Presentazione

Xabier Larrañaga

Preside dell’Istituto di Teologia della vita consacrata “Claretianum”

 

Il XLII Convegno del Claretianum «Nel “noi” dei discepoli di Gesù (VC 29). La Vita Consacrata nel mistero della Chiesa», ci ha fatto pensare alla nostra condizione essenzialmente ecclesiale. La vita consacrata è importante, in primo luogo, perché è un fatto che appartiene alla storia bimillenaria della Chiesa. In Occidente l’essenza del nostro stile di vita è intesa come una donazione totale attraverso i tre consigli evangelici, che si realizza nella Chiesa, una Chiesa che crede nel dialogo, che vuole vivere e agire in comunione, avvicinandosi sempre di più al cuore del Vangelo. Il Concilio ci ha insegnato che non tutto nella Chiesa ha lo stesso valore, che al di là di ogni dottrina, la rivelazione è il Verbo incarnato, il Verbo eterno di Dio che viene per l’umanità perché vuole il suo bene. Riusciamo così, dunque, a comprendere e ad amare l’essenza della Chiesa: essa è una realtà nelle mani di Cristo, e non il contrario. Tutto nella Chiesa è significativo, sacramentale. Tutto nella Chiesa rappresenta e rende visibile l’universale volontà salvifica di Dio. La Chiesa è sacramento di salvezza, in modo sempre continuo e fondamentale. Essa non può essere ridotta alla sua struttura gerarchica, ma è un camminare insieme, una sinodalità che comprende l’interrelazione assistita dallo Spirito Santo; né è un fatto di semplice strategia, perché l’essenziale è sempre qualcosa di dinamico e di liberante. L’ecclesiologia deve essere arricchita con l’antropologia e andare più in là dei suoi limiti giuridici e strutturali. Tutto in essa è mistero, mistero di salvezza.

Abbiamo voluto anche riflettere sui carismi dei consacrati e la Chiesa locale, e ci è stato detto che la congiunzione «e» non avrebbe alcun senso, perché i carismi o, meglio, le persone che vivono il carisma sono Chiesa, e non delle appendici aggiunte a una realtà preconfigurata. I doni gerarchici e carismatici, pertanto, sono cooriginari, coessenziali e coestensivi, perché vi è un’unità di fondo nella Chiesa, un «noi» dei discepoli, giacché «vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1Cor 12,4-6). Ogni carisma è al servizio di questo «noi», e perciò il carisma è autentico quando è ecclesiale. I carismi dilatano il cuore della Chiesa locale, in modo che essa non sia racchiusa nelle coordinate spazio-temporali. I carismi mettono in evidenza il carattere pellegrino-escatologico della Chiesa locale. Ma la Chiesa locale, con il suo ancoraggio nella storia di un luogo, con la sua tradizione, offre ai carismi un sano e necessario realismo. Questi non devono andare perduti in un vano sogno a occhi aperti.

Siamo in un momento straordinario della storia. È vero che la ricerca di una Chiesa più autentica ha coinciso con la diminuzione del numero dei suoi fedeli. Ma non perdiamo questa opportunità. L’opzione missionaria di papa Francesco conta su tutti noi, ognuno con il suo dono. Non dobbiamo cadere nella tentazione di omologarci al resto della Chiesa locale. Siamo invitati a uscire, ma facciamo tanta fatica a venire fuori. Tante volte guardiamo la strada, così come appare sulla mappa, ma ignoriamo il panorama. Secondo papa Francesco la premessa la si trova nella gioia. Se ce l’hai… uscirai. La gioia non è una regola, come non lo è il Vangelo. La forza del Vangelo è la misericordia, figlia della gioia, di un vedere che tocca le ferite e parla al cuore. La vita consacrata deve aiutare la Chiesa locale a superare una pastorale clericale, una pastorale ormai senza futuro, la pastorale di una Chiesa clericale senza clero. Se riduciamo la comunità a determinati meccanismi faremo di essa una semplice corporazione, chiusa in se stessa e malata. Solo la missione rende possibile la guarigione del gruppo, nonché il suo diventare comunità. Non è una questione di funzioni. Si tratta piuttosto di integrare e di unire, il che è più difficile. Ma vivendo vite parallele siamo e saremo sempre più deboli. Si tratta della sorpresa del Vangelo. Non capiamo questa logica: siamo in pochi, quindi, andiamo in uscita. Impariamo a stare tra la gente, a guardare il panorama, dimenticando per un attimo la mappa.

Ogni vero processo di collaborazione nella Chiesa nasce dalla risposta a una domanda che non deve essere data per scontata: per chi

6

e perché sono qui? La risposta a questa domanda non si trova in me. Devo cercarla tra i fratelli che mi circondano. La vera cooperazione è un processo di apprendimento in cui, tramite il confronto con la realtà, accolgo la diversità. L’identità non è qualcosa che ho, è piuttosto ciò che vado tessendo con gli altri.

Abbiamo anche sentito la chiamata a collaborare fra di noi, consacrati e consacrate. I nostri carismi sono doni di comunione, fatti di parole e di gesti sempre aperti. Lo studio dei nostri fondatori non dovrebbe essere ridotto alla raccolta delle loro caratteristiche specifiche. Dobbiamo anche considerare i loro amici. Proprio in questa interazione si rendono comprensibili i vari carismi. La formazione che offriamo ai membri dei nostri Istituti li sfida e li prepara a svolgere insieme la missione? Non è per niente facile la collaborazione. Senza una solida spiritualità di comunione non diventeremo forti. Il nostro tempo è tempo propizio, precisamene perché siamo deboli. La nostra debolezza è grazia. La debolezza ci porta a chiedere aiuto, ad unirci con altri, ad uscire da noi stessi.

Ci sarà un nuovo documento sulle Mutuae relationes. Quando? Non importa quando. Le mutue relazioni si avverano solo se ci sono delle persone che si ritrovano in un umile esercizio di ascolto e di reciproco rispetto. Il nuovo documento prenderà in considerazione i rapporti tra i vescovi e i consacrati e le consacrate. In linea di massima i rapporti tra la vita consacrata e i nostri pastori sono buoni. I problemi si verificano nello spazio delle preoccupazioni specifiche, in cui non sempre entra la luce dei nostri migliori desideri. Tutto ciò che appartiene alla vita consacrata fa parte della Chiesa, e i nostri doni carismatici convivono con altri doni carismatici, come quelli gerarchici, e noi non siamo gli unici beneficiari della carezza dello Spirito. Noi camminiamo in una Chiesa che è Madre, che è comunione, e la nostra giusta autonomia non ci mette al di fuori della via ecclesiale, ma su di essa, affinché il camminare di tutta la Chiesa possa sentire il tocco gentile della speranza. Ma per vivere in questo modo, abbiamo bisogno di una solida formazione ecclesiologica, che ci permetta di conoscere tutte le forme di vita cristiana. Le mutue relazioni non cercano una distribuzione equilibrata del potere, ma il servizio umile nel proclamare il Vangelo di Gesù.

Ecco perché l’esenzione dei consacrati non deve essere intesa come un vantaggio particolare che isola. La storia della Chiesa insegna che i privilegi, così intesi, indeboliscono sempre, perché ci assimilano al mondo che si chiude in se stesso. Mediante l’esenzione, la Chiesa ci dice che essa ci apprezza, che siamo Chiesa, che la vita consacrata appartiene alla sua sostanza, in un luogo particolare, ma che noi non siamo una sua creazione, ma dono di Dio, dono dello Spirito alla Chiesa intera. Essa questo lo sa e quindi costituisce e promuove la vita consacrata.

Inoltre, le nostre comunità diventano sempre più multiculturali. Impariamo a relazionarci nella comunità di cui facciamo parte. I grandi principi ecclesiologici si applicano nella comunità. E lì che noi percepiamo le concrete difficoltà. Il cambiamento epocale in cui siamo immersi ci permette di vedere la ricchezza della condizione umana. Siamo consapevoli che viviamo in un mondo ricco di sfumature. Ma ciò che appare come un potenziale arricchimento non nasconde le sue difficoltà. Dobbiamo continuare a motivare, toccando i cuori dei fratelli, affinché il loro interessamento personale non venga meno; dobbiamo prendere cura dei mezzi tecnici, in modo che il mezzo non diventi impedimento. Le relazioni interculturali devono essere reali, non virtuali. Queste comunità multiculturali possono diventare un segno della presenza del Regno.

Siamo stati invitati a ripensare profeticamente lo stile di vita in continuo riferimento alla prassi e al messaggio messianico di Gesù. È nel suo coltivare l’umano che la vita religiosa può rileggere il senso più profondo della propria specificità carismatica. Ciò richiede il ripensare lo stile di vita. Si tratta di mostrare uno spazio abitabile, una comunità apostolica, nello spirito di famiglia, che esige un’identità aperta e capace di collaborare a obiettivi condivisi, con una spiritualità esodale, sempre contestuale, che rende possibile una esperienza che ci cambia. Uscire, ecco la parola; vale a dire liberare le nostre identità, con una pastorale di trasformazione. Non è questione di «lanciare un prodotto». Vogliamo semplicemente condividere, con amore disinteressato e utile, un dono gratuito che non ci appartiene.

Il modo di comprendere la missione condivisa dipende direttamente dal modo in cui viene capita la Chiesa stessa. Non è la medesima cosa

8

capire la comunità ecclesiale alla luce del Regno e contemplare la sua ombra allargata. La vita consacrata viene sollecitata da questa doppia possibilità: serviamo il Regno? Che cosa facciamo per non scomparire? Anche l’interpretazione della missione condivisa dipende da quella doppia lettura: cerchiamo insieme? Cerchiamo del personale per conservare la nostra struttura? Ci viene chiesto di andare, al di là del funzionalismo, verso a una missione condivisa. Le famiglie della vita consacrata, che sono consacrate per il servizio al regno di Dio, dovrebbero «motivare gli altri con esperienze esemplari» in una esperienza di reale e corresponsabile cooperazione con coloro che esplicitamente (o implicitamente) e consapevolmente (o meno) lavorano alla costruzione del regno di Dio.

Le nuove forme di consacrazione nella comunione ecclesiale vengono infine capite alla luce di una visione arricchita del carisma. Si considera la comune vocazione alla santità come criterio di discernimento dell’ecclesialità delle aggregazioni laicali. Non si tratta quindi di diventare una nuova famiglia religiosa, ma di vivificare il popolo di Dio nella splendida varietà delle vocazioni e nell’unità dello Spirito di Cristo; nemmeno si tratta di costituire una realtà separata dal mondo, ma di sottolineare la comune dignità cristiana fondata sulla grazia del battesimo. Le nuove forme di consacrazione sono espressione della «cultura dell’incontro» a cui papa Francesco richiama.