DOMENICA V DI QUARESIMA – A – di Giuseppe Bellia

 

O Spirito Santo che da umili strumenti

trai melodie divine, riflesso della gloria,

apri le nostre labbra e il nostro cuore

perché cantiamo in eterno la tua lode.

Sorgerà un’aurora di nuova luce,

scintillante scenderà la rugiada,

le tenebre diverranno luminose

e linfa di vita fluirà nei sepolcri.

Alla tua voce, o Figlio di Dio

fuggirà spaventata la morte,

al tuo grido di vittoria tremeranno

gli inferi e satana sarà stritolato.

Beata risurrezione che esci

dalle lacrime e dalle suppliche

del mio Signore sulla sua croce

e dal suo sonno nel sepolcro!

Soffusa speranza nei nostri cuori,

in te crediamo perché risorgeremo

e dalla nostra carne vedremo Dio,

vittorioso ergersi su polvere di morte.

Se anche ora in te mi addormento,

dolce sarà la mia morte nella vita,

perché ti attendo mio Signore Dio

e in te, Gesù, riposerà la mia anima.

PRIMA LETTURA                                           Ez 37, 12-14

Dal libro del profeta Ezechiele

Così dice il Signore Dio: 12 «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele.

Per questo profetizza e dirai loro. Per questo, per ciò che vanno dicendo: le nostra ossa sono seccate si smarrisce la nostra speranza, come si smarrisce il sentiero nel deserto, e fummo recisi (v. 11). Essi dicono cosi perchè hanno realmente coscienza che a questo sono ridotti dal peccato come è detto al c. 33,10: le nostre iniquità e i nostri peccati sono sopra di noi e in essi imputridiamo e come vivremo? Ora la Casa d’Israele, il popolo scelto da Dio, è divenuta una distesa di ossa secche nella valle: la speranza è veramente scomparsa, resta solo la Parola di Dio nel profeta, il figlio dell’uomo che l’annuncia. Ezechiele ci rivela la vera dimensione della morte: è il peccato, la ribellione a Dio, l’adorazione di chi non è Dio, che penetrata nelle nostra ossa c’inaridisce e ci fa morire: nella nostra natura e struttura di uomini, non è posta la speranza della vita, ma solo la certezza della morte. Resta solo la Parola di Dio e il Figlio dell’uomo che la profetizza. E da parte di Dio non c’è il silenzio ma è scritto: cosi dice il Signore Iddio ecco io apro i vostri sepolcriEcco, indica l’intervento pronto, libero e immediato di Dio. Io apro i vostri sepolcri, non più Dio distrugge ma dà vita: il fatto nuovo comincia a operare nella storia della salvezza. Il ritorno del popolo dall’esilio è la prima realizzazione del mistero della Risurrezione, ma non lo esaurisce: ogni azione dell’A.T. non si risolve mai in se stessa, ma si completa in Cristo: cosi anche il mistero della Risurrezione. Ma il fatto è immenso; tutto il popolo è innestato in questo mistero. L’esilio purifica il popolo dal peccato contro il suo Dio, dall’idolatria, dal suo adulterio, e inizia a porre termine alla morte. Il profeta dice a Dio: Tu sai se queste ossa vivranno; ma dopo l’azione profetica il mistero della risurrezione non è solo conosciuto da Dio ma è rivelato al popolo e in lui si realizza.

Is 26,18-19: il popolo è pronto per le doglie del parto; quando dei signori che non sono Dio lo hanno dominato egli non ha generato nulla e la salvezza non ha portato alla terra. Ma con un balzo improvviso il profeta grida: vivranno i tuoi morti i miei cadaveri risorgeranno. Svegliatevi e cantate voi che abitate la polvere poiché rugiada di luci è la tua rugiada e la terra metterà fuori le ombre (19). Ma prima della risurrezione c’è il gemito, ci sono le doglie del parto (cfr. Rm 8,22-24).

E vi farò salire dai vostri sepolcri, popolo mio. Il popolo è nell’esilio, giace nelle tenebre e nell’ombra di morte perchè non può compiere il culto: egli che è un regno di sacerdoti e nazione santa (Es 19,6).  Infatti la morte è essere reciso dalla lode come è scritto nel Sal 115,17-18: Non i morti lodano il Signore. Per questo il Signore dice: vi farò salire dai vostri sepolcri perchè mi possiate lodare e cantare le mie meraviglie. Se nella nostra carne è incisa la morte, qualora siamo riconciliati con Dio viene pure immesso il germe della risurrezione. Risurrezione perchè se non c’è non si può lodare: è proprio della morte non lodare ed è sua caratteristica il silenzio.

E vi condurrò alla terra di Israele. La terra dei Padri, della promessa, dove ci sono Gerusalemme e il Tempio.

13 Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio.

Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe (lett.: E conoscerete che Io sono il Signore nell’aprire io i vostri sepolcri) perchè solo il Signore può fare risorgere, solo il suo Spirito è vivificante. Le potenze avverse al Signore Gesù, che lo hanno crocifisso e che contrastano il nostro cammino verso la Pasqua possono solo uccidere e non dare la vita come è detto in Gr 8,1-3 Il nostro Dio è Colui che dà la vita, è la Vita. Noi lo conosciamo quando siamo vivificati, e lo conosceremo faccia a faccia cosi come è quando risorgeremo da morte.

14 Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete (lett.: e darò il mio Spirito in voi e vivrete). È lo stesso Spirito di Dio che è in noi e ci fa vivere e in Lui conosceremo che Dio ha parlato e ha fatto e questo rimanda al cap. 8 dei Rm, dove lo Spirito di Cristo dona la vita e la fa risorgere dai morti.

Vi è uno stretto parallelo con Gv 5,19,29: il Cristo è il Figlio di Dio alla cui voce i morti risorgono (25) ed è il Figlio dell’Uomo che farà uscire i morti dai sepolcri (28s). Duplice è quindi l’operazione: nella prima viene comunicata la vita, nella seconda la risurrezione. In Ez si parla della prima operazione e quindi profeticamente della seconda.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 129

Il Signore è bontà e misericordia.

Dal profondo a te grido, o Signore;

Signore, ascolta la mia voce.

Siano i tuoi orecchi attenti

alla voce della mia supplica.     R/.

Se consideri le colpe, Signore,

Signore, chi ti può resistere?

Ma con te è il perdono:

così avremo il tuo timore.         R/.

Io spero, Signore.

Spera l’anima mia,

attendo la sua parola.

L’anima mia è rivolta al Signore

più che le sentinelle all’aurora.  R/.

Più che le sentinelle l’aurora,

Israele attenda il Signore,

perché con il Signore è la misericordia

e grande è con lui la redenzione.

Egli redimerà Israele

da tutte le sue colpe.    R/.

SECONDA LETTURA                                       Rm 8,8-11

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, 8 quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.

È la conclusione di questa penetrante analisi dell’essere nella carne: è impossibile piacere a Dio, essere a Lui graditi, trovare grazia ai suoi occhi e quindi essere salvati. Non vi è nulla, nella carne, che è gradito a Dio anche se appare bello e gradito agli occhi degli uomini. Non si dà per ciò neppure un parziale ricupero dell’essere nella carne, camminare in essa e pensare quanto la riguarda. Il gradimento a Dio inizia là dove lo Spirito è presente.

9 Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.

La condizione per essere nello Spirito è che lo Spirito di Dio abiti in noi. Egli abita nei nostri cuori, dove ha effuso l’amore di Dio (5,5) e nel nostro corpo come in un tempio (1Cor 6,I9). Lo Spirito abita nel nostro intimo e lo riempie dell’amore di Dio in modo che la nostra anima, la mente, l’intelligenza, la volontà siano svuotate dall’io che le tiene prigioniere della carne e, liberate, si dilatino nello Spirito bruciando di sete per Dio e in questo anelito trovano la pace. Il nostro cuore, cioè la profondità del nostro essere, si placa, per la presenza dello Spirito, nell’amore di Dio. Lo Spirito pervade pure il corpo santificandolo perché in esso vi sia il culto a Dio. Il sacrificio vivente, santo, gradito a Dio (12,1). Poiché lo Spirito abita in noi, noi pure siamo nello Spirito. Come il Cristo è il «luogo» del nostro essere così lo è pure lo Spirito. Anzi, è lo Spirito, in quanto legge della vita, che ci fa essere in Cristo. Per questo dice: se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.

Lo Spirito di Dio è chiamato lo Spirito di Cristo. Lo Spirito come dice relazione a Dio Padre cosi dice relazione al Cristo, Figlio di Dio. Egli appartiene sia al Padre che al Figlio. In rapporto a noi mette in rapporto sia a Dio sia al Cristo. Qui ci è rivelato che diventa nostro possesso (ha) per farci proprietà del Cristo (gli appartiene). Noi diveniamo di Cristo perché abbiamo il suo Spirito. Lo Spirito si manifesta in noi rapportandoci a Cristo e cosi diviene una testimonianza in noi di fronte agli altri. Infatti, noi esperimentiamo che sempre più apparteniamo a Cristo e che Egli si manifesta in noi proprio perché abbiamo il suo Spirito. L’Evangelo si rivela cosi come la Parola, che lo Spirito attua in noi perché sia manifestato il Cristo.

10 Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia.

Poiché vi è lo Spirito di Cristo, questi è in noi. È in noi anche in questo momento in cui il corpo è morto per il peccato. Egli non attende il giorno della nostra glorificazione, ma fin d’ora è in noi. Ora il nostro corpo è morto nelle acque battesimali a causa del peccato. Noi dovevamo morire, come ha già detto, per essere liberati dal peccato e il Cristo ora è in noi, che viviamo in questa situazione di morte, per rendere sempre più totale la nostra morte al peccato, ma poiché Egli è in noi, lo Spirito è vita a motivo della giustificazione. Giustificati dalla fede a prezzo del sangue di Cristo, se da una parte viviamo in un corpo già morto al peccato, dall’altra viviamo nello Spirito, che è la vita. Lo Spirito può essere in noi ed essere la legge della vita perché Cristo è in noi. Come Cristo, per la sua redenzione, fa essere lo Spirito in noi così lo Spirito è in noi come la vita, che sempre più vince la morte e investirà anche la realtà corporea, come subito dice.

11 E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

L’inabitazione dello Spirito in noi si estende dall’intimo fino all’esterno, al nostro corpo. Dio, cui appartiene lo Spirito, è Colui, che ha risuscitato Gesù dai morti.  Dandoci lo Spirito di Cristo e facendolo abitare in noi quindi dandocelo come presenza continua, Dio ci ha dato la garanzia che vivificherà i nostri corpi mortali.  Quanto Egli compirà in noi lo ha già compiuto nel Cristo e nel darci lo Spirito di Cristo ci ha dato Colui che trasformerà la sua abitazione da mortale a vivente. La vivificazione è una necessaria conseguenza dell’inabitazione dello Spirito. «Se, infatti, lo Spirito di Cristo abita in noi, appare necessaria che sia ridata allo Spirito la sua abitazione e restituito il tempio» (Origene, o.c., p. 356).

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Lode e onore a te, Signore Gesù!

Io sono la risurrezione e la vita,

dice il Signore,

chi crede in me

non morirà in eterno.

Lode e onore a te, Signore Gesù!

VANGELO                                                        Gv 11,1-45

 Dal Vangelo secondo Giovanni

1 In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato.

Maria è il punto di riferimento. Colui che è infermo è Lazzaro, di cui si dice che è da Betania, da dove provengono pure Maria e Marta sua sorella. Di Lazzaro si dice solo che è ammalato. «Siccome la natura umana è soggetta a mutare, anche un amico di Gesù può talora ammalarsi e ammalarsi in un momento in cui Gesù non gli è vicino e, quindi, non soltanto ammalarsi, ma anche morire» (Origene, Fr. LXXVII).

2 Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato.

Ora si ricorda al lettore, in modo anticipato (12,3), il gesto che Maria compirà nella cena in onore di Gesù. L’evangelista, come ha messo Maria al centro del verso precedente, così ora ne anticipa il gesto per annunciare come il profumo del myron, che Maria ha sparso sui piedi di Gesù, riempia ogni credente in Cristo del profumo dell’incorruttibilità. È singolare infatti come Giovanni usi il termine Signore «che egli di solito non usa per Gesù durante il ministero quando parla di Lui nella narrazione in terza persona» (Brown, o.c., p. 548). Qui già si presenta al nostro sguardo la sua gloria e in Lui nostra. Il myron versato da Maria è di fattura umana, ma nel momento in cui viene versato sui piedi di Gesù diviene sorgente d’immortalità e preannuncia la guarigione di Lazzaro, che è infermo. Il myron annuncia così l’immortalità e la guarigione donata dai sacramenti che scaturiscono dal Signore.

3 Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».

Nell’inviare messaggeri a Gesù le sorelle pongono davanti al Signore la situazione (ecco), come aveva fatto Maria a Cana. È questo il più alto modo di richiesta e l’atto di fede più perfetto. Colui che tu ami è malato, a questo esse non aggiungono altro. Le loro parole rivelano da una parte l’intimità con Gesù e dall’altra come essa coesista con la malattia. Si crea una dinamica tra l’amore del Cristo e la malattia per cui i discepoli guardano con fede il Signore sicuri che il suo amore vince la morte. Per questo l’Evangelo ha anticipato l’unzione da parte di Maria: perché si legga, alla luce di un avvenimento accaduto dopo, come il Cristo nel suo amore per noi distrugge la morte.

Come «la morte va sentita preceduta dalla risurrezione» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Ras el Amud, 27.10.1975) così ogni malattia è preceduta dall’amore di Gesù. «Prima che il male venga verrà la grazia per sostenerlo» (ivi). La paura deriva dal fatto che non crediamo all’amore e quindi vediamo il male senza vedere la grazia preveniente.

Chi percepisce l’amicizia del Cristo verso gli uomini basta che presenti al Signore la necessità dell’altro. Se siamo suoi discepoli siamo pure suoi amici. L’amore, che ci lega l’uno all’altro, fa in modo che esponiamo al Signore la necessità dell’altro. «Infatti un amico, siccome vuole il bene dell’amico come bene proprio, allo stesso modo che respinge il proprio male è sollecito a respingere il male dell’amico» (s. Tommaso, 1475). Allo stesso modo «quando c’è qualcuno che soffre e ci pesta i piedi, anziché rimuginare, è bene fare questa preghiera» (Sr. Lucia, appunti di omelia, Ras el Amud, 27.10.1975). Coloro che conoscono la potenza del Cristo supplicano; i suoi amici gli fanno presente quello che sta accadendo. «Era sufficiente che Egli sapesse: Egli non avrebbe abbandonato colui che amava» (s. Agostino, XLX, 5).

4 All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato».

Poiché Gesù ama Lazzaro, la malattia di questi non è mortale. La morte non ha potere su Lazzaro perché l’amore di Gesù la ferma e tramuta la malattia nella manifestazione della gloria di Dio, quella stessa gloria, che si manifesta in Gesù, il Figlio di Dio.

Questa parola di Gesù ci rivela come nessuna infermità sfoci nella morte per coloro che Gesù ama ma, al contrario, divenga luogo dove il Figlio di Dio è glorificato. Vi è invece una malattia dove opera la morte in coloro che Gesù non ama e che non gli sono amici. In essa non si manifesta la gloria di Dio, ma il dominio della morte. In coloro che Gesù ama «le cause della malattia sono trascese (cause: satana e male) nella glorificazione del Figlio. Questo è bello: non c’è più nulla di negativo che non sia risolto in una manifestazione della gloria del Figlio. C’è un crescendo: dalla cecità alla morte. Non si nega il significato precedente (il peccato e il satana) ma è tutto trasceso» (d. U. Neri, appunti di omelia, Ras el Amud, 27.10.1975). Restano sotto il dominio della morte coloro che odiano il Cristo; questo è il peccato che conduce alla morte (1Gv 5,16); in costoro non si manifesta la gloria di Dio, ma ciò che essi fanno al Figlio di Dio ne manifesta la gloria Dopo la risurrezione di Lazzaro, odieranno talmente Gesù da volerlo uccidere innalzandolo sulla Croce e quindi glorificandolo. In questo ultimo segno Gesù appare nella sua gloria, quella di Figlio di Dio, che ha potere sulla morte e che pertanto opera il giudizio sugli uomini, dando la vita a coloro che Egli ama e lasciando nella morte coloro che Lo odiano. Il Signore conferma con questo segno che la sua voce è udita non solo dai vivi ma anche dai morti. E se i morti gli obbediscono, perché i vivi si ribellano a Lui? Per la fondamentale differenza che esiste tra chi è morto e chi è vivo? I morti sanno quale sia la vera morte, i vivi non lo sanno. I credenti in Cristo sanno quale malattia sia veramente mortale e quale non lo sia. «Soltanto il cristiano sa cosa bisogna intendere per malattia mortale. Egli, come cristiano, ha conquistato un coraggio che l’uomo naturale non conosce: questo coraggio lo acquistò imparando a temere quello che è ancora più temibile. È sempre in questo modo che l’uomo acquista coraggio; quando si teme un pericolo maggiore, l’uomo ha sempre il coraggio di affrontarne uno minore; e quando un pericolo si teme infinitamente, è come se gli altri non esistessero affatto. E il temibile, che il cristiano ha imparato a conoscere, è la “malattia mortale”» (Kierkegaard, La malattia mortale, Esordio).

5 Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro.

Amava, Gesù ama in modo continuo e perfetto. Nei confronti di Marta, di sua sorella e di Lazzaro, Gesù agisce amando. Il segno, che Egli sta per compiere, manifesta la sua gloria di Figlio di Dio. L’irradiazione della sua gloria è amore. Questo versetto è quindi la chiave interpretativa di questo segno. L’amore non esige un apparato esterno di potenza e di manifestazione, ma è relazione. Il Figlio di Dio mostra la sua gloria con la forza dell’amore. Più Egli si annienta perché ama più manifesta la sua gloria. Chi invece cerca manifestazioni esterne esalta se stesso e non ama.

Commenta Agostino: «Lazzaro era ammalato, esse erano tristi, ma tutti erano amati; chi li amava era il salvatore dei malati, il risuscitatore dei morti, e il consolatore dei tristi» (XLIX,7). Gesù ci ama nella situazione in cui siamo e si relaziona a noi, come vuole che noi ci relazioniamo a Lui. In questa relazione nessuna situazione è una malattia mortale ma diviene il luogo dove Gesù è glorificato perché Egli riempie ogni situazione con il suo amore. Ovunque noi siamo e ovunque ci vogliamo collocare, Gesù sempre ci ama perché sempre noi possiamo conoscere il suo amore e crederci. La conversione, come ritorno alla vita, è sempre possibile perché sempre è prevenuta dal suo amore.

6 Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava.

Ha premesso che Gesù amava e ora dice che Egli resta nel luogo dov’era altri due giorni. «Non è un atteggiamento umano, noi saremmo subito andati; lo lascia morire. Noi abbiamo la certezza dell’amore di Gesù, però ci vuole una fede pura nell’amore perché non è legata alla ragione» (Sr. Chiara, appunti di omelia, Ras el Amud, 27.10.1975). Gesù non si lascia dominare dagli avvenimenti, ma li domina perché in tutto agisce secondo la volontà del Padre. Ora comprendiamo dall’agire del Signore che era volontà del Padre che Lazzaro morisse, fosse sepolto e già iniziasse il processo di corruzione. «I farisei infatti e i dottori della Legge erano gente incredula, che avrebbero negato la risurrezione di Lazzaro, allo stesso modo che avevano rifiutato di credere alla guarigione del cieco nato. Gesù Cristo non voleva che si dubitasse della morte di Lazzaro per poi non dubitare della verità del miracolo compiuto con il richiamarlo dai morti» (Sacy).

7 Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».

Dopo che i due giorni sono passati, Gesù vuole tornare in Giudea. Egli non dichiara subito ai discepoli quanto intende fare. Dichiarando di voler andare in Giudea, Gesù vuole che anche questo suo ultimo segno sia qui collocato. Egli vuole che in Gerusalemme e nelle immediate sue vicinanze si riveli la sua gloria di Figlio di Dio, attraverso i segni da Lui compiuti, e ci si prepari ad accogliere la sua ultima manifestazione nel suo essere elevato da terra. La guarigione del paralitico presso la piscina, vicino alla porta delle pecore, la guarigione del cieco nato alla piscina di Siloe e infine la risurrezione di Lazzaro sono segni nei quali Egli si rivela come il Signore del sabato che distruggendo il peccato dona forza all’uomo e lo fa entrare nel vero riposo; Egli è la Luce del mondo e infine in Lui la morte è un sonno perché Egli è la risurrezione e la vita. Egli deve perciò andare in Giudea perché noto in Giudea è Dio (Ps 75,2)».

  1. Tommaso coglie un significato mistico in queste parole del Signore: «Sta a indicare che Egli alla fine del mondo tornerà presso i Giudei, i quali si convertiranno a Cristo, come accenna Paolo (Rm 11,25): L’indurimento, o cecità di una parte d’Israele è in atto, fino a che saranno entrate tutte le Genti» (1483).

Il ritorno di Gesù in Giudea è quindi anticipazione profetica del suo ritorno glorioso. Egli si è sottratto non perché avesse paura delle pietre ma per indicare che i Giudei non lo potranno più trovare, ma quando Egli si manifesterà sarà la risurrezione dai morti (cfr. Rm 11,15).

8 I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».

La decisione di Gesù coglie di sorpresa i discepoli. Essi lo chiamano “Rabbi”, “Maestro” perché appaia che la loro domanda non è un rimprovero, ma piuttosto una richiesta. Essi chiedono spiegazione a Gesù di una decisione che ai loro occhi appare temeraria. Per quale ragione Gesù si espone di nuovo al pericolo? I Giudei, che abitano in Gerusalemme e nei dintorni, sono i più accaniti avversari di Gesù. Essi hanno sempre pronte le pietre per lapidarlo. I discepoli non temono solo per Gesù ma anche per se stessi. Ciò ha paralleli nei vangeli sinottici. «In Mc 10,32, quando Gesù si muove verso Gerusalemme dalla valle del Giordano, i discepoli seguono Gesù, ma sono pieni di timore riguardo a ciò che avverrà» (Brown, o.c., p. 562).

9 Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo;

Nella sua risposta proverbiale Gesù indica nelle dodici ore del giorno, in cui Egli è la luce del mondo (cfr. 9,5), il tempo della sua presenza tra noi. Finché è con noi Egli è la luce e chi Lo segue non può inciampare perché vede la luce, come è detto: Alla tua luce vediamo la luce (Sal 36,10). Come chi cammina alla luce di questo mondo non teme d’inciampare, così chi cammina alla sua luce non deve temere. I discepoli devono seguirlo senza temere di cadere nelle trame loro nemici.

10 ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».

In realtà sono i suoi avversari che devono temere perché, rifiutando Gesù, stanno per inciampare nelle loro trame, perché in loro non vi è la luce e quindi sono nella notte. I discepoli di Gesù non devono perciò temere coloro che agiscono nelle tenebre perché dovunque siano, se illuminati dal Cristo, diffondono la sua luce che, rischiarando le tenebre, ne evidenzia le opere.

Un’altra lettura è quella storica: Gesù non è in pericolo perché ancora non è venuta la sua ora. Ancora non opera contro di Lui il potere delle tenebre e non è ancora giunta l’ora dei suoi nemici (cfr. Lc 22,53).

11 Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo».

Disse queste cose: l’evangelista conferma quanto ha detto Gesù in precedenza e dichiara di essere un testimone veritiero, che ne ha udito con chiarezza le parole. Sigillando con la sua testimonianza le parole del Signore, Giovanni dichiara pure che esse sono la chiave di lettura dell’intero episodio. Dopo questo, egli riprende la narrazione registrando altre parole di Gesù: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato», poiché la sua malattia non è mortale in quanto è amico di Gesù e dei discepoli. Con Gesù la morte dei suoi è un sonno dal quale solo Gesù può svegliare. Per questo Egli dice: Vado. « È il grande andare di Cristo al Padre. Va sì da Lazzaro ma va per morire, risorgere e risvegliare i dormienti» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 29.10.1975). Gesù viene a risvegliare i suoi dal sonno della morte. Gesù quindi si relaziona in modo diverso con la morte dei suoi e con la morte di coloro che non gli appartengono, come è scritto: Preziosa agli occhi del Signore la morte dei suoi fedeli (Sal 115,15). I suoi fedeli sono i suoi amici. Essi dormono perché sono nel Signore in attesa di essere risvegliati. Coloro che non credono deridono Gesù quando parla della morte come di un sonno (cfr. Mc 5,39-40), i discepoli invece prendono alla lettera le parole del Signore e aggiungono:

12 Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà».

Questo sonno è salutare. Se Lazzaro si è assopito nel sonno significa che è scampato alla morte. I discepoli fraintendono le parole di Gesù, ma nel mistero annunciano la salvezza di coloro che sono morti nell’amicizia con Gesù e con i suoi. Essi non possono restare nella morte, perché Gesù non sopporta che la morte li domini e quindi sono salvi. Essi dormono e in Lui attendono di essere risvegliati.

13 Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno.

A questo punto l’evangelista chiarisce l’equivoco. Per sonno Gesù intendeva la morte di Lazzaro, i discepoli invece il dormire profondamente. In tal modo appare strano che Gesù si esponga al pericolo semplicemente per svegliare Lazzaro assopito in un sonno ristoratore. Ma la sua decisione di andare in Giudea e la parabola sulle dodici ore del giorno dovrebbero mettere in guardia i discepoli che il linguaggio di Gesù nasconde un altro significato. Ma essi ancora non comprendono. Spesso ci rapportiamo con Gesù come persone che non comprendono o che equivocano la sua parola.

14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto

Poiché i suoi discepoli non hanno compreso né la parabola né le sue parole circa il sonno della morte, Gesù parla a loro apertamente, anzi «lo dice con forza» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico 29.10.75). Lazzaro è davvero morto e Gesù dice questo con forza e non con rassegnazione, perché è il nemico, che Egli vuole distruggere in noi. Guardando alla morte dei suoi, Gesù la chiama sonno; guardandola in sé, come l’ultimo nemico, che dev’essere vinto (cfr. 1Cor 15,26) la chiama con il suo nome. In Lazzaro prima e poi in se stesso Gesù sfida la morte e la vince non solo in se stesso ma in ogni uomo.

15 e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!».

La certezza della vittoria sulla morte tramuta la sua sofferenza in gioia: Gioisco per voi, «è la gioia di dare al mondo la vita e la risurrezione» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 29.10.1975). Gesù è nella gioia per noi, perché crediamo che in Lui la morte è vinta, perché Egli ne è l’opposto, come dice poco dopo, cioè la risurrezione e la vita. Se Egli fosse stato presente, Lazzaro non sarebbe morto; non può morire nessuno, se Gesù è presente. Credere quindi è contemplare Gesù, che vince la morte (cfr. Rm 10,4: Se con il cuore crederai che Dio Lo ha risuscitato dai morti) ed è esperimentare già in sé la forza della sua risurrezione e la sua stessa vita. Tutto ciò avviene ora in parabola, cioè nel mistero, ed è nascosto, allora si manifesterà apertamente e con forza. Ora crediamo e nella fede esperimentiamo la sua vittoria sul Satana, le sue opere e le sue seduzioni, allora, Egli trasformerà il corpo della nostra miseria e lo renderà conforme al corpo della sua gloria con il potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose (Fil 2,10-11). Il Cristo anche se soffre con noi perché in tutto è simile a noi fuorché nel peccato, gioisce per noi e noi gioiamo con Lui, credendo. La fede è gioire perché è speranza. Per ciò aggiunge subito: Ma andiamo da lui. Non è più tempo di attesa, ma di compimento. Per salire al Padre, Gesù deve passare attraverso la nostra morte che, diventando sua, perde su noi ogni potere. Egli è infatti libero tra i morti (Sal 87,6).

16 Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

Le parole di Gesù colpiscono Tommaso e suscitano in lui il desiderio di condividere la sorte con il Maestro. Egli coinvolge i discepoli sulla necessità di non lasciare solo Gesù fino a condividerne la morte. Ora i suoi discepoli possono seguirlo perché ancora è giorno. Quando però verrà la notte non potranno più seguirlo, benché Pietro dichiari di volerlo seguire fino a morire (cfr.13,37). Allora i discepoli non potranno seguirlo perché rimarranno soli, ora lo possono fare perché Gesù è con loro. Tommaso ha compreso bene quale sia la condizione del discepoli: seguire in tutto il Maestro, fino a morire con Lui. Il senso della vita del discepolo è il suo Maestro.

Origene pensa che le parole di Tommaso rispondano alla decisione di Gesù di andare a svegliare Lazzaro. «Egli riteneva che Lazzaro non potesse essere svegliato e risuscitato dai morti se non a condizione che Gesù scendesse alla sede delle anime» (Fr. LXXIX). Per questo voleva lasciare il corpo, per essere con Gesù. Ora Tommaso sa dove Gesù vuole andare; verrà poi il tempo in cui il discepolo interrogherà il Maestro: Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via? (14,5). Allora saprà che la via è sempre Gesù stesso. Non si tratta di essere con Gesù ma di essere in Lui. Ciò Tommaso farà, toccando la carne del Signore risorto e proclamando la sua fede nel suo Signore e nel suo Dio (cfr. 20,28). I discepoli vanno con Gesù quando con Lui muoiono, con Lui sono sepolti e in Lui tornano alla vita nel contatto sacramentale con il Signore. Ogni giorno il discepolo muore per essere con il Signore; muore a ciò che è visibile per essere nell’invisibile, perché sa, con l’Apostolo, che le cose visibili sono di un momento quelle invisibili sono eterne (Col 1,16) e che la sua vita è ormai nascosta con Cristo in Dio (cfr. Col 3,3). Egli accetta le tribolazioni che disfanno questa dimora terrena e preparano una dimora eterna, non manufatta, nei cieli (cfr. 2,19; 2Cor 5,1). I discepoli si esortano a vicenda a passare attraverso la grande tribolazione e a morire così con il Signore, lavando le loro vesti nel sangue dell’Agnello (cfr. Ap 7,14). In tal modo insieme entreranno, avvolti in bianche vesti, nel mare di cristallo, in cammino verso il trono di Dio e dell’Agnello (cfr. Ap 7,9-10). Ogni giorno i discepoli si esortano a vicenda per andare a morire con Gesù (cfr. Rm 8,17; 2Cor 5,14,cit. di s. Tommaso, 1504).

17 Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro.

Gesù viene a cercare Lazzaro e lo trova che già da quattro giorni è nel sepolcro. Oramai la morte ha preso pieno possesso di Lazzaro. Il suo corpo è già in putrefazione. Egli non potrà più tornare in vita perché è entrato nel processo irreversibile del ritorno alla polvere secondo la sentenza divina: Polvere tu sei e in polvere ritornerai (Gn 3,19). Allo stesso modo anche Giobbe proclama il suo irreversibile ritorno al sepolcro come ritorno nel grembo materno: Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo là ritornerò (Gb 1,21).

Penso non sia ozioso riflettere sul numero quattro. Come Lazzaro rimane quattro giorni in potere della morte, così il popolo rimane per quattrocento anni sotto la dominazione egiziana (cfr. Gn 15,13) e per quarant’anni cammina per il deserto. Troviamo significato così nel numero quattro e nei suoi multipli il tempo della schiavitù. Da essa ci libera il Redentore. «Per questo, forse, a purificazione cioè dei peccati che derivano dalla natura del corpo, Mosè digiuna quaranta giorni, altrettanti Elia e altrettanti il Salvatore per i nostri peccati» (Origene, Fr. LXXIX). Anche Gesù vorrà dimorare nel sepolcro ma solo per tre giorni: «Gesù invece viene deposto in un sepolcro nuovo e in un lenzuolo intatto (cfr. Mt 27,59-60) e non sta tra i morti fino al quarto giorno. Per questo egli era libero tra i morti (Sal 87,6); e si desta nel numero tre, il numero libero e santo» (Origene, ivi).

Brown (o.c., p. 550) riporta l’opinione rabbinica che l’anima si librasse presso il cadavere per tre giorni, ma dopo tale tempo non c’era più speranza di risuscitare (STB, II p. 544).

  1. Tommaso accenna all’interpretazione morale: «Talora il Signore risuscita i morti sepolti da quattro giorni, cioè quelli che hanno trasgredito la legge evangelica, o si sono incalliti nell’abitudine del peccato» (1507).

18 Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri

L’evangelo precisa ora a quale distanza si trova Betania da Gerusalemme: circa quindici stadi (Km 2,575). Questa precisazione è motivata da quanto segue, la presenza di molti Giudei. Infatti questa distanza la si copre in una mezz’ora di tempo. Gesù non può compiere il più grande dei suoi segni in Gerusalemme perché la città non ha sepolcri, ma la compie ad oriente, alle pendici del monte degli Ulivi, perché si riveli la Gloria di Dio che sta per entrare nella santa città.

Origene annota: «Betania viene interpretata come “casa di obbedienza”, Gerusalemme invece come “visione di pace”. Tra loro ci sono quindici stadi, che è pure il numero dei gradini del Tempio» (Fr. LXXX). Sembra quasi che Betania appartenga ancora allo spazio sacro di Gerusalemme, in virtù di questo numero che l’accomuna con il Tempio.

Tommaso infatti dà la seguente lettura mistica: «Chi vuole andare da Betania, ossia dallo stato di obbedienza, alla Gerusalemme celeste, deve percorrere quindici stadi. I primi sette stanno a indicare l’osservanza della Legge antica; poiché il sette è il numero caratteristico dell’antica Legge, la quale santificava il settimo giorno. Seguono gli altri otto, che indicano il compimento del Nuovo Testamento, al quale si addice il numero otto, per il giorno ottavo della sua risurrezione». (1508).

19 e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello.

Da Gerusalemme sono scesi a Betania molti Giudei. Essi sono venuti presso Marta e Maria per consolarle all’inizio del lutto per il fratello. In questo clima di dolore e di consolazione si fa presente il Signore. Infatti senza di Lui il dolore non si placa nelle parole di consolazione. «Parole precedenti alla pienezza dei tempi come sono, disperano di poter far cessare la sorella del morto dal suo compianto» (Origene, Fr. LXXX).

20 Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.

Le due sorelle reagiscono in modo diverso all’annuncio della venuta di Gesù: Marta gli corre incontro, Maria invece se ne sta seduta in casa. Marta corre perché il Signore l’attira a sé, come è scritto: Attirami dietro a te, correremo (Ct 1,4). Marta è inebriata dai profumi del Cristo, perché profumo inebriante è il suo nome, per questo le giovinette ti amano (Ct 1,3). La Vita è presente e attrae colei che piange per la presenza della morte, ma appena ne ode l’annuncio, Marta le corre incontro. Maria attende invece seduta in casa assieme a coloro che piangono e che sono venuti a consolarla. Ella sta con i molti Giudei e attende di essere chiamata perché vuole andare con loro incontro al Signore. Maria attende di essere attirata per andare insieme a loro che l’hanno consolata non verso il sepolcro per piangere, ma verso il Signore.

Marta per prima ode l’annuncio che il Signore viene e gli va incontro senza avvisare la sorella. Ella non vuole dare a nessuno questo annuncio senza prima aver visto il Signore. Solo dopo che avrà parlato con Lui, Marta avvertirà la sorella della presenza di Gesù. Ella corre da sola per contemplarlo, ascoltarlo e quindi annunciarlo. Sembra quasi che Marta divenga in questo momento discepola del Signore in quanto ora davvero Lo conosca e possa parlare di Lui. Chi non lo conosce come può annunciarlo? Chi è attratto dall’odore del Cristo si allontana dal lezzo della morte. Ora il lezzo della morte è il peccato. Chi esce da se stesso fuggendo lontano dal peccato per andare incontro al Cristo non sente più l’odore cattivo della morte, ma già corre dietro il profumo del Cristo.

La nostra casa sono i nostri pensieri che hanno origine dalle passioni; finché restiamo in essi sentiamo l’angoscia della morte. Dopo che abbiamo udita la parola evangelica, se noi usciamo dal nostro sentire, odoreremo il buon profumo del Cristo che dà la vita. Maria invece resta seduta in casa per piangere con coloro che piangono. Pur amando il Cristo e avendone già esperimentato la Parola come vita, ella resta per essere chiamata con coloro che con lei piangono la morte di Lazzaro, sapendo bene che a tutti Gesù darà la vera unica parola della consolazione.

21 Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!

Le due sorelle condividono la stessa fede in Gesù (v. 32: Maria). La morte non può operare alla presenza del Signore. Gesù ha il potere di allontanare sia le malattie che la morte. Marta pensa a una presenza fisica di Gesù, il centurione invece ha creduto alla potenza della parola di Gesù che poteva comandare alla malattia da lontano (cfr. Mt 8,8). Le sorelle hanno atteso invano l’arrivo di Gesù prima della morte di Lazzaro. Allo stesso modo anche noi vorremmo che il Signore si facesse presente e donasse guarigioni prima che la morte carpisse qualcuno. Come a Marta così anche a noi l’agire del Signore sembra inspiegabile. Egli attende e lascia agire la morte per portarci a un’ulteriore conoscenza di sé e della sua potenza; egli quindi sta lontano, non perché sia assente ma perché non agisce nei confronti della morte. Egli vuole che la fede dei suoi nel gridare a Lui contro la morte, li porti a conoscere in Lui la vera vita e a non aver paura della morte, perché Egli si farà presente al sepolcro dei suoi e li chiamerà alla vita.

22 Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà».

Marta quindi, alla presenza di Gesù, sente rifiorire in sé la speranza. Ella sa che Gesù è in un rapporto tale con Dio che può chiedere qualunque cosa e venire esaudito. «La sua fiduciosa speranza nell’aiuto di Gesù, cioè nella potenza della sua preghiera, è ancora intatta e illimitata; … senza dirlo apertamente, evidentemente essa spera che Gesù le restituirà il fratello» (H. Strathmann, o.c., p. 292). Ella si abbandona al Signore per lasciarsi guidare da Lui. L’abbandonarsi al Signore di fronte alla morte e credere nella sua potenza non è esperienza di passiva rassegnazione, ma è inizio di conoscenza del suo mistero e quindi della sua potenza. Di fronte all’impossibile noi possiamo superare ogni idea che ci facciamo del Cristo mediante la fede. Nessuna realtà, da noi esperimentata come impossibile, arresta la potenza del Cristo che però si rivela secondo la volontà del Padre. Se da un lato il Cristo dichiara di avere in sé la potenza di dare vita ai morti perché è Lui la risurrezione e la vita, dall’altra Egli esercita questo potere obbedendo filialmente al Padre.

23 Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà».

Gesù, essendo la vita, non può annunciare la morte. Davanti a Lui la morte è annientata perché vinta dalla risurrezione. Gesù ha chiesto questo per suoi discepoli che cioè in loro cessi di operare la morte e inizi a operare la risurrezione. L’affermazione di Gesù contiene tanti significati: a) la risurrezione immediata di Lazzaro; b) la sua risurrezione nell’ultimo giorno; c) l’arresto del potere della morte e l’inizio di quello della vita. Poiché l’espressione è ambigua, Marta risponde affermando la sua certezza nella risurrezione finale.

24 Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno».

In questa sua dichiarazione, Marta esprime la fede che condivide con la maggioranza del suo popolo e accoglie quindi le parole di Gesù come un’espressione di cordoglio e di consolazione. La certezza che Gesù può ottenere tutto da Dio (v. 22) deve placarsi nell’altra che suo fratello risorgerà nell’ultimo giorno. Sembra che Marta si stia rassegnando al fatto che Gesù non possa varcare il confine della morte entro i confini del sepolcro. Il tempo intermedio – sembra che Marta dica – è ancora dominato dalla morte. Ha forse il potere di Gesù un limite? Nessuno infatti ha mai risuscitato un morto già in putrefazione. Proprio quando la certezza di Marta si è spenta per il presente per essere solo speranza per il futuro, Gesù fa una solenne proclamazione di se stesso:

25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà;

Io sono la risurrezione e la vita. I termini si equivalgono. Proclamare il Nome divino (Io sono) significa dichiarare di essere la risurrezione e la vita. Il suo essere Dio è in sé la risurrezione e la vita. Egli è Colui che chiama all’essere le cose che non sono per dare loro la vita. Ma qui dobbiamo andare oltre. Gesù dichiarando che il suo essere è la risurrezione rivela che non solo Egli mantiene in noi l’essere creaturale, ma che distrugge in noi quel potere della morte che continuamente vuole annientarci entro i confini del vanificarsi del tutto, come insegna il Qohelet. Egli continuamente ci strappa dal potere di annientamento della morte e ci colloca in se stesso relazionandosi a noi come quello dell’unica vita, che non conosce la morte. La redenzione dalla morte e pertanto continua. Ogni giorno moriamo e risorgiamo in virtù della vita che il Cristo ci comunica.

Per questo Gesù dice: Chi crede in me anche se muore vivrà. Credere in Gesù è esperimentare che Egli è la risurrezione dai morti ed è la vita stessa. Ogni uomo è dentro i limiti della morte perciò ogni uomo non solo è mortale ma è anche morto. Solo credendo in Gesù si esce dalla morte, perché Egli ci strappa dal suo potere e ci colloca in se stesso, nella vita.

26 chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?».

Chi comincia a vivere in forza della fede in Gesù non morrà in eterno anche nella sua morte fisica. Il processo della vita non viene interrotto da nessuna delle operazioni dell’uomo psichico. Al contrario, queste operazioni vengono sempre più assorbite dalla risurrezione al punto tale da essere annullate. Credere in Gesù pertanto non è solo attendere l’atto finale della risurrezione, ma è cominciare già a viverla come atto iniziale del dimorare in Lui. Il credere pertanto non è solo un atto intellettivo, ma è la libera risposta all’azione di Gesù che, dimorando in noi. ci fa dimorare in se stesso strappandoci dalla morte e comunicandoci se stesso come la vita. L’atto di fede è pertanto un’esperienza spirituale che porta frutti di vita, mentre fuori dal Cristo l’uomo continua a gustare l’amaro frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Chi gusta il frutto della vita in Cristo vive e non esperimenta la morte, chi invece gusta il frutto della conoscenza del bene e del male è nel continuo dramma di essere afferrato e sedotto dal peccato nel desiderio di vivere ed è costretto a conoscere i meandri bui della morte fino ad essere da questa distrutto. Al contrario, chi crede ha nella fede la vita, cioè Gesù, perché «la fede è l’anima della nostra anima», cioè il principio vitale del nostro stesso principio vitale (cfr. s. Agostino, XLIX, 15). Dopo aver rivelato se stesso e le operazioni, che Egli compie nei credenti, Gesù si rivolge a Marta e le chiede: «Credi tu questo?». Ogni affermazione del Signore coinvolge chi ascolta e pone davanti a una scelta. Come Marta così ogni uomo, che ascolta, ode la voce del Cristo che lo interroga. L’atto di fede infatti implica la libera scelta. Gesù si rivela in modo tale che nessuno sia costretto a credere; Egli illumina l’intelletto in modo sufficiente perché possa credere liberamente senza essere spinta dall’evidenza. Abituato ad essere schiavo degli elementi del mondo, l’uomo fa fatica ad essere veramente libero. Ma se Egli vuole può conoscere la verità che lo fa libero. Marta, posta di fronte alla scelta, prima di vedere il segno della gloria di Gesù nella risurrezione di suo fratello, crede; gli dice infatti:

27 Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Sì, Signore. Con il «» Marta dichiara la sua piena adesione alla rivelazione del Cristo, che ella chiama Signore. Lo contempla infatti come il Signore che ha mirabilmente trionfato (Es 15,1) la cui destra è terribile per la potenza (ivi, 6). Con la sua fede il credente celebra in anticipo la potenza del Cristo perché l’evento successivo ha in quello precedente il suo anticipo, ma ne è pure il suo superamento. Dio infatti non ripete mai quello che ha compiuto perché ogni sua opere è perfetta e i cieli narrano la gloria di Dio… il giorno al giorno ne affida il messaggio (Sal 19,2-3). Marta pertanto dichiara di aver sempre creduto che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, che viene nel mondo. Questa professione di fede è perfetta ed è espressa con le stesse parole della prima conclusione dell’Evangelo (20,31). Essa risuona prima che sia compiuto l’ultimo segno, perché si comprenda che la fede si fonda sulla Parola e che i segni ne sono la conferma e il luogo dove il credente esperimenta quello che ha creduto. In Gesù il Cristo, il Figlio di Dio, il Veniente nel mondo, il discepolo esperimenta la risurrezione e la vita. Nessuno può risorgere e vivere senza credere. «L’identità di Cristo è indissolubilmente questa: il Figlio di Dio e la Risurrezione» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 30.10.1975). «Questa confessione di Marta è perfetta. Essa infatti confessa qui la dignità di Cristo, la sua natura e la sua missione mediante l’Incarnazione» (s. Tommaso, 1520).

28 Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama».

Dopo aver professato la sua fede in Gesù, Marta si allontana da Lui. Gesù non le ha detto nulla e tuttavia Marta percepisce in se stessa il comando del Signore di chiamare Maria. Il testo non ci dice ciò che è passato nell’animo di Marta per cui si sente in obbligo di andare a chiamare Maria. Dalle parole di Marta si può cogliere che ella obbedisce più alla presenza che alla parola del Cristo. Il Maestro è qui e ti chiama potremmo interpretare: «Per il fatto che il Maestro è presente, ti chiama». Il solo rendersi presente è chiamare a sé i suoi. Più noi lo percepiamo presente in noi più siamo chiamati dal Maestro per metterci ai suoi piedi e ascoltare le sue parole di vita. L’amore del Maestro chiama quello dei discepoli. Marta chiama la sorella di nascosto. Evidentemente ella non vuole che i Giudei ivi convenuti odano le sue parole; sa infatti che non amano Gesù e non lo accolgono come il Cristo. Commenta il Crisostomo: «Se i Giudei avessero saputo che il Cristo era presente, si sarebbero allontanati e non sarebbero stati testimoni del miracolo». Nella lingua latina è tradotto in silenzio cioè con voce sommessa, come nota Agostino (XLIX, 16). S. Tommaso commenta: «In senso mistico questo particolare può suggerire questa indicazione: alcuni chiamano gli uomini a Cristo soltanto con la voce esterna; ma con maggior efficacia chiama a Lui chi lo fa silenziosamente. Di qui le parole di Isaia (30,15): Nel silenzio e nella fiducia sarà la nostra forza»(1522).

29 Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui.

Maria, appena ode la chiamata del Maestro attraverso la voce di Marta, subito si alza. Ella non s’era alzata quando altri avevano annunciato la venuta di Gesù, ma solo ora subito si alza quando Gesù la chiama attraverso la sorella. A Marta basta l’annuncio della presenza di Gesù, Maria invece risponde solo se personalmente chiamata. In modi diversi Gesù attrae a sé, secondo l’indole di ciascuno. Tuttavia in tutti è Lui che opera e ciascuno risponde e reagisce secondo il proprio modo di essere. Marta, che conosce la sorella, sa come farla andare da Gesù.

Maria subito si alza. «Con questo viene offerto a noi un esempio: quello di non tardare quando siamo chiamati a Cristo. Nella Scrittura si legge: Non tardare a convertirti al Signore, non differire di giorno in giorno (Eccli 5,8); Che io lo ascolti come Maestro (Is 50,4)» (s. Tommaso, 1525).

30 Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro.

Gesù si è fermato là dove Marta gli era andata incontro e non si affretta verso la casa delle sorelle, perché non vuole entrare in una casa in lutto. Se Gesù vi entrasse piangerebbe un morto che in Lui è vivo. Egli quindi fa uscire da quella casa Maria assieme a tutti coloro che in essa piangono il morto e sono venuti per consolare le sorelle. Fuori dal villaggio avvengono i misteri. Fuori della città il Signore viene ucciso sulla Croce ed è posto nel sepolcro per poi risorgere. Lazzaro è sepolto fuori del villaggio ed è qui che egli ritorna alla vita. Per questo tutti devono uscire e andare incontro al Signore se vogliono contemplare il Signore che dà la vita, essendo Egli la vita. Uscire significa non resistere alla forza di attrazione, che Egli esercita su di noi. Esce chi porta il suo obbrobrio, come Mosè quando uscì dall’Egitto (cfr. Eb 13,13; 11,26). Chi porta la Croce del Cristo, accettando di essere disprezzato per causa sua, costui passa dal vano agitarsi della città e dal lutto per la morte, che tutto domina, alla vita perfetta e immutabile, che riceve dal Cristo. Per questo, appena ci chiama, dobbiamo correre verso di Lui e più correremo più altri correranno con noi.

31 Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.

Maria, nel suo alzarsi improvviso, trascina dietro a sé quei Giudei che sono con lei perché sono venuti a consolarla. Vi è un rapporto strettissimo tra Maria e questi Giudei che sono in casa con lei per consolarla. Se al v. 19 si dice che essi erano usciti da Gerusalemme per consolare sia Marta che Maria, ora si dice che sono nella casa per consolare solo Maria. Costoro sanno di compiere un’opera buona, perciò non abbandonano un solo istante Maria (cfr. Eccli 7,38). Poiché agiscono secondo la Legge, Maria li trascina al Cristo benché essi non lo sappiano. Pensano infatti che Maria vada al sepolcro per piangere là. Finché non conoscono Cristo, questi Giudei non possono pensare alla risurrezione. Chi non conosce Cristo, conosce la morte e il pianto a causa di essa; chi Lo conosce, benché cammini verso il sepolcro, non gusterà la morte ma avrà la vita. Infatti corre verso il Signore e a Lui, trascina tutti coloro che sono con Lui. Più forte è l’amore per il Cristo e più si corre verso di Lui più si trascina altri nella propria corsa. Il Cristo attrae a sé anche attraverso quei discepoli che Lo amano.

32 Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!».

Maria dunque giunge nel luogo dove si trova Gesù, che la sta aspettando e, come Lo vede, cade ai suoi piedi. Come seduta ai suoi piedi aveva ascoltato la sua Parola, così ora ella cade ai suoi piedi per versare al suo Signore e Maestro la tristezza della propria anima. Prima Maria aveva ascoltato la Parola di Gesù come pioggia che irrora la terra, ora, prostrata davanti a Lui, effonde il suo lamento; in seguito verserà il myron sui piedi di Gesù che riempirà con il suo profumo tutta la casa. Tutto ella compie ai piedi del Signore. Maria è l’immagine delle discepole e dei discepoli del Signore che si collocano ai suoi piedi perché lo confessano Signore e Maestro. La Parola, che esce dalla bocca di Gesù, è l’unica cosa necessaria di cui si nutrono; a Lui solo aprono il cuore e sui suoi piedi versano il profumo delle loro opere, perché tutta la Chiesa sia riempita del profumo di Cristo.

Maria ripete le parole della sorella, ma con lei Gesù non fa nessun dialogo. «Maria parla a Gesù con la sua posizione, con il suo silenzio e le sue lacrime, pensava tra sé che Egli comprende questo linguaggio di un cuore abbattuto, umiliato e afflitto» (Sacy).

33 Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato,

Le parole di Maria si spengono nelle lacrime. Gesù vede il suo pianto e quello dei Giudei che sono con lei. La supplica silenziosa del pianto scuote Gesù nello spirito. Essendo uomo, Gesù ha uno spirito umano che prova contro la morte un forte senso d’ira che lo scuote tutto fino a rendersi manifesto. La presenza della morte, che gli ha strappato l’amico, provoca in Gesù questa forte reazione d’ira. È l’ira del giudizio contro le potenze che tengono prigioniero l’uomo, ultima delle quali è la morte. Essa gioisce dalla sua dimora ben sigillata perché qui può distruggere la sua preda senza essere disturbata. In questo pianto per causa sua si fondono insieme le lacrime degli uni e degli altri anche se avversari. Un fremito di compassione unisce tutti gli uomini. È il gemito della creazione, che geme e soffre le doglie del parto, in attesa di essere liberata dalla corruzione della vanità; è il gemito dell’uomo che attende la piena redenzione nella risurrezione del suo corpo (cfr. Rm 8). Questa situazione di morte in cui ogni uomo si trova, le sue lacrime impotenti, suscitano in Gesù, che ha voluto avere in comune con noi la carne e il sangue, un sentimento d’ira così forte che dallo spirito si ripercuote nel suo corpo, così da scuoterlo fortemente. Egli infatti è il Servo che si è caricato dei nostri dolori (cfr. Is 53,4).

34 domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!».

L’ira di Gesù e il profondo sussulto che ne segue si manifestano con questa domanda: Dove l’avete posto?. Egli sa dove si trova Lazzaro, perciò la sua domanda non nasce da ignoranza, ma dal suo spirito tutto fremente d’ira contro la morte e di amore per l’uomo. Il Figlio di Dio aveva posto l’uomo in un giardino di delizie e ora lo trova in un sepolcro.

Soggiogati dalla forza, i circostanti lo chiamano «Signore», invitandolo a seguirli: Vieni a vedere. Si forma così un corteo formato dalle sorelle, dai Giudei che hanno seguito Maria e infine dai discepoli di Gesù. Tutti vanno verso il sepolcro di Lazzaro. Origene ha questa singolare interpretazione: «Egli chiede: Dove l’avete messo? nel senso in cui ordina ai discepoli di non occuparsi dei morti (cfr. Mt 8,22). Gesù poi piange se qualcuno dei suoi amici va a finire nel sepolcro» (Fr. LXXXIII). Agostino osserva: «Che vuol dire: Vedi? Vuol dire abbi pietà. Il Signore guarda infatti quando manifesta la sua misericordia. Per questo il salmista dice: Guarda la mia umiliazione e il mio dolore, e perdona tutti i miei peccati (Sal 24,18)» (XLIX, 20). In senso morale, dice Sacy, questa è la preghiera che la Chiesa fa ogni giorno al Cristo: «Vieni, Signore, mosso solo dalla tua bontà, e vedi con occhio di misericordia tutti questi morti che tu solo puoi risuscitare. Guardali con amore perché se tu continui ad allontanare da loro il tuo volto, essi dimoreranno nel peccato e nella morte».

35 Gesù scoppiò in pianto.

Durante il percorso Gesù piange. In questo momento ogni ostilità è spenta. Il dolore afferra tutti in questo cammino verso il luogo della morte. Sarebbe un tragitto senza speranza se Gesù non fosse con loro e non unisse alle loro le sue lacrime. Il suo pianto è la redenzione del nostro gemere. A che serve piangere senza redenzione? A che serve camminare verso un sepolcro da vivi se questo è la sorte di tutti? Poiché Gesù è con noi e mescola le sue lacrime alle nostre, allora questo tragitto diventa un sentiero di vita. Gesù viene al sepolcro per dare la vita ai morti. Tutti vediamo come Egli è l’unico che può scendere agli inferi, risalire e far salire coloro che la morte trattiene in suo potere.

36 Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!».

Le lacrime di Gesù, unite a quelle di Maria e dei Giudei, fanno dire a questi ultimi: «Guarda come lo amava!». Essi constatano che Gesù amava intensamente Lazzaro. Le loro parole corrispondono a quelle iniziali delle sorelle: Colui che tu ami è ammalato (v. 3). Quando Lazzaro era in vita si diceva: Colui che tu ami; ora che è morto si dice: «Come lo amava!». Si attribuisce a Gesù lo stesso sentire nostro, mentre Egli ama i suoi sia in vita che in morte perché a Lui noi siamo sempre presenti. Piangendo, Gesù rivela che ancor più intensamente Egli ama i suoi e che la morte, anziché essere una separazione, diventa per Lui una sfida. Egli la vuole distruggere per sempre.

37 Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

Alla testimonianza corale dei Giudei si contrappongono alcuni tra di loro. Essi si domandano come mai Gesù non sia accorso subito a guarire Lazzaro. Con il cieco nato Egli aveva agito di propria iniziativa, guarendolo; con Lazzaro invece, benché richiesto, lo ha lasciato morire.

L’Evangelo vuole porre davanti a noi due categorie di persone: quelli che constatano l’amore di Gesù per l’uomo, e sono la maggioranza, e quelli che vorrebbero subito il suo intervento salvifico. Coloro che constatano l’amore di Gesù Lo accolgono come uomo tra gli uomini, con il suo messaggio d’amore che tuttavia ritengono impotente come lo è il nostro di fronte alla morte; gli altri, visto il potere, che Egli ha di annientare la forza della malattia, vorrebbero che Gesù intervenisse prima che sia troppo tardi. Anche per costoro Gesù è un benefattore ma i suoi segni sono insufficienti per salvare tutti gli uomini. Queste constatazioni ci preparano al segno della risurrezione di Lazzaro, che è universale: in lui risorto è annunciata la risurrezione dai morti di tutti gli uomini. Questo segno si manifesta proprio quando tutti pensano che il potere di Gesù non può nulla contro la morte: «Se Lazzaro è morto, sebbene lui non volesse, è chiaro che non ha potuto impedirne la morte» (s. Tommaso, 1539).

38 Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra.

Gesù di nuovo freme d’ira in se stesso mentre cammina verso il sepolcro. Non è solo l’ira contro la morte e contro tutti i suoi nemici, che Egli sta assoggettando sotto i suoi piedi, ma è anche lo sdegno per la durezza di cuore e l’incomprensione del suo amore per l’uomo da parte di alcuni. Questo breve tragitto, che il Signore fa per andare al sepolcro, rappresenta il suo cammino sul tratto di tempo che ci separa dalla sua venuta gloriosa. Egli lo compie fremente d’ira in se stesso, come è scritto: Annienterà i re nel giorno della sua ira (Sal 110,5), cioè assoggetterà a sé tutti i potenti non solo sulla terra ma anche nelle sfere spirituali. Egli trattiene ancora in se stesso la sua ira perché non è ancora il momento di giudicare; infatti Dio non ha mandato il suo Figlio Unigenito nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui (3,17). Egli viene quindi al sepolcro per dare la vita. Ma per dare la vita Gesù deve consegnarsi alla Passione; anche per questo freme in se stesso. Commenta infatti Origene: «Di nuovo Egli s’impone alla passione, perché apprendessimo che Egli è diventato uno come noi, senza mutamento» (Fr. 84). L’ira fremente di Cristo scuote quindi tutte le potenze spirituali, che vedono crollare il loro dominio sugli uomini, e questi stessi dal loro torpore causato dal peccato. Come dice Agostino: «Che Egli frema anche in te, se ti prepari a rinascere dal peccato. Mi ascolti ogni uomo oppresso dal peso dell’abitudine al peccato» (XLIX,22).

L’Evangelista descrive ora il sepolcro: Era una grotta e una pietra era posta sopra di esso. Come per il sepolcro del Signore, viene dato grande rilievo alla pietra posta sopra. Probabilmente essa sta a indicare che il viaggio verso gli inferi non ha ritorno. Con la sua immobilità la pietra annuncia il decreto irremovibile che solo il Cristo può annullare. Infatti la risurrezione di Lazzaro è unica perché nessuno è stato richiamato alla vita dopo che la pietra ha sigillato il sepolcro. Solo colui che ha varcato quella soglia, libero tra i morti (Sal 87,6), ed è risalito alla vita, ed è uscito; può chiamare i morti alla vita dalla polvere della morte. Solo dopo l’uscita di Gesù l’angelo ha rimosso la pietra e ha mostrato alle donne il sepolcro vuoto.

39 Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni».

Poiché Lazzaro viene risuscitato dai morti appartenente ancora a questa creazione, Gesù comanda di togliere la pietra. I nostri padri hanno indagato sul senso mistico della pietra e sul comando di rimuoverla. Commenta s. Agostino: «Il morto sotto la pietra significa il colpevole sotto la Legge. Sapete infatti che la legge data ai Giudei fu scritta sulla pietra (cfr. Es 31,18) … non a caso l’apostolo Paolo ci dice di essere ministro del Nuovo Testamento, ma dello spirito, non della lettera, poiché la lettera uccide – egli dice, – lo spirito invece dà la vita (2Cor 3,6). La lettera che uccide è come la pietra che schiaccia. Levate via – disse – la pietra. Cioè togliete il peso della legge e annunziate la grazia» (XLIX, 22). Con la rimozione della condanna della Legge, la proclamazione evangelica è annunzio di risurrezione. Il Cristo inizia a strappare gli uomini da quella morte, che li ha paralizzati e tenuti schiavi del peccato. Una volta rimossa la pietra della Legge, i morti udranno la voce del Figlio di Dio e coloro che l’avranno ascoltato vivranno (5,25).

Marta reagisce al comando di Gesù. Ella è chiamata la sorella del morto. Certamente vi è una motivazione per cui è chiamata così. Marta vive nella morte, come si deduce dalle parole che dice. È stupita del comando di Gesù perché lo interpreta come il desiderio del Maestro di vedere il corpo dell’amico. Ma questi, essendo ormai di quattro giorni, manda il cattivo odore della corruzione. Benché abbia professato che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, Marta si oppone al suo comando. Ciò denota una scissione tra la sua professione di fede e l’intervento salvifico del Signore. L’Evangelo ci ammaestra che non è la nostra fede a compiere il segno, ma è il Signore che lo compie di sua libera iniziativa. A noi è chiesto di credere alle opere che Egli vuole compiere. Il discepolo non prende l’iniziativa, ma crede a quello che Gesù dice e vuole compiere, anche se appare ai suoi occhi impossibile. Anche Maria, la Madre di Gesù, a Cana di Galilea, chiede quello che il Figlio vuole già compiere. Nel disegno del Padre, benché non fosse ancora giunta l’ora di Gesù, era necessario l’intervento della Madre perché quel segno acquistasse il significato di riparazione dell’antico peccato di Eva. Al frutto della vite di Davide, infatti, ci si accosta per un atto di obbedienza della Donna perché ci si era accostati all’albero della conoscenza del bene e del male per la disobbedienza di Eva. Così ora la donna, personificata in Marta, vuole impedire che la Vita strappi dalla morte l’uomo. Siamo talmente abituati alla morte che ci sembra impossibile che Gesù ci doni la vita. Allo stesso modo è per la morte causata dal peccato. Anche per essa vi è possibilità di risurrezione, come dice in 5,25; la voce del Cristo, se ascoltata, dà la vita a coloro che spiritualmente sono morti, anche se in loro sono già iniziati processi di corruzione che umanamente appaiono irreversibili.

40 Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?».

La risposta di Gesù fa chiaramente comprendere a Marta che Egli non agisce così per piangere l’amico. Gesù invita Marta a restare salda in quella fede che ha professato. Credere è avanzare con Gesù e varcare la soglia della morte e, nella sua vittoria su di essa, vedere la gloria di Dio. A Cana di Galilea il Signore manifesta la sua gloria e i suoi discepoli credono in Lui (cfr. 2,11). Qui Marta crede e vedrà la gloria di Dio. Da qui apprendiamo la pedagogia del Signore: talora Egli dispensa la sua luce perché crediamo e talaltra vuole che crediamo per manifestare la sua gloria. L’importante è che non opponiamo i nostri ragionamenti al credere in Lui e al suo operare. Infatti la fede porta alla visione della gloria di Dio. «Ma se qualcuno di coloro che ritengono di avere la fede non hanno ancora veduto la gloria di Dio, si renda conto che queste parole lo rimproverano di non aver veduto la gloria di Dio proprio perché non ha creduto» (Origene, L. 28, II). Chi infatti continua credere in forza di quella fede in Cristo che giustifica vedrà il Figlio di Dio dare la vita ai morti. Il ragionamento umano s’infrange davanti al sepolcro, la fede invece segue il Cristo che scende nel regno dei morti per dare loro la vita. La gloria di Dio come si manifesta nel dare la vita a un morto da quattro giorni e già in putrefazione, così si manifesta nel dare la vita divina nella situazione di morte a causa del peccato. È quanto c’insegna l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: Dove abbondò il peccato, sovrabbonda la grazia (5,20).

Notiamo poi che Gesù ora parla della gloria di Dio mentre al v. 4 ha parlato della gloria del Figlio. Oltre a cogliere come unica via la gloria del Padre e del Figlio, noi apprendiamo il suo insegnamento. Infatti «quando ciò che Egli voleva fare richiedeva tutta la sua potenza, parlava spesso di sé in modo dimesso per porsi al livello della sua Incarnazione, per togliere ai suoi nemici ogni pretesto di accusarlo e per insegnare ai suoi discepoli di evitare con cura nelle loro parole tutto ciò che potrebbe risentire di vana gloria» (Sacy).

41 Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato.

Come a Cana di Galilea i servi eseguirono il comando del Signore e riempirono le anfore di pietra, così ora, dopo che l’obiezione di Marta è superata, tolgono la pietra. Non sono nominati coloro che la tolgono. Come nel primo segno così nell’ultimo ricompare la pietra. Là essa trattiene in se stessa l’acqua della purificazione legale, qui sottomette tutti al dominio della morte. Come per ordine del Cristo i credenti gustano nella Legge l’ebbrezza dello Spirito, così ora essi credono vinta la morte nella quale la Legge li trattiene a causa del peccato, come insegna l’Apostolo: Il pungolo della morte è il peccato, ma la forza del peccato è la Legge (1 Cor 15,56). Finché non viene il Cristo, nessuno può togliere la pietra perché il peccato domina su tutti e la Legge tutti trattiene sotto il giogo della morte. Alla sua venuta, Egli comanda di togliere la pietra posta su coloro che sono morti. In che modo si toglie la pietra? Non certo abolendo la Legge ma portandola a compimento. Egli porta la Legge dalla lettera che uccide allo Spirito che dà vita. La pietra è tolta perché l’Evangelo risuona e la voce del Cristo richiama alla vita coloro che Egli ama, cioè coloro che ascoltano la Parola. Per questo bisogna seguire subito i suoi ordini, perché la pietra non rimanga sui morti e questi siano impediti, dalle nostre obiezioni, di ascoltare la Parola del Signore che li chiama alla vita. Chi è mandato ad annunciare la Parola di Dio e ritarda, lascia coloro che devono ascoltarla nelle tenebre e nell’ombra di morte.

Nulla deve ostacolare il comando del Cristo, né le nostre obiezioni e né il ritardo nell’eseguirlo. Chi è servo è chiamato a obbedire prontamente anche se l’ordine del Signore non gli sembra opportuno.

Commenta infatti s. Tommaso: «E questo perché impariamo a non frapporre nulla tra i comandi del Cristo e la loro esecuzione, se desideriamo subito conseguire l’effetto della salvezza. Come dice il Salmista (17,4): Con orecchio attento egli mi obbedisce» (1549). Gesù non guarda verso il sepolcro dove regna la morte, ma alza gli occhi verso  l’alto. Egli non li alza in cerca di Dio come se non Lo vedesse; ma il suo sguardo fisico è segno visibile della sua visione del Padre. Colui che vedendo l’aspetto esterno dell’uomo ne vede l’intimo, ora che solleva lo sguardo verso l’alto vede il volto del Padre. I gesti esterni scaturiscono dalla pienezza del suo essere divino. «Gesù distoglie la sua capacità intellettiva dalla consuetudine con coloro che sono quaggiù per ricondurla verso l’alto mediante la preghiera al Padre che tutto trascende» (Origene, op. cit., L.28,IV). Sollevano pertanto gli occhi al Padre coloro che sono puri di cuore e lo pregano adorandolo nello Spirito e nella verità. Coloro che nella preghiera «levano in alto gli occhi dell’anima, li distolgono dalle realtà di quaggiù, dai ricordi, dai concetti, dai giudizi di quaggiù e rivolgono a Dio parole di preghiera grandi e celesti, degne delle realtà grandi e celesti che trattano»(Origene, ivi). Chi invece si sente oppresso dalla colpa, come il pubblicano, non ardisce neppure alzare gli occhi e si batte il petto, dicendo: Dio, abbi pietà di me, peccatore (cfr. Lc 18,13). Talora il Signore concede di alzare gli occhi in una preghiera pura perché ha purificato il cuore per aver ascoltato i gemiti del penitente, talvolta invece è tempo di gemere perché i cattivi pensieri assediano e seducono al peccato. Vi è un tempo per tutto. Chi ha imparato questo sa tenere gli occhi bassi nella richiesta di pentimento e sa alzarsi per la purezza del cuore. La preghiera è uno sguardo che si eleva verso l’alto più il cuore si purifica da ciò che è in basso. Origene dice che agli occhi si devono pure unire le mani pure, cioè la sua preghiera senza ira né dissidi (cfr. 1 Tm 2,8). «In tal modo, infatti, se i nostri occhi saranno rivolti verso l’alto per mezzo dei pensieri e della contemplazione e le nostre mani innalzate per mezzo delle azioni che elevano e sublimano l’anima, al modo cioè in cui innalzò Mosé le sue mani (cfr. Es 17,11) (tanto da poter dire [anche noi]: l’elevazione delle mie mani [è come] sacrificio vespertino (Sal 140,2), gli Amaleciti e tutti i nemici invisibili saranno sconfitti e gli Israeliti che sono in noi, vale a dire i pensieri santi avranno il sopravvento (op. cit., L. 28, v).

Padre, ti ringrazio perché mi hai ascoltato. Il Figlio, prima dell’evento, pronuncia le parole del ringraziamento. Quello che infatti sta accadendo nel tempo è già avvenuto nell’intimo mistero di Dio. Quello che Gesù sta compiendo ora, per propria potenza, è la risposta del Padre a quella richiesta che il Figlio fa nel momento in cui si rapporta con la sua morte e con la nostra. Se nei sinottici e nella Lettera agli Ebrei viene accentuato il sentire umano del Cristo, in Giovanni esso è espresso nell’ira e nelle lacrime che divengono l’interiore certezza dell’esaudimento del Padre e quindi il Figlio può compiere l’opera stessa del Padre, quella cioè di dare la vita, di risuscitare i morti (cfr. 5,21). L’itinerario umano del Figlio, dalla sua incarnazione al suo Innalzamento, è dentro la situazione nostra per cui Egli è in tutto simile a noi. (cfr. Eb 4,15), e nello stesso tempo Egli è dentro non costretto (infatti non è simile a noi nel peccato) ma libero (cfr. Sal 87,6). Per questo Gesù vive gli avvenimenti in modo pienamente umano e nello stesso tempo in modo pienamente divino. Dall’interiore e filiale dialogo con il Padre viene la risposta al fremito della sua umanità immersa nella nostra miseria.

42 Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».

Il Figlio sa che il Padre sempre L’ascolta. Il suo relazionarsi di Figlio al Padre è obbedienza e richiesta secondo il disegno del Padre. Egli avrebbe potuto non esplicitare il ringraziamento per l’esaudimento alla sua richiesta. Tutto in Lui è lode perché il Padre lo ascolta. Tutto in Gesù proclama che le opere da Lui compiute sono le opere stesse del Padre. Se ora Gesù esplicita il ringraziamento lo fa per la folla che Lo circonda.

Nell’ascoltare infatti come Gesù ringrazi prima, perché è certo di essere esaudito dal Padre, quanti lo circondano non possono dubitare che Dio lo ha esaudito. Questo ultimo segno rivela Gesù come inviato dal Padre. Chi vuole credere può credere a Gesù. L’incredulità diventa pertanto un rifiuto voluto.

43 E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!».

Dalle parole di ringraziamento rivolte al Padre, Gesù passa al grido: A gran voce gridò. Questo grido scaturisce dalla sua ira e dal suo pianto e termina nello strappare alla morte colui che Egli ama. Strappa non in modo generico i suoi alla morte, ma ciascuno per nome. Egli è infatti il Dio dei vivi perché tutti vivono per Lui (Lc 20,38).

Il suo cammino fuori del villaggio, verso il sepolcro, è rappresentativo del suo cammino odierno verso i nostri sepolcri. Bisogna infatti che Egli regni finché non abbia posto i nemici sotto i suoi piedi. Come ultimo nemico sarà annientata la morte (1 Cor 15,25-26).

L’ira verso i suoi nemici e le lacrime, che scaturiscono dall’amore per i suoi amici, fino al grido finale di vittoria sulla morte esprimono la redenzione da lui operata.

44 Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il volto avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare».

Al comando del Cristo, colui che era morto uscì. Questi non uscì per forza propria ma in virtù delle parole di Gesù. I suoi piedi e le sue mani, infatti, erano legati con bende e il volto era avvolto dal sudario. Lazzaro si presenta avvolto ancora dai segni della sua sepoltura perché non si dica che è stato un altro a uscire come avevano provato di dire con il cieco nato. Lazzaro è vivo ma non può muoversi; per questo Gesù si rivolge a coloro che gli sono vicino dicendo loro: Scioglietelo e lasciatelo andare; togliete da lui le bende e il sudario perché ancora avvolto nel lino sapolcrale egli possa andare e testimoniare la sua risurrezione.

La risurrezione di Lazzaro si colloca nel tempo presente come testimonianza data a Gesù che Egli è colui che dà la vita ai morti, essendo Egli stesso la risurrezione e la vita.

Per questo, come Gesù ha annunciato al c. 5, i nostri Padri hanno interpretato la risurrezione di Lazzaro come simbolo della nostra risurrezione dal peccato. Gesù ci chiama prima di tutto alla vita divina la cui piena manifestazione sarà la risurrezione dei nostri corpi.

La stessa forza, che il Cristo manifesta nello strappare Lazzaro dalla morte, strappa coloro che ascoltano la sua voce, che risuona nell’Evangelo, dai sepolcri dei loro peccati. «E chi gli obbedisce viene fuori con indosso i legami degli antichi peccati che gli hanno meritato la morte, e con la vista ancora velata, sì che non riesce né a vedere né a camminare né a fare alcunché a causa dei vincoli della mortalità, fino che Gesù non comandi a quelli che sono in grado di farlo, di scioglierlo e di lasciarlo andare» (Origene,op. cit., L.28,VII).

La vita pertanto si comunica gradualmente. Chi è strappato dalla morte del peccato, anche se è deciso a seguire il Cristo «è ancora inabile a vivere secondo tale risoluzione, perché la sua anima ha ancora impedite le sue capacità di camminare, di agire, di vedere… Ma non appena Gesù comanda a quelli che hanno la possibilità di farlo: «Scioglietelo e lasciatelo andare!», in virtù di questo comando impartito da Gesù con l’autorità di un padrone, gli vengono sciolte le mani e i piedi, gli viene tolto il velo che aveva sugli occhi ed egli allora si mette a camminare in modo tale che giunge anch’egli a far parte di coloro che siedono a mensa con Gesù (cfr. 12,2)» (Origene, ivi).

45 Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

L’attenzione dell’evangelista è attratta dal gruppo di Giudei che sono venuti al sepolcro di Lazzaro dietro a Maria e hanno quindi veduto il segno compiuto da Gesù. Vedendo, molti di essi essi credono in Gesù. Questi Giudei hanno visto la sua azione visibile e hanno udito la sua voce, ma l’effetto del comando non appartiene all’uomo, bensì a Dio; per questo hanno creduto in Lui. La voce del Figlio di Dio li ha strappati alla loro morte e li ha portati alla vita strappando tutti i legami dell’incredulità. Infatti credere è cogliere l’unità inscindibile tra la voce di Dio, che opera meraviglie, e la voce del Cristo, che ha lo stesso potere del Padre.

Al contrario alcuni di loro, benché abbiano udito, non credono e vanno a riferire ai farisei quello che ha fatto Gesù. Costoro sono prigionieri della loro ostilità verso Gesù. Essi sanno che questo ultimo segno è il più grave di tutti. Se già i farisei avevano cercato di marginare gli effetti provocati dall’illuminazione del cieco nato, quanto più ora saranno adirati per un segno così unico quale la risurrezione di un morto già in putrefazione. Come i farisei, anche questi alcuni tra i Giudei non vogliono dei segni perché non vogliono che sia sconvolto quell’ordine che essi hanno cercato di realizzare in cui si esprime la loro libertà di culto e il loro potere. Per difendere questo, essi sono disposti a tutto sia a negare l’evidenza dei fatti come a uccidere personaggi scomodi, quali Gesù e Lazzaro.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. In pace preghiamo il Signore e invochiamo l’effusione dello Spirito Santo, perché scenda come rugiada di luci sui nostri morti.

Padre santo, che sei il principio della vita, ascoltaci.

  • Per la Chiesa santa, perché nell’annuncio dell’Evangelo dia la vita a quanti sono morti, preghiamo.

  • Per le nostre Chiese, che ci hanno rigenerato alla vita nuova, perché nel Cristo, che è la risurrezione e la vita, strappino gli uomini dalla corruzione delle passioni e dai loro sepolcri sigillati dalla morte, preghiamo.

  • Per tutti i catecumeni, perché, si preparino alla rigenerazione, come rinascita alla vita divina, e perché risplendano come astri nel mondo, preghiamo.

  • Per tutti i popoli della terra, perché ascoltino la Parola della vita e non siano più simili ad ossa aride, in cui è spenta ogni speranza di vita, preghiamo.

  • Per tutti i poveri e gli afflitti perché nella sofferenza i loro cuori siano pronti ad attendere ed accogliere Gesù colui che li strappa dalla loro schiavitù e li rende liberi da ogni tirannia, preghiamo.

Eterno Padre, la tua gloria è l’uomo vivente; tu che hai manifestato la tua compassione nel pianto di Gesù per l’amico Lazzaro, guarda oggi l’afflizione della Chiesa che piange e prega per i suoi figli morti a causa del peccato, e con la forza del tuo Spirito richiamali alla vita nuova. Per Cristo nostro Signore.

Amen