DOMENICA IV DI QUARESIMA – A – di Giuseppe Bellia

 

Anche se hai occhi splendenti di luce

ma non vedi la vera luce: sei cieco!

Se i colori, in cui si rinfrange la luce,

ti dilettano ma non vedi la vera luce,

ancora cammini nel buio più oscuro.

Leggera una mano passò sul volto

e un velo di fango avvolse le pupille,

inizio dall’acqua di creazione nuova

ed emerse la luce del primo mattino.

Dense tenebre coprivano la nostra via,

popolo errante eravamo senza guida,

improvvisa sfolgorò la vera luce

e scese la rugiada a dare la vita.

Nel fonte battesimale immersi,

in Lui morì in noi la nostra morte

e la sua carne ci ha ridato la vita

e su noi si è impresso il suo volto.

PRIMA LETTURA                                   1 Sam 16,1.4.6-7.10-13

Dal primo libro di Samuele

 

1 In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re».

Dopo che Saul si è reso indegno del regno, il Signore in vista del suo Cristo sceglie un nuovo re non più nella tribù di Giuseppe ma in quella di Giuda. La famiglia è quella di Iesse.

Mi sono scelto lett.: «Ho visto» in posto di ho scelto. I due verbi indicano l’agire divino nell’elezione. Lo sguardo di Dio, come subito dice, non si ferma alla superficie del volto ma vede nel cuore.

Il Signore è colui che scruta i cuori e li plasma fin dal seno materno. Egli ha già visto il re, che dovrà sostituire Saul. Egli attua il suo disegno plasmandoci secondo la sua volontà, che nell’atto in cui si rivela, ci fa sentire il suo amore e nello stesso istante chiede il nostro consenso.

Essere chiamati è essere visti da Lui dal nostro inizio al nostro compimento. Chi adempie la sua volontà non muore ma giunge alla pienezza.

[2 Samuele rispose: «Come potrò andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà». Il Signore soggiunse: «Prenderai con te una giovenca e dirai: “Sono venuto per sacrificare al Signore”.

Come Saul avrebbe ucciso in seguito i Sacerdoti di Nob perché avevano aiutato Davide () così giustamente Samuele teme per la sua vita. Il re avrebbe potuto interpretare il suo gesto come una ribellione alla sua regalità e ritenere Samuele colpevole del delitto di lesa maestà.

Si può anche congetturare che dal momento che Samuele amava molto Saul non voleva consacrare nessuno mentre quello era ancora in vita.

La risposta del Signore insegna al profeta a nascondere la vera intenzione sotto un’altra azione assai comune a Samuele. Egli infatti era solito compiere sacrifici ovunque andasse. Da questo impariamo che, pur non negando al verità, non tutto si può dire, ma per amore di pace talvolta è necessario nascondere le proprie intenzioni sotto altre azioni.

3 Inviterai quindi Iesse al sacrificio. Allora io ti farò conoscere quello che dovrai fare e ungerai per me colui che ti dirò».

Nell’ambito del sacrificio avviene l’elezione e la consacrazione del nuovo re. Anche questo è figura in rapporto alla pienezza, che è il Cristo.

Ungerai per me. Già si notano le differenze con Saul. Di questi il Signore aveva detto a Samuele: «E lo ungerai come guida sul mio popolo Israele» (9,16), del nuovo re il Signore dice per me, cioè mi appartiene per compiere tutto quello che io desidero. Egli pertanto è consacrato come messia del Signore, messia del Dio di Giacobbe (2Sm 23,1). ]

4 Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato [e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: «È pacifica la tua venuta?».

L’arrivo di Samuele a Betlemme desta grande stupore, e si affrettarono tremanti ad andargli incontro. È tremore per un evento divino che sta per compiersi. I primi ad andare incontro a Samuele sono gli anziani della città, che stanno seduti alla porta e ne sono quindi anche i giudici. Al veder comparire Samuele, che dopo aver profetizzato la cessazione della regalità di Saul, si era ritirato, gli anziani temono qualcosa di grave.

Pacifica. Lett.: Pace è la tua venuta? Nel termine pace la divina Scrittura intende tutto il bene, che Dio provvede al suo popolo in ogni ambito sia fisico che spirituale.

5 Rispose: «È pacifica. Sono venuto per sacrificare al Signore. Santificatevi, poi venite con me al sacrificio». Fece santificare anche Iesse e i suoi figli e li invitò al sacrificio.]

Il santificarsi precede sia l’assunzione del cibo sacro (cfr. Lv 7,20: la trasgressione porta alla morte) come i grandi eventi della salvezza (Vedi Es 19,10: il santificarsi prima della teofania del Sinai. Gs 3,5: prima di passare il Giordano il popolo si santifica).

Può essere che Samuele in attesa che tutti siano santificati e che sia pronto il sacrificio sia stato ospite di Iesse e qui egli abbia ordinato che non solo Iesse ma anche i suoi figli si santifichino perché devono partecipare al sacrificio.

6 Quando fu entrato (lett.: furono entrati), egli vide Eliàb e disse: «Certo davanti al Signore sta il suo consacrato!».

Nel frattempo Samuele è ospite di Iesse ed entrando in casa con lui (furono entrati) incontra Eliàb che probabilmente, essendo il maggiore, stava presso il padre. Le caratteristiche, che lo rendono simile a Saul, alto e di bell’aspetto (9,2), fanno pensare a Samuele che sia il messia del Signore. Disse, s’intende dentro di sé. La bellezza del re era assai importante, come è detto in Is 32,17: il re nella sua bellezza vedranno i tuoi occhi.

7 Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, il Signore vede il cuore».

L’uomo si ferma all’aspetto esterno per intuirne l’interno: gli occhi infatti riflettono quello che uno ha dentro. Al contrario il Signore vede il cuore cioè va alla radice dell’uomo, là dove nascono i suoi pensieri.

Noi siamo sempre davanti al Signore non come ci vedono gli uomini ma come realmente siamo anche se spesso siamo a noi sconosciuti perché tendiamo a voler essere quali ci vogliono gli altri uomini. Davide invece era se stesso davanti al Signore.

[8 Iesse chiamò Aminadàb e lo presentò (lett.: lo fece passare davanti) a Samuele, ma questi disse: «Nemmeno costui il Signore ha scelto».

Lo presentò lett.: lo fece passare davanti a Samuele perché vedesse se in lui vi erano le caratteristiche dell’eletto. Questa volta Samuele non è attratto dalle caratteristiche fisiche del giovane, come che siano indice delle sue doti di capo del popolo. Egli attende il consenso del Signore.

9 Iesse fece passare Sammà e quegli disse: «Nemmeno costui il Signore ha scelto».]

Anche il terzogenito è scartato dal Signore. Il Signore abbatte tutti i criteri umani nella sua scelta e porta le situazioni fino al limite del possibile per rilevare la sua piena libertà nella scelta e per mostrare come gli eletti siano suoi nell’intimo di se stessi più che nelle doti esterne che manifestano.

10 Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi».

Ciascuno dei figli passa davanti al Signore. Dal quarto al settimo non sono più qui ricordati perché il lettore è già stato preparato ad ascoltare il rifiuto del Signore di ciascuno di loro e a chiedersi chi sia mai l’eletto. Questi è nascosto nel cuore di Dio. Questo modo di procedere del Signore è dovuto al fatto che Egli vuole educarci ad accogliere Colui che è nascosto in Lui e che Egli rivela solo nella pienezza dei tempi. Il Cristo appare quando non lo si aspetta più o si pensa che debba avere determinate caratteristiche per essere tale.

11 Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui».

La domanda di Samuele vuole mettere in luce che la Parola divina è vera; infatti il più piccolo, colui che è restato fuori del novero è colui che darà inizio a questo banchetto dell’unzione regale. Egli pascola il gregge e, mentre sta facendo questo, è chiamato. Il significato è duplice: dal pascolare il gregge paterno passa a pascere Israele popolo di Dio, dall’essere il più piccolo e quindi il più trascurato diventa il capo del suo popolo.

12 Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Alzati e ungilo: è lui!».

Era «non dice il nome. Esso compare solo dopo la sua unzione» (Qil). Egli è chiamato per nome solo dopo che è consacrato per sottolineare come prima fosse nulla e solo dopo è il messia del Signore. Inoltre il nome di Davide è unito in modo indissolubile all’elezione.

La descrizione della bellezza di Davide corrisponde a quello dello Sposo nel Cantico (cfr. 5,10.12).

Alzati. Samuele era seduto e non si era alzato di fronte a nessuno dei figli di Iesse. Ora invece ala presenza del messia del Signore si alza per ungerlo e consacrarlo re del suo popolo.

13 Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

lo unse in mezzo ai suoi fratelli, cioè scegliendolo dai suoi fratelli. Benché eletto, Davide fa parte dei suoi fratelli. Egli non rivendica nessuna discendenza divina, come era uso tra le genti. Il Cristo Gesù, benché Figlio di Dio, ha svuotato se stesso per apparire tra noi in tutto simile ai suoi fratelli, fuorché nel peccato e ha voluto essere racchiuso entro la forma dello schiavo, cioè entro i limiti della stessa morte, che ha colpito la nostra stirpe.

E lo spirito del Signore irruppe su Davide. Questo è lo Spirito che si posa sul messia, come è detto in Is 11,2: Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. In questo momento in cui lo Spirito del Signore irrompe è detto il nome personale del messia, Davide. Questi è dotato della forza del messia e del dono della profezia, come egli stesso dice: Lo spirito del Signore parla in me,

la sua parola è sulla mia lingua (2Sm 23,2). Per reggere il popolo sono necessarie sia la forza che la profezia. Un capo che non ha forza è come se non avesse mani e senza la profezia è come se non avesse occhi.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 22

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla.

Su pascoli erbosi mi fa riposare,

ad acque tranquille mi conduce.

Rinfranca l’anima mia.              R/.

Mi guida per il giusto cammino

a motivo del suo nome.

Anche se vado per una valle oscura,

non temo alcun male, perché tu sei con me.

Il tuo bastone e il tuo vincastro

mi danno sicurezza.      R/.

Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici.

Ungi di olio il mio capo;

il mio calice trabocca.              R/.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita,

abiterò ancora nella casa del Signore

per lunghi giorni.                      R/.

SECONDA LETTURA                                        Ef 5,8-14

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini

Fratelli, 8 un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi (lett.: camminate) perciò come figli della luce;

In questa pericope Paolo contrappone la luce alla tenebra e la vittoria della luce sulla tenebra. vi è una coincidenza tra la luce e i suoi figli, come tra la tenebra e i suoi figli.

Tenebra sono le genti, la luce i discepoli del Cristo.

Alla tenebra appartengono i discorsi vuoti (6), le cose nascoste (12), le opere infruttuose (11); sulla tenebra sovrasta l’ira di Dio. Coloro che sono tenebra sono figli di disobbedienza (6). Alla luce appartiene il frutto della luce (9), bontà, giustizia, verità e il giudizio sulla tenebra.

L’essere luce esprime pertanto il fatto che la luce è totalmente penetrata in noi da essere in grado di respingere ogni tenebra che volesse prendere possesso di nuovo di noi stessi.

La luce è pure il cammino da percorrere. Nel cammino dell’esistenza terrena non bisogna più abbandonare la luce ma al contrario è necessario seguirla.

9 ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.

Quando si è nella luce e ci si lascia impregnare da essa, si è simili a un albero che, nutrito dalla luce, produce il suo frutto, che consiste in ogni espressione della bontà.

La bontà è la nota propria di Dio – Egli solo è buono (cfr. Mt 19,17) – che è partecipata agli eletti.

La giustizia e la verità sono proprie del Cristo, come altrove proclama l’apostolo.

Colui, nel quale la luce entra ogni giorno più profondamente, è sempre più riflesso della luce del Cristo, che emerge da se stesso e s’irradia sugli uomini e sulle creature.

10 Cercate (lett.: esaminando) di capire ciò che è gradito al Signore.

È necessario sottomettere tutto ad un’attenta analisi per saper cogliere quanto è gradito al Signore. Termine di confronto per la nostra coscienza è la divina Scrittura. I sensi interiori si sviluppano e maturano proprio attraverso questo confronto tra la Parola di Dio e quanto abbiamo davanti. In questo modo si può giungere a conoscere che cosa vuole il Signore.

11 Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente (lett.: rimproveratele).

L’accusa delle opere delle tenebre, che, essendo infruttuose, si ripetono in continuazione senza mai essere sazie, la si compie nell’atto stesso di essere luce. Questa è l’accusa degli empi al giusto: Ci è insopportabile solo al vederlo (Sap 2,14) e l’apostolo Pietro esorta: Pronti sempre per la difesa davanti a chiunque vi chiede ragione della speranza, che è in voi, ma con mitezza e timore e avendo una buona coscienza (1Pt 3,15-16).

12 Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare,

Dal momento che chiunque fa il male odia la luce e non viene alla luce perché non siano rimproverate le sue opere (Gv 3,20) è vergognoso e turpe parlare di queste opere perché non avvenga che ci si contamini anche con il solo racconto.

13 mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce.

traduzione letterale: Tutte le cose rimproverate sono manifestate dalla luce.

La luce evangelica sia nel suo risplendere nella proclamazione che nella fede e nelle opere dei credenti rimprovera e accusa queste opere malvagie e nulla può resistere al vaglio di tali accuse.

Dal momento che noi non dobbiamo giudicare nessuno, la sola accusa che ci è acconsentita è quella di rendere testimonianza alla luce con il nostro tenore di vita.

14 Per questo è detto:

«Svégliati, tu che dormi,

risorgi dai morti

e Cristo ti illuminerà».

Il Signore ha detto: «Quanto ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10,27). Nulla infatti può rimanere avvolto dalle tenebre, ora per la luce che risplende nei credenti, allora per quel giudizio che rivelerà i segreti dei cuori.

Chi vive nelle tenebre ed è mosso a conversione i segreti del suo cuore sono resi manifesti (1Cor 14,25) dai discepoli del Cristo e allora cadendo con la faccia a terra, adorerà Dio, dichiarando che veramente Dio è in mezzo a voi (ivi).

In questo modo si attua la parola inerente al battesimo, che è un risvegliarsi dal sonno della morte e un destarsi dai morti per essere illuminati da Cristo, la vera luce.

Ogni giorno ogni uomo illuminato dalla luce e ogni discepolo, che ha ricevuto l’illuminazione e la luce nel battesimo devono lasciarsi illuminare da Cristo ripudiando le opere delle tenebre e risvegliandosi dal sonno di una semicoscienza. La semicoscienza è infatti quello stato accidioso in cui uno vive una parte di sé nelle fantasie e nelle immagini e una parte è presente nella realtà in cui vive.

Il risveglio è solo possibile nel Cristo perché solo in Lui le tenebre appaiono tali e in noi vi è la forza di odiarle e di ripudiarle perché siamo uno con Gesù.

« Svegliati tu che dormi ecc. Is 26,19 rugiada di luci è in rapporto allo Spirito» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 23.11.1973).

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Gloria a te, o Cristo, Verbo di Dio!

Io sono la luce del mondo,

dice il Signore,

chi segue me avrà la luce della vita.

Gloria a te, o Cristo, Verbo di Dio!

VANGELO                                                         Gv 9,1-41

 Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, 1 Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita

E passando. Dopo essere uscito dal Tempio dove ha rivelato il suo Nome divino, Gesù passa in mezzo alla folla. Noi non notiamo in Lui nessuna paura per le pietre che hanno tentato di scagliargli contro. Gesù passa e vede un uomo cieco fin dalla nascita. Gesù lo vede perché, in quest’uomo cieco, Gesù dà una conferma della sua rivelazione e, con l’illuminazione non solo fisica, ma anche spirituale, risponde alla cecità dei suoi avversari. Sono loro i veri ciechi perché rifiutano la vera luce. «Uscito dalle loro mani fa un atto che trascende la loro opposizione facendo un miracolo … fa un miracolo nuovo che pone un’obiezione invincibile» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico 7.10.1975).

E passando vide (cfr. Mc 1,6: la chiamata dei discepoli). Come vide i suoi discepoli e li chiamò alla sua sequela, così ora vede il cieco e lo illumina. Certamente il Signore ha posato su di lui uno sguardo molto intenso, quello che precede il suo intervento.

2 e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?».

L’intensità dello sguardo di Gesù non sfugge ai discepoli che gli pongono una questione tipicamente rabbinica. Dove sta la colpa della sua cecità: in lui o nei suoi genitori? Il testo su cui la domanda si basa è Es 20,5 dove tuttavia «la prescrizione del peccato è legata all’idolatria» (d. G. Dossetti, ivi). I discepoli, come pensiero, sono ancora sotto la Legge e cercano di precisarne la giustizia. Ma noi uomini cerchiamo di razionalizzare il mistero; è infatti pericoloso chiarire le parti oscure della rivelazione con i nostri ragionamenti. Possiamo giungere a delle conclusioni erronee. La teologia non procede di ragionamento in ragionamento ma di gloria in gloria (2Cor 3,18), cioè di rivelazione in rivelazione. Dio ha sempre una possibilità ulteriore a quella che noi conosciamo: Noi lo stimavamo un colpito di Dio e umiliato. Ma egli ha portato le nostre infermità (Is 53,4-5).

3 Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio.

In risposta, Gesù non vuole che i suoi discepoli si soffermino a speculare su simili teorie, perché, se da una parte non possono entrare nei segreti divini e della coscienza umana, dall’altra le considerazioni che gli uomini fanno su chi è colpito dalla malattia ingenerano disprezzo, senso di superiorità, falsa gratitudine verso Dio. Affermando che né il cieco né i suoi genitori hanno peccato, Gesù vuole spezzare il nesso tra peccato e malattia, cui la stessa Scrittura può dare adito. Queste connessioni non possono essere colte dalla mente umana, quindi i discepoli del Cristo non devono indagare in questa direzione, ma devono guardare alla sofferenza dell’uomo come al luogo dove stanno per manifestarsi le opere di Dio attraverso Gesù. La colpa diviene felice colpa (cfr. Preconio pasquale). «Questa affermazione non riguarda solo il caso singolo, ma l’umanità intera di cui il caso è tipo» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico 7.10.75).

I discepoli non devono vedere nelle sofferenze, nelle malattie «una reazione divina a particolari colpe; è lasciata aperta soltanto la possibilità di vedere in tutti questi casi un incitamento a compiere amorosamente le opere di misericordia in confronto all’opera salvifica di Dio» (Strathmann, o.c., p. 261). Le opere di Dio sono quelle del Messia, come è detto in Is 61,1sg.

L’Evangelo quindi s’inserisce nell’esistenza umana come la parola che salva. La misericordia, che si rivela nell’Evangelo, non consiste nel rallentare il rigore della Legge, ma nel sanare quella situazione che provoca il rigore della Legge stessa. Chi accoglie l’Evangelo accoglie la salvezza e in lui cominciano a manifestarsi le opere di Dio che giungeranno a compimento con il riscatto del nostro corpo (cfr. Rm 8,23).

4 Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. 5 Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».

Le opere di Dio sono le opere di Colui che ha mandato Gesù. In costui pertanto esse si manifestano. Le opere di Dio danno origine al giorno. Come all’inizio, nella settimana della creazione, ogni opera dà origine al suo giorno, così ora l’opera che Gesù sta compiendo rivela che ancora è giorno; anzi è quell’opera stessa che fa essere quel tempo giorno. Compiendo quest’opera, Gesù si rivela come la luce del mondo. Fino a che è nel mondo, cioè nella sua carne passibile, prima dell’ora della sua glorificazione, Gesù è la luce che illumina il mondo e fa risplendere se stesso come la luce che illumina ogni uomo (1,9) facendo le opere di Dio che lo ha mandato.

Quindi l’opera, che Egli fa nel cieco nato riplasmandogli gli occhi, Gesù la compie su ogni uomo illuminandolo. Che poi Gesù associ i suoi discepoli alle opere di Dio, che Egli fa, può essere riferito alle opere più grandi che Egli fa in loro e con loro nel diffondere la luce evangelica. Nel ministero apostolico si manifesta Cristo come luce delle genti e salvezza sino all’estremità della terra (cfr. Is 49,6).

L’apostolo Paolo cita questa profezia nel momento in cui i predicatori dell’Evangelo non si rivolgono più prima a Israele e poi alle Genti, ma direttamente a queste ultime (cfr. At 13,46-48).

Se Gesù è Colui che crea il giorno e in esso Egli opera le opere di Dio e fa dei suoi stessi discepoli la luce del mondo con la predicazione evangelica, c’è da chiedersi quando venga la notte in cui nessuno può più operare. Sant’Agostino s’interroga: «Sarà così oscura questa notte, che neanche tu, che sei l’autore della notte, potrai operare in essa? Penso infatti, Signore Gesù, anzi non penso, ma credo e ne sono certo, che tu fossi là, quando Dio disse: Sia fatta la luce; e la luce fu fatta (Gn 1,3)» (XL,4). Notte per Agostino è pertanto il giudizio divino dopo il quale nessuno può più operare. «Se si guarda solo al Cristo il giorno è la sua vita terrena e la notte la sua morte; se si guarda a noi il giorno è il tempo dell’attesa, la notte è l’ultimo tempo quando non è più possibile» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico 7.10.1975). Come il Cristo, così la Chiesa, finché dura questo tempo, è la luce del mondo e in esso il Cristo compie le opere di Dio a vantaggio di tutti gli uomini.

6 Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco

Agli occhi nostri diviene visibile l’azione iniziale della creazione. Sputa a terra, da dove l’uomo è tratto, e fa con lo sputo del fango, la materia di cui l’uomo è fatto, e unge col fango i suoi occhi. È singolare il verbo che indica l’unzione del Messia inviato a compiere la sua missione di evangelizzazione dei poveri: Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha unto, ad evangelizzare i poveri mi ha inviato (Is 61,1 LXX). Gesù in quello che compie si rivela come il Creatore, che ha plasmato l’uomo e come il suo Redentore inviato dal Padre come il Messia che ridona ai ciechi la vista (cfr. Is 61,1). In questo capitolo sembra di entrare nel clima del Libro della consolazione del profeta Isaia: la missione del Messia, l’illuminazione del cieco, il lavarsi all’acqua di Siloe. Tutto fa sentire imminente la redenzione. Gli occhi del cieco vengono aperti – e in lui tutti quelli degli uomini – per vedere Dio e le sue opere, che Egli sta per fare a coloro che attendono la sua misericordia (cfr. Is 64,4 LXX). Il gesto di Gesù testimonia pure la sua signoria, come è scritto in Gr 18,6: Ecco come il fango del vasaio voi siete nelle mie mani. Tuttavia questo fango è formato dallo sputo di Gesù, da qualcosa che appartiene all’intimo di Gesù. In noi vi è il fango, perché non c’inorgogliamo, ma vi è pure l’immagine di Dio, analogamente alla Parola di Dio contenuta nelle Scritture «che è costituita dalla saliva di Cristo, per quanto riguarda il suo divino contenuto di pensiero, mentre è costituita dal fango della terra, per quanto riguarda il modo di annunziare per mezzo di narrazioni storiche e realtà umane» (Origene, Fr. LXIII). Nel gesto del Signore vediamo quindi racchiusi grandi misteri che riguardano la natura dell’uomo, delle sante Scritture, e ci fanno contemplare nell’uomo Gesù la mano di Dio. Dice infatti Ireneo: «Il Signore (nel caso del cieco nato) sputò per terra, compose un po’ di fango e lo sparse sugli occhi indicando come avvenne la prima creazione e rivelando a coloro che sanno intendere la mano di Dio con la quale fu plasmato l’uomo. Ciò che il Verbo aveva promesso di fare nel seno della madre compì poi pubblicamente, perché in Lui fosse manifesta l’opera di Dio e non andiamo più a cercare altra mano che abbia plasmato l’uomo e altro Padre, poiché ora sappiamo che la stessa mano di Dio che ci plasmò al principio, e che ci plasma ancora nel seno della madre, negli ultimi tempi cercò noi che eravamo perduti e ricuperò la pecorella perduta, se la pose sulle spalle e la riportò allegramente con le altre alla vita» (Ad. Haer., V, 15,2).

7 e gli disse: «Và a lavarti nella piscina di Sìloe, che significa “inviato”». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

La piscina di Siloe richiama a noi la piscina di Betesda. Qui i malati attendevano il movimento dell’acqua. Ma il Signore non si serve di quest’acqua per guarire l’uomo paralizzato. Al contrario, al cieco comanda di andare a lavarsi alla piscina di Siloe. A causa del nome, che essa porta, Gesù vuole che il cieco acquisti in essa la vista. Siloe significa infatti Inviato. Gesù si è già appellato indirettamente all’acqua di Siloe nell’ultimo grande giorno della festa delle Tende, quando l’acqua di Siloe veniva versata sull’altare. Egli aveva dato a quest’acqua il valore simbolico dello Spirito che da Lui avrebbero ricevuto i credenti (cfr. 7,37-39). Questa piscina era dunque carica di significati messianici. Che il cieco riceva in quest’acqua la vista è la conferma che Gesù è l’Inviato di Dio e che da Lui, come dalla pienezza, deriva lo Spirito. L’identificarsi di Gesù con le acque di Siloe richiama a noi l’unico passo dell’Antico Testamento in cui Siloe è ricordata: Is 8,6-7: «Poiché questo popolo ha rigettato le acque di Siloe, che scorrono piano, e gioisce per Rezìn e per il figlio di Romelia, per questo, ecco, il Signore fa salire contro di loro le acque del fiume, impetuose e abbondanti: cioè il re assiro con tutta la sua gloria, irromperà in tutti i suoi canali e strariperà da tutte le sue sponde». Il Signore punisce il suo popolo perché ha disprezzato le acque di Siloe che scorrono lentamente. In una parola ha disprezzato il Messia, di cui le acque sono simbolo. «Le acque di Ghicon servono inoltre per la consacrazione dei re davidici (cfr. 1Re 1,38 e forse Sal 110,7), mediante i quali il Signore assicura al suo popolo un’esistenza pacifica e indipendente» (TOB). La conseguenza del disprezzo del Messia, la cui azione è mite, è l’irrompere delle acque del fiume forti e abbondanti (cfr. Is 8,7). Verranno infatti i Romani a distruggere la città e il luogo santo (cfr. 11,3).

Gesù, ricollegandosi alla piscina di Siloe, si rivela come l’Inviato, il Consacrato del Signore, che è venuto mediante l’acqua per illuminare coloro che sono nelle tenebre e nell’ombra di morte. L’acqua, attraverso la quale Egli è venuto a noi (cfr. 1Gv 5,6: Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo) resta nella Chiesa e, fecondata dallo Spirito, dona la vista ai ciechi.

8 Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?».

I vicini sono coloro che conoscono bene l’uomo che è stato guarito. Oltre ai vicini l’Evangelo nomina coloro che lo vedevano prima quando era cieco. Queste due categorie di persone, dopo un iniziale smarrimento, registrato nell’Evangelo, possono ben testimoniare a suo riguardo. L’uomo era ben conosciuto perché era mendicante. Dobbiamo pensare che dalla piscina di Siloe egli fosse tornato là dove abitualmente stava seduto a mendicare. Vedendolo guarito vicini e conoscenti s’interrogavano stupiti.

9 Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».

Il breve dialogo delle persone che lo conoscono s’incentra su due battute: «È lui», «No, ma è uno che gli somiglia». Potrebbe essere infatti un sosia. Ma l’uomo guarito testimonia di se stesso: «Sono io». Non ci sono dubbi sull’identità tra l’uomo che prima era cieco e sedeva a mendicare e l’uomo che ora è in piedi e ci vede.

Il Cristo è venuto a illuminare coloro che sedevano nelle tenebre e nell’ombra di morte (Lc 1,79) per farli alzare perché vedano. Essi non siedono più a mendicare e a chiedere ad altri che li guidino. Così commenta Origene: «Gesù quindi non lo liberò soltanto dalla cecità, ma anche dal mendicare, perché insieme alla vita gli diede anche la possibilità di scorgere il modo di procurarsi il necessario per la salvezza dell’anima» (Fr. LXIV).

Questo primo dialogo tra l’uomo guarito e le persone che meglio lo conoscono perché vicini di casa o perché abitualmente lo vedevano seduto a mendicare, manifesta a noi «la totale novità dell’uomo riformato» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 8.10.1975) e come «qui sia un anticipo del Risorto che, finché non si rivela, non è conosciuto» (d. G. Dossetti, ivi). Manifesta pure la nostra sorte: noi tutti saremo trasformati e stupiti ci chiederemo gli uni gli altri: «Sei tu?» e ciascuno dirà: «Sono io» dando lode al Cristo che avrà compiuto la parola di trasfigurare il nostro corpo della nostra miseria per renderlo conforme al corpo della sua gloria (cfr. Fil 3,21).

10 Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?».

Una volta accertato che è proprio colui che conoscono ad aver ottenuto la vista, vicini e conoscenti giungono al punto cruciale, il come. Su questo, come anche in precedenza, si sviluppa tutta la narrazione che fa emergere, con sempre maggiore chiarezza e forza, la persona di Gesù. Tutto si muove verso il suo manifestarsi. È questa la linea maestra attorno alla quale si muovono tutti i personaggi senza saperlo. Questa prima e fondamentale domanda, da cui parte tutta la ricerca che porterà l’uomo guarito ai piedi di Gesù, non è posta certo per accogliere Gesù come la luce del mondo (9,5). «Ma questa domanda procede dalla curiosità, poiché né il miracolato né noi possiamo conoscere il modo della guarigione. Nell’Ecclesiastico si legge (3,24): Non essere curioso delle molte opere di Lui» (s. Tommaso, 1317).

11 Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Và a Sìloe e làvati! Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista».

La risposta presenta con certezza i fatti. Essa parte da un dato indiscutibile: l’uomo che si chiama Gesù. I gesti, che Gesù compie, sono gesti fisici (fece del fango e mi unse gli occhi) che rivelano la corporeità della sua umanità. Allo stesso modo agisce il cieco: va a Siloe e si lava. Ma l’effetto di questi gesti è divino: «ho acquistato la vista». Non si può credere se non si parte dal dato primario che Gesù è veramente uomo. Dichiarare che quell’uomo chiamato Gesù ha fatto questo è già credere. Commenta Agostino: «Il cieco proclamava ad alta voce la grazia ricevuta, e il cuore degli empi ne erano colpiti, perché essi non avevano nel loro cuore ciò che egli aveva nel volto» (XLIV, 8).

12 Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».

Alla domanda: «Dov’è costui?», l’uomo guarito risponde: «Non lo so». Egli infatti non conosce ancora chi sia Gesù. Con questa domanda l’attenzione si sposta su Gesù. Essi vorrebbero forse interrogare Gesù, ma non possono perché devono accogliere la testimonianza di colui che, illuminato fisicamente, progredisce fino alla fede piena.

In ciò, dice s. Tommaso, vi è la figura del battesimo: «Il linimento rappresenta l’inizio della guarigione, mentre il lavaggio produce la guarigione perfetta. Ebbene, in senso spirituale il linimento rende catecumeni, il lavaggio, ossia il battesimo, porta l’opera a compimento dando la luce» (1319).

13 Condussero dai farisei quello che era stato (lett.: un tempo era) cieco:

Entrano in scena i farisei. Non si dice chi abbia condotto colui che un tempo era cieco dai farisei. Ora l’uomo guarito deve dare testimonianza davanti a coloro che si ritengono autentici interpreti della volontà di Dio in quanto ne conoscono e ne interpretano la Legge. Tutto il resto viene sfumato. Un abisso separa quest’uomo dai farisei, benché egli porti in sé i segni della potenza di Dio. I farisei si ritengono i giusti d’Israele che possono disprezzare quest’uomo nato tutto nei peccati (cfr. v. 34).

  1. Tommaso dà un’interpretazione negativa al fatto che conducano l’uomo dai farisei, forse membri del Sinedrio e perciò molto influenti. «Ora, poiché non si erano impadroniti di Cristo, conducono il cieco dai farisei, affinché sottoponendolo a un interrogatorio più serrato, lo costringessero con la violenza, o col timore, a inventare qualche falsità contro Cristo. Geremia aveva detto (5,5): Andrò dunque dai maggiorenti, e parlerò ad essi, perché la via del Signore essi la sanno. Ma ecco che costoro hanno scosso il giogo, sotto ogni legame» (1321).

«Un tempo cieco, (cfr. Lc 22,32: io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli); molto spesso in Paolo: Colui che un tempo ci perseguitava ecc…; Voi un tempo eravate gente nella carne ecc…; particolarmente Ef 5,8: Un tempo tenebre…; 1Pt 2,10: Un tempo non popolo ecc...; Un tempo cieco; sono i due versanti dell’umanità: Un tempo-ora» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 9.10.75).

14 era un sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi.

L’Evangelo precisa ora la motivazione per cui hanno condotto l’uomo, che un tempo era cieco, dai farisei: la violazione del sabato. Gesù in questo giorno aveva fatto del fango e aveva aperto gli occhi del cieco. La santità del sabato è talmente assoluta che l’azione di Gesù ne appare una violazione. È davvero l’uomo per il sabato e non il sabato per l’uomo (cfr. Mc 2,27). I farisei vogliono appellarsi a ciò per svuotare tutta l’opera di Gesù, come già hanno tentato di fare con la guarigione dell’uomo paralitico avvenuta pure di sabato. Essi pensano che la stessa azione di Dio sia esplicativa della Legge stessa: se in giorno di sabato Dio si è riposato come può operare? Quindi come può Gesù operare in un giorno in cui Dio si riposa? Essi sono all’interno di una problematica che non possono risolvere se non partendo da Gesù: o credendo in Lui oppure accusandolo di essere uno che viola il sabato. I farisei scelgono questa seconda alternativa.

Essi non hanno voluto risolvere le contraddizioni credendo in Gesù per cui tentano di risolverle accusandolo. Invece «la strada è non di risolvere le contraddizioni per andare al Cristo, ma di credere in Lui obbedendo all’impulso dello Spirito e allora le contraddizioni cadranno» (d. U. Neri). «Il voler risolvere le contraddizioni è illusione. L’atto di fede proietta luce sui problemi e li risolve» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 9.10.75 Gerico).

15 Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo».

Anche i farisei lo interrogano sul come abbia acquistato la vista. Dal momento che è un dato indiscutibile che l’uomo ci veda, bisogna puntare tutto sul come. Se si riesce a trovare qualche contraddizione nei fatti, allora si può negare il valore di questo segno. Una delle vie per appurare la verità è interrogare molto l’interessato in modo che cada in qualche contraddizione. S. Tommaso commenta: «Lo interrogano … non per sapere, bensì per calunniare e falsificare» (1324).

La risposta dell’uomo guarito è essenziale. Essa s’incentra su tre azioni: una di Gesù (ha posto del fango sui miei occhi) e due del cieco nato (mi sono lavato e ci vedo). «La formula è massimamente concentrata: in tre parole dice tutto e ha toccato i punti supremi» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 9.10.75). «In tal modo subirono il contrario di ciò che volevano; lo avevano condotto perché negasse, ma da lui impararono con più certezza» (Crisostomo). È tipico della testimonianza la sobrietà concisa del linguaggio, cioè esporre in modo essenziale i fatti. Appare così la veracità del testimone che non si ritrae intimorito dai farisei.

Egli non nomina Gesù come soggetto dell’azione perché è a tutti noto. Sembra quasi che non lo nomini con lo stesso rispetto con cui non si nomina Dio. L’uomo comincia a sentire verso Colui che l’ha guarito un senso di timore, che si contrappone alla durezza dei farisei tutti intenti a cercare pretesti per accusare Gesù. Al contrario l’uomo che ha ricevuto la luce si sta muovendo verso Gesù, guidato dal timore di Dio. Dai fatti, che gli sono accaduti, egli si sta muovendo verso la conoscenza di Gesù guidato dal timore. Il timore di Dio è principio della sapienza (Sir 1,12). La sapienza lo sta prendendo per mano in modo che non si lasci intimorire dai farisei, che lo vogliono ingannare con i loro ragionamenti, e possa giungere così pienamente alla conoscenza di Gesù.

16 Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra di loro.

Dopo aver ascoltato la testimonianza dell’uomo guarito, i farisei discutono tra loro sulla violazione del sabato. Per dichiarare che Gesù ha violato il sabato alcuni farisei devono ridurre il segno compiuto da Gesù a un semplice fatto umano: fare del fango e aprire gli occhi del cieco come fosse un’operazione chirurgica. Essi scindono l’azione dall’effetto ed esaminandola in sé la dichiarano violazione del sabato, quindi quell’uomo (non ne esprimono mai il nome, come segno di estraneità) non è da Dio. Essi sono abituati a queste operazioni di separare i vari elementi di un fatto e giudicarli a sé. In tal modo, il segno compiuto volutamente da Gesù in giorno di sabato perde tutto il suo valore e da testimonianza si trasforma in accusa contro Gesù. Per questi farisei, Gesù ha violato la Legge e quindi il suo segno lo rivela falso profeta e seduttore (cfr. Dt 13,2-4) Agli occhi loro Gesù lo compie per farsi credere Dio e quindi sedurre il popolo perché abbandoni l’unico Dio. «Tra i trentanove lavori di sabato (Mishnah, Shabbàt 7,2) c’era l’impastare, e Gesù aveva impastato la terra con la saliva per farne fango» (Brown, op.c., p. 487).

Altri farisei più onestamente s’interrogano. Un uomo peccatore, un falso profeta, potrà sì compiere dei segni ma non “questi” segni che la divina Scrittura ha riservato all’Inviato di Dio, al Messia. L’effetto del segno, in quanto divino, annulla ogni accusa di violazione del sabato. Gesù non può essere un uomo peccatore e compiere questi segni divini. Tutta la costruzione interpretativa della Legge salta se si ammette che il segno, compiuto da Gesù di sabato, sia divino. «La rigida dogmatica sul sabato dei difensori della legge parla contro la divina missione di Gesù, ma la grandezza del miracolo parla a suo favore» (Strathmann, o.c., p. 264). Se parla a suo favore è evidente che condanna la rigida dogmatica del sabato.

Tra i farisei avviene una scissione (cfr. 7,43: scissione tra la folla; 10,19: scissione tra i Giudei). «Il Cristo è segno di contraddizione, scisma che è insuperabile se non nel fatto che credano in Cristo coloro che lo rifiutano» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 9.10.75). «Questo scisma è la dissoluzione del potere magisteriale in Israele; corrisponde al laceramento (del velo) del Tempio» (d. U. Neri, ivi).

17 Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».

I farisei, rivolgendosi all’uomo guarito, lo scelgono come arbitro delle loro discussioni. Essi convengono su un dato evidente: Gesù gli ha aperto gli occhi. Egli risponde dichiarando Gesù profeta, non un profeta. Infatti «è profeta; lascia aperto il discorso: non è semplicemente uno dei profeti ma è anche profeta e quindi il discorso si può concludere con il Figlio dell’uomo» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 9.10.75). Gesù quindi non appartiene alla schiera dei falsi profeti dove alcuni dei farisei volevano collocarlo, ma a quella dei veri profeti mandati da Dio, la cui parola è confermata dai segni. È questo il primo passo: percepire Gesù come appartenente al vero Israele e non come un estraneo. Una volta che Gesù sia percepito all’interno della linfa vitale d’Israele, si può giungere alla piena conoscenza. Finemente Crisostomo nella citazione di Tommaso osserva: «Questa domanda, secondo il Crisostomo (in Joannem, hom. 58,1), proveniva non da quelli che lo bestemmiavano, bensì da quelli che lo apprezzavano. Ciò appare nel modo d’interrogarlo, ricordandogli il beneficio ricevuto: Tu che dici di Lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi? Se invece l’avessero interrogato gli altri, non si sarebbero espressi così, ma piuttosto avrebbero ricordato che violava il sabato. Essi gli ricordano il beneficio, per indurlo alla gratitudine e a predicare Cristo» (1329).

18 Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista.

I farisei sono ora chiamati Giudei. Il termine indica l’intero popolo ed esprime una categoria teologica. I Giudei sono coloro che possiedono la Legge e con essa giudicano senza essere giudicati. Per costoro il Cristo esce da loro e non può contrapporsi a loro come fa Gesù. Ai Giudei resta ora un’unica possibilità: verificare se l’uomo fosse veramente cieco dalla nascita e se sia veramente lui. Per questo essi chiamano i genitori.

I Giudei, pur di non credere, si aggrappano a tutto, «si dibattono con tutti i mezzi per sottrarsi a questa stretta. Gesù dopo aver proclamato la sua preesistenza li mette alle strette» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 11.10.75). Essi vogliono fuggire, creando nuovi alibi, pur di non credere. Essi entrano in una dinamica d’incredulità «che ha per effetto d’indurire sempre più di fronte ai segni. I segni dimostrano assurda la loro posizione ed essi cercano nuove forme d’incredulità» (d. U. Neri, ivi). «Ma questa è la natura della verità: diventa forte proprio attraverso quella cose che si giudica le rechino insidie; la menzogna infatti pone ostacoli a se stessa e manifesta più chiara la verità attraverso quelle cose che sembrano deluderla» (Crisostomo).

19 E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?».

I Giudei cercano ora di mettere i genitori alle strette per costringerli a una falsa testimonianza. Essi li vogliono porre di fronte a due dati contraddittori. È «come se dicessero: o questo è falso (che ci veda) o lo è il primo (che era cieco); ma poiché conta che è vero che ora ci vede, è dunque falso che voi lo dicevate cieco» (Teofilatto). Essi vogliono confondere i genitori con la loro logica in modo che cadano in contraddizione e quindi, attraverso la loro testimonianza, dichiarare inesistente il segno.

Finemente osserva s. Tommaso: «Non dicono: “Il quale prima era cieco”, ma “che voi dite …”, come per insinuare: Questo voi l’inventate; ma è proprio vero? Vergognosi! Quale padre oserebbe mai attribuire falsamente una cosa simile trattandosi del proprio figlio? Con ciò essi tentano di indurli a negare il fatto» (1332).

20 I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco;

I genitori si fermano sui dati essenziali: costui è nostro figlio ed è nato cieco. I Giudei quindi non riescono a contestare, devono pertanto accettare che quell’uomo è nato cieco. Essi non possono seguire questa via. La testimonianza dei genitori è irrefutabile.

21 ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé».

Essi si fermano sulla soglia del «come». Su questo essi non possono dare testimonianza. Essi potrebbero riportare solo quello che il figlio ha loro detto. Ma preferiscono ignorare sia il modo come egli ci abbia visto sia Colui che gli ha aperto gli occhi. Essi non vogliono diventare testimoni delle parole del loro figlio, preferiscono tacere e rimandare la testimonianza alle parole stesse del figlio. «Noi saremmo obbligati a parlare per lui se egli fosse un fanciullo e non potesse parlare da sé … interrogate lui stesso se volete sapere; perché cercate di accusarci?» (s. Agostino, XLIV,10).

Essi abbandonano il figlio alla sua sorte. Davanti ai Giudei i genitori vogliono stare in pace. Essi non ostacolano la verità ma neppure la favoriscono; non si mostrano né entusiasti e neppure grati verso Colui che ha così beneficato il loro figlio. Questi parlerà da sé perché ha l’età giuridica. «Ed è vero che chi ha l’età può parlare lui stesso di sé, soprattutto quando è Gesù che gli fa aver la vista. Chi è in queste condizioni non ha più bisogno di qualcun altro che parli per lui» (Origene, Fr. 67).

22 Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano gia stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga.

L’Evangelo motiva ora questo modo così sobrio di procedere da parte dei genitori. Essi hanno paura dei Giudei per cui ignorano completamente Gesù. Essi temono che solo il dichiarare che è stato Gesù ad aprirgli gli occhi appaia agli occhi dei Giudei come una dichiarazione pubblica che Gesù è il Cristo. Il segno infatti lo proclama tale. Al contrario del loro figlio, essi non vogliono procedere perché hanno paura di essere espulsi dalla sinagoga, cioè dall’assemblea d’Israele. «Non sono proprio degli eroi ma povera gente intimidita, che non vuole esporsi a fastidi da parte dei “Giudei” contro i quali non c’è niente da fare. Loro figlio vedrà come cavarsela! Fiori di coraggio generati dalla tirannia inquisitoriale» (Strathmann, o.c., p. 264).

23 Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età, chiedetelo a lui!».

Persone intimidite, i genitori non si erano voluti esporre. Essi avevano rimandato al figlio ogni ulteriore spiegazione circa il ricupero della vista. In realtà i genitori sapevano ma dichiaravano di non sapere perché avevano paura. Erano privi del coraggio della verità.

24 Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore».

Per i farisei si è chiusa la via della non cecità dell’uomo. Benché intimiditi, i genitori hanno testimoniato la verità sul loro figlio nato cieco. L’ultima possibilità che ora rimane è quella di associare l’uomo, che prima era cieco, alla loro menzogna. Se questi si unirà a loro nel confermare che quest’uomo è un peccatore darà gloria a Dio. I farisei si erano in precedenza divisi riguardo a Gesù (v. 16). Ora ritrovano la loro unione nel dichiarare che Gesù è un peccatore perché non osserva il sabato. Essi si dichiarano giusti e quindi danno gloria a Dio mentre quest’uomo è peccatore perché guarisce in giorno di sabato. Con la forza della loro autorità, essi vogliono coinvolgere l’uomo guarito perché stia con loro contro Gesù. Poiché egli ha ricuperato la vista, può entrare nella schiera dei giusti e condannare il suo benefattore perché per guarirlo ha violato il sabato. Davvero l’ingiustizia ha mentito a se stessa (Sal 26,12 LXX). S. Tommaso annota: «Da’ gloria a Dio!, come per dire. Hai acquistato la vista; ma ciò non proviene altro che da Dio; perciò non va attribuito a nessun altro che a Dio; non già a costui, cioè a Cristo. Poiché così facendo mostreresti di non aver ricevuto da Dio il beneficio della guarigione, perché Dio non compie miracoli servendosi di peccatori» (1336).

25 Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo».

L’uomo guarito non si lascia coinvolgere dai loro ragionamenti. Egli non è così sicuro come loro che Gesù sia un peccatore. Egli non ne ha le prove. In tal modo egli dichiara inconsistenti le loro affermazioni. La cosa sicura è questa: Ero cieco e ora ci vedo. Questa è la certezza da cui parte il suo discorso su Gesù. Per giungere alla piena conoscenza per prima cosa è necessario staccarsi dalle opinioni altrui, senza lasciarsi assumere dai loro ragionamenti, e poi esaminare con attenzione i dati certi. Così l’uomo illuminato da Gesù si distacca dalle affermazioni dei farisei dichiarando di non sapere quello che essi sanno e di sapere quello che essi non vogliono sapere. Egli non ha quindi paura di loro e non dubita della santità di Gesù, ma allontanandosi da loro «li vuole convincere con più forza della falsità dei loro ragionamenti» (Sacy).

26 Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?».

I farisei di nuovo lo interrogano per ricavare dai particolari del racconto qualcosa con cui confermare la loro accusa contro Gesù. Due infatti sono le domande: Gesù ha operato e quindi non si è riposato; il «come» abbia aperto gli occhi al cieco potrebbe rivelare che la sua azione non viene da Dio. È l’ultimo e disperato tentativo di trovare un appiglio per negare il valore divino dell’azione di Gesù. Giustamente osserva s. Tommaso: «Non si è forse servito di qualche scongiuro o di qualche incantesimo? Tutto ciò secondo la profezia del Salmista (37,13): Quelli che cercano il mio danno propalano falsità, e inganni tutto il giorno van meditando» (1339).

27 Rispose loro: «Ve l’ho gia detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?».

Il cieco risanato reagisce alla loro insistenza e li accusa di non averlo ascoltato. I Giudei sanno già tutto ma hanno rifiutato di accogliere la testimonianza dell’uomo guarito, di quanti lo conoscono e dei suoi genitori. Al loro accanimento di voler sapere l’uomo risponde: «Che cosa bramate ascoltare ancora?». Egli sa bene che cosa desiderano e come siano accaniti nel cercare una prova per negare l’evidenza del segno. In questo modo mostra loro quanto sia stolta questa loro ostinazione e, benché ritenuti saggi, come essi cadano nel ridicolo. A meno che la loro insistenza nel voler ascoltare nasca dal desiderio di diventare suoi discepoli.

L’uomo è passato al contrattacco e li sfida. Se essi hanno un così forte interessamento per Gesù perché lo vogliono combattere in modo così ostinato e così irragionevole? Non sarebbe meglio che pensassero seriamente a mettersi alla sua scuola?

Egli infatti dicendo: «Anche voi» si è già messo alla scuola di Gesù. Mentre in precedenza erano i farisei che volevano acquistarlo alla loro sequela, ora è lui che li vuole fare ragionare sul loro accanimento contro Gesù in modo che essi colgano nel loro stesso rifiuto la verità su Gesù. Se i farisei lo rifiutano con motivazioni infondate, pensino quanto sia meglio accoglierlo, basandosi su una ricerca diligente mossa da buona intenzione. L’uomo è ora illuminato non solo esternamente ma anche interiormente. Le posizioni si sono rovesciate: è lui che ora insegna ai maestri d’Israele e indica loro la via da seguire. Ma essi non sopportano questo. Chi è sulla cattedra sente come un’umiliazione farsi discepolo.

28 Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè!

I farisei vengono allo scoperto. Fallito ogni tentativo di dimostrare la falsità del segno e di convincere l’uomo sanato a dichiarare Gesù un peccatore, essi dalla loro presunta giustizia lo offendono in modo sprezzante. Essi nei confronti dell’uomo illuminato dichiarano la verità: «Tu sei discepolo di quello». Dal momento che egli non accetta di dare gloria a Dio (v. 24), accondiscendendo i farisei nelle loro accuse contro Gesù, e non condivide il loro modo di pensare, egli si dichiara per Gesù e ne è discepolo. Al contrario, essi orgogliosamente si dichiarano discepoli di Mosè. Questa affermazione, assai rara in ambiente rabbinico, è la dichiarazione più forte della chiusura a Gesù e al suo Evangelo. È come se dicessero: «Mosè e la tradizione ci bastano. Questa è la Legge e la sua interpretazione; non si dà altra Legge e altra interpretazione. Il discorso è chiuso».

29 Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia».

È vero che a Mosè ha parlato Dio, ma non ha detto a Mosè l’ultima e definitiva parola. «C’è una verità ulteriore: che Mosè è maestro solo nella misura in cui egli è anticipazione e profezia dell’unico Maestro» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, s. Antonio, 12.3.1972) Per loro invece Mosé è maestro in assoluto. In tal modo i farisei spengono tutta la forza profetica della Legge per cui il Messia annunciato è inferiore a Mosè. Essi sono scandalizzati dal fatto che Costui non sappiamo donde sia. Anziché accogliere il «donde» come apertura sul mistero, i farisei lo dichiarano come motivo di disprezzo. Questo è il loro peccato. «Se non sapete donde è – e questa è la domanda fondamentale che percorre tutto il vangelo di Giovanni: Donde? – se non sapete donde è, dovete mettervi in un atteggiamento di docilità rispetto alla Rivelazione che viene data, e vedere se per caso non sia vera; ma invece la escludono a priori! E questa esclusione a priori, negli strettissimi termini, era già avvenuta prima. Gesù l’aveva notato e aveva dimostrato che per questo era impossibile conoscere donde Egli era» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, s Antonio, 12.3.1972). Chiusi nella loro autosufficienza e nella giustizia che credono di possedere nell’osservanza della Legge, i farisei bloccano così il progresso della rivelazione di Dio. Essi rifiutano «di lasciare Iddio Padrone delle sue vie e d’introdurre, attraverso quel Messaggero suo di cui tutte le Scritture avevano parlato, gli uomini che hanno creduto a queste Scritture come un inizio di verità, a tutta la verità» (d. G. Dossetti, ivi).

30 Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi.

Mentre i farisei vogliono ignorare Gesù sia con il non nominarlo mai e sia con il dichiararne ignote le origini, l’uomo guarito invece trova in ciò motivo di stupore. Sembra che voglia loro dire: «Voi che sapete tutto, non sapete questo, di dove Egli sia. Voi vi sforzate di negarlo, ma io sono qui davanti a voi come colui al quale Egli ha aperto gli occhi». Essi hanno cercato invano di distruggere il segno, per cui compiono l’ultimo tentativo: cancellarne la memoria dichiarandone ignota l’origine. È una sorta di maledizione sul giorno eterno e temporale del Cristo; è un rifiuto di voler procedere nella conoscenza di Gesù; chiunque lo fa è cacciato fuori dalla sinagoga. Invece l’uomo, cui Gesù ha aperto gli occhi, vuole procedere e conoscere questa cosa meravigliosa, donde sia Gesù. Là dove i farisei vogliono trovare una contraddizione per annientare Gesù, l’uomo illuminato trova la porta del mistero.

31 Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta.

La prima certezza da cui egli parte e che è da tutti condivisa (sappiamo) è questa: Dio non ascolta dei peccatori. Quindi Gesù non può essere un peccatore perché Dio lo ha ascoltato. Quindi Gesù è uno che teme Dio e ne fa la volontà. Gesù è pertanto giusto e in rapporto con Dio. Egli ora arriva ad affermare questo. E questo è gradito a Dio. «Il Signore non ci chiede cose impossibili, però è continuamente all’opera nel nostro cuore; questa opera è cominciata con la stessa chiamata all’esistenza ed è continuata con la nostra stessa chiamata alla ragione, e quindi all’uso leale di questa; ad un uso soprattutto di disponibilità incondizionata, rispetto anche alle ipotesi più svariate, della meraviglia delle operazioni di Dio» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, s. Antonio, 12.3.1872). Bisogna quindi stare attenti a non indurirsi e quindi a chiudersi. Tutto quello che ci viene proposto di Gesù, a cominciare dai segni che Egli ha compiuto, lo dobbiamo esaminare con molta attenzione. «Quindi ci dobbiamo muovere, non ancora dicendo: “È così”, ma senza rifiutarsi di indagare quello che sarebbe se fosse così!» (d. G. Dossetti, ivi).

32 Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato.

A conferma di quello che ha detto su Gesù, l’uomo, che era nato cieco, riporta il fatto che la sua guarigione è unica. Da che mondo è mondo non si è mai sentita una cosa simile. A Tobia caddero come delle squame che gli coprivano la vista (cfr. Tb 11,12-13), al cieco nato, con il fango, Gesù ha creato gli occhi. Il fatto quindi dà testimonianza della falsità di quanto affermano i farisei e a favore di Gesù dichiara che Egli ha operato «con l’intervento di Dio e che da Dio è stato esaudito. Più oltre Gesù dirà (infra, 15,24): Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun’altro ha mai fatto, non avrebbero nessun peccato» (s. Tommaso, 1351).

33 Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».

Da queste premesse evidenti e indiscutibili, si deve per forza concludere che se Costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla. L’uomo ha resistito alla pressione dei farisei e ha proceduto con coerenza nel suo discorso giungendo a questa conclusione: Gesù è da Dio perché questi lo esaudisce.

L’uomo risanato è partito dal fatto reale e unico e, senz’alterarlo, egli si è messo alla ricerca di chi sia Gesù. «Gesù non è solo il risultato della ricerca, ma è anche la via della ricerca. Quindi per arrivare a un risultato che è Gesù, bisogna avere per ipotesi di lavoro, Gesù! Questo sembra un circolo vizioso, ma non lo è; perché se si assume per ipotesi di lavoro Gesù stesso, progressivamente la luce si fa. E allora non è che tutto il risultato sia in dipendenza da un puro atto fideistico, perché è lungo la strada che Gesù presenta le sue credenziali, e progressivamente – come si è visto qui – conferma la verità dell’ipotesi, e ci rivela in modo conforme al nostro essere anche di uomini dotati di ragione, la verità del risultato, che è Lui stesso!» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, s. Antonio, 12.3.1972).

34 Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

I farisei non possono sopportare la luce di questo ragionamento. Essi non ammettono che un uomo, nato tutto nei peccati, possa insegnare a loro che sono i maestri d’Israele e i veri giusti. Essi non vogliono mettersi a livello di quest’uomo da loro considerato un maledetto (cfr. 7,49) e uno intrinsecamente peccatore.

La sua parola, anche se è vera, non vale nulla, mentre la loro deve essere sempre ritenuta l’unica e definitiva parola. Qui sta l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore (Ef 4,14). Chi non si lascia convincere viene cacciato fuori. Il mondo, a cui appartengono anche i farisei, non ammette di essere messo in discussione neppure dalla ricerca della verità. Egli elimina ogni ricerca con il presupposto che non è vera ed è inutile.

«È solo quando si accetta, senza ribellione, di essere esclusi e scomunicati dallo spirito del mondo, che s’incomincia a mettersi sulla strada che ci fa seriamente incontrare Gesù … Per arrivare a Lui vale di più una contraddizione o un piccolo disappunto o una sofferenza che io provo quest’oggi, di quanto possono valere tutte le mie riflessioni: quelle che ho fatto io, quelle che abbiamo fatto insieme» (d. G. Dossetti).

35 Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?».

Cacciato fuori dai saggi d’Israele, l’uomo si trova solo, ma Gesù ha udito e lo cerca e, trovatolo, lo introduce nella comunità dei suoi discepoli. Gesù, che sarà cacciato fuori della vigna (cfr. Mt 21,39), era in cerca di colui che i farisei avevano cacciato fuori. Gesù infatti non vuole che l’uomo resti a quel grado di conoscenza cui è giunto nella coerenza del suo ragionamento. Gesù lo vuole portare alla conoscenza piena, quella che è profezia dell’annuncio, e quindi della sua presenza. Egli pertanto cerca coloro che sono stati esclusi per causa sua e, trovatili, li illumina con la sua conoscenza. Prima l’uomo non sapeva dove fosse Gesù (cfr. v.12), ora che ha provato l’umiliazione d’essere escluso e cacciato fuori da coloro che hanno il potere, egli viene trovato da Gesù. Questi, a forma di domanda, perché sia rispettata la sua libera scelta, dice: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?», cioè nel Messia. La domanda non è in rapporto a una dottrina, ma a una persona, che è già presente. La fede implica presenza. Come la luce è la possibilità di vedere per l’occhio, così il farsi presente di Gesù, sia pure ancora con un annuncio generico, è la possibilità di credere. Gesù procede per gradi perché accogliamo la sua luce.

36 Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?».

L’uomo esprime il suo desiderio di sapere chi sia il Figlio dell’uomo per credere in Lui. Già egli si rivolge a Gesù chiamandolo Signore. Egli cerca Colui che già sente presente e lo chiede a Colui che lo ha guarito. Ancora non sa chi sia Lui perché il Figlio dell’uomo non è stato ancora rivelato né nella sua esaltazione (croce e risurrezione) né nel suo giudizio. L’uomo chiede perché ancora non può vedere.

37 Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te».

Gesù si rivela. Tu l’hai visto e continui a vederlo e ne odi la voce perché è Colui che parla con te, come parlò ad Abramo, a Mosè, ai profeti. Tu lo vedi perché il Verbo è fatto Carne e tu ne ascolti la voce, perciò puoi credere nel Figlio dell’uomo ed accogliere in te la sua salvezza. La fede conduce a ciò, all’esperienza di Gesù e a un rapporto con Lui personale. Il credente conosce Gesù pur senza averlo visto (cfr. 20,29).

38 Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui;

L’atto di fede e la conseguente adorazione non cadono nel vuoto come frutto di uno sforzo fideistico, ma sono rivolti a Gesù che si fa presente. Allo stesso modo l’illuminato non vede più in Gesù un semplice uomo, ma contempla in Lui il Figlio dell’uomo. Il miracolo ha portato fino a un grado di conoscenza, la rivelazione porta alla pienezza mediante la fede.

39 allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi».

Il confronto serrato tra l’uomo guarito e i Giudei ha manifestato il giudizio che Gesù è venuto a portare in questo mondo. I farisei che, illuminati dalla rivelazione della Legge ci vedono, a causa del loro progressivo indurirsi, diventano ciechi. L’irrazionalità dei nostri presupposti, delle nostre prese di posizione, se non viene da noi dichiarato tale, ci porta a indurirci in un rifiuto immotivato. Gesù è la luce che viene nel mondo e illumina la nostra irrazionalità, distruggendo i ragionamenti falsi. Chi accetta di essere illuminato giunge alla purezza dell’intelletto e alla semplicità del ragionare. In tal modo coloro che non vedono, perché siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte, vedono la grande luce (cfr. Mt 4,16) e la seguono.

I farisei hanno ben capito chi è Gesù ma si ostinano nel loro rifiuto, che li porta a diventare ciechi.

L’uomo guarito, disprezzato perché considerato peccatore, attraverso la coerenza a quello che sempre più vedeva, è giunto alla luce.

Anche noi cristiani, pur professando la nostra fede in Cristo, possiamo trattenere delle tenebre che c’impediscono la piena e interiore illuminazione. Amare le tenebre invece della luce e impedire alla luce di entrare nel profondo di noi stessi, questa è la nostra tremenda libertà di scelta. Finché l’Evangelo non risuona, chi vede qualcosa pensa di vederci, ma quando la luce risplende allora la scelta, che l’uomo deve fare coinvolge il suo stesso esistere. Finché è la Legge a illuminarci comprendiamo la distinzione tra il bene e il male e stabiliamo nelle opere la nostra giustizia, ma quando è la luce evangelica a illuminarci allora vediamo come tutto il nostro esistere sia posto nel male. Come potremo allora uscire da questa soffocante malizia del peccato? Solo venendo verso la luce e dichiarando la nostra cecità. Solo chi fa la verità viene alla luce (3,21), e credendo in Gesù, vede dissiparsi in se stesso le tenebre.

40 Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?».

L’Evangelo ci mostra ora dei farisei che sono con Gesù. In che modo ci sono? L’espressione «essere con Lui» potrebbe avere un senso forte. Questi farisei potrebbero appartenere a quei Giudei che hanno creduto in Lui (cfr. 8,30-31). Essi sono sì attratti da Gesù e dal suo insegnamento, ma non lo seguono pienamente. Ritenendosi persone illuminate e ammaestrate dalla Legge, essi possono porsi davanti a Gesù in modo critico. La loro domanda è simile a una giustificazione di se stessi. Questi farisei non sono così induriti come quelli del Sinedrio.

Altri invece pensano che questi farisei siano con Gesù per spiarlo e quindi per trovare dalla loro domanda un motivo per accusarlo.

41 Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Nella risposta, che Gesù dà ai farisei che sono con Lui, si precisa la natura di questo giudizio che Gesù è venuto a dare. Coloro che sono ciechi non hanno alcun peccato. Qui è il peccato dell’incredulità, del rifiuto di Gesù. Coloro che sono nell’ignoranza, che ancora non conoscono Gesù, non hanno nessuna colpa nell’essere ciechi. Il peccato sorge quando giunge l’illuminazione e la si rifiuta. Per questo il Signore dice: «Ora invece voi dite: “Vediamo”». Essi dichiarano che la luce, che viene dalla Legge, li illumina per cui non hanno bisogno di Gesù come la vera luce che illumina la stessa Legge, ogni uomo e tutta la creazione sia visibile che invisibile. Poiché essi dichiarano che è Gesù ad essere illuminato dalla Legge e non questa ad essere illuminata da Gesù, il loro peccato rimane, quello di cui la stessa Legge li accusa. Abramo infatti vide il suo giorno e se ne rallegrò (cfr. 8,55) e Mosè di Lui ha scritto (cfr. 5,46). Di fronte alla loro cecità spirituale, il Signore si presenta ora come il buon pastore perché i farisei e noi tutti accogliamo in Lui la misericordia del Padre e cessiamo dal nostro orgoglio che ci impedisce di vedere Gesù.

Appunti di omelia di d. Giuseppe Dossetti

Questa omelia fu tenuta al s. Sepolcro 9.3.1975. Durante la quaresima di quell’anno salivamo da Gerico, ospiti presso i Passionisti a Betania. Dopo un breve riposo partivamo a piedi verso Gerusalemme, recitando i salmi delle ascensioni.

Arrivati al Sepolcro, che apre il sabato a mezzanotte, eravamo ospiti della Cappella latina dei francescani e qui celebravano l’Eucaristia nella notte e poi partecipavamo alla Liturgia dei greci, come ospiti. Rientravamo e in mattinata scendevamo a Gerico.

Vorrei mettermi in ascolto di queste parole; vorrei tacere ed ascoltare altri che mi aiutassero a capirle e vivere. Questi Vangeli Quaresimali hanno una potenza che si lega al mistero della Chiesa e al mistero del Battesimo. Il nostro battesimo è risvegliato nell’intimo del nostro essere, fatto zampillare nella nostra anima è lo spirito nostro percosso dallo Spirito Santo e se ne sprigionano scintille che possono diventare fuoco. Se noi ascoltassimo e vivessimo questo Vangelo (Samaritana, Cieco nato, Lazzaro) capiremmo che sono ri/effusione dello Spirito che ci è stato dato. Siamo riportati a quell’istante benedetto che ci ha visti, chiamati e accolti nel Battesimo di fuoco, e di questo mai renderemo grazie abbastanza. Sento che questo Vangelo mi accusa e sento il rischio di quella parola: il vostro peccato rimane ma sento anche che mi assolve; e se sono assolto è per pura grazia, di quella grazia che mi dà quando mi è stato detto: Io ti battezzo … e tutte le altre parole. Mettendoci in ascolto in questo abisso di luce, ascoltiamo solo alcune parole.

            Prima lettura v. 1 il Signore dice: perché ho visto per me tra i figli ecc. il Signore ha visto David e quando lo presenta dice che era rosso “dorato”, con gli occhi belli; non è per descriverlo o per dire delle qualità originalmente in David, ma è per dire che il Signore se ne era innamorato e vedendolo lo aveva fatto bello, aveva creato in David questa bellezza. Collegando questo testo al Vangelo si vuole proclamare che il Cristo, sole sfolgorante, sorgente di ogni bellezza, il Padre lo ha fatto per sé. Questo è vero anche per ciascuno di noi: il Padre ci ha visti tutti in un bagliore di riflessi dorati. Rileggessimo così 1Sm in Cristo nella Chiesa, in me e in ciascuno di noi.

            Poi la parola dell’Apostolo: ci richiama alla nostra condizione precedente: tenebre: uno solo prima era luce, tutti gli altri tenebra; quello solo di cui è detto: In principio era il Verbo, «Luce da Luce»; quello solo è stato visto luce, amato e prediletto; tutti gli altri erano tenebra. Noi questa sera dobbiamo sentire in modo fortissimo, ciascuno per sé e poi per tutti questo, di essere solo tenebra; rispetto a Dio, anche se non ci fosse stato il peccato, il mondo è tenebra come dice in Gn 1. Solo se il mondo si sottomette a Lui è buono; se si stima in sé non è più luce ma tenebra, perché la luce non è in esso, ma in Colui che è Luce fin dall’inizio. Se il mondo prescinde da Dio è tenebra. È così; la possibilità di essere diversamente è solo da Lui solo nella misura in cui confessiamo e magnifichiamo Lui Luce nel Signore: appena non siamo più nel Signore e ci scostiamo, torniamo a essere tenebra, però se così, è l’infinita esultanza per aver scoperto questo nella Parola di Dio; ci deve far capire e qui ci accusa: camminare nella luce e il frutto della luce è in ogni bontà, giustizia, verità: le prendiamo queste tre parole come motto; le prendiamo come punto di esame ogni mattina nell’atto penitenziale: ogni gesto non buono che corrisponde al gesto più semplice di bontà ci recide dall’essere figli della Luce: giustizia ci dice di rispecchiare  in un rapporto sano quella di Dio. Verità dobbiamo dirci una cosa tagliente: non diciamoci né grandi né piccole bugie. Quando risentiremo queste parole (le letture domenicali sono un pane settimanale) … verità è la confessione di Gesù però ora esaminiamoci in queste piccole cose che ci fanno male. Ci sarebbe un altro criterio riepilogativo: vagliando sempre ciò che piace al Signore: dobbiamo domandarci: ho fatto ciò che piace a Gesù, al bellissimo tra i figli dell’uomo? Queste non sono delle indicazioni morali perché partono dal considerare noi essere peccatori che incontrano il mistero di Gesù. Perché possiamo sentire e che si attualizzi in noi la parola: Sorgi ecc. Ecco il mistero che si spalanca dopo queste considerazioni. Questa parola diventa vera insieme? Lui la dice, ma noi la lasciamo operare in noi? Mi sentirò accusare se dirò: ho i conti pari, voi dite di vederci. Ma se mollo e lo confesso in pieno dinanzi a Te e ai fratelli questa parola me la dice e mi travolge. Ci lasceremmo dominare da questa parola dominante.

            E poi c’è il Vangelo. Che cosa si può dire? C’è la rivelazione spiegata, i testi precedenti sono parabola di questo di ciò che è detto qui: passeggiava, sempre passeggia è sempre bello anche quando è crocifisso. Vede questo uomo cieco, uomo cieco, tutti, dalla nascita e gli pongono una domanda: ha peccato? Domanda insidiosa e insufficiente; se la domanda è: è più peccatore, Gesù dice no; lui è peccatore come tutti – perché si manifestino ecc. e poi c’è la parola bellissima: Noi dobbiamo operare ecc..

Questa è la realtà continua, sempre vera, anche oggi: Viene la notte, quella forza travolgente del demonio che uccide e dell’opera dell’uomo che vuole il suicidio. Di questo se ne accorgono anche gli uomini che non hanno le chiavi del mistero. La notte è in noi, attorno a noi. E noi siamo povera gente, che con gli atti che facciamo, cerchiamo di impedire la notte. E allora comprendiamo le altre parole. Finché sono nel mondo ... La luce del mondo si è accesa qui. Se non c’è la fede nella risurrezione dell’uomo Gesù, avvenuta qui, non si accende nessuna luce. Non lasciamo prenderci troppo dal cieco per non perdere di vista Lui: tutte le altre sono contro figure. Le battute del cieco nato sono rivelazione progressiva del mistero di Gesù. Il cieco è guarito in modo progressivo: attraverso una serie di atti successivi: spalma, lo fa andare, deve tornare. È una progressione per la vista e per la rivelazione del Cristo: un profeta, dice, ha detto bene ma quasi niente – fino a “credo” e si butta a terra e in quel momento lo vede – Ce ne ha messo per giungere a questo: discute, testimonia, è maledetto, lo rincontra e solo qui gli è chiesto: crediChi ti parla: è il Cristo Signore – Così è per noi: la meraviglia è questo: ci ha scelti dall’eternità e ci salva in un istante e nello stesso tempo è prolungato nel tempo in una crescita maggiore. Se ci fissiamo in un dono e non accettiamo un dono successivo, cessiamo di credere perché c’è sempre un dono successivo perché nessun dono è Dio. Io ho creduto di convertirmi 41 anni fa (per la canonizzazione si d. Bosco) e dopo ho pensato di convertirmi 50 volte, ma ora devo credere di convertirmi davanti a Lui; accettiamo questa progressione con tutto quello che ci strappa di più e con tutto quello che ci dona di più.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. In pace preghiamo il Signore e invochiamo la sua Luce perché c’illumini e ci porti alla conoscenza perfetta della verità.

Padre santo, che sei la vera Luce, ascoltaci.

  • Perché la Chiesa santa, illuminata dallo splendore della verità, porti tutti i popoli alla conoscenza perfetta del Cristo, luce del mondo, preghiamo.
  • Perché le nostre Chiese, che ci hanno illuminato con l’annuncio evangelico, contemplino nella Luce, che è il Cristo, la vera Luce, che è il Padre, preghiamo.
  • Perché tutti i catecumeni si preparino alla rigenerazione, come illuminazione, che, imprimendosi in loro, li rende luce del mondo, preghiamo.
  • Per tutti i popoli della terra, perché, risplendendo nei discepoli di Gesù le opere buone, possano glorificare il Padre, preghiamo il Signore.
  • Perché tutti i poveri e gli afflitti, nella sofferenza i loro cuori, siano pronti ad attendere ed accogliere Gesù colui che ci risana da ogni infermità e instaura il Regno di Dio, preghiamo.

O Dio, Padre della luce, tu vedi le profondità del nostro cuore: non permettere che ci domini il potere delle tenebre, ma apri i nostri occhi con la grazia del tuo Spirito, perché vediamo colui che hai mandato a illuminare il mondo, e crediamo in lui solo, Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore. Egli è Dio.