Io sono la risurrezione e la vita

Riflessioni pluri-tematiche sul Vangelo della domenica

Quinta domenica di Quaresima A

a cura di Franco Galeone
(Gruppo Biblico ebraico-cristiano)

La risurrezione di Lazzaro è l’ultimo e il più grande segno (miracolo) operato da Gesù prima della sua morte, e costituisce anche il motivo immediato della sua condanna. Molti temi si intrecciano in questo racconto: l’amore di Gesù a Lazzaro e alle sorelle, il presentimento della sua prossima fine, l’autorivelazione di Gesù come risurrezione e vita. Possiamo dividere l’episodio in tre grandi scene: a) quando è lontano, all’annuncio della malattia, Gesù afferma che questo è per la gloria di Dio (vv. 1-16); b) l’incontro con Marta e Maria è tutto centrato sulla fede e la speranza nella risurrezione che è Cristo stesso (vv. 17-32); c) nella risurrezione di Lazzaro, infine, troviamo la frase che riassume il vero significato di vita eterna: Se credi, vedrai la gloria di Dio (vv. 33-45).

Vita futura e vita eterna

Il punto centrale è il colloquio tra Marta e Gesù (vv. 20-27); in esso emergono due concezioni diverse della vita eterna: a) quella comune (o futura), che colloca la vita eterna alla fine dei tempi, dopo la risurrezione finale; b) quella gesuana (o eterna), che la colloca già adesso: Gesù realizza adesso ciò che Marta attende alla fine dei tempi. Con questa domenica si chiude la catechesi battesimale così densa di insegnamenti: Cristo è l’acqua per la nostra sete (Vangelo della samaritana); Cristo è la luce per le nostre oscurità (Vangelo del cieco guarito); Cristo è la vita eterna contro la morte (Vangelo di Lazzaro). Evidenziamo alcune parole-chiave:
– Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà: la prima reazione di Marta è di rimprovero verso di lui; per comprendere bene il dialogo, bisogna ricordare che il verbo chiedere indica la richiesta di un inferiore a un superiore, mentre quando una richiesta è tra pari, si usa il verbo domandare. Quindi Marta pensa che Gesù sia inferiore a Dio.
– Gesù le disse: Io sono. IO SONO è il nome divino, ma è al presente, non dice Io sarò la risurrezione. La risurrezione non sarà in un futuro, come Marta crede, ma è presente con Gesù.
– Chi crede in me, anche se muore, vivrà. Quindi un discepolo, come Lazzaro, che ha creduto a Gesù, anche se adesso è morto, continua a vivere. Gesù cambia il concetto della vita e della morte. Il Signore non risuscita i morti, ma dona ai vivi una vita capace di superare la morte. La vita eterna non è più una speranza del futuro, ma una certezza del presente.
– Gesù si commosse profondamente: il verbo enebrimèsato andrebbe tradotto con sbuffò. Gesù sbuffa perché vede che la sua comunità non ha ancora compreso che la vita che lui comunica è capace di superare la morte.
– Gesù scoppiò in pianto: alla lettera lacrimò (edàkrusen); c’è da distinguere tra due verbi greci, tra piangere e lacrimare: l’evangelista distingue il pianto dei giudei e delle sorelle, che è un pianto di disperazione, e il lacrimare di Gesù che è espressione di dolore e compassione.
– Togliete la pietra… liberatelo… lasciatelo andare: tre verbi imperativi che Gesù comanda alla sua comunità; il regno dei morti non è il luogo per un discepolo di Gesù. Chi ha dato adesione a Gesù, ha lo spirito di vita. E là dove c’è la vita, non ci può essere la morte. Lazzaro scompare e non dice neanche una parola né a Gesù, né alle sue sorelle. Lasciatelo andare. Ma dove deve andare Lazzaro? Deve continuare il cammino verso il Padre. Il verbo andare (ypàghein) nel vangelo di Giovanni indica il viaggio di Gesù verso il Padre; l’evangelista, attraverso queste immagini, vuole dirci che la comunità deve liberarsi dall’idea della morte come fine della persona. Allora bisogna sciogliere il morto, lasciarlo andare verso il Padre, dove Lazzaro già è vivo, vivente più che mai.

La vita: mistero e dono

Se noi proviamo pietà davanti a un morto e non davanti a un emarginato… allora la nostra commozione non è cristiana. Gesù non si è commosso solo davanti alla morte; la sua pietà ha avvolto tutti i sofferenti; attorno a Lui si aggirano malati nel corpo e nello spirito. E ogni sofferenza ha la forma di un sepolcro, davanti al quale non ci è lecito cantare il nostro bel gregoriano, se non dopo avere lottato contro ogni forma di sofferenza. Gesù non è stato un grande consolatore filosofico, il nuovo Socrate che invita ad accettare stoicamente la morte. Tutti i filosofi hanno detto che la vita è una preparazione alla morte, e molti cristiani lo hanno anche ripetuto. Ma Gesù non è venuto a raccomandarci l’accettazione della morte: è venuto ad insegnarci l’amore per la vita, a donarci la vita eterna, a parlarci di quello Spirito che vagava sull’abisso, suscitando dappertutto forme di vita. Se noi restiamo nel perimetro della saggezza umana, senza riferimenti allo Spirito vivificante, noi non abbiamo nessun argomento per sperare; dobbiamo solo accettare la filosofia del perimetro; si vive fino a tanto e basta! E’ una saggezza disumana, perché in questa rassegnazione sono impliciti il pessimismo e la disperazione. Noi cristiani crediamo che lo Spirito di Dio ha la capacità di rompere le pietre del sepolcro. Questa è la novità che riempie di santo stupore!
Purtroppo noi abbiamo disimparato a stupirci, ma chi non prova più stupore, alla fine diventerà stupido. Nasce un bambino? Nessuna meraviglia! Ma allora anche davanti alla risurrezione ci chiediamo increduli: Come è possibile?. La possibilità si misura su Dio, per il quale nulla è impossibile. E noi non dobbiamo immaginare il paradiso come una sorta di ottativo del cuore umano, proiettandovi tutti i nostri desideri inappagati. La Scrittura, mentre ci parla di vita eterna, non ci offre nessuna descrizione; il paradiso non ha bisogno di aggettivi; di fronte a quella vita eterna ogni altra vita è pallida analogia, riflesso insufficiente. Ricordiamoci la lezione del buon Senofane di Colofone, un filosofo greco del VI secolo avanti Cristo: Buoi, cavalli, leoni, se avessero le mani e potessero dipingere, disegnerebbero gli dèi simili a buoi o a cavalli o a leoni.
BUONA VITA!