Le diverse dimensioni della missione condivisa

Breve nota per la costruzione di reti solidali, corresponsabili e

interculturali nella missione della vita religiosa

 Luca Pandolfi

1. Paradigmi missionari e paradigmi d’inter-azione

Condividere l’esperienza missionaria significa condividere azioni, strategie, forme di compagnia e collaborazione e significa condividere territori, spazi e tempi di azione. Le interazioni coinvolgono sempre variabili personali e caratteriali dei soggetti in gioco e anche la storia delle Istituzioni, ma per delle istituzioni ecclesiali è importante sapere quali dovrebbero essere i presupposti teorico-pratici, le mappe concettuali e le forme d’interpretazione del ruolo della Chiesa stessa nel mondo, dell’orizzonte della sua missione.

Semplificando molto, e privilegiando un approccio fenomenologico e una lettura socioculturale, tre sono i modelli missionari soggiacenti che spesso possono essere rilevati nei modi di vivere la missione e di essere comunità religiosa (o cristiana) nel mondo. Queste tre modalità, diciamo così, determinano differenti forme di collaborazione e interazione (azione inter-soggettiva), sia interna alla comunità sia aperta a collaborazioni e forme di lavoro di rete con altre realtà esterne. Le elenchiamo schematicamente:

  1. una Chiesa che si pensa e agisce a servizio del regno di Dio (Chiesa per il regno),
  2. una Chiesa che si pensa e agisce a servizio di se stessa e della sua presenza/diffusione (Chiesa per la Chiesa),
  3. una Chiesa che nei suoi discorsi e programmi afferma di appartenere alla prima prospettiva ma nelle sue scelte, nei suoi progetti e nelle sue pratiche elabora, persegue e mette in atto la seconda (Chiesa del marketing-mask).

Da questi diversi approcci discendono, a mio parere, diverse modalità di vivere la missione e possibilità/progettualità di condividerla con altre realtà all’interno o all’esterno della comunità religiosa. La prima è una Chiesa (e quindi una comunità religiosa) che genera forme di pro-azione di stile partecipativo, nello stile dell’autentico lavoro di rete diffusa. La seconda è una Chiesa che usa i soggetti e le realtà ad essa collegate in modo funzionale. La terza è una Chiesa che attiva forme di condivisione, propone progettualità di collaborazione e partecipazione secondo le mode dominanti del lavoro in rete e del lavoro per progetti, ma non condivide ultimamente né la leadership né il controllo dell’orizzonte e dei frutti della missione. In fondo si maschera con forme partecipative e discorsi sulla condivisione, ma ha l’obiettivo di consolidare e far crescere se stessa e la sua posizione (sociale, culturale, religiosa, economica) in dati contesti.

2. Una Chiesa per il Regno o una Chiesa per la Chiesa

Gesù come voleva la sua comunità?[1] Forse occorre andare oltre la logica del potere e della dominazione e aprirsi alla logica del servizio ad un progetto più grande. Una Chiesa per il regno di Dio si percepisce come collaboratrice di un progetto più grande e vede nella sua missione ogni cosa a servizio, ogni dimensione sacramento, ogni scelta orientata e ogni pratica verificata e giudicata dalla coerenza con gli elementi di questo progetto più grande.

Il mistero della santa Chiesa si manifesta nella sua stessa fondazione. Il Signore Gesù, infatti, diede inizio ad essa predicando la buona novella, cioè l’avvento del regno di Dio da secoli promesso nella Scrittura: «Poiché “il tempo è compiuto, e vicino è il regno di Dio”» (Mc 1,15; cf Mt 4,17). Questo regno si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo. […] Ma innanzi tutto il regno si manifesta nella stessa persona di Cristo, figlio di Dio e figlio dell’uomo, il quale è venuto “a servire, e a dare la sua vita in riscatto per i molti” (Mc 10,45). […] La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, umiltà e abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio»[2].

In realtà Gesù, nei Vangeli, definisce poco cosa «sia» il Regno, la signoria di Dio, dedicandosi più a illuminare le dinamiche a volte incomprensibili del suo sopraggiungere, del suo sorprenderci, del suo diffondersi, del suo realizzarsi solo un domani in pienezza, ma in fondo essere già presente in mezzo a noi. Cosa e come potesse essere la vita degli uomini qualora non ci fossero re, padroni e dominatori di questo mondo, ma fosse Dio a «regnare» e gli uomini fossero tutti fratelli e sorelle tra loro, anche nella differenza, tutto questo già era indicato dalla Torah e reso più chiaro dai Profeti e dai Salmi. L’evento giubilare, la cui celebrazione e pedagogia era proposta ogni sette settimane di anni, e le forme dello shalom, già indicavano all’israelita che volesse essere sinceramente un «giusto» e un «amico di Dio» le dinamiche profonde della sua vita spirituale e dell’interazione con gli altri uomini e con il mondo creato. Il Regno e la signoria di Dio sono quindi un mondo di pace e giustizia, dove regna il servizio condiviso e la compassione per il piccolo, il povero, la vedova, l’esiliato, lo straniero. Servizio condiviso e svolto da un cuore libero capace di aprirsi sia con chi faccia parte della «propria comunità» sia con chi ne sia fuori o lontano. Un mondo dove «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono»[3] sono anche quelle degli amici e delle amiche di Dio.

Una Chiesa per la Chiesa è invece fine a se stessa e pone i segni di una perversione frequente nelle organizzazioni umane. Tutte le istituzioni e le realtà umane sono in vista di un progetto, di una missione, di un orizzonte che le trascende, ma quando l’istituzione, l’organizzazione, la comunità dei chiamati «per una missione», percepisce se medesima come il fine della missione, perde senso, prospettiva e significatività storica. Immaginiamo una scuola pensata per i professori o un ospedale immaginato a servizio dei medici o una comunità religiosa costruita per la realizzazione, sistemazione sociale ed economica, miglioramento della qualità della vita dei suoi ministri. Sarebbe un’aberrazione. Nella Chiesa cattolica questa deformazione si chiama, ad esempio, clericalismo: il gruppo di coloro che sono a servizio della comunità ne diventano padroni con forme di sacerdozio (sacralizzato) che neanche l’Antico Testamento aveva. Così se sacerdoti del Nuovo Testamento sono tutti i battezzati e non di meno, tutti, in virtù del battesimo, sono profeti e re, chiamati e unti per l’annuncio di un regno di giustizia e di pace, ecco che le comunità invece delegano, o il clero si appropria della missione che dovrebbe essere comune e condivisa. E spesso lo si fa in nome delle regole, della certezza e del controllo della tradizione, del controllo del carisma. Di per sé queste cose sarebbero un «servizio» utile alla comunità, ma possono trasformarsi in un deteriore accentramento e gestione del «potere». Diceva papa Francesco nel 2014 all’Udienza al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione:

Davanti a tante esigenze pastorali, davanti a tante richieste di uomini e donne, corriamo il rischio di spaventarci e di ripiegarci su noi stessi in atteggiamento di paura e difesa. E da lì nasce – ha scandito il Papa – la tentazione della sufficienza e del clericalismo, quel codificare la fede in regole e istruzioni, come facevano gli scribi, i farisei e i dottori della legge del tempo di Gesù. Avremo tutto chiaro, tutto ordinato, ma il popolo credente e in ricerca continuerà ad avere fame e sete di Dio.[4]

Il mondo della vita consacrata, presbiterale o meno, maschile e femminile, rischia continuamente di mutuare dal modello clericale la sua presenza nel mondo e le forme di collaborazione con altri soggetti della realtà ecclesiale e con gli uomini e le donne di buona volontà, chiamati, anche fuori della realtà ecclesiale, alla realizzazione del regno di Dio. In vista del controllo del carisma, delle istituzioni (e dei beni posseduti) dalla congregazione o famiglia religiosa, si chiede agli altri di collaborare come eterni minus habentes, come eterni figli/bambini/e di relativi/e padri/madri. E si ripropongono così modelli paternalistici, infantilizzanti, assistenziali e volontaristici che non promuovo corresponsabilità né alcuna condivisione reale della missione.

Così come il ministero, che sarebbe «ordinato» al servizio della comunità, rivolge la sua ordinazione (orientamento) verso se stesso e immagina la comunità come una sua appendice, derivazione, aggregazione di utenti del sacro o sudditi (v. piano del potere decisionale), similmente rischia di vivere la vita consacrata: in alcuni casi rilegge la propria presenza nel mondo finalizzata all’aumento e alla crescita di se stessa. Un esempio viene da come normalmente viene percepita la riduzione numerica o la chiusura di una congregazione: la si ritiene sempre un fallimento, una perdita, una morte e non la fine di un lavoro o di una missione. Forse sarebbe più corretto immaginare ogni esperienza umana come qualcosa che nasce e muore e non come qualcosa di eterno. In tal senso sarebbe meglio non cercare di far sopravvivere a tutti i costi una congregazione, ma chiedersi quali semi del Regno ha piantato nella sua storia: questi, se posti nella terra buona, nasceranno dopo di lei e, quando accetterà di morire, porteranno frutto al loro tempo. Troppe volte altresì si ritiene la via della consacrazione «religiosa» come detentrice di una soggettività missionaria privilegiata e «specializzata». Gli altri ne sono sempre e solo collaboratori, appendici, e ancora una volta sudditi. La problematica e l’orizzonte della «missione condivisa» ci aiutano a guardare da un’altra parte.

3. Relazione tra le forme «Chiesa», le dinamiche della missione condivisa e lo stile del lavoro di rete

La Congregazione per l’Educazione Cattolica nel 2007 ha pubblicato un documento dal titolo: Educare insieme nella scuola cattolica. Missione condivisa di persone consacrate e fedeli laici[5]. L’ambito è quello dell’educazione e della scuola cattolica, ma lo stesso paradigma (quello della missione condivisa, ripetuto nel documento 10 volte) potremmo immaginarlo per la pastorale, per la missione ad gentes, per il servizio in contesti di promozione umana. Il termine è diffuso da anni e segna l’orizzonte di molte comunità religiose che hanno ridotto di molto i numeri dei/delle loro consacrati/e ma anche di quelle comunità che, per la loro storia di servizio e testimonianza nel mondo, hanno da tempo scoperto la necessità di un lavoro di rete. Il networking come stile non solo di presenza sul territorio ma anche come forma interna, ecclesiale, religiosa di lavoro con altri soggetti ecclesiali, è reso sempre più necessario dalla molteplicità dei «contesti culturali e religiosi differenti» (Educare insieme…, n. 5). «Questa complessità “richiede un impegno di discernimento e di accompagnamento accresciuto” (sempre al n. 5) e una necessaria “forza connettiva” (n. 5) capace di collegare i fili di una situazione complessa»[6].

Qualora gli altri (laici, collaboratori, associazioni) legati alle varie congregazioni religiose, ma non con esse coincidenti, sono percepiti come altri appunto, esterni, collaboratori funzionali ad un progetto autoreferenziale, è difficile immaginare con onestà una missione «condivisa». È difficile concepire l’idea che si sia connessi in vista di una missione comune, anche più grande del carisma e della specifica presenza religiosa. Ma se ci si percepisce cooperanti in vista di un bene più grande, allora la prospettiva è diversa, seguendo quella spiritualità della comunione che è stata additata come la grande prospettiva che si spalanca alla Chiesa del terzo millennio. E spiritualità della comunione significa «capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico», dunque, come «uno che mi appartiene»; «capacità della comunità cristiana di fare spazio a tutti i doni dello Spirito» in una relazione di reciprocità tra le varie vocazioni ecclesiali7.

Religiosi, consacrati e laici (battezzati e cresimati, cioè chiamati, salvati e unti per una missione) che vivono in un medesimo contesto condividono più di un elemento fondante la dinamica missionaria. In forma schematica potremmo definire questa condivisione una vera comunione di dimensioni e processi umani, spirituali e contestuali. Religiosi e laici cioè condividono:

Religiosi Laici
Umanità  Umanità
Consacrazione  Consacrazione
Soggettività missionaria Soggettività missionaria
Età adulta Età adulta
Contesto socioculturale Contesto socioculturale
Progettualità Progettualità

Azioni                                     Azioni

È infatti importante pensare che si è tutte persone umane. Con le proprie qualità e risorse, con le proprie fragilità e con la propria storia. Riconoscersi e riconoscere l’umanità propria e dell’altro/a non è un passaggio banale in vista della missione condivisa. Forse è il primo passo e quello più necessario. Inoltre siamo tutti chiamati, salvati e consacrati per una missione. Non solo alcuni. Ricordarlo aiuta nel progettare e vivere insieme l’esperienza missionaria. Infatti dalla consacrazione (unzione per una missione e non «separazione» religiosa/spiritualistica astratta dal servizio al regno di Dio) nasce una diffusa anche se diversificata soggettività missionaria. Altro elemento spesso, troppo spesso sottovalutato o non assunto in modo serio, è che siamo tutti adulti. Basterebbe fare un brainstorming intorno alla parola «adulto» e poi verificare se ci comportiamo e trattiamo l’altro/a in modo coerente con ciò che noi stessi abbiamo definito facente parte della dimensione, della posizione e della dinamica propria di una persona adulta e di un gruppo di adulti. Sicuramente emergerebbero diverse opportunità per una seria missione condivisa così come emergerebbero paradossi e aberrazioni presenti in gruppi di adulti che non si considerano o non vengono trattati come tali. Infine condividiamo, anche se con gradi maggiori o minori di separazione, il medesimo contesto socioculturale, economico, politico e comunicativo. In questo contesto è impossibile e controproducente non condividere realmente la progettualità e le azioni conseguenti.

4. Una missione condivisa cioè un progetto condiviso

Nella rete ho trovato una interessante pianificazione e riflessione circa la missione condivisa dell’Équipe di Intervento Educativo Pastorale (EIEP)[7] della Provincia italiana della Congregazione delle Figlie di Cristo Re. Rielaborando quanto trovato posso suggerire che la missione condivisa presuppone o avrà bisogno della costruzione di

  • una struttura intersoggettiva dove ognuno sia soggetto e non strumento (implicito) della missione dell’altro;
  • una lettura condivisa e partecipata della realtà interna ed esterna alla dinamica della missione;
  • un progetto condiviso (educativo, pastorale, sociale, culturale), realizzato e portato avanti da una équipe plurale;
  • una struttura di animazione, gestione e responsabilità del Progetto; – una rete di relazioni umane, adulte e mature; – uno stile di vera corresponsabilità.

Ognuno di questi passaggi delinea una dimensione della missione condivisa che ha bisogno di essere accolta sinceramente nella sua struttura partecipativa e di reciproco riconoscimento intersoggettivo. Cioè non è possibile mettere in pratica nessuna missione condivisa senza un consenso profondo sulla dimensione partecipativa della trasformazione del mondo che supera la percezione dell’altro in termini meramente strumentali, immaginandolo funzionale ad un progetto proprio. È una sfida che nella ritrovata corresponsabilità laicale dopo il Concilio Vaticano II trova la vita religiosa9 chiamata ad una compagnia rinnovata con il mondo laicale. Il Congresso internazionale della vita consacrata svoltosi nel 2004 ricordava infatti come impegni primari:

  1. Identificare ciò che è nuovo, ciò che lo Spirito sta facendo sorgere tra noi.
  2. Discernere ciò a cui lo Spirito ci conduce, e fin dove ci porta.
  3. Proporre come da qui rispondere in modo nuovo alle sfide del nostro tempo, e così costruire il regno di Dio «per il bene comune» (1Cor 12,7)[8].

Da condividere è la mistica e la spiritualità così come l’esperienza comunitaria e il servizio pastorale, il carisma come la missione profetica, regale e sacerdotale: la missione condivisa è un protagonismo condiviso, è una leadership condivisa.

Spesso la questione gira infatti intorno alla leadership. Condividere sì ma fino a che punto condividere la linea di comando? Chi mantiene il controllo sulle decisioni? Chi detiene in ultima analisi la leadership? Il commento di padre Antonio Spadaro al documento della Congregazione dell’Educazione Cattolica torna ancora utile. Spadaro ribadisce il collegamento tra Chiesa per il Regno, strade della missione condivisa ed esercizio della leadership. In un paragrafo interessante dice:

Al di là del funzionalismo: una missione condivisa

Il delicato rapporto tra vocazioni e competenze, tra fede e cultura, tra relazioni e apprendimento vede sullo stesso campo di questa «missione ecclesiale» (n. 15) l’azione di religiosi e laici. Essa è da intendersi, come si evince anche dal titolo, come «missione condivisa» (n. 20. 27. 32. 40). Questo appare, in realtà, il punto saliente del documento: affermare chiaramente che la missione della scuola cattolica è una missione condivisa tra le varie componenti ecclesiali, che uniscono «le loro forze, in atteggiamento di collaborazione e di scambio di doni» (n. 15), pur con tutte le differenze di formazione, compito, carisma, grado di partecipazione a questa missione, che «potrà essere diversificato in ragione della propria storia personale» (n. 5). Si potrebbe ampliare la riflessione considerando che il Signore agisce e opera a largo raggio e, dunque, la collaborazione dei religiosi non è solo con coloro che esplicitamente e consapevolmente lavorano alla costruzione del Regno di Dio, ma anche con tutti coloro nei quali il Signore è all’opera anche senza che loro lo riconoscano in maniera chiara e distinta e che, con la loro azione, fanno crescere il Regno di Dio. Non ci sono limiti a tale collaborazione, che presuppone, per il suo riconoscimento, un fine discernimento e uno spirito di servizio umile. Infatti ciò implica innanzitutto scoprire come Dio lavori nelle persone che ci troviamo accanto e, quindi, comporta il saper mettere a disposizione se stessi. Occorre comprendere bene il valore della collaborazione così ad ampio raggio, perché ciò significa che il Signore ci chiama a vivere

cppsmissionaries.org/download/formation/CONGRESSO_2004_Italiano.pdf (ultimo accesso 30.01.2017).

la collaborazione anche con una persona di altra religione o comunque «di buona volontà[9].

4. Sfide dai segni dei tempi

Operiamo un salto. Nel mondo dello sviluppo imprenditoriale, la vita digitale e l’innovazione troviamo considerazioni come questa: Ora che ci muoviamo dall’era della burocrazia all’era delle piattaforme, i leader possono ottenere un impatto su larga scala non più attraverso il controllo delle risorse e delle persone, per mezzo di una autorità imposta – essenzialmente basata sulla paura – ma allineando i collaboratori verso una missione condivisa [corsivo mio]. Diventa essenziale motivare gli altri con esperienze esemplari, condividendo framework aperti e accessibili per l’azione, creando i giusti inviti all’azione[10].

La contaminazione tra linguaggio ecclesiale e vocabolario della politica, della psicologia sociale e della formazione aziendale è reciproco e forse, nel contesto europeo mediterraneo e settentrionale, è stata proprio l’organizzazione ecclesiastica monastica prima, accademica e quindi missionaria a fornire termini, concezioni, forme organizzative. Ora capita che la formazione aziendale oppure universitaria riproponga alla realtà ecclesiale ciò che in tempi più lontani dalla stessa ha ricevuto.

Parole chiave che incontriamo nel dibattito contemporaneo e nelle strategie di azione sono: rete, collaborazione, intersoggettività e direi soprattutto framework aperti. Il co-working (parola che letteralmente traduce collaborazione e cooperazione) prevede lo status di soggettività riconosciuta a coloro che fanno parte della rete di lavoro (network). In tal senso nel mondo scopriamo «segni dei tempi» che indicano un cammino sempre più consapevole nei popoli e nelle culture, benché con molte resistenze e tentativi di retromarcia. Oggi la connessione globale ma anche la valorizzazione emancipata delle soggettività locali comporta la ricerca di strade di condivisione e fusione interculturale consapevole piuttosto che polarizzazione identitaria.

È abbastanza condivisa l’analisi socioculturale e comunicativa che nota a livello generale il regresso dei massmedia (a struttura verticale) e la diffusione dei socialmedia (a struttura di rete diffusa): il continuo tentativo di controllo di quest’ultimi da parte dei centri di potere sta superando quello tradizionale dei massmedia che tuttavia ancora detengono spazi di potere comunicativo. In ogni parte del mondo è sempre più richiesto e consapevole il passaggio da forme di politica e di governo autoritarie (o con strutture di delega) a forme partecipative e non è un caso che aumentano le chiusure autoritarie o delegittimazioni della politica verso derive personalistiche e di accentramento: è a mio parere, il tentativo di arginare una interdipendenza e una connessione consapevole che però mina i poteri forti stabiliti ed egocentrici. Sembra che la sempre più diffusa emancipazione e le forme contemporanee di pluralismo (con le loro inevitabili contraddizioni) siano percepite come la minaccia più grande in chi vuole un mondo autoritario, sicuro nelle identità definite e gerarchicamente organizzato. Quest’ultimo modello di mondo a livello socioeconomico e culturale tuttavia ha prodotto esperienze coloniali genocide, alcune guerre mondiali (la terza, secondo papa Francesco, in atto oggi in modo diffuso e frammentato[11]) e una disuguaglianza spaventosa. Secondo l’autorevole ONG Oxfam:

L’1% più ricco possiede oggi più di tutto il resto del mondo insieme. Il potere e i privilegi sono usati per distorcere il sistema economico e allargare il divario tra i più ricchi e il resto. Una rete globale di paradisi fiscali inoltre consente alle persone più ricche di occultare 7,6 trilioni di dollari[12].

E, peraltro, questo 1% non è omogeneo: tra i privilegiati ci sono i privilegiatissimi. Presentando un sistema economico globale estremamente sbilanciato, l’Oxfam ci fa notare come oggi, nel 2016, le 62 persone più ricche del mondo possiedono maggiore ricchezza di quella appartenente a 3,6 miliardi di persone, la parte più povera che però è la metà dell’umanità. Il dato più preoccupante in termini di trend è che solo sei anni fa, nel 2010, per arrivare a questa disuguaglianza bisognava sommare il patrimonio delle 388 persone più ricche del mondo. In cinque anni la ricchezza di quelle 62 persone è cresciuta del 45%, mentre la “ricchezza” della metà più povera del mondo è diminuita del 38%. Le guerre, la disuguaglianza, le catastrofi naturali pagate in modo iniquo soprattutto dalle fasce escluse della popolazione, forme di governo autoritarie e corrotte connesse con i poteri finanziari dei paesi spesso di matrice europea e cristiana, queste sono le principali cause del devastante fenomeno migratorio. Migrazioni di popoli e culture che comportano aperture umanitarie, fusioni ed emersioni di forme inedite di intercultura e transcultura, contro le quali si oppongono però forme di chiusura inumana, egocentrica e irresponsabile. È di fronte a questo mondo diseguale, autoritario ed egocentrico che le comunità cristiane devono offrire forme di comunione, condivisione e collaborazione alternative e profetiche. Altrimenti rivivono, nel piccolo e nel locale, le stesse dinamiche di potere che devastano gli scenari globali. Coloro che sostengono di testimoniare profeticamente e di portare nella loro vita (in vasi di creta) i valori del Regno non possono che percorrere strade nuove, oltre la dinamica dell’accentramento del potere e della sottomissione gerarchica di alcuni ai progetti degli altri.

Lo «spirito del mondo» entra nel midollo stesso dell’appartenenza della vita consacrata alla Chiesa sotto forma di funzionalità. I mezzi tendono a occupare il luogo dei fini, le cause strumentali quello delle cause finali.

Ci può essere una mondanità spirituale quando ci si preoccupa eccessivamente del proprio carisma prescindendo dal suo reale inserimento nel santo popolo di Dio, confrontandosi con le necessità concrete della storia… e anziché essere «un dono dello Spirito alla Chiesa», la vita religiosa, così configurata, finisce per essere un pezzo da museo o un «possedimento» chiuso in se stesso e non messo al servizio della Chiesa[13]. Tra le sfide della Chiesa oggi è proprio il concetto di rete, la distribuzione della leadership e della responsabilità, la convivialità delle differenze. Le famiglie di vita consacrata, che sono consacrate per il servizio al regno di Dio, dovrebbero «motivare gli altri con esperienze esemplari» in un’esperienza di reale e corresponsabile cooperazione con coloro che esplicitamente (o implicitamente) e consapevolmente (o meno) lavorano alla costruzione del regno di Dio. Le strade della missione condivisa si percorrono oggi come momento collettivo di formazione e autoformazione a competenze necessarie nel contesto nel quale viviamo. Elencandole velocemente potrei dire che la missione condivisa oggi si realizza ben oltre le capacità pur sempre utili di costruzione di una squadra unita (team building). Oggi occorre fare esperienza e formarsi nelle tecniche e nelle metodologie dell’apprendimento cooperativo (cooperative learning), nella capacità di gestione di reti plurali (pluralist networking), nell’acquisizione di competenze interculturali e nella gestione di dinamiche progettuali partecipative (participative project management). Non sono derive tecnicistiche o sociologiche. Sono, secondo me, una forma concreta e umana di crescere insieme, un’ipotesi reale di camminare secondo i valori del Regno, un modo partecipativo di vivere la missione condivisa.

 

[1] Come si chiedeva negli anni ’80 il teologo Gerhard Lohfink in un libro che ha avuto numerose ristampe: Gesù come voleva la sua comunità? La Chiesa quale dovrebbe essere, Edizioni San Paolo, Milano (1986) 2015.

[2] Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, 21 novembre 1964, n. 5.

[3] Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, n. 1.

[4] J. Scaramuzzi, Il Papa: no al clericalismo di regole e istruzioni, non chiudiamoci (Pubblicato il 19/09/2014) in http://www.lastampa.it/2014/09/19/vaticaninsider/ita/vaticano/il-papano-al-clericalismo-di-regole-e-istruzioni-non-chiudiamoci-PAoTTKGd252fr8Dyfi9ycL/ pagina.html (ultimo accesso 30.01.2017).

[5] Congregazione per l’Educazione Cattolica, Educare insieme nella scuola cattolica. Missione condivisa di persone consacrate e fedeli laici, 8 settembre 2007. Cf http://www.vatican.va/ roman_curia/congregations/ccatheduc/documents/rc_con_ccatheduc_doc_20070908_ educare-insieme_it.html (ultimo accesso 30.01.2017).

[6] A. Spadaro, «Laici e religiosi nella Scuola Cattolica», La Civiltà Cattolica I (2008) 274. 7 Congregazione per l’Educazione Cattolica, Educare insieme nella scuola cattolica. Missione condivisa di persone consacrate e fedeli laici, 8 settembre 2007, n. 16. Cf http:// www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccatheduc/documents/rc_con_ccatheduc_doc_20070908_educare-insieme_it.html (ultimo accesso 30.01.2017).

[7] Cf http://www.eiep.altervista.org/missione-condivisa.html (ultimo accesso 30.01.2017). 9 Cf F. Martínez Díez, Refundar la vida religiosa, San Pablo, Madrid 1994; tr. it. Rifondare la vita religiosa. Vita carismatica e missione profetica, Paoline, Milano 2001.

[8] Congresso internazionale della vita consacrata, Passione per Cristo, passione per l’umanità. La vita consacrata nel XXI secolo, Paoline, Milano 2005. Cf http://www.

[9] A. Spadaro, «Laici e religiosi nella Scuola Cattolica», 274-275.

[10] Cf www.chefuturo.it/2016/10/eodf-organizzazioni-leadership/ sito sullo sviluppo imprenditoriale, la vita digitale e l’innovazione (ultimo accesso 30.01.2017).

[11] «È un’opinione personale, ma sono convinto che noi stiamo vivendo una terza guerra mondiale a pezzi, a capitoli, dappertutto. Dietro questo ci sono inimicizie, problemi politici, problemi economici – non solo, ma ce ne sono tanti, per salvare questo sistema dove il dio denaro è al centro, e non la persona umana – e commerciali. Il traffico delle armi è terribile, è uno degli affari più forti in questo momento». Cf Conferenza Stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno dalla Turchia del 30.11.2014 in https://w2.vatican. va/content/francesco/it/speeches/2014/november/documents/papa-francesco_20141130_ turchia-conferenza-stampa.html (ultimo accesso 30.01.2017).

[12] Cf http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2016/01/Rapporto-Oxfam-Gennaio-2016_-Un-Economia-per-lunopercento.pdf (ultimo accesso 30.01.2017).

[13] Brano tratto dall’intervento tenuto a Roma il 13 ottobre 1994 nella XVI Congregazione Generale del Sinodo sulla Vita Consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo, dall’allora Vescovo ausiliare di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio. Cf Vita consacrata 50 (2014) che cita Vida Religiosa, vol. 115, 7 (2013).