Educare i giovani al vangelo della carità

Cesare Bissoli

Se si vuole evitare la celebrazione accademica, occorre che gli «Orientamenti Pastorali della Chiesa italiana per gli anni ’90» diventino ciò cui aspirano: valere come chiave interpretativa della globalità della pastorale italiana, e quindi alla loro luce ricomprendere il vivace impegno delle nostre chiese nelle diverse espressioni vitali, dalla catechesi alla celebrazione al servizio di testimonianza e di carità.

In particolare va tenuta presente una prospettiva mai fin qui così decisamente affermata, almeno a livello nazionale: la cura pastorale dei giovani in ogni chiesa locale o diocesi.
Possiamo dire che «Evangelizzazione e testimonianza della carità» (ETC) si propone come significativa «carta programmatica» di tale necessario e difficile compito.
Entro dunque un’ottica pastorale, presenterò il documento CEI nelle linee essenziali, sottolineando la prospettiva giovanile.

Di qui l’esposizione in tre parti:
– «Evangelizzazione e testimonianza della carità» nel contesto della Chiesa e della società italiana oggi;
– i nuclei fondamentali;
– i riflessi sulla scelta giovanile e popolare delle nostre comunità ecclesiali.

IL CONTESTO ECCLESIALE E SOCIALE

Riflettere sul piano pastorale della Chiesa italiana è più che riflettere su un organigramma a tavolino, ma è come partecipare all’esperienza dolorosa ma feconda di un parto (cf Rom 8), trovarsi di fronte e in mezzo alla generazione di un volto nuovo di Chiesa, con ombre e luci, resistenze, paure ed insieme con segnali positivi di crescita, come avremo occasione di vedere.

Si tenga conto che questa nostra Chiesa italiana – e ciò è un segno della sua verità – si realizza stando dentro ad un contesto sociale complesso, accogliente, ma selettivo a riguardo della proposta religiosa, non di rado diffidente, talora opposto.

La Chiesa in Italia vive una dinamica ad equilibrio instabile tra una tradizione storico-culturale tenacemente laicista (necessità di un «concordato»), entro un tessuto sociale quanto mai travagliato dal dopoconcilio in qua (anni di piombo, anni di mafia), con uno sviluppo economico-industriale da sesta potenza ed insieme con un risvolto nel costume che allarma per la precarietà dei fondamenti etici, per la soggettivizzazione della verità della fede ed insieme per «il decrescere di domande di significato della vita, la ricerca di valori e di esperienze spirituali, di riferimenti morali». Sono gli elementi di diagnosi anche di ETC nelle prime battute (nn. 3-6).

La nuova evangelizzazione

La risposta globale della Chiesa italiana a partire dal Concilio è nota e riassumibile nella parola «evangelizzazione» (oggi rimarcata, ma non stravolta, con il termine di «nuova evangelizzazione»): ossia la ripresa delle radici e della radicalità della fede in riferimento alla situazione di questo tempo. Ne deriva una dinamica pastorale improntata su due linee congiunte: l’autenticità o identità o verità della fede, e l’inserimento o missionarietà o testimonianza nel mondo. Questo è un nodo delicatissimo, per il difficile equilibrio da tenere, tematizzato con il noto assioma delle «due anime» della Chiesa italiana.

Questa ottica unitaria e bilanciata che sta anche dentro ETC e la sorregge tutta ha avuto una articolazione progressiva:

– negli anni ’70: sotto il titolo «evangelizzazione e sacramenti» si è messo in risalto il primato della Parola di Dio di fronte ad una sacramentalizzazione che rischiava di essere esperienza più sociale che religiosa. È l’epoca magnifica della nuova catechesi, forse il fiore più bello e stabile della chiesa postconciliare. Ma è vero che il sacramento, la liturgia non è cresciuta insieme con la Parola di Dio e ci troviamo in grave handicap pastorale. Insieme si è provveduto a manifestare la portata promozionale della Parola di Dio, di cui fu segno clamoroso il Convegno ecclesiale di Roma del 1976: «Evangelizzazione e promozione umana»;

– negli anni ’80: sotto il titolo «comunione e comunità» si avanza la necessità della comunione nelle strutture, quindi del dialogo dentro la Chiesa e fuori della chiesa (è il tempo del terrorismo), sotto il bel termine di riconciliazione, di cui il Convegno di Loreto del 1985 esprime un momento assai alto ed insieme una svolta, sollecitati da Giovanni Paolo II per una partecipazione più energica e significativa nella vita pubblica;

– ed eccoci a questi anni ’90: sotto il titolo «evangelizzazione e testimonianza della carità» si annida una densa area di significati, in rispondenza alle novità di chiesa e società.

Così se il primo piano tendeva e tende al rinnovamento della dimensione verticale della fede (Parole e sacramento, il senso e l’accoglienza del Mistero che salva), se il secondo piano aveva ed ha di mira la dimensione interpersonale (la comunicazione e riconciliazione come principio di convivenza), il piano attuale sottolinea la dimensione missionaria, ossia la relazione con il mondo che la Chiesa intende investire con la bella notizia dell’amore di Dio e dei cristiani, «il vangelo della carità». Ma sarebbe troppo poco dare questa spiegazione logica del piano attuale come un segmento della catena, e come pure ridurre il documento a trattazione sul fare la carità (ETC 2): in realtà – e qui siamo veramente nel cuore di esso – ETC vuole essere una «rilettura» della totalità del processo postconciliare, un documento insieme aggiornato e di sintesi a proposito di quella dinamica fondamentale di identità e testimonianza nel mondo che sorregge il piano pastorale, quindi sull’annuncio, la celebrazione, la vita ecclesiale, la missionarietà, e perciò anche – a proposito dell’educazione alla fede dei giovani e di ogni scelta pastorale. Oggi si è veramente nella Chiesa, in questa Chiesa italiana accogliendo, riflettendo, attuando il Vangelo della carità. Esso «si innesta nel cammino fin qui percorso dalle nostre chiese e intende imprimergli un nuovo slancio nella prospettiva dell’inizio del terzo millennio cristiano» (ETC 2).

 

I NUCLEI FONDAMENTALI

ETC è un bel documento, bene scritto, intenso, equilibrato ed insieme avanzato, aperto, ed esprime il Magistero di tutto intero l’episcopato italiano, che nelle diverse riunioni del Consiglio permanente e poi in Assemblea generale ne va facendo una progressiva lettura per una attuazione lungo gli anni ’90.

Si ispira all’icona della «moltiplicazione dei pani», laddove di Gesù viene detto che «vide molta folla e si commosse per loro perché erano come pecore senza pastore e si mise a insegnare loro molte cose» e dando loro da mangiare (Mc 6, 30-44).

In questo modo si precisa perfettamente il contenuto ecclesiale del documento: «pane della Parola e della carità», e con tale immagine duale unificata si adombra tutto il resto.

Raduno in cinque i nuclei fondamentali, raccogliendoli dalle articolazioni del documento.

 

Quale fame, quale pane

Il primo nucleo che potremmo definire «quale fame e quale pane» nella nostra Chiesa, si trova nell’introduzione, dopo aver colto le «sfide dell’oggi e del domani» e di cui sopra abbiamo accennato.

Rappresenta le grandi linee del progetto, la sua «filosofia» di fondo, il «colpo d’occhio» unificatore.

In una presentazione catechistica di ETC, i nn. 7-11 sono centrali, dicono i criteri di un servizio pastorale genuino. Ecco le affermazioni in ordine logico:

– evangelizzare è prioritario: «l’educazione alla fede è una necessità generale e permanente: riguarda cioè i giovani e gli adulti non meno dei bambini e dei ragazzi» (n. 7);

– cuore del vangelo e via maestra dell’evangelizzazione è la carità: la carità è scopo dell’annuncio ed insieme «il grande segno che induce a credere al vangelo» (n. 9).

Le parole da sole non bastano più.

Si noti, non si tratta solo di fare la catechesi della carità, ma che ogni vera catechesi finisce in carità, anzi fare la carità nel senso cristiano è per sé forza evangelizzante;

– la carità proprio perché così decisiva, esige di essere autentica, corrispondente alla verità cristiana, non invece ad ogni possibile, soggettivo contenuto: «Un’autentica educazione alla fede, specialmente in un contesto sociale e culturale caratterizzato da un forte pluralismo e portato a relativizzare ogni idea e proposta, non può prescindere dal porre la questione della verità e dal far maturare la consapevolezza che in Cristo ci è donata la verità che salva» (n. 8);

– di fronte alle difficoltà di fare sintesi tra verità e carità, la risposta più alta, grazia e modello insieme, è la persona vivente del Signore Gesù.

Ciò viene tradotto come leitmotiv espressivo in «Vangelo della carità» (nn. 9-10), diventato sinonimo di ETC;

– conseguenza pastorale: la più ampia e determinante «dell’attuale decennio sarà proprio quella di mettere in più chiara luce, nella coscienza e nella vita dei credenti, l’intimo nesso che unisce verità cristiana e sua realizzazione nella carità, secondo il detto paolino ‘fare la verità nella carità’ (Ef 4, 15)» (n. 10).

Come è stato bene detto dall’attuale Segretario della CEI, Mons. D. Tettamanzi, «il vangelo della carità vuole la carità del vangelo».

Non deve sfuggire all’operatore pastorale che qui siamo al nucleo fonda- mente di cui il resto è articolata elaborazione.

Riteniamo il binomio sostanziale: verità e carità.

Verità vuole carità; carità vuole verità.

La carità è cieca, si spreca se non è vera, illuminata dagli occhi della parola di Dio; ma questa, la verità anche più alta, è vuota, infeconda se non si fa prassi di amore.

Questa ritrovata sintesi vuol essere il vangelo della carità.

Intorno a questo binomio «verità e carità» si svolge tutto il discorso, dando vita a binomi applicativi a seconda delle situazioni (verità e unità; giustizia e carità; verità e dialogo…).

 

Da dove viene il pane?

 

Il secondo nucleo, che potremmo chiamare «Da dove viene il pane per la fame dell’uomo», consiste nel mettere in chiara luce le motivazioni profonde, il «mistero» di questa verità amorosa e di questo amore vero.

Con splendida sintesi teologica nella prima parte (nn. 12-24) si pongono delle affermazioni indimenticabili:

– solo Dio è la misura della verità‑amore del credente.

Ebbene tale misura ha un passaggio obbligato: il Crocifisso.

Soltanto lì si vede genuinamente la verità dell’amore, il filo rosso della sofferenza, ma ancora di più la profondità inesauribile e confortante, ed infine la dimensione storica, esistenziale del Dio che ama (nn. 12-14);

– dalla croce di Cristo si arriva alla patria trinitaria, origine e modello della carità (nn. 15-16), si riconosce nell’Eucarestia il sacramento genuino dell’amore crocifisso della Trinità (n. 17), si intravvede nella carità la costruzione del Regno di Dio, il disegno globale della salvezza (nn. 18-19);

– infine va considerata la mediazione della Chiesa, di ogni comunità che fa della carità «legge di vita», dandosi tre connotazioni che prolungano l’esempio di Dio in Gesù: la trasparenza della carità di Dio davanti agli uomini (n. 21), una generosità gratuita (22), la concretezza nel quotidiano (n. 23).

Come si può intuire, siamo nell’ambito delle motivazioni sostanziali, per cui la carità può dirsi cristiana con la originalità e potenza che le competono.

Vengono spontanee due annotazioni:

– ci viene detto con estrema chiarezza, in un tempo di confusione e talora di mistificazione, che il fondamento dell’amore all’uomo è l’amore stesso che l’uomo riceve dal suo Dio e che in nome di Dio e con il suo cuore condivide con gli altri (carità è grazia);

– d’altra parte questo è un aspetto che pare astratto ad una sensibilità attuale, dove la carità assume sovente il volto dell’azione da fare, calcolabile, quantificata, produttiva di successo, sul versante della faccenda da sbrigare, mentre invece si richiede interiorità, sigillo personale, trasparenza, gratuità, partecipazione al terribile quotidiano, insomma corrispondenza ad un amore che ci avvolge!

Come potrà essere carità di cristiani distaccarsi poco o tanto da tale visione?

E d’altra parte si potrà dire Dio, Crocifisso, Eucaristia, Regno senza far vibrare la tensione dell’amore concreto ed operoso di Cristo?

 

Distribuire il pane

Il terzo nucleo e quarto nucleo, che possiamo denominare «una chiesa capace di accogliere e distribuire il pane di Dio», mette in luce l’area di realizzazione del vangelo della carità: nella Chiesa stessa e verso il mondo.

Corrispondente alla parte seconda di ETC (nn. 25-42), è la parte più ampia che traduce in concretezza di contenuti e di metodi il Vangelo della carità.

È qui che le nostre comunità, giovanili e non, dovranno confrontarsi e maturare decisioni.

Anzitutto «il vangelo della carità» dentro la Chiesa (nn. 25-36).

Con molto realismo si toccano due problematiche di fondo, specifiche, attuali, che fanno pensare: la conflittualità tra gli stessi cristiani, specie verso il Magistero (si ricorderanno le reazioni diffidenti ai suoi pronunciamenti); e le esigenze forti della nuova evangelizzazione.

Ciò viene detto da due titoli espressivi: «Rifare con l’amore il tessuto cristiano della comunità ecclesiale», e «Sfide dell’evangelizzazione, del dialogo e della missione».

Quanto al primo, carità qui è unità. Il binomio verità e carità perciò si traduce in verità ed unità.

Vuol dire volontà di superamento di fratture, volontà di riconciliazione, di valorizzazione dei soggetti ecclesiali.

In concreto quattro sono i punti proposti:

– «riconciliare carità e verità», «superando pregiudizi, visioni particolaristiche, atteggiamenti soggettivi, appartenenza parziale e condizionata alla Chiesa, distacco e dissenso dal suo insegnamento dottrinale e morale, diffidenza e contrapposizioni fra le varie componenti ecclesiali».

Un richiamo esplicito su questo va a teologi, formatori nei seminari, parroci, insegnanti di religione, catechisti e genitori (ETC 27);

– in secondo luogo (e qui il documento si rivolge direttamente alla parrocchia) occorre in certo modo riconciliare «annuncio, celebrazione, testimonianza», ossia far coniugare armonicamente la catechesi, la liturgia e l’impegno cristiano, tre sorelle non di rado separate in casa, facendo la programmazione pastorale secondo tale sintesi (ETC 28);

– in terzo luogo si parla di carità che sotto la guida del Vescovo coordina tutte le «iniziative e attività di carattere catechistico, missionario, sociale, familiare, scolastico…»; come pure prova di carità viene vista la cooperazione degli agenti pastorali: associazioni, movimenti, gruppi «di cui le parrocchie promuoveranno la crescita in spirito di vera comunione» (ETC 29).

In questo contesto – giova notarlo per una certa marginalizzazione che questi sembrano ricevere nell’ecclesialità italiana – si riconosce «la grande ricchezza» costituita dai religiosi (dai loro carismi costitutivi) e si afferma una cosa che li interessa direttamente: «L’inserimento organico degli istituti religiosi nel tessuto vivo della pastorale della chiesa particolare rappresenta un contributo insostituibile per rendere operosa e feconda l’azione della chiesa, ma anche per richiamare tutta la comunità a quei valori di santità, di preghiera e di contemplazione, di servizio generoso e totale che la consacrazione religiosa esprime» (ETC 29);

– in quarto luogo si riafferma il ruolo della famiglia come «il primo luogo in cui l’annuncio del vangelo della carità può essere da tutti vissuto e verificato in maniera semplice e spontanea» (n. 30).

Viene poi – sempre all’interno della comunità ecclesiale – l’impegno di carità suscitato dalle «sfide dell’evangelizzazione, del dialogo e della missione».

Anche qui vi sono molte concretizzazioni innovative:

– realizzare itinerari di prima evangelizzazione o di catecumenato a fronte di un’area sempre più vasta, anche tra i giovani, di rifiuto ed ancor più di indifferenza, come pure di crescente pluralismo culturale, etnico e religioso (n. 31);

– mantenere vivo lo slancio della missione in senso stretto (secondo la Redemptoris Missio) e come cooperazione fra le chiese (vengono alla mente i gemellaggi di tante parrocchie con chiese in terra di missione) (n. 36);

– in terzo luogo carità pastorale oggi si chiama dialogo in tutte le direzioni: ecumenico, con gli ebrei, fra le religioni, con la stessa cultura laica (nn. 33-35).

Sono orizzonti di altissimo valore, anche da un punto di vista educativo, sia come prevenzione (si accenna al contagio delle sette), sia come attiva partecipazione: essere cristiani nel pluralismo.

E qui il documento CEI introduce una chiarificazione sostanziale su una questione che turba i credenti, e che non assimilata favorisce non il vangelo della carità, ma il contrario.

Nella pastorale deve essere intesa come primaria l’affermazione della identità cristiana o il dialogo, la presenza o l’ascolto, la delimitazione confessionale o la condivisione?
Come si può vedere, si tratta di un’altra applicazione del binomio «verità e carità», qui inteso come «identità e dialogo».
Ebbene, dicono i Vescovi, «in realtà quella fra identità e dialogo è una falsa alternativa».
Dialogare da cristiani, che è un modo eccellente di dire il vangelo, richiede di «partire dal proprio incontro personale con Cristo, ma l’essere posseduti da quella verità che è Cristo non potrà non spingere il cristiano al dialogo con tutti» (n. 32).

Si possono intuire i riflessi pedagogico-pastorali di questa impostazione, ad esempio, contro l’unilateralità di certi movimenti, ed insieme la felice convergenza con il duttile, dialogico e non di meno solido stile di educatori come Don Bosco, stile fatto di mediazione, piú che di contrapposizione.

 

Alle frontiere

 

Il quarto nucleo vede il vangelo della carità alle frontiere della chiesa, anzi come si dice alle «nuove frontiere» (nn. 37-42).

Qui la «testimonianza della carità va pensata in grande» (n. 37), per cui fin dall’inizio viene ricordata una metodologia della carità di tutto rilievo: fare gesti concreti e personalizzati anche quando si è nel sociale, amare la persona nei bisogni materiali e più che materiali, coniugare carità e giustizia (ulteriore specificazione del binomio-base «verità e carità»), riconoscendo che la giustizia è la prima carità e va realizzata nella carità (altrimenti si fa «burocratismo, anonimato, legalismo») e che questa è preveniente e profetica (nn. 37-38).

Le frontiere da varcare proposte sono tre, gigantesche, tra loro connesse:

– a chi il vangelo della carità: «amore preferenziale per i poveri» (nn. 39);
– come il vangelo della carità: «una nuova coscienza morale nell’impegno sociale e politico» (nn. 40-41);
– per quali vie il vangelo della carità: «solidarietà, pace e salvaguardia del creato» (n. 42).

Annotiamo che qui l’orizzonte di carità supera quella normalità di prassi piuttosto esangue dell’elemosina e della buona azione.
O vi è una carità in grande o non vi è carità, il vangelo non vi risuona e quindi non annuncia la salvezza.
La carità vuole cultura di se stessa: vi è una serie di «grandi valori morali e antropologici – citati nel noto discorso del Card. Ruini (Consiglio permanente della CEI, 16-IX-1991) – intorno ai quali non può non realizzarsi la convergenza e l’unità di impegno dei cristiani», in sintesi intorno al primato della persona umana e della vita in tut te le forme (n. 41).

I nuovi bisogni

Vi è un quinto nucleo, che chiameremo quello di «una Chiesa dalla carità profetica, sempre attenta ai bisogni emergenti».
Ha per obiettivo di tenere sempre desto lo spirito per le forme più gravi ed urgenti del nostro tempo. ETC vi dedica la terza parte (nn. 43-52), enucleando subito «tre vie» del vangelo della carità:

– «educare i giovani al vangelo della carità», proponendo per la prima volta a questo livello un discorso di attenzione ai giovani, e quindi di pastorale giovanile (nn. 44-46);
– «servire i poveri nel contesto di una cultura della solidarietà», con cenni rilevanti alle forme di «povertà post- materialistiche che affliggono soprattutto i giovani», al ruolo di religiosi dotati del «carisma di carità per i poveri», e alle forme di volontariato, grandi e fragili, da «consolidare attraverso un maturo cammino di fede» (nn. 47-49);
– promuovere «una presenza responsabile dei cristiani nel sociale e nel politico».

Concludendo questa parte, gioverà ricordare in sintesi ciò che intende essere e come va affrontato ETC per l’attuazione:

– è proposta di maturazione, di «nuovo slancio» nel cammino di fede delle comunità ecclesiali, entro il progetto globale preesistente;
– tocca «alcune linee essenziali» della pastorale per il prossimo decennio, più che pratiche direttive;
– resta infatti indispensabile (ed è l’aspetto nuovo di questo documento) che passando dal centro alle singole chiese (traditio), queste ne facciano un adattamento sostenuto dall’«esperienza e creatività» e «soprattutto dall’inesausta novità dello Spirito» per una riconsegna finale a tutta la Chiesa (redditio) (ETC 2, 53).

 

I RIFLESSI SULLA SCELTA GIOVANILE E POPOLARE NELLE COMUNITÀ ECCLESIALI

 

Credo che l’educatore cristiano inserito dentro il popolo di Dio si trovi a suo agio in questo documento ecclesiale, in ragione dell’ordine dei fini, dei contenuti, del metodo, dello stile pastorale, considerati in rapporto alla componente giovanile.
Mi soffermo ad evidenziare ciò che ETC offre, stimola ed interpella nella nostra qualità di educatori dei giovani.

La scelta dei giovani

 

Viene definita «una via privilegiata per la quale il vangelo della carità può farsi storia in mezzo alla nostra gente» (n. 43).

L’attenzione di ETC ai giovani è in se stessa piuttosto sorprendente. In una Chiesa che ha fatto la scelta degli adulti e della loro catechesi dal 1988, preparando un Convegno Nazionale per il 1992, a sua volta anticipato da importanti convegni zonali dei parroci, colpisce questa «felice incoerenza». Vuol dire che erano arrivati a maturità i due fattori che normalmente determinano tali scelte pastorali: una avvertita urgenza, anzi necessità e la consapevolezza di potercela fare. Di fatto ETC si rivolge ai giovani secondo i suoi obiettivi con ricchezza di stimoli.

Raduno qui i tratti che vedo più centrali per le nostre scelte pastorali.
Il titolo di ETC: «Educare i giovani al vangelo della carità» (n. 44ss), è ben espressivo per dire quale pastorale giovanile chiede la Chiesa italiana. Due sono i tratti tipici:

– si tratta di un processo educativo e non di esperienze magari intense, ma puntuali, quindi non veramente interiorizzate, e perciò labili, come il fiore del campo che oggi c’è e alla sera dissecca, per dirla con il salmista. Solo l’educazione fa incarnazione, pur dovendo comprendere l’educatore nella prospettiva trascendente dell’incarnazione;
– si tratta di educare i giovani al «vangelo della carità», ad una realtà che racchiude la verità su Cristo, sulla chiesa e sull’uomo. È tale vangelo e non qualche altra analoga specificazione che deve diventare il «centro dinamico e unificatore di una integrale pedagogia della fede» (n. 45).
Ne scaturiscono delle urgenze notevoli e del tutto congeniali all’operatore giovanile di oggi:
– pervenire alla chiara consapevolezza di un fatto ineludibile: «Il compito della trasmissione della fede alle nuove generazioni e della loro educazione a un’integrale esperienza e testimonianza di vita cristiana diventa una essenziale priorità pastorale» (n. 44);
– a tale priorità si può far fronte solo con «un’organica, intelligente, coraggiosa pastorale giovanile… (dentro) un preciso progetto educativo» (n. 45);
– il che richiede dei «formatori dotati di preparazione spirituale, culturale, pedagogica. ‘Formare i formatori’ rappresenta una evidente necessità pastorale» (n. 45);
– «occorre puntare su proposte essenziali e forti, con grande passione educativa e senza incertezze verso Gesù Cristo, coinvolgenti tutta l’esperienza giovanile, attente alle molte esigenze positive di oggi (fraternità, solidarietà, autenticità), offrendo concreti sbocchi di impegno mediante esperienze di comunione e di servizio» (n. 45) ed insieme maturando in essi «una interiorità autentica alimentata dalla familiarità con Dio nella preghiera personale, dallo spirito di sacrificio e da una rigorosa formazione intellettuale, alla luce dei principi dottrinali e morali della fede» (n. 46);
– a questo scopo «è indispensabile valorizzare gli ambienti educativi dove i giovani vivono, e tra questi la famiglia, la scuola – specialmente la scuola cattolica – l’oratorio e la comunità cristiana;
– «rilevantissimo campo di testimonianza dell’amore cristiano» è dato dalla «devianza giovanile, con i molteplici fenomeni di emarginazione e di fuga dalla vita», ricuperando e prima ancora prevenendo (n. 45);
– infine fa parte del vangelo della carità applicato ai giovani «la costitutiva risonanza vocazionale… rispondendo all’amore con l’amore»: dalla famiglia, alla vita consacrata, ai servizi sociali della salute e dell’assistenza, così carenti di persone in Italia.

«Sarà un indice di maturità cristiana se dal seno delle nostre comunità molti giovani sapranno scegliere una di queste strade» (n. 46).

Tre nodi peculiari

Nel processo educativo dei giovani alla fede, ETC propone alcuni impegni che penso arricchiscano e affinino i progetti locali già esistenti, dando loro quella concretezza italiana che ci riguarda.

– La carità deve diventare fatto perché il vangelo sia autentico. Diceva un testimone: «Come diciamo che è peccato grave omettere la messa domenicale, dobbiamo pervenire a dire lo stesso quando viene trascurata la carità». Oggi le presenze della Caritas e del volontariato diventano segnali ineludibili per ogni giovane e la comunità che lo educa.

– La carità deve avere il sigillo dell’autenticità cristiana. Soltanto «facendo maturare nelle menti e nei cuori una limpida e salda coscienza della verità cristiana si offre un contributo determinante all’edificazione di una comunità di fede adulta ed unita» (n. 27). Il che esige «una catechesi permanente ed integrale, rivolta a tutti e in particolare ai giovani e agli adulti» (n. 28).

– La maturazione del vangelo della carità si compie a proposito di un binomio che si attua con aspetti diversi in questo modo:

* nell’ordine di motivazioni trascendenti: verità e carità;
* all’interno della comunità: verità ed unità;
* nell’apostolato: identità e dialogo;
* nei confronti del mondo: giustizia e carità.

ECT è un documento di pastorale globale di alto profilo. Diventa necessario fare una «catechesi del vangelo della carità» alla propria comunità, al gruppo giovanile in particolare (la distribuzione in nuclei con il titolo dato sopra esposto può fare da modello).

Vi è in ETC una rilettura della situazione attuale umano-religiosa e l’elaborazione organica di una proposta che bene coniuga l’ordine della fede motivante con quello della riflessione interiorizzante e dell’impegno operativo: interpretazione evangelica nella freschezza del Concilio, spessore culturale, centralità della persona umana, attenzione al sociale e al politico, esplicita e specifica scelta della pastorale giovanile… rendono il documento in se stesso un grande atto di intelligente, stimolante, incoraggiante carità, di cui non possiamo non essere grati ai nostri Vescovi.