciare la gioia del Vangelo. E difatti, in questo senso, si possono percorrere essenzialmente due strade: continuare con la via raggrinzita del proselitismo, che tenta di conquistare alla causa del Vangelo con un sistema perfetto di canoni e di leggi, che formano il baluardo monolitico di certo cattolicesimo tradizionale; e questo al fine di garantire la sicurezza della propria salvezza contro ogni possibile naufragio nelle tempeste peccaminose e distruttive del mondo. Ma a quanti interessa oggi una Chiesa così?

Oppure tentare questa nuova via della gioia misericordiosa, che s’inerpica sulle asperità della complessità e dell’incertezza di questo tempo, che però suscita l’attenzione di tutti, un po’ per curiosità o per simpatia ma soprattutto per attrazione Per questo la Chiesa deve offrire delle figure di identificazione in cui ognuno (ministri ordinati, consacrati e laici) possa ritrovarsi a suo agio secondo il proprio carisma, cominciando dal gestibile possibile qui e ora. Non però come semplice comportamento esteriore improntato più che altro a buona educazione ma motivato da profondità teologica e spirituale, quella che la grande arcata di questi cinquant’anni ha costruito. La Chiesa è la sposa di Cristo che si santifica e si rinnova mediante l’effusione dello Spirito, per cui la dottrina cristiana è carne tenera non un sistema di verità cristallizzate. Si tratta di un organismo vivente con al centro la novità perenne dell’amore di Dio, che, ricevuto nel cuore, spinge ogni discepolo del Signore a portare la parola del Vangelo nel mondo con franchezza e coraggio. Perciò la Chiesa è sinodale per sua natura non per metodo organizzativo o strategia politica; con l’impegno del camminare insieme, dell’ascoltarsi reciprocamente, dell’imparare da una Parola sempre nuova, che rinnova i cuori. Con la nota più originale e caratteristica, cioè la gioia, intesa come il vestito e l’atteggiamento che il cristiano deve portare ogni giorno per potere evangelizzare. Ma ora il problema rimane: come praticamente? Questa visione della Chiesa sposa attrattiva deve essere attivata attraverso tra spazi diversi ma interconnessi, al punto da favorire la circolazione dall’uno all’altro e fra di loro.

3.1. Prima lo spazio liturgico sempre ospitale tra chi accoglie e chi viene accolto; spazio iniziatico per entrare attraverso la porta della fede e avanzare nella sua crescita spirituale, anche con la coltivazione della vera bellezza per una trasfigurazione dei cuori attraverso il linguaggio dell’arte.

3.2. Poi il secondo spazio, costituito dalla centralità della Parola. Letta, commentata e resa vivente da chi la spezza ai fratelli, dalle risposte della comunità, superando le frontiere del primo spazio per raggiungere i confini del mondo e della storia, tra la Genesi e l’Apocalisse, attraverso la moltiplicazione di tanti gruppi della Parola condivisa e del dare vita a una vera scuola di comunità e di umanità, dove la vita interpella la Parola e la Parola illumina ed offre senso all’esistenza.

3.3. Infine il terzo spazio, quello sociale, quello in cui ogni credente si muove quotidianamente a contatto con tanti altri, che magari non condividono la sua fede ma si presentano come simpatizzanti, a volte come avversari. La Parola di Dio in ogni caso vuole raggiungere tutti gli avvenimenti, che sono di ordine individuale o collettivo, di piccole o grandi dimensioni. L’interconnessione dei tre spazi risulta alla fine come il sintomo più rilevante di un corpo ecclesiale in buona salute, soprattutto nella nostra epoca in cui la Chiesa, specialmente in Europa e in Italia, rischia di venire “esculturata”, con una sgradevole schizofrenia tra spazio liturgico e spazio sociale.

Tutto questo interpella particolarmente le nostre comunità di Vita Consacrata. Bisogna riconoscere che lungo la storia la Vita Consacrata è stata protagonista e determinante in tutte le esperienze di “reformatio” e “renovatio” della Chiesa. E non c’è da esagerare se crediamo che anche nella nostra epoca il compito di testimonianza e animazione sul territorio di questa “reformatio” e “renovatio” Dio se l’aspetta essenzialmente da noi. Ma noi dove siamo? Rifugiati nel privato a leccarci le ferite della crisi che da anni stiamo soffrendo (ridimensionamento, invecchiamento, standard abitudinario, penuria vocazionale, abbandoni,…) o, pur con tutta la debolezza di questi anni, ben decisi a metterci in linea con la Chiesa attrattiva; anche perché, per sostanza e per forma, la Vita Consacrata deve esprimere la sponsalità della Chiesa adorna e pronta per il suo Sposo e Signore (cf. VC 34). Per questo, nella sinodalità paradigmatica delle nostre fraternità, nelle quali i singoli consacrati cospirano tutti verso il medesimo scopo potere dare vita ad un vasto laboratorio di gioia del Vangelo, che attraverso quei tre spazi che dicevamo, fa davvero rinnovare e crescere la Chiesa per attrazione.

 

 

Bibliografia di Riferimento

INGRAO I. (a cura di), Vaticano, Roma, Città Nuova, 2017

KASPER W., Testimone della misericordia – Il mio viaggio con Francesco, (RAFFAELE L., a cura di), Milano, Garzanti, 2015

RUGGIERI G., Chiesa sinodale, Bari-Roma, Laterza, 2017

THEOBALD C., Ricevere il Concilio Vaticano II: una nuova immagine di Chiesa, in <La Rivista del Clero Italiano> 2/2016, pp. 86 – 102

XERES S., Una chiesa da riformare, magnano (BI), ed. Qiqajon, 2009

————, La Chiesa corpo inquieto, Milano, Ancora, 2003

 

[1] XERES S.,  La Chiesa corpo inquieto, Milano, Ancora, 2003.

[2] GIOVANNI XXIII, Gaudet Mater Ecclesia, in Enchiridium Vaticanum, 1, Bologna, EDB, 1971, pp. 32 – 53.

[3] BENEDETTO XVI, Omelia alla Messa di inaugurazione della V Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, in AAS 99 (2007), p. 437.