La “meglio gioventù”

Ilvo Diamanti

Intrigano molto, i giovani più giovani. I “ragazzi” fra i 15 e i 20 anni, che, perlopiù, frequentano le superiori. Sollecitano la curiosità dei media e degli osservatori, più dei loro fratelli maggiori. (Si fa per dire: perché in larga misura sono “figli unici”). E sono guardati con un atteggiamento misto, di attrazione e disagio.
Colpiscono, in particolare, per gli atteggiamenti pubblici. Il look, gli stili di vita. Le ragazze con i pantaloni a vita bassa; mutande, pancia e ombelico in evidenza. Ragazzi e ragazze. Tatuati e, spesso, perforati, con borchie e orecchini, applicati nei punti del corpo più svariati. Tutti, con i telefonini a portata di mano. Quasi una protesi. Che li accompagna in ogni luogo. Anche a scuola. Tanto non li vedi e non li senti. Non suonano, i cellulari. Vibrano, si illuminano. Segnalano l’sms in arrivo. E loro, i ragazzi, non hanno bisogno neppure di guardare, per rispondere. Diteggiano a memoria. Il cellulare sotto il tavolo. Oppure in tasca.
Attirano e al tempo stesso inquietano, questi ragazzi. Taluni dei quali, per sopravvivere all’anonimato, non hanno di meglio che indossare pantaloni a vita vertiginosamente bassa, per esibire meglio le mutande griffate. Ragazzi soli, anche quando sono insieme agli altri. Educati al mito dell’identità visibile e vistosa, per quanto fatua. Ben espressa dallo spettacolo televisivo, affollato di veline, grandiepiccolifratelli, amicidimariadefilippi e altre comparse in cerca di un minuto di successo. E per questo rassegnati, quando – i più, quasi tutti – percepiscono l’impossibilità di apparire, di avere il loro istante di visibilità.
Eppure, questa rappresentazione – diffusa – contrasta con altre, raccolte e riprodotte negli ultimi anni. Negli ultimi mesi. I giovani più giovani, gli studenti. I media, gli studiosi, li hanno analizzati e narrati come artefici di una nuova stagione di movimento e di protesta. Impegnati in politica. Mobilitati sui temi della pace e del diritto allo studio. Otto su dieci, nell’ultimo anno, hanno manifestato su questi argomenti. E poi, coinvolti nel volontariato. Nelle parrocchie e nei centri sociali. Così li hanno descritti le nostre indagini sociologiche e le inchieste sui media. In questi ultimi anni. In questi ultimi mesi. Con l’esito di proporre un’immagine dissociata. Quasi che nella stessa generazione coesistessero due diverse etnie, con due diversi profili, due diversi caratteri, distinti e distanti. Quelli (e quelle) dei jeans con la vita bassa e quelli della bandiera arcobaleno; gli amicidimariadefilippi e i nemicidellaguerra; gli involontari e i volontari; i rassegnati e gli impegnati. Il che, in qualche misura, è vero. In ogni società coabitano tipi diversi, per condizione, interessi e atteggiamenti. Ma c’è motivo di sospettare che, in realtà, questi diversi profili coesistano, spesso, nelle stesse persone. Che, cioè, tutti questi ragazzi, tutti questi studenti, in diversa misura, guardino i grandifratelli e marcino contro la guerra. Senza sentire, senza provare, per questo, contraddizione. E che tutti questi ragazzi (o comunque, gran parte di essi) portino i pantaloni a vita bassa, senza sentirsi troppo rassegnati, impotenti e soli.
La dissociazione, il dualismo delle rappresentazioni e delle – implicite – valutazioni riguardo a questi ragazzi, invece, riflettono i problemi di chi li osserva, li studia e li racconta. I quali sono, in larga misura, i “loro” professori. E i “loro” genitori. La generazione di coloro che oggi hanno 15-20 anni. Sono i figli di coloro che hanno attorno a cinquant’anni. (Ormai da tempo la nascita del primo figlio avviene quando i genitori hanno più di trent’anni). I cinquantenni. La generazione nata attorno al 1950. Dopo la guerra. La cui socializzazione è avvenuta quando esistevano ideologie forti, muri alti e confini chiari. In tempi di riferimenti culturali e di valori certi e condivisi. La generazione che ha vissuto la ricostruzione, la scolarizzazione (e la cultura) di massa. Che, negli anni Sessanta, ha interpretato la stagione della contestazione, da protagonista, mettendo in discussione le certezze e i riferimenti, in base a cui era stata educata. In mezzo a cui era cresciuta. Oggi, trent’anni dopo (e oltre), quella generazione continua ad apparire specifica. Per professione, valori, orientamenti. Per professione: è fatta di insegnanti, impiegati e dirigenti “pubblici”, più di ogni altra. Per valori e orientamenti. Coltiva un’idea del lavoro centrata sul posto fisso, continua a preferire lo Stato al mercato, come baricentro della vita sociale. È indirizzata a sinistra. Si riconosce nelle grandi organizzazioni sociali e professionali (come il sindacato). Quando si analizzano i dati di un sondaggio, in base all’età, questo segmento sociale emerge sempre, distinto dagli altri. Solo che, nel corso degli anni, si è progressivamente “spostato in avanti”. È invecchiato. Negli anni Settanta si pensava che costituisse il segno di una trasformazione progressiva della società. Che i suoi caratteri si sarebbero diffusi ed estesi alle generazioni seguenti. Dieci anni dopo ci si è accorti, invece, che erano i figli di un’epoca delimitata. Una “generazione”, appunto. La prima generazione più “istruita” dei genitori. La generazione della cultura e dei consumi di massa. Della svolta antiautoritaria, nei valori e nei rapporti sociali. Una generazione che, nel corso della vita, ha assistito al realizzarsi di molti degli obiettivi per cui si era battuta in gioventù. I muri sono caduti, i diritti di cittadinanza si sono affermati ed estesi, mentre si sono imposti modelli culturali e morali più aperti. I partiti tradizionali si sono dissolti. Le antiche ideologie hanno perso forza. Tuttavia, i (vecchi) giovani del ‘68, quelli che si autodefiniscono la “meglio gioventù”, hanno scoperto in fretta che non rappresentavano l’avanguardia del cambiamento; ma un’onda anomala. Dopo di loro, il mare è tornato calmo. Le generazioni seguenti hanno imboccato il percorso aperto, con realismo e moderazione. Hanno coltivato il mito del mercato e dell’individuo, si sono ripiegate politicamente al centro o a destra, hanno smesso di protestare. Così, oggi, i cinquantenni, diventati professori, giornalisti, imprenditori, leader di partito e manager, dalle loro posizioni di privilegio, vivono un po’ da “stranieri”. Quasi non si riconoscessero nel mondo che li circonda. Essi stessi, d’altronde, partecipano alla “revisione” del mondo che hanno contribuito a costruire. Come Tony Blair, che, di recente, ha criticato il relativismo culturale, il declino del principio d’autorità, il clima di insofferenza alle regole del sistema, eredità degli anni Sessanta. E della generazione a cui egli stesso appartiene. Altri, della stessa generazione, con la stessa biografia, in Italia hanno riaperto il dibattito sui temi dell’etica, della morale, della famiglia, della religione. Della storia repubblicana. Promuovendo una contro-riforma di ciò che trent’anni prima avevano riformato.
I cinquantenni. Guardano con un misto di speranza e di timore la nuova generazione. Gli adolescenti. Meglio, i post-adolescenti. Cresciuti “dopo” (post) la caduta del muro e dei partiti di massa, “dopo” che la guerra è riapparsa sulla scena mondiale (insieme al terrorismo), “dopo” che il mito del mercato ha cominciato a scricchiolare, “dopo” che il lavoro fisso è diventato un reperto archeologico.
I cinquantenni. Guardano questi ragazzi, i loro figli e studenti. E, attraverso loro, rivedono se stessi. Dopo trent’anni: la voglia di cambiare, di marciare. La protesta. E rivedono le vecchie bandiere. Rosse. Insieme ad altre, arcobaleno. Con le antiche icone. La faccia del Che. Si sentono perfino, nell’aria, le note di Bob Dylan, Fabrizio De André e degli Inti Illimani. Li vedono manifestare e, anch’essi, sfilano accanto a loro.
Ma, al tempo stesso, provano disagio. Faticano a capire. Perché accanto al poster del Che, i loro figli, appendono quello delle veline. Mentre ascoltano i 99 Posse, guardano il Grande Fratello. Perché praticano, “normalmente”, modelli etici e comportamenti che per i genitori erano “trasgressivi”. Perché, talora, alle manifestazioni, indossano la kefiah e i jeans a vita bassa. Insieme.
I cinquantenni. Guardano i loro figli e i loro studenti. E provano disagio. Li trovano (e definiscono) soli, contraddittori, disorientati. Ma, in realtà, sono loro (siamo noi?) soli, contraddittori, disorientati. Perché non “capiscono”. Per motivi di linguaggio. Continuano a usare i cellulari per telefonare. I loro figli li usano per comunicare. Per restare in contatto. In rete. I cinquantenni. Si immaginano – ancora e sempre – la “meglio gioventù”. Mentre la “gioventù” dei giorni nostri, ai loro occhi, appare, nella migliore delle ipotesi, dissociata. Dovrebbero, forse, incolpare le lenti spezzate dei loro occhiali.