FEDELTÀ E PERSEVERANZA INTRECCIO DI RESPONSABILITÀ

(Cf At 9, 26-30; 11, 25-26)

CONGREGAZIONE ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA

Instrumentum Laboris

Congregazione Plenaria

 

27-28 gennaio 2017

 

[Saulo] venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Barnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo,  i  fratelli  lo  condussero  a  Cesarea  e  lo  fecero  partire  per Tarso…. (At 9,26-30).

Barnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo: lo trovò e lo condusse ad Antiochia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani (At 11,25-26).

Introduzione

Il tema della fedeltà e della perseveranza è centrale nella Parola di Dio, ma con un orizzonte di prospettive e una costellazione di significati che sarebbe qui impossibile anche solo riassumere.

È in Dio anzitutto che la fedeltà (’emet/’emunah, dalla radice ‘mn, in ebraico) si rivela come atteggiamento affidabile, perseverante e immutabile. Bontà e fedeltà caratterizzano la natura di Dio e tutto il suo agire nei riguardi del popolo eletto, ma anche verso tutta la creazione. La fragilità evidente e ripetuta di Israele sia come popolo che come singole persone non scalfisce la “rocciosità” (Dt 32,4) della fedeltà di Dio,  come canta  il  salmista: “La  tua  fedeltà  di  generazione in  generazione”  (Sal

119,90).

Da qui deriva la risposta umana: una fedeltà che è anzitutto fede e fiducia (come rivela la traduzione greca di fedeltà, che usa pistis/pisteuein [fede/credere] e i suoi derivati), affidamento e adesione alle promesse e ai precetti dell’alleanza. “Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà per chi custodisce la sua alleanza e i suoi precetti” (Sal

25,10).

Anche se Israele non è stato “servo fedele”, si è smarrito e ha imitato spesso la infedeltà della generazione nel deserto – “generazione dal cuore incostante e dallo spirito infedele a Dio” (Sal 78,8) – Dio non ha cessato di dare prova di fedeltà: egli “ha pietà con affetto perenne” (Is 54,8). Il Figlio, Gesù di Nazaret, Cristo e Verbo di Dio, è venuto a mostrare fino a che limite può giungere la fedeltà del Padre. Egli è il “testimone fedele” (Ap 1,5), il servo “fedele e veritiero” (Ap 19,11) in cui si compiono “tutte le cose… scritte nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44).

A noi è data la grazia e richiesta la risposta della fedeltà al Padre attraverso il suo Figlio che ci ha amato e ha dato se stesso per noi. Uno dei titoli primitivi dei cristiani sarà proprio quello di fedeli, per indicare la fede in Cristo (At 10,45; Ef 1,1), animata dall’amore (Gv 15,9s). Paolo fa uso frequente di questo lessico, sia per le persone che per gli atteggiamenti, e menziona fra i frutti dello Spirito anche la fedeltà (Gal 5,22).

  1. Fedeltà nella sequela

La vita consacrata nella Chiesa si identifica per la sua radicazione profonda “negli esempi e negli insegnamenti di Cristo Signore”, così che “i tratti caratteristici di Gesù, vergine, povero ed obbediente, acquistano una tipica e permanente “visibilità” in mezzo al mondo”, richiamando al “mistero del Regno di Dio che già opera nella storia, ma attende la sua piena attuazione nei cieli” (Vita Consecrata 1). Il cammino del credente, che accoglie i consigli evangelici come stato permanente di vita (cf CIC 573

  • 1) è, pertanto, un cammino “vegliante”. In prima istanza, vegliare nella sequela Christi significa sostanziare la coscienza del mistero che la origina: l’avvenimento che accade nella persona umana, uomo e donna, condotta a conoscenza della chiamata che la  pone  in  obbedienza  di  fede,  nello  stile  di  Gesù Cristo e  dei  consigli  del

Vangelo, sui cammini della storia (cf Vita Consecrata 1). In seconda istanza il vegliare chiede che tale mistero sia vissuto nella storia, senza distrazioni né sonnolenze, affinché gli eventi, le possibili suggestioni e le inclinazioni che potrebbero frenare passo e cuore siano ricondotte a fedeltà. 1

La  vigilanza,  atteggiamento  globale  di  attenzione  alla  presenza  del  Signore,  di tensione interiore per discernere e far spazio in sé alla sua venuta, ci pone in uno stato di lucidità spirituale, ci rende vigili-veglianti; essa rappresenta l’ambiente vitale della fede, della speranza e della carità,2  ed è un mezzo assai efficace per lottare contro quelli che un monaco del VI secolo definiva «i tre potenti giganti»: ignoranza, oblio, indolenza.3 L’impegno a vegliare, teso a sgomberare il cuore dalle distrazioni che ostacolano la vita spirituale, contribuisce a creare la persona non distratta (aperíspastos) e non incostante (ameteóristos). La veglia vigile trasforma l’energia vitale sviata o bloccata nelle “passioni idolatriche” in energia per conseguire l’agape, la carità verso Dio, verso tutti i fratelli e tutte le creature. 4

  1. Fedeltà: processo di crescita e di cura

La dimensione processuale della vita intesa come dinamismo costante è uno degli elementi concettuali di spicco della nuova antropologia psicologica. Secondo tale percezione l’attenzione nell’analisi della realtà, anche di quella umana, va in modo preferenziale al dato esistenziale su quello essenziale, come forse in una certa visione antropologica classica. Di qui la proposta d’un’immagine di persona non più o non solo definita da ciò che in lei è costitutivo e dunque stabile e immutabile, ma anche e prevalentemente da ciò che essa scopre e acquisisce costantemente di nuovo su di sé e sulla realtà intera. È un cambio di prospettiva notevole, con varie conseguenze specie per quanto riguarda la formazione e la crescita in genere. Ne vediamo alcuni aspetti.

La concezione della vita umana e delle sue stagioni di crescita, non più concentrate solo ed esclusivamente nella fase cosiddetta giovanile, ma estese – in una concezione evolutiva e di per sé illimitata della maturazione – a tutta la vita dell’essere umano, e corrispondenti ognuna alle diverse fasi esistenziali, fino alla morte, almeno teoricamente. Il concetto e la possibilità della crescita cesserebbero d’essere fenomeno tipicamente giovanile, ma entrerebbero a far parte dell’idea medesima dell’esistenza umana, che è in se stessa – per definizione – processo di crescita, i cui estremi  sono segnati dalla vita e dalla morte.

Questa concezione della vita come dinamismo progressivo contribuisce a ridefinire anche la morte o, comunque, ha qualcosa da dire anche circa il suo mistero, perché la

1 Cf. CIVCSVA, Sequela Christi, La sfida della perseveranza nella vita consacrata, 2010/2, 9-13.

2 Cf. NICEFORO MonacO, Discorso sulla sobrietà e la custodia del cuore, in La Filocalia, vol. III,  Gribaudi, Torino 1985,

525.

3   Cf. MARCO il Monaco, A Nicola 10,17-29; 12,18-38.

4   Cf CIVCSVA, Sequela Christi cit., 106-124.

fine dei propri giorni fa rigorosamente parte di un cammino di crescita. La morte, e ciò che la precede, da un lato segna il termine di quei giorni con tutto quel che l’accompagna (venir meno della salute, perdita dell’autonomia, sofferenze varie…), dall’altro ne indicherebbe anche il più alto compimento, o il momento in cui è chiesto al vivente il massimo della libertà, quella del dono totale e definitivo di sé. Se la vita in genere è processo progressivo verso un compimento, tanto più lo è la vita consacrata, la quale è scelta per esser sempre più conformi all’immagine del Figlio, al punto d’aver in sé i suoi stessi sentimenti.

Un progetto del genere non si può compiere in un arco di tempo limitato (alla formazione iniziale) ma s’estende per natura sua a tutto l’arco dell’esistenza. Non si tratta semplicemente di conformare la condotta esteriore a una certa regola (per quanto evangelica) o a un certo ideale (pure  altissimo), ma se si tratta accompagnare con cura per giungere a evangelizzare sentimenti, sensazioni, impulsi, motivazioni profonde, sensibilità e mondo interiore con tutta la sua complessità misteriosa (formazione continua).5

  1. Fedeltà: intreccio personale e istituzionale

Dietrich Bonhoeffer afferma che non è l’amore a sostenere il matrimonio, ma il matrimonio a sostenere l’amore. È innegabile che l’istituzione rappresenti una tutela per la persona, che viene protetta da se stessa, dai suoi sbalzi d’umore, dalle sue passioni fugaci, dalla sua libertà fragile.

Le istituzioni sono perciò tutt’altro che creazioni artificiose, ma sono un dono dello Spirito alla Chiesa: in esse la persona chiamata vive la sua scelta di vita e trova sostegno per essa.

Non possiamo nascondere però che la flessibilità e la liquidità siano le cifre di comprensione dell’uomo postmoderno e del suo rapporto con l’istituzione. Una libertà fluida che si percepisce assoluta non coglie con facilità il carattere liberante dell’istituzione e la formidabile garanzia di perseveranza che rappresenta. Essa da sola potrebbe ridursi a scatola vuota, ma, entro un percorso di accompagnamento garantito dalla stabilità e dalla continuità, è il luogo nel quale la grazia di Dio trova meglio le condizioni per quella calma e quiete necessarie per la conversione (cf. Is

30,15). Perseveranza come «sforzo prolungato» e grazia come azione coadiuvante

trovano  nella  stabilità  dell’istituzione  la  condizione  favorevole  perché  il  singolo, come la comunità, possano meglio scrutare i segni dello Spirito, che spinge sempre la libertà  umana  ad  ancorarsi  alla  verità.  Alla  luce  di  quanto  argomentato,  il perseverare nella sequela si presenta come lo sforzo prolungato che il singolo, entro le relazioni stabili di un’istituzione, compie nello Spirito Santo, per tornare con la propria libertà alla promessa contenuta nella croce del Signore. In essa la libertà è stata liberata per essere pienamente se stessa nel farsi dono.6

5 Cf ibid., 75-86.

6 Cf ibid., 87-94.

Le linee di orientamento esposte di seguito intendono provocare osservazioni sul tema della fedeltà e della perseveranza dei consacrati e delle istituzioni. I suggerimenti qui raccolti, ovviamente incompleti e perfettibili, costituiscono uno strumento di lavoro iniziale per aprire uno spazio di riflessione e di dialogo. Si invita a formulare e a rispondere a due domande di base: 1) Quali sono le cause o le radici che provocano attualmente l’infedeltà? 2) Cosa è possibile fare e bisogna fare per aiutare le persone a vivere questo “intreccio” di responsabilità?

  1. La fedeltà provata

Una diagnosi a fondo sui fattori che condizionano e determinano il vissuto della fedeltà dei consacrati e, particolarmente, sui fattori che promuovono scelte di scissione è, indubbiamente, condizione previa a qualsiasi tentativo di sana reazione. Tra questi fattori si distinguono le “cause” (più consistenti) dai “sintomi” (più epidermici e visibili).

4.1.      Alcune cause

In effetti, sono numerosi i fattori che si trovano alla base di fedeltà fallite: sgomento dinanzi alle condizioni di un mondo e di una cultura in mutamento, assai diversi da quelli che segnarono le decisioni vocazionali iniziali dei consacrati; la “proposta di mondanità”7 che non si fida e cerca di negoziare la fedeltà; la mancanza di una formazione teologica in grado di affrontare le sfide che derivano da una visione più scientifica e critica della realtà; problemi affettivi vissuti in ambienti diversi e meno protetti rispetto a quelli della formazione iniziale; l’incapacità di assumere i difficili compiti che oggi l’evangelizzazione presenta; sconforto dinanzi a processi di invecchiamento istituzionale e di mancanza di sostituzioni… Sicuramente siamo di fronte ad una “fedeltà assediata” da un’atmosfera culturale che fa del relativo, del provvisorio e del particolare la misura del proprio essere e del proprio agire, rendendo  difficile  l’essere  saldi,  costanti  e  continuativi  nelle  convinzioni  e  negli affetti, nell’adempimento dei propri obblighi.   In definitiva, si tratta di problemi culturali e istituzionali i cui effetti si scaricano sulle persone e si rispecchiano in loro, fino ad arrivare a condizionare la loro fedeltà, fino a intaccarla.

La mancanza di fede

In primo luogo, l’infedeltà irrompe dallo spazio della fede, che oggi è fortemente attaccata. Il Papa Benedetto XVI riconosceva nel tempo odierno “una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone”8. Ci sono consacrati che hanno abbandonato la loro vita dopo una crisi del credere. Questa crisi sorge, oltre che per ragioni di tipo culturale, a causa di due presupposti antropologici: alimentare una visione di Dio in cui la gratificazione primeggia sul significato, con “un principio non negoziabile di libertà”9  che indebolisce e disonora la fedeltà, dandola per inutile. Dopo gli anni

7 PAPA FRANCESCO, Omelia nella cappella della Domus Sanctae Marthae, lunedì 18 novembre 2013.

8 BENEDETTO XVI, Lettera apostolica “Porta fidei”, 2.

9 PAPA FRANCESCO, Udienza generale, Mercoledì 21 ottobre 2015.

della formazione iniziale, gratificanti nella maggior parte dei casi, il consacrato o la consacrata possono sentirsi tentati di dare per scontato il fatto che questa fede, quasi per magia, sia in grado di coprire le lacune   della propria personalità o che la preghiera sia un balsamo che sana tutti i problemi o che l’esperienza della fede non abbia eclissi. La vita e il lavoro quotidiani, l’influsso dei mezzi di comunicazione sociale, il contatto con un mondo sempre più vasto rispetto a quello della propria istituzione (specialmente per gli istituti religiosi), la capacità critica stimolata dallo studio e l’inserimento nella cultura ambientale ed altre cause non tardano a mettere in difficoltà questa fede forse sincera, ma spesso immatura. La preghiera, che sembrava un’oasi, crolla. Quello che si possedeva in modo pacifico e gratificante si comincia a vivere con sospetto e ciò favorisce l’indurimento del cuore con atteggiamenti scettici o critici (nelle persone più pratiche). Vi è poi il fatto che la fede è soprattutto una relazione con una persona viva, con Gesù Cristo risorto; una relazione richiede di essere coltivata ed implica un’adesione totale di sé, mente e cuore, affetti e volontà.

La maturità affettiva carente

Insieme alle crisi di fede, ci sono consacrati la cui fedeltà dipende dalla loro maturità affettiva, o perché appartengono ad una generazione che vive la cultura del pensiero debole, o per vecchi problemi non risolti, o ancora a causa di problemi nuovi e inattesi: non perché scoprono ora le loro debolezze e le loro ansie, dopo gli anni trascorsi, ma piuttosto perché le debolezze e ansie si rivelano loro in un modo nuovo, non sufficientemente previsto e controllabile. La comunità, spesso eterogenea e dispersa, non sempre è un luogo protetto dove convivono persone centrate nella loro vocazione ed entusiaste nei loro impegni apostolici. Spesso non trovano facilmente in comunità gli aiuti di cui hanno bisogno. La capacità di vivere giorno dopo giorno un amore oblativo e perseverante si scontra con il mondo complesso di antipatie e simpatie, stati d’animo, nervosismi, fobie, pregiudizi, conflitti ed attriti. Questo fenomeno, unito ad altri, incide su tutta la persona in modo aggressivo e singolare: sull’equilibrio spirituale, sulla capacità di concentrazione, sulla vita di preghiera, sulle  motivazioni  della  dedizione  pastorale.  Sotto  questi  effetti,  non  di  rado  si cercano compensazioni di vario tipo per mitigare il malessere: utilizzo della virtualità quale forma solita di relazionarsi, richiesta implicita di attenzione, fuga dalla solitudine con se stessi e desiderio indiscriminato di compagnia, soddisfazione di una certa curiosità, ecc.

Questa complessa questione devia spesso verso la problematica affettivo-sessuale. I consacrati non sempre mostrano un livello di integrazione delle loro risorse affettive- sessuali consono al loro progetto di consacrazione. Se la dimensione affettiva non si vive e si gratifica principalmente nella relazione teologale con Dio e, anche, in una rete  di  relazioni  sane  e  costruttive,  dentro  e  fuori  la  propria  comunità,  c’è  da aspettarsi che la frustrazione scatenata cerchi evasioni, e si consolidi la tendenza a moltiplicare relazioni frammentate, incapaci di sostenere scelte forti e definitive.

Le sequele dell’attivismo

C’è un terzo spazio dove la fedeltà del consacrato è messa alla prova: la sua attività

apostolica e professionale. E’ possibile che esploda maggiormente nelle fasi della vita

in cui le persone godono di buona salute e con il necessario e il dipiù per svolgere i compiti loro affidati. Non è infrequente il fenomeno descritto di seguito: da un lato, questi consacrati desiderano assumere responsabilità «produttive» dopo il periodo della loro formazione iniziale, ma una volta che iniziano la nuova tappa si produce un lento processo che porta a porre l’interesse principale nella missione, relegando in ombra la primaria relazione con Cristo, il tempo della preghiera e le espressioni dell’appartenenza alla fraternità/comunità carismatica. In casi estremi si giunge a quella che Papa Francesco denuncia come mondanità spirituale.10  Questa ammette svariate forme, secondo le persone e i loro ruoli, ma rende sempre incapaci di mantenere  viva  la  passione  della  sequela  in  mezzo  all’attività  e  alle  fatiche apostoliche e lavorative, specialmente in circostanze difficili. Si capisce allora lo sgretolamento vocazionale, la mediocrità quale stile di vita, la fuga verso impegni compensatori, l’inefficacia della testimonianza, l’insoddisfazione tristemente contagiosa, l’abbandono di certe abitudini di vita benefiche e l’accomodamento imborghesito. Queste predisposizioni costituiscono un terreno fertile per dimissioni o per infedeltà latenti che sovvertono la perseveranza nella vocazione, perché “l’onore alla parola data, la fedeltà alla promessa, non si possono comprare e vendere. Non si possono costringere con la forza, ma nemmeno custodire senza sacrificio”11.

4.2.      Alcuni sintomi

Facciamo riferimento ai consacrati in generale, e quindi sia a coloro che nella formazione iniziale hanno incontrato frustrazioni, o delusioni significative, sia a coloro che durante questo periodo hanno avuto buoni formatori ed accompagnatori e spazi e tempi sufficienti per un’attenzione personalizzata.

In generale la conseguenza, nei consacrati, dei sintomi indicati, è l’idea che sia possibile vivere una vita consacrata da soli, senza aiuti speciali e senza appoggi personalizzati.

La demotivazione

Forse questa disposizione, nei suoi inizi, è la meno preoccupante, malgrado il suo essere frequente. E’ l’atteggiamento tipico di consacrati che hanno una condotta pubblica corretta, ma senza intensità e senza radicalità. All’esterno, compiono il loro dovere e sono efficienti; all’interno sono spenti, addormentati. Sono responsabili nel loro lavoro, sufficientemente attenti alla loro vita affettiva, regolari nella loro preghiera, attenti alle necessità pastorali e comunitarie, fedeli agli impegni presi. Però manca loro la tensione dell’impulso crescente. La loro fedeltà si limita a ciò che considerano ragionevole. Non hanno incentivi che li spingano verso la profezia evangelica. Il motore delle loro vite è in marcia, ma con il freno a mano tirato. Una fedeltà così, al rallentatore, lascia un gusto agrodolce, una sensazione di delusione e di vuoto.

Questo atteggiamento è campo propizio e vulnerabile all’“insidia della mediocrità nella vita spirituale, dell’imborghesimento progressivo e della mentalità consumistica”12. Normalmente, in una prima fase, le concessioni e le negligenze non

10 Cf. PAPA FRANCESCO, Evangelii Gaudium, 93-94.

11 PAPA FRANCESCO, Udienza generale cit.

12 CIVCSVA, Istruzione Ripartire da Cristo,19 maggio 2002, 12.

sono considerate importanti, viene dato loro uno scarso peso nel terreno morale. Ma, se persistono, il soggetto raggiunge uno stato di insensibilità e di automatismo che annulla definitamente in lui qualsiasi desiderio di crescita. L’apatia e la riluttanza possono condurlo a funzionare al minimo, con una forte tendenza verso la comodità e l’imborghesimento. Tutto ciò dispone alla diserzione verso la riluttanza generalizzata, l’apatia pastorale, il raffreddamento nelle relazioni sociali e l’imborghesimento cui dà origine.

Il torpore

Ci sono coloro che conservano germi di illusione vocazionale e, allo stesso tempo, segnali di scetticismo; questa forza buia corrode e spinge a chiedersi se vale la pena perseverare in modo coerente. La tensione può sprofondare nel torpore se il soggetto non si decide a rispondere in modo incondizionato alle chiamate ripetute che il Signore gli rivolge nella vita. Il torpore cresce nella misura in cui manca l’energia necessaria per scegliere con generosità. I mediocri escludono l’eccellenza, perché impossibile e indesiderabile. Teoricamente, desiderano essere fedeli, ma allo stesso tempo sono attratti dai vantaggi o dai benefici secondari o collaterali che l’infedeltà promette loro in modo ingannevole. Questa situazione li tranquillizza; non è dolorosa e non scuote nemmeno la crisi, scossa che in questo caso sarebbe sana. Blocca qualsiasi passo avanti, mette la persona in condizione di accontentarsi di ciò che è e del punto che ha raggiunto, con la convinzione che non è possibile fare di più. Anzi, si convince del fatto che sforzarsi potrebbe danneggiare la salute o essere il prodotto di un calcolo.

Le conseguenze di questa interiorità sfinita e languida spuntano immediatamente: la relazione con Dio, se non è inesistente, si traduce in preghiera scarsa e abitudinaria; manca la passione e la dedizione nella missione; la castità si vive in ribasso e con negligenze audaci; si accende il desiderio ingenuo di trasgressione; le persone appaiono tristi “come chi non ha speranza” (1Ts 4,13) e perdono la motivazione per comunicare il proprio stato d’animo a chi li potrebbe aiutare ed accompagnare.

La «schizofrenia esistenziale»

Questo sintomo non contraddice in assoluto la situazione dei consacrati che, in un modo o nell’altro, sperimentano una tensione salutare tra ciò che sono e ciò che desiderano, tra la loro realtà e i loro ideali. Questa è una tensione sana se produce in loro desideri di superamento e, allo stesso tempo, dolore dinanzi ai loro errori e limiti. Questo dolore è il campanello di allarme della coscienza morale che non si rassegna ad essere messa a tacere. E’ lo spiraglio da dove può entrare la luce dello Spirito di Dio che chiama alla conversione.

Stiamo parlando di ciò che il Papa Francesco chiama una «doppia vita»13. Questa sviluppa progressivamente, rendendo sempre più ambiguo il comportamento del consacrato.  Pur  non  arrivando  ancora  ad  una  condotta  peccaminosa,  questa ambiguità impregna lentamente il giudizio morale, che diventa sempre più permissivo e condiscendente. E così si fa sempre più strada una debolezza crescente su quelle convinzioni e su quei valori che dovrebbero essere più fermi e strutturanti. Coloro che rimangono abbindolati da questa ambiguità sono divisi tra l’apparenza e

13  Cf PAPA FRANCESCO, Incontro con sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi, Cattedrale di Kampala (Uganda), 28 novembre 2015.

la vita reale, tra ciò che mostrano e ciò che nascondono.  Questa situazione può aggravarsi fino a limiti insostenibili se si intorbidisce con aspetti morali inquietanti (compensazioni sessuali, alcool, denaro, consumismo smoderato, dissoluzione della personalità…). Si alza così un muro che separa «il personaggio», che conserva gelosamente un’apparenza di onestà, e «la persona», che naufraga spiritualmente. Un fiacco camuffamento di razionalizzazioni e di giustificazioni la sottraggano da qualsiasi reazione e la inseriscono in una spirale viziosa.

L’instabilità nell’impegno.

Questa   debolezza   si   manifesta   in   cambiamenti   e   andirivieni   degli   impegni liberamente assunti. Chi la soffre, manifesta una successiva alternanza tra fasi di fedeltà accettabile ed altre di infedeltà deplorevole. Indubbiamente, hanno gustato in alcuni momenti la gioia della sequela, ma ora sperimentano in modo intenso il gancio abbagliante dell’infedeltà. In fondo, il loro cuore è sincero e sensibile alle chiamate del Signore, ma incostante e malfermo nell’adesione a Lui, specialmente quando si presentano le prove e le asperità della fedeltà. Si comincia continuamente, perché le cadute sono prevedibili e ricorrenti. Non è difficile localizzare, alla radice di questa mancanza di stabilità vocazionale, una passione dominante, un punto debole, un tallone d’Achille, che squilibra e blocca la crescita personale ed evangelica.

In tali circostanze non è infrequente che questi consacrati siano assaliti da una progressiva autogiustificazione della propria situazione, per proteggersi, con una perdita della coscienza penitenziale o del senso di colpa. Poco a poco non si avverte più dolore, o amarezza, o pentimento, o vergogna per il proprio stato. E viene eliminato radicalmente qualsiasi proposito di conversione o di miglioramento.

4.3.      Le carenze dell’istituzione

Allarghiamo l’orizzonte dalla persona alle istituzioni, luoghi quotidiani e permanenti in cui i consacrati e le consacrate vivono e operano come corpo ecclesiale.

Insufficienti o inadeguate motivazioni vocazionali

È indubbio che, accanto a quelli che lasciano dopo aver portato a termine un serio discernimento e a quelli che lasciano e non dovrebbero farlo, in quanto vengono meno ad una chiamata che continua comunque a essere presente, vi sono anche coloro che abbandonano perché le motivazioni non sono state vagliate a sufficienza o approfondite, o semplicemente perché la scelta è stata strumentale ad altri scopi o mete da raggiungere. È il tema che interroga in modo prioritario le istituzioni circa la serietà del discernimento e dell’accompagnamento vocazionale, fondamentale per verificare l’esistenza di motivazioni autentiche. In non pochi casi le motivazioni che muovono alcuni soggetti sono totalmente estranee alla logica della vocazione (pressioni provenienti dal gruppo di appartenenza, ragioni non specificatamente religiose, realizzazione di sé e dei propri desideri), altre volte sono valide ma troppo generiche, non toccando la specificità della natura e della missione della consacrazione. Non sempre le motivazioni riscontrate sono “germinative”, ossia valide perché messe in relazione diretta con gli elementi propri e specifici della vocazione: la disponibilità incondizionata a ciò per cui Dio vuole inviare; un sì personale per un dono a tempo pieno; il servizio dei poveri e dei bisognosi; l’accettazione della missione ecclesiale per un senso di viva appartenenza ad essa, la

rinunciare libera alla propria libertà e alla propria capacità generativa per amare come Dio ama.

Esercizio inadeguato dell’autorità

Papa Francesco ha parlato al Sinodo di una «Chiesa che si non vergogna del fratello caduto e non fa finta di non vederlo, anzi si sente coinvolta e quasi obbligata a rialzarlo e a incoraggiarlo a riprendere il cammino e lo accompagna verso l’incontro definitivo» (Discorso di chiusura, 18 ottobre 2014). E’ impressione diffusa, che non di rado, nel rapporto superiore-suddito manchi la base evangelica della fraternità. Si dà maggiore importanza all’istituzione che alle persone che la compongono. Non a caso la causa principale degli abbandoni deriva dall’indebolimento della visione di fede, dai conflitti nella vita fraterna e da fraternità deboli in umanità.14

Soprattutto negli istituti religiosi femminili e nei “nuovi Istituti”, la persona, può essere oppressa dall’invadenza del potere nella comunità locale al quale è costretta a chiedere continuamente permessi, e da cui subisce ricatti. Il Codice dice con molto coraggio: «La vita fraterna propria di ogni istituto… sia definita in modo da riuscire per tutti un aiuto reciproco nel realizzare la vocazione propria di ciascuno» (can. 602; cfr. PC 15). Quando invece chi esercita il potere si compiace di atteggiamenti infantili e della totale deresponsabilità, difficilmente condurrà le persone alla maturità, e la vita comunitaria diviene un inferno. È anche in questa tensione che si verificano gli abbandoni, per insopportabilità delle situazioni, e sono realtà frequenti. Di fronte all’abbandono dell’Istituto, il superiore/la superiora spesso scarica la responsabilità con un giudizio sommario: “Troppa libertà!”. Bisogna invece dire che troppo autoritarismo fa molto male alla vita consacrata e chi esercita l’incarico senza ascoltare, andrebbe opportunamente rimosso.15

Altro fenomeno, tipico degli istituti religiosi maschili o degli istituti secolari, è l’esercizio  scarsamente  significativo  dell’esercizio  di  autorità  che  preferisce l’anonimia senza orientamento ad un accompagnamento evangelicamente fecondo.

  1. La cura della fedeltà

5.1.     Dalla Parola la luce sulla vita

Fra le molte pagine bibliche che parlano di crisi e fallimenti, abbiamo scelto un momento critico, doloroso, ma anche poi ben risolto, della vita di Paolo apostolo. Ci fermiamo sulla prima fase della sua esperienza di convertito: quando Saulo con il suo entusiasmo, probabilmente precipitoso, ha provocato irritazione e violenta reazione sia tra gli ellenisti che, forse anche, tra i cristiani stessi della prima generazione.

Riassumiamo brevemente, perché sono cose conosciute, a partire dal soggiorno di Paolo a Damasco, dopo il battesimo per mano di Anania e la guarigione degli occhi (At 9,  1-19a). Narrano gli Atti che Saulo, appena convertito, si diede ad “annunciare

14 Cf CIVCSVA, Congregazione Plenaria Vino nuovo in otri nuovi, Instrumentum laboris, 27-30 novembre 2014.

15 Ibid.

che Gesù è il Figlio di Dio” (At 9,20), suscitando meraviglia e stupore, “e gettava confusione tra i   Giudei residenti a Damasco” (At 9,22). Lo stupore si trasformò presto in rabbia e minaccia, con progetti di ucciderlo, per cui di notte i discepoli, di nascosto, lo calano in    una cesta dalle mura e lo fanno partire (At 9,25). Saulo si sposta  a  Gerusalemme,  dove  ricomincia  da  capo  –  ma  circondato  ancora  da diffidenza dei discepoli – ; per superare il sospetto il levita cipriota Barnaba lo prende sotto protezione, spiegando agli apostoli le cose avvenute a Damasco. E così Saulo può “predicare apertamente nel nome del   Signore” (At 9,28). Ma anche qui la sua irruenza crea tensione di nuovo, col rischio di venire ucciso: per salvarlo “i fratelli lo condussero a Cesarea e di qui lo fecero partire per Tarso” (At 9, 30).

In entrambi i casi pare che la comunità – ad accezione di Anania e Barnaba – non lo I abbia sostenuto. Anzi ha collaborato a farlo fuggire, per non trovarsi coinvolta in tensioni forti. A questi due eventi di conflitto seguono per Saulo lunghi anni di amarezza, solitudine e totale disinteresse dei fratelli. Si tratta di forse una decina d’anni. Si può capire lo sconforto e la fatica interiore di Saulo: solo Barnaba  aveva capito la risorsa preziosa che era Saulo. Però alla fine anche lui ha dovuto cedere  ai fanatici, minacciati nella loro tranquillità comoda.

Da questo episodio può venire un primo insegnamento: il trasferimento dello zelo  da un campo all’altro, senza mediazione e maturazione, tante volte crea tensioni e conflitti.

La durissima prova dell’isolamento e quindi della purificazione (una decina d’anni almeno) ha destabilizzato Paolo e lo ha aiutato a integrarsi nella sua personalità, anche se isolato. Poteva anche cadere nella recriminazione amara e considerarsi osteggiato  dai  pregiudizi.  Il  rischio  era  reale  e  fondato,  e  meno  male  che  c’era Barnaba di mezzo, il quale non s’era rassegnato alla emarginazione di Saulo.

Infatti Barnaba, inviato ufficialmente a verificare e guidare la situazione rischiosa della comunità di Antiochia – nata per caso grazie ai fuggiaschi scampati alla persecuzione scoppiata al tempo di Stefano (At 11,19) – una volta consolidata con fiducia  la nuova esperienza in ambiente multietnico, riprende la via di Tarso. Dice il testo che  Barnaba mette in gioco ogni risorsa: “Barnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare  Saulo: lo trovò e lo condusse ad Antiochia. Rimasero insieme un anno intero   in   quella   Chiesa   e   istruirono   molta   gente”   (At   11,25).   Questa   volta l’inserimento avviene in  maniera graduale, intelligente, progredente : in un contesto meno fanatico, pluralista e nell’esercizio creativo di modalità sconosciute a Gerusalemme. Infatti sarà proprio ad   Antiochia che l’attività della predicazione kerigmatica  porterà  ad  un  riconoscimento  pubblico  del  nuovo  gruppo  come “cristiani” (At 11,26).

Barnaba saprà diplomaticamente riportare a Gerusalemme Saulo stesso, ma in circostanze meno conflittuali: quando andranno insieme a portare agli anziani l’aiuto materiale per superare la carestia (cf. At 11,30). E più avanti – passata la parentesi dell’uccisione di Giacomo e del nuovo arresto e liberazione di Pietro (At 12,1-23) – quando si descrive la situazione stabilizzata e matura di Antiochia, con i suoi profeti e dottori, Saulo sarà ultimo della lista dei 5 responsabili (cf. At 13,1). Ad indicare una inserzione graduale e una maturazione senza forzature nell’accoglienza. È proprio in

questo clima di convivialità di differenti esperienze e provenienze che lo Spirito si farà  sentire e chiederà di avventurarsi per “un’opera” missionaria del tutto ignota. Da qui   parte una maggiore responsabilità di Saulo, che lo porterà alla piena responsabilità  missionaria, non senza qualche contrasto clamoroso. Infatti anche la nuova esperienza  missionaria non sarà priva di conflitti e resistenze fanatiche, come sappiamo, poi risolte (momentaneamente) con i decreti del Concilio di Gerusalemme (At 15,1-35).

Possiamo imparare dalla vicenda, sommariamente descritta, molte cose per il   tema della fedeltà e della perseveranza e anche per le fragilità che ci preoccupano oggi  nel campo della vita consacrata. Per quanto sia doveroso e necessario esaminare   e stigmatizzare le circostanze e gli atteggiamenti che influenzano e fragilizzano la fedeltà di chi se ne va, non si deve nascondere neanche la corresponsabilità di certi atteggiamenti rigidi e chiusure mentali, che sono a volte conca usa di tante crisi e aprono la via alla infedeltà, minando la serena perseveranza.

Vorremmo anzitutto menzionare la necessità di approfondire le emozioni interiori e i percorsi intimi che ciascuno – a somiglianza di Saulo/Paolo – vive e che lo caratterizzano.  L’irruenza del giudeo zelante prima e del neo-convertito Saulo poi – e quindi i conflitti  che ha innescato e alimentato – vanno interpretati con l’ausilio sia della tradizionale   sapienza e del discernimento prudente, ma anche riconoscendo aspetti dell’inconscio prima ignorati, e che la psicologia del profondo può rivelare. In entrambi gli ambiti,  Saulo agiva per pulsioni interiori non ancora ben orientate, il suo zelo era genuino ma cieco.

La figura poi di Barnaba – esplicitamente definito “uomo virtuoso e pieno di Spirito santo e di fede” (At 11,24) – ha avuto un ruolo decisivo in questa situazione complicata.  Sia nel primo intervento a Gerusalemme, per superare la paura e la diffidenza verso il  “persecutore accanito” riciclatosi troppo in fretta (At 9,26). Sia poi nel mettere in gioco tutta la sua autorevolezza col “partire, cercare, trovare, condurre, inserire, far  collaborare…” ad Antiochia questo fantasma sgradevole e clandestino, suo malgrado, che  era diventato Saulo (cf. GaI 1,18; 2,1). Andrebbe aggiunta anche la valorizzazione    dell’anziano Anania, anch’egli informato e prevenuto sulla aggressività di Saulo (At 9,13-   14): eppure lo chiama “fratello” e lo incoraggia a servire il Signore come “testimone  davanti a tutti gli uomini” (At 9,17; 22,13). La sinergia dei due – che hanno origine nella  diaspora: Barnaba è di Cipro, Anania di Damasco – converge nell’orientare Paolo verso  l’obbedienza ai progetti del Signore, ma anche all’integrazione nella comunità dei credenti.

Non possiamo negare che tante volte – e lo si ritrova nella descrizione delle motivazioni per cui si chiede la dispensa per andarsene – alla evidente fragilità personale, alla incoerenza verso gli impegni assunti, alla demotivazione interiore e all’insofferenza  per  la  vita  religiosa  hanno  contribuito  anche  ottusità  e  rigidità mentali e religiose, per cui nulla poteva o doveva essere modificato, e tutto doveva conservarsi come sacralizzato. Una vita di comunità di pura manutenzione, una indifferenza e chiusura reciproca nel proprio piccolo mondo, una incapacità a ritrovare l’essenzialità e dare spazio alle novità dello Spirito, questo tante volte ha costituito il terreno di coltura di crisi e fughe, infedeltà e uscite verso una libertà che consentisse di sentirsi persone e  di offrirsi agli altri come persone, di collaborare e

realizzarsi come persone di pari dignità. È quello che Anania e Barnaba hanno saputo offrire a Saulo emarginato e  rifiutato a priori, e da molti (giudeo-cristiani) inchiodato al suo passato di “bestemmiatore, persecutore e violento” (1 Tm 1,13).

5.2.      Processi da avviare

Le istituzioni sono il primo soggetto responsabile di avviare processi positivi16. Da essi derivano i conseguenti mutamenti che non avvengono per automatismo, ma esigono impegno e abilità. Applicato alle situazioni di cui parliamo, si notano ritardi e reticenze nell’adattare le strutture ai cambiamenti venuti a consolidarsi in questi anni. Si tratta di esigenze e  applicazioni strutturali che hanno una ricaduta nel governo, nella vita comune, nella gestione dei beni e nella missione e richiedono di non irrigidirsi nella  semplice manutenzione di modelli obsoleti.

5.3.      La formazione continua

La formazione continua o formazione permanente “è un lavoro artigianale”17. Certamente lo è perché si centra nella persona e ancor di più in un contesto di globalizzazione culturale in cui sembra che sia possibile controllare tutto a distanza e fabbricare in serie. Senza questa formazione ininterrotta sarebbe quasi impossibile aiutare ad assimilare i valori che sono alla base della fedeltà di qualsiasi consacrato e mantenere con gioia e con maturità la sua vita apostolica e fraterna.

Considerando a modo di premessa le conclusioni dell’ultima plenaria, la fedeltà è sostenuta da una formazione che:

         Cerca la conversione permanente. Fa sì che ciascun consacrato si lasci trasformare e  configurare al Maestro, partendo da una “conversione alla Parola di Dio”18 per assimilare progressivamente i sentimenti di Cristo19. Si tratta, quindi, di un processo dinamico di trasformazione della mente e del cuore secondo la mente e il cuore di Cristo.

         È  integrale.  La  formazione  deve  essere  integrale,  “di  tutta  la  persona”20. Alimenta tutta la vita, ex toto corde, non solo una dimensione, anche se importante, ma tutte: in concreto, la dimensione umana e fraterna, apostolica, culturale e professionale, e carismatica21. E deve comprendere tutte le tappe della vita22.

         Dalla vita quotidiana e per essa. Si tratta di invitare tutti i consacrati a formarsi durante tutta la vita, e cioè in qualsiasi circostanza, qualsiasi età, in qualsivoglia contesto esistenziale, nella buona e nella cattiva sorte e da qualsiasi persona. La formazione si realizza nelle circostanze ordinarie della vita quotidiana, assumendole come luoghi privilegiati di trasformazione, senza tralasciare nessun aspetto della biografia  personale  e  cercando  soprattutto  di  integrare  persino  gli  aspetti  più negativi in una prospettiva salvifica.

16  Cf CIVCSVA, Istruzione Potissimum institutioni, 2 febbraio 1990, 29.

17 PAPA FRANCESCO, Colloquio con i Superiori Generali, 29 novembre 2013.

18 GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica post-sinodale Vita Consecrata, 25 marzo 1996, 68.

19 Cf ibid., 65.

20 Ibid.

21 Cf ibid., 71.

22 Cf ibid., 70.

 Vigila per mantenere una duplice fedeltà. La formazione deve ispirare ed essere fedele al Vangelo, ma integra anche la dimensione carismatica particolare, sia nella conoscenza come pure nel vissuto gioioso delle sue esigenze. E nello stesso tempo deve inculturarsi nelle condizioni dell’ambiente e del tempo in cui si sviluppa.

         Deve essere promossa ed appoggiata istituzionalmente.  Il compito formativo di cui stiamo  parlando  “è  un’esigenza  intrinseca  alla  consacrazione  religiosa”23   e,  per esserlo, va assicurata come dimensione trasversale della vita dei consacrati, che deve favorire e incoraggiare le persone e le istanze responsabili di animare la loro vita e missione. Probabilmente  si  tratta  di  un  campo  che  richiede  di  stringere maggiormente le reti intercongregazionali e diocesane.

         Deve  provvedere  alla  formazione  dei  formatori.  Una  formazione  permanente richiede  non  solo  “un  progetto  di  formazione  permanente  per  quanto  possibile preciso e sistematico”24 ma anche di poter contare su formatori sufficientemente qualificati che offrano alle loro sorelle e ai loro fratelli i servizi e gli aiuti formativi necessari.  Questo  è  un  altro  campo  di  interazione  tra  Istituti  e  diocesi,  da promuovere con diligenza.

         Deve essere favorita da comunità gioiose ed integrate. La comunità deve assicurare un ambiente sereno e positivo, dove ci si sente accolti e tutti fratelli, dove si educa la propria libertà, dove un’autentica comunicazione, anche delle cose dello spirito, aiuta a crescere a sviluppare le proprie doti umane e spirituali, dove si matura come persone, facilitando quel passaggio dall’ “io” al “noi” senza il quale non vi è vera comunione di vita, ma soltanto contiguità o prossimità interessata (cf. Vita Fraterna in Comunità nn. 35-42).

  1. La formazione iniziale

Se la vita consacrata è «una progressiva assimilazione dei sentimenti di Cristo»,25  è ovvio che fin dalla formazione iniziale i giovani consacrati devono essere aiutati a impegnare tutta la loro persona, il cuore, la mente e le forze (cfr. Mt 22, 37), cioè, tutta la loro vita26  in una dinamica di fedeltà crescente. “I primi anni del pieno inserimento nell’attività apostolica rappresentano una fase di per se stessa critica, segnata dal passaggio da una vita guidata ad una situazione di piena responsabilità operativa”27. La formazione iniziale, quindi, “richiede basi solide, una struttura cristiana della personalità che oggigiorno le famiglie sanno raramente dare”28. Per raggiungere questo scopo dovrà curare e coltivare con attenzione e saggezza le tre dimensioni- radici che esprimono e sviluppano la consacrazione:

23 Ibid., 69.

24 Ibid.

25 Ibid., 65.

26 Ripartire da Cristo, 15.

27 Vita Consecrata, 70.

28 PAPA FRANCESCO, Discorso ai partecipanti al Congresso dei Formatori della Vita Consacrata, sabato 11 aprile 2015.

         L’iniziazione all’esperienza teologale. L’incontro personale con Dio è un fattore chiave nella formazione iniziale. Non è affatto secondario, e non ammette compromessi né mezzi termini. Oltre a verificare le “condotte religiose” dei formandi (regolarità nella preghiera personale, l’Eucaristia, etc.), la formazione iniziale deve aiutarli a vivere un’autentica amicizia personale con il Signore, che nasce da una libertà umile ed intelligente che si lascia educare da Lui. E fare in modo che questa relazione diventi il riferimento fondamentale della vita del formando, valido sempre e ovunque. Utilizzerà una pedagogia della fede centrata, fondamentalmente, nella Parola di Dio, nella preghiera personale e comunitaria, nella celebrazione dei sacramenti, nell’incontro con i poveri, nella lettura credente della propria storia. Questa pedagogia offre una proposta di iniziazione, di accompagnamento e di confronto,  con  la  propria  realtà  personale,  per  mezzo  del  colloquio  formativo. Bisogna evitare in tutti i modi che ciò si riduca ad una vernice spiritualistica che occulti la propria inconsistenza. Nella formazione non c’è nulla di più importante e, allo stesso tempo, di più pericoloso che la preghiera, perché può essere l’istanza principale di verità o l’oscuro meccanismo di autoinganno.

         L’autoconoscenza. Fin dalle prime tappe della formazione è necessario aiutare ogni persona a conoscersi a fondo, in modo che disponga di tempi e di mezzi sufficienti per  la  sua  integrazione  personale.  Per  questa  autoconoscenza  è  bene  contare sull’aiuto di qualche esperto che conosca bene la psicologia e la vita consacrata. Ma, soprattutto, è imprescindibile coltivare nelle comunità formative un tipo di accompagnamento che aiuti il formando a parlare (di tutto e a fondo) ed anche ad ascoltare (ciò che è nuovo e anche pungente).

Sembra necessario aiutare il formando ad esplorare, soprattutto, il mondo della sua infanzia, dove possono scoprirsi chiavi della sua personalità attuale e, quindi, piste per un lavoro di adattamento personale. Non bisogna preoccuparsi troppo di raggiungere un’armonia completa troppo presto. Quando la persona ha raggiunto il fondo ed ha orientato la propria vita con autenticità, le riuscite avvengono nel momento opportuno. Ciò richiede da parte dei formatori un invulnerabile “atteggiamento di pazienza, che molte volte è un martirio”29.

         Una vita affettiva integrata e soddisfacente.  Sia negli anni di formazione iniziale, sia nei primi anni di inserimento nelle comunità o nelle realtà pastorali è necessario curare molto un clima che favorisce il dialogo, l’espressione, l’incontro… ed anche un lavoro regolare e piuttosto intenso. Sono ingredienti insostituibili per un equilibrio affettivo che permetta una fedeltà stimolante e robusta.

Non conviene in assoluto che i giovani consacrati vivano da soli e si creino abiti di indipendenza e di auto-referenzialità. Nel momento in cui sorgono crisi affettive, bisogna affrontarle quanto prima, senza stupirsi di nulla e con fiducia in ciò che è più importante: che il dono di Dio ha la forza sufficiente per rendere felice un’esistenza celibe e fraterna, se ne abbiamo cura. Per l’integrazione affettiva, oltre ad una profonda esperienza di fede e ad un buon inserimento comunitario, è anche importante imparare a godere dei piccoli dettagli della vita quotidiana.

 

 

29 Ibid.

 

Conclusione

 

 

Le considerazioni che si offrono sono orientate a suscitare e condurre verso una riflessione che sfoci in proposte valide e realistiche per tutti gli Istituti di Vita Consacrata, che aiutino a consolidare la fedeltà vocazionale dei consacrati. Sono nate come un germe di speranza in tempi di fragilità come lo sono i nostri. Tempi di pensiero debole in cui si avverte un gran bisogno di giustificare e motivare l’adesione incondizionata alla vocazione ricevuta. Ma è giusto, qui ed ora, nel nostro mondo secolarizzato e complesso, cercare dove possiamo trovare forti motivi che illuminino, anche se a volte in modo tenue, l’esistenza, talvolta opaca, di molti consacrati. Alla nostra madre, Maria, la vergine fedele che desidera la fedeltà spirituale e creativa dei suoi figli e delle sue figlie nella risposta di amore e di dedizione totale a Cristo, affidiamo queste riflessioni e i lavori iniziali.