Maria incinta di Gesù

Mistero e sacralità del concepimento

Gianfranco Ravasi

C’è un bellissimo proverbio dei Berberi, popolazione discendente dagli antichi Egizi e stanziata nelle regioni montuose dell’Algeria e del Marocco, che afferma: «Se una madre ha nel ventre il figlio, il suo corpo è come una tenda quando nel deserto soffia il ghibli, è come l’oasi per l’assetato, è come un tempio per chi prega il Creatore». Tutte le grandi culture e le più modeste hanno sempre celebrato con rispetto e amore la gestazione. Si legga, solo per fare un esempio a noi vicino, la stupenda strofa del Salmo 139 che canta la misteriosa azione di Dio che sta «tessendo» e «impastando» la creatura umana all’interno del grembo della madre, realizzando così un vero capolavoro: «Sei tu che hai creato i  miei reni, mi hai intessuto nel grembo di mia madre. Ti ringrazio perché con atti miracolosi mi hai fatto meraviglioso. Il mio scheletro non ti era nascosto quando fui plasmato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Anche l’embrione i tuoi occhi l’hanno visto e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni, già formati prima ancora che ne esistesse uno solo» (13-16). Le immagini sono quelle del tessitore e del vasaio: talora nell’arte egizia si raffigura nel grembo della donna incinta un tornio, simbolo del dio Khnum, il creatore. Giobbe, in un’altra strofa di grande suggestione, immagina che Dio sia nel grembo della madre – oltre che tessitore e vasaio – come un pastore che sta impastando una forma di cacio: «Sono state le tue mani a plasmarmi e a modellarmi in tutto il mio profilo (…) Come argilla mi hai maneggiato (…) Non mi hai forse colato come latte e fatto cagliare come cacio? Non mi hai rivestito di pelle e di carne, non mi hai intessuto di ossa e di tendini?» (10, 8-11). Secondo la curiosa scienza medica del tempo si riteneva che l’embrione fosse la semplice coagulazione del seme maschile, favorita dal mestruo della donna: tra l’altro, si deve notare che l’ovulo femminile verrà  identificato solo nel 1827 da Karl Ernst von Baer. Il libro biblico della Sapienza, infatti, mette in bocca a Salomone queste parole: «Fui formato di carne nel seno d’una madre, durante dieci mesi (lunari), consolidato nel sangue mestruale, frutto del seme d’un uomo e del piacere compagno del sonno» (7, 1-2).
Ma c’è qualcosa di più nella Bibbia: Dio chiama il feto non solo a essere creatura umana ma anche a una vocazione, a un destino, a una meta che l’esistenza dovrà poi attuare. Quante volte si ripete che Isacco, Sansone, Samuele, Isaia, Geremia, lo stesso Israele, il Servo del Signore, il Battista, Paolo e così via sono stati chiamati da Dio fin dal «seno materno». Per tutti citiamo un passo del racconto della vocazione di Geremia: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni!» (1, 5). Un padre della Chiesa di Cappadocia in Turchia, Gregorio di Nissa, fratello di san Basilio, vissuto nel IV secolo esclamava: «Il modo con cui l’uomo viene al mondo è inspiegabile e inaccessibile alla nostra comprensione. Come infatti il seme umano, questa sostanza umida, informe e fluida può solidificarsi divenendo una testa, gambe e costole, come può formare il cervello tenero e molle e la cassa ossea così dura e resistente che lo racchiude, come può in una parola produrre questo insieme così complesso che è il corpo? Il seme, prima informe, si organizza e cresce sotto l’effetto dell’arte ineffabile di Dio» (Patrologia Graeca, 46, 667).
D’altronde, come si è detto, questa specie di sacralità del feto e del grembo materno è celebrata da tutti i popoli. Basta solo come esempio quanto è scritto nel celebre poema babilonese della creazione, l’Enuma Elish, nella VI tavoletta: «Il dio Marduk decise di creare un capolavoro. Voglio dire un reticolo di sangue, formare un’ossatura e suscitare un essere il cui nome sarà: Uomo. Sì, voglio creare un essere umano, un uomo!». Se ogni sbocciare della vita umana è un evento mirabile, se ogni esperienza di madre è straordinaria, unica è però l’«attesa» della donna di cui ora vorremmo parlare alle soglie del Natale, quella di Maria di Nazaret, incinta di Gesù. San Paolo, nell’unica menzione che ci offre della figura di Maria nei suoi scritti, la presenta semplicemente come madre del Cristo, «Figlio di Dio nato da donna, nato sotto la legge» (Galati, 4, 4). E non ci sarà nessun imbarazzo nell’arte cristiana, soprattutto nelle miniature dei libri d’ore, a raffigurare Maria gravida col ventre ormai ingrossato, mentre la Chiesa etiopica in un genere di inni detto malkee (effigie) esalta le parti del corpo di Maria, sulla scia dei ritratti della sposa presenti nel Cantico dei cantici (4 e 7), arrivando a identificare fino a 52 organi e benedicendo soprattutto il grembo che ha portato Gesù. Per Maria, come è noto dal Vangelo di Luca, tutto era iniziato in quel giorno in cui nel modesto villaggio di Nazaret ella aveva avuto un’esperienza eccezionale: è quella che si è soliti chiamare Annunciazione, una scena divenuta uno dei modelli più luminosi dell’arte cristiana.
L’immaginazione di tutti corre, credo, in modo spontaneo all’intatto splendore dell’Annunciazione del Beato Angelico nel Convento di San Marco a Firenze.
Noi, invece, immaginiamo ora di entrare nella Nazaret antica, il cuore dell’attuale città della Galilea. Allora essa era un villaggio insignificante e semitroglodita: infatti le povere case erano per buona parte addossate a grotte che fungevano da dispensa, da soggiorno estivo invernale, da camera per ospiti. Ora i pellegrini vedono incombere su Nazaret la mole della basilica francescana progettata dall’architetto italiano Giovanni Muzio e inaugurata nel 1969. Ma questo edificio, come è noto, ingloba nel suo interno non solo le reliquie dei precedenti edifici bizantini e crociati ma anche una grotta che fin dalle origini cristiane era stata una sorta di sinagoga-chiesa giudeo-cristiana gestita dai cosiddetti «fratelli del Signore», cioè i membri della sua parentela e del suo clan. Contadini e gente modesta, essi avevano però conservato il ricordo vivo e ininterrotto della residenza di Maria. Ed è su queste pareti molto umili che è stata trovata quella che potremmo definire come la prima Ave Maria.
Ascoltiamo la testimonianza dello stesso scopritore, il francescano Bellarmino Bagatti, famoso archeologo, scomparso nel 1990: «Nell’intonaco dell’edificio-sinagoga si trovò un’iscrizione in caratteri greci. Essa recava in alto le lettere greche XE e, sotto, MAPIA. È ovvio riferirsi alle parole greche che il Vangelo di Luca mette in bocca all’angelo annunziatore: Cháire Maria (Ave Maria). L’ignoto autore di quell’iscrizione aveva insomma voluto ripetere il gentile saluto. Nell’intonaco di una colonna si è trovata quest’altra iscrizione: «In questo santo luogo di M(aria) ha scritto». Nell’intonaco di un’altra pietra, che contiene molti graffiti, ce n’è uno in armeno, nel quale si legge la parola keganuish, la quale è il titolo «bella ragazza» che gli armeni sogliono dare a Maria. Nella stessa casa di Maria si praticava il culto di lei fin dalle origini della Chiesa, perché lì essa era stata scelta a «madre di Cristo». Sullo sfondo di questa grotta che aveva accanto a sé una povera residenza la «bella ragazza» Maria riceve quell’annunzio assolutamente sorprendente: «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo, il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (…) Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà santo e chiamato Figlio di Dio» (Luca, 1, 32-33.35). Le parole che l’angelo pronunzia assomigliano a un piccolo Credo che offre una perfetta definizione dell’identità del Cristo. Egli è il Grande in assoluto, re eterno, discendente davidico, Figlio dell’Altissimo e Figlio di Dio, il Santo per eccellenza. Non siamo di fronte, dunque, al pur mirabile mistero di ogni nascita umana ma a qualcosa di assoluto e di supremo, che non fiorisce dalle normali vicende della concezione e della procreazione. È per questo che il racconto lucano insiste sulla verginità di Maria: «Non conosco uomo», essa risponde all’angelo.
Più che all’intenzione di conservare la verginità anche durante il matrimonio come voto, come voleva l’interpretazione di alcuni Padri della Chiesa, questa frase rimanda al mistero che l’evangelista vuole esaltare. Gesù non nasce dalla carne e dal sangue ma dallo Spirito Santo. Pur percorrendo la via biologica dell’embrione, del feto e del neonato, egli non è concepito dal seme di Giuseppe ma dall’ingresso di Dio stesso, attraverso il suo Spirito fecondatore, nel grembo di Maria che Luca compara all’arca dell’alleanza di Sion. Infatti, nell’originale greco abbiamo kecharitoméne, che è un participio passivo «teologico», cioè avente come soggetto sottinteso Dio: Maria è stata pervasa dalla grazia divina che risplende nel Figlio Gesù, la presenza perfetta di Dio tra gli uomini. Di fronte allo sconcerto di Maria e alla sua esitazione, san Bernardo costruisce una deliziosa meditazione: «L’angelo aspetta la tua risposta, o Maria! Stiamo aspettando anche noi, o Signora, questo tuo dono che è dono di Dio. Sta nelle tue mani il prezzo del nostro riscatto. Rispondi presto, o Vergine, pronuncia, o Signora, la parola che terra e inferi e persino il cielo aspettano. Apri dunque, o Vergine beata, il tuo cuore alla fede, le tue labbra alla parola, il tuo seno al Creatore. Ecco, colui che è il desiderio di tutte le genti, sta fuori e bussa alla tua porta (…)  Alzati, corri, apri! Alzati con la tua fede, corri col tuo affetto, apri col tuo consenso».
L’esegeta americano Raymond Edward Brown nel suo saggio sulla Nascita del Messia (edizioni Cittadella) mette giustamente a confronto le due annunciazioni parallele, quella a Elisabetta per la nascita del Battista e quella a Maria, e conclude: «Nell’annunciazione della nascita di Giovanni Battista ci troviamo di fronte a un ardente desiderio e a una preghiera da parte dei genitori che sentono molto la mancanza di un figlio; siccome, però, Maria è una vergine che non è ancora andata a vivere con il proprio marito, non esiste da parte sua ardente desiderio o umana attesa di avere un figlio: si tratta della sorpresa della donazione. Non si ha più a che fare con la supplica da parte dell’uomo e il generoso esaudimento da parte di Dio: qui ci troviamo davanti all’iniziativa di Dio che oltrepassa qualsiasi cosa sognata da uomo o da donna».
Per un momento lasciamo il testo evangelico e inoltriamoci nel mondo della pietà popolare dei primi secoli, rappresentato soprattutto dai cosiddetti Vangeli apocrifi, espressione di fede e di folclore, di storia e di fantasia. Scegliamo il testo più famoso, il Protovangelo di Giacomo (ma sarebbe meglio chiamarlo La Natività di Maria), scoperto da un umanista francese, Guglielmo Postel, morto nel 1582, opera da collocare già nel ii secolo. L’annunciazione a Maria viene descritta in due tappe: la prima alla fontana del villaggio, che ancor oggi è indicata a Nazaret e la cui sorgente è all’interno dell’attuale chiesa ortodossa di San Gabriele; la seconda all’interno della sua abitazione. Leggiamo la narrazione: «Presa la brocca, Maria uscì ad attingere acqua. Ecco all’improvviso una voce: Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta fra le donne! Maria guardava intorno, a destra e a sinistra, per scoprire donde veniva la voce. Tutta tremante, tornò a casa, posò la brocca, prese la porpora, si sedette su uno sgabello e si mise a filare. Ma ecco un angelo del Signore davanti a lei: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti al Signore di tutte le cose. Tu concepirai per la sua parola! Udendo ciò, Maria restò perplessa, pensando: Dovrò io concepire per opera del Signore Dio vivente e poi partorire come ogni altra donna? Ma l’angelo del Signore le disse: Non così, Maria! Ti coprirà, infatti, con la sua ombra la potenza del Signore. Perciò l’essere santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio dell’Altissimo». Ritornando al testo evangelico di Luca, Maria, in seguito alla sua accettazione, espressa con la formula solenne: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Luca, 1, 38), diventa incinta di Gesù.
La liturgia cristiana, collocando convenzionalmente la nascita di Cristo il 25 dicembre, sovrapponendola alla festa pagana del dio Sole, ha retrodatato secondo i regolari nove mesi di gestazione l’annunciazione a Maria, datandola al 25 marzo. Questa solennità, che giustamente è definita dalla liturgia «festa del Signore», apparve nel vi secolo in Asia Minore e fu accolta anche a Roma da Papa Sergio (687-701). Famoso è il suo bel prefazio ancor oggi usato, ispirato – pare – all’antica liturgia ispanica: «All’annunzio dell’angelo la Vergine accolse nella fede la tua parola e per l’azione misteriosa dello Spirito Santo concepì e con ineffabile amore portò in grembo il primogenito della nuova umanità». Ma questa improvvisa e sorprendente maternità di Maria creò sconcerto anche in un’altra persona, il promesso sposo Giuseppe. Nella prassi matrimoniale ebraica antica il fidanzamento era considerato a tutti gli effetti il primo atto del matrimonio stesso. A segnalarci questo sconcerto è l’evangelista Matteo che ci narra l’annunciazione a Giuseppe. Di fronte al desiderio di Giuseppe di «ripudiare» – sia pure senza un processo pubblico e col relativo atto ufficiale di ripudio – Maria incinta (per reazione umana o per rispetto di fronte al mistero che si compiva in lei? Il testo matteano può essere interpretato in entrambi i modi), l’angelo Gabriele invita lo sposo promesso di Maria a completare la prassi matrimoniale e a divenire il padre legale di Gesù: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù» (1, 20-21). Molto più pittoresca è, invece, la relazione che gli apocrifi fanno della reazione di Giuseppe di fronte alla scoperta della gravidanza di Maria. Lasciamo ancora la parola al Protovangelo di Giacomo: «Maria era ormai al sesto mese. Giuseppe, tornato a casa dal lavoro, la vide incinta. Allora si schiaffeggiò la faccia, si gettò a terra su un sacco, pianse amaramente e disse: Come farò a guardare e pregare il Signore per lei? L’ho ricevuta vergine dal tempio del Signore e non l’ho custodita! Chi l’ha insidiata? Chi ha commesso questa disonestà in casa mia contaminandola? Giuseppe si alzò dal sacco, chiamò Maria e le disse: Prediletta da Dio, perché hai fatto questo e ti sei dimenticata del Signore tuo Dio? Perché hai avvilito l’anima tua, tu che sei stata allevata nel Santo dei Santi e ricevevi il cibo dalla mano di un angelo? Maria si mise a piangere amaramente: Io sono pura, non conosco uomo! E Giuseppe: Da che parte viene, allora, quello che hai nel ventre? Maria rispose: Quanto è vero il Dio vivente, questo che è in me non so donde sia!». Confortato dall’angelo, Giuseppe è però costretto dai sacerdoti a sottoporre Maria a una specie di ordalia, detta «della gelosia», e descritta nel capitolo 5 del libro biblico dei Numeri. Essa consisteva nel bere una pozione, chiamata «acqua della prova», che avrebbe rivelato il peccato, facendo morire l’adultera. Maria, sottoposta a questa verifica rituale, ne esce sana e salva. Più aspra e sarcastica sarà, invece, la reazione del mondo giudaico dei primi tempi cristiani nei confronti della concezione verginale di Maria.
La testimonianza che abbiamo al riguardo è particolarmente complessa. Essa ci proviene da un autore cristiano, Origene, che cita polemicamente il filosofo platonico del ii secolo, Celso, il quale nella sua opera Dottrina verace presentava a sua volta le argomentazioni di un giudeo ostile al cristianesimo. Ora, una delle accuse riguarda proprio «la storia della nascita di Gesù da una vergine». In realtà, stando sempre al giudeo di Celso, le cose sarebbero andate ben diversamente: «Gesù era originario di un villaggio della Giudea e aveva avuto per madre una povera indigena che si guadagnava da vivere filando. Accusata di adulterio, perché resa incinta da un certo soldato di nome Panthera, fu scacciata da suo marito, un artigiano. Errando in modo miserevole, dette alla luce di nascosto Gesù. Costui, cresciuto, spinto dalla povertà, andò in Egitto a lavorare; qui apprese alcune di quelle arti segrete per cui gli Egiziani sono celebri, ritornò dai suoi tutto fiero per le arti apprese e grazie ad esse si autoproclamò Dio» (Contro Celso, 1, 28.32). Effettivamente alcuni rabbini dei primi anni del secondo secolo chiamano Gesù «figlio di Panthera», una tradizione che continuerà nel giudaismo fino al Medioevo quando nell’opera Generazioni di Gesù si dichiarerà «Giuseppe Pandera» padre di Gesù. Non è da escludere che questo nome «Panthera» non sia che una deformazione della parola greca parthènos, «vergine», che i cristiani applicavano a Maria. Si confermava così, sia pure indirettamente, la dottrina cristiana della verginità di Maria, considerata come un dato comune nella Chiesa delle origini. Una curiosa testimonianza indiretta ci è offerta anche da una frase del celebre prologo del Vangelo di Giovanni, passibile di una duplice lettura, stando ai testi antichi che ce l’hanno trasmesso.
Una prima lettura suona così: i figli di Dio, che credono in Cristo, «non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Giovanni, 1, 13). Un’altra lettura, che è attestata anche dai Padri della Chiesa del ii secolo, legge al singolare la frase così da trasformarla in una professione di fede nella concezione verginale di Cristo, «il quale non da sangue – in greco si ha il plurale «sangui» – né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio fu generato». Il plurale «sangui» si spiegherebbe secondo le leggi levitiche della purificazione della donna (Levitico, 12, 4.7; 20, 18). Sta di fatto, comunque, che la frase così letta dichiarerebbe esplicitamente che il figlio di Maria è «l’Unigenito venuto dal Padre, pieno di grazia e di verità», come ancora si legge nel prologo giovanneo (1, 14), e non giunto a noi attraverso i processi genetici umani. Se, però, si volesse tentare una strada di taglio «comparativistico», considerando la verginità di Maria come un reperto mitologico desunto da qualche altro orizzonte storico-culturale, al di là delle varianti strutturali e tematiche, varrebbe sempre la considerazione che l’allora teologo Joseph Ratzinger proponeva nella sua famosa Introduzione al cristianesimo: «Le leggende extrabibliche di questo tipo sono profondamente diverse dal racconto della nascita di Gesù, sia nel loro vocabolario sia nella loro morfologia concettuale. La divergenza centrale sta nel fatto che, nei testi pagani, la divinità appare quasi sempre come una potenza fecondatrice, generatrice, ossia sotto un aspetto più o meno sessuale, e quindi in veste di ‘padre’ in senso fisico del bimbo redentore. Nulla di tutto ciò nel Nuovo Testamento: la concezione di Gesù è una nuova realtà, non una generazione da parte di Dio. Pertanto, Dio non diventa suppergiù il padre biologico di Gesù». Oltre alla demitizzazione c’è, dunque, una dematerializzazione da introdurre per comprendere correttamente l’originalità dell’evento della generazione di Cristo.
Ma ritorniamo ai mesi dell’attesa di Maria. Luca ci offre un episodio, quello della visita di Maria alla cugina Elisabetta anch’essa incinta, in cui riappare il mistero di ciò che sta germogliando nel grembo della madre di Gesù. La narrazione ha come sfondo «la montagna e una città di Giuda» anonima, che però la tradizione bizantina e crociata ha voluto identificare con Ain Karim («sorgente della vigna»), un delizioso villaggio ormai aggregato a Gerusalemme. Esso è ora dominato dal santuario francescano della Visitazione, eretto nel 1939, nel cui cortile esterno è riprodotto, su maioliche in decine e decine di lingue diverse, il canto di Maria, il Magnificat. Ma sono le parole di Elisabetta a esaltare la gestazione di Maria. Infatti, se è vero che il bimbo di Elisabetta, il futuro Giovanni Battista, «esulta di gioia nel suo grembo» appena udita la voce di Maria, la benedizione più solenne è riservata alla «madre del Signore»: «Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!». Si tratta di una frase modellata sull’Antico Testamento, ed entrata poi nella più celebre e costante preghiera mariana, l’Ave Maria. Tutta la prima Alleanza incarnata dal Battista, l’ultimo dei profeti, si rivolge al Figlio di Dio e a sua madre accogliendoli con amore e gioia. Maria resta circa tre mesi dalla cugina, fino alla nascita di Giovanni e poi ritorna a casa sua (cfr. Luca, 1, 56). Ormai anche per lei si avvicina progressivamente il grande momento del parto. L’evangelista, infatti, ci aveva ricordato che Maria aveva ricevuto l’annunciazione «nel sesto mese» dalla concezione del Battista. Quando le ultime settimane stanno per scadere, ecco l’incubo del censimento di Quirinio. Lasciamo ancora la parola a Luca: «Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo» (2, 4-7).
Gli apocrifi non si accontentano della sobrietà asciutta del racconto evangelico e quei particolari momenti li vogliono seguire con maggior colore e fantasia. Ecco come il citato Protovangelo di Giacomo descrive quel viaggio (a cui partecipa anche un figlio avuto da Giuseppe, vedovo di un precedente ipotetico matrimonio): «Giuseppe sellò l’asino e vi fece sedere Maria. Il figlio di lui tirava la bestia e Giuseppe li accompagnava. Giunti a tre miglia da Betlemme, Giuseppe si voltò e la vide triste. Disse tra sé: Ormai è ciò che è in lei a crearle travaglio. Ma, voltatosi poco dopo, vide che rideva. Le chiese: Cos’hai, Maria, che vedo il tuo viso ora sorridente ora triste? Rispose: È perché io vedo coi miei occhi due popoli: uno piange e fa cordoglio, mentre l’altro è pieno di gioia ed esulta. Giunti a metà strada, Maria disse a Giuseppe: Calami giù dall’asino perché colui che è in me ha fretta di venire fuori. Egli la calò giù e le disse: Dove posso condurti per mettere al riparo il pudore? Il luogo, infatti, è deserto. Trovò però una grotta, ve la condusse e lasciò presso di lei suo figlio e corse a cercare un’ostetrica nella regione di Betlemme». E da questo momento in avanti comincia per questo autore ignoto del ii secolo una sfilata di prodigi che accompagneranno la nascita del Cristo. Noi ci fermiamo qui davanti a Maria, alle soglie del parto, di quel momento in cui, come dirà Gesù nell’ultima sera della sua vita terrena, «la partoriente è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bimbo, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Giovanni, 16, 21).
Lo zelo di alcuni scrittori cristiani antichi e di alcuni mariologi aveva negato a Maria le doglie del parto, considerate frutto del peccato originale.  In realtà nel testo della Genesi, come altrove nella Bibbia, le doglie sono usate come simbolo per indicare piuttosto la frattura che il peccato ha introdotto nell’armonia dell’amore di coppia e nella stessa generazione. L’esperienza della gestazione e di quei dolori, come dice Gesù, in realtà dona una ricchezza particolare alla donna. Una ricchezza che in Maria raggiunse l’ineffabile. Un’esperienza che solo Maria poté assaporare e che noi possiamo soltanto immaginare. Una maternità che sorprendentemente lo scrittore e fìlosofo ateo francese Jean-Paul Sartre ha ben rappresentato anche sotto l’aspetto «psicologico» nel suo primo testo teatrale, Bariona o il figlio del tuono, composto per il Natale del 1940 nello Stalag xiiD nazista di Treviri, dove era stato internato. Scrive infatti: «Maria avverte nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo bambino, ed è Dio. Lo guarda e pensa: Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatto di me. Ha i miei occhi. La forma della sua bocca è la forma della mia. M’assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio per sé sola. Un Dio bambino che si può prendere tra le braccia e coprire di baci. Un Dio caldo che sorride e respira. Un Dio che si può toccare e che ride».

(L’Osservatore Romano di giovedì 25 dicembre 2008)