Esperienze di collaborazione nella “missio ad gentes”

Alberto Trevisiol – Tiziana Longhitano

Collaborare in contesto missionario

Collaborare viene dal latino cum e laborare «lavorare»: lavorare insieme, «partecipare attivamente insieme con altri a un lavoro per lo più intellettuale, o alla realizzazione di un’impresa, di un’iniziativa, a una produzione»[1]. Labor è la fatica, lo sforzo, più ancora che il lavoro stesso, cum rappresenta la fatica condivisa, lo sforzo che appartiene a quanti stanno partecipando a quella iniziativa. Questo comporta che il lavoro possa essere condiviso a partire dall’ideazione del progetto e l’aiuto non arrivi in un secondo momento cioè dopo che la fase di ideazione intellettuale è stata approntata. Quest’ultima spiegazione non darebbe ragione del termine poiché si tratterebbe solo di una richiesta di aiuto, non richiederebbe la partecipazione attiva che si realizza dal momento dell’ideazione del processo, momento nel quale la creatività si sprigiona dall’insieme delle menti e il progetto godrà di quella comunione intellettuale che il rapporto reciproco esige. Collaborare è mettersi insieme tra diversi (persone e/o istituzioni), costruire un progetto che appartiene a tutti, non che copra solo l’emergenza di un momento speciale, perché quando nasce una collaborazione scattano delle relazioni che eccedono dal tempo puntuale richiesto dall’attività condivisa e permangono. Collaborare comporta una certa kenosi poiché implica l’accettazione del fatto che quando ci si espone (ci si dona) avviene una trasformazione personale/istituzionale grazie alla creatività di ciascuno. Così ciascuno si riconsegna al donatore in altra forma, arricchito.

È la categoria biblica dell’alleanza a dare fondamento teologico a questo modo di intendere la collaborazione perché si fonda sulla comunione trinitaria. In Dio, ciascuna delle divine persone si dona all’altra in reciprocità senza per questo diminuire se stessa; anzi, nel dono di sé si distingue dalle altre rimanendo pienamente se stessa. Anche il genere umano viene coinvolto nello stile trinitario che abbiamo appena fatto emergere: è chiamato a partecipare alla vita divina. Dio lo chiama a collaborare con sé non quando tutto è già stabilito, poiché – spiega Luigi Sartori – se è vero che la Bibbia non offre l’idea di una completa autonomia «è altrettanto vero che l’uomo non è nemmeno solo esecutore; a lui compete di articolarsi con Dio anche nella fase di ideazione e di decifrazione del piano divino. In ogni caso la storia resta aperta; il novum creativo è costante. Il già dato e realizzato porta certamente con sé linee essenziali e permanenti che comandano ogni passo futuro; ma non è esaustivo della creatività»[2].

Oltre ai dati teologici la collaborazione è richiesta dai processi socio-culturali che richiedono interventi multilaterali e comprensivi di differenti specializzazioni. Il nostro tempo offre cambiamenti che hanno bisogno di essere compresi e accolti da diversi punti di osservazione per affrontare con saggezza evangelica le trasformazioni che il nostro tempo urgentemente chiede. Ogni processo di apertura determina cambiamenti nei quali sicurezze e abitudini cedono il passo a stili diversi con variazioni che provocano desolazione e morte, tuttavia aprono anche strade nuove verso territori inesplorati. Siamo al punto di dover ripensare lo stile della presenza missionaria sia per la riduzione numerica dei membri delle congregazioni, sia perché le Chiese locali assumono le esigenze pastorali e missionarie dei propri Paesi, come il Concilio auspicava. Ma il ruolo delle consacrate e dei consacrati oggi non è meno decisivo se assunto con responsabilità e creatività spirituale poiché abbiamo la possibilità di suscitare una sapienza nuova nelle pieghe di questo nostro mondo, tornare a essere profetici per superare e risanare la globalizzazione dell’indifferenza e far avanzare quella della solidarietà[3].

Collaborare è mettere risorse, energie personali e comunitarie a servizio non di una missione piccola, ristretta agli interessi di un particolare, ma porle a servizio dell’umanità che attende di vedere esperienze concrete di fraternità da religiose e religiosi che sanno abbandonare la mentalità consumistico-privata a favore della costruzione di un mondo davvero sorerno e fraterno; perciò la collaborazione costituisce una scelta controcorrente di persone capaci di scegliere il meglio della generosità in un mondo che invece guarda al proprio interesse. Collaborare «significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una “spiritualità di etichetta”»[4]. Fondatrici e fondatori ci hanno indicato uno stile che forse poi noi, attratti da altre urgenti questioni, abbiamo trascurato: essere Chiesa una nel vivere e diffondere il Vangelo percorrendo vie di santità.

Collaborazione come conversione

La collaborazione è essenzialmente un processo di conversione. Il sostantivo viene dal greco metánoia che esprime il cambiare opinione/ parere; risulta composto da méta, che significa andare oltre e noûs, pensiero[5]. Vuol dire trovare significati che ancora non avevamo compreso, imparare ad andare oltre con il pensiero, vedere ciò che ancora non eravamo stati in grado di vedere[6]. La spiegazione esperienziale di questo stile di trasformazione collaborativa ce la offre l’esperienza di padre Alberto Trevisiol, missionario della Consolata e Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana:

francesco/it/messages/peace/documents/papa-francesco_20151208_messaggio-xlixgiornata-mondiale-pace-2016.html.

Noi religiosi più adulti siamo stati abituati a riflettere e a insistere sull’identità dei nostri istituti e sull’importanza del nostro carisma; perciò ci siamo sentiti religiosi nella misura in cui vivevamo della nostra identità e del nostro carisma. Anch’io sono stato educato secondo indicazioni di identificazione con l’Istituto e il carisma. Ma quando sono andato in missione, in Congo, contrariamente a quanto avevo sperato, l’arcivescovo mi ha mandato in un seminario teologico. Così obbedendo a un superiore che non aveva tenuto conto dei miei desideri e dei contenuti teologico-religiosi che avevo imparato, mi ha consegnato a un impegno per cui nessuno mi aveva preparato e ho dovuto cercare le risposte alle mie domande insieme a coloro che mi stavano accanto.

La prima vera cooperazione è stata quella di imparare a diventare missionario sul posto, confrontandomi con la realtà di fronte alla quale il Signore mi aveva posto, sconvolgendo i miei presupposti ideali e pseudospirituali. Dovevo collaborare con altri per dirigere il seminario ed è stata una spinta ad accogliere la diversità con la quale dovevo confrontarmi; non una diversità di azioni, ma di identità profonda. Essa, poco alla volta, entrava in me e mi ricreava come persona nuova: avveniva la metánoia, il cambiamento di mente, di pensiero.

È stato il confronto con una alterità diversa dalla mia che mi ha aperto una visione altra della missione, per cui ciò che capitava per quanto nuovo e «strano» era normale. Avvertivo che la mia persona maturava accogliendo ciò che l’altro mi donava, ciò che l’altro era, ciò che l’altro mi diceva e mentre rispondevo alle istanze che venivano da fuori con la generosità di cui disponevo al momento. Così mi trasformavo e diventavo disponibile a dire sì a tutto, anche a fatti che non immaginavo reali per me e che avrei dovuto compiere.

Dopo un anno il vescovo mi ha mandato in un’altra zona del Congo e, nella festa di saluto, una anziana compie uno «strano» gesto: in mezzo al silenzio della folla lì convenuta, mi sputa in faccia e se ne va. Non è stato semplice non reagire poiché nella mia cultura quel gesto arreca un’offesa profonda alla persona che lo riceve. Ma il catechista che avevo accanto mi ha spiegato che l’anziana era «donna di dio», venuta dal villaggio a portare la stessa benedizione di una madre al figlio che deve prendersi cura di lei. Anche questo gesto aveva cambiato la mia visione delle cose e dato spazio ad altre simbologie, arricchendo la mia mente e allargando il mio modo di pensare. Collaborare significa essenzialmente rifarci un cuore secondo il cuore della gente e imparare ad amare non secondo le nostre misure, ma col metro di chi ci sta vicino. Se arriviamo a questo cuore, capace di accogliere la molteplicità nella sua straordinaria manifestazione e riusciamo a sentire che noi diventiamo come l’altro, allora noi impareremo ad amare e a collaborare[7].

Allargare il cuore all’altro è faticoso, richiede sforzo; è un lavoro su se stessi costante e impegnativo. Conosciamo la difficoltà che il collaborare comporta per motivi storici, culturali; per mancanza di apertura tra le congregazioni, poiché purtroppo qualcuno ancora pensa che il carisma sia soltanto «proprio» cioè appartenga solo alla propria congregazione non alla Chiesa e all’umanità intera. Alcuni pensano ancora che cedendolo, donandolo, mettendolo in comunione con altri si disperda. Il Signore Gesù ci ha dato un altro esempio: «Tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15) e i discepoli di Giovanni continuano sulla stessa linea dandone motivazione: «Perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1Gv 1,3).

Un salto qualitativo in questa direzione ce lo chiede papa Francesco nella Lettera Apostolica scritta in occasione dell’anno dedicato alla Vita consacrata. Lì aveva espresso delle attese che potrebbero essere un programma di vita verso una collaborazione intercongregazionale. Ecco un passaggio significativo:

Mi aspetto inoltre che cresca la comunione tra i membri dei diversi Istituti. Non potrebbe essere quest’Anno l’occasione per uscire con maggior coraggio dai confini del proprio Istituto per elaborare insieme, a livello locale e globale, progetti comuni di formazione, di evangelizzazione, di interventi sociali? In questo modo potrà essere offerta più efficacemente una reale testimonianza profetica. La comunione e l’incontro fra differenti carismi e vocazioni è un cammino di speranza. Nessuno costruisce il futuro isolandosi, né solo con le proprie forze, ma riconoscendosi nella verità di una comunione che sempre si apre all’incontro, al dialogo, all’ascolto, all’aiuto reciproco e ci preserva dalla malattia dell’autoreferenzialità[8].

Sappiamo bene, perché abbiamo imparato da lungo tempo a discernere i segni dei tempi, che questo non è solo l’incoraggiamento del Papa attuale: è risposta qualificata alle domande di quanti attendono di ricevere la buona notizia della salvezza.

Per parlare di collaborazione in concreto – oltre alle esperienze già citate – ho scelto ambiti nei quali credo che l’esperienza sia già collaudata, vissuta e ricercata come la collaborazione tra vescovi, nell’ambito formativo più generale e quello universitario, varie tipologie di collaborazione nella missio ad gentes, tra missionari e Chiese territoriali, tra differenti congregazioni e con i laici. Ci sarebbero altre esperienze ed altri ambiti che tempo e spazio a disposizione impediscono di narrare. I fatti qui riportati sono quasi tutti di prima mano, per questi evidentemente non posso rimandare a documentazione cartacea se non nei contenuti valoriali che li costituiscono e li sostengono; a quelli di seconda mano offro il supporto cartaceo reperibile.

Collaborazione nella formazione

Prima del Concilio Vaticano II e ancora per qualche tempo dopo, le congregazioni religiose hanno vissuto una certa competizione; ciascuna si percepiva come «la migliore», era autosufficiente, aveva il proprio campo di azione ben delineato e delimitato. Chiuse in se stesse, non comunicavano se non raramente e per questioni strettamente necessarie. Giovanni XXIII aveva posto le basi per un modo altro di operare. Nel 1959 scrisse un’enciclica sulle missioni cattoliche, la Princeps Pastorum dedicando un capitolo ai «Provvidi sviluppi sotto i pontificati di Pio XI e Pio XII, nella fraterna collaborazione tra il clero locale e i missionari d’altri paesi». Si dice:

Il Nostro immediato predecessore esortò i vescovi affinché, con spirito di collaborazione fraterna e disinteressata, provvedessero all’assistenza spirituale dei giovani cattolici venuti nelle loro diocesi dai paesi di missione, per compiere gli studi e acquistare esperienze che li metteranno in grado di assumere funzioni direttive nel proprio paese[9].

La collaborazione fraterna tra i vescovi qui presentata ha un fine dichiaratamente formativo ed è tesa a far apprezzare quella forma di intelligenza e capacità conoscitiva tipica dei giovani provenienti dalle missioni. Oggi questo è normale; ma non era visione comune nel secolo scorso, fino al Concilio Vaticano II. Con il decreto Perfectae caritatis, il Concilio incoraggia apertamente la collaborazione fra i membri di un istituto in vista del rinnovamento interno (n. 4), favorisce la nascita di «conferenze o consigli dei superiori maggiori» in modo da contribuire a far conseguire meglio il fine proprio dei singoli istituti, a promuovere una più efficace collaborazione per il bene della Chiesa, a distribuire più razionalmente gli operai dell’Evangelo in un determinato territorio, nonché a trattare le questioni che i religiosi hanno in comune e a stabilire una conveniente opera di coordinamento e di collaborazione con le conferenze episcopali per quanto riguarda l’esercizio dell’apostolato (n. 23).

In seguito l’esperienza ha ratificato quanto il Concilio suggeriva e la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, pubblicò l’istruzione Potissimum institutioni (1990) a cui fece seguito La collaborazione inter-istituti per la formazione del 1999, segno che le sfide formative occupano sempre l’attenzione ecclesiale e generano richieste evidenti di collaborazione, di fronte a un «compito molto complesso che non sempre può essere realizzato dai formatori e dai docenti di un solo istituto»[10]. Da notare tuttavia che nel 1992 le Pubblicaciones Claretianas di Madrid diffondono un Diccionario Teológico de la vida consagrada, apparso in italiano nel 1994 nel quale manca la voce «collaborazione» e simili persino nel suo Supplemento del 2003[11].

È presente però la voce «comunione», spiegata teologicamente come comunione con Dio, con Cristo, con lo Spirito Santo e accostata alla dimensione ecclesiale. Quando, nella seconda parte della voce si declinano gli Imperativi della comunione non ci si riferisce in modo esplicito alla collaborazione che si potrebbe attivare fra diversi istituti o con differenti membra del popolo di Dio, ma a ciò che la vita consacrata ha in comune (comune vocazione, consacrazione, missione), alla comunione col genere umano, al servizio che i carismi offrono, ma i principi di reciprocità, partecipazione e corresponsabilità che sostengono ogni tipo di collaborazione sono visti solo nella loro dimensione teologica come partecipazione alla missione di Cristo. Tuttavia, lo spiraglio aperto di quel brevissimo passaggio sui principi di cui sopra consente di aprire una riflessione a proposito. La comunione si spiega come apertura agli altri, come il donarsi «ad essi ed accettandoli come sono; condividendo idee, sentimenti, difficoltà»[12].

Il livello universitario

Quando dal livello formativo più generale si passa alla formazione di tipo universitario, ci si può riferire all’esperienza delle università pontificie. Qui parlo della Pontificia Università Urbaniana ma, mutatis mutandis, si potrebbe dire la stessa cosa di ogni istituto superiore di formazione. La Pontificia Università Urbaniana a livello formativo non solo ha implementato i contenuti e i suggerimenti che giungevano dai documenti ufficiali, ma ha garantito, e garantisce anche oggi, un bacino di esperienza straordinario di collaborazione tra cardinali, vescovi, formatori, docenti e studenti da paesi e territori di missione più vari. Penso che il carattere missionario della Pontificia Università Urbaniana sia diventato un vero e proprio carisma, un dono dello Spirito che si è accresciuto nel corso dei secoli; le persone che si sono succedute alla sua guida con sempre maggiore consapevolezza hanno custodito e coltivato questa sua natura missionaria, accrescendola[13]. Una breve sintesi del suo

gico della Vita Consacrata, Àncora, Milano 1994 e G.F. Poli, Supplemento al Dizionario Teologico della Vita Consacrata, Àncora, Milano 2003.

background aiuterà a cogliere l’essenza, l’indole e il carisma spiccatamente missionari della Pontificia Università Urbaniana.

Nel 1622 papa Gregorio XV fonda un collegio finalizzato alla formazione dei missionari. Urbano VIII nel 1627 erige un Collegio nel quale venivano accolti e formati chierici «con lo scopo di propagare e difendere la fede cattolica in tutto il mondo»[14] anche a costo della propria vita e chiede la collaborazione dei padri Teatini ai quali affida la formazione e l’istruzione degli studenti. Già da allora gli studi prevedevano un iter che giungeva al dottorato per coloro che completavano il curriculo in filosofia e teologia[15]. Da allora i progressi culturali hanno accompagnato la nostra università che si è avvalsa della collaborazione di chierici, laici, religiose e religiosi di ogni ordine e congregazione, mantenendo un suo specifico orientamento all’evangelizzazione dei popoli. Le facoltà e gli istituti di ricerca formano studenti che possano annunciare il Vangelo e supportare la Chiesa universale e le Chiese locali presenti in tutti i punti della terra[16]. Oggi abbiamo 1112 studenti provenienti da 16 Paesi dell’Africa, 3 dell’America centrale e 3 dell’America Latina, 13 dell’Asia e 5 dell’Europa, Italia compresa. La varietà di provenienza del corpo docenti è corrispondente a quella degli studenti e la loro collaborazione è mediata dai vescovi dei territori di provenienza. Inoltre, abbiamo 105 Istituti affiliati nelle missioni con i quali collaboriamo a livello culturale per la formazione dei loro docenti. Ciò è reso possibile grazie a delle borse di studio e a un collegio[17] aperto ad hoc dalla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli[18]. Lo scopo è preparare in loco il futuro clero affinché, radicato nella propria cultura, abbia la migliore formazione possibile. Si tratta anche in quei Paesi di programmare i corsi,

tematiche più generali, i contenuti dichiarano una visione decisamente missionaria. Qui cito solo i più recenti riferiti nei rispettivi Atti: 2015 – Il cammino della missione. A cinquant’anni dal decreto Ad gentes; 2014 – In ascolto dell’America. Popoli, culture, religioni, strade per il futuro; 2013 – In ascolto dell’Asia. Società e religioni fra tradizione e contemporaneità; 2012 – In ascolto dell’Africa. Contesti, attese, potenzialità.

di valutare e correggere i lavori in modo che siano qualitativamente rispondenti alla formazione di tipo universitario.

Ciascuno contribuisce alla comunione della Chiesa universale con l’impegno nello studio, secondo la propria specifica preparazione ed esperienza, sapendo che la competenza acquisita e trasmessa con professionalità è importante per la realizzazione della comunione fra tutti, non perché tutto ciò viene suggerito da esortazioni o documenti ufficiali[19], ma per la naturale e inclusiva apertura dell’essere cristiano.

«È assai conveniente che le giovani Chiese partecipino quanto prima, di fatto, alla missione universale della Chiesa, inviando anch’esse missionari a predicare dappertutto il Vangelo, anche se soffrono per la scarsezza del clero». E ne dà la ragione: «La comunione con la Chiesa universale raggiungerà in un certo modo la sua perfezione solo quando anch’esse prenderanno parte attiva allo sforzo missionario diretto verso le altre nazioni»20.

Esperienze formative di livello universitario sono presenti anche nelle comunità missionarie dei continenti. Qui vi parlo di un polo nascente nel Senegal: le Centre Saint Augustin (CSA) nato dalla creatività di diverse congregazioni, maschili e femminili, approvato dalla Conferenza episcopale del Senegal e sostenuto dall’Unione delle superiore maggiori (COSMAS). Offre alle religiose, ai religiosi e ai laici la formazione filosofica e teologica iniziale, accompagna la preparazione ai voti perpetui dei giovani religiosi e religiose di ogni congregazione, rinforzando la conoscenza accademica. Oggi è affiliato alla Pontificia Università Salesiana di Roma e collegato con la Scuola teologica Saint Cyprien di Ngoya-Yaoundé[20].

Collaborare con Cristo nella missio ad gentes

Papa Francesco propone una teologia che vede l’intero popolo di Dio protagonista dell’evangelizzazione; esso è chiamato in tutte le sue componenti a collaborare nella missio ad gentes. In spirito sinodale, incoraggia ogni componente del popolo di Dio – a cominciare dai vescovi di differenti conferenze episcopali – a rafforzare continuamente una «fruttuosa e indispensabile collaborazione tra le diverse forze ecclesiali, in spirito di solidarietà e di condivisione, di modo che sia il popolo cristiano nel suo insieme a essere missionario»[21].

Nel Vangelo si sottolinea che la missione dei discepoli si radica su quella di Cristo, è collaborazione con quella del Maestro il quale, dopo aver affidato il mandato dell’evangelizzazione assicura loro: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). «La missione, pertanto, non si fonda sulle capacità umane, ma sulla potenza del Risorto» (RM 23). «Gli Atti degli apostoli dimostrano con evidenza che i nostri antenati nella fede pensavano in questo modo. Il loro metodo apostolico era proprio questo: inviare i messaggeri del Vangelo in altre regioni, senza preoccuparsi che la comunità locale fosse, nella sua totalità, convertita alla fede di Cristo. In questa maniera gli apostoli e i loro collaboratori obbedivano al comando di Cristo: “Andate e insegnate a tutte le genti” (Mt 28,19), riponendo tutta la loro fiducia nella volontà di Dio che vuole “che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4)»[22].

È questa spinta evangelizzatrice che, rispettando la diversità carismatica di ciascun istituto, può dare testimonianza della forza prorompente del Vangelo, ma anche della saggezza che unisce i popoli e fa in modo che ciascuno, nella propria sorprendente originalità contribuisca alla salvezza e, umanizzando le relazioni attraverso la promozione di valori tipicamente evangelici, giunga a pienezza. Sono più che conosciute le esperienze di collaborazione alle Chiese di recente formazione che la maggior parte delle congregazioni religiose, femminili e maschili, offrono in zone non facili attraverso la formazione dei catechisti, l’educazione alla fede unite ad attività di ordine pastorale e sociale in vista della maturità umana e cristiana.

Possiamo qui parlare di esperienze di collaborazione che consentono al Cristo di incontrare un popolo nei momenti duri della propria storia come in quelli più sereni.

Quando la Sierra Leone è stata colpita dall’ebola, i Camilliani e le Suore Ministre degli Infermi si sono coinvolti sostenendo e rafforzando le strutture sanitarie, donando un sostegno psicosociale e pastorale alle comunità locali più colpite e vulnerabili. Hanno creato prima una CTF (Camillian Task Force) che è diventata una Fondazione il cui scopo è la «ricostruzione della dignità umana nelle persone colpite dai disastri, attivando e trasformando le comunità resilienti, capaci di sostenersi e vivere una fede in pienezza»24. Impegnati in azioni concrete di sostegno alla comunità locale hanno curato e dato sostegno a tutti, senza distin-

24 Nel 2016, la CTF (Camillian Task Force) composta da religiosi Camilliani, da Suore Ministre degli Infermi e laici impegnati è diventata una Fondazione con il nome ufficiale CADIS (Camillian Disaster Service International). Il 4 luglio 2016, presso la Casa Generalizia dei Camilliani a Roma, si è tenuto il primo Consiglio di Amministrazione della Fondazione CADIS ex CTF (Camillian Task Force). Ne fanno parte il Superiore generale dell’Ordine, i Consultori generali, p. Dietmar Weber (camilliano – provincia tedesca); Sr. Liberty Elarmo (Consigliera generale delle religiose Ministre degli Infermi); Sr. Sabine Zida (Consigliera generale delle Figlie di san Camillo); la sig.ra Anita Ennis (membro del Comitato centrale della FCL-Famiglia Camilliana Laica) e il dott. Gianfranco De Maio (responsabile medico di MSF-Medici Senza Frontiere Italia). La Fondazione è espressione unitaria dell’impegno dell’Ordine nell’ambito dell’intervento umanitario in azioni di emergenza, riabilitazione e sviluppo volte a promuovere la resilienza nelle comunità. La Fondazione ha lo scopo di proseguire l’azione della Curia Generalizia – subentrandole nella funzione di direzione e coordinamento delle entità operative, per offrire in tutto il mondo aiuto umanitario, sanitario e pastorale in special modo alle vittime di disastri naturali o provocate dall’azione umana – e potenziare la dinamica partecipativa di tale azione.

zione fra cristiani, musulmani o appartenenti a religioni tradizionali; hanno accolto un numero sempre crescente di bambini orfani assicurando maggior sicurezza alimentare[23].

Sappiamo quanto la collaborazione con i laici sia sostenuta e incoraggiata dalla Chiesa che ha scritto in diversi documenti a proposito. Qui ne cito uno con un passaggio a mio giudizio estremamente significativo:

La Chiesa, infatti, negli ultimi decenni ha scoperto le ricche possibilità e le vaste risorse che la collaborazione dei laici può offrire alla sua missione di salvezza. L’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, già in base alle recenti esperienze, enumera varie mansioni, come quella di catechista, quella di cristiani dedicati al servizio della parola di Dio o alle opere di carità, quella di capi di piccole comunità, ecc. Tale collaborazione dei laici, utile dovunque, è utile soprattutto in terra di missione per la fondazione, l’animazione e lo sviluppo della Chiesa[24].

Collaborazione dunque a livelli diversi, diversificata e creativa come quella riferitaci dal vescovo di Dumaguete, nelle Filippine. Questi ha elogiato le suore in missione sul suo territorio perché le ha viste dare il via a un tipo di collaborazione nuova per lui: quella con facoltosi laici. Le signore benestanti del luogo, oltre a dare un aiuto economico alla missione delle Francescane dei poveri, offrono il loro tempo lasciandosi coinvolgere personalmente nel servizio agli ultimi e servono il pranzo ai ragazzi di strada dello shelter, un luogo di rifugio per ospiti giovanissimi.

Collaborazione tra missionari e Chiese locali

Quel che riscontriamo nelle nostre missioni è un fatto noto a tutti. Spesso il clero locale preferisce abitare in città dove ci sono più servizi e maggiori possibilità di inserirsi negli ambienti ecclesiali e sociali di livello. Le zone più interne di questi paesi, lì dove le condizioni climatiche o di vivibilità sono più disagiate, resterebbero sguarnite se non fosse per missionarie e missionari che prendono a cuore la cura della gente e si occupano dell’educazione culturale, sanitaria, della catechesi e di ciò che rende viva una comunità cristiana. Spesso sono proprio queste comunità sperdute nelle brousse, in territori semi-desertici o in mezzo alle foreste che salvano i piccoli popoli dalla sparizione e/o li liberano da malattie incontrollate[25].

Sappiamo quanto sia importante allora in questo senso la stretta collaborazione che la Congregazione per il clero chiede:

Per il coordinamento delle attività di ministero e delle opere di apostolato nel territorio della medesima conferenza episcopale, si richiede una più stretta collaborazione fra il clero diocesano e gli istituti religiosi. La promozione di questo lavoro in comune spetta alla conferenza episcopale. Ma poiché una proficua cooperazione dipende molto da un atteggiamento che, mettendo in secondo ordine gli interessi particolari, mira unicamente al bene generale della Chiesa, conviene che i vescovi e i superiori religiosi tengano delle riunioni, in tempi stabiliti, per esaminare il da farsi in comune nei rispettivi territori (61). Per questo motivo il motuproprio Ecclesiae sanctae prescrive che si formi una commissione mista fra la conferenza episcopale e il consiglio nazionale dei superiori maggiori per le questioni che concernono l’una e l’altra parte (62). L’argomento principale delle sedute di tale commissione mista dovrà riguardare proprio una migliore e più conveniente distribuzione delle forze di apostolato, determinando le priorità e le opzioni nel comune sforzo di promuovere un apostolato d’insieme (63). Le deliberazioni di tale commissione dovranno essere poi sottoposte per competenza al giudizio della conferenza episcopale e del consiglio dei superiori religiosi28.

Collaborazione tra congregazioni

Mi permetto di citare per esteso il n. 52 di Vita consecrata in cui quale la collaborazione tra gli istituti diventa una testimonianza di comunione ecclesiale e profezia di un amore reciproco che può trasformare l’umanità:

Il fraterno rapporto spirituale e la mutua collaborazione fra i diversi Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica sono sostenuti e alimentati dal senso ecclesiale di comunione. Persone che sono fra loro unite dal comune impegno della sequela di Cristo ed animate dal medesimo Spirito non possono non manifestare visibilmente, come tralci dell’unica Vite, la pienezza del Vangelo dell’amore. Memori dell’amicizia spirituale, che spesso ha legato sulla terra i diversi fondatori e fondatrici, esse, restando fedeli all’indole del proprio Istituto, sono chiamate ad esprimere un’esemplare fraternità, che sia di stimolo alle altre componenti ecclesiali nel quotidiano impegno di testimonianza al Vangelo. Sono sempre attuali le parole di san Bernardo, a proposito dei diversi Ordini religiosi: «Io li ammiro tutti. Appartengo ad uno di essi con l’osservanza, ma a tutti nella carità. Abbiamo bisogno tutti gli uni degli altri: il bene spirituale che io non ho e non possiedo, lo ricevo dagli altri […]. In questo esilio, la Chiesa è ancora in cammino e, se posso dire così, plurale: è una pluralità unica e una unità plurale. E tutte le nostre diversità, che manifestano la ricchezza dei doni di Dio, sussisteranno nell’unica casa del Padre, che comporta tante dimore. Adesso c’è divisione di grazie: allora ci sarà distinzione di glorie. L’unità, sia qui che là, consiste in una medesima carità»[26].

Le parole sono dense di contenuti e l’esperienza di collaborazione fra alcuni Istituti la supporta conferendole pienezza. A titolo di documentazione offro l’esperienza del Progetto Sicilia Migranti della Unione internazionale delle superiore generali. «È nato in risposta alla richiesta di papa Francesco ai religiosi dopo il primo dei tanti naufragi a Lampedusa: un progetto interculturale e inter-congregazionale, che si pone l’obiettivo di essere “ponte tra la popolazione locale e straniera che sbarca in Sicilia, per passare dalla carità materiale alla comunione, in dialogo con alcuni vescovi locali particolarmente sensibili al problema dell’accoglienza e dell’integrazione di coloro che sbarcano sulle coste siciliane»[27].

Il progetto è reso possibile grazie alla disponibilità di dieci sorelle provenienti da paesi diversi, Argentina, Etiopia, Eritrea, Francia, India, Italia, Polonia, Repubblica Democratica del Congo e Stati Uniti… appartenenti a dieci congregazioni diverse. Le religiose hanno dato vita a tre diverse comunità nelle diocesi di Agrigento, Caltagirone e Caltanissetta. Costruiscono con gioia e pazienza la loro stessa comunità di carattere inter-congregazionale, la passione per Dio e la passione per l’umanità sono il filo conduttore del loro essere insieme, lo scopo è quello di inserirsi discretamente nella realtà locale. Lo hanno fatto dopo un tempo di attento ascolto, per conoscere il territorio osservare e studiare le problematiche dell’immigrazione, farsi conoscere, visitare le strutture esistenti.

Loro stesse migranti in terra straniera incontrano gli ultimi tra i migranti; coloro cioè che non hanno diritto a niente e sono abbandonati da tutti. Sono mosse dalla convinzione che, ancora oggi, Dio si commuove di fronte alla miseria del suo popolo. La missione comune le anima e le aiuta ad affrontare con audacia e creatività cammini impervi e totalmente sconosciuti, le porta a inventare strade nuove, diverse, ad affrontare con coraggio le inevitabili difficoltà e la diffidenza della gente per tutto ciò che è nuovo e diverso.

Sono la silenziosa testimonianza che è possibile vivere insieme, lavorare insieme, pur di pelle, di lingua, di carismi diversi, perché unite da una stessa missione, dalla stessa grande passione per Dio e per l’umanità. Il loro messaggio è forte e incoraggiante, «un invito a credere che l’esperienza della Pentecoste può essere ancora viva e presente nella nostra realtà attuale»[28].

La collaborazione più originale, aperta in questi ultimi decenni, è quella tra i nuovi movimenti ecclesiali e Ordini e congregazioni di recente e antica costituzione. Vorrei parlarne attraverso un’esperienza che richiede spazio, ma pertinente riguardo al nostro tema. Da essa si evince un reciproco aiuto e accrescimento e che, credetemi, la scelgo fra le tante possibili.

  1. Antonio Guiotto, un missionario saveriano che fin da studente ha fatto propria la spiritualità dei Focolari, festeggia il cinquantesimo di sacerdozio. Cinquant’anni dei quali una decina (dal ’91 al 2001) vissuti nella prima linea di una durissima guerra civile che ha terrorizzato e devastato il Paese. E mentre, come altri stranieri, avrebbe potuto tornare in patria, p. Antonio decide di rimanere a Kabala per condividere con la sua gente tutto ciò che accade, aiutandola a continuare a credere nell’immenso amore di Dio. Ben presto attorno a lui e a p. Carlo, un confratello anch’egli animato dallo spirito del focolare, si costituisce un gruppo che desidera vivere il Vangelo e condividerne le esperienze: un barlume di speranza nella bufera. Ma anche Kabala viene invasa dai ribelli e i due religiosi – facile preda di rapimenti a scopo di estorsione in quanto stranieri – cercano rifugio nei boschi. Nonostante i pericoli, la gente li soccorre portando loro cibo e acqua, sostenuta a loro volta dalla luce e dalla speranza che i due religiosi infondono. Cessato il pericolo immediato, una famiglia apre loro le porte della propria casa in quanto quella dei missionari è completamente distrutta. Dopo un mese durante il quale la famiglia condivide quel poco che ha e i due religiosi si rendono utili in casa e con i bambini, i due sposi chiedono di diventare cristiani e di battezzare i figli. Nel frattempo però la situazione torna a peggiorare. Squadre di ribelli sono in movimento in tutta la Sierra Leone e i due Padri devono trasferirsi a Freetown. Uno spostamento forzato che diventa occasione per una semina del Vangelo anche nella capitale. Nel 2000 un tentato colpo di Stato mette ulteriormente a rischio la loro vita, tanto che l’ambasciatore italiano decide di trasferirli d’urgenza con un piccolo aereo in Guinea.

Nonostante queste avversità, la spiritualità dei Focolari trasmessa con la loro vita cammina a grandi passi. Non appena possibile si organizza una Mariapoli di tre giorni con 170 persone, nella quale si fa presente anche il vescovo di Makeni. «Posso con verità affermare – scrive p. Antonio – che la promessa di Gesù “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto” si è pienamente avverata. In missione ho trovato padre, madre, fratelli e il centuplo in questa vita come caparra di quella che verrà. Sono nati nuovi cristiani, tante coppie si sono sposate in chiesa, sono sorte nuove comunità dei Focolari a Freetown, Makeni, Kamabai, Kabala e anche in villaggi sperduti. Sono state costruite nuove chiese e nuove scuole cattoliche. Ora, dopo un periodo in Italia, il Signore mi ha fatto la grazia di tornare nella mia amata Sierra Leone per continuare a spendermi per la mia gente»[29].

A partire da quanto racconta il missionario vorrei rilevare alcuni elementi che sono comuni a molti dei nuovi movimenti ecclesiali di oggi e a non poche congregazioni religiose femminili e maschili.

  1. C’è un continuo scambio carismatico-vitale tra movimenti e congregazioni religiose nel quale il carisma di entrambi sembra arricchirsi, ringiovanirsi e rivitalizzarsi. Non è questa la sede per approfondire questo punto, ma ci sarebbero molte cose da dire a proposito; rimando a una lettura attenta della Iuvenescit ecclesia.
  2. I doni di entrambi sono dati in vista della missione, sono per una Chiesa in uscita, in risposta alle sfide della missione. Crediamo infatti che oggi non si possa andare a evangelizzare da soli, convinti di possedere tutti i criteri per l’incontro efficace con persone di altre fedi, convinzioni e culture. Occorre creare sinergia a ogni livello per giungere a una evangelizzazione profetica.
  3. Le consacrate e i consacrati formati dall’incontro dei carismi, oggi sono in grado di offrire formazione carismatica di ampio respiro, che mette insieme più visioni e perciò coinvolgente, inclusiva e aperta alle necessità della Chiesa intera.
  4. La sinergia non è da considerarsi soltanto nella relazione tra cristiani. Occorre il coinvolgimento dell’umanità di ogni persona di buona volontà per comunicare il messaggio di Cristo. Essere inclusivi affinché il Vangelo raggiunga ogni persona; poiché Dio vuole che tutti siano salvi, nessuno escluso.

Collaborazione con i laici

Nella diversità dei ministeri, i laici hanno dato e danno un forte contributo alla missio ad gentes[30]. Oltre alle esperienze già menzionate, attraverso le quali si percepisce la bellezza e la ricchezza della collaborazione carismatica tra consacrate, consacrati e laici, vorrei qui ricordare quella sui territori di missione: lì più che altrove hanno risposto alla chiamata missionaria, facendola propria e hanno sposato la causa evangelizzatrice almeno quanto consacrate e consacrati per la grazia ricevuta col battesimo. Hanno curato gli interessi della missione in tutti gli aspetti più concreti, sostenendo in modo efficace progetti di cooperazione che spaziano dalle opere di misericordia corporale a quelle spirituali e dove il missionario non arriva, certamente loro arrivano poiché il loro approccio relazionale passa attraverso un linguaggio diverso rispetto a quello cui sono abituati i consacrati. Grazie a loro sono nate opere di cooperazione internazionale che hanno educato i popoli allo scambio e alla pace mettendo tutti in un circuito di fraternità universale. Si è detto con molta efficacia che la Chiesa del terzo millennio sarà la «Chiesa del laicato». Sono nate associazioni di volontariato che rispondono alle più varie esigenze apostoliche e noi – consacrati e consacrate – ci troviamo a lavorare fianco a fianco con loro nella costruzione del regno di Dio. Quanti di loro hanno dato la vita per Cristo accanto a noi! Basti ricordare che nel 2015 sono morti in modo violento 13 sacerdoti, 4 religiose, 5 laici e che «il Sudafrica ha visto salire agli onori degli altari il suo primo beato: Benedict Daswa, marito e padre, insegnante appassionato e catechista volontario, beatificato il 13 settembre 2015. Si era opposto alle credenze e alle pratiche della stregoneria, e questa coraggiosa testimonianza di fede lo ha condotto al martirio nel 1990»[31].

Conclusione

Per concludere vorrei segnalare delle prospettive, o meglio delle idee-forza da implementare per evangelizzare con audacia, uscendo dal chiuso delle nostre istituzioni dentro le quali ci sentiamo forti e al sicuro.

Abbandonare l’idea che la sicurezza valga più dell’andare ad evangelizzare

È noto come in ogni contesto mondiale la globalizzazione si accompagni al rapido affermarsi di una cultura economicista e mercantilista, portatrice di valori legati al materialismo imperante e a quella che papa Francesco riassume nell’espressione «cultura dello scarto»[32]. Essa si esprime nell’idea che vale solo ciò che ha un prezzo, ciò che si vende e dalla quale se ne può ricavare un profitto, meglio se economico. Ciò che invece non ha prezzo e non permette di ricavare un arricchimento materiale diventa ostacolo allo sviluppo, scarto di cui liberarsi presto. Ne parla ampiamente papa Francesco nei numeri 52-60 della Evangelii gaudium usando termini quali «Economia dell’esclusione… idolatria del denaro che governa invece di servire… inequità che genera violenza». Per rendersi conto della rilevanza che tale cultura ha assunto nei contesti di missione si pensi al pullulare delle sette para-cristiane la cui vitalità risiede nella predicazione del successo e della prosperità che asseconda la mentalità mercantilista e ne fa strumento di proselitismo.

Al contrario, religiose e religiosi presentandosi nell’essenzialità della loro scelta di gratuità sono testimoni profetici di un cristianesimo che indica la via della felicità nel dono di sé e nell’accoglienza dell’altro valorizzando coloro che non hanno valore economico e non costituiscono profitto; la loro energia spirituale trae consistenza, densità e spessore da vite «fuori mercato» dalle quali non si guadagna.

Privilegiare stili di vita comunitaria vivibili e testimonianti

La seconda dimensione, fulcro dell’impegno missionario di consacrate e consacrati, è la testimonianza della vita comune, fraternità di amore non dovuto, ma desiderato, cercato, voluto. Di grande valore comunicativo, rappresenta una risposta eloquente al bisogno profondo dell’uomo e della donna di ogni tempo, di voler bene a qualcuno e di esserne ricambiati. Scrive papa Francesco:

In altri settori delle nostre società cresce la stima per diverse forme di

«spiritualità del benessere» senza comunità, per una «teologia della prosperità» senza impegni fraterni, o per esperienze soggettive senza volto… Una sfida importante è mostrare che la soluzione non consisterà mai nel fuggire da una relazione personale e impegnata con Dio, che al tempo stesso ci impegni con gli altri. Questo è ciò che accade oggi quando i credenti fanno in modo di nascondersi e togliersi dalla vista degli altri, e quando sottilmente scappano da un luogo all’altro o da un compito all’altro, senza creare vincoli profondi e stabili (EG 90-91).

La vita comunitaria è modello di quella dimensione umana ed ecclesiale all’interno della quale il Vangelo annunciato e predicato trova carne in un vissuto di grande profondità esistenziale. Non si diventa cristiani da soli, ma in una famiglia che ospita. Il cristiano non può essere che figlio dell’unico Padre; perciò una sorella, un fratello è accolto nella famiglia dei discepoli, nell’esperienza di questa dimensione comunitaria così peculiare della vita religiosa. Il Vangelo può farsi strada in una casa accogliente di fratelli e sorelle: di questo è testimone la comunità delle consacrate e dei consacrati.

Curare le relazioni ad intra e ad extra

I religiosi vivono in genere un rapporto capillare con la gente e la realtà. Non amano le grandi strutture burocratizzate, in ogni contesto prediligono il rapporto personale, l’incontro e lo scambio con territori popolari e semplici. Quelli che tra loro sono capaci di sentire e condividere con immediatezza le vicende della vita ordinaria di quanti incontrano, sfuggendo all’irrigidimento nelle strutture, al rifugio in ruoli dirigenziali di grandi opere e istituzioni, al clericalismo e al carrierismo mostrano il volto «simpatico» della Chiesa. Questo li rende liberi e gioiosi comunicatori della dimensione personale e quotidiana che il Vangelo chiede mentre viene trasmesso. L’autenticità dell’esperienza vissuta rende significativo il testimone ed esalta il messaggio. Papa Francesco riprende il Vangelo quando, nella Evangelii gaudium (272), scrive che «l’amore per la gente è una forza spirituale che favorisce l’incontro in pienezza con Dio fino al punto da sottolineare che chi non ama il fratello “cammina nelle tenebre” (1Gv 2,11), “rimane nella morte” (1Gv 3,14) e “non ha conosciuto Dio” (1Gv 4,8)».

Il criterio dell’ecclesialità

I religiosi sono immessi in un circuito internazionale che offre loro stretto contatto con mondi diversi da quello in cui operano al momento. Spesso nella vita di un religioso o di una religiosa si sono raccolte esperienze pastorali di contesti diversissimi, oltre che periodi di formazione in comunità internazionali e ambienti culturalmente plurali. Questo impedisce loro la chiusura nella dimensione solo locale che spesso affligge le realtà ecclesiali diocesane, soffocandone il respiro universale. Pericoli quali l’etnicismo, il provincialismo, il nazionalismo sono facilmente impediti da chi respira o ha respirato una visione larga e in sintonia con la cattolicità della Chiesa. Per questo la presenza dei religiosi in contesti missionari costituisce una buona risorsa per le comunità ecclesiali locali. I missionari certamente non si sostituiscono ad esse come protagonisti unici della missione, ma aprono nuovi orizzonti, evitano chiusure, egoismi, ignoranza e localismo… assunto, a volte, come valore. Le missionarie e i missionari sono finestre e porte aperte all’universale, aperti alla realizzazione della Chiesa «in uscita» che richiede il nostro tempo e a cui spinge papa Francesco. Essi, sostanzialmente, già la vivono.

Eppure gratuità, vita comune, simpatia e universalità non sono prerogative esclusive dei religiosi; basti pensare all’esperienza dei movimenti e delle comunità laicali che negli ultimi decenni hanno assunto un ruolo sempre più significativo come agenti di evangelizzazione in contesti non cristiani. Sono talenti preziosi che non possono essere nascosti per avarizia o annacquati con noncuranza. È un tesoro prezioso giunto fino a noi dal progresso di tradizioni spirituali spesso secolari, scaturite dal Vangelo. Ai religiosi di oggi è chiesto di attingere ai nuovi carismi senza timore, con audacia evangelica (Mt 13,44-52); è chiesto di fare come i padroni di casa e gli scribi saggi che sanno estrarre dal tesoro ecclesiale sapienza antica e nuova.

A conclusione si potrà affermare che abbiamo già esperienze di collaborazione in svariati campi e con forme variegate. Quel che manca è certamente una più decisa visione unitaria della vita consacrata che donerebbe a queste singole esperienze stabilità, spinta profetica e pregnanza testimoniale a un più ampio livello

[1] Treccani, Vocabolario on line, collaborare, in www.treccani.it/vocabolario/collaborare. Cf anche F. Bonomi, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana, in http://www.etimo. it/?term=collaborare.

[2] L. Sartori, Per una teologia in Italia. Scritti scelti, a cura di R. Tura, II, Messaggero, Padova 1997, 22-23.

[3] Cf Francesco, Vinci l’indifferenza e conquista la pace, Messaggio per la celebrazione della XLIX giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2016, in w2.vatican.va/content/

[4] Francesco, Discorso al Movimento di Comunione e liberazione, 7 marzo 2015, in w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/march/documents/papa-francesco_20150307_comunione-liberazione.html

[5] Cf L. Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, Società anonima editrice Dante Alighieri, Genova-Roma-Napoli-Città di Castello e Casa Editrice S. Lapi, Città di Castello 1943, 1213-1214 e 1285.

[6] Una interessante interpretazione del termine viene data da A. Cislaghi, Parresìa. Risposta alla lettera ai cristiani di Roberta de Monticelli, Mimesis, Milano 2008, 64-65. L’autrice si riferisce al testo pubblicato nel 2007 dalla de Monticelli Sullo spirito e l’ideologia. Lettera ai cristiani, Dalai Editore, Milano 2007.

[7] A. Trevisiol, Conferenza al Convegno del Claretianum, Nel “noi” dei discepoli di Gesù (VC 29), 13-16 dicembre 2016 (conversazione da registrazione).

[8] Francesco, Lettera apostolica a tutti i consacrati. In occasione dell’anno della vita consacrata, 21 novembre 2014, n. 3, in w2.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/ documents/papa-francesco_lettera-ap_20141121_lettera-consacrati.html.

[9] Giovanni XXIII, Lettera enciclica Princeps Pastorum, sulle missioni cattoliche, 28 novembre 1959, V, in AAS 51 (1959) 861. Qui il pontefice riprende l’«animi affectu, qui fraterna consensione operam cum aliis sociat et sui commodum neglegit» dell’enciclica Fidei donum del suo predecessore Pio XII del 21 aprile 1957, III, in AAS 49 (1957) 245.

[10] Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, La collaborazione inter-istituti per la formazione, n. 8, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1999, n. 3, 6.

[11] A. Aparicio Rodríguez – J.M. Canals Casas, Diccionario Teológico de la vida consagrada, Pubblicaciones Claretianas, Madrid 1992, tr. it. T. Goffi – A. Palazzini, Dizionario Teolo-

[12] A. Aparicio Rodríguez – J.M. Canals Casas, Diccionario Teológico de la vida consagrada, 313.

[13] A conferma si potrebbero citare i convegni annuali della Pontificia Università Urbaniana. Sono stati tutti a sfondo tipicamente missionario o quando il titolo sembra avere

[14] Bullarium Romanum Novissimum, S.C. Prop. Fide, vol I, 86.

[15] Cf Pontificia Università Urbaniana, Statuti e Regolamenti, Roma 2011, 7-8.

[16] Cf Pontificia Università Urbaniana, Statuti e Regolamenti, Roma 2011, 11-12.

[17] Mi riferisco al Collegio San Giuseppe di Roma.

[18] Cf Ufficio e Archivio degli Istituti Affiliati della Pontificia Università Urbaniana, Relazione 2015/16. Fino a questo momento sono registrati 68 Istituti in Africa, 29 in Asia, 3 in America Latina, 2 in Oceania e Australia e 3 in Europa.

[19] «Le forze missionarie, provenienti da altre Chiese e paesi, devono operare in comunione con quelle locali per lo sviluppo della comunità cristiana. In particolare, tocca a esse – sempre secondo le direttive dei Vescovi e in collaborazione con i responsabili del posto – promuovere la diffusione della fede e l’espansione della Chiesa negli ambienti e gruppi non cristiani, animare in senso missionario le Chiese locali, cosicché la preoccupazione pastorale sia sempre abbinata a quella per la missione ad gentes. Ogni Chiesa farà allora veramente sua la sollecitudine di Cristo, buon Pastore, che si prodiga per il suo gregge, ma al tempo stesso pensa alle “altre pecore che non sono di quest’ovile” (Gv 10,16)» (RM 49). 20 Sacra Congregazione per il clero, Istruzione Postquam Apostoli, 25 marzo 1980, n. 257, in www.vatican.va/roman_curia/congregations/cclergy/documents/rc_con_cclergy_doc_19800325_postquam-apostoli_it.html.

[20] Cf Centre Saint Augustin de Dakar. Institut de Philosophie et de théologie, Livret d’Etudes 2015-2016, Monteiro, Dakar 2015.

[21] Francesco, Discorso alla Conferenza episcopale del Burundi in visita “ad limina apostolorum”, 5 maggio 2014, in w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/may/ documents/papa-francesco_20140505_ad-limina-burundi.html. Lo stesso contenuto viene ripreso da Francesco in altre occasioni di incontro con altre conferenze episcopali quali quella del Camerun del 6 settembre 2014, e quella dei Paesi Bassi di dicembre dello stesso anno.

[22] Sacra Congregazione per il clero, Istruzione Postquam apostoli, Roma, 25 marzo 1980, n. 257, in www.vatican.va/roman_curia/congregations/cclergy/documents/rc_con_cclergy_doc_19800325_postquam-apostoli_it.html.

[23] L’esperienza ci è stata mandata – pro manuscripto – dalla Generale delle Suore Ministre degli Infermi, suor Lauretta Gianesin.

[24] Sacra Congregazione per il clero, Istruzione Postquam apostoli, n. 7.

[25] Il Papa nel settembre 2016 ha incontrato una delegazione di camerunesi del Sud/Ovest appartenenti al popolo Bangwa. Si è trattato di nove re Fon, accompagnati dalle loro regine Mafuas, due Sindaci e altre persone Nobili. Motivo del loro viaggio era quello di celebrare il Giubileo della Misericordia con papa Francesco e ringraziare Dio perché negli anni ’60, la febbre del sonno e altre malattie tropicali minacciavano l’estinzione di quel popolo. Mons. Peters vescovo di Buea fece giungere la loro preghiera in Europa e un gruppo di consacrati e consacrate, laici si mosse in loro aiuto. In seguito anche i missionari Oblati di Maria Immacolata raggiunsero la zona per una più ampia opera di evangelizzazione. La notizia è stata divulgata da diverse testate giornalistiche tra cui SIR: http://agensir. it/quotidiano/2016/9/19/giubileo-a-roma-dal-camerun-nove-fon-del-popolo-bangwa/ 28 Sacra Congregazione per il clero, Istruzione Postquam apostoli, n. 21. Cf Note direttive per la promozione della cooperazione mutua delle Chiese particolari e specialmente per la distribuzione più adatta del clero Postquam apostoli (25 marzo 1980): AAS 72 (1980) 343-364.

[26] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Vita consecrata, 1996. Ripresa dal documento della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, La collaborazione inter-istituti per la formazione, n. 8, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1999, 11-12. In quest’ultimo documento la collaborazione è vista come «principio» di identità.

[27] UISG, Sr. Elisabetta Flick, Responsabile del Progetto Sicilia Migranti mi ha concesso gentilmente di leggere un pro manuscripto e il permesso di diffonderlo.

[28] Chi volesse approfondire la conoscenza del progetto potrà rivolgersi alla Responsabile del Progetto Sicilia Migranti presso la UISG: Sr. Elisabetta Flick.

[29] Vita consacrata: “Svegliate il mondo”, 22 ottobre 2016, in www.focolare.org/ news/2016/10/22/vita-consacrata-svegliate-il-mondo/ consultato il 18 novembre 2016.

[30] Sacra Congregazione per il clero, Istruzione Postquam apostoli, n. 7.

[31] Speciale Fides, 30 dicembre 2015, Operatori Pastorali uccisi nell’anno 2015, 2, scaricabile in www.fides.org/it/attachments/Missionari_uccisi_2014.doc.

[32] Cf Francesco, Udienza generale del 5 giugno 2013, in w2.vatican.va/content/francesco/ it/audiences /2013/documents/papa-francesco_20130605_udienza-generale.html.