DOMENICA II DI QUARESIMA di Giuseppe Bellia

Messale

Antifona d’Ingresso Sal 26, 8-9

Di te dice il mio cuore: «Cercate il suo volto».
Il tuo volto io cerco, o Signore.
Non nascondermi il tuo volto.

Tibi dixit cor meum quaesívi vultum tuum,

vultum tuum, Dómine, requíram.

Ne avértas fáciem tuam a me.

 
Oppure:
Sal 24,6.3-22

Ricorda, Signore, il tuo amore e la tua bontà,
le tue misericordie che sono da sempre.
Non trionfino su di noi i nostri nemici;
libera il tuo popolo, Signore,
da tutte le sue angosce.

Reminíscere miseratiónum tuárum,

Dómine, et misericórdiae tuae,

quae a saeculo sunt.

Ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri;

líbera nos, Deus Israel, ex ómnibus angústiis nostris.

Colletta

O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito perché possiamo godere la visione della tua gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Deus, qui nobis diléctum Fílium tuum audíre praecepísti, verbo tuo intérius nos páscere dignéris, ut, spiritáli purificáto intúitu, glóriae tuae laetémur aspéctu. Per Dóminum.

L’orazione parte dal comando evangelico: O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio. Il TL dice: ci hai comandato perché così appare nell’imperativo: ascoltatelo. Il TI esprime il comando con ci chiami. La chiamata sembra lasciar un maggior margine alla libertà della risposta che non il comando. In realtà essa attenua l’imperativo insito nella Parola di Dio.

Questa è il nutrimento della nostra fede: nutri la nostra fede con la tua parola. Se il TI si esprime con un comando rivolto a Dio (nutri), il TL si esprime con filiale rispetto: degnati di pascerci interiormente con la tua parola. La Parola di Dio è contemplata come un pingue pascolo, dove il Pastore conduce il suo gregge (Sal 22,2: In pascoli mi fa posare, presso acque refrigeranti mi nutre). Questo pascolo nutre la nostra interiorità. Egli ci nutre con pastori secondo il suo cuore che ci pasceranno di scienza e di dottrina (Gr 3,15). Gesù dichiara die se stesso: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9). Il suo ministero pastorale è affidato a Simon Pietro: Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli» (Gv 21,15). L’effetto del pascolo della divina Parola è il seguente: purifica gli occhi del nostro spirito. Nel TI l’azione è concomitante, il TL dice: con lo sguardo spirituale purificato. La Parola di Dio purifica lo sguardo spirituale. Il nostro spirito, se racchiuso nelle realtà terrene, ne contempla la bellezza l’utilità e il piacere e se ne lascia attrarre anche mediante la riproduzione fantasiosa di esse sia nel nostro intelletto come nei sensi dominati dalle nostre passioni. Il nutrimento della Parola di Dio, a cui pascoli ci guida il buon Pastore e quanti pascono il gregge in suo nome ci purifica i sensi interiori e ci nutre nelle strutture del nostro spirito perché lo sguardo interiore possa fissarsi sullo splendore della sua gloria. Questa è la gloria, che il Padre ha manifestato nella trasfigurazione del suo Figlio diletto, e nella quale Egli vuole che fissiamo lo sguardo interiore ora nella fede e quando tutto sarà compiuto nella partecipazione alla sua stessa gloria.

Oppure:
O Dio, che chiamasti alla fede i nostri padri e hai dato a noi la grazia di camminare alla luce del Vangelo, aprici all’ascolto del tuo Figlio, perché accettando nella nostra vita il mistero della croce, possiamo entrare nella gloria del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Sulle Offerte

Questa offerta, Signore misericordioso, ci ottenga il perdono dei nostri peccati e ci santifichi nel corpo e nello spirito, perché possiamo celebrare degnamente le feste pasquali. Per Cristo nostro Signore.

Haec hóstia, Dómine, quaesumus, emúndet nostra delícta, et ad celebránda festa paschália fidélium tuórum córpora mentésque sanctíficet. Per Christum.


Prefazio

La trasfigurazione annunzio della beata passione.

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno,
per Cristo nostro Signore.
Egli, dopo aver dato ai discepoli
l’annunzio della sua morte,
sul santo monte manifestò la sua gloria
e chiamando a testimoni la legge e i profeti
indicò agli apostoli che solo attraverso la passione
possiamo giungere al trionfo della risurrezione.
E noi, uniti agli angeli del cielo,
acclamiamo senza fine la tua santità,
cantando l’inno di lode:

Santo, Santo, Santo il Signore…

Vere dignum et iustum est, aequum et salutáre,

nos tibi semper et ubíque grátias ágere:

Dómine, sancte Pater, omnípotens aetérne Deus:

per Christum Dóminum nostrum.

Qui, própria morte praenuntiáta discípulis,

in monte sancto suam eis apéruit claritátem,

ut per passiónem, étiam lege prophetísque testántibus,

ad glóriam resurrectiónis perveníri constáret.

Et ídeo cum caelórum virtútibus in terris te iúgiter celebrámus,

maiestáti tuae sine fine clamántes:

 

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth

 
Antifona alla Comunione 
Mt 17,5

«Questo è il mio Figlio prediletto 
nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».

Hic est Fílius meus diléctus,

in quo mihi bene complácui; ipsum audíte.


Dopo la Comunione

Per la partecipazione ai tuoi gloriosi misteri ti rendiamo fervide grazie, Signore, perché a noi ancora pellegrini sulla terra fai pregustare i beni del cielo. Per Cristo nostro Signore. 

Percipiéntes, Dómine, gloriósa mystéria, grátias tibi reférre satágimus, quod, in terra pósitos, iam caeléstium praestas esse partícipes. Per Christum.

 

Oratio super populum

 

Bénedic, Dómine, fidéles tuos benedictióne perpétua, et fac eos Unigéniti tui Evangélio sic adhaerére, ut ad illam glóriam, cuius in se spéciem Apóstolis osténdit, et suspiráre iúgiter et felíciter váleant perveníre. Per Christum.

 

Lezionario

Risplende il santo monte

di luce tersa e cristallina:

tutto è fuoco puro d’amore.

Chi potrà lassù salire?

Da questo corpo di carne,

da questa valle del pianto,

dal tetro potere della morte

come saliremo sul monte?

Sei sceso a noi, Signore,

carne dalla nostra carne,

in te sfigurata dal peccato,

in noi da te trasfigurata.

Sale chi prega e chi ama,

il cui io si placa nel silenzio,

il cuore in pianti si fa puro

e tetri pensieri si diradano.

PRIMA LETTURA                                             Gn 12, 1-4

 

Dal libro della Genesi

 

Premessa

La chiamata di Abramo segue immediatamente l’episodio della torre di Babele (Gn 11),caratterizzato da una sola lingua e dalla torre come sfida al cielo (continua la colpa di Gn 2: «Sarete come Dio»). Essa (= la Sapienza), quando le genti furono confuse, concordi soltanto nella malvagità, riconobbe il giusto e lo conservò davanti a Dio senza macchia e lo mantenne forte nonostante la tenerezza per suo figlio (Sap 10,2). Abramo è il resto dal quale prende inizio l’umanità nuova che nel suo seme (= il Cristo) viene portata all’unità non di una sola lingua ma di un solo cuore.

In quei giorni, 1 il Signore disse ad Abram:

«Vàttene dalla tua terra,

dalla tua parentela

e dalla casa di tuo padre,

verso la terra che io ti indicherò.

Abramo riceve un ordine urgente di partenza: il tempo è compiuto ed è espresso da un comando. Egli non può tergiversare. La situazione, da cui egli parte, è quella di una famiglia sventurata (cfr. Gn 11,28: morte di Aran) e dominata dall’idolatria. Di Abramo non si dice nulla, non gli si dà nessun appellativo nell’atto in cui lo si presenta. Egli quindi non appare un eroe ma piuttosto un piccolo. «Se di Abramo si parla, se ne parla come di chi non è, non come di chi è» (d. U. Neri, appunti di omelia, 27.2.1972). In At 7,2-4 è riportato questo testo ed è precisato che la chiamata è avvenuta in Mesopotamia; dice infatti: Ed egli [Stefano] rispose: «Fratelli e padri, ascoltate: il Dio della gloria apparve al nostro padre Abramo quando era ancora in Mesopotamia, prima che egli si stabilisse in Carran». Abramo deve partire, lasciando tutto. Il comando, come anche in seguito (cfr. Gn 22,2: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò») va da ciò che è più vasto e quindi meno coinvolgente (la terra) a ciò che è più vicino (la famiglia). La terra esprime la civiltà; il clan stringe i membri in un codice civile riconosciuto anche dagli altri clan e infine la casa paterna esprime i legami più forti e affettivamente coinvolgenti. C’è un ordine progressivo restrittivo che è tipico della chiamata (cfr. Mt 19,29). Così dice la Lettera agli Ebrei: Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava (11,8).

Non vi è nessuna immagine del luogo ma unica guida è la Parola istante per istante, essa fa dimenticare il passato e proietta in avanti (ti indicherò).

«La vita di Abramo è sradicata da tutto, proiettata verso l’ignoto, appesa al filo della sola Parola di Dio: il Dio della sola Parola! Tutto nella fede, nella speranza, nell’attesa!» (d. U. Neri, appunti di omelia, 27.2.1972).

Questa chiamata si fonda sulla fede, che è il filo conduttore di tutta la storia della salvezza e fondamento della stessa creazione (cfr. Eb 11,3). Così è definita la fede: La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono (Eb 11,1).

La fede è sostanza (che sottostà, fa essere) delle cose sperate e prova (verifica, dimostrazione) delle realtà (o fatti) che non si vedono. La fede di Abramo è sostanza dell’eredità cioè far essere l’eredità che prima non era ed è provata dalle realtà che non si vedono cioè dalla terra alla quale andava senza sapere. In Abramo la fede opera nell’obbedienza.

Qui sta il proprio della nostra fede: credere alla Parola di Dio, che ci fa uscire dal nostro mondo e ci colloca in una situazione assai precaria, dove l’unica sicurezza è la sua promessa. Tutto già esiste in Dio ma è fuori dalle nostre immediate prospettive; noi non vediamo nulla. È lo stesso cammino fatto dal popolo nel deserto, dove mancanza di cibo e di acqua lo portano a mormorare contro Mosè e contro Dio. Questo richiede che si ascolti la Parola di Dio.

Ora la terra che non si vede è il Cristo, che è seme di Abrahamo. «Esci dalla tua terra e dal tuo parentado, cioè dal tipo di vita, dalle abitudini e dai vizi precedenti, che aderiscono a noi dalla nostra nascita, e che ci sono come parenti per una certa affinità e consanguineità; terzo dalla casa di tuo padre, cioè da ogni memoria di questo mondo, che cade sotto lo sguardo degli occhi» (Cassiano, Collatio 3 abate Pafnuzio) [1].

2 Farò di te una grande nazione

e ti benedirò,

renderò grande il tuo nome

e possa tu essere una benedizione.

La benedizione data ad Adamo e a Noè riguarda la fecondità e il dilatarsi della stirpe umana; la benedizione che è in Abramo e che Abramo trasmette è la fede nel Cristo, suo seme. Infatti la crescita di Abramo è frutto della benedizione divina. Dio non impegna Abramo, ma impegna se stesso in una promessa e chiede ad Abramo di credere fino al punto da portarlo alla morte perché creda che Dio può far risorgere dai morti.

Farò di te una grande nazione, trasformerò il tuo essere in quello di un grande popolo. Sulle labbra di Dio la parola «grande» non si misura secondo i criteri umani ma Egli solo è la misura di questa grandezza, che scaturisce dalla sua benedizione.

E ti benedirò, la benedizione di Dio è il suo compiacimento, la sua forza. Egli comanda infatti. «Crescete e siate fecondi» (Gn 1,22).

Renderò grande il tuo nome, la grandezza del nome di Abramo sta nel fatto di essere benedizione.

E possa tu essere una benedizione. La benedizione di Dio si farà presente agli uomini tramite Abramo.

3 Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra ».

La benedizione da Abramo si allarga a coloro che lo benedicono, cioè che entrano in alleanza con lui e allo stesso modo la maledizione tocca quanti si separano da Abramo. Egli è posto come segno universale per i popoli.

«Tutte le famiglie della terra si comunicheranno la benedizione, o saranno benedette da Dio in te, cioè per mezzo tuo, nella tua benedizione (mediazione totale). Le «famiglie» i popoli, le comunità, i singoli, tutta la storia è segnata da lui» (d. U. Neri).

Perché mai il Signore pone in Abramo questo principio universale della benedizione? Probabilmente perché in lui abbiamo una prima ricapitolazione della storia. Come in Adamo gli uomini sono ricapitolati in quanto è colui dal quale ha origine la natura umana, che viene partecipata a tutti, così in Abramo le famiglie della terra sono ricapitolate in quanto è in lui, divenuto benedizione, che esse ricevono la benedizione. E come ad Adamo si contrappone il Cristo, nuovo Adamo, in quanto è colui che restaura la condizione dell’uomo, così in rapporto ad Abramo Gesù è dichiarato suo seme. Per questo rapporto Abramo riceve in sé il dono di essere benedizione, prerogativa propria del Cristo.

4 Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.

Partì, come, poiché Dio gli aveva detto di andare, nel modo in cui Dio gli aveva ordinato, Abramo si mise a camminare (solo per questo). (d. U. Neri). Con lui partì Lot, per partecipare alla sua benedizione. Chi vuole essere benedetto lo segue nel suo vagare nell’arbitrio di Dio. (d. U. Neri).

Note

«Questo comando: vattene sopravviene quando Abramo è già uscito (vedi capitolo precedente). Da che cosa è stata determinata questa uscita che è in direzione di Canaan? Comunque sia è che si sono fermati: a Carran vi è la stessa situazione religiosa di Ur. Qui viene dato l’ordine in modo imperativo e irresistibile. Ora dico che anche per noi c’è sempre possibilità che facciamo sosta a metà strada e come pure, per sua misericordia, che i suoi inviti si rafforzino. Dice di uscire da tre cose: la terra è tutta la terra al di fuori di quella di Canaan: uscire non è solo negare la propria terra, quella del mondo, ma bisogna entrare; l’origine, parentado (cognatio). Mi piace prendere in modo forte: origine come di Gesù che è uscito dal seno del Padre per diventare uomo. Noi pure dobbiamo uscire dall’umanità, dal genere umano. Infatti sta scritto che i cristiani sono considerati nemici del genere umano. L’umanità è tutto ciò che è inteso umanisticamente.

Dalla casa di tuo padre, solo uscendo da essa si diventa totalmente stranieri.

Sono tanti gli elementi, con cui il Signore ci fa uscire: vi sono tanti spessori di uscita. La Quaresima è uscita e noi non riusciamo a uscire; però lo sforzo della Quaresima ci vuole; lasciarci tagliare – Abramo prende tutto con sé con il rischio di essere predato di tutto. Solo nella notte di Pasqua si uscirà perché Lui ci mostrerà la Terra. Anche con la Scrittura non si riesce a fare la preghiera se non ci sono questi progressivi distacchi: possiamo fare tanti tentativi. Ora siamo pregiudicati in rapporto alla Scrittura. Ora l’intensificarci si manifesta nel fatto che quando non prendiamo contatto bene non entriamo. A volte è quasi un niente, un sassolino che impedisce. Ciò mostra come il rapporto con la Scrittura sia spirituale» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 23.2.1975).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 32

Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.

Retta è la parola del Signore

e fedele ogni sua opera.

Egli ama la giustizia e il diritto;

dell’amore del Signore è piena la terra. R/.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,

su chi spera nel suo amore,

per liberarlo dalla morte

e nutrirlo in tempo di fame.       R/.

L’anima nostra attende il Signore:

egli è nostro aiuto e nostro scudo.

Su di noi sia il tuo amore, Signore,

come da te noi speriamo.         R/.

SECONDA LETTURA                                      2 Tm 1,8-10

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Timoteo

Figlio mio, 8 con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.

Soffri con me per il vangelo. A questo porta il ravvivare il carisma e lo Spirito Santo dato dall’imposizione delle mani. Questa partecipazione alla sofferenza è dono dello Spirito che porta a non vergognarsi della testimonianza del Signore restando saldi nella comunione apostolica. In tutto questo opera la forza che viene da Dio e che è presente nella nostra chiamata.

Con la forza di Dio. «Quale forza? Quella con cui ci ha chiamati, come dice subito» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 27.2.1972).

9 Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità,

La forza di Dio si è manifestata nel salvarci e nell’attuare sempre, istante per istante questa salvezza, con il chiamarci e donarci una vocazione santa. La chiamata non è solo redenzione e liberazione dalle forze di morte, che in precedenza ci dominavano, ma è renderci partecipi della sua stessa santità.

Sembra paradossale, ma è davvero più grande la chiamata alla santità, che Dio attua ogni giorno, di quella iniziale. Infatti perseverare e progredire nella conoscenza e nella partecipazione alla sua santità è un cammino di grazia e di fede, che non si basa sulle nostre opere, «che noi non potevamo fare e che se anche ora facciamo sono sempre opere inadeguate!» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 27.2.1972).

Fondamento della chiamata è il suo progetto. Il progetto è il decreto di Dio, che scaturisce dal suo intimo, senza nessun condizionamento da parte nostra e che quindi è pura grazia a noi elargita in Cristo Gesù. «Ecco perché Gesù, che ci è stato dato e vive in noi, è “Amen”, che pronuncia questo “amen” in noi, che fa della nostra vita un “amen”, un “sì” detto alla chiamata del Padre!» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 27.2.1972).

10 ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù.

Essendo tutto derivato dal suo proposito anche la grazia è disposta per noi fin dall’eternità perché è tutta nel Verbo, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14) e da Lui si effonde su tutti gli uomini, come olio profumato che scende dal suo capo su tutto il corpo.

Perciò quando il Figlio di Dio è apparso, è stata pure rivelata la grazia non da Lui separata ma in Lui tutta presente e a noi da Lui comunicata, infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia (Gv 1,16).

Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.

Il Cristo ha svuotato la morte di ogni potere sugli uomini. Egli le ha lasciato l’apparenza del suo dominio ma non la capacità di distruggere gli uomini per sempre e in tutto il loro essere. Al suo posto ha fatto risplendere la vita al popolo che camminava nelle tenebre e sedeva nell’ombra di morte. La vita donata dal Cristo è senza più morte. Tutto questo avviene per mezzo del vangelo. L’annuncio e l’adesione all’evangelo genera questa duplice situazione: la distruzione della morte e l’illuminazione della vita.

«L’Amen, Cristo, vive in noi e in noi distrugge la morte e fa risplendere in noi la vita e l’incorruttibilità» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 27.2.1972).

Il rapporto costante a livello dell’essere e dell’esistere con il Cristo è la realizzazione costante di questa duplice operazione di morte e di risurrezione.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Lode e onore a te, Signore Gesù!

Dalla nube luminosa,

si udì la voce del Padre:

«Questi è il mio Figlio diletto:

ascoltatelo».

Lode e onore a te, Signore Gesù.

VANGELO                                                         Mt 17,1-9

 

 Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo, 1 [E dopo sei giorni] Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte.

E, alla Trasfigurazione confluisce quanto precede: è l’amen alla confessione di Cefa, la Roccia (cfr. 16,13-20); è il sigillo alla profezia della sua Passione morte e risurrezione (cfr. ivi, 21-23); è la forza di speranza nella sequela (cfr. ivi, 27-28); dopo sei giorni, cioè al settimo giorno. Essa avviene nel sabato, al compiersi delle opere della creazione. Appartiene a questa creazione, ne è il vertice, il compimento e quindi il suo dissolversi.

Anche al Sinai, la nube della Gloria copre il monte per sei giorni e al settimo Mosè viene chiamato ed entra nella nube (cfr. Es 24,16-18 LXX): è adombrato questo mistero. Mosè, come ora, entra nella gloria del suo Signore.

Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, li prende perché siano suoi testimoni nel contemplare ciò che occhio non vide, né orecchio udì né mai entrarono in cuore di uomo (1Cor 2,9), perché questo ha preparato Dio per coloro che lo amano (ivi). Alla stesso modo il discepolo, che prende in considerazione non le cose che si vedono (sono infatti temporali ), ma quelle che non si vedono (che sono eterne), può salire sopra il monte elevato, mentre il Cristo lo precede, e può contemplare la gloria del Verbo di Dio (Origene). Dice infatti: e li conduce in alto sopra un monte elevato, in disparte. Tutto ha valore di simbolo: solo Lui conduce in alto chi ha disposto le sue ascensioni nel suo cuore (Sal 83,6 LXX), sopra il monte elevato della divina contemplazione, in disparte, là dove il Maestro si rivela ai discepoli.

2 E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.

E fu trasfigurato davanti a loro dal Padre: infatti cessa in quell’istante la condizione dello schiavo e appare, nella carne mortale, la condizione del Figlio. Non cessa la natura umana, ma in questa appare la bellezza della natura divina. Non dall’esterno riceve la gloria, ma dal suo essere Dio traspare la sua gloria, che è la stessa del Padre.

E risplendette il suo volto come il sole, in tutta la sua potenza (Ap 1,16). La più luminosa delle creature, il sole, cede ora il suo splendore davanti a Colui «di cui porta significatione» (S. Francesco, Cantico delle creature). È chiaro che l’occhio dei discepoli non si può fissare su Gesù, allo stesso modo che i figli d’Israele non potevano fissare lo sguardo sul volto di Mosé (cfr. 2Cor 3,7). Allo stesso modo anche noi non potremmo contemplare la gloria, che è nell’Evangelo, se non fosse nascosta sotto l’umiltà della lettera.

Le sue vesti poi divennero bianche come la luce. Parla di quella luce, che è la prima delle sue opere e nella quale tutto viene creato; essa è pertanto la prima manifestazione del Verbo, per il quale tutto è stato fatto e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste (Gv 1,3). La creazione scaturisce quindi dalla manifestazione gloriosa del Cristo, espressa sulla croce, e che ora risplende nelle sue vesti. In Lui è quindi compendiato tutto l’universo, come nel vero ed eterno sommo sacerdote nello splendore del suo ministero (Vedi quanto è detto del sommo sacerdote Simone in Sir 50,6-11).Trasfigurato, si rivela come la ragione d’essere di tutta la creazione, non come la prima creatura, ma come il Principio della creazione di Dio (Ap 3,14).

3 Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

Ed ecco, come all’improvviso, nello splendore della sua gloria, apparvero loro, ai discepoli, Mosè ed Elia che parlavano con Lui. Dalla creazione, che in Lui ha il suo principio, la visione passa alla Legge ed ai Profeti presenti in Mosè ed Elia, che parlano con Lui. Chi contempla il Signore con l’occhio interiore illuminato dalla sua luce, quando ode le divine Scritture, le comprende come Parola che di Lui e con Lui parla e «vede Mosè ed Elia nella gloria poiché li vede essere una sola cosa con Gesù» (Origene).

4 Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».

E prendendo la parola (lett.: rispondendo) Pietro, la voce apostolica, non ancora confermata dallo Spirito, s’inserisce nella divina Parola e disse a Gesù: «Signore è bello che noi siamo qui». L’espressione rivela la gioia per l’occhio di vedere e per l’orecchio di udire. Attraverso i sensi esterni, quelli interiori si stanno mutando; usciti dalla vanità dove l’occhio nel guardare e l’orecchio nel sentire non si saziano, ora, nella pienezza, che va oltre questa creazione, finalmente l’occhio contempla e l’orecchio si sazia di Colui che è il vero nutrimento dell’uomo ed è l’anelito di tutta la creazione in quanto alfa ed omega, principio e fine (Ap 22,13). Se vuoi poiché sei il Signore, farò qui tre capanne per poter dire con Abramo: «Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo» (Gn 18,3). Penso che Pietro voglia ospitare il Cristo assieme a Mosè ed Elia. Ma la Gloria divina, che in Cristo si manifesta, non può abitare in una tenda fatta da mano d’uomo e tanto meno fermarsi in essa. Infatti non in Gerusalemme né sul monte di Sicar i veri adoratori adoreranno il Padre, ma nello Spirito e nella verità (cfr. Gv 4,21). Pietro non può creare tre luoghi di culto del mistero che sta avvenendo. Infatti non appartiene a questa creazione, come subito il Padre rivela.

5 Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra; questa infatti è la vera tenda «migliore e molto più bella di quella che egli desiderava fare» (Origene). La nube è segno della sua gloria: ora Lo adombra, nell’ascensione Lo sottrae (cfr. At 1,9), nella sua manifestazione di gloria e di potenza, Egli siede su di una nube bianca (cfr. Ap 14,14.15.16). La nube qui è luminosa perché è scritto avvolto di luce come di un manto (Sal 103,2). Essa adombra Gesù, Mosè ed Elia che entrano nella dimora divina come suoi familiari.

Scortato dalla Legge e dai profeti, il sommo sacerdote entra non in un santuario fatto da mano d’uomo, ma in quello celeste, cioè non appartenente a questa creazione (Eb 9,11). È come anticipato quell’ingresso che Egli farà con il proprio sangue per procurarci una redenzione eterna (cfr. ivi,12).

Ed ecco una voce dalla nube diceva: dall’intimo della dimora divina si ode una voce, la stessa che risuonò dai cieli durante il battesimo (cfr. 3,17). Questa voce è conferma migliore della parola dei profeti (2Pt 1,19). Essa è quindi il suggello delle Scritture e fondamento dell’annuncio apostolico. Essi possono dire: Questa voce l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con Lui sul santo monte (ivi, 18).

Glorificando il suo Cristo, la voce paterna dice: Questi è il Figlio mio, l’Amato, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo. La parola divina termina con un comando: ascoltatelo. Questo comando appartiene all’annuncio che Mosè fece del profeta pari a lui (cfr. Dt 18,15). In tal modo la voce paterna si esprime secondo il linguaggio della Legge (cfr. Gn 22,2; Dt 18,15), dei Profeti (cfr. Is 42,1) e degli scritti (cfr. Sal 2,7): tutta la Scrittura è così compendiata, nella voce paterna, come testimonianza vera a Cristo.

6 All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.

All’udire questa voce, i discepoli caddero con la faccia a terra, prostrandosi in adorazione, e furono presi da grande timore, come è scritto: Signore ho ascoltato il tuo annunzio e ho temuto (Ab 3,2 LXX).

7 Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8 Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

E Gesù si avvicinò, essi non Lo vedono nel momento in cui riassume la condizione dello schiavo perché sono come privi di vita; li toccò e disse, li tocca per ridare loro forza e vita; infatti ogni visione toglie forza all’uomo, come è detto nell’Apocalisse: Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto (1,17). Li tocca e dice loro: Alzatevi e non temete, in virtù di questo comando possono rialzarsi liberati dal timore, che li teneva prostrati. Infatti davanti a Dio, che si rivela e parla, l’anima è talmente penetrata dalla presenza divina che cessa di avere forza e resta in questa condizione fintanto che Dio non si ritira e non le ricomunica le sue energie. Questa esperienza di Dio s’imprime fortemente nell’esperienza di chi ne è segnato e lo riempie di un salutare timore, come è detto nel salmo 118 LXX: Inchioda nel tuo timore le mie carni (v. 120).

Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Vedono solo Lui ma dentro hanno la visione della gloria e risuona ai loro orecchi la voce divina. L’abisso della divinità, che si era aperto ai loro occhi, si è rinchiuso di nuovo; Gesù resta con loro per proseguire nel suo cammino verso la croce, verso l’obbedienza del suo totale annientamento.

9 Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti ».

Mentre scendevano dal monte della gloria, Gesù ordinò loro, Egli comanda in quanto è il Figlio che essi devono ascoltare, e questo è il comando: «Non parlate a nessuno di questa visione finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». La visione è per sua natura profetica; essa compendia in sé tutta la storia nella rivelazione del Figlio dell’uomo, come Daniele stesso lo vede nelle visioni notturne (cfr. Dn 7,13.14). Questa visione non può essere rivelata prima della risurrezione dai morti, prima cioè che il Figlio dell’uomo sia glorificato ed entri per sempre nel santuario celeste. Infatti solo quando anche nella sua carne sarà glorificato, potrà essere annunciata questa visione con tutta la sua portata di rivelazione e di profezia.

«Quindi il Cristo stesso da noi non è raggiungibile, nella fede, se non attraverso questa saldatura dell’atto di fede della Chiesa – garantita dalla testimonianza degli Apostoli che hanno assistito e partecipato a questo – con l’atto di fede d’Israele nella continuità della parola di Mosè ed Elia, della Legge e dei Profeti.

Così solo noi cogliamo il Cristo e Lo ascoltiamo e ci convertiamo a Lui! Quindi l’importanza – dicevamo già Domenica scorsa ‑ della Parola di Dio in questo periodo quaresimale; ma allora soggiungiamo, precisando, l’importanza della Parola di Dio in questo periodo quaresimale assunta nell’unità dei due Testamenti.

È indispensabile! È per questo che la Chiesa in questo periodo di Quaresima legge con insistenza l’Antico Testamento e particolarmente i libri della Legge, i libri del Pentateuco. Per cogliere il Cristo nella Sua unità e nella sua totalità! Perché non possiamo cogliere il Cristo e convertirci a Lui, soltanto attraverso la Parola, sia pure conclusiva dell’Evangelo!

Tutta la dimensione del Cristo va colta in tutto lo spessore della pienezza del disegno di salvezza. Mosè ed Elia sono qui, a questo punto, della vita del Signore, per questo!» (d. G. Dossetti, omelia registrata, 27.2.1972).

«Tiriamo le fila per questa settimana:

1) la prima cosa è di ricordarci della chiamata santa (2Tm 1,8) cf v. 1,7: Dio non ha dato uno spirito di pusillanimità ma di potenza, amore, saggezza, … il francese traduce saggezza con buon senso: cioè saper amministrare bene la grazia, la chiamata santa. Ringraziare ma anche aver buon senso nell’amministrare la grazia. Delle volte anche stare terra a terra di fronte alle cose di Dio è timore di fronte a Lui.

2) sapere che non riusciamo staccarci della terra. Però fare dei piccoli atti di distacco da noi stessi nella speranza che il Signore ci faccia entrare nella terra il giorno di Pasqua.

3) anticipare le cose belle che intravediamo: il sole, l’intimità con i santi, il paradiso. Cerchiamo di richiamarli ogni mattina nell’Eucaristia questi tre pensieri tanto semplici» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 23.2.1975).

Orazionale

 

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Saliamo anche noi, fratelli e sorelle carissimi, il monte santo e al Padre, che ci rivela il suo Figlio amato, eleviamo la nostra fiduciosa preghiera.

Ascolta, o Padre, la voce dei tuoi figli.

  • Perché la santa Chiesa faccia risplendere in tutti i popoli la luce evangelica per dare speranza di trasfigurazione alle sofferenze di molti e ai gemiti di tutta la creazione, preghiamo.

  • Perché i discepoli di Gesù ascoltino sempre il Cristo anche nel duro linguaggio della sofferenza per cogliervi la forza della speranza e l’annuncio della glorificazione, preghiamo.

  • Per i malati nel corpo e nello spirito, perché il Signore Gesù li porti con sé sul monte santo, l’illumini con la sua gloria e infonda forza alla loro debolezza, preghiamo.

  • Per noi qui presenti perché, rafforzati nella fede, sappiamo sostenere ogni tentazione e prova, nell’obbedienza perfetta alla Parola di Dio, preghiamo.

O Dio, che chiamasti alla fede i nostri padri e hai dato a noi la grazia di camminare alla luce del Vangelo, aprici all’ascolto del tuo Figlio, perché accettando nella nostra vita il mistero della croce, possiamo entrare nella gloria del tuo regno.

Per Cristo Signore.

Amen.

 

 

[1] «Exi de terra tua, et de cognatione, id est de conversatione et moribus vitiisque prioribus, quae nobis e nostra nativitate cohaerentia, velut affinitate quadam et consanguinitate cognata sunt; tertio, de domo patris tui, id est de omni memoria mundi huius, quae oculorum occurrit obtutibus»