La chiesa italiana e il problema dei giovani lontani

 Cesare Bissoli

Ho già scritto una «storia» (come gentilmente NPG ha voluto definire il mio contributo: NPG 1986/4) della pastorale giovanile italiana negli ultimi vent’anni. Queste riflessioni vanno lette all’interno di quelle pagine: le prolungano verso un problema, come è quello dei «lontani», su cui ogni pastorale giovanile è chiamata a confrontarsi. Come ho fatto nell’articolo citato, utilizzo soprattutto i «documenti» ufficiali come materiale di lavoro. So che non è solo qui la vita di una Chiesa. La scelta mi permette però di giustificare più accuratamente le affermazioni e di suggerire le linee di tendenza più autorevoli.

CI SONO LONTANI?

Per quanto ne so io, quando la Chiesa italiana accenna al motivo della lontananza giovanile, non parla in termini radicali, ma preferisce le categorie dello sbandamento, delle posizioni errate a carattere transeunte.
Questo almeno, fino a Loreto.

L’atteggiamento diffuso: una comprensione incerta del fenomeno

L’immagine è quella del figlio scapestrato, uscito di casa, che presto o tardi tornerà_ Non si immagina chi alla casa ha dato addio o per essa mai ha avuto un sentimento di appartenenza vitale.
Non mi sembra perciò che la coscienza ecclesiale nazionale veda il fenomeno della lontananza come una situazione religiosa «oggettiva», da prendere in seria e nuova considerazione. Non lo vede come un fatto culturale, non facilmente risolvibile in tempi brevi e con i processi tradizionali.
Le ragioni sono molte. Pesa innegabilmente una precomprensione singolare: la Chiesa si sente una comunità che vive il ruolo di maternità spirituale e fa fatica a considerare i propri figli come lontani.
Parla di lontani. Ma non lo fa con lo sguardo disincantato di chi costata l’altro lontano, ostile, indifferente.
In questo atteggiamento, carico di ansiosa tenerezza, c’è molto di legittimo; molto però è minacciato di quella ambiguità che impedisce un’analisi leale e reale dei fatti. Tutto ciò provoca incertezza nell’affrontare il problema e nel farne una diagnosi. Per questo è facile costatare che decisioni comuni, frutto di coscienza comune e precisa, non sono oggi un dato diffuso nelle progettazioni pastorali.

Una sensibilità in crescita tra gli operatori pastorali

Se è incerta la presa di posizione a livello nazionale, si deve riconoscere invece una crescita di sensibilità tra gli operatori pastorali.
Si è passati dalla domanda sul «come raggiungere i giovani» alla lucida coscienza di una distanza inedita rispetto al passato. Non si tratta di una condanna unilaterale, ma di una onesta considerazione sui fatti. La si potrebbe riassumere: chi è lontano da chi. Nel gioco di parole si coglie che non viene affatto assolta la pastorale esistente. E già apparso questo dato nella tematica di Loreto: Riconciliazione cristiana e comunità di uomini. Sono gli uomini da riconciliare: quindi i lontani possono essere anche i «cristiani»; e non solo gli altri…
Tra i pastori cresce quindi la consapevolezza che dalla genuina ecclesialità della fede può allontanarsi sia chi esce sia chi apparentemente sembra restare.
È sintomatico il processo di ricerca, in atto nella Chiesa di Roma, con la presenza diretta del suo Vescovo, il Papa stesso. Ricordo due momenti salienti del cammino fatto.
Di fronte al Santo Padre, nell’udienza al clero di Roma del 5 marzo 1986, ebbe vasta eco l’intervento di D. Paglia, ripreso dal Papa stesso nella risposta: «Se immaginiamo verosimile la cifra di 500.000 giovani a Roma tra i 15 e i 30 anni e se ipotizziamo che ogni parrocchia ha circa 150 giovani stabilmente, abbiamo più o meno 45.000 giovani; aggiungiamo poi i movimenti ed arriviamo sui 60.000. Ne restano 440.000. La messe è veramente tanta» (DR del 6 marzo 1986). D. M. Torregrossa, parroco di S. Carlo di Sezze, precisa concretamente la condizione del parrocchiano giovane: «I giovani in parrocchia non sono sicuramente una realtà significativa; non sempre sono sicuramente i soggetti e i protagonisti della pastorale; sono beneficiari di pastorale; tanto spesso sono strumenti di pastorale perché, si sa, la disponibilità del giovane è qualcosa che – io sono parroco – sappiamo tutti quanto serva. Sappiamo effettivamente quante cose senza di loro non possiamo fare. Ma i giovani non sono una voce che riesce a collocarsi allo stesso modo insieme alle altre voci che costruiscono una pastorale ecclesiale» (DR ib).
Naturalmente i partecipanti non dimenticavano gli aspetti positivi esistenti.
Il Vicariato di Roma, a chiusura dell’anno pastorale nel giugno 1986, sintetizzava i rapporti tra le parrocchie e le giovani generazioni come «una storia di abbandoni», a tal punto – si legge sempre nell’intervento – che la fascia dei romani dai 18 ai 35 anni deve considerarsi «destinataria di un lavoro di ri-evangelizzazione».
Mons. Rossano, riferendo i dati sociologici, portava opportunamente l’accento sulle ragioni unilaterali della lontananza: «La Chiesa e la parrocchia vengono interpretate dai giovani come ‘realtà esterne’ in cui è possibile inserirsi solo a patto di rinunciare al proprio mondo ideale, al proprio linguaggio, al proprio modo di comportarsi». E importante ascoltare a questo proposito la voce del Papa: per l’autorevolezza di chi parla e perché parla nella sua funzione specifica di vescovo di una Chiesa italiana, quella di Roma.
Afferma il Papa, nella citata udienza al clero romano: «Dobbiamo forse fare una rapida analisi di cosa vuol dire `lontani’, cosa sia questo `allontanamento’. Parlando con diversi parroci e viceparroci che mi fanno
visita prima che io vada nelle loro parrocchie, molte volte chiedo: quali sono i rapporti che voi avete con i vostri parrocchiani? Veramente il tipo di rapporto, diciamo liturgico, soprattutto quello che si riferisce alla Messa domenicale, è piuttosto insufficiente. Ma d’altra parte tutti i sacerdoti di Roma mi dicono che quando visitano le case sono ben accolti dappertutto, con poche eccezioni. Allora mi chiedo: questi lontani sono solamente persone che non praticano la vita sacramentale, la vita eucaristica; ma nello stesso tempo non sono persone che hanno rotto con la Chiesa. Io penso a quelli che non frequentano regolarmente la Chiesa. Ciò non vuol dire che questi non siano lontani; sono diventati lontani…» (DR, ib).
Il Papa concludeva con la sottolineatura, a lui sempre cara, dell’urgenza di una nuova evangelizzazione.

Le prospettive di «Comunione e comunità missionaria»

Infine vorrei richiamare l’ultimo documento della CEI «Comunione e comunità missionaria».
Vi fanno spicco tre elementi significativi:
– Una coraggiosa e doverosa apertura missionaria che porta a parlare per l’Italia (come del resto aveva già fatto il Papa) di «una vera e propria rievangelizzazione (n. 36; vedi anche 1 e 40): l’affermazione dice chiaramente la consapevolezza del distacco dalla proposta cristiana, non solo da parte dei giovani.
– Ancora in accordo con il Papa, l’Episcopato italiano mi pare colleghi il motivo del lontano a quello di allontanamento in forza di una crisi. In questo contesto si parla anche dei giovani: è uno dei pochi casi. «In realtà la nostra gente, nelle sue radici intime, conserva sensibilità e aspirazioni di natura religiosa, maturate da esperienze di fede. Questo tessuto è stato sottoposto a logoramento e a strappi dolorosi che hanno disorientato molte coscienze. I ragazzi diventano spesso destinatari di messaggi che ne manipolano la personalità. Troppi giovani subiscono il dramma di un presente inquietante e senza prospettive per il futuro» (n. 9).
Purtroppo il documento, generoso nell’impegno per costruire comunità missionarie, si addentra troppo poco nella comprensione del volto reale dei destinatari.
– Infine, la Chiesa italiana, parlando di un’azione missionaria diversificata, formula una tipologia di lontananze con cui fare i conti.
In questo non parla esplicitamente dei giovani; ma l’applicazione è facile.
Lontani sono quelli che non credono, quelli che credono in Dio ma non sono cristiani, quelli che credono in Cristo, ma in termini fiacchi, quelli che vivono ai margini della comunità o se ne sono allontanati (n. 11). A noi tocca ora vedere la portata delle affermazioni del Papa e dei Vescovi, verificare il criterio diagnostico imperniato sul binomio lontano-allontanato: riflette più uno stato di crisi che uno di rottura irreparabile. Anche a proposito di allontanamento dobbiamo esplicitare se si tratta di allontanamento passivo (si sono allontanati da noi) o attivo (noi li abbiamo allontanati).

COME CAPIRE I LONTANI: LINEE DI TENDENZA DELLA CHIESA ITALIANA

La Chiesa italiana non sembra aver tematizzato, a livello ufficiale, il problema giovanile come problema di «lontani». E però chiaramente consapevole che qualcosa di serio e di nuovo è avvenuto nella sua relazione con il mondo giovanile.
Si legge – più o meno apertamente – il timore che quella perturbazione fisiologica abituale (che investe sempre il rapporto giovani e istituzioni) stia diventando un clamoroso divorzio.
L’estraneità dei giovani dalla Chiesa fa nascere l’impressione di un allontanamento della Chiesa dai giovani. Si aggiunge la percezione che in questione non c’è solo l’esistenza ecclesiale, ma, più radicalmente, la stessa domanda cristiana (se non religiosa). Come risponde la Chiesa italiana a questa provocante scoperta?
La risposta percorre tre prospettive: cercare di capire, di dibattere assieme, di andare. Queste linee di tendenza, stampate in documenti ufficiali, stanno nutrendo la coscienza dei cattolici italiani.
Le riprendiamo una a una, con alcune esplicitazioni specifiche.

Cercare di capire la condizione giovanile in questo paese

Fa da guida il limpido, esemplare documento «La Chiesa italiana e le prospettive del paese» del 1981. Esso si avvale di una importante chiave di lettura. La chiamo «integrale» perchè in esso la prospettiva specificatamente religiosa viene collocata in quella più ampia dei bisogni del paese. In concreto, parlando del mondo giovanile, viene riconosciuto che la questione culturale opera in modo decisivo nella vita del paese. Questa situazione viene descritta come «una situazione di crisi profonda, che rivela da una parte l’inadeguatezza delle culture tradizionali e, dall’altra, il bisogno inquieto di nuovi progetti di esistenza umana. Il tormento che ne deriva pesa soprattutto su molti giovani, che in quest’ultimo decennio hanno drammaticamente cercato il senso della vita nella contestazione radicale, in spinte libertarie e istintive, in rivendicazioni utopiche, in socializzazioni provvisorie, nel ritorno al privato, sconfinando a volte nella violenza e nell’evasione della droga» (n. 28).
I Vescovi, con atto di onesto coraggio, si pongono quella domanda che rivela la radice del motivo della lontananza e la vera partenza per un cambio innovatore.
Ammettendo tanti elementi validi, dichiarano: «Dobbiamo chiederci perché la proposta cristiana destinata a dare pieno senso all’esistenza è stata inadeguata alla richiesta dei giovani e degli uomini del nostro tempo, e quali responsabilità ci attendono. Troveremo di certo una carenza grave del nostro esplicito annuncio di Cristo e della nostra testimonianza di fede» (ib).

Cercare di dibattere e di decidere insieme

Una esperienza indimenticabile concentra questa tendenza: il convegno di Loreto. Non c’è stata una approfondita trattazione della problematica giovanile, ma due realtà meritano attenzione speciale: il modo nuovo di dire «lontano» e «vicino» e lo stile del convenire.
La prima cosa: Loreto si è espresso in termini di irriconciliazione e riconciliazione.
Significativa è la percezione che anche tra i «lontani» molti elementi sono comuni, per la profonda e cristiana esperienza di riconciliazione.
La seconda cosa: Loreto ha proposto un nuovo principio metodologico di indubbia efficacia. Consiste nel mettere a nudo tutti i motivi di lacerazione e nel chiamare la Chiesa nelle sue diverse componenti a trattare del problema.
Se una Chiesa «insieme» non afferra il problema, se non ha il coraggio della verità, se non si accinge ad un dibattito, faticoso ma necessario, è ben difficile che i lontani si facciano vicini: la riconciliazione non avviene.

Cercare di andare verso

Nel citato documento su «Comunione e comunità missionaria» si afferma, con indubbia incisività: «Dobbiamo superare una pastorale preoccupata più di conservare che di avviare forme e modi di missionarietà che incrociano le reali ed autentiche esigenze dell’uomo» (n. 40). È il leit-motiv che la Chiesa italiana si è dato come suo orizzonte.
Non si tratta il problema dei lontani in modo esplicito; i collegamenti sono però ampi ed evidenti.
Aiuta a definire meglio il concetto stesso di lontananza. Lontano non è qualcosa di perduto, di distaccato o di rifiutato. Lontano è qualcosa di diverso, perché le situazioni sono profondamente cambiate.
Riporto qualche altro passo del documento.
«In questa situazione si dovrà cercare di immettere il vangelo con le sue valenze e istanze spirituali, nel vasto mondo degli operatori di cultura (scuola e università, editoria, cinema e arte, ricerca scientifica e sport…). Nel frattempo occorre affrontare realisticamente i problemi posti al cristiano dal dilagare di una temperie culturale consumistica e materialistica nelle prospettive che essa offre; relativistica in campo morale e intimamente scettica e nichilistica. Si tratta concretamente di difendere e promuovere l’identità e la novità della vita cristiana in un contesto culturale tanto complesso» (n. 45).
Applicata al mondo giovanile, la proposta assume una caratterizzazione notevole: «Le giovani generazioni camminano verso un mondo diverso, costruito nella fraternità e nella pace. La coscienza dei popoli si fa sempre più avvertita contro le oppressioni, le discriminazioni, le guerre e rivendica un ambiente amico dell’uomo. Dagli ultimi e dai cuori semplici emergono interpellanze e attese».
Così la Chiesa sente la «lontananza» nei confronti dei giovani e così avverte di poterle superare. L’una e l’altra cosa è detta davvero in prospettive inedite.