Nuove forme di consacrazione nella comunione ecclesiale

Lucia Abignente

Il tema delle nuove forme di consacrazione, che non comportano un cambiamento di stato dal punto di vista canonico, è stato più volte considerato con attenzione nell’ambito dei convegni o ha trovato posto in pubblicazioni, che costituiscono un punto importante di riferimento per la conoscenza e la caratterizzazione delle nuove realtà ecclesiali suscitate dallo Spirito nel nostro tempo[1]. Nell’affrontare oggi questo tema, mi sembra importante partire dalla constatazione positiva con cui si apre la recente Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede Iuvenescit ecclesia: «La Chiesa ringiovanisce in forza del Vangelo e lo Spirito continuamente la rinnova, edificandola e guidandola “con diversi doni gerarchici e carismatici”» (n. 1). Tale rilievo suscita, innanzitutto, un atteggiamento grato. Ciò non certo per tacere o nascondere i problemi ancora vivi nell’inserimento delle nuove realtà carismatiche nella comunione ecclesiale[2], né per ritenere assolte istanze che ancora non lo sono[3], ma per rilevare, in sintonia con il Vaticano II, «l’opera meravigliosa dello Spirito Santo che santifica il Popolo di Dio, lo guida, lo adorna di virtù e lo arricchisce di grazie speciali per la sua edificazione» (IE 1).

L’attenzione a riconoscere l’operare dello Spirito Santo spinge, dunque, a scoprire o a riscoprire sempre nuovamente l’apporto e il dono che ogni singola realtà rappresenta nelle compagine ecclesiale. Già nel 1996 Giovanni Paolo II sottolineava: «Uno dei doni dello Spirito al nostro tempo è certamente la fioritura dei movimenti ecclesiali, che sin dall’inizio del mio Pontificato continuo a indicare come motivo di speranza per la Chiesa e per gli uomini»[4]. Tale prospettiva ecclesiologica mi pare sia sollecitata anche dal tema di questo convegno, che nel riferimento all’Esortazione apostolica Vita consecrata evidenzia l’essere uniti in un «noi» che accomuna i discepoli di Gesù. «Nella scena della Trasfigurazione – ricorda VC 29 –, Pietro parla a nome degli altri apostoli: “È bello per noi restare qui” (Mt 17,4). L’esperienza della gloria di Cristo, che pur gli inebria la mente e il cuore, non lo isola, ma al contrario lo lega più profondamente al “noi” dei discepoli». Il legarsi implica anche una conoscenza reciproca sempre più profonda.

La Lettera Iuvenescit ecclesia precisa al n. 2 che le realtà sorte nella Chiesa più di recente, e cioè le aggregazioni di fedeli note come «movimenti ecclesiali e nuove comunità», non vanno intese «semplicemente come un volontario consociarsi di persone per uno scopo di carattere religioso o sociale». Evidenzia poi la «dinamicità» insita nello stesso termine «movimento» e rileva che la «intensa condivisione della esistenza» che caratterizza tali aggregazioni di fedeli, al fine di incrementare la vita divina in ciascuno, «esprime bene la dinamica ecclesiale come mistero di comunione per la missione e si manifesta come un segno di unità della Chiesa in Cristo. In tal senso – continua –, queste aggregazioni ecclesiali, sorte da un carisma condiviso, tendono ad avere come scopo “il fine apostolico generale della Chiesa”» (IE 2).

Vorrei riprendere questo punto della Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede ed evidenziare, anche se brevemente, tre indicazioni che da esso ci vengono per comprendere tali aggregazioni e il loro posto nella Chiesa: il fondamento del carisma, la varietà e la reciprocità delle vocazioni, «l’intensa condivisione della esistenza» come espressione del mistero di comunione che la Chiesa è, quale «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1).

1. Alla radice: un carisma

Penso sia bene innanzitutto fermarsi a riflettere su quel breve inciso che, posto tra due virgole, specifica la natura delle nuove aggregazioni laicali come «sorte da un carisma condiviso» (IE 2). Il documento sviluppa poi la riflessione sul termine «carisma», presentando innanzitutto un breve excursus esegetico sul termine, con riferimento al Corpus paolino e alla prima Lettera di Pietro. Pur nella varietà dell’uso e dei significati del termine, tali testi ci danno di cogliere i carismi come «doni generosi» dello Spirito, la cui elargizione è opera di tutta la Trinità e ne sottolineano la loro «armonica connessione e complementarietà». Perciò anche «l’antitesi tra una Chiesa istituzionale di tipo giudeo-cristiano e una Chiesa carismatica di tipo paolino, affermata da certe interpretazioni ecclesiologiche riduttive, non trova in realtà un fondamento adeguato nei brani del Nuovo Testamento», afferma con decisione IE al n. 7. Nella riflessione che segue, dove si tratta della «relazione tra i doni gerarchici e carismatici nel Magistero recente», dopo aver constatato l’amore provvidenziale di Dio che nei secoli non ha fatto mai mancare questi doni alla Chiesa, viene annotato che «solo in epoca recente si è sviluppata una sistematica riflessione su di essi» (IE 9). Viene fatto un rapido cenno al rilievo dato alla dottrina sui carismi nella Lettera enciclica Mystici corporis di Pio XII, per ricordare poi il «passo decisivo» compiuto dal Concilio Vaticano II nella comprensione della relazione tra doni gerarchici e carismatici. Il n. 10 del documento ricorda i molteplici interventi del Magistero sollecitati ad un tempo dalla «vitalità» di queste nuove aggregazioni laicali e dalla «esigenza di precisare la collocazione della vita consacrata all’interno della Chiesa» (IE 10).

Risalta la provvidenzialità di tale riflessione, causata a volte anche dalla necessità di chiarimenti e di risoluzione di tensioni.

Nel 1998, in una relazione magistrale tenuta in apertura del Congresso mondiale dei Movimenti ecclesiali[5], che ha preceduto l’incontro di papa Giovanni Paolo II con i Movimenti e le nuove Comunità nella veglia di Pentecoste, il card. Joseph Ratzinger sceglieva un’impostazione storica per precisare la collocazione ecclesiale di essi e coglierla nella sua autenticità. Lo riteneva un passo necessario per liberare, da una parte, da quelle che definiva «malattie della prima età» (esclusivismo, «accentuazioni unilaterali, donde l’inattitudine all’inserimento nelle chiese locali») e, dall’altra, per proteggere queste nuove realtà ecclesiali da quelle sofferenze e «frizioni» che il rinnovamento, frutto dello Spirito Santo, suscita spesso negli organismi istituzionali. Per raggiungere questo scopo il cardinale abbandonava la via di una distinzione quasi dialettica tra istituzione e carisma: il carisma, infatti, è presente anche nell’istituzione e «la Chiesa è edificata non dialetticamente, bensì organicamente»[6], sottolineava Ratzinger. Ribadiva poi l’impossibilità di parlare della Chiesa in termini di istituzione umana ed evidenziava nella storia di essa gli elementi nuovi affini alla realtà dei Movimenti. Li scorgeva già nella comunità cristiana delle origini o, dal terzo secolo, nel monachesimo che, seppur nei suoi esordi apparisse privo di un afflato apostolico e missionario e tendesse anzi a fuggire dal mondo, esprimeva l’esigenza di vivere con radicalità la vita evangelica, nella sua interezza. Significativo l’esempio di Basilio nel quale il cardinale ravvedeva, «nei suoi contorni più netti, la problematica con la quale si sanno confrontati oggi parecchi movimenti»[7].

Un’analogia particolarmente evidente con le nuove Comunità e i Movimenti nati nel XX secolo veniva riscontrata, dal cardinale, nella forza spirituale del rinnovamento esploso nel Duecento con le figure di Francesco d’Assisi e di Domenico di Guzman. Nella vocazione di Francesco e di Domenico, infatti, il riferimento non è in maniera così stagliata alla vita della prima comunità di Gerusalemme – come lo era stato nella più antica regola monastica tramandata in Occidente, quella di sant’Agostino –, quanto alla diretta «figura» di sequela presente nel capitolo 10 del Vangelo di Matteo: l’invio in missione dei discepoli, l’importanza della predicazione, l’andare senza bisaccia né due tuniche, e perciò poveramente, l’andare a due a due in un cammino itinerante anche di pochi, «in uscita» diremmo con un concetto caro a papa Francesco. Non c’è la stabilitas loci, che era stato uno dei cardini della regola di san Benedetto, si lasciano i luoghi appartati per mischiarsi con la gente, avere un rapporto continuo con tutti. Ciò spiega, tra l’altro, la popolarità del movimento francescano e la profonda incidenza che ha avuto.

Nel collocare storicamente la nascita dei Movimenti ecclesiali nel XX secolo Ratzinger li differenziava da altre tendenze di rinnovamento spirituale caratteristiche della prima metà del secolo e definite anch’esse come movimento (biblico, liturgico, patristico) che preferiva piuttosto definire come «correnti» e li distingueva anche dalle iniziative che possono sorgere di volta in volta nella Chiesa. Senza con ciò pretendere di darne una definizione chiusa, precisava che «i movimenti nascono per lo più da una personalità carismatica guida, si configurano in comunità concrete, che in forza della loro origine rivivono il Vangelo nella sua interezza e senza tentennamenti riconoscono nella Chiesa la loro

sottolineandone vigorosamente la carismaticità, l’unità interiore della Chiesa vissuta dal vescovo nella sua vita personale. La vicenda di Basilio è analoga a quella dei movimenti odierni: egli dovette ammettere che il movimento della sequela radicale non si lasciava fondere totalmente nella realtà della Chiesa locale. Nel secondo tentativo d’una regola, quella che il Gribomont denomina “il piccolo Asketikon”, compare la sua idea di movimento come “forma intermedia tra un gruppo di cristiani risoluti, aperto alla totalità della Chiesa, e un ordine monastico che si va organizzando e istituzionalizzando”. Lo stesso Gribomont vede nella comunità monastica fondata da Basilio un “piccolo gruppo per la vitalizzazione del tutto” ecclesiale, e non esita a considerare Basilio “patrono non solo degli ordini impegnati nell’insegnamento e nell’assistenza, ma anche delle nuove comunità senza voti”» (ibid., 38-39).

ragione di vita, senza di cui non potrebbero sussistere»[8]. Rimaneva non esplicito, in questo quadro, il riferimento a gruppi e comunità spontanee presenti nel vivere della Chiesa, in particolare nel tempo conciliare e postconciliare.

La riflessione, dunque, veniva a sviluppare e approfondire in prospettiva storica il pensiero espresso da Giovanni Paolo II nel messaggio inaugurale di quel Congresso, nel quale il Papa ravvisava nel termine «movimento» il riferimento a una pluralità di «realtà diverse fra loro, a volte, persino per configurazione canonica». Pur considerando che, perciò, esso «non può certamente esaurire né fissare la ricchezza delle forme suscitate dalla creatività vivificante dello Spirito di Cristo», il Papa affermava, tuttavia, che l’espressione indica «una concreta realtà ecclesiale a partecipazione in prevalenza laicale, un itinerario di fede e di testimonianza cristiana che fonda il proprio metodo pedagogico su un carisma preciso donato alla persona del fondatore in circostanze e modi determinati»[9].

Il ravvisare con chiarezza la nascita di un movimento da un carisma, fatto che per noi oggi può apparire quasi ovvio, è certamente uno dei frutti del Concilio Vaticano II. Si tratta di un aspetto importante nella comprensione e valutazione dei Movimenti ecclesiali e delle nuove Comunità. La loro nascita è stata spesso considerata come fenomeno caratteristico della stagione nuova dello Spirito inaugurata dal Concilio. Eppure, se è vero che di fioritura si può parlare solo a partire dal Vaticano II, nondimeno non si può trascurare di considerare l’esistenza di alcuni di essi ancor prima. Pensiamo, ad esempio, al Movimento Apostolico di Schönstatt (1914), alla Legio Mariae (1921), al Movimento dei Focolari (1943), ai Cursillos de Cristiandad (1949), o al Movimento per un Mondo Migliore (1952) oppure ad alcuni Movimenti di spiritualità matrimoniale come l’équipes Notre-Dame (1947) o, tra le realtà giovanili: in Italia, il Movimento delle Oasi (1950); Gioventù studentesca (1954) da cui scaturirà col tempo anche la Fraternità di Comunione e Liberazione, o il movimento polacco Ruch oazowy (nato negli anni cinquanta da padre Franciszke Blachnicki) e conosciuto ora con il nome ufficiale di Luce e Vita («Swiatlo-Zycie») preso nel 1976[10]. C’è dunque un risveglio, una vitalità, un «fermento» che precede il Concilio, a cui presta attenzione anche la Lettera Iuvenescit ecclesia riconoscendo: «Sia prima che dopo il Concilio Vaticano II sono sorte numerose aggregazioni ecclesiali che costituiscono una grande risorsa di rinnovamento per la Chiesa e per l’urgente “conversione pastorale e missionaria” di tutta la vita ecclesiale» (IE 2). Ma l’approvazione di questa vita non era scontata e salvo rare eccezioni (come, ad esempio, il Movimento delle Oasi di padre Virginio Rotondi) arriverà negli anni post-conciliari.

Si è trattato, dunque, di spianare un terreno, aprire nuove strade. Ciò che stava accadendo era un cambiamento sostanziale rispetto all’idea di movimento laicale presente nell’Ottocento o nella prima metà del Novecento, come realtà aggregativa che era emanazione della gerarchia o svolgeva un ruolo attivo con una finalità caritativa o sociale. La novità che caratterizza i movimenti di laici è proprio il loro nascere e svilupparsi grazie ad un carisma. È un punto decisivo, una svolta, «l’emersione storica di un altro profilo della vita della Chiesa che diventa corposo e significativo e che esprime qualcosa che era latente nella vita della Chiesa stessa»[11]. Lo Spirito in modo sorprendente e provvidenziale lo ha messo in luce, a volte a fatica, non senza dover rompere schemi.

Un esempio che può riportare, almeno un po’, all’atmosfera degli anni che precedono il Concilio viene espresso da alcune considerazioni che emergono in seno alla Conferenza Episcopale Italiana. Vorrei ricordare in particolare l’Assemblea Plenaria dell’ottobre 1957, dedicata al tema del laicismo. Nella relazione su «Gli errori laicisti serpeggianti fra i cattolici, loro sorgenti e canali di derivazioni»12, mons. Giovanni Urbani, arcivescovo di Verona, pur riconoscendo nella maggior parte del laicato ortodossia, fedeltà, docilità, prontezza a collaborare con i vescovi, richiamava l’attenzione su alcuni pericoli. Tra questi, il pensare possibile una complementarietà tra i laici e la gerarchia della Chiesa, il ritenere che, come in altri tempi lo Spirito aveva affidato a laici «missioni straordinarie», si potesse anche nel presente riconoscere «missioni straordinarie» affidate ai laici dallo Spirito Santo per il bene della Chiesa. Notava: «Nascono così “Gruppi o Cenacoli o Movimenti” attorno a qualche laico – uomo o donna – di spiccata personalità. Si trova subito qualche Sacerdote o Religioso che protegge ed incoraggia. Si fa del proselitismo»[12]. Nel dibattito, che aveva fatto seguito, era stato paventato un timore: «la Gerarchia può vedersi superata da un’altra gerarchia spirituale, carismatica»[13].

Già questi brevi cenni confermano nella convinzione che sottolineare il fondamento di un carisma a base di un movimento o di una nuova comunità impegna alla riconoscenza e a un attento discernimento del fermento che lo Spirito arreca nella vita della Chiesa, spesso con «una novità inattesa, e talora persino dirompente»[14]. Giovanni Paolo II, nella Pentecoste del 1998 svelava il posto di queste realtà nella Chiesa, definendole significative espressioni del suo aspetto carismatico, costitutivo della Chiesa stessa, coessenziale a quello istituzionale[15]. Un’affermazione, questa, in profonda continuità e consequenzialità con Lumen gentium 4 dove, spiegando che lo Spirito Santo provvede e dirige la Chiesa con «diversi doni gerarchici e carismatici», il Concilio sottolinea la «co-originarietà» dei carismi e dei ministeri gerarchici nello Spirito Santo, che è lo Spirito del Risorto. Infatti «lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, e ad adornarlo di virtù, ma “distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui” (1Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali […] utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa» (LG 12).

Si tratta dunque di un cammino, che nella storia dei Movimenti e delle nuove Comunità è stato anche un crogiolo di fedeltà e di amore e che frutta ora, in un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’affermazione: «Gli autentici carismi vanno considerati come doni di importanza irrinunciabile per la vita e la missione ecclesiale» (IE 9).

2. Varietà e reciprocità delle vocazioni

Sulla scia della Christifideles laici (n. 30), la Lettera Iuvenescit ecclesia pone come primo dei criteri per il discernimento dell’ecclesialità dei doni carismatici il primato dato alla vocazione di ogni cristiano alla santità: «Ogni realtà che nasce dalla partecipazione di un carisma autentico deve essere sempre strumento di santità nella Chiesa e, dunque, di incremento della carità e di autentica tensione verso la perfezione dell’amore» (IE 18 a). Tale richiamo che, del resto, è in piena sintonia con l’universale chiamata alla santità sottolineata nel cap. V della Costituzione conciliare Lumen gentium, aiuta a cogliere le caratteristiche delle nuove forme di consacrazione che riscontriamo nei Movimenti ecclesiali e nelle nuove Comunità. Il primato dato all’universale vocazione alla santità va compreso insieme al fondamento del carisma, che è alla base di queste nuove forme di vita suscitate dallo Spirito nel nostro tempo e, come sappiamo, si manifesta con una determinata spiritualità e particolari fini che vengono perseguiti da tutti i membri: «Ogni membro a qualunque categoria appartenga assume in toto il carisma e ne è responsabile»[16].

La varietà delle vocazioni dei membri è una ricchezza e un dono che manifesta la dimensione che li accomuna tutti: l’inserimento in Cristo attraverso il battesimo e la partecipazione a un carisma, da vivere e realizzare in un’autentica comunione ecclesiale. Non è un caso che, nel comporsi di queste aggregazioni laicali, al nucleo di persone donate a Dio con voti (privati) di castità, povertà e obbedienza si siano uniti anche coniugati e sacerdoti desiderosi di una vita altrettanto totalitaria. I Movimenti si presentano, infatti, «come luogo d’incontro e di comunione tra tutte le vocazioni della Chiesa, quasi a ricreare un bozzetto di Chiesa. Pur essendo composti in prevalenza da laici, in essi convergono, almeno potenzialmente quando non praticamente, tutte le vocazioni del popolo di Dio»18. Come nota, mons. Christoph Hegge, per un movimento ecclesiale non si tratta, perciò, di diventare una nuova «famiglia di vita religiosa» o una «forma nuova di vita consacrata» piuttosto, di «rivivificare il popolo di Dio come tale nella splendida varietà delle vocazioni e nell’unità dello Spirito di Cristo in base alla grazia battesimale, alla comunione vissuta»[17] e in base al carisma ricevuto da Dio come dono per tutta la Chiesa.

Così le comunità di persone che, all’interno di queste nuove aggregazioni, vivono una realtà di consacrazione a Dio (carattere che potrebbe accomunarle più alla vita religiosa), non costituiscono una realtà separata. Quanti hanno fatto una scelta di consacrazione non hanno abito o segni esterni che li distinguano nella società civile e religiosa: la loro missione non è tanto, come per i religiosi, preannunciare la presenza del Regno con carattere profetico, quanto «piuttosto porsi come segno della Chiesa comunione»[18], della comune dignità cristiana fondata sulla grazia del battesimo. Le loro comunità, spesso, costituiscono il cuore di queste esperienze ecclesiali, un cuore pulsante, ma tutto in una chiara dimensione di servizio. Donazione piena, fedeltà e laicità si compongono, dunque, armonicamente.

Al gruppo Seguimi, per il quale l’atto di consacrazione non è sancito da voti ma dall’impegno di fedeltà a Dio come risposta al suo invito: «Se vuoi essere perfetto…» (Mt 19,21)[19], papa Francesco diceva il 14 marzo 2015:

18 F. Ciardi, I presbiteri e i nuovi carismi, in P. Coda – B. Leahy (edd.), Preti in un mondo che cambia, Città Nuova, Roma 2010, 100.

L’impegno dei consigli evangelici in un contesto generale di laicità è assorbito nell’unico obbligo fondamentale della fedeltà all’amore del Padre, a Cristo e al suo Vangelo, fedeltà all’azione dello Spirito Santo che è amore e libertà, fedeltà al patto vocazionale tra i membri del Gruppo, a cui vi obbligate a non venire meno. La fedeltà in Seguimi è sentita come massimo valore morale naturale, al quale vi legate in coscienza per rispondere alla chiamata di Dio, senza altri vincoli giuridici di origine positiva, convinti che se la fedeltà è veramente vissuta, altri legami non sono necessari. Dunque, la vostra è una forma di vita evangelica da praticare in un contesto di laicità e di libertà. Un programma di vita cristiana per laici, con obiettivi chiari e impegnativi, un modo originale di incarnare il Vangelo, una via efficace per camminare nel mondo. Le diverse forme di appartenenza rappresentano altrettante modalità di impegno e di partecipazione agli ideali dell’unica comunità. Celibi e sposi, ciascuno nel proprio stato di vita, si incontrano e condividono un’esperienza arricchente di complementarietà[20].

È sul fondamento del carisma condiviso reciprocamente, con impegno comune a tendere verso la perfezione dell’amore, garanzia di santità[21], che queste aggregazioni «propongono forme rinnovate della sequela di Cristo in cui approfondire la communio cum Deo e la communio fidelium, portando nei nuovi contesti sociali il fascino dell’incontro con il Signore Gesù e la bellezza dell’esistenza cristiana vissuta nella sua integralità» (IE 2).

  • 3). Cf A. Gutierrez, Cristiani senza sconto, a cura di «Seguimi», Roma 2001; A. Montan, «Vie di santità, vita fraterna e forme di adesione», in Nuove forme di vita consacrata, 179214; «Seguimi, Gruppo laico di promozione umana», in Pontificio Consiglio per i Laici, Associazioni internazionali di fedeli. Repertorio, 264-266.

È l’emergere della figura di Maria, vergine e laica, presente nel Cenacolo nel costituirsi della prima Chiesa in forza della reciprocità di esperienze di sequela del Signore risorto, a illuminare tutte le vocazioni ed in queste anche le forme rinnovate di sequela di Cristo, dove la comunione con Dio vissuta in stretta comunione con i fratelli è condizione per una presenza autentica in ogni ambito della vita sociale ed ecclesiale.

3. Condivisione dell’esistenza e comunione ecclesiale

Durante l’incontro di Pentecoste del 1998 Giovanni Paolo II affermava: «Oggi dinanzi a voi si apre una tappa nuova: quella della maturità ecclesiale. Ciò non vuol dire che tutti i problemi siano stati risolti. È, piuttosto, una sfida. Una via da percorrere. La Chiesa si aspetta da voi frutti “maturi” di comunione e di impegno»[22]. Si trattava di un programma ben preciso che il Papa delineava e che si rivelerà, poi, in piena sintonia con l’invito che, all’alba del terzo millennio, egli rivolgerà alla Chiesa auspicando che essa sia «casa e scuola di comunione»[23].

A distanza di anni da quei momenti, possiamo constatare che non mancano segni di un nuovo tempo di crescita nella comunione ecclesiale, frutto del cammino fatto su quella via che allora il Papa indicava come «da percorrere». Alla “Pentecoste del laicato”, avvertita negli anni successivi al Vaticano II come manifestazione e riconoscimento dei singoli carismi, è succeduto il tempo di una comprensione più profonda del senso della loro unità nello Spirito. Viene in rilievo, infatti, che l’unità nello Spirito tra carismi diversi, nella loro sorprendente varietà, così come tra carismi e Magistero, è il fondamento che precede ogni diversificazione. Da ciò scaturisce una testimonianza comune e consapevole del dono che ogni realtà è, del contributo particolare e insostituibile che essa apporta ed anche una nuova capacità di condividere i pesi, sperimentando poi la grazia di «rallegrarsi dei frutti degli altri, che sono di tutti» (Evangelii gaudium 99). Nello stesso tempo tale comunione apre al dialogo e sprona ad «uscire» dalle proprie sicurezze per raggiungere i luoghi di dolore e di povertà economica e morale dell’umanità. È la «cultura dell’incontro» a cui così spesso papa Francesco richiama e che ricordava con forza anche il 18 maggio 2013, durante la veglia di Pentecoste con i Movimenti, le nuove Comunità, le Associazioni e Aggregazioni laicali. Essa comporta andare incontro ad ogni uomo, a quello che condivide la stessa fede o a chi ne ha un’altra o dichiara di non confessare nessun credo, e pure a quello che più ricorda il volto straziato di Gesù: «Tutti hanno qualcosa in comune con noi: sono immagini di Dio, sono figli di Dio. Andare all’incontro con tutti, senza negoziare la nostra appartenenza»[24] diceva il Papa.

L’accoglienza della «sfida» lanciata da Giovanni Paolo II nella Pentecoste 1998 è stata evidente. L’adesione venne espressa subito, già in piazza San Pietro27. È impossibile qui ripercorrere le tappe che, in questi anni, hanno fatto, in certo senso, ripensare ai segni della realtà di comunione dei primi cristiani che suscitava stupore in chi li osservava – «guardate come si amano!»[25] – e dava testimonianza. Ricordiamo solo alcuni momenti del cammino intrapreso. All’indomani della Pentecoste del 1998, tra i responsabili dei vari Movimenti e nuove Comunità ci si è accordati per incontrarsi e rivivere nei diversi paesi, già nella Pentecoste del 1999, l’esperienza di comunione fatta a piazza San Pietro. Tale iniziativa ha costituito un momento importante di maturazione, anche nella comunione con le Chiese locali. Nel giugno 1999, poi, a Speyer, per iniziativa del Movimento dei Focolari, della Comunità di Sant’Egidio e del Rinnovamento nello Spirito in Italia, si sono incontrati 170 tra fondatori, coordinatori e rappresentanti di 41 Movimenti ecclesiali e nuove Comunità di vari paesi europei. In quella occasione Giovanni Paolo II constatava con gioia l’impegno messo nel cammino di comunione iniziato, il reciproco sostegno e la collaborazione che andava maturando nell’affrontare insieme le sfide della nuova evangelizzazione[26]. La conoscenza reciproca ha, inoltre, messo in moto una condivisione di beni, di esperienze, di spazi, di annuncio del carisma dell’altro. L’attenzione a tale impegno si è espressa negli anni pure con la nascita, all’interno di alcuni Movimenti o nuove Comunità, di segreterie per il lavoro inerente alla comunione tra queste realtà ecclesiali. Questo cammino tuttora prosegue e si rafforza, dando modo di crescere insieme, perché la comunione «è anche una storia di rapporti, di incontri, di esperienze»[27].

Da ciò sono scaturiti altri sviluppi che vanno colti come segni storici dell’operare dello Spirito[28]. Un primo evento da menzionare, in tal senso, è quello del 26 ottobre 2000 ad Assisi, quando i Francescani hanno chiesto un incontro con il Movimento dei Focolari. A distanza di dieci anni da quel momento intenso vissuto con tutta la famiglia francescana, si è fatto un ulteriore passo. Con la presenza di più di 2000 persone di vari Ordini e Istituti religiosi, Movimenti e Aggregazioni laicali, l’incontro «Carismi in comunione», tenuto ad Assisi il 23 ottobre 2010, è apparso un segno della bellezza del «profilo carismatico» della Chiesa. Momento culmine di esso è stata la firma, da parte di rappresentanti di carismi «antichi» e «nuovi», di un patto di comunione, sulla base di una promessa di reciproco amore al fine di «promuovere una cultura di

e di cooperare per affrontare insieme le sfide della nuova evangelizzazione. Sono, questi, segni eloquenti di quella maturità ecclesiale che auspico caratterizzi sempre più ogni componente ed articolazione della comunità ecclesiale». Il Papa affermava poi di aver potuto constatare di persona «quanto importanti siano i frutti di conversione, di rinascita spirituale e di santità che i movimenti recano alla vita delle Chiese locali. Grazie al dinamismo di queste nuove aggregazioni ecclesiali, tanti cristiani hanno riscoperto la vocazione radicata nel Battesimo e si sono dedicati con straordinaria generosità alla missione evangelizzatrice della Chiesa. Per non pochi è stata l’occasione di riscoprire il valore della preghiera, mentre la Parola di Dio è diventata il loro pane quotidiano e l’Eucaristia il centro della loro esistenza» (Giovanni Paolo II, Messaggio ai partecipanti al Convegno internazionale dei movimenti e delle nuove comunità ecclesiali, 3 giugno 1999, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XXII, 1 [1999], Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002, 1176).

comunione a tutti i livelli, favorendo la fraternità in ogni ambito della società a servizio della pace e dell’unità della famiglia umana»[29]. Tale iniziativa ha riscosso l’approvazione e il plauso dei rispettivi Dicasteri della Santa Sede (Congregazione dei Religiosi e Pontificio Consiglio dei Laici) che hanno visto in essa una realizzazione di quella comunione più volte auspicata nei documenti del Magistero, che fa «riscoprire le comuni radici evangeliche e insieme cogliere con maggiore chiarezza la bellezza della propria identità nella varietà carismatica, come tralci dell’unica vite» e aiuta a «gareggiare nella stima vicendevole (cf Rm 12,10) per raggiungere il carisma migliore, la carità (cf 1Cor 12,31)»33.

Un altro sviluppo importante è il cammino iniziato tra Movimenti e Comunità delle diverse Chiese cristiane già dal 1999 che dà vita al progetto «Insieme per l’Europa». Un documento del 2009, firmato da 86 responsabili di tali aggregazioni, ne presenta lo spirito, le modalità e i fini34. Nel testo vengono ripercorsi i passi vissuti in questo cammino di comunione tra cristiani uniti nel nome di Gesù, che ne è stato la guida: dal patto di amore reciproco, come fondamento, alla valorizzazione del carisma dell’altro, al perdono reciproco. Nel documento si ribadisce che i «Movimenti e Comunità che fanno parte di tale comunione sono espressione carismatica prevalentemente laica del popolo di Dio»[30] e che si impegnano insieme in un cammino «caratterizzato dall’ascolto della Parola di Dio»[31], in una prospettiva di unità che nasce dal vissuto, dallo sperimentare Gesù presente tra due o più uniti nel suo nome (cf Mt 18,20)37. Si precisa inoltre «che non si tratta di un’unità organizzativa né di una nuova struttura, ma di una comunione di amici in Cristo»[32] e si indicano le linee d’azione vigenti e valide anche per il futuro. Tale impegno comune di cristiani di diverse Chiese, a leggere i segni dei tempi e a dare insieme una risposta alle sfide sociali, lascia intravedere importanti risvolti anche a livello ecumenico.

È significativo il segno di unità dato da tali Comunità e Movimenti cristiani all’avvicinarsi dell’anniversario dei 500 anni di divisione tra la Chiesa cattolica e le Chiese luterane con l’evento, celebrato a Monaco già nel luglio 2016, dal titolo «Incontro. Riconciliazione. Futuro» per percorrere insieme la via della riconciliazione in vista di una comunione piena39. «Il vostro obiettivo è semplice, ma lo scopo è immenso – sottolineava il patriarca Bartolomeo nel videomessaggio inviato in quest’occasione –. Non c’è stato forse mai tanto bisogno e richiamo di riunirci, di stare insieme e di agire in solidarietà – sia in Europa, più in generale nelle regioni circostanti, così come a livello globale»[33].

Incoraggiando questo cammino, papa Francesco ricordava, da parte sua, l’urgenza di una riflessione e di un cambiamento di fronte all’emergere di tanti muri, visibili e invisibili che tendono a dividere il continente europeo: «Muri che si innalzano nei cuori delle persone. Muri fatti di paura e di aggressività, di mancanza di comprensione per le persone di diversa origine o convinzione religiosa. Muri di egoismo politico ed economico, senza rispetto per la vita e la dignità di ogni persona». L’Europa si trova a vivere una condizione complessa,

39 Tale impegno, che rivela, nel perdono sincero, l’intenzionalità di aver occhi nuovi nella rivisitazione del passato e, nello stesso tempo, apre al futuro, per scrivere nuove pagine di storia, mostra una forte sintonia con le parole di papa Francesco a Lund il 31 ottobre 2016. In quello storico incontro, a 500 anni dalla Riforma, il Papa ha detto con forza: «Non possiamo rassegnarci alla divisione e alla distanza che la separazione ha prodotto tra noi. Abbiamo la possibilità di riparare ad un momento cruciale della nostra storia, superando controversie e malintesi che spesso ci hanno impedito di comprenderci gli uni gli altri. Gesù ci dice che il Padre è il padrone della vigna (cf Gv 15,1), che la cura e la pota perché dia più frutto (cf Gv 15,2). Il Padre si preoccupa costantemente del nostro rapporto con Gesù, per vedere se siamo veramente uniti a lui (cf Gv 15,4). Ci guarda, e il suo sguardo di amore ci incoraggia a purificare il nostro passato e a lavorare nel presente per realizzare quel futuro di unità a cui tanto anela. Anche noi dobbiamo guardare con amore e onestà al nostro passato e riconoscere l’errore e chiedere perdono […]. Con questo nuovo sguardo al passato non pretendiamo di realizzare una inattuabile correzione di quanto è accaduto, ma “raccontare questa storia in modo diverso” (Commissione Luterana-Cattolica Romana per l’unità, Dal conflitto alla comunione, 17 giugno 2013, 16)» («Non possiamo rassegnarci alla divisione», in L’Osservatore Romano, 2-3 novembre 2016, 4).

sempre più globalizzata e sempre meno eurocentrica. Il pluralismo di esperienze e condizioni culturali, sociali, religiose, etiche è ormai una realtà di fatto, che interpella le coscienze e chiede risposte costruttive. «“Insieme per l’Europa” – diceva il Papa – è una forza di coesione con l’obiettivo chiaro di tradurre i valori base del cristianesimo in risposta concreta alle sfide di un continente in crisi. Il vostro stile di vita si fonda sull’amore reciproco, vissuto con radicalità evangelica. Una cultura della reciprocità significa confrontarsi, stimarsi, accogliersi, sostenersi a vicenda. Significa valorizzare la varietà dei carismi, in modo da convergere verso l’unità e arricchirla. La presenza di Cristo fra voi, trasparente e tangibile, è la testimonianza che induce a credere»[34].

Conclusione

Se pensiamo al cammino percorso dai Movimenti e nuove Comunità nella Chiesa postconciliare sembra di poter riconoscere due istanze significative di consacrazione. Esse appartengono già al nascere della prima Chiesa alla sequela di Gesù risorto.

C’è innanzitutto l’istanza di un discepolato fondato sulla diretta e continua familiarità con il Signore vissuta all’interno delle realtà esistenziali, comuni a tutti gli uomini. «Oggi abbiamo più che mai bisogno di contemplare Dio e le meraviglie del suo amore, di dimorare in Lui, che in Gesù è venuto a porre la sua tenda in mezzo a noi (cf Gv 1,14)»: così si esprimeva papa Francesco nel 2014 parlando all’Assemblea Generale dell’Opera di Maria (Movimento dei Focolari). Spiegava: «Contemplare significa inoltre vivere nella compagnia con i fratelli e le sorelle, spezzare con loro il Pane della comunione e della fraternità, varcare insieme la porta (cf Gv 10,9) che ci introduce nel seno del Padre (cf Gv 1,18), perché “la contemplazione che lascia fuori gli altri è un inganno” (EG 281). È narcisismo». Egli stesso citava poi un pensiero della fondatrice, Chiara Lubich: «Ecco la grande attrattiva del tempo moderno: penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo»[35].

D’altra parte c’è anche l’istanza di riconoscere ed esprimere il dono della presenza del Signore presente e operante attraverso la comunione, esprimendo questa in una condivisione di vita realmente riconoscibile come tale. Non è anche questo un modo nuovo di esprimere la costitutiva appartenenza al Signore dei discepoli inviati «due a due» nelle città degli uomini e la comunione che testimonia il Signore nel divenire «uno», «come» lui e il Padre, «perché il mondo creda» (cf Gv 17,21)?

Nel discorso preparato in occasione del conferimento del Dottorato Honoris causa da parte dell’Istituto Claretianum a Chiara Lubich43, ella stessa attribuiva i passi fatti nella comunione all’azione di Gesù, spiritualmente presente in mezzo a tutti coloro che vivono «impegnati a mantenerlo vivo costantemente, col loro reciproco amore a tutta prova, e con l’amore totale verso chiunque». Affermava: «È Lui, infatti,

presenza solidale e un’azione efficace, veramente libera e pura. Vi incoraggio a rimanere fedeli a questo ideale di contemplazione, a perseverare nella ricerca dell’unione con Dio e nell’amore vicendevole coi fratelli e le sorelle, attingendo alle ricchezze della Parola di Dio e della Tradizione della Chiesa, a questo anelito di comunione e di unità che lo Spirito Santo ha suscitato per il nostro tempo. E fate dono a tutti di questo tesoro!» (Francesco, «Uscire con coraggio verso umanità ferita. Udienza ai partecipanti all’Assemblea Generale del Movimento dei Focolari», 26 settembre 2014, in Insegnamenti di Francesco, II, 2 [2014], Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016, 303-304).

43 Nella Laudatio per il conferimento del dottorato, F. Ciardi mostrava l’apporto specifico della spiritualità dell’unità alle altre spiritualità nella Chiesa ed anche la realtà composita e articolata del Movimento da lei fondato. «Chiara Lubich ha visto approvato dalla Chiesa uno Statuto accompagnato finora da 18 regolamenti per altrettante diramazioni e branche. […] La comunità è composta da vergini e sposati, membri a pieno titolo del focolare, e questo obbliga a ripensare l’idea stessa di consacrazione. Il governo, sempre presieduto, per Statuti, da una donna, è lo spazio che consente a “Gesù in mezzo” di guidare il Movimento secondo il disegno di Dio. La finalità apostolica travalica luoghi e settori specifici per abbracciare gli orizzonti stessi del Figlio di Dio: “Che tutti siano uno”; tutti, senza alcuna esclusione di ambiti e di persone». Sono, infatti, presenti in esso membri delle diverse Chiese cristiane, fedeli di altre religioni, persone di buona volontà. Una realtà ecclesiale, dunque, che esprime in «bozzetto» una «Chiesa interamente ordinata alla reciprocità dell’amore, secondo il modello trinitario». Per questo, mentre sottolineava che il dottorato conferito dall’Istituto di Teologia della Vita Consacrata era «il riconoscimento dell’audacia della sua istituzione», p. Ciardi ribadiva che questa realtà nuova «apparsa nella Chiesa» e destinata a «fermentarla» dal di dentro, nel cammino alla comunione, era un «segno emblematico della grande stagione carismatica vissuta dalla Chiesa tra i due millenni» (F. Ciardi, «Laudatio per il Conferimento del Dottorato Honoris Causa a Chiara Lubich», in Claretianum XLV, Roma 2005,  21-22. Il testo della Laudatio è stato pubblicato anche in F. Gillet – R. Parlapiano [edd.], Dottorati honoris causa conferiti a Chiara Lubich, Laudationes, Motivazioni, Lezioni magistrali, Collana «Studi e Documenti», Città Nuova, Roma 2016, 362-369).

il Risorto, il principio, il mezzo e il fine della nostra comunione, nella Chiesa e oltre. È Lui, reso vivo e palpitante fra quanti si amano, la fonte dell’amore e della luce, l’artefice della nostra gioia. È Lui che vince il mondo, Lui che ha pregato così prima di morire: “Padre, che siano uno affinché il mondo creda. Che tutti siano uno” (cf Gv 17,21). Preghiera del Figlio di Dio al Padre. Preghiera quindi che non potrà non essere esaudita»[36].

[1] Per la bibliografia sul tema segnalo: Aa.Vv., Movimenti ecclesiali contemporanei. Dimensioni storiche, teologico-spirituali ed apostoliche, a cura di A. Favale, LAS, Roma 1991; Pontificium Consilium pro Laicis, I movimenti nella Chiesa. Atti del Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali. Roma 27-29 maggio 1998, “Laici oggi”, Città del Vaticano 1999; J. Castellano Cervera, Carismi per il terzo millennio. I movimenti ecclesiali e le nuove comunità, Edizioni OCD, Roma 2001; A. Favale, Comunità nuove nella Chiesa, Messaggero, Padova 2003; R. Fusco – G. Rocca (edd.), Nuove forme di vita consacrata, Urbaniana University Press, Roma 2010; G. Rocca (ed.), Primo censimento delle nuove comunità, Urbaniana University Press, Roma 2010; E. Scomazzon, Associazioni di fedeli: i “Movimenti ecclesiali”. Carisma, Statuti, consacrazione di vita, Lateran University Press, Città del Vaticano 2015; R. Fusco – G. Rocca – S. Vita (edd.), La svolta dell’innovazione. Le nuove forme di vita consacrata, Urbaniana University Press, Roma 2015.

[2] Pensiamo, ad esempio, ai rapporti con le Chiese locali o alle accuse di esclusivismo e autoreferenzialità spesso avanzate nei confronti dei Movimenti.

[3] Basta pensare a una collocazione e una definizione più precise delle nuove forme di consacrazione e delle nuove aggregazioni laicali nel CIC.

[4] Richiamando un suo discorso del 1984, il Papa continuava: «Essi “sono un segno della libertà di forme, in cui si realizza l’unica Chiesa, e rappresentano una sicura novità, che ancora attende di essere adeguatamente compresa in tutta la sua positiva efficacia per il Regno di Dio all’opera nell’oggi della storia”» (Giovanni Paolo II, «Inaugurazione della grande missione cittadina in preparazione al Giubileo del Terzo Millennio», Omelia, 25 maggio 1996, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XIX, 1 [1996], Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998, 1373).

[5] Cf J. Ratzinger, «I movimenti ecclesiali e la loro collocazione teologica», in Pontificium Consilium pro Laicis, I movimenti nella Chiesa, 23-51.

[6] Ibid., 32.

[7] Parlando dell’analogia tra la visione e l’esperienza di Basilio e le realtà ecclesiali nate nel XX secolo, Ratzinger notava: «Egli non intese affatto creare una sua propria istituzione da affiancare alla Chiesa istituzionale. La prima e vera e propria regola che egli abbia scritto, voleva essere – per dirla con Balthasar – non una regola di religiosi, bensì una regola ecclesiale, l’“Enchiridion del cristiano risoluto”. È quanto avviene all’originarsi di quasi tutti i movimenti, anche e soprattutto nel nostro secolo: si ricerca non una particolare comunità, bensì il cristianesimo integrale, la Chiesa che, obbediente al Vangelo, viva del Vangelo. Basilio, che in un primo tempo era stato monaco, accettò l’episcopato,

[8] Ibid., 47.

[9] Giovanni Paolo II, «Messaggio ai partecipanti al Congresso Mondiale dei Movimenti Ecclesiali promosso dal Pontificio Consiglio per il Laici», 27 maggio 1998, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XXI, 1 (1998), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2000, 1064.

[10] Cf Pontificio Consiglio per i Laici, Associazioni internazionali di fedeli. Repertorio, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004.

[11] A. Riccardi, «Dai movimenti alle comunità di fedeli nel Novecento», in C. Hegge (ed.) La Chiesa fiorisce. I movimenti e le nuove comunità, Città Nuova, Roma 2006, 50. 12 Cf Relazione di mons. Giovani Urbani su «Gli errori laicisti serpeggianti fra i cattolici, loro sorgenti e canali di derivazioni», in Archivio CEI, Assemblea Plenaria 1957-58-59, Documenti Assemblea Generale, Roma, Domus Mariae, 28-30 Ottobre 1957.

[12] Ibid., 5.

[13] Estratto dal Verbale della Seconda Seduta dell’Assemblea Plenaria della CEI, 29 ottobre 1957 in Archivio CEI, Assemblea Plenaria 1957-58-59, Documenti Assemblea Generale, Roma, Domus Mariae, 28-30 Ottobre 1957.

[14] Giovanni Paolo II, «Agli appartenenti ai Movimenti ecclesiali e alle nuove Comunità nella Vigilia di Pentecoste», Discorso, 30 maggio 1998, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XXI, 1 (1998), 1122.

[15] Cf Id., Messaggio ai partecipanti al Congresso Mondiale dei Movimenti Ecclesiali promosso dal Pontificio Consiglio per il Laici, 27 maggio 1998, 1065; Id., Agli appartenenti ai Movimenti ecclesiali e alle nuove Comunità nella Vigilia di Pentecoste, Discorso, 30 maggio 1998, 1121-1122.

[16] E. Scomazzon, Associazioni di fedeli: i “Movimenti ecclesiali”, 208.

[17] Ringrazio mons. Christoph Hegge per aver messo a disposizione il testo di una relazione da lui tenuta ad un incontro di Movimenti a Loppiano, Firenze nel giugno 2015 e di averne autorizzata la citazione.

[18] «Essi sovente svolgono un apostolato che supera i confini territoriali delle chiese particolari e che è rivolto a tutte le categorie di persone, spesso per fasce di età o intrattenendo dialoghi con la cultura contemporanea nelle diverse discipline umane, non solo religiose, riproducendo in qualche modo la vita e le attività apostoliche missionarie della Chiesa» (E. Scomazzon, Associazioni di fedeli: i “Movimenti ecclesiali”, 213).

[19] Nello Statuto della comunità si legge: «In Cristo, Dio e uomo perfetto, vediamo l’unico e supremo modello di comportamento, l’unico Maestro, forma ultima dello sviluppo umano. La nostra conformazione a Lui sarà innanzitutto nell’essere per poterlo seguire» (art. 3 § 2); «Ci adoperiamo a realizzare in noi stessi una personalità matura e integrata in tutti i fattori umano-cristiani fino alla testimonianza della santità che accetta i consigli di Cristo e il servizio profetico, regale e sacerdotale, in conformità a questo Statuto» (art. 4

[20] «Vangelo senza sconti», in L’Osservatore Romano, 15 marzo 2015, 7.

[21] Nello Statuto della Comunità dell’Emmanuele leggiamo all’art. n. 1, che ne specifica la natura e il fine: «La Comunità raduna cristiani (Christifideles) di ogni stato di vita, desiderosi di impegnarsi insieme in una vita contemplativa ed apostolica nel seno della Chiesa Cattolica. Tutti i membri, laici, sacerdoti, consacrati, si accolgono reciprocamente come fratelli e sorelle in Cristo, con una stessa chiamata alla santità e all’annuncio del Vangelo. Essi vogliono realizzare questa vocazione ciascuno secondo il proprio stato di vita e ministero. Si impegnano a formare insieme un’unica Comunità, all’interno della quale si promettono gli uni gli altri un’assistenza attiva materiale, fraterna e spirituale per la reciproca santificazione e l’annuncio del Regno di Dio» (La traduzione italiana dello Statuto, insieme a quella in altre lingue, viene riportata in Statuts de la Communauté de l’Emmanuel et de la Fraternité de Jesus, Editions de l’Emmanuel, 2009).

[22] Giovanni Paolo II, Agli appartenenti ai movimenti ecclesiali e alle nuove comunità nella vigilia di Pentecoste, Discorso, 30 maggio 1998, 1123.

[23] Cf Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Novo millennio ineunte, 43.

[24] Francesco, «Il Signore sempre ci sta aspettando, Veglia di Pentecoste con i Movimenti, le nuove Comunità, le Associazioni e le Aggregazioni laicali», 18 maggio 2013, in Insegnamenti di Francesco, I, 1 (2013), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2015, 201. 27 Cf C. Lubich, «Prospettive per una Chiesa del futuro», in C. Hegge (ed.), La Chiesa fiorisce. I movimenti e le nuove comunità, 95-96.

[25] Tertulliano, Apologeticum, 39, 7.

[26] Nel suo messaggio Giovanni Paolo II scriveva: «È bello e dà gioia vedere come i movimenti e le nuove comunità sentano l’esigenza di convergere nella comunione ecclesiale, e si sforzino con gesti concreti di comunicarsi i doni ricevuti, di sostenersi nelle difficoltà

[27] Cf J. Castellano Cervera, «Vita religiosa e movimenti ecclesiali», in Id., Il castello esteriore. Il “nuovo” nella spiritualità di Chiara Lubich, a cura di F. Ciardi, Città Nuova, Roma 2011, 96-110.

[28] Tra i segni del clima di collaborazione e di comunione tra “carismi antichi e nuovi” va ricordata l’Assemblea generale dell’Unione dei Superiori Generali del 27-29 novembre 2002 dove erano presenti, oltre ai 150 rappresentanti delle curie generalizie, anche 50 rappresentanti di 14 Movimenti e Associazioni laicali e si è guardato insieme alle sfide attuali. Sarebbe auspicabile che tale significativa iniziativa, che ha avuto in seguito altre manifestazioni, si ripetesse con regolarità.

[29] Sull’evento cf M. Maltese, «Un’expo di carismi», Città Nuova 44 (2010/21) 20-21. 33 Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Istruzione Ripartire da Cristo: un rinnovato impegno della vita consacrata nel terzo millennio, 30. 34 Basi della comunione tra Movimenti e Comunità cristiani, 11 novembre 2009, in www. together4europe.org.

[30] Ibid., n. 7.

[31] Ibid., n. 8. 37 Ibid., n. 2.

[32] Ibid., n. 13.

[33] «Il nostro mondo – continuava il Patriarca – si trova ad affrontare sfide senza precedenti, che ci obbligano a stare uniti, a lavorare insieme e a sostenerci l’uno l’altro. Anche quando la tentazione ci suggerisce di non stare insieme, i Cristiani in particolare sono chiamati a dimostrare il principio fondamentale della Chiesa, che è comunione (koinonia)» («Guardiamoci negli occhi. Saluto del patriarca Bartolomeo», in L’Osservatore Romano, 3 luglio 2016, 7).

[34] Famiglia di popoli, Videomessaggio di papa Francesco per la quarta edizione di Insieme per l’Europa a Monaco di Baviera, ibid.

[35] «Per realizzare questo è necessario allargare la propria interiorità sulla misura di Gesù e del dono del suo Spirito, fare della contemplazione la condizione indispensabile per una

[36] C. Lubich, «Conferimento della Laurea Honoris Causa in Teologia della Vita Consacrata», in Claretianum XLV, 33. Il testo della Lezione magistrale è stato pubblicato anche in F. Gillet – R. Parlapiano (edd.), Dottorati honoris causa conferiti a Chiara Lubich, 370-380.