Collaboratori di Dio

Gioie, sfide e potenzialità delle relazioni tra Istituti di vita consacrata

David Glenday

Quando uno dice: «Io sono di Paolo», e un altro: «Io sono di Apollo», non vi dimostrate semplicemente uomini? Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere. Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio (1Cor 3,4-9).

Siate sempre lieti (1Ts 5,16)

Una saggia tradizione della Chiesa ci incoraggia a iniziare qualsiasi valutazione importante della nostra vita partendo dalla consolazione, dalla gioia, e credo sia questo anche il luogo migliore da dove iniziare questa breve comunicazione su come gli Istituti di vita consacrata si relazionano tra loro. All’inizio di Evangelii gaudium, papa Francesco ci ricorda in modo salutare che il tipo di gioia di cui stiamo parlando, la gioia dell’evangelizzatore, spunta sempre dallo sfondo di una grata memoria.

Sarebbe tutt’altro che sbagliato iniziare con farci questa domanda: quali sono i ricordi grati che abbiamo di relazioni positive e vitali tra altri Istituti e il nostro che continuano a darci una gioia duratura, che ci ispira e ci dà energia?

Nella speranza di incoraggiarvi a trovare le vostre risposte a questa domanda, permettetemi di rispondere partendo dalla mia storia ed esperienza, con riferimento a quattro punti chiave della vita consacrata.

L’esperienza carismatica e quindi relazionale del Fondatore

Mi considero benedetto per aver avuto come fondatore san Daniele Comboni, un missionario per cui l’amicizia, le relazioni e la cooperazione con altri nella Chiesa erano come l’aria che respirava. Appassionato e determinato com’era nell’evangelizzazione dell’Africa, e con l’esperienza personale delle enormi difficoltà che questo progetto comportava, non ebbe mai dubbi sul fatto che questo impegno chiamasse tutti a compiere sforzi concertati nella Chiesa. Anzi, si potrebbe dire che fu condotto a fondare i suoi stessi Istituti missionari solamente quando l’urgenza della missione prese il sopravvento sulle difficoltà e resistenze provocate dall’appello alla cooperazione.

È chiaro che non penso nemmeno per un momento che questa apertura di Daniele Comboni fosse una sua dote esclusiva. Immagino che se tutti noi volgiamo lo sguardo verso i nostri fondatori e fondatrici, donne e uomini dello Spirito, sicuramente troviamo in loro persone che credettero nella creazione di reti di amicizia e di cooperazione con altri. Quando studiamo e riflettiamo sui nostri fondatori, forse questo è un aspetto della loro esperienza di grazia che noi trascuriamo, e così corriamo il rischio di non renderci conto della sfida ancora da scoprire nei nostri carismi fondanti. In quale modo, per i nostri fondatori, il loro carisma era un dono di relazione e di cooperazione? E in quale modo la nostra fedeltà verso di loro ci spinge oggi ad avere relazionali simili e a cooperare?

Insieme nella formazione

Mi considero molto fortunato di avere avuto la possibilità, da giovane, di studiare filosofia e teologia nel Missionary Institute London (MIL), consorzio fondato da sette congregazioni esclusivamente missionarie, che nel corso di vari decenni hanno formato donne e uomini evangelizzatori, ma che tristemente, alla luce dei cambiamenti avvenuti nella demografia delle vocazioni missionarie, è stato chiuso alcuni anni fa.

C’era un qualcosa che produceva un’enorme energia e vitalità nel prepararsi per la missione con colleghi di altre famiglie missionarie, e i frutti per la nostra missione erano abbondanti. Si intessevano amicizie e si viveva la fraternità; i nostri orizzonti si espandevano; apprendevamo a scoprire approcci diversi alla missione, frutto di storie diverse; imparavamo a vedere come agisce lo Spirito in modi così diversi e meravigliosi; immaginavamo la missione in termini di comunione e di cooperazione.

Penso che molti di voi abbiate avuto, in un modo o nell’altro, simili esperienze di formazione con uomini e donne di altre congregazioni religiose, e suppongo che può essere illuminante e incoraggiante per voi visitare e gustare di nuovo queste esperienze, viste le sfide che sono l’oggetto di questa breve riflessione. La formazione che offriamo ai membri dei nostri Istituti li sfida e li prepara a svolgere insieme la missione?

Missione condivisa

La memoria grata, e quindi la gioia che dà energia, si genera anche ritornando alle nostre esperienze di missione e di apostolato, che in un modo o nell’altro ci hanno spinto a cooperare con altri religiosi e religiose.

Un’esperienza che considero particolarmente preziosa è stata il periodo trascorso in Uganda, negli anni ’80, un tempo di forte instabilità politica e di una vera sofferenza per molti. Ebbi la fortuna, allora, di essere editore di «Leadership», una rivista creata allo scopo di formare leader cristiani laici, che evoca la rete di cooperazione e di sostegno offerta dai missionari di molte diverse congregazioni in tutto il Paese e oltre, che permise alla rivista di essere un punto focale di speranza e di incoraggiamento per molti.

E forse anche questa può essere una lezione da ricordare e da cui imparare: siamo capaci di costruire su esperienze come questa, causate in un certo qual modo da una crisi, quando essa è superata e si ritorna alla «normalità»? Spesso, ed è triste dirlo, mi sembra che non ne siamo capaci. Come diremo dopo, dobbiamo imparare ad amare e sviluppare il dono della relazione, e non lasciarlo svanire o appassire.

Ancora più ampiamente, penso che possiamo dire che spesso manca una pianificazione strategica tra gli Istituti religiosi che operano nella stessa nazione o regione, mentre avrebbe molto più senso per loro pianificare insieme e mettere in comune le risorse per il bene della Chiesa.

Partner in discernimento

Nel corso degli anni sono stato spesso coinvolto nel governo e nell’animazione del mio Istituto, a livello locale, provinciale e generale, e ancora una volta la missione che svolgo nel seno dell’Unione Superiori Generali mi trova immerso in questo campo.

Certamente è motivo di grande gioia essere coinvolti nel discernimento condiviso che ciò necessariamente suppone. Detto con parole semplici, di fronte alle enormi sfide relative alla vita e alla missione, non c’è altra alternativa se non quella di unire i nostri cuori e le nostre menti, aiutandoci a vicenda per poter scorgere ciò che il Signore sta facendo nella storia, e trovare il modo di dargli la mano che egli, sembra, continua a cercare. Il coinvolgimento in questo tipo di condivisione offre un modo speciale di scoprire i doni dello Spirito, la saggezza e la santità di religiosi e religiose di altre congregazioni, ed edifica profondamente, nel miglior senso della parola.

Ma anche qui spunta una sfida: a mio avviso, dobbiamo essere più risoluti nel seguire le conseguenze pratiche del nostro discernimento condiviso e incarnarle in progetti di missione comune.

Gioia nello Spirito Santo (Rm 14,17)

Nel riflettere su questo cammino della memoria grata per le esperienze positive di relazione tra vari Istituti, sulla gioia che queste relazioni generano, scopriamo di essere stati condotti nel cuore stesso della vita consacrata: questa gioia è in definitiva opera e frutto dello Spirito, che continua a donare la vita religiosa alla Chiesa e al mondo.

Questa presa di coscienza – dalla memoria grata alla gioia di una nuova comprensione dell’azione dello Spirito – ci spinge a esprimere varie affermazioni impegnative, affermazione che possono avere non poche conseguenze pratiche:

  • tutta la questione di costruire relazioni tra gli Istituti religiosi non è secondaria o periferica, bensì costituisce l’essenza stessa di ciò che la vita consacrata è chiamata a essere. È lo Spirito che ci unisce;
  • queste relazioni sono un elemento essenziale della realtà carisma-tica della vita consacrata; senza di esse gli Istituti non potrebbero vivere in pienezza i loro carismi, e non potranno sperimentare il potere e la ricchezza di questi carismi. E solamente qui, come in altri campi della vita umana, scopro in pieno chi sono attraverso di te, precisamente perché siamo allo stesso tempo uguali e differenti;
  • è auspicabile, ovviamente, che gli Istituti cooperino nella missione, e questo ha senso in termini di buon uso delle risorse a disposizione per rispondere alle sfide missionarie del giorno. Comunque, questo approccio, anche se positivo, non è tutto; c’è in gioco qui qualcosa di più profondo e di più prezioso. Non basta un approccio esclusivamente utilitario;
  • questa visione essenzialmente carismatica e non puramente fun-zionale arde nelle parole di Gesù, nella sua preghiera nell’Ultima Cena: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato». La nostra comunione non è solamente un modo di organizzarci meglio per rispondere alle necessità, è la nostra principale e più efficace testimonianza del Signore che seguiamo.

Come già suggerito, questa visione di comunione non è una teoria; ha conseguenze di vasta portata. Quando è mancante, può condurre i nostri Istituti a forme di parrocchialismo o perfino di sterile e poco edificante competitività. Questa visione è vitale se dobbiamo resistere alle inevitabili difficoltà e complicazioni che sorgono quando ci uniamo in progetti di missione; l’esperienza ci dimostra che senza questa visione, sarà molto difficile farcela. È una visione che, se abbracciata di tutto cuore, ci libera rendendoci generosi, immaginativi e creativi.

Forse il nucleo essenziale di ciò che stiamo cercando di dire è meglio espresso nelle memorabili parole del papa Benedetto XVI nella sua omelia della domenica di Pentecoste 2012:

Gesù, parlando dello Spirito Santo, ci spiega che cos’è la Chiesa e come essa debba vivere per essere se stessa, per essere il luogo dell’unità e della comunione nella Verità; ci dice che agire da cristiani significa non essere chiusi nel proprio «io», ma orientarsi verso il tutto; significa accogliere in se stessi la Chiesa tutta intera o, ancora meglio, lasciare interiormente che essa ci accolga. Allora, quando io parlo, penso, agisco come cristiano, non lo faccio chiudendomi nel mio io, ma lo faccio sempre nel tutto e a partire dal tutto: così lo Spirito Santo, Spirito di unità e di verità, può continuare a risuonare nei nostri cuori e nelle menti degli uomini e spingerli a incontrarsi e ad accogliersi a vicenda. Lo Spirito, proprio per il fatto che agisce così, ci introduce in tutta la verità, che è Gesù, ci guida nell’approfondirla, nel comprenderla: noi non cresciamo nella conoscenza chiudendoci nel nostro io, ma solo diventando capaci di ascoltare e di condividere, solo nel «noi» della Chiesa, con un atteggiamento di profonda umiltà interiore.

Collaboratori della tua gioia (2Cor 1,24)

Dalla memoria grata alla gioia; dalla gioia all’azione dello Spirito; dall’azione dello Spirito alla missione in comunione: e quale potrebbe essere la forma di questa missione oggi e nel futuro? Cerchiamo di dare qualche modesta risposta.

Una spiritualità di cooperazione

Da ciò che è stato detto fin qui, è evidente che questa visione di comunione può sostenersi solo con motivazioni di fede alimentate dalla parola di Dio, dalla preghiera e dalla contemplazione, dall’amore per la Croce e dalla gioia nella Risurrezione. La comunione ci chiama alla santità, all’intimità con il Signore che ci ha chiamati, insieme. Visto da un’altra prospettiva, potremmo dire che qualsiasi spiritualità della vita religiosa senza questo elemento di comunione dei carismi è seriamente incompleta.

La pazienza del seminatore

Sarebbe molto illuminante rileggere le parabole del Signore sul seme e il seminatore per scorgerne le implicazioni riguardo alla missione-incomunione della vita consacrata. Ci sentiremmo, senz’altro, incoraggiati a credere abbastanza in questa missione da essere pronti a iniziare umilmente; apprenderemmo a essere pazienti e a essere disposti a cominciare di nuovo; capiremmo che il seme è molto prezioso e quindi apprezzeremmo le varie esperienze di comunione, anche se apparentemente marginali.

Quest’ultimo punto riveste un’importanza particolare. È facilmente comprensibile che, in certi casi, i progetti di comunione possono diventare meno rilevanti o percorribili nel tempo, e devono essere terminati. Ma non bisognerebbe mai fermarsi lì: tutte le esperienze positive vissute insieme devono essere l’inizio di qualcosa di nuovo e di diverso, una tradizione e un’eredità che ci chiama a forme di comunione e di cooperazione nuove e concrete nel futuro. L’esperienza è troppo preziosa per essere buttata via.

Verso il rinnovamento insieme

Tutti siamo ben consapevoli delle sfide che i nostri Istituti affrontano in questo momento, e lo sforzo considerevole e l’energia che vengono messi nelle iniziative di formazione permanente tendente al rinnovamento. Ci sono progetti di cooperazione in questo ambito, e ciò è positivo, ma devono essere moltiplicati, nella convinzione che qualsiasi vero rinnovamento dovrà avvenire insieme, e che veramente abbiamo bisogno gli uni degli altri per svolgere questo compito.

Con maggior coraggio

Non possiamo concludere questa breve comunicazione senza ricordare la parole di papa Francesco all’inizio dell’Anno della vita consacrata, che sfidava i religiosi e le religiose a vivere questo momento, caratterizzato in un certo senso dalla fragilità e dalla diminuzione, come un’opportunità nello Spirito:

Mi aspetto […] che cresca la comunione tra i membri dei diversi Istituti. Non potrebbe essere quest’Anno l’occasione per uscire con maggior coraggio dai confini del proprio Istituto per elaborare insieme, a livello locale e globale, progetti comuni di formazione, di evangelizzazione, di interventi sociali? In questo modo potrà essere offerta più efficacemente una reale testimonianza profetica. La comunione e l’incontro fra differenti carismi e vocazioni è un cammino di speranza. Nessuno costruisce il futuro isolandosi, né solo con le proprie forze, ma riconoscendosi nella verità di una comunione che sempre si apre all’incontro, al dialogo, all’ascolto, all’aiuto reciproco e ci preserva dalla malattia dell’autoreferenzialità.