Il racconto della passione di Gesù , nei Vangeli canonici

Rinaldo Fabris

Nei quattro Vangeli canonici il racconto della passione di Gesù è lo strato più antico. Rispetto alle sezioni precedenti, dedicate all’attività di Gesù, in questi capitoli la narrazione è più compatta e coerente. Gli eventi della passione di Gesù sono collocati in una cornice di spazio e di tempo ben definita: a Gerusalemme, nell’arco di una settimana. Gli autori dei Vangeli non intendono fare una cronaca degli ultimi avvenimenti della vita di Gesù, né mettere insieme un dossier di documenti d’archivio. Il racconto della passione di Gesù, come parte essenziale del “Vangelo”, è annuncio e catechesi, proposti alle comunità cristiane. Il Vangelo della passione offre lo spunto per esortare i cristiani alla perseveranza in mezzo alle prove, seguendo l’esempio di Gesù, che affronta la morte da Figlio, fedele al Padre.
Nel testo dei Vangeli della passione s’intravedono come in filigrana i riferimenti più o meno espliciti alla sacra Scrittura, alla figura del “giusto” perseguitato e a quella del “servo” sofferente (Is 53,7). La crocifissione di Gesù è descritta con un solo verbo: kaì stauroz2sin autón, “e lo crocifissero” (Mc 15,24; Mt 27,35; Lc 23,33; Gv 19,18). L’attenzione si concentra sulle scene di derisione, in contrasto con l’atteggiamento di Gesù, che prega rivolgendosi a Dio (Mc-Mt) o al Padre (Lc). Il racconto della crocifissione e della morte di Gesù è scandito dalle allusioni ai Salmi della passione del giusto (Sal 22,2.8-9.19; 69,22). I lettori cristiani sono invitati a riconoscere in Gesù morente il Cristo e il Figlio di Dio, che li precede sul cammino di passione.
Accanto all’intento catechistico e parenetico nel racconto della passione si ravvisa una tendenza apologetica. Gli autori dei Vangeli si preoccupano di dissipare il sospetto che avvolge la morte di Gesù in croce, condannato dal governatore Ponzio Pilato, rappresentante del potere imperiale di Roma. Nei territori occupati e amministrati dai delegati o rappresentanti dell’impero, sono condannati alla morte di croce i ribelli e i capi delle insurrezioni antiromane. La condanna di Gesù alla morte di croce è un marchio d’infamia, che contraddice la sua pretesa messianica e compromette l’attendibilità del suo messaggio. La sua morte di croce getta un’ombra sui discepoli e su tutto il movimento che lo riconosce e proclama Cristo, Figlio di Dio e Signore.
Nel racconto della passione si riflette la preoccupazione di spiegare la condanna di Gesù alla morte di croce sullo sfondo del confronto e del contrasto tra il movimento cristiano e le istituzioni ebraiche. La guerra giudaica contro Roma, della fine degli anni sessanta, con la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., ha l’effetto di catalizzatore nella polemica che divide i seguaci di Gesù e i rappresentanti del giudaismo ufficiale, riorganizzato attorno allo studio e alla pratica della Toràh. Nei Vangeli, scritti in greco per i cristiani che vivono nella Palestina controllata da Roma o nelle città dell’impero, si racconta che la condanna di Gesù alla morte di croce è avvenuta su istigazione delle autorità giudaiche – i capi dei sacerdoti (e anziani) – contro la volontà di Pilato, intenzionato a liberarlo perché “non trova un fondamento alle loro accuse” (Lc 23,4.14-15.22; Gv 18,38; 19,4.6; cf. Mt 27,23; Mc 15,14). Nel racconto di Marco e Matteo, Pilato sa che i Giudei l’hanno consegnato dià phthónon, «per invidia» (Mc 15,10; Mt 27,18).
Il racconto della passione di Gesù nei Vangeli segue uno schema comune, anticipato nel terzo annuncio del destino doloroso del Figlio dell’uomo, sulla via di Gerusalemme: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte, lo consegneranno agli stranieri, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno…» (Mc 10,33-34; Mt 20,18-19; Lc 18,31.32-33). La passione di Gesù inizia con il suo arresto e si conclude con la sua morte-sepoltura. Dopo il racconto del complotto dei capi giudei per arrestare Gesù, e della cena finale con i discepoli, seguita dalla preghiera al Getsemani – monte degli Ulivi (Lc) la narrazione riprende con l’episodio dell’arresto di Gesù: «E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei “Dodici”, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani…» (Mc 14,43; Mt 26,47; Lc 22,47). Giuda è identificato con la dicitura “uno dei Dodici”, come se fosse la prima volta che compare sulla scena, mentre è presentato con la stessa fraseologia nell’accordo con i capi giudei e nella denuncia del traditore durante la cena di addio (Mc 14,10.20; Mt 26,14.20.25; Lc 22,3). Nel Vangelo di Giovanni il racconto della passione segue uno schema analogo. Inizia con l’arresto di Gesù al di là del torrente Cedron e termina con la sua morte-sepoltura (Gv 18,1-3; 19,30.42).
Nello schema del racconto condiviso dai quattro Vangeli, sono inseriti diversi episodi. Nella parte iniziale il racconto della passione è ampliato con le sezioni preliminari, che vanno dal complotto dei capi giudei contro Gesù, alla cena di addio e alla preghiera del Getsemani. Il racconto comune della passione, che fa perno sul titulus della croce, è arricchito con l’inserzione di sequenze tramandate in modo autonomo: il rinnegamento di Pietro, la scena di Barabba e la sepoltura. Il significato della morte di Gesù è esplicitato in Marco con ritocchi e aggiunte: la minaccia di distruggere il tempio (Mc 15,29; cf. 14,58); l’invito a scendere dalla croce (Mc 15,30.32); la proclamazione dell’ufficiale che assiste alla morte di Gesù: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39). Sono indizi di una tradizione pre-marciana la citazione in ebraico-aramaico del Salmo 22,2, l’ambientazione apocalittica della morte di Gesù, senza interpretazioni di carattere cristologico o soteriologico, e l’assenza dei discepoli alla morte di Gesù.
Alcune sequenze derivano dalla tradizione propria di ogni autore e corrispondono alla sua prospettiva redazionale. Matteo ha a disposizione alcune tradizioni legate all’ambiente di Gerusalemme, che egli integra nello schema marciano. Nel racconto della passione le sezioni proprie di Matteo sono: la motivazione del rifiuto della difesa armata offerta dai discepoli nella scena dell’arresto (Mt 26,52-54); il pentimento e la morte di Giuda per impiccagione (Mt 27,3-10); l’intervento della moglie di Pilato a difesa di Gesù “giusto” (Mt 27,19); il governatore si lava le mani proclamandosi innocente del sangue di Gesù e il popolo che risponde: «Il suo sangue (ricada) su di noi e sui nostri figli» (Mt 27,24-25); il terremoto e la risurrezione dei corpi di molti “santi” alla morte di Gesù (Mt 27,51-52); i sigilli e le guardie al sepolcro di Gesù (Mt 27,62-66).
Rispetto al racconto della passione di Matteo e Marco, Luca ha diverse amplificazioni. Oltre alle sezioni proprie nel racconto della cena finale di Gesù – sentenze sulla Pasqua e istruzioni ai discepoli dopo le parole sul pane e sul calice (Lc 22,15-17.24-38) –, Luca racconta che un angelo dal cielo appare a Gesù durante la preghiera al monte degli Ulivi, mentre il suo sudore diventa come gocce di sangue (Lc 22,4344); la comparizione di Gesù davanti a Erode, che lo schernisce e lo rimanda a Pilato; questi lo dichiara innocente (Lc 23,6-12.13-16); le parole di Gesù alle donne sulla via della croce (Lc 23,27-32); la sua preghiera in croce e il dialogo con i due ladroni crocifissi (Lc 23,34.3943). Inoltre Luca omette alcune sequenze che si trovano nel racconto comune di Marco e Matteo: non racconta la sessione notturna del sinedrio e la scena di dileggio da parte dei soldati romani.
I singoli autori nel racconto della passione, con le rispettive sottolineature, amplificazioni e omissioni, presentano un ritratto particolare di Gesù. Marco lo presenta come il Cristo, che è riconosciuto e proclamato Figlio di Dio al momento della sua morte in croce. Matteo mette in risalto il profilo di Gesù, il giusto, il Messia e il Figlio di Dio, rifiutato da Israele. Luca segue la trama di Marco con più libertà, perché utilizza una tradizione affine a quella del quarto Vangelo. Egli mettein risalto l’immagine Gesù che, nella sua morte, offre la salvezza ai peccatori. L’autore del quarto Vangelo, che segue una tradizione autonoma rispetto ai Sinottici, approfondisce il significato della passione come manifestazione della “gloria” di Dio nel dono che Gesù fa della sua vita.
Quale attendibilità storica può avere una ricostruzione della morte di Gesù fatta sulla base del racconto della passione nei Vangeli? L’intento catechistico e parenetico, da una parte, e la preoccupazione apologetica, dall’altra, non rendono inaffidabile il racconto sul piano storico? Il racconto della passione di Gesù risente dell’interpretazione della comunità post-pasquale né più né meno del racconto che riguarda la sua attività pubblica. In questo caso si ha una convergenza dei quattro Vangeli, come in nessuna altra parte della narrazione evangelica. Questo è un indizio dell’esistenza di una tradizione comune autorevole. La concordanza del racconto della passione con la testimonianza delle fonti extraevangeliche depone a favore dell’attendibilità dei dati essenziali: Gesù è stato condannato alla morte di croce in Giudea dal governatore Ponzio Pilato, sotto l’imperatore Tiberio. Nel procedimento a suo carico l’iniziativa parte dalle autorità giudaiche, in particolare dagli alti funzionari del tempio rappresentati da Annah e dal suo suocero Joseph Caifa. La presenza di Pilato a Gerusalemme fa presumere che la morte di Gesù sia avvenuta in prossimità della festa ebraica della Pasqua, quando il governatore si trasferisce da Cesarea Marittima nella capitale della Giudea per controllare l’ordine pubblico della città. I particolari del racconto della passione e della morte di Gesù, la sequenza dei singoli episodi, il motivo della condanna e il ruolo dei vari protagonisti devono essere verificati sulla base dei criteri di storicità.

(Fonte: Gesù il “Nazareno”. Indagine storica, Cittadella 2011, pp. 703-707)