È possibile il dialogo tra gli adulti e i giovani

Piet Bakker

Ricette fatte per un dialogo tra gli adulti e i giovani non esistono. Quest’idea può sembrare eretica a chiunque abbia una mentalità intellettualistica. In teoria le cose sembrano tanto facili da risolvere. Ma la gioventù d’oggi non è più intellettualistica. La vita per i giovani vale molto di più che gli schemi; l’organismo più che le strutture. Ciò spesso è causa di frizione di corto-circuito tra adulti e giovani. Gli adulti ragionano abitualmente partendo dalle strutture familiari, mentre i giovani partono dalla vita sperimentata e spesso non trovano nella realtà quello che gli adulti gli dicono, per cui si sentono anzi ingannati dagli adulti. Gli adulti proiettano facilmente le loro vedute e convinzioni nei giovani, ma i giovani da parte loro si rifiutano di accettarle.
Urge quindi un vero dialogo che prima di tutto rispetti il giovane nella – sua propria esperienza e valutazione, ambedue inviolabili. Per poter capire qualche cosa di quello che vive e fermenta nel giovane occorre un’estrema apertura, frutto di confidenza. E tutti sanno che la confidenza la si deve meritare, non la si può mai esigere. Da ciò risulta che il dialogo suppone pienezza di bontà e di cordialità: cose tanto ammirate per esempio , in Papa Giovanni, il papa del dialogo. Poi occorre anche un’enorme recettività, cioè capacità di ascoltare. Pazienza e tranquillità. Disponibilità di ritornare indietro per potere cercare insieme allo stesso passo del giovane; = occorre buttare via nel momento del dialogo tutti gli schemi, tutte le scienze ben strutturate per diventare semplice compagno di strada chiacchierando all’unisono col cuore del giovane.
Nel giovane si fa allora strada la convinzione: ecco uno che mi vuole bene, che mi capisce; non sono più solo. Ancora: ci vuol pazienza! Quante cose si guastano colla fretta. L’adulto crede di voler dare la sua soluzione, che gli risulta da un’esperienza più matura e ch’egli propone come modello al giovane. Sbagliato!
Lo so, sembra quasi impossibile dialogare col giovane. Sembra una cosa tanto delicata che non si riesce mai. Non voglio esagerare: basta che ci sia una buona disposizione, una sincerità piena e soprattutto un rispetto dell’individuo. Solo così il dialogo diventa personale.

Ho fatto un’indagine tra i giovani

In pratica occorre usare una pastorale giovanile nuovo-stile. Occorre favorire e stimolare tutto quello che c’è di buono nel pensiero del giovane. Si tratta di esplorare: scoprire e rilevare ogni cosa di valore, un po’ quello che dice San Paolo nelle Lettere ai Filippesi ( 4, 8): Rivolgete l’attenzione a tutto quello che è vero, che è nobile, che è giusto e puro, amabile e attraente, a tutto quello che si chiama virtù e che merita lodi. Ma a volte non vi si riesce perché si è troppo occupati a trasmettere le proprie idee. Il dialogo suppone una sensibilità finissima e attenta, per tutto quello che vi è di positivo nelle idee e nei giudizi dei giovani.
Sentiamo i giovani! In vista di questo articolo ho fatto un’indagine tra parecchi gruppi di giovani 17-20 anni. Gli avevo posto la domanda: che cosa trovate importante nel dialogo tra adulti e giovani?
Ecco alcune risposte:
– l’adulto mi consideri «partner» di un colloquio sullo stesso piano;
– l’adulto abbia un interessamento generale per noi giovani;
– il colloquio sia aperto, sincero, «ad rem»: l’adulto non deve spaventarsi delle nostre idee; bizzarre opinioni;
– l’adulto non deve far valere le proprie idee, ma sentire quello che bolle tra i giovani.

Formulare i temi in maniera viva

Personalmente io uso il dialogo nella catechesi dei giovani e anche nei cosiddetti «giorni di formazione o di ritiro» che sostituiscono gli esercizi spirituali. Importante è formulare i temi in maniera dinamica.
Voglio dire questo: invece di domandare, «che cosa è credere, che cos’è la fede?» dico «Trovate che una visione di fede della vita contribuisca a una vostra maggiore felicità?».
Questa domanda è a taglio. Le risposte giungono disparate:
– la fede e la felicità non hanno niente a che fare l’una con l’altra!;
– può darsi che esista qualche rapporto, ma non necessariamente;
– la fede è qualche cosa che va bene per anziani;
– no, la fede è come un attaccapanni per appendervi la propria ansia;
– no, la fede porta con sè nuove ansie soprattutto l’angoscia del peccato mortale;
– la fede nuoce alla felicità;
– anzi, la fede a volte domanda il sacrificio della mia felicità;
– la fede ha da fare con la felicità: è come un rampone quando si è in difficoltà;
– allarga la felicità e la rende più profonda;
– la fede è una specie di sogno, una specie di anestetico (lenisce il dolore);
– la fede aumenta certo la felicità in colui che crede veramente. Queste risposte, a volte crude, servono come spunti, come nuove domande; un po’ come faceva Socrate nella sua famosa «maieutica». Ogni risposta ha qualcosa di vero. Molte risposte sono piuttosto grigi senza sfumature, in bianco e nero. Ma il più interessante è che si scopre in ogni contributo dei giovani qualche traccia di vero. Il dialogo è come un magnete che passa sopra le limature di ferro; attira tutte le particelle nella stessa direzione.
La sensibilità e la propria esperienza dei giovani aiutano l’adulto a entrare nell’argomento dalla loro porta. Sulla soglia di questa porta perde subito la sua superiorità e si trova a pari nella stessa stanza. L’adulto non è mai così ridicolo come quando si fida del suo bagaglio intellettuale per umiliare e sconfiggere i giovani.

Togliere gli ostacoli

Accanto alla formulazione dinamica sta la formulazione concreta. Invece di domandare: «Cosa pensate della Confessione» conviene domandare: Che senso ha il chiedere scusa l’un l’altro?». Dalla vita reciproca all’esperienza religiosa il passo è breve.
Altra cosa importante è togliere gli ostacoli al dialogo. Certe maniere di porre il problema servono più a chiudere il contatto che non ad aprire la strada. Così invece di domandare «I genitori possono orientare la fede ,dei figli?» conviene domandare «Credete che il modo di pensare e di fare dei genitori abbia influsso sul pensare e sul comportamento dei figli?».
Le domande vanno poste in maniera di invito. La prima domanda deve vari risonanza nell’interlocutore se sí vuole avere un dialogo. Perciò bisogna conoscere il tipo di giovani con cui si ha da fare. Questa conoscenza ci orienta a trovare la chiave per un dialogo formativo.

La persona in dialogo con la vita

Ed eccoci arrivati al nocciolo: il dialogo è sempre formativo, mentre l’istruzione rimane solo informativa. I giovani nel Dialogo si mostrano più vivamente interessati perché il problema è diventato un loro problema di vita, mentre l’istruzione parte da schemi e strutture teoriche, che in realtà i giovani non vi trovano quasi mai tali e quali nella loro vita.
Il dialogo «adulto-giovani» diventa allora una specie dí istruzione programmata. Il ragazzo ragiona per conto suo col materiale che piglia a destra e a sinistra, nel colloquio. Il non vedere chiaro un problema suscita in lui un conflitto personale.
Il dialogo come metodo catechetico punta non solo a un’istruzione religiosa ma a un’educazione religiosa. Il dialogo mira a mettere in luce tutto quello che fermenta nei giovani. Difatti la persona entra in dialogo con la vita. In questo senso l’adulto è piuttosto assistente. Egli stimola a mettere a confronto le idee con la realtà viva e vissuta. Invece di guardarsi l’un l’altro, i dialoganti guardano nella stessa direzione.
Il dialogo diventa tanto più difficile quanto più riguarda l’istruzione religiosa morale sistematica. Mi sembra che oggi giorno assistiamo a un cambiamento importante nella catechesi. Cioè il trapasso dalle idee chiare al senso del mistero, dalla vivisezione della vita al rispetto della vita. E in tutto questo processo o sviluppo non dobbiamo mai dimenticare che la religione; il Vangelo non è sistema, non è una teologia, non è un istituto, ma è vita. Conseguenza: è educazione religiosa-morale non può essere frutto di scienza religiosa, ma sí fonda su una esperienza religiosa, che fa parte della stessa vita.

Dio non crea gli uomini in serie

Queste sono alcune conclusioni forse discutibili. Ma a che cosa si è arrivati dopo tanti anni di catechesi sistematica? In Olanda si può certamente dire che l’apostasia dalla Chiesa non è dovuta all’ignoranza religiosa, ma alla discrepanza tra la teoria religiosa e la vita pratica. Con una religione simile solo teoretica, non c’era più modo di vivere. E la gente ha scelto la vita a preferenza della religione. Molti hanno scelto le proprie responsabilità invece di nascondersi dietro le strutture.
Ecco un altro aspetto del dialogo. Esso porta più direttamente a una presa personale di responsabilità. Ognuno deve vivere la propria vita. Voler sacrificare la propria personalità alla struttura, agli schemi, sotto: l’incubo del peccato mortale, diventa spesso spersonalizzazione. State certi: i giovani rifiutano una religione simile. È facile dire che essi hanno torto, ma di fatto assistiamo oggi a una battaglia tra le strutture che livellano la vita che è sempre spontanea. Apertura, dialogo per molti pastori d’anime non sono altro che parole. In pratica il dialogo e anche l’apertura implica un rispetto totale di questa verità: che cioè Dio chiama ogni uomo alla salvezza secondo la sua propria personalità, in una vita personale ed autentica. Dio non crea gli uomini in serie. Bene, intellettualmente si sarà d’accordo; ma nella pratica? Nella pratica si può arrivare persino al punto di dire come i Sinedriti: «Abbiamo una Legge e secondo questa Legge deve morire».
Il dialogo parte dalla convinzione che le vie del Signore non sono le nostre vie: parte da una tolleranza, di persone, adulte o giovani, che non camminano nella nostra strada. Non giova voler imporre le nostre idee. I valori miei non sono sempre valori per un altro e forse non lo diventeranno mai. Quando si tratta di misteri come la vita e la religione, tutto l’uomo è in ballo e il progresso nella scoperta della vita e la sua comprensione è lentissimo. Ognuno deve fare la propria strada scontando conflitti a volte assai violenti, che lo costringono a riflettere sulla propria esistenza. In questa maturazione la luce della Rivelazione introdotta secondo giusta misura è piuttosto come un invito libero. Ciò è possibile per chi è pronto a calcolare le difficoltà della nostra gioventù, a riflettere con i giovani e a cercare insieme la risposta (che spesso non sarà ancora la risposta ultima della Rivelazione, ma che è già una promessa).
Basta non esagerare. Nel dialogo si guasta più per precipitazione che per lentezza, più per indigestione che per sottoalimentazione, più per abbondanza che per mancanza. Sapete, le cose per noi possono essere molto semplici, per noi che abbiamo già fatto strada, ma non per i giovani. È facile dire che devono approfittare della nostra esperienza, ma la nostra esperienza è per loro un’astrazione, che sfugge alla loro comprensione. Non ci capita forse di dire a un giovane per mille volte la stessa cosa finché a un certo momento scocca la risonanza e la rispondenza, di un’esperienza personale? In quel momento il giovane vi dirà che non aveva mai sentito prima di allora quelle vostre esortazioni. Il motivo è che soltanto adesso voi avete tradotto in parole una cosa viva.
Quanto perciò importante è la conoscenza dei giovani prima di entrare in dialogo con loro! Dovete in partenza stare dalla loro parte, essere veramente uno di loro. Se non c’è comune esperienza, se non c’è comprensione della loro vita, l’adulto non ha il diritto di entrare in dialogo. Non capirà nulla e rischia di annegarsi nelle proprie ragioni. Il dialogo suppone convivenza per poter parlare partendo dalla comune esperienza per vedere chiaro insieme nella comune oscurità. Non vale dal di fuori condannare e giudicare, vale valorizzare e apprezzare e caso mai anche condannare, dal di dentro ma sempre con giusta ragione.