Un leader inaspettato

di Santiago Kovadloff

Al di là di un’impostazione apocalittica, ci sono due modi di rappresentare ciò che l’idea della fine del mondo evoca. Uno sottolinea la propensione alla condotta isolazionista. L’altro concepisce la fine del mondo come provenienza, come riferimento di origine, come margine o periferia da cui si tende verso il centro, da cui si cerca di raggiungere il centro, e sul quale si cerca di attrarre l’attenzione del centro. Oggi la periferia, incarnata nella figura di Francesco, prende la parola, invita il mondo. Con Francesco il mondo vuole parlare a partire dalla sua periferia. L’averlo eletto Papa implica quindi una disposizione ad ascoltare questa periferia, a ricorrere a essa, a farle posto, a spostarla verso il centro.

Ebbene, questa periferia non rimanda solo a un limite geografico. Non indica solo e innanzitutto una latitudine planetaria estrema, un margine. Implica in primo luogo la presenza di problemi rimandati, rinnegati, emarginati, la reazione contro il silenzio che di solito avvolge la periferia, la voce di ciò che è marginale che si fa udire. Francesco si mostra deciso a ridare la parola a tutto quello che è stato messo a tacere, relegato, escluso, a tutto quello che per lui denotano termini come “povero”, povertà”, “impoverito”. Con Francesco, si sottolinea quindi un’altra accezione della fine del mondo. La fine del mondo passa così a significare ciò che giunge al centro per farsi ascoltare e anche per riformulare l’dea di centralità.

Quella di Francesco è allora una parola che viene a proporre un compito: trasferire al centro la periferia. La vecchia croce di ferro al posto della croce d’oro. Le vecchie scarpe al posto delle principesche scarpe papali. L’umiltà dell’impegno con la povertà al centro della pratica sacerdotale. L’austera semplicità della fraternità con chi è nel bisogno al nocciolo della vocazione religiosa.

C’è di più: l’Argentina passa, in tal modo e mediante il nuovo Papa, a svolgere un ruolo inatteso nella riconsiderazione critica del futuro dell’occidente, nella promozione di cambiamenti indispensabili, sia nella Chiesa sia al di fuori di essa. Francesco aspira a far sì che la nostra civiltà s’interroghi sul suo futuro, su ciò che l’oscura e su ciò che potrebbe ridargli consistenza e chiarezza. L’occidente è chiamato a non essere più, e per sempre, l’avanguardia spirituale nel mondo? Le sue contraddizioni attuali possono provocare un irrimediabile dissolversi del suo significato culturale? L’efficientismo in occidente ha annientato definitivamente l’etica? I suoi valori decisivi e fondamentali potranno andare al di là dell’aspetto finanziario, del consumismo sfrenato, dell’auge della corsa agli armamenti? Fino a che punto la Chiesa potrà rendere il suo destino indipendente da quel che sta accadendo al mondo secolare? La Chiesa si riprenderà, incoraggiando così la rinascita spirituale della nostra civiltà?

L’Argentina sta trovando, sin da ora, stimolo e orientamento nella voce di Francesco. Nel caso del nostro paese, la portata di questa voce non è decodificata solo in chiave pastorale. Lo è anche in chiave politica. Francesco è ascoltato dalla nostra gente come colui che, qualunque cosa dica, parla sempre al paese. Al paese che ha bisogno di rettitudine, al paese scontento dell’andamento perverso dell’amministrazione pubblica, al paese che aspira a rafforzare l’organizzazione repubblicana come base di tutti i cambiamenti indispensabili che vanno attuati in vista dello sviluppo e delle giustizia sociale. Che se lo proponga o no, è questa la portata della parola di Francesco nel presente argentino. Come dimenticare che Francesco è Jorge Bergoglio? Forse perché, in ultima istanza, la politica è lo scenario dove la spiritualità mette alla prova la propria consistenza civica.

Il cattolicesimo americano ha ora la parola. Ce l’ha perché si è fatta udire come valida nel cuore della Chiesa cattolica in tempi previ a quelli attuali. C’è fiducia, nell’intimo di quel cuore, in ciò che l’America può apportare, mediante categorie rinnovate, impostazioni originali e un approfondimento critico e autocritico, alla risoluzione dei mali che ledono il cattolicesimo attuale.

Ci si aspetta da Francesco, il Papa americano, una sana integrazione tra tradizione e avanguardia. La si attende come qualcosa di indispensabile. La Chiesa vi può contribuire in modo decisivo, mediante i cambiamenti che deve affrontare e promuovere, perché possiamo capire se l’occidente ha ancora un futuro o ha solo un passato.

Il cardinale Carlo Maria Martini ha detto in tempi ancora recenti: «La nostra Chiesa è duecento anni indietro, la nostra cultura è invecchiata, i nostri conventi sono vuoti, il nostro apparato burocratico lievita».

Francesco si ricollegherà a questa diagnosi. Cercherà di riportare coraggio nella vita là dove il coraggio langue. Conosce le cause del male. Conosce l’impegno nella ricerca del bene. Cercherà di ridare attualità, trasparenza e fermezza alla Chiesa. Così facendo darà all’occidente la possibilità di ritrovare nel cattolicesimo, che è uno dei fondamenti della sua civiltà, una sorgente rivitalizzata di energia.

Infine vale la pena ricordare che al centro delle preoccupazioni di colui che oggi è Papa Francesco da anni palpitano gli interrogativi attorno alla globalizzazione, la bioetica, le sfide ecologiche, l’educazione e la giustizia sociale. Va inoltre ricordata la sua preoccupazione di fronte al ruolo della donna dentro e fuori la Chiesa, al problema delle vocazioni religiose, al dibattito attorno al matrimonio dei sacerdoti. Propria di Francesco è anche la riflessione costante sul vincolo appassionante e intenso tra fede e conoscenza, tra etica e politica.

Insomma, Papa Francesco è indubbiamente un leader inatteso. Tanto inatteso quanto imprescindibile in un mondo tormentato dall’incredulità.