Tempo di Vangelo, non di speculazioni. Fugare le nebbie

Pierangelo Sequeri

«La nebbia se n’è andata. Le cattive lingue dicono che verrà la pioggia… Non lo so, io non la vedo ancora…»: nell’introduzione di papa Francesco alla preghiera dell’Angelus, c’è forse una chiave per tutto quello che abbiamo visto e ascoltato ieri a Milano. Papa Francesco ha ripreso l’immagine nell’omelia della Messa, sullo scenario affettuosamente austero di certe Annunciazioni della pittura dell’Umanesimo. Dobbiamo affrontare i tempi – ha scandito – non da spettatori che «aspettano che smetta di piovere».

Le chiavi per superare l’inerzia della rassegnazione le offre proprio l’Angelo dell’Annunciazione. Il luogo dell’Annunciazione è imprevisto, l’annuncio è inatteso, la destinataria è una fanciulla ai margini di tutto. Ogni «nuovo incontro di Dio con il suo popolo», commenta il Papa, avviene dove normalmente non ce lo aspettiamo: «ai margini» non «al centro» delle attese. Dio è sempre l’Inatteso, prende l’iniziativa e scombina il calcolo dei possibili. «Impossibile all’uomo, possibile a Dio». E dove sta la sorpresa? La sorpresa sta nel fatto che noi aspettiamo che si squarcino i cieli, per la venuta di Dio. E invece si apre il grembo materno di una Donna, il Figlio si incontra nelle piazze e nelle case, frequenta i luoghi del lavoro e della festa.

Dobbiamo saper vedere «il vino» che trasforma «l’acqua» delle nozze di Cana, il lievito che fermenta la massa, il sale che insaporisce la vita, aveva detto ai sacerdoti e ai religiosi e religiose riuniti nel Duomo. E soprattutto dobbiamo saper fare la differenza – ha poi spiegato il Papa, rispondendo alle domande – fra ciò che porta gioia nell’evangelizzazione e ciò che la avvilisce nella rassegnazione al mestiere e nell’ossessione della conquista. Quali sono le priorità del ministero? Quelle che portano gioia dell’evangelizzazione: perché questa, a sua volta, porta speranza ai destinatari della buona notizia. Papa Francesco ha citato l’Evangelii Nuntiandi di Paolo VI, che ha definito – sacrosantamente – «il più grande documento pastorale del dopo Concilio, che ancora oggi ha attualità». In quella Esortazione, Paolo VI parlava chiaramente di una comunità a rischio di rassegnazione e senza slancio missionario, a motivo della sua immagine troppo clericale e poco familiare.

Esiste anche un’accidia teologica della fede, ha concluso il Papa, che si maschera nella celebrazione della propria compiutezza e nell’esaltazione della propria perfezione.

La comunità dei credenti si chiede oggi, come Maria, «Come avverrà questo?». Come può nascere Dio, proprio qui? Ma insieme ai credenti, se lo chiedono uomini e donne, sempre più numerosi, che aspettano la visita di Dio anche senza saperlo. Dio non rientra, a quanto pare nei calcoli di questo mondo così ottusamente amministrato dall’economia e dalla tecnica della risorse materiali capaci di produrre denaro.

L’ossessione di lucrare guadagno e benessere – ha ricordato il Papa – specula su tutto: sulla vita, sul lavoro, sulla famiglia; sui poveri e sui migranti, sulla salute e sui giovani. La speculazione si compra e si vende tutto. Anche i bambini. Il dolore bussa alle porte dei popoli, e c’è chi fa affari con la guerra. Eppure, la saggezza umana dei popoli resiste alla compravendita della vita, di generazione in generazione. I nostri padri e le nostre madri resistettero. Se resistiamo alla rassegnazione, se non ci rifugiamo nei chiostri, se usciremo a cercare gli abbandonati e i perduti, avremo in casa la visita di Dio. Ascolteremo la voce dell’Angelo che dice «Rallegrati! Il Signore è con te!». Impediremo alla città dell’uomo di divorare i suoi figli e di eliminare i suoi anziani. Ristabiliremo l’alleanza delle generazioni e i giovani avranno di nuovo sogni veri. E la Chiesa dovrà diventarci familiare come la Donna dell’Annunciazione, che fa nascere il Figlio per noi.

L’arcivescovo Scola aveva ragione: il Papa è venuto a Milano per confermare la nostra fede. L’ha fatto. È venuto in letizia e in letizia è stato accolto, come se ci vedessimo spesso e avessimo piacere di ascoltare da lui parole semplici, pulite, forti. Le nebbie, se c’erano, se ne sono andate. E noi non siamo di quelli che aspettano che spiova, per muoverci.