La seduzione del mondo

e la seduzione di Dio

Benjamín González Buelta

La cultura della seduzione

I sociologi ci dicono che viviamo in una cultura della seduzione.
Dopo la caduta delle grandi utopie dell’epoca moderna – capitalismo e socialismo –, un senso di delusione ha riempito gli spazi della società postmoderna. Tante fatiche e illusioni stravolte sembrano perdute: non hanno soddisfatto le nostre aspettative. Davanti al vuoto dell’interiorità e alla perdita della dimensione trascendente della vita, che ci fanno sentire orfani, sono sorti due grandi progetti vani per incantare di nuovo il mondo: il consumismo e il divertimento.
Il consumismo è una formidabile invenzione che giunge in ogni parte del mondo dove ci sia qualcuno con un po’ di soldi in tasca. Il simbolo sono i grandi centri commerciali, dove non solo si può consumare di tutto, ma si crea un modo di mangiare, di vestire, di viaggiare e di divertirsi. È tutto uno stile di vita quello che si compra. Nei grandi centri i prodotti sono offerti in abbondanza, esibiti con il gioco dei colori, delle luci e degli specchi.
Si respira l’aroma sofisticato che giunge invisibile attraverso gli impianti di climatizzazione, con una musica di fondo che invita a rilassarsi e a contemplare tutto, senza pensare a guardare l’orologio.
Sembra la Terra promessa, e quegli spazi vogliono liberarci dai nostri bisogni.
Il secondo grande progetto è il divertimento, il passatempo, la distrazione. Ventiquattro ore al giorno, e in tutti gli ambienti, ci vengono offerti dispositivi elettronici che possono collegarci immediatamente con film, musiche, eventi sportivi e ogni tipo di spettacoli. Sono nati i nuovi dèi della cultura attuale. Non è più il tempo degli eroi né dei martiri, ma è giunta l’ora dei personaggi famosi, delle «celebrità», che occupano uno spazio sorprendente nei mezzi di comunicazione, con i loro meriti o con le loro stravaganze.
Per vendere prodotti di consumo e di divertimento, nelle sale di produzione di televisioni e di riviste, negli studi di registrazione e nei laboratori si elaborano continuamente sensazioni nuove, forti, intelligenti, che entrano in noi attraverso i sensi, ci corrono dentro, e penetrano nei solchi sempre aperti dei nostri appetiti naturali o artificiali provocati dal mercato. Ogni sensazione è studiata in maniera minuziosa. Il profumo di un albergo, il rumore di un aspirapolvere, lo scricchiolio di un cibo croccante quando si mastica o di un tessuto quando si lacera, il rumore dello sportello di una vettura di lusso quando si chiude, sono elementi elaborati dagli specialisti fino a ottenere la sensazione perfetta. Niente è lasciato al caso. Ogni senso viene studiato minuziosamente, per essere sedotto con effetti speciali, che sembrano usciti dal cesto di un mago. Ci ingannano e ci accecano abbagliandoci.
Il neuromarketing studia, con i mezzi più sofisticati della tecnologia attuale, in che modo le sensazioni raggiungano il cervello umano, per cercare quelle che vadano direttamente fino al fondo emozionale subconscio, dove si elaborano le nostre risposte e decisioni.
La pubblicità parla soprattutto al corpo e alla sfera emotiva, lasciando tra parentesi la ragione, perché si tratta di creare risposte programmate. Essa prende le decisioni per noi. Ci basta fare un clic sulla tastiera: dobbiamo soltanto lasciarci trasportare e scivolare nell’ebbrezza delle sensazioni. «Viviamo in un mondo di costrizioni e di sovrapposizioni, ma di poca passione» (A. Guidens).
La nostra cultura ci induce a vivere sempre di corsa, a rimandare la soddisfazione dei nostri bisogni profondi, per sperare nel piacere dei nuovi prodotti che vengono annunciati oggi e che arriveranno domani sui nostri mercati. La velocità non è molto amica della profondità.
In questa cultura della seduzione, conta soltanto quello che percepiscono i sensi; perciò si coltivano le apparenze, si antepone il sembrare all’essere. Mentre il corpo e gli stati emotivi subconsci sono manipolati in chiave di seduzione, il pensiero è debole e le decisioni sono insicure. Si dice «sì» senza dire «no», e gli impegni nella coppia, nell’amicizia, nel gruppo, nel lavoro hanno breve durata.
La sfida di questi tempi è presentata chiaramente dallo psicoterapeuta gesuita Carlos Domínguez Morano: «Non c’è bisogno di insistere sull’importanza che tutta la psicologia contemporanea ha deciso di dare al concetto di seduzione: un’importanza che alcuni non esitano a qualificare mitica. In ogni caso, è certamente provato che la nostra condotta è interdipendente dagli stimoli esterni, più di quanto il nostro narcisismo vorrebbe supporre. La nostra tonalità interiore cambia ogni volta in funzione dei campi di stimolazione in cui siamo immersi» [1].
Se però evangelizziamo i nostri sensi, potremo percepire le dimensioni più profonde della realtà. La cosa peggiore che potremmo fare sarebbe rifiutare questo tempo e pretendere di chiuderci in una torre inaccessibile, in una bolla asettica impossibile, e passeggiare per la strada con una maschera, avvicinarci alle persone con un gesto di rifiuto e di condanna, profetizzando aspramente contro questa nostra cultura.
È finito l’amore di Dio per questo mondo? Si è esaurita la sua immaginazione per elaborare offerte di vita nuova? Sono i creatori di sensazioni seducenti ad avere l’esclusiva per disegnare il mondo di domani? Ma lo Spirito di Dio opera anche in questa cultura. Non esiste popolo, né cultura, né religione, né situazione umana, né alcuna persona in cui Dio non sia presente operando e creando l’umanità nuova. Dove i sociologi e gli antropologi si fermano con le loro descrizioni, troviamo la proposta dello Spirito. Anche nei terminali elettronici che giungono a casa nostra, anche nelle vie dove passa la gente con gli abiti griffati, si rende presente lo Spirito. Bisogna avere però la sensibilità per percepirlo.
La nostra sfida non è fuggire dalla realtà, ma avvicinarci ad essa con tutti i nostri sensi ben aperti per guardare e contemplare, per dissolvere le scorie delle apparenze seducenti, e vedere, sentire e gustare la realtà, percependo nel più profondo di essa la presenza attiva del Dio che ci ama con una creatività infinita, perché ci incontriamo con lui e operiamo insieme per il suo regno. La nostra società ha bisogno non soltanto di profeti, che denuncino i mali che ci affliggono, ma di mistici, che scoprano dove Dio sta creando qualche cosa di nuovo, per proclamare questa Buona Notizia. È necessario non soltanto affermare vagamente che Dio ama questo mondo, ma anche segnalare dove e come egli opera, rielaborando la trama della vita momento per momento. La società ha bisogno di persone che con una sensibilità mistica possano incontrarsi con Dio nelle realtà più secolarizzate e più rovinate dal deterioramento personale, dall’ingiustizia e da ogni tipo di esclusione.

La spiritualità ignaziana

Quando i primi gesuiti cominciarono a muoversi per vie, piazze e strade, si domandava loro: «Che razza di religiosi siete voi, che non avete case come i monaci e i frati, i quali vivono in conventi e monasteri con chiostri e cappelle per alimentare la loro fede e poi presentarsi al mondo per annunciare quello che hanno contemplato?». Il p. Nadal coniò una frase che dice tutto: «La nostra casa è il mondo». Come gli altri religiosi incontravano Dio nella bellezza e nel silenzio dei loro chiostri, così i gesuiti lo incontravano nelle vie rumorose delle città, nelle strade deserte e nelle frontiere geografiche, religiose e culturali di quel tempo, agitato come il nostro da grandi cambiamenti ecclesiali, politici, religiosi e geografici, con la scoperta di nuovi mondi.
La grazia di questa vocazione appare prefigurata nell’esperienza di Ignazio di Loyola a Manresa, quando era seduto sul ciglio della strada vicino al fiume Cardoner. Egli sperimentò una illuminazione così grande che sembrava un altro uomo: vedeva con occhi nuovi tutte le cose, aveva occhi nuovi. Fu una trasfigurazione della vista.
Il p. Laínez, commentando tale esperienza di Ignazio, dice che egli «fu in modo speciale aiutato, informato e illuminato interiormente dalla divina Maestà, così che cominciò a vedere con altri occhi tutte le cose». «Così gli rimase una capacità di contemplazione e di unione con Dio, che sentiva devozione in ogni cosa e in ogni luogo molto facilmente» (J. Nadal).
Ignazio, negli Esercizi Spirituali (ES), ha proposto la sua esperienza nella contemplazione per raggiungere l’amore, dove ci invita a osservare tutta la realtà, per vedere Dio che opera in essa per noi.
È la trasparenza, la limpidezza della realtà. Questo ci fa pensare alle parole di Gesù a Nicodemo: «Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3). È questo il dono che ci viene offerto: vedere il regno di Dio oggi in mezzo a noi.
Gli Esercizi Spirituali non soltanto ci cambiano il cuore, l’affettività profonda, per ordinare la nostra vita secondo la proposta che Dio ci fa, ma ci cambiano anche la sensibilità, per percepire nel quotidiano dove e come Dio lavora, come crea il nuovo. Soltanto così potremo seguirlo, andare con lui e operare con lui, nella inderogabile novità che il suo amore fa sorgere ad ogni istante dal centro stesso di tutto quello che ci circonda. Non sappiamo dove finisca la nostra mano, dove cominci la mano di Dio, e come le due mani si uniscano.
Appaiono qui due dimensioni della mistica che sono fra loro inseparabili.
La «mistica degli occhi chiusi» ci mette in relazione con questo incontro continuo con il Tu inesauribile nel quale rimaniamo (cfr Gv 15,1-17), perché «il centro dell’anima è Dio», come dice san Giovanni della Croce. La «mistica degli occhi aperti» ci consente di contemplare Dio come l’ultima verità di tutta la realtà: del bello e del rovinato, di ciò che muore e di ciò che nasce, delle vittime e dei Caino, dei nostri e dei diversi da noi.
L’incontro con Dio nella solitudine ci trasforma il cuore, e allora potremo vedere con chiarezza. È il cuore che vede. L’occhio si posa su quello che amiamo: Ubi amor ibi oculus, «Dove c’è l’amore, lì c’è la capacità di vedere » (Riccardo di San Vittore). L’amore ci consente di fissare lo sguardo e contemplare Dio nel «sotto» rovinato e nel «dentro» misterioso della realtà.
Ogni passo verso il fondo della realtà ci consente di addentrarci sempre più nel mistero di Dio che accoglie tutto il creato. Poi, quando ritorniamo alla contemplazione personale, non lasciamo fuori dell’incontro con Dio nulla di ciò che siamo e degli spazi in cui ci muoviamo.

Nuova sensibilità verso il mistero

Il regno di Dio cresce in mezzo a noi, in spazi nei quali tendiamo a vedere le cose soltanto attraverso lo sguardo di coloro che ogni giorno ci insegnano la realtà nella prospettiva dei propri interessi.
Le immagini della realtà portano in sé uno spirito di guadagno, di militanza politica, di attrazione per uno spettacolo. Non sono innocenti.
Quando Gesù osservava la realtà del suo tempo, diceva quello che vedeva, non quello che dalla sinagoga gli insegnavano a vedere: «Il regno di Dio è in mezzo a voi!» (Lc 17,21). Isaia, a Babilonia, lo diceva agli ebrei oppressi dagli anni di un esilio senza via di uscita: «Ecco, guardate: io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19). Guardare, accorgersi è un riferimento ai sensi, alla sensibilità. Davanti all’opera di un artista geniale, noi possiamo passare oltre, perché non abbiamo la sensibilità per percepire l’arte che essa esprime; ma chi ha una sensibilità affinata può percepire la bellezza ed entrare nell’universo umano che questa opera suggerisce.
Non si tratta soltanto di sapere che il regno di Dio si manifesta in modo concreto, a volte in modo molto semplice, con dialoghi, volti, canti, impegni, carestie e così via. Bisogna percepirlo, e allora la gioia del dono di Dio entra nel nostro cuore.
Negli Esercizi la persona che si muove «nella sua cecità» (cfr ES 106) è condotta, attraverso la contemplazione di Gesù, fino alla visione dell’opera del Regno, e della novità che Dio oggi opera in mezzo a noi.

Il rispetto del reale

A volte si pensa che l’esperienza religiosa ci allontani dal reale e ci lasci assorti in pensieri remoti. «Il prossimo, gli amici, le cerimonie religiose, la bellezza del mondo non diventano irreali dopo il contatto diretto dell’anima con Dio, anzi è proprio allora che diventano reali le cose che prima erano soltanto sogni» (Simone Weil).
In due modi noi nascondiamo la realtà e non la rispettiamo: quando la idealizziamo e quando la demonizziamo. A volte idealizziamo la realtà, perché non sopportiamo di vederla in tutta la sua durezza, o perché la amiamo tanto da non volerne vedere i difetti.
A volte la demonizziamo, perché non ci conviene vedere qualche cosa di buono in una persona o in una situazione. Però, con la stessa tinta di colore brillante quando idealizziamo, o di colore scuro quando demonizziamo, noi rinneghiamo la realtà, e al tempo stesso nascondiamo anche l’opera di Dio nella profondità di queste situazioni.
Ci sono aspetti della realtà che si scoprono attraverso gli strumenti scientifici: soltanto attraverso un microscopio si possono vedere i batteri nell’acqua. Ci sono invece altre dimensioni accessibili soltanto alla contemplazione, con cui lo sguardo dissolve il rivestimento esterno e può scrutare la profondità. Uno sguardo scientifico può descrivere tutti i tratti di una persona che vaga smarrita con la sua psiche malata, ma lo sguardo contemplativo può sentire e gustare la dignità infinita di un figlio di Dio. Questa scoperta può risvegliare formidabili dinamismi operativi.
Il mistico con gli occhi aperti può essere il più realista, perché vede non soltanto la superficie, ma la verità ultima del reale, dove Dio opera senza riposo con una discrezione infinita, e apre nuove possibilità.

Vani tentativi di seduzione da parte del mondo

Il consumismo, il divertimento o la militanza politica possono creare spettacoli abbaglianti che ci stordiscono. I grandi eventi sportivi, le campagne politiche, gli imponenti concerti che raccolgono migliaia di giovani possono essere montature elaborate con tecnologie sofisticate, che ottengono la partecipazione entusiasta della gente.
Non ci stupisce di ascoltare in queste manifestazioni alcuni motivi religiosi. A volte essi sono favoriti esplicitamente, perché oggi si ha coscienza del potere dell’evento per convocare e per festeggiare.
La cerimonia di apertura dei Giochi olimpici del 2008 in Cina è stata una grande parabola in cui si celebrava l’utopia. Molti popoli della terra, con i tratti di tutte le razze e con le vesti che rappresentavano la loro storia e la loro cultura, si univano in una grande festa comune, con un solo canto, con un solo ritmo, per festeggiare e per competere con un gioco pulito, senza discriminazioni e senza inganni.
La si può considerare una grande parabola laica dell’utopia.
Certamente in molte celebrazioni vediamo espressi con arte frammenti di vita molto umana. Lo Spirito vive in artisti e in persone che esprimono il meglio della nostra esistenza, ma non sempre è facile scoprirlo, per l’intreccio di interessi e di manipolazioni che muove i fili dello spettacolo. Per incantare veramente il mondo, bisogna non soltanto accogliere il bello, ciò che è ordinato, ciò che brilla, ma bisogna anche assumere la fragilità umana, il realismo degli inferni personali e sociali, nei quali oggi milioni di persone si stanno dissolvendo come acqua nel mondo liquido.
Ci sono molte celebrazioni fatte per estraniarsi e dimenticare; molta droga circola fra i tappeti rossi, brilla nello scintillio degli schermi, durante alcuni spettacoli musicali. La vera celebrazione, come fa l’Eucaristia, accoglie la vita umana nella sua quotidianità di piaceri e di sbagli, e la conduce dall’asprezza della croce fino alla trasfigurazione della vita nella risurrezione. Nessuna crocifissione della vita rimane fuori della festa. È ciò che accade nella parabola del banchetto (cfr Lc 14,15-24). Il padrone invia messaggeri perché vadano ai margini della città, nelle periferie dove sono gli esclusi senza proprietà e senza domicilio, per invitarli a entrare e a celebrare la festa, a cui non vogliono partecipare quelli che si sentono soddisfatti di un loro bene personale. Il grande circo mediatico, che oggi gira attorno a noi continuamente, entra in noi con immagini e suoni seducenti; sa molto di evasione, di distrazione, di fuga, allontanandoci da noi stessi e dalla realtà. Non ci consente di fermarci a contemplare, di riconoscere e celebrare ciò che Dio compie oggi, manifestandosi in silenzio dal centro della nostra umanità limitata.
«Guai a coloro che si alzano presto al mattino e vanno in cerca di bevande inebrianti e si attardano alla sera. Il vino li infiamma.
Ci sono cetre e arpe, tamburelli e flauti e vino per i loro banchetti; ma non badano all’azione del Signore, non vedono l’opera delle sue mani» (Is 5,11-12).

Abbiamo bisogno di liberare i nostri sensi

Nella cultura della seduzione abbiamo bisogno di liberare i nostri sensi da un modo imposto di percepire la realtà, e dai contenuti che abbiamo finora percepito e interiorizzato.
Non siamo pagine bianche. Ci attraversano «sensazioni seducenti», e siamo abituati a ritmi accelerati, al vivere nell’istante, che crea in noi «viscere impazienti». Il ricorso continuo a schermi e cuffie di ascolto ci può trasformare in «predatori audiovisivi», che consumano informazioni e spettacoli senza poter mai pensare con calma e assimilare.
Gli stimoli sempre più intensi possono indebolire la nostra sensibilità, impedendoci di percepire le sfumature della presenza e delle proposte dello Spirito. Davanti all’insicurezza e alla paura, sollecitati da tante offerte, possiamo dire «sì» senza dire «no», lasciando sempre aperte le nostre scelte e realizzando impegni inconsistenti, fino alla fine della nostra vita. Davanti alle difficoltà del momento presente, possiamo provare un senso di disincanto, che è una «eresia emozionale», che ci impedisce di percepire il nuovo che Dio sta realizzando in questa cultura di seduzioni.
Possiamo essere ciechi senza rendercene conto. Come i cristiani di Laodicea, abbiamo bisogno di un collirio per vedere bene (cfr Ap 3,18), per vedere la realtà come la contempla Dio. Nella Bibbia ci sono colliri che possono dare prurito agli occhi, ma che ci restituiscono una vista migliore. Il primo è l’immondizia dove Giobbe siede tra la cenere: dopo aver visto Dio da una condizione di salute, di fama, di ricchezza e di saldezza familiare, egli perde tutto. Dalla cenere vede la miseria del popolo e un’altra immagine di Dio: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42,5).
Un altro collirio è il deserto. Nel distacco, nel silenzio, si vede tutto con maggiore chiarezza. Nel deserto Gesù guarda il suo popolo e trova la sua proposta originale, superando le tentazioni. Un terzo collirio può essere la notte. «Amo del mio essere le ore oscure, nelle quali si affinano i miei sensi» (Rainer Maria Rilke). Nella notte arriva il Signore per servirci, ma arriva anche il ladro per derubarci: dobbiamo affinare la nostra sensibilità. La vedetta, infine, è posta a guardia alle frontiere della città: è una vocazione di contemplativo per vedere chi si avvicina, se è amico e porta la vita, o se è nemico e viene a distruggerci.
Ma il vero collirio è la contemplazione di Gesù: tutti i sensi di chi lo contempla sono da lui purificati. Soltanto così potremo scoprire le nuove offerte di Dio che vengono oggi a salvarci dal profondo della realtà.

Non c’è contemplazione senza coinvolgimento nel reale

Non contempliamo la realtà da lontano, da un palco privilegiato, ma coinvolgendoci in essa, nella vicinanza alle persone, dentro le situazioni, nei lavori quotidiani. Per incontrare Dio che opera sempre, dobbiamo operare anche noi, per unire la nostra azione alla sua.
Il capitolo 58 di Isaia è un punto di riferimento che ci illumina. I giudei si lamentavano perché Dio non li ascoltava nonostante i loro sacrifici e le loro offerte; ma il Signore risponde che devono impegnarsi con i poveri e i prigionieri, e che devono condividere: «Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”» (Is 58,9). Dove? Se condividerai il tuo pane, «brillerà fra le tenebre la tua luce» (Is 58,10), «la tua ferita si rimarginerà presto» (Is 58,8). Così l’interiorità di chi agisce sarà risanata, e la sua azione avrà una ripercussione sociale: «Riedificherai le rovine antiche» (Is 58,12).
«Per evitare i pericoli che la dimensione mistica del cristiano porta con sé, bisogna integrare in essa la dimensione etico-politica, che le è connaturale» (Juan Martín Velasco).
Teilhard de Chardin esprime felicemente tale esperienza: «Dio ci aspetta in ogni istante, nell’azione, nell’opera del momento. In qualche modo si trova sulla punta della mia penna, del mio piccone, del mio pennello, del mio ago, del mio cuore, del mio pensiero.
È portando fino all’ultima perfezione naturale il tratto, il colpo, il punto al quale mi sto dedicando, che coglierò la Meta ultima cui tende il mio volere profondo» [2].
Ma la contemplazione può comportare anche complicazione: non siamo padroni delle reazioni che il nostro impegno per il regno di Dio può provocare. «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?» (Gv 10,32). Aiutare a vedere la realtà può essere molto pericoloso.

Attenuiamo gli inferni umani seguendo Gesù

Mentre attenuiamo gli inferni umani, personali o sociali, e così scopriamo Dio, lasciamo fuori della realtà milioni di persone, e ignoriamo i processi personali di dolore fisico, psicologico e relazionale.
Nel Campo di rifugiati di Lainé si stavano assegnando diversi uffici a centinaia di rifugiati. Nel Paese continuavano a morire, colpiti da armi da fuoco, amici, parenti e conoscenti. In tale situazione, ha raccontato il direttore generale del Servizio dei gesuiti per i rifugiati in Guinea Conakry, «durante la cerimonia hanno continuato a cantare, ballare, parlare di pace, di inizio, di futuro. Davanti ai miei occhi gli esseri più lapidati del pianeta stavano facendo dell’ultima pietra della lapidazione la prima pietra di una nuova casa. È una delle cose più belle che ho avuto il privilegio di vedere nella mia vita. E mi domandi ancora perché sono qui?» [3].
Questa è la sfida centrale della mistica degli occhi aperti. Scoprire Dio presente e attivo là dove apparentemente non può stare in alcun modo e la sua assenza sembra più clamorosa. Nei quartieri più emarginati si formano comunità cristiane con un senso evangelico ammirevole.
Non c’è bassezza umana dove Dio non stia liberando la vita.
Il grande amore ci può spingere, come ha fatto Gesù, a impegnarci per il Regno fino ai limiti estremi della condizione umana; ma qui incontreremo il Signore. Negli abissi incontriamo un’altra immagine di Dio. Passiamo da un Dio lontano a un Dio vicino, da un Dio forte a un Dio debole, da un Dio che punisce a un Dio punito, da un Dio insensibile a un Dio pasquale che muore e risuscita.

La realtà diventa trasparente

Teilhard de Chardin chiedeva non solo l’epifania di Dio, ma la trasparenza di tutto; questo però avverrà soltanto quando diventeranno trasparenti le situazioni più dure.
Anche la nostra oscurità può essere una fonte di illuminazione, come dice in una brevissima poesia Dulce María Loynaz: «E questa luce? / È la tua ombra».
I mistici con gli occhi aperti hanno attraversato la notte interiore e quella della storia, in solidarietà con coloro che soffrono; essi sanno per esperienza che nell’oscurità e nel nonsenso si prepara il futuro, come la prima comunità cristiana è sorta dal sepolcro vuoto di Gesù.
Nuovi segni per sentire e gustare l’azione di Dio nel mondo Dove la realtà è diventata trasparente per noi, là nasce un «sacramento» dell’incontro con Dio. Nelle situazioni di dolore incontriamo Dio là dove egli si nasconde; ma quando si manifesta, ci impedisce di stendere la mano possessiva per appropriarci del bello e del buono.
Incontriamo «sacramenti» universali che tutto il mondo comprende.
Al funerale di Madre Teresa, erano riuniti in preghiera quelli che nella vita quotidiana appaiono avversari: musulmani, indù e cristiani. Altri sono «segni di contraddizione», come lo stesso Gesù e tanti al suo seguito, che si comprenderanno soltanto nel futuro.
Nella nostra vita personale sperimentiamo «sacramenti» di crocevia, che distinguono la vita in un prima e un dopo, come l’esperienza di Ignazio a Manresa. Abbiamo anche piccoli «sacramenti» della vita ordinaria, che passano senza essere percepiti, ma che colmano di una luce soave la nostra quotidianità.
Le aule scolastiche, la cucina di casa, la via dove abitiamo, l’ufficio possono diventare chiostri, spazi che ci parlano di Dio, a volte senza che ce ne rendiamo conto.
Al p. Kolvenbach, già Preposito generale della Compagnia di Gesù, fu chiesto se, quando pregava, guardava le icone orientali; ed egli rispose: «No, sono loro che guardano me». Nella misura in cui ciò che è attorno a noi diventa trasparente, sentiremo che Dio ci guarda dagli spazi abituali, e vivremo sentendo una presenza che ci colora la vita di senso.

Una nuova sensibilità contemplativa

Attraverso il processo che abbiamo descritto, vediamo come si possono trasformare i nostri sensi. Davanti a un paesaggio, un pittore vedrà tutti i colori, un ingegnere vedrà il tracciato di una possibile urbanizzazione, un ecologista vedrà le specie che si devono salvare. Davanti a un paesaggio innevato, noi diciamo che è bianco; ma gli esquimesi, che vivono sempre tra la neve e il gelo, hanno decine di nomi per indicare la neve. Un contemplativo vedrà la dimensione ultima della realtà, là dove Dio opera continuamente, perché la vita che Gesù ha portato si possa vivere in pienezza.
Questo modo di percepire la realtà può risvegliare in noi straordinari dinamismi di vita, invece di renderci immobili e tristi per la delusione. Sant’Ignazio, negli Esercizi, ci propone di contemplare come Gesù si avvicinava alla realtà con i cinque sensi. Gesù ha scoperto, nella realtà disgregata del suo tempo, che il regno di Dio era in mezzo al popolo. Questo processo che abbiamo descritto ci consente di nascere di nuovo per vedere il regno di Dio (cfr Gv 3,3).
«Non c’è niente di profano per chi sa vedere» (Teilhard de Chardin).

 

NOTE

  1. C. Domínguez Morano, Psicodinámica de los Ejercicios Ignacianos, Bilbao – Santander, Mensajero – Sal Terrae, 2003, 63.
    2. P. Teilhard de Chardin, L’Ambiente Divino, Brescia, Queriniana, 2014, 39.
    3. G. Sánchez-Terán, El silencio de Dios y otras metáforas, Madrid, Trotta, 2008, 55.

© La Civiltà Cattolica 2017 I 573-585 | 4002 (11/25 marzo 2017)