DOMENICA III  di Quaresima di P. Giuseppe Bellia

 

Il pozzo è profondo, come attingere?

Sali o pozzo cantatelo voi o principi.                    Nm 21,17

Attingerete tutti acqua con letizia

alle sorgenti del nostro Salvatore.                  Is 12,3

Ti siedi affaticato o mio Signore,

sull’orlo della fonte e attendi:

tu sai che la cerva anela all’acqua

e l’anima mia tutta di te ha sete.

Mi hai cercato e stanco ti siedi,

il mio girovagare tu lo conosci

e in quella donna tutti ci attendi

per darci l’acqua zampillante.

«Ho sete», rispondi alla mia sete.

Come hai sete tu che tutti disseti?

«Per te sono divenuto terra riarsa

perché tu dalla roccia percossa

potessi bere fiumi d’acqua viva

e divenire un giardino irrorato

dalla rugiada di luci scintillanti

nel mattino della risurrezione».

PRIMA LETTURA                                              Es 17,3-7

Dal libro dell’Esodo

In quei giorni, 3 il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?».

Il popolo mormorò contro Mosè, in precedenza «protestarono» poi, venendo meno l’acqua, per la grande sete, il popolo mormorò. Quando protestarono dissero: «Dateci acqua» (usa il plurale perché non tutti ancora si lamentavano perché l’acqua non era ancora finita) e quando mormorò chiese il perché della loro uscita dall’Egitto (l’acqua era finita e il popolo divenne una voce sola, per questo usa il singolare). Il popolo non comprende più la causa della loro liberazione e dimentica le meraviglie, che Dio ha operato. Anzi ora le giudica con disprezzo perché pensa che la redenzione dalla schiavitù abbia come fine la terribile morte di sete nel deserto, che non risparmia nessuno: grandi, piccoli e bestiame.

per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame? (lett.:per far morire me, i miei figli, il mio bestiame di sete): il popolo si presenta come una sola persona. Nella Vg. c’è il plurale così come nella LXX. Il popolo è stato reso uno nella Pasqua e nell’attraversata del Mare, ma il suo cuore ancora non è tutto per il suo Dio. Di fronte alla prova anziché gridare con fede, contende con Mosè e tenta il Signore.

4 Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!».

Di fronte alla prova, l’unico a gridare al Signore è Mosè. «Mosè veramente è nell’assoluta impotenza, non c’entra niente, è solo il portavoce di Dio, l’umile e il mite servo del Signore, che non può rispondere del popolo che il Signore gli ha affidato e certo non è capace di portarlo sulle spalle: è Dio che lo ha portato come su ali d’aquila» (d. U. Neri, omelia registrata, 5.3.1972).

Per Mosè l’unico rifugio è il Signore e di fronte alla sua impotenza a far uscire il popolo da questa strettezza si rivolge a Lui con il grido della supplica e possiamo dire anche della paura: sente che la sua vita è in pericolo.

5 Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani di Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e và!

Il Signore comanda a Mosè di passare davanti al popolo, cioè di non temere di essere lapidato. Con lui devono andare anche alcuni anziani d’Israele perché siano testimoni della Gloria del Signore, che sta per manifestarsi attraverso quella verga con cui Mosè ha percosso il Nilo e lo ha aperto per far passare il popolo e travolgere l’esercito egiziano. La verga collega quindi il passato al presente. «È il segno dell’elezione onnipotente di Dio, della sua onnipotenza davanti alla quale nessuno può resistere, ed è il richiamo fatto al popolo, chiamato per essere testimone delle meraviglie di Dio e così terribilmente smemorato di quanto Dio lo ami» (d. U. Neri, omelia registrata, 5.3.1972).

6 Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè fece così sotto gli occhi degli anziani d’Israele.

Il Signore attende Mosè stando ritto sulla roccia in Oreb, cioè sul monte della rivelazione: come la verga riporta al momento della liberazione, così la santa montagna riporta al momento della rivelazione e del patto tra Dio e il suo popolo, a quel patto Dio è fedele nonostante l’infedeltà del popolo.

«L’Oreb è il monte in cui Dio si è rivelato, in cui ha pronunciato il Suo Nome, in cui Dio ha sentito il gemito della schiavitù del Suo popolo e si è ricordato di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e ha pronunciato e ha rivelato il Suo Nome ineffabile! Va’ all’Oreb!

Ed è di là, dall’Oreb, che scaturisce l’acqua che disseta il popolo.

È da questo ritorno all’inizio, da questa rivelazione di Dio, dal nome misterioso che l’Oreb rappresenta come un simbolo, è da questo nome, è da questo monte dell’origine, che fluisce l’acqua a torrenti e che disseta il popolo!

Quell’acqua, che secondo la tradizione rabbinica di cui Paolo ci parla, segue il popolo lungo tutto il suo cammino nel deserto: «E la roccia li seguiva, e quella roccia era il Nome vero di Dio, l’ultimo nome, era il Cristo» (d. U. Neri, omelia registrata, 5.3.1972).

L’acqua dall’Oreb diviene torrente impetuoso e raggiunge Refidim (cfr. Dt 9,21).

7 E chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».

Il luogo porta impressa nel nome la lite e la tentazione, cui i figli d’Israele vollero sottomettere Dio stesso. Dubitavano infatti della sua presenza e della sua provvidenza , per questo il Signore dice a Mosè che Egli starà ritto sulla roccia in Oreb e che è Lui la sorgente dell’acqua, che scaturisce da quella roccia.

«La tentazione è un termine anche questo molto denso. La tentazione è espressa nel testo che voi avete sentito leggere, in quelle parole dove tentarono Dio dicendo: «C’è o non c’è Dio in mezzo a noi?».

Questa è la tentazione: «C’è o non c’è» «Ci sei o non ci sei?»

Se ci sei cosa stai a fare? Se ci sei rivelati! Fa’ qualcosa, perché dormi? Ci sei o non ci sei?

La tentazione è la pretesa d’impossessarsi di Dio, della Sua gloria, della Sua potenza, senza rimettersi al Suo arbitrio assolutamente Sovrano di intervenire nel Suo tempo: quando vuole, come vuole. E si fonda sul presupposto, sull’idea, che Dio in mezzo a noi se c’è è al nostro servizio. Siamo noi che ne dobbiamo disporre! È per noi! A che cosa ci serve Dio?

Questa è la tentazione!» (d. U. Neri, omelia registrata, 5.3.1972).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 94

R/.       Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.

Venite, cantiamo al Signore,

acclamiamo la roccia della nostra salvezza.

Accostiamoci a lui per rendergli grazie,

a lui acclamiamo con canti di gioia.                  R/.

Entrate: prostràti, adoriamo,

in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.

È lui il nostro Dio

e noi il popolo del suo pascolo,

il gregge che egli conduce.      R/.

Se ascoltaste oggi la sua voce!

«Non indurite il cuore come a Merìba,

come nel giorno di Massa nel deserto,

dove mi tentarono i vostri padri:

mi misero alla prova

pur avendo visto le mie opere».            R/.

SECONDA LETTURA                                     Rm 5,1-2.5-8

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, 1 giustificati [dunque] per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.

L’Apostolo con il dunque più che trarre una conclusione ricapitola quanto ha fin qui esposto per mettere le basi del discorso contenuto nei cap. 5-8.

Giustificati: si riferisce a un momento ben preciso quello della professione battesimale in cui il credente inizia il suo cammino in Cristo partecipando alla sua morte, sepoltura e risurrezione attraverso i riti battesimali. Dal battesimo è iniziata la nostra giustificazione dalla fede che terminerà con la glorificazione del nostro corpo. Nei cap. 5-8 presenta questo itinerario che inizia col battesimo e termina con la glorificazione finale.

Precisa: giustificati dalla fede in Dio, che ha fatto di Gesù la propiziazione nel suo sangue, che è il nostro riscatto (3,25); egli lo ha pure risuscitato dai morti (4,24). Questa giustificazione ha come effetto la pace con Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. La pace è in Cristo, anzi Egli stesso è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, l’inimicizia (Ef 2,14). La pace è il dono che fa ai suoi risorgendo da morte per cui dice: Dio mio e Dio vostro, e li chiama fratelli (cfr. Gv 20,17). Questa pace, che è propria del Cristo, è prima di tutto pace con Dio di cui eravamo nemici come subito dice ed è una realtà che già esiste e che quindi prende sempre più spazio con l’espandersi del regno di Dio fino a quando vi sarà la pienezza della pace.

Credendo in Dio, che nel sangue di Cristo espia le nostre colpe e ci riscatta, otteniamo pure la pace che non è solo assenza di inimicizia ma anche pienezza di doni. Questa pienezza di beni, che è la pace, ha come caratteristica di essere gratuita è quindi grazia, per questo dice:

2 Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.

Per mezzo di Gesù abbiamo avuto l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo. Infatti il Signore Gesù è la porta delle pecore e attraverso di Lui se qualcuno entrerà sarà salvato, entrerà e uscirà e troverà pascolo (cfr. Gv 10,7.9) ed è pure la Via come Egli stesso dice di sé: «Nessuno viene al Padre se non per me» (Gv 14, 6). Quindi solo attraverso di Lui, che è la Porta e la Via, abbiamo accesso a questa grazia nella quale ci troviamo. La grazia è quindi il luogo dove ci si trova passando attraverso Gesù Cristo; è l’essere in Lui, pieno di grazia e di verità e dalla cui pienezza abbiamo ricevuto e grazia su grazia (cfr. Gv 1,14-16). La grazia è quindi il regno dei cieli in cui siamo. La grazia è il mistero nascosto da secoli in Dio e ora rivelato in Cristo cui accediamo tramite Lui stesso. La grazia è quindi la nuova situazione storica in cui siamo collocati dove non dominano il peccato, la morte e il satana. È essere trasferiti dalle tenebre nel regno del Figlio del suo amore (cfr. Col 1,13). In questa situazione ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio. La speranza, che è oggetto di vanto, è quella di essere nella gloria di Dio. Questo gloriarsi è ancora una volta un gloriarsi in Cristo definito in Col 1,27: Speranza della gloria.  Quindi il gloriarsi in questa speranza della gloria di Dio scaturisce dall’essere Cristo in noi. L’essere Cristo in noi è il mistero nascosto da secoli e da generazioni e ora rivelato ai suoi santi (cfr. Col 1,26) e questo mistero è ricco di gloria. Cristo in noi è già una presenza gloriosa percepita nella fede che tuttavia cresce fino al suo pieno manifestarsi. Di questa presenza di Cristo in noi, speranza della gloria, noi ci vantiamo cioè traiamo un motivo di commossa gratitudine al Padre che ci ha dato il Cristo non solo come riscatto ma come presenza in noi che porta a compimento, di gloria in gloria quanto ha iniziato. E tutto questo gratuitamente senza che ci sia dovuto.

[3 E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza 4 la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza.]

5 La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

E non solo ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio che deve rivelarsi, ma nel presente ci vantiamo anche nelle tribolazioni. La fede è un dono con cui con uno stesso sguardo vediamo il passato, il presente e il futuro. L’Apostolo ha considerato la fede di Abramo nel passato, la speranza della gloria nel futuro, le tribolazioni nel presente. Chi crede vive l’ora attuale delle tribolazioni ricordando e sperando. Le tribolazioni sono legate strettamente alla morte, ne fanno sentire la presenza e quindi generano angoscia: tribolazione e angoscia per chi opera il male (2,9); esse non hanno tuttavia potere di separarci dall’amore di Cristo (8,35). Per coloro che sono giustificati, le tribolazioni non hanno più l’effetto mortale dell’angoscia ma diventano motivo di vanto perché entrano nel dinamismo della fede della speranza e dell’amore. Essendo legate alla morte, le tribolazioni disfanno l’uomo esteriore, ma quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Per cui le tribolazioni sono un momentaneo e leggero peso che ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria (vedi 2Cor 4,16-17). Il gloriarsi nella tribolazione scaturisce dallo sguardo dell’uomo interiore che vede le realtà invisibili che sono eterne (cfr. ivi, 18). 

L’Apostolo prosegue e dice: sapendo che la tribolazione produce pazienza.  Questa è la virtù della perseveranza, che si fonda sulla fede e fa restare saldi nella tribolazione, in virtù della grazia in cui siamo; la pazienza è l’adeguato atteggiamento interno ed esterno nella tribolazione. La pazienza e il gloriarsi nella tribolazione sono una sola realtà.

Dalla pazienza proviene la virtù provata (lett.: la verifica) (v. 4). Questa verifica è simile a quella dell’oro per cui la fede passando per le tribolazioni viene verificata nella pazienza come insegna l’Apostolo Pietro: La verifica della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo (1Pt 1,7), e l’Apostolo Giacomo dice: La verifica della vostra fede produce la pazienza (1,2).

Questa verifica porta alla speranza dalla quale è partito il gloriarsi. In tal modo l’Apostolo c’insegna che il gloriarsi nella speranza della gloria di Dio è lo stesso che il gloriarsi nelle tribolazioni. Tutto il processo della verifica come rende più pura la fede così rende più salda la speranza. Purificazione e rafforzamento rendono sempre più intenso il gloriarsi e quindi portano alla gioia nelle tribolazioni.

La pazienza è quindi gioiosa perché zampilla dall’amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori con il dono dello Spirito Santo. L’amore di Dio non delude la speranza. L’amore, che Dio ha per noi e che percepiamo mediante lo Spirito Santo, rende salda la speranza nelle tribolazioni. Queste, poiché producono la pazienza e sono verifica, anziché deludere, nella speranza rafforzano non perché l’uomo è capace di resistere alle tribolazioni ma perché l’amore di Dio, condensatosi in Cristo e in Lui rivelatosi, è stato effuso con il dono dello Spirito Santo nei nostri cuori. L’intimo dell’uomo, il suo cuore, realtà inaccessibili alla Legge, è stato riempito dall’amore di Dio con il dono dello Spirito; le intime contraddizioni vengono in tal modo risolte perché l’uomo pervaso dall’amore di Dio, riesce a compiere l’opera della Legge nella sua perfezione, che è l’amore.

Dall’amore di Dio scaturisce il nostro amore come un gloriarsi nella speranza della gloria e nelle tribolazioni. L’amore, che Dio ha per noi e che noi abbiamo per lui, s’intrecciano in un dialogo sempre più intenso nelle tribolazioni e nella pazienza, che sono la verifica dell’amore, della speranza e della fede

6 Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi.

Infatti: precisa i termini dell’amore di Dio riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito.

Cristo: qui si incentra l’amore di Dio per noi e che lo Spirito costantemente richiama nell’intimo di noi stessi.

Quando eravamo ancora deboli a causa della carne che è inferma perché soggetta alla legge del peccato, che la domina e la rende incapace a compiere quanto la Legge prescrive, nel tempo stabilito, caratterizzato dall’infermità della carne e dal disegno di Dio di mandare suo Figlio, Cristo morì per gli empi, cioè per noi. Empi eravamo perché tenevamo prigioniera la verità nell’ingiustizia e perché disprezzavamo la Legge del Signore.

7 Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona.

È un ragionamento a fortiori. Nessuno vuole morire per gli empi, a stento si trova qualcuno che dia la vita per un altro che sia giusto e buono. Non c’è tra gli uomini quell’amore supremo di cui parla il Signore nell’ultima Cena: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Ora Dio ha manifestato il suo amore per noi nel tempo in cui gli eravamo nemici.

8 Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Dimostra o comprova, ne dà prova: «si può intendere nel senso di conferma o nel senso di rende amabile per i benefici» (Origene, o.c., p. 227). Il presente comprova rileva che quanto è avvenuto una volta per sempre, che cioè Cristo è morto per gli empi, è un fatto che è prova e testimonianza perenne dell’amore di Dio per noi. È prova perenne perché si rapporta al nostro ancora essere peccatori in via di perfetta giustificazione. Tutto l’amore di Dio per noi passa attraverso Cristo morto per noi quando ancora eravamo peccatori. La giustificazione infatti proviene dalla morte di Cristo. In questo momento della morte di Cristo il tempo della nostra infermità, empietà e peccato è stato riempito dall’amore liberante di Dio. L’amore di Dio è passato, passa e passerà sempre attraverso la morte di Cristo per liberare l’uomo dalla sua schiavitù e per testimoniargli in eterno l’infinita ricchezza che Dio riversa su di noi dandoci il suo Spirito.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

Signore, tu sei veramente il salvatore del mondo:

dammi dell’acqua viva, perché io non abbia più sete.

Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

VANGELO                                                         Gv 4,5-42

 Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, 5 Gesù giunse ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. 6 Era circa mezzogiorno.

Qui c’era un pozzo (lett.: la fonte) di Giacobbe. Gesù entra in questo luogo sacro, pegno dell’eredità di quella terra per i figli di Giuseppe. Esso si fonda sulla donazione di Giacobbe a Giuseppe (Gn 48,22) che pure ha qui il suo sepolcro (Gs 24,32).

In questo luogo, significativo per la presenza del sepolcro del patriarca Giuseppe vi è pure la sorgente di Giacobbe, il pozzo d’acqua viva che Giacobbe aveva fatto scavare come fonte di vita per i suoi.

Qui viene Gesù. Tutto è pronto per far cogliere il rapporto di Gesù con i padri datori di vita e per la sua rivelazione come Messia, datore della vera vita.

Gesù entra in un terreno sacro sul quale i Samaritani fondano la loro liceità di discendenti dei patriarchi, contestata invece dai Giudei.

Gesù, giudeo, entra in questo territorio contestato e come Messia avrebbe dovuto liberarlo dai Samaritani. Gesù, su questo terreno, in quanto Messia, apre un nuovo orizzonte al nostro sguardo, ci mostra la nuova terra e i nuovi cieli (2Pt 3,13) e un modo nuovo di possedere la terra, come egli afferma dei miti.

Il Signore, dopo aver compiuto l’iniziazione dei suoi discepoli in Giudea alla sua missione, nelle acque del Giordano, lascia questa regione, roccaforte del giudaismo, ed entra in Samaria, esattamente in quel luogo dove sono le memorie dei padri, Giacobbe e Giuseppe, che legittimano il possesso della terra da parte dei samaritani e quindi il culto a Dio compiuto sul monte dove i padri hanno adorato Dio (v. 20). Nella sua misericordia Egli s’inserisce in questo mondo spirituale e lo apre alla conoscenza vera di Dio. In questo Egli si rivela il Messia.

Dopo aver descritto il luogo, l’Evangelo ci dice: Gesù dunque, affaticato per il viaggio sedeva presso il pozzo. Trae una conclusione (dunque) da quello che precede. Egli, affaticato dal camminare, si riposa presso la fonte di Giacobbe. Il Verbo divenuto Carne, fatto da donna, fatto sotto la Legge (Gal 4,4), è seduto così sulla fonte di Giacobbe. «Cominciano i misteri» (s. Agostino, XV, 6). È qui testimoniata la verità dell’Incarnazione. Egli è affaticato perché è nato da donna, in tutto simile a noi fuorché nel peccato (Eb 4,15). Egli con noi e per noi è diventato debole perché si attuasse il meraviglioso scambio, come dice la Liturgia: «La nostra debolezza è assunta dal Verbo, l’uomo mortale è innalzato a dignità perenne e noi, uniti a te, in comunione mirabile, condividiamo la sua vita immortale» (Prefazio di Natale III). Egli si è pure affaticato ponendosi sotto la Legge e, per dissetarsi dalla fatica, chiede l’acqua che sgorga dalla sorgente. Il Giudeo chiede da bere alla Samaritana. In quanto è giudeo, Gesù ha sete e ha bisogno dell’acqua, che Giacobbe dona a coloro che sono affaticati. Dopo aver mostrato la verità della sua Incarnazione, l’Evangelo ci rivela la sua divinità dicendo: era seduto così sulla fonte. Egli sta seduto perché è il Signore e il Maestro. Sta seduto sulla fonte per insegnare quale sia la differenza tra l’acqua della fonte di Giacobbe e l’acqua viva che Egli dona.

Finora chi era sotto la Legge veniva dissetato alla fonte di Giacobbe. Solo con la venuta del Cristo affaticato dal viaggio, sarebbe avvenuto il riscatto di coloro che erano sotto la Legge. Infatti «il suo viaggio è la carne assunta per noi» (s. Agostino, XV, 7). Essendo Dio, «non si può parlare di viaggio per chi, come Lui, è dovunque, e da nessuna parte si assenta … Poiché dunque si è degnato di venire a noi apparendo in forma di servo per la carne assunta, questa stessa carne assunta è il suo viaggio» (s. Agostino, ivi).

Era circa l’ora sesta, l’ora più calda del giorno. Gesù e i suoi discepoli erano venuti a cercare ristoro in questo terreno che, avendo una fonte, aveva sicuramente alberi. Qui cerca ristoro e riposo Gesù. In realtà è qui che attende la Samaritana che si deve ancora dissetare alla fonte di Giacobbe.

7 Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere».

Giunge una donna dalla Samaria. Al venire di Gesù in una città della Samaria (v. 5) corrisponde il venire di una donna dalla Samaria. Benché siamo in Samaria, è detto che la donna viene dalla Samaria. Senza saperlo, la donna viene verso Gesù, che per lei è venuto in una città della Samaria. Se la donna fosse restata in Samaria, l’Evangelo non avrebbe detto che viene dalla Samaria. Chi viene verso Gesù esce da dov’era prima, cioè dalla sua situazione precedente. Venendo dalla Samaria questa donna è «una figura della Chiesa non ancora giustificata, ma che presto deve esserlo … È un simbolo della realtà, il fatto che questa donna viene da un popolo straniero, questa donna che prefigurava la Chiesa: perché la Chiesa sarebbe venuta dai gentili, stranieri rispetto ai giudei» (s. Agostino, XV, 10).

La donna viene ad attingere acqua. È un gesto più volte registrato nelle divine Scritture come momento importante per l’incontro dello sposo con la sposa (Gn 24,11; 29,2; Es 2,15). Come il luogo, così la scena si rifà ai padri. È una rilettura di ciò che avvenne a Giacobbe che, al pozzo, incontrò Rachele. Il patriarca incontrò la sposa nella carne e la ebbe anche come simbolo; Gesù invece incontrò la donna nello Spirito e la rese simbolo della Chiesa.

Poiché ancora non conosce il Cristo, la donna viene ad attingere acqua dalla fonte di Giacobbe. Pensa di non poter bere acqua migliore di questa.

Gesù le dice: «Dammi da bere». Gesù le comanda come fosse già a lei familiare. A lei si rivolge come uno che la conosce e le parla come le parlerebbe lo sposo. Le si rivolge come si rivolge ai suoi discepoli nel suo primo incontro: mostra loro che già li conosce.

Che Egli chieda da bere non esprime soltanto la sua necessità (non si dice infatti che Egli beva) ma è l’inizio della rivelazione dei misteri divini. È infatti la stessa domanda che il servo di Abramo fece a Rebecca come conferma del segno che lei era la sposa d’Isacco (Gn 24,12-14; 17-21).

Richiamando le antiche Scritture, il Signore vuole condurre chi ascolta alla comprensione del dono di cui l’acqua è simbolo. Facendosi uguale a noi e, avendo sete della nostra fede, il Signore c’incoraggia a chiedergli da bere per avere in dono l’acqua viva che Lui solo può dare. Da ricco che era si fece povero per arricchirci con la sua povertà (2Cor 8,9).

8 I suoi discepoli erano andati in città a far provvista di cibi.

Gesù è solo presso il pozzo perché i suoi discepoli sono andati in città per comperare cibi. Certamente essi hanno pensato di pranzare presso il pozzo, godendo del fresco e dell’acqua e forse, essendo Giudei, gradiscono mangiare appartati su quel terreno che richiama loro la paternità di Giacobbe.

I discepoli sono andati tutti in città lasciando Gesù solo perché così deve avvenire. Forse se ne sono andati tutti per una loro maggiore sicurezza a causa dell’inimicizia esistente tra giudei e samaritani. L’Evangelo ci fa così vedere come Gesù vivesse poveramente, mangiando un cibo comprato e consumato modestamente presso il pozzo, così come abitualmente fanno i poveri.

9 Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.

In risposta alla richiesta di Gesù, la donna Samaritana dice a Lui: «Come tu che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». Il come indica stupore perché nessun giudeo chiederebbe qualcosa a un samaritano e certamente non userebbe un oggetto di un samaritano per non divenire impuro. La donna è quindi stupita della richiesta di questo giudeo.

Gesù appare tale alla donna sia per il vestito che, soprattutto, per il parlare: Egli certamente aveva l’accento di quelli di Galilea.

Come può lui, giudeo, chiedere da bere a una Samaritana? Nella donna desta stupore il fatto che Gesù varchi quel confine che i giudei hanno rigorosamente stabilito dichiarando i samaritani gente impura. Infatti non usano niente in comune i giudei con i samaritani. Anche se non fisicamente, il Signore, entra in contatto con le impurità legali dei samaritani. Egli, chiedendo da bere, dichiara di essere pronto a bere da un vaso impuro non tanto perché Egli intenda violare la Legge quanto piuttosto perché Egli vuol fare comprendere di essere venuto per purificare quanto la Legge dichiara impuro e a unire così i due popoli in un solo popolo.

Il come della donna è quindi la porta che in Lui si apre per giungere alla comprensione del mistero. Come altrove, di fronte a una trasgressione del sabato da parte dei discepoli, il Signore ha dichiarato: Il Figlio dell’uomo è padrone del sabato (Mt 12,8), così ora con la sua richiesta Egli dichiara di annullare, per mezzo della sua carne, la Legge fatta di prescrizioni e di decreti (cfr. Ef 2,15). La richiesta, che Egli fa alla donna, abbatte il muro di divisione che era frammezzo (ivi, 14).

Lo spazio è ora libero davanti allo sguardo sia della donna che nostro perché possiamo ascoltare Gesù.

Se Egli non avesse chiesto da bere, la Legge con il suo muro, cioè con i suoi comandamenti e decreti, avrebbe ancora vigore isolando Israele e quindi anche Gesù, in quanto giudeo, da tutti gli altri popoli dichiarati impuri; questo avrebbe suscitato l’odio anche contro di Lui.

Chiedendo da bere, Gesù manifesta che dalla sua carne, proprio nella sua infermità e debolezza, scaturirà la sorgente della purificazione, predetta dal profeta Zaccaria (Zac 13,1). Sappiamo dal seguito che questa sorgente scaturirà dal Signore trafitto sulla Croce (19,33-37 cfr. Zac 12,10).

10 Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».

Gesù accoglie la domanda e risponde non tanto appellandosi a norme e usi che regolano i due popoli quanto alla rivelazione contenute in quelle divine Scritture che sia giudei che samaritani hanno in comune.

Se tu conoscessi il dono di Dio. La donna conosce il dono di quella fonte data loro da Giacobbe e ritiene questa il dono di Dio. Ella non è capace di leggere i misteri contenuti nella Legge e nei Profeti. Gesù la invita a conoscere il dono di Dio espresso nei simboli antichi. Potremmo intendere come dono di Dio Gesù stesso, come è detto precedentemente: Così infatti Dio ha amato il mondo da dare il Figlio l’unigenito (3,16). Quello che segue specifica: E chi è che ti dice: “Dammi da bere”. Colui che vuole il dono di quell’acqua è lui stesso il dono di Dio, dal quale scaturisce l’acqua viva. Egli la dona a chi gliela chiede.

Conoscendo Gesù come il dono di Dio si desidera da Lui l’acqua viva.

Sotto l’immagine dell’acqua viva si riuniscono molti testi delle divine Scritture. L’acqua viva, nei suoi molteplici significati, ha la sua sorgente in Gesù. Senza escludere questi molteplici significati, tuttavia possiamo affermare che il riferimento principale è quello dello Spirito Santo. Già lo stesso evangelo c’indirizza a questa interpretazione (7,37-38; 19,34). Come dalla sorgente, lo Spirito scaturisce dal Cristo che lo dona a chi ha sete e crede in Lui. Quello che il libro dei Proverbi afferma del saggio lo si può dire del Cristo (14,14; 18,4). Egli è il saggio il cui insegnamento è fonte di vita, le sue parole sono acqua profonda, sono infatti Spirito e vita (6,63). La sapienza in Gesù è lo Spirito.

La sete, che è in ogni uomo, può solo venire placata a questa unica sorgente che dal Cristo scaturisce e fa zampillare l’acqua viva dello Spirito.

11 Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12 Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».

La donna non può comprendere quello che Gesù le sta dicendo perché l’uomo psichico non può cogliere le cose dello Spirito di Dio (1Cor 2,14). Già lo chiama Signore. Anche se in modo ancora confuso, comincia a percepire il mistero di Colui che le parla.

Se Gesù promette l’acqua viva da dove la prende? Non certo da questo pozzo perché non ha di che attingere e il pozzo è profondo. Il Signore la fa procedere per gradi verso la conoscenza spirituale.

Gesù si presenta povero (non ha di che attingere) e promette l’acqua viva. Attraverso la sua povertà fa salire la donna alla ricchezza spirituale.

L’acqua, che Gesù promette, appare misteriosa agli occhi della donna (da dove).

Attraverso quel pozzo ora la donna fa un confronto tra quell’uomo che ancora non conosce e il nostro padre Giacobbe che ci ha dato il pozzo, garantendoci la vita in questa terra, ed egli stesso ne beve assieme ai suoi figli, «per la soavità dell’acqua. Se non fosse stata buona essi non l’avrebbero bevuta, ma l’avrebbero data al bestiame» (s. Tommaso, 583); e il suo bestiame, proprio perché abbondante. La donna celebra l’origine e la natura di quell’acqua al punto che si potrebbe dire che nessun’acqua è così buona come quella della fonte di Giacobbe, che è in Samaria.

Se Gesù ha un’acqua migliore vuol dire che è più grande del nostro padre Giacobbe. Penso che una certa curiosità spinga la donna a volere conoscere chi è colui che le parla. Ella è già entrata nelle divine Scritture ricordando Giacobbe e l’acqua da lui donata. Percepisce ancora la Scrittura in modo corporeo, ma già s’insinua nella sua mente un inizio di conoscenza spirituale chiedendosi donde Gesù attinga l’acqua viva, che promette, e se egli sia più grande di Giacobbe.

Già quell’acqua diviene un simbolo, in questa creazione, in forza dal fatto che è data da Giacobbe, è buona ed è abbondante.

I nostri Padri, maestri del senso mistico contenuto nelle divine Scritture così c’insegnano:

«Occorre dire che, allegoricamente, la fonte di Giacobbe è la Scrittura mosaica, da cui bevvero spiritualmente Giacobbe e i suoi figli. Da essa beve anche il bestiame di Giacobbe, intendendo per bestiame coloro che hanno una calma e una mitezza che non deriva dalla ragione, e che si potrebbe indicare anche, senza venir meno alla proprietà, con il nome di greggi e di pecore di Giacobbe» (Origene , Fr. 55). L’interpretazione allegorica del pozzo prepara alla comprensione del mistero dell’acqua viva data dal Cristo. S. Tommaso vede già nel pozzo un’allusione significante le divine Scritture: «L’altezza o profondità del pozzo sta a significare la profondità della sacra Scrittura e della sapienza divina. È grande la sua profondità, e chi può scovarla?  (Eccle 7,25). Il secchio per attingere l’acqua della sapienza salutare è la preghiera. Così in proposito si esprime Giacomo: Se qualcuno ha bisogno di sapienza, la chieda a Dio (Gc 1,5)» (582).

13 Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete;

Il Signore mette ora a confronto le due sorgenti. Questa di Giacobbe disseta ma non toglie la sete. Nell’ordine naturale, nel quale si colloca pure l’economia della Legge, non vi è nulla che giunga a perfezione. Tutto infatti si ripete. L’economia della Legge è provvisoria perché non toglie il peccato e non dona lo Spirito Santo. «La Legge è stata data agli uomini, non perché vivano sempre secondo questa ma solo fino a un certo momento, cosicché il dissetarsi da quest’acqua così interpretata basta fino a che venga indicata un’acqua superiore. I precetti della Legge valevano fino al momento in cui sarebbero stati migliorati. Ecco perché chi beve l’acqua legale avrà di nuovo sete, perché ha voglia di quella bevanda evangelica» (Origene, Fr. 56).

Chi si rivolge alla Legge, sia a quella scritta su tavole di pietra come a quella scritta nel cuore, benché si disseti, avrà di nuovo sete perché, anche inconsapevolmente, desidera il mistero nascosto sotto la lettera.

Chi, venuto alla sorgente di Giacobbe, vi trova seduto il Cristo, ha speranza di dissetarsi in eterno.

L’amministrazione della sapienza divina secondo la Legge procura ancora sete, come è detto nel Siracide: Quelli che mi bevono avranno ancora sete (24,29); non così è della sapienza secondo la dispensazione evangelica: questa disseta in eterno.

Giacobbe ha dato pertanto una sorgente d’acqua che non può estinguere la sete per sempre. Qui sta la differenza con Gesù. Gesù invita la donna a confrontare i due doni. Dalla grandezza del dono si comprende quella del donatore.

La fonte di Giacobbe disseta la mente (vi è infatti la Legge della mente) ma non estingue l’arsura delle passioni. Stando all’insegnamento apostolico, espresso al c. 7 dei Romani, la Legge è stata strumentalizzata dal peccato che ha reso più forte il desiderio che la Legge proibisce. Chi beve alla fonte di Giacobbe ha quindi una sete ancora più forte perché con maggiore lucidità vede il contrasto tra le due leggi, quella della mente e quella del peccato, e non riesce a sanare questo contrasto alla fonte di Giacobbe. È necessaria l’acqua evangelica perché questa sete si plachi non soddisfacendo il desiderio (in tal caso diverrebbe più forte) ma estinguendolo. Questa è l’acqua promessa dal Signore come subito dice.

14 ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».

Essendo data da Gesù, l’acqua, di cui Egli parla, non appartiene a questa creazione. Dobbiamo perciò scrutare quale ne sia la natura e quindi che cosa essa compia. Essa appartiene ai beni della casa del Signore, come è scritto: Ci sazieremo dei beni della tua casa (Sal 65,5). «Allora qual è l’acqua che Egli ci darà, se non quella di cui è scritto: Presso di te è la sorgente della vita (Sal 35,10)? E come potranno aver sete coloro che s’inebriano nell’opulenza della tua casa (ivi,9)?» (s. Agostino, XV,16). L’acqua della casa di Dio è a noi rivelata sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Il fiume di Dio rallegra la città di Dio, dice il Sal 46 (45),5; il profeta Ezechiele poi contempla il fiume che sgorga dal lato destro del Tempio (c. 47). Ammaestrati dalle divine Scritture veniamo condotti a contemplare il costato trafitto del Signore, dal quale sgorgano sangue e acqua (19.34). In quell’acqua dunque contempliamo il dono dato da Gesù a chi crede in Lui cioè a chi beve dell’acqua, che Egli darà. Il futuro si riferisce alla sua Pasqua. Non solo Gesù afferma che darò quest’acqua ma anche che essa toglierà completamente la sete e che diverrà sorgente zampillante per la vita eterna.

Il modo con cui il Signore dona lo Spirito estingue la sete nell’uomo. Non infatti con misura dà lo Spirito (3,34). Per esprimere questo sovrabbondante dono, il Signore usa l’immagine della fonte che zampilla per la vita eterna. La fonte di vita, che è nella casa di Dio, si trasferisce in chi beve l’acqua datagli da Gesù e dal suo intimo zampilla verso la vita eterna. Non solo l’acqua scende dal cielo e irriga la terra, ma risale verso l’alto.

Lo Spirito, che beviamo dalla roccia spirituale, che è il Cristo, (cfr. 1Cor 10,4; Gv 7,37), non solo scende e feconda il buon seme della Parola, che è stato seminato nei nostri cuori, ma risale a Dio trascinando con sé le nostre menti e ponendole già nella vita eterna (cfr. Col 3,1-4). Egli quindi dà forza ai nostri pensieri di salire in cielo.

Origene stupendamente commenta questo testo ponendo la parafrasi in bocca a Gesù: «Io invece ho una parola tale che diventa, in colui che accoglie il mio annunzio, una sorgente della bevanda di vita. E tale è il beneficio che riceve colui che attinge dalla mia acqua, che in lui sgorga una sorgente di acque balzanti verso l’alto, capace di trovare tutto ciò che forma l’oggetto della sua ricerca, perché al seguito di quest’acqua nobilissima anche il pensiero zampilla e vola velocissimo; e questo zampillare e balzare lo porta di per sé verso l’alto, verso la vita eterna» (L. XIII,3). Solo con questa interiore forza dell’Evangelo, il nostro pensiero sale verso l’alto. Solo con lo sforzo di se stesso, inesorabilmente ricade nella carne. Solo lo Spirito può sollevarci là dove è il Cristo, che siede alla destra di Dio.

15 «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».

La donna ora chiede, chiamando colui che non conosce con il nome di Signore. È già la seconda volta che così lo chiama. Più s’inoltra nel mistero, che Gesù le sta gradatamente rivelando, più la Samaritana si rivolge a Lui chiamandolo Signore. «La prima volta, quando dice: Signore tu non hai per attingere e il pozzo è profondo» (v. 11); e non sa donde egli abbia l’acqua viva e se sia dunque più grande di Giacobbe che ella ritiene suo padre» (Origene, L. XIII,7). Ora di fronte alla rivelazione dell’acqua zampillante verso la vita eterna, la donna, che comincia ad essere illuminata dalla conoscenza, chiede di quest’acqua. Giustamente la chiama quest’acqua perché essa si è fatta presente in Colui che le parla e ha fatto come scomparire quella presente nella fonte di Giacobbe. La Legge sta per scomparire e appare l’Evangelo. La donna vuole estinguere la sete e cessare di faticare nel venire ad attingere alla fonte di Giacobbe. La Legge infatti non disseta e affatica coloro che ad essa si applicano per attingere nelle sue profondità il senso spirituale. Al contrario il Vangelo sale verso la vita eterna come fonte viva dall’intimo di ciascuno dei credenti. La donna avverte, seppure ancora confusamente, la differenza tra le due economie: l’una esige la fatica di attingere il senso spirituale nella profondità della lettera, avendo già una conoscenza per attingere; al contrario la fonte evangelica zampilla nel credente in virtù della fede. La Samaritana ancora non comprende, forse fraintende, ma inizia a credere; infatti chiede come già Gesù le aveva detto: «Tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato dell’acqua viva» (v. 10). Ascoltare il Signore e chiedere ciò che ancora non si conosce a chi ancora non si è pienamente rivelato, questo è già fede. L’acqua inizia a zampillare nell’intimo della donna, zampilla nel desiderio, zampilla nella richiesta e, chiedendo, la Samaritana comincia a dissetarsi non più alla sorgente di Giacobbe ma al Signore stesso.

Lo Spirito infatti comincia a farsi presente in gemiti inesprimibili (Rm 8,26) nel cuore della Samaritana e la spinge a chiedere perché in lei la conoscenza non sia più attinta dalla Legge, «ma possa contemplare al modo degli angeli, oltre quanto è concesso agli uomini, senza bisogno dell’acqua di Giacobbe. Gli angeli infatti, per bere, non hanno bisogno della sorgente di Giacobbe, perché ciascuno ha in sé una sorgente divenuta sorgente d’acqua zampillante verso la vita eterna, che scaturisce direttamente dalla rivelazione del Logos e della Sapienza» (Origene, L. XIII, 7).

Tuttavia se la Samaritana non fosse venuta alla sorgente di Giacobbe non avrebbe potuto incontrare e conoscere il Cristo. Commenta ancora Origene: «Non è possibile ricevere l’acqua data dal Logos, affatto diversa da quella della sorgente di Giacobbe, se non si è spinti dalla sete ad adoperarsi in tutti i modi per venire qui ad attingere. E questo bisogno ardente è particolarmente vivo nei “molti” che sono esercitati nell’attingere alla sorgente di Giacobbe» (ivi). Chi disprezza la sorgente di Giacobbe non può bere l’acqua evangelica.

16 Le dice: «Và a chiamare tuo marito e ritorna qui».

L’improvviso cambiamento, che Gesù introduce nel suo discorso, ha come scopo di portare la donna a conoscere chi è colui che le sta parlando e quindi ad accogliere il dono che Gesù le sta facendo. Egli pertanto entra nella situazione personale della donna e chiede non tanto come colui che non sa e vuole sapere, ma come un giudice che, già sapendo la verità, interroga per verificare se chi risponde dice la verità. Gesù quindi, con molto garbo, tocca un argomento che certamente non dà buona fama alla donna. Gesù procede come il medico che vuole sanare le ferite che sono nella Samaritana in modo che sia in grado di conoscere ed accogliere il dono di Dio.

17 Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. 18 Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».

In risposta all’invito di Gesù, la donna dichiara di non avere marito. Essendo presso la fonte di Giacobbe, la donna conosce la verità, che è testimoniata dalla Legge, e dichiara di essere priva di marito anche se questo non significa che sia vergine. Gesù conferma quanto la donna dice: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Egli accoglie la risposta della Samaritana benché incompleta ed equivoca e, partendo da questa parziale ammissione, le rivela tutta la sua situazione. Solo dopo che le ha detto tutto, anche quello che ella nasconde perché si vergogna, Egli afferma: In questo hai detto il vero». Solo Gesù può rivelare pienamente il vero di ciascuno di noi. Dalle nostre labbra la verità esce solo in modo parziale. Più Gesù rivela se stesso a noi più ci fa conoscere a noi stessi. Egli penetra gradatamente nelle nostre coscienze come luce che illumina le nostre tenebre, togliendoci l’illusione che le tenebre ci possano coprire per sempre. Rimosse le tenebre del peccato, può ora risplendere la luce della verità.

I nostri padri hanno voluto penetrare nel senso spirituale di queste parole e, seguendo i profeti, hanno visto nella Samaritana l’immagine della sposa infedele al suo Dio. Gesù, il vero sposo, è venuto e l’ha aspettata alla fonte di Giacobbe per ricordarle le sue infedeltà e riportarla al patto nuziale da lei tradito.

La dimensione sponsale, che è in noi, diviene adulterio quando tradiamo il patto che ci lega al nostro Dio e ci uniamo alle potenze spirituali nemiche del Cristo. Allora il Verbo, fattosi Carne, viene alla sorgente di Giacobbe e ci attende per ricordarci la nostra infedeltà e per farci ritornare a Lui ravvivando in noi la conoscenza e promettendoci il dono dell’acqua viva zampillante verso la vita eterna. «Il Logos divino vuole qui rimproverare l’anima che segue l’eterodossia, la legge al cui governo si è sottoposta, affinché disprezzando come illegittimo il marito che ha, passi a un altro marito cioè al Logos che risorgerà dai morti, che più non viene meno né morrà, ma rimane e regna in eterno, sottomettendo tutti i nemici» (Origene, L. XIII,8).

19 Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20 I nostri padri hanno adorato su questo monte voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».

La conoscenza, che Gesù ha manifestato della situazione personale della donna, porta questa a dichiarare: «Signore, vedo che tu sei profeta». I suoi occhi cominciano ad aprirsi. Colui che le parla è profeta. Ma ancora non vede perfettamente. Bisogna che il Verbo la illumini ulteriormente per farsi conoscere.

Davanti al profeta la Samaritana pone la questione principale che oppone giudei e samaritani. Ella, abilmente, contrappone i nostri padri e voi giudei includendo anche Gesù all’interno di questi come già aveva fatto in precedenza. Si contrappone l’autorità dei padri, che hanno scelto questo monte per adorare Dio, a quella dei profeti dei giudei (tra i quali la donna include colui che le sta parlando), che invece hanno scelto il tempio che è in Gerusalemme. Gesù è posto di fronte a un dilemma antico, che contrappone tra loro due categorie depositarie della rivelazione: i padri e i profeti. Da questa contrapposizione si può cogliere anche un altro aspetto: Il santuario di Samaria è più antico di quello di Gerusalemme. Il fatto che poi Gesù sia dentro lo spazio sacro del santuario di Samaria (che comprende il terreno, la sorgente e il monte) e vi sia come profeta, per la donna è già un segno dell’importanza e probabilmente della superiorità di questo santuario. Potrà Gesù pronunciarsi contro proprio nel luogo stesso? Traendo Gesù entro questa situazione irrisolta la donna non fa altro che accelerarne la rivelazione piena. Il Messia infatti è colui che instaura il vero culto in cui si realizza pienamente la Legge. Se Gesù, come profeta, dichiarasse vero luogo di culto quello in Samaria, questo significherebbe non solo riconoscerne l’autorità, ma anche dichiarare che quando il Messia verrà, restaurerà qui il vero culto a Dio. La donna sa quindi che è davanti a un uomo che, in quanto profeta, può operare questo discernimento.

21 Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre.

Gesù inizia la sua rivelazione circa il luogo dell’adorazione comandando alla donna di credere a Lui. Già la Samaritana ha riconosciuto che Gesù è profeta ed è solo credendo che può giungere alla perfetta conoscenza. Nessuno può comprendere la parola di Gesù, l’evangelo, se non colui che crede. La porta dell’intelligenza spirituale è la fede in Gesù.

Anzitutto Gesù dichiara che è terminato il tempo in cui si adora Dio in un luogo terreno, sia esso scelto dai padri per rivelazione divina. Il luogo di culto è determinato dalla dimensione terrena della religione sia samaritana che ebraica. Esse sono legate a realtà terrene che sono ombra di quelle future (Eb 10,1). Ma viene l’ora in cui l’ombra cede il posto alla realtà, che Gesù chiama poco dopo verità. Infatti Egli afferma: adorerete il Padre non “adorerete Dio”. Il nuovo culto richiede la rigenerazione, di cui ha parlato precedentemente con Nicodemo. «Dal momento che uno non adora né su questo monte né a Gerusalemme, essendo venuta l’ora adora con fiducia il Padre, perché è divenuto figlio» (Origene, L. XIII, 16).

22 Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei.

Gesù, dopo questa rivelazione, continua a rispondere alla Samaritana ponendosi tra i giudei. Egli afferma che i samaritani adorano ciò che non conoscono: hanno sì accolto la Legge di Mosè, ma non sono giunti a quella conoscenza che Dio esigeva da coloro che erano sotto la Legge. Resta quindi vero il giudizio che in diversi luoghi la Scrittura pronuncia su di loro. La loro adorazione non è in perfetta continuità con quella dei padri, che essi venerano e dei quali si dichiarano figli. Essa è perciò tagliata fuori dalla linfa vitale della rivelazione, che invece è presente tra i Giudei che conoscono quello che adorano.

Gesù afferma che i Giudei sono i veri discendenti dei padri e dei profeti perché hanno custodito il culto legale fondato sulla retta conoscenza di Dio.

Ne deriva quindi come conclusione che la salvezza viene dai giudei. «Era necessario che Dio fosse noto in Giudea; poiché dai giudei doveva provenire il principio e la causa della salvezza, cioè Cristo, secondo le parole della Genesi (22,19): Nel tuo seme saranno benedette tutte le genti» (s. Tommaso, 605).

Gesù risponde anche a un’implicita attesa: il Messia proviene da Israele (cfr. Rm 9,4-5). «Quando ascolti che la salvezza viene dai giudei, devi intendere queste parole come riferentesi a colui che le dice. Egli infatti era l’aspettato delle genti (Gn 49,10), nato secondo la carne della stirpe di David (cfr. Rm 1,3)» (Origene, Fr. LVIII). Israele è quindi il popolo eletto che custodisce la rivelazione e dal quale proviene la salvezza, cioè il Cristo.

23 Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano.

Dicendo: viene l’ora ed è questa, Gesù annuncia se stesso. Con la sua presenza cessano gli adoratori di Dio mediante i simboli tratti da questa creazione e hanno inizio i veri adoratori. Passando dall’ombra alla verità, si passa dall’adorare Dio all’adorare il Padre. Veri adoratori sono quindi i figli. Generati dal Padre, i suoi figli lo adorano in Spirito e verità. Lo Spirito Santo è il principio della rigenerazione, è colui che ci fa essere spirito togliendoci dalle opere della carne e collocandoci in se stesso. Egli diviene quindi “il luogo” dove adoriamo il Padre. L’adorazione del Padre è l’espressione più alta del nostro essere figli ed è la manifestazione che non siamo più sottomessi alla Legge. Non siamo più nell’ombra ma nella verità perché le cose future si sono fatte presenti.

Adorare il Padre in Spirito e verità è adorarlo non più stando fuori ma entrando nel mistero stesso di Dio, nell’intimo delle tre divine Persone. Lo Spirito ci colloca nel Figlio e in Lui e con Lui possiamo adorare il Padre.

Senza lo Spirito non possiamo essere nella verità per cui si adora il Padre attraverso i deboli elementi del mondo assunti come figura. Commenta Origene: «Chi è schiavo della lettera che uccide e non partecipa allo spirito che vivifica (cfr. 2Cor 3,6), chi non segue il senso spirituale della Legge, costui potrebbe essere il non vero adoratore del Padre, colui che non adora in spirito» (L. XIII, 18). È chiaro che, entrati nello Spirito per adorare il Padre nella verità, non si resta fermi. Più cresce la partecipazione allo Spirito più diviene vera l’adorazione del Padre. Ora che partecipiamo in modo parziale dello Spirito e che ancora gemiamo nella carne aspettando la nostra piena adozione a figli (cfr. Rm 8,23), abbiamo sì abbandonato le figure della Legge, ma abbiamo i segni sacramentali che, pur essendo la presenza del mistero, tuttavia appartengono ancora a questa creazione. Quando invece avremo la pienezza dello Spirito, allora non ci sarà più nessuna mediazione sacramentale, e in Cristo, resi uno con Lui, come le membra al corpo, adoreremo il Padre in Spirito e verità. Forse per questo il Signore benché dica è giunta l’ora ed è questa usa il futuro adoreranno perché la vera adorazione sarà solo nel faccia a faccia. «Quando verrà il tempo che è dopo il tempo presente, allora ci sarà l’adorazione nella verità, faccia a faccia (1Cor 13,12) e non più in uno specchio» (Origene, ivi).

Rivelandosi come Padre e non più con il Nome rivelato a Mosè nel Roveto ardente, Dio cerca tali adoratori. Li cerca non per trovarli, ma per renderli tali. «Se il Padre cerca, cerca per mezzo del Figlio, che è venuto a cercare e a salvare quello che era perduto (cfr. Lc 19,10): purificandoli e ammaestrandoli con la sua parola e con le sue dottrine salutari, li rende veri adoratori» (Origene, L. XIII, 20).

24 Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».

Dio è spirito. Questa affermazione è pure rivelazione. Dio non appartiene a questa creazione, quindi non può essere relegato in qualche luogo. Questo lo afferma pure Salomone nella preghiera di dedicazione del Tempio: «Ma è proprio vero che Dia abita sulla terra? Ecco i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che ti ho costruita!» (1Re 8,27). Non è perciò in uno spazio fisico che s’incontra Dio.

Dio è spirito. Per incontrare Dio è necessario essere nello Spirito e non nella carne, cioè è necessaria la rigenerazione dall’acqua e dallo Spirito perché la carne non giova a nulla (6,63).

Dio è spirito perché è colui che dà la vita, come è scritto: e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente (Gn 2,7).

Affermata la sua trascendenza in rapporto a questa creazione, «il luogo» che Egli è, lo Spirito, e infine il suo relazionarsi a noi come il principio della vita, ne consegue la necessità di adorarlo in Spirito e verità.

Non vi può essere un’altra relazione con Lui se non quella che Egli stesso stabilisce comunicando il suo Spirito. La presenza dello Spirito fa essere verità ciò che prima era figura. Non c’è quindi più bisogno di uno spazio fisico per relazionarsi a Lui ancora in modo imperfetto ma, al contrario, entrando nello Spirito, noi possiamo adorarlo nella verità.

Anche se non è il senso principale, possiamo tuttavia dedurre che se l’adorazione del Padre è nello Spirito e nella verità, essa deve quindi iniziare dal nostro spirito per poi penetrare il corpo e la psiche. Lo spirito in noi riceve testimonianza dallo Spirito che siamo figli di Dio (cfr. Rm 8,16) e quindi è dal nostro spirito che ha inizio l’adorazione del Padre. Lo Spirito Santo afferra il nostro spirito e, liberandolo dal dominio della carne, lo fa essere in Cristo perché in Lui, per Lui e con Lui adori il Padre. Più il nostro spirito domina la carne con i suoi desideri (cfr. Ef 2,3), più è portato dallo Spirito Santo alla vera adorazione del Padre.

Questo non significa che il nostro spirito sia separato dal corpo e dalla psiche ma, al contrario, significa che divenuto nello Spirito Santo «spirituale» è capace di dominare nel corpo e nella psiche le passioni che corrompono e di sottomettere entrambi a quella disciplina spirituale che ci libera sempre più dalla corruzione e ci riempie dell’immortalità promessa. Questo è il cammino della redenzione che non passa più da Gerusalemme o da un monte, legati a questa creazione, ma è un cammino nello Spirito che passa attraverso noi stessi fino al pieno riscatto del nostro corpo, che sarà anche la redenzione dell’intera creazione, liberata dalla vanità e risplendente della gloria di Dio, come altrove c’insegna l’Apostolo Paolo (cfr. Rm 8,19-20).

25 Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia chiamato il Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa».

Gesù ha portato la donna a un ulteriore grado di conoscenza. Ella infatti dichiara: «So che il Messia, che è chiamato il Cristo, viene». Ella non dice: «verrà» ma viene come a confessarne la presenza. Le parole di Gesù l’hanno resa consapevole della sua venuta, ma ancora non sa chi sia. Avendo creduto a colui che le sta parlando, la donna sa che il Messia viene. Certamente aveva ascoltato dalla fede del suo popolo che sarebbe venuto il Messia, testimoniato dalla Legge. Origene indaga a quali passi i samaritani si appellano per attendere il Messia e indica «le parole della benedizione di Giacobbe a Giuda» (Gn 49,8-10) e «le parole della profezia di Balaam» (Nm 24,7-9.17-19). Poi aggiunge: «Siccome i Samaritani si gloriano di Giuseppe come loro patriarca, io mi chiedo se alcuni di loro possano aver preso come riferentesi alla venuta del Messia le parole di benedizione di Giacobbe nei confronti di Giuseppe e quelle di Mosè (Gn 41,26; Dt 18,15)» (L. XII, 26).

La donna esprime ora quale sia la missione del Messia: «Quando egli verrà ci annuncerà ogni cosa». La Legge annuncia in modo parziale e si esprime con un culto imperfetto. Il Messia annuncia ogni cosa, quello che ora è ancora nascosto sotto il velo della Legge. Da qui apprendiamo che Gesù, pur avendole rivelato cose nuove, non ha ancora detto tutto. Egli ha ancora rivelato in parabole e non apertamente (16,25). La donna ha già bevuto dell’acqua viva ed è già salita sulla vera montagna per adorare il Padre, ma non è ancora giunta alla perfezione. Gesù ha suscitato in lei un desiderio talmente forte da dichiarare imminente la venuta del Messia.

A tale desiderio Gesù risponde rivelando se stesso:

26 Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

«Io sono, Colui che parla a te». Non si può resistere allo splendore della rivelazione. Nel dire Io sono Gesù non solo conferma di essere il Messia, ma rivela anche il suo Nome divino, quello che rivelò a Mosè nel Roveto. Dicendo: Colui che parla a te, Egli rivela di parlare a lei come parlò ai padri e ai profeti quando rivelò la sua gloria. Divenuto Carne, il Verbo continua a rivelarsi. «Dio non volle manifestarsi alla donna da principio; perché forse essa avrebbe pensato, o le sarebbe parso, che egli lo affermasse per vana gloria. Ora invece, avendola condotta passo per passo alla conoscenza di Cristo, le rivela se stesso al momento opportuno» (s. Tommaso, 619). Ora la donna sa chi è colui che le parla e conosce il dono di Dio che Gesù le ha fatto. È giunta alla conoscenza e non ha più bisogno di attingere acqua dalla sorgente di Giacobbe.

27 In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?».

Nel momento in cui Gesù rivela se stesso alla donna, giungono i discepoli di ritorno dalla città. Essi non possono arrivare prima perché il colloquio con la Samaritana deva giungere al suo compimento. Tutto manifesta a un tempo la volontà del Padre e la signoria del Cristo. Non a caso sono chiamati i discepoli perché sempre essi sono alla scuola del loro Maestro. Infatti essi si stupivano. L’uso dell’imperfetto sembra indicare uno stupore profondo e prolungato. La causa dello stupore è dovuto al fatto che Gesù stesse parlando con una donna. «È curioso, come rileva Bultmann, che essi erano più sorpresi perché egli parlava con una donna che perché parlava con una Samaritana» (Brown, o.c., p. 227). L’Evangelo annota anche i pensieri che sorgono nel loro cuore e che nessuno esprime a voce alta. Il loro modo di pensare è sconvolto ma nessuno osa esprimersi. Da una parte li domina il rispetto per il loro Maestro e dall’altra la novità del fatto.

Commenta s. Tommaso D’Aquino: «I discepoli erano così abituati a stare al loro posto, per riverenza e timore verso Cristo, che solo qualche volta lo interrogavano confidenzialmente circa le cose che li riguardavano; cioè quando Cristo trattava cose relative a loro e che superavano le loro capacità. Parla, o giovane, e con ritegno, in casa propria (Eccli 32,10). Altre volte essi si astenevano dall’interrogarlo in cose che non li riguardavano, come in questo caso» (623).

Questo stupore, che sceso in loro, si esprime in due pensieri generati dalla loro sensibilità e incapacità di valutare le realtà spirituali. Sono quindi pensieri racchiusi entro il confine della “carne”.

«Che cosa cerchi?». Alcuni interpreti pensano che questa domanda fosse rivolta alla donna. Se così fosse, esprimerebbe da parte dei discepoli una durezza che, se non si manifesta nella parola, si può rivelare nello sguardo. Se intesa come rivolta a Gesù potrebbe esprimere una durezza di giudizio nei suoi confronti perché ha cercato presso questa donna ciò che essi erano in grado di procurargli. Il silenzio li rende disponibili ed essere ammaestrati dal loro Maestro.

Anche noi come suoi discepoli ci stupiamo non più nella nostra sensibilità ma, ammaestrati dallo Spirito, ci stupiamo dell’ammirabile condiscendenza del Verbo divenuto Carne, «della grande bontà del Logos nell’abbassarsi a un’anima che pur disprezzava il monte Sion e credeva invece in quello di Samaria» (Origene, o.c., p. 497).

Mettendo a confronto l’atteggiamento di Gesù con il nostro, Origene osserva: «Noi invece ci lasciamo trasportare dall’arroganza e dall’alterigia a disprezzare quelli che sono meno di noi, dimenticando che quelle parole: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza (Gn 1,26) si applicano a ciascun uomo. Né ci ricordiamo di colui che forma nell’utero (cfr. Gr 1,5), che forma uno per uno i cuori degli uomini e ne conosce tutte quante le opere (cfr. Sal 32,15): per questo non ci viene in mente che egli è il Dio degli umili, il soccorritore dei derelitti, rifugio dei deboli, protettore degli sfiduciati, salvatore dei disperati (cfr. Gdt 9,11)» (o.c., p. 496).

28 La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente:

La donna, appena arrivano i discepoli abbandona la sua brocca. L’Evangelo colloca qui un dunque. È la conclusione del colloquio. La donna abbandona la sua anfora perché non ha più bisogno dell’acqua della fonte di Giacobbe. L’acqua viva, di cui Gesù le ha parlato, zampilla ora in lei e diviene annuncio di Gesù.

Vedendola tornare senza la brocca dalla sorgente, gli abitanti della città hanno un segno di quanto è accaduto e di colui che la donna ha incontrato. L’abbandono dell’anfora è pertanto il segno dell’abbandono dell’antico insegnamento, come commenta Origene ricercando il senso anagogico. «Forse la donna abbandona il recipiente che conteneva quell’acqua decantata per la sua profondità, cioè quell’insegnamento di cui ella andava orgogliosa e che ora invece disprezza, perché in colui che è di molto superiore a quel recipiente, ella ha avuto quell’acqua divenuta già in lei principio dell’acqua zampillante verso la vita eterna» (o.c., p. 498).

Priva dell’anfora, ella invita alla fonte vera, alla quale ci si disseta solo col movimento della fede (cfr. 7.37-39). «E in ciò essa ha seguito l’esempio degli Apostoli, i quali, come narra Matteo (4,20), abbandonate le reti, seguirono il Signore… Perciò quelli che per Dio abbandonano le cupidigie del mondo lasciano l’anfora, secondo la raccomandazione di Paolo (2Tm 2,4): Nessuno che militi per Dio s’immischia nei negozi del secolo» (s. Tommaso, 625).

Ella annuncia agli uomini: nella lettera s’intendono gli uomini di quella città, ma, poiché l’Evangelo risuona in tutto il mondo, la donna parla a tutti gli uomini.

29 «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?».

La Samaritana invita: Venite e vedete un uomo perché il Verbo si è fatto carne, che mi ha detto tutto quello che ho fatto, perché Egli è la luce vera che illumina ogni uomo (1,9).

Benché il mistero non sia ancora svelato pienamente, la donna è spinta da quello che ha conosciuto ad annunciarlo e a comunicarlo invitando tutti.

«Anche noi, quindi, dobbiamo dimenticarci delle cose che riguardano il corpo e abbandonarle per affrettarci a comunicare agli altri il beneficio < della salvezza >, a cui abbiamo avuto parte. Questo è lo scopo a cui c’invita l’evangelista, scrivendo per quelli che sanno leggere con intelligenza questo elogio della donna» (Origene, L. XIII, 29, p. 498).

Ella annuncia gradualmente. Dice prima che è un uomo, perché è ciò che appare all’evidenza, poi afferma il dono che ha in quanto le ha rivelato tutto. E infine insinua il dubbio: «Che non sia il Cristo?». Quanto Gesù ha affermato di sé, la donna lo esprime in forma di domanda, sollecitando più la loro curiosità che il loro assenso. «È questo infatti il modo più indicato per persuadere» (s. Tommaso, 628).

Ancora una volta, scegliendo la Samaritana, Dio si serve di ciò che nel mondo è debole per confondere i forti… di ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e di ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono (1Cor 1,27-28).

30 Uscirono dalla città e andavano da lui.

La donna annuncia ed essi vanno da Gesù uscendo dalla città. L’annuncio della donna è ancora imperfetto, ma essi escono per andare verso il Cristo. È Lui che attira a sé presso la sorgente di Giacobbe. Là vedono e riconoscono in Gesù il Cristo.

È nell’ambito dell’antica economia (di cui la fonte di Giacobbe è simbolo) che si riconosce la nuova.

Non dobbiamo infatti pensare che Gesù sia entrato nella loro città, ma il testo sembra alludere al fatto che Gesù si sia fermato alla sorgente di Giacobbe e che di là non si sia mosso. «Infatti, secondo il senso intelligibile, tutta l’economia della salvezza è avvenuta per i Samaritani presso la sorgente di Giacobbe» (Origene, o.c., p. 500).

31 Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia».

Con la richiesta di mangiare, fatta a Gesù, inizia il dialogo tra il Rabbi e i suoi discepoli. Questi sono preoccupati perché Gesù è stanco, assetato e affamato e lo invitano ad approfittare del momento in cui sono soli per ristorarsi. Ma Gesù dalla sua situazione di povertà e di necessità, li arricchisce con il suo insegnamento, come è detto: Si fece povero per arricchirci con la sua povertà (2Cor 8,9).

32 Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete».

Con questa risposta enigmatica, il Signore vuole elevare la mente dei discepoli alle realtà spirituali. Essi, come la Samaritana e come ogni uomo, sono chiusi entro il limite delle necessità umane che, benché urgano anche in Gesù, tuttavia non lo dominano. È infatti nutrito da un cibo che neppure i discepoli conoscono. Essi infatti non possono conoscerlo, perché sono ancora carnali e non spirituali. L’uomo psichico (lasciato alla sua sola natura) infatti non comprende le cose dello Spirito (1Cor 2,14). Il Signore nell’anteporre il cibo spirituale, che nutre la sua conoscenza, a quello naturale, che nutre il suo corpo, vuole portare i suoi discepoli a nutrirsi di quel cibo come ha fatto con la Samaritana che è stata dissetata dall’acqua viva.

33 E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?».

I discepoli non comprendono e s’interrogano a vicenda. Non osano interrogare Gesù. La carne cerca la carne. Avvertono in Gesù il mistero e, come abbagliati dalla luce, cercano nella sapienza vicendevole la risposta a questo enigma. «Forse essi avevano il sospetto che qualche potenza angelica gli avesse portato da mangiare» (Origene, L. XIII, 35). Essendo il Cristo, essi potevano pensare al servizio angelico quale si era manifestato alla conclusione delle tentazioni nel deserto.

34 Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera.

Di fronte alla loro incapacità di comprendere, Gesù rivela quale sia il suo nutrimento, il cibo che continuamente lo sostiene e che è quindi primario rispetto al cibo materiale, al punto da sostituirlo. Come infatti uno anela al cibo e all’acqua quando è affamato e assetato e non pensa ad altro, così Gesù anela al suo cibo e in Lui non vi è altro desiderio che nutrirsene. Commenta Sacy: «Egli non perdeva occasione per elevare il loro spirito dalle cose della terra a quelle del cielo, e voleva loro mostrare con il suo esempio, che un predicatore della verità doveva spesso trascurare anche quello che riguarda il suo corpo, per lavorare alla santificazione del corpo della Chiesa».

«Cibo di Gesù è fare la volontà di colui che lo ha mandato e portare a compimento la sua opera. Egli solo conosce la volontà di colui che lo ha mandato, il Padre, perché è il solo che lo ascolta. Egli, essendo il Verbo generato dal Padre, ne cerca la volontà (5,30) per farla (6,38). Possiamo dire, simili a bimbi che balbettano, che la volontà del Padre è il nutrimento del Figlio perché è l’atto generante il Verbo per mezzo del quale tutto esiste ed è la ragion d’essere in ogni creatura. Egli solo quindi può fare la volontà del Padre perché questa è tutta in Lui concentrata. I discepoli «non possono conoscere il mistero di questa volontà divina e come Gesù, il Figlio, sia tutto offerto alla volontà del Padre (Eb 10) come cioè fin dal momento iniziale dell’esistenza del Cristo, questi sia perfettamente slanciato ad adempiere la volontà. Noi non lo sappiamo, i discepoli non sanno e non possono entrare dentro il contenuto del mistero della volontà e della perfetta adesione del Figlio, però siamo da questa volontà santificati (Eb 10). Da una parte vi è la nostra incapacità a comprendere, dall’altra la santificazione nostra mediante questa volontà. È questo il nostro nutrimento» (d. G. Dossetti, omelia, Gerico, 22.8.1975).

Pertanto solo in Gesù e nel suo Evangelo noi pure conosciamo la volontà del Padre e ce ne nutriamo.

Gesù rivela che cosa significhi fare la volontà di colui che lo ha mandato: è portare a compimento la sua opera.

Tutto si compie nel momento della sua immolazione sulla Croce (19,28-30). Questa è l’opera del Padre che si rivela in Gesù, il Figlio innalzato. In questo anche l’amore verso i suoi giunge al suo compimento (13,1).

Le opere, che Egli compie, devono testimoniare che il Padre lo ha mandato (5,36), ma l’opera, che è il compimento di tutto e che è l’opera di colui che lo ha mandato, è il suo innalzamento. Quindi Egli anela a questo e di questo si nutre.

L’ora stessa del giorno (l’ora sesta), il fatto che egli abbia sete e che rifiuti il cibo sono tutti richiami e anticipi dell’ora del suo innalzamento.

Richiamando il suo sacrificio, nel quale l’opera del Padre giunge al termine, Gesù ne mostra ora l’efficacia. Le parole che seguono rivelano quanto sta accadendo: le Genti, rappresentate dai samaritani, stanno confluendo a Lui.

35 Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che gia biondeggiano per la mietitura.

Gesù si appella a un proverbio popolare, all’esperienza che insegna a prevedere il tempo della mietitura sia giudicando dal corso dell’anno che osservando le messi. Per alcuni esegeti questo è un proverbio perché indica il tempo che intercorre tra la semina e la mietitura. Annota il Brown: «Il calendario di Gezer del X secolo a.C., pone esattamente quattro mesi tra la semina e il raccolto, e ci sono antichi calcoli rabbinici con lo stesso risultato (Barrett).» (o.c., p. 202).

Il proverbio (o il dato dell’esperienza) è assunto come allegoria. I discepoli devono scoprire il significato spirituale che esso contiene. Come analogamente nel Vangelo di Matteo, Gesù insegna a riconoscere i segni dei tempi (16,3) e rimprovera i suoi ascoltatori perché sanno solo leggere il volto del cielo (ivi), così ora egli invita i suoi discepoli a cogliere il nesso tra il proverbio e quello che sta accadendo. Per questo dice loro: Alzate i vostri occhi e osservate. «In molti luoghi della Scrittura (si trova) l’espressione Levate i vostri occhi, in cui il Logos di Dio ci esorta a sublimare e a levare in alto il nostro pensiero e il nostro sguardo, volto al basso e incurvato, incapace di sollevarsi e librarsi in alto completamente (cf. Lc 13,11) … Anche colei che era curva e non poteva raddrizzarsi in alcun modo (cf. Lc 13,11) una volta che Gesù l’ha raddrizzata, smette la sua posizione incurvata e la sua incapacità di raddrizzarsi al fine di poter levare gli occhi» (Origene, L. XIII, 42).

L’invito del Signore è efficace. I discepoli sollevano il loro sguardo spirituale e osservano non tanto i campi di Samaria, ma quegli altri campi che già biancheggiano per la mietitura. Queste campagne ormai pronte sono le Genti che nei Samaritani, che stanno uscendo dalla città per venire da Gesù, hanno la loro primizia.

Coloro che purificano il loro sguardo vedono le “regioni” delle nazioni biancheggiare in virtù della presenza del Cristo nel santo Evangelo. Basta che l’Evangelo si renda presente che subito inizia quel processo di maturazione nelle coscienze che le porta ad accogliere pienamente il Cristo.

Chi ha lo sguardo limpido e sollevato vede questo processo di crescita e attende con fiducia che il raccolto giunga a maturazione.

36 Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete.

Chi miete, poiché compie un lavoro, riceve il salario. È detto infatti del Servo del Signore: Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte (Is 53,12); Egli poi afferma: Il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio (Is 49,4). Gesù quindi parla di sé e della sua fatica che riceve la ricompensa. Egli è pure il pastore che sta raccogliendo il frutto. Lo raduna per la vita eterna. Nel verbo raccogliere è espressa l’idea del radunare. Gesù viene, come dice più avanti, per raccogliere in unità i figli di Dio dispersi (11,52). Ancora Isaia ce lo mostra con le seguenti parole: Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri (40,10-11). Egli raccoglie il frutto per la vita eterna. Il frutto, che Gesù raccoglie, non è in rapporto a questa vita segnata dalla morte ma è frutto che dura per la vita eterna, allo stesso modo che l’acqua, che Egli dona, zampilla per la vita eterna;

I samaritani, che vengono a Lui e ai quali Egli dà l’Evangelo della vita, sono il segno che Egli sta radunando frutto ed è Lui il centro che tutto unifica secondo il disegno del Padre di ricapitolare tutte le cose in Cristo (Ef 1,10). Egli, che semina e miete, ora gioisce. Ha appena gettato il seme nel cuore della Samaritana che ora, per l’annuncio di lei, sta per mietere una messe abbondante. Quei tempi, che altrove appaiono lunghi, si sono ora talmente accorciati che la semina e la mietitura avvengono nello stesso tempo, secondo quanto è insegnato nelle profezie.

È scritto in Am 9,13: Ecco, verranno giorni, dice il Signore in cui chi ara s’incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline. La benedizione, che Dio concede alla terra, è ora realizzata perché è presente il Messia. Egli sta radunando tutti per collocarli in quella terra caratterizzata dalla vita eterna.

Se è vero che Gesù mostra ora in se stesso la vicinanza dei due momenti, la semina e la mietitura, per rivelare ai discepoli che sono giunti gli ultimi tempi e che Egli è l’unico che semina e miete, tuttavia Egli subito richiama alla mente dei discepoli i lunghi tempi della semina sotto il regime della Legge e dei Profeti e i tempi assai faticosi della mietitura all’apparire dell’Evangelo. Egli è sì il solo che semina e miete, ma si serve di altri per seminare e mietere. Mosè e i Profeti seminano e gli Apostoli mietono. Così ci hanno insegnato i Padri.

37 In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete.

Per confermare la differenza dei due momenti della storia della salvezza il Signore cita un proverbio. Se è infatti vero che in Lui il seminatore incontra il mietitore, è pur vero che nei suoi servi il seminatore si differenzia da chi miete. Il proverbio, più volte citato nelle divine Scritture, contiene in sé una maledizione. In Dt 28,33-50 tra le maledizioni per chi non obbedisce alla voce del Signore vi è quella che un altro mangi il frutto della terra (cf. Gb 31,8). Gesù dichiara che in questo è vero il detto. La Scrittura si rivela vera non tanto nella maledizione, che il proverbio contiene, quanto nella benedizione in cui il Signore la tramuta. È proprio di Gesù tramutare la maledizione in benedizione. Questa parola, frutto dell’esperienza di un popolo che aveva conosciuto che cosa significhi perdere il raccolto per mano di predoni, non era certo pronunziata come benedizione. Gesù la assume e la tramuta in benedizione. Nell’unità, che Egli crea nella storia della salvezza, chi semina gioisce anche se sarà un altro a mietere. Egli godrà infatti la stessa ricompensa. La semina e la mietitura sono determinate dal diverso modo di essere presente del Verbo. Nella Legge Egli è presente nell’economia dei simboli e nell’Evangelo è presente nell’economia della verità. Egli veniva quindi seminato negli uomini mediante i simboli della Legge e, simile al seme, rimaneva nascosto; nell’Evangelo invece Egli appare evidente alle coscienze. In tal modo diverso è colui che semina da chi miete.

38 Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».

Io vi inviai, rivela la sua autorità divina. Quando li inviò? Quando inviò i profeti. Essendo Egli da sempre, con un unico invio, il Verbo ha mandato i profeti e gli apostoli anche se l’invio si è poi realizzato nel tempo secondo le diverse stagioni. I suoi discepoli devono mietere ciò per cui altri hanno faticato.

Quelli che erano sotto il regime della Legge hanno faticato senza godere il frutto perché fu loro rivelato che non per se stessi, ma per voi, erano ministri di quelle cose che ora vi sono state annunziate da coloro che vi hanno predicato il Vangelo nello Spirito Santo mandato dal cielo (1Pt 1,12). Si sono quindi affaticati ben sapendo che altri sarebbero entrati nella loro fatica portandola a compimento. Gli Apostoli non devono gloriarsi come se fosse loro il raccolto ma riconoscere il lavoro faticoso di coloro che li hanno preceduti e quindi dare il frutto della mietitura a quell’unico Signore che negli uni semina e negli altri raccoglie. Egli darà infatti agli uni e agli altri la stessa ricompensa, cioè se stesso. Gli uni e gli altri sono accomunati da un’unica fede nell’unico Signore quindi «entrambi godono insieme di un unico medesimo esito, <che proviene> dall’unico Dio, per mezzo dell’unico Cristo, nell’unico Spirito Santo» (Origene, L. XIII,49).

39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto».

Non lo conoscono ancora di persona che molti di quella città credono in Lui. La parola della donna li illumina ed essi aderiscono a Gesù, a quell’uomo che è là alla sorgente di Giacobbe. Essi credono in base alla testimonianza della donna che annuncia, in quell’uomo, uno che conosce i segreti dei cuori. Credono in Lui in rapporto a quello che di Lui viene annunciato e che è fatto loro conoscere. La fede infatti dipende dall’ascolto. Hanno udito la testimonianza della donna e credono in Lui, come profeta. Credono benché la donna sia sola a testimoniare. Gli undici invece non crederanno alla testimonianza di più donne che, concordi, annunceranno la risurrezione.

La Samaritana, divenuta credente, dà testimonianza al medico che l’ha guarita dalla sua colpa e ora proclama quello che l’uomo seduto presso la sorgente ha fatto in lei: mettendo a nudo i suoi peccati l’ha portata a desiderare l’acqua viva credendo in Lui.

40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni.

Mossi dalla parola della donna, i Samaritani, usciti dalla città, giunsero presso di Lui. Credere è muoversi verso Gesù. «Dalla fede nasce il desiderio di ciò che si crede» (s. Tommaso, 658). Credere implica sia un movimento fisico sia spirituale. Ci si muove verso Gesù, là dove ci è mostrato da coloro che annunciano. Là dove risuona la Parola, c’è il Cristo, là, dove Egli si fa presente nel suo vero Corpo e nel suo vero Sangue, accorrono i credenti non solo fisicamente ma soprattutto con la loro mente e il loro cuore. Essi escono quindi dalla città, cioè dalla mentalità di questo secolo (Rm 12,2) e vengono presso Gesù, poiché hanno accolto la testimonianza di coloro che lo hanno già incontrato, e, avendo creduto in Lui, lo pregano di dimorare presso di loro. Non ancora in loro ma presso di loro: la loro fede non è ancora perfetta, quindi Egli non può dimorare in loro ma solo presso di loro. Poiché hanno creduto e sono venuti verso di Lui, Gesù ascolta la loro preghiera e rimane presso di loro. «Gesù infatti rimane con quelli che l’hanno pregato, soprattutto quando quelli che lo pregano abbandonano la loro città e si recano da Lui, imitando in qualche modo Abramo che obbedì all’ordine di Dio: Vattene dalla tua terra, dalla tua gente, dalla casa del padre tuo (Gn 12,1)» (Origene, L. XIII,52).

E restò là due giorni. Là, alla sorgente di Giacobbe dove essi lo hanno pregato di restare presso di loro. L’evangelista annota con cura il tempo della sua dimora: due giorni. L’annotazione rivela che gli avvenimenti sono reali. Gesù resta due giorni presso la sorgente e il terzo giorno parte di là verso la Galilea.

Se poi cerchiamo il senso mistico riguardo alla permanenza di due giorni, cediamo volentieri la parola a Origene che dice: «E presso quelli che l’hanno pregato rimane due giorni, perché essi non erano ancora in grado di accogliere il suo “terzo giorno”, non essendo ancora in grado di accogliere qualcosa di straordinario, al pari di quelli che “nel terzo giorno” siedono con Gesù al banchetto di nozze a Cana di Galilea» (L. XIII,52).

41 Molti di più credettero per la sua parola

Lo ascoltano e cresce il numero di coloro che credono mediante la sua parola. Avviene un fatto che fa crescere coloro che credono: ascoltano la sua Parola. Prima hanno creduto per la testimonianza della donna, ora, in di più, credono per la sua stessa parola. Allo stesso modo avviene anche oggi prima si crede perché attratti dalla testimonianza di qualcuno che ha incontrato Gesù, ma la fede diviene tale quando si ascolta l’Evangelo annunciato in forza della tradizione apostolica. qui infatti si fa presente il Cristo e si ode la sua voce. «Il modo con cui il Logos è contemplato quando illumina da se stesso chi lo accoglie, è diverso da quando Egli è testimoniato dalle parole di un altro» (Origene, L. XIII, 52).

42 e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

I samaritani non credono in forza dei segni ma mediante la sua parola. Credendo danno testimonianza. Essi dichiarano anzitutto che non credono più in virtù del parlare della donna. Essi hanno superato la fase in cui la fede si fonda sui testimoni. Essi stessi hanno infatti udito e sanno. La fede «non è solo contatto esterno ma mozione profonda che avvalora il contatto esterno e le parole ascoltate» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 31.7.84). Nei Samaritani c’è stata questa «mozione profonda» dello Spirito Santo che li ha portati a credere a quello che hanno ascoltato e quindi a conoscere che costui è davvero il Salvatore del mondo.

«Nicodemo, il rabbi di Gerusalemme, non riuscì a comprendere il messaggio di Gesù, che Dio aveva mandato il Figlio suo nel mondo perché il mondo fosse salvato per mezzo di lui (3,17); eppure gli abitanti di Samaria arrivano prontamente a conoscere che Gesù è realmente il Salvatore del mondo» (Brown, o.c, p. 243). Avendo esperimentato in sé la fede, i Samaritani conoscono che il Messia (che essi non nominano con il suo nome personale) è costituito non solo Salvatore d’Israele o dei Samaritani, ma del mondo. Dio lo ha inviato a salvare tutto e tutti. Non c’è situazione e persona che sia esclusa dalla salvezza.

Credendo in Lui noi esperimentiamo che la salvezza è universale. La fede spezza ogni barriera. «Il nostro rapporto con il Signore, quanto più si fa immediato, tanto più è il rapporto con il Salvatore di tutti, da Abele fino all’ultimo uomo che sarà sulla terra; e ci trasmette i suoi pensieri e affetti come Salvatore del mondo … Percepire in Gesù l’inviato di Dio, l’Eletto che salva il mondo con la potenza di Dio, vuol dire che si spalanca il mondo per noi e che noi siamo con Gesù, Salvatore del mondo» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 31.7.1984).

Abbiamo riportato l’intero commento a questo meraviglio testo di Giovanni sapendo di fare un servizio a coloro che desiderano intrattenersi più profondamente in questa pagina evangelica.

Per coloro che devono spezzare il pane della parola ai fratelli valgano le parole che seguono: È impossibile commentare versetto per versetto dato la lunghezza del testo. Il pericolo di dare alcune piste di riflessione si può dimostrare dispersivo. Tuttavia siamo obbligati a scegliere questa seconda possibilità nonostante i pericoli che essa comporta.

Il prefazio legato a questa pagina evangelica così dice: «Egli chiese alla Samaritana l’acqua da bere, per farle il grande dono della fede, e di questa fede ebbe sete così ardente da accendere in lei la fiamma del tuo amore».

Dopo essersi abbeverati a «cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (Gr 2,13), dove l’uomo può di nuovo bere alla «sorgente di acqua viva» (ivi) se non alla sorgente di Giacobbe?

Giunto a quella sorgente egli potrà bere l’acqua della Legge, purificare il suo intelletto con il discernimento del bene e del male, ascoltare le promesse divine e contemplare i simboli e le figure delle realtà celesti (cfr. Eb 8,5). Quell’acqua è necessaria per vivere, ma non potrà estinguere per sempre la sete.

Allora viene il Signore e a tutti gli assetati che vengono all’acqua (cfr. Is 55,1) dona l’acqua viva facendola zampillare in loro fino alla vita eterna. Dall’esterno la sorgente si trasferisce nell’intimo e sale verso l’alto «capace di trovare tutto ciò che forma l’oggetto della sua ricerca, perché al seguito di quest’acqua nobilissima anche il pensiero zampilla e vola velocissimo; e questo zampillare e balzare lo porta di per sé verso l’alto, verso la vita eterna» (Origene, com. a Gv).

Tuttavia l’esperienza battesimale, espressa nell’acqua viva resa feconda dallo Spirito, come ci è detto nel colloquio con Nicodemo, richiede che noi riconosciamo tutto quello che abbiamo fatto, che è a noi rivelato dal Cristo. L’esperienza d’idolatria, che è il peccato, come legame impuro a tutto ciò che è creatura, richiede il nostro rinnegamento della vita passata perché non cerchiamo più di adorare Dio in Gerusalemme o su un monte fisico (simboli della ricerca di spazi religiosi in cui collocarci quasi luoghi di sublimazione nel divino). Gesù vuole che entriamo dentro lo Spirito e la verità per adorare il Padre. Se da una parte l’acqua viva purifica dalle sozzure del peccato, come legame al mondo creaturale vissuto come possesso, dall’altra essa sale alla vita eterna, cioè negli spazi dello Spirito, che conduce a tutta la verità e quindi porta alla perfetta adorazione del Padre. Di questo cammino spirituale il Cristo, che si rivela in Gesù, è il mistagogo, colui che conduce dentro il mistero per gradi, perché abbandonata l’acqua della Legge noi possiamo bere l’acqua dello Spirito e avere sempre in noi questa perenne e unica sorgente dove vediamo dissolto il peccato dalle lacrime del Cristo sulla nostra morte (vedi pianto di Gesù su Lazzaro c. 11) e, richiamati alla vita per la generazione dall’alto, cioè dall’acqua e dallo Spirito (c. 3), si apre allo sguardo interiore del credente l’immenso spazio della libertà che è la conoscenza della verità (c. 8). Solo in questo luogo di perfetta libertà avviene la vera e spirituale adorazione del Padre, come consumazione del nostro essere creaturale nell’infinito amore del Figlio, nel quale anche noi siamo figli del Padre.

Don Giuseppe Dossetti diceva: «Nel versetto 13 dice che chiunque, ogni uomo che beve dell’acqua del pozzo ha ancora sete, e invece colui che berrà dell’acqua che Lui dà, non avrà più sete per l’ “eone”.

E cioè c’è un dissetarsi totale che investe non solo il momento puntuale di questa nostra esistenza, ma si estende attraverso la nostra stessa esistenza – questo è importantissimo ‑ a saziare, per cosi dire, tutta la creazione, tutti i mondi, tutte le ere; è sempre questo concetto che ritorna! È la sete dei secoli che viene saziata in ciascuno che si disseta a questa Fonte di Vita!

E quindi è meraviglioso, perché in ogni cristiano che riceve lo Spirito nel Battesimo, e ogni uomo che partecipa in qualche modo dello Spirito attraverso l’economia provvidenziale, non solo si disseta lui, ma disseta in lui tutta la sete dei mondi.

Ma non basta ancora. andiamo avanti al versetto 14. «ma l’acqua che io darò sorgerà in lui come sorgente di acqua saliente nella vita degli eoni».

Cioè, non solo viene dissetato lui, e non solo in lui si disseta la sete dei secoli, la sete delle ere, la sete dell’eternità; ma lui stesso diventa sorgente di vita! Questa è la cosa più spettacolare! Diventa la sorgente!

L’unica condizione è che lui consideri di essere sorgente in dipendenza. Non primaria, non originaria, però diventa sorgente. Non è solo lui che possiede quest’acqua, ma quest’acqua non è semplicemente ricevuta da lui allo stato passivo, per cosi dire, ma lo Spirito Santo diventa veramente in lui la sorgente della vita divina! Diventa in lui la sorgente della vita divina; non diventa semplicemente la sorgente della vita divina per lui ma diventa in lui per tutto il mondo, per ognuno, la sorgente della vita divina» (d. G. Dossetti, omelia registrata, S. Antonio, 5.3.1972).

Orazionale

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. In pace preghiamo il Signore e invochiamo il suo dono perché ci disseti e ci purifichi e lo Spirito santo zampilli in noi conducendoci alla vita eterna.

Padre, fonte della vita, ascoltaci.

  • Per la Chiesa santa, perché arsa dall’amore divino, chiami tutti i popoli ad attingere l’acqua di vita, che sgorga dal Cristo, preghiamo il Signore.

  • Per le nostre Chiese, che ci hanno generato, perché, nell’acqua viva dello Spirito, incessantemente invochino la venuta dello Sposo, preghiamo il Signore.

  • Per tutti i catecumeni, perché, come hanno portato l’immagine dell’Adamo terreno, portino presto, in modo incorruttibile, l’immagine dell’Adamo celeste preghiamo il Signore.

  • Per i figli d’Israele perché presto possano con/gioire con noi nella rigenerazione spirituale e nei santi misteri, preghiamo il Signore.

  • Per tutti i popoli della terra, perché, risplendendo nei discepoli di Gesù le opere buone, possano glorificare il Padre, preghiamo il Signore.

  • Per tutti i poveri e gli afflitti perché nella sofferenza i loro cuori siano pronti ad attendere ed accogliere Gesù, il Salvatore del Mondo, preghiamo il Signore.

O Dio, sorgente della vita, tu offri all’umanità riarsa dalla sete l’acqua viva della grazia che scaturisce dalla roccia, Cristo salvatore; concedi al tuo popolo il dono dello Spirito, perché sappia professare con forza la sua fede, e annunzi con gioia le meraviglie del tuo amore.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.