Il pensiero educativo di Benedetto XVI

 Cesare Bissoli

Questo intervento è stato pensato in collegamento con il Convegno «Evangelizzare educando e educare evangelizzando», organizzato dal Centro Studi della Scuola Cattolica, e soprattutto con i prossimi «Orientamenti pastorali» per il decennio CEI sul tema della sfida educativa (2010-2020).

Avendo chiaro questo binomio e i riferimenti al contesto della Chiesa italiana, si dà al pensiero del Papa la giusta prospettiva. Vediamo tale prospettiva nella forma di tre passi.

UNA PROSPETTIVA DI BASE

Credo si sia ormai capito che il binomio evangelizzazione ed educazione esprime una simbiosi singolare: evangelizzare ed educare non sono esattamente la stessa cosa, tanto quanto è diversa un’azione diretta di Gesù Cristo e la nostra di uomini.
Gesù non ha bisogno di educare per salvare (v. il ladrone in croce), ma normalmente sì, perché educare significa maturare la libertà di corrispondere all’azione del Signore.
Quindi evangelizzare ed educare si richiamano a vicenda, azioni necessarie ciascuno nel suo ruolo: non evangelizzo veramente, specie i minori, se non li educo all’accoglienza e all’esperienza del messaggio (Parola di Dio), e questo per volontà stessa di Dio, che nell’intera storia biblica ha manifestato la sua relazione di salvezza tramite anche una progettualità pedagogica (paedagogia Dei). Viceversa, pur dovendosi ammettere che si possono raggiungere obiettivi educativi senza per sé richiamarsi al vangelo, resta vero che una educazione integrale conduce all’apertura della fede almeno come possibilità costruttiva. È quanto avviene – o dovrebbe avvenire – nell’ambito ecclesiale nel contatto soprattutto con i minori (scuole, oratori, catechesi): noi credenti non possiamo volere una educazione umana senza lasciarsi raggiungere dal Vangelo.
Questa reciprocità asimmetrica, ma strettamente correlata, ha sempre avuto una costante pratica nella tradizione della Chiesa. Si pensi al catecumenato dei primi secoli, dove al primo annuncio o kerigma si sono sempre accompagnati vari riti e doverosi scrutini, mirando ad una sorta di certificazione di maturità per accedere al Battesimo. Si pensi all’impianto grandioso dell’istituzione catechistica dal Concilio di Trento ai nostri giorni (catechesi come iniziazione) dove il fattore educativo è emerso tramite persone dedite a questo compito, con sussidi, percorsi catechistici… E reciprocamente nell’educazione svolta nella Chiesa sempre si è mirato all’incontro con il Signore. Si pensi all’oratorio di Don Bosco e di tanti altri educatori eccellenti. Per quanto uno non pensi a questo legame tra evangelizzazione ed educazione, resta sempre vero che ogni volta che si annuncia il dato della fede si incide educativamente in bene o in male, si provoca in un senso o in un altro educazione, cioè una conoscenza motivata di valori che toccano la coscienza e premono per farne l’esperienza. Come pure qualsiasi atto educativo, soprattutto negli ambiti strategici come la famiglia, la scuola e la Chiesa, tende – si dica o meno, in bene o in male – ad una offerta nell’ordine della verità e dei valori che contano, si risponde a domande di senso che ultimamente aprono all’ipotesi della religione, al Trascendente, ad una fede.
Ma allora, perché questa ripresa del binomio, non solo da parte nostra, ma di ogni serio educatore, non soltanto cristiano, del Papa stesso? Per due ragioni: una negativa e una positiva.
– Vi è la ragione dello sconcerto, quasi della paura. Tutti avvertiamo il malessere giovanile, e particolarmente adolescenziale, che Papa Benedetto, come vedremo più avanti, denuncia drammaticamente come «emergenza educativa». Nel mondo degli adulti, credenti e non credenti, sempre più si allarga la consapevolezza di una grave inadempienza verso le giovani generazioni. Manca l’educazione si dice, vige la concessione! Da parte di noi cristiani (presbiteri, catechisti, operatori pastorali), ci rendiamo conto che il nostro annuncio generalmente parlando non passa nel mondo giovanile, magari tocchiamo l’emotività giovanile, ma non educhiamo in profondità, o educhiamo fermandoci soltanto all’aspetto umano, senza proporre la scelta di fede in Gesù Cristo.
– Ma non può essere la paura che ci anima ultimamente. Lo Spirito Santo sta suscitando nella coscienza dei cristiani una nuova direzione di marcia, cioè un impegno costruttivo di annunciare la fede in Gesù Cristo, ma anche di preoccuparsi con l’esempio e la parola di farlo assimilare alle giovani generazioni, seguendo il loro modo di capire ed esprimendo loro una relazione affettiva intensa, educando appunto e avendo come luoghi strategici la famiglia, la scuola (cattolica), la comunità, intesa come parrocchia e ogni altra forma aggregativa.
Così una vera preoccupazione senza scadere nell’angoscia attraversa la chiesa italiana, tanto da fissare per il prossimo decennio degli orientamenti pastorali fissati sull’educazione evangelizzante. Fa da preludio un libro eccellente già pubblicato che consiglio a tutti: La sfida educativa, La­terza.
Nell’area della catechesi, area che mi è più congeniale, si sta ripensando ogni processo di evangelizzazione in termini di educazione, volendo presentare il Gesù genuino della fides ecclesiae secondo la misura dei soggetti.
– In questo contesto che è giusto definire inquietante, si inserisce Benedetto XVI, non proprio con fervorini di circostanza, ma con una visione precisa e organica, che se non costituisce un manuale pedagogico pronto all’uso, dà criteri per interpretare la situazione e indicazioni per una buona pratica, con un tono per altro non pessimista, ma certamente serio, come se risuonasse il monito paolino: «È ora di svegliarsi dal sonno!». È quanto ora ci accingiamo a vedere.

Dall’aprile 2005, mese dell’elevazione di Joseph Ratzinger a Papa col nome di Benedetto XVI [1], si può contare ben più di un centinaio di interventi maggiori e minori sull’argomento.
Un primo dato istruttivo riguarda i referenti dei suoi interventi, cioè le persone, gli eventi, le situazioni che li hanno provocati: incontri con i Vescovi, con i giovani, anzitutto nelle Giornate Mondiali della gioventù e in occasione di visite apostoliche in diversi paesi, con le famiglie, con la Chiesa di Roma, con il clero italiano in diocesi diverse, con Istituti Religiosi (Gesuiti, Lasalliani, Salesiani di Don Bosco…), infine incontri con esponenti del mondo civile.
Chiaramente l’ottica del Papa è strettamente religiosa, in vista della comunicazione della fede, ma è interessante che lo faccia appellandosi all’azione educativa con tutte le sue implicanze umane. Nel suo Magistero va considerato anzitutto un documento-base, che il Papa ha pubblicato il 21 gennaio 2008: è la ormai famosa «Lettera del Santo Padre Benedetto XVI alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione»,[2] cui si accompagnano altri stimoli significativi e indicazioni per specifici destinatari (giovani, famiglia, scuola, comunicazione massmediatica).

«EMERGENZA EDUCATIVA: UNA GRANDE E INELUDIBILE SFIDA»

Codesto binomio che tanto ha fatto e fa parlare di sé, non compare all’improvviso come un fungo, ma in certo modo si sviluppa all’interno di un contesto di riflessione prolungata che ha il suo luogo vitale nella stessa diocesi del Papa, Roma, nei Convegni diocesani annuali cui il Papa partecipa come Vescovo. In tale contesto, dove si assiste ad una larga e sentita partecipazione ecclesiale, vengono studiate in vista del progetto diocesano annuale tematiche vitali e sofferte soprattutto sulla famiglia e sui giovani. Il Papa ascolta, annota e parla. È dentro questo intenso tessuto pastorale che si colloca la Lettera del 21 gennaio 2008 rivolta appunto alla diocesi e alla città di Roma. Circa un mese dopo, il 23 febbraio, vi è la «consegna» ufficiale alla Chiesa di Roma in una celebrazione speciale.[3]

La Lettera alla Diocesi di Roma

La Lettera come tale è rivolta dunque alla «diocesi e alla città di Roma», entra nel tracciato di esperienze vive, coinvolge credenti e in generale abitanti della città, come un compito che va oltre il perimetro della fede in senso stretto, perché le giovani generazioni sono un bene comune, «da loro dipende il futuro di questa nostra città». La Lettera – cui va strettamente collegata la citata «consegna» – è breve, si fa portavoce di fatti reali, riesce facilmente leggibile da tutti. Come avverte lo stesso Papa, «in essa potete trovare alcune indicazioni semplici e concrete, sugli aspetti fondamentali e comuni dell’opera educativa».
Ecco la trama dei pensieri.
* Due sono i fini supremi, costantemente richiamati nella Lettera e poi in tanti altri interventi, e così riassunti: «Lo scopo essenziale dell’educazione (…) è la formazione della persona per renderla capace di vivere in pienezza e di dare il proprio contributo al bene della comunità».[4] Dunque la persona umana (giovane) è l’obiettivo supremo dell’educazione (o formazione: il Papa non distingue), l’educazione è un mezzo indispensabile al fine. Sono i due pilastri che – pur con molteplici variazioni e approfondimenti – reggono tutto il pensiero papale.
* Sulla fine del primo decennio del 2000, siamo in fase di «emergenza educativa», qualificata come «una grande e ineludibile sfida». Benedetto XVI la raccoglie nei seguenti segnali: insuccessi formativi, frattura fra le generazioni, tentazione degli educatori (genitori…) di rinunciare ad educare, a causa anche dell’incomprensione del loro ruolo, l’affidarsi ingenuo ad una socializzazione tradizionale, più radicalmente, denuncia il Papa, «un’atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana e del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita».[5] Il giudizio finale è molto forte: «Sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali». Nella «consegna» della Lettera, rimarcando questa diagnosi dove sono «troppe incertezze, troppi dubbi, troppe immagini distorte», il Papa conclude con molto realismo: «Educare non è mai stato facile e oggi sembra diventare sempre più difficile… Diventa difficile proporre alle nuove generazioni qualcosa di valido e di certo, delle regole di comportamento e degli obiettivi per i quali meriti di spendere la propria vita».
* Proprio per questo il Papa ritiene che non si debba buttare la spugna, ritenendo con una convinzione positiva che vi è, anzi «aumenta oggi la domanda di un’educazione che sia davvero tale». E presenta una gamma differenziata di richieste, che dicono il malessere pedagogico in atto, ma anche il desiderio di farvi fronte, dal punto di vista di genitori in quanto «preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli»; degli insegnanti che vivono l’esperienza del «degrado delle loro scuole»; della società, «che vede messe in dubbio la base stessa della convivenza»; dei ragazzi e giovani «che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita».
* Uno snodo sostanziale presenta a questo punto il Papa, centrando l’intima essenza dell’atto educativo come educazione alla libertà e della libertà, in tale maniera superando nettamente processi cognitivisti e behavioristi: «A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, ove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni… Il rapporto educativo è anzitutto l’incontro di due libertà, e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate».
* Dall’ordine dei fini scaturisce l’ordine dei compiti che Benedetto XVI circoscrive con «Alcune esigenze comuni di un’autentica educazione». Le sintetizziamo così:
– «Vicinanza e fiducia che nascono dall’amore»: «ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso (per) aiutare i suoi alunni a superare gli egoismi e diventare capaci di autentico amore».
– Alle tante domande e richieste di spiegazioni da parte dei giovani, occorre collegare «la grande domanda a riguardo alla verità, a quella verità che può essere guida nella vita».
– «Anche la sofferenza fa parte della verità della nostra vita». Non tematizzarla significa far «crescere persone fragili e poco generose: la capacità di amare corrisponde, infatti, alla capacità di soffrire e soffrire insieme».
– «Punto forse più delicato dell’opera educativa: trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina». Regole di comportamento e di vita formano il carattere per le prove della vita. Libertà d’altra parte non vuol dire accettare gli errori, correggere è amare.
* Finalmente rimarcando con forza che «nell’educazione è decisivo il senso di responsabilità» delle persone, Benedetto XVI rivela quello che appare essere il punto che gli sta più a cuore e che ripete in tutti gli interventi dove tocca l’educazione: il ruolo dell’educatore.
Di qui parte una serie di concretizzazioni pedagogiche che richiamiamo in breve:
– Anzitutto chi è educatore responsabile? È «chi sa rispondere a se stesso e agli altri» a proposito dei tanti problemi emergenti nel processo di crescita. E per colui che crede, la responsabilità lo impegna davanti a Dio. È una persona perciò che si rende conto, interviene, corrisponde alle attese. Non basta dunque una qualsiasi informazione o una qualche partecipazione, ma è un I care, per dirla con Don Milani, che l’educatore fa proprio con intima convinzione.
– Nella Lettera la responsabilità educativa è un fattore di condivisione stretta e interattiva fra due soggetti: la singola persona (educatore e educando) e la società. Di questa il Papa ricorda il persistente influsso: «Di fatto le idee, gli stili di vita, le leggi, gli orientamenti complessivi della società in cui viviamo, e l’immagine che essa dà di se stessa attraverso i mezzi di comunicazione, esercitano un grande influsso sulla formazione delle nuove generazioni, per il bene ma spesso anche per il male». Si ricordi però che «la società non è un’astrazione; alla fine siamo noi stessi».

La Consegna della Lettera

Nella Consegna della Lettera il Papa entra in dettaglio sui responsabili connotandone il compito specifico: genitori («reciproco amore, primo e grande dono» ai figli; «stile e coraggio del vero educatore con una coerente testimonianza e la fermezza necessaria per temprare il carattere, aiutarli a distinguere con chiarezza il bene e il male, costruirsi solide regole di vita»); docenti di scuola (avere «un concetto alto e grande» del proprio impegno, andare incontro al «desiderio di conoscere e capire», toccando la «‘grande domanda’ riguardo a quella verità che può essere di guida nella vita», «in stretta sintonia con i genitori»); la folla dei tanti animatori [6] («amici affidabili, testimoni sinceri e coraggiosi» della «via che conduce alla vita»).
* A conclusione di quello che abbiamo chiamato «asse portante» del pensiero educativo globale del Papa, riferiamo due indicatori che egli pone come trascendentali che fanno da orizzonte dell’opera educativa:
– Il fattore ‘speranza’, precisamente quella «speranza affidabile» (secondo l’enciclica Spe salvi) che ha la sua radice in Dio e che sola può essere anima dell’educazione, senza di cui si ha «la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell’educazione c’è, infatti, una crisi di fiducia nella vita».
– Il fattore ‘impegno’ incentrato su due convinzioni che bene svelano la personale coscienza del Papa: «Educare è una passione che dobbiamo portare nel cuore, è un’impresa comune alla quale ciascuno è chiamato a recare il proprio contributo»; «con un’intuizione che vorrei dire profetica, la Chiesa da anni concentra i suoi sforzi sul tema dell’educazione».

ALTRI SPUNTI SIGNIFICATIVI

Ne facciamo solo un cenno, per rimarcare la consonanza nei temi maggiori, ma anche per portare specificazioni degne di interesse.[7]

Il Convegno Nazionale di Verona (2006)

Il Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona (ottobre 2006) fa da tribuna solenne alle parole dedicate dal Papa all’educazione, essendo questo uno dei cinque argomenti centrali del Convegno («Tradizione»). Il Papa richiama il valore decisivo dell’educazione della persona perché «l’esperienza della fede e dell’amore cristiano passi da una generazione all’altra», rammenta «lo squilibrio» fra crescita del potere tecnico e crescita delle risorse morali, non nasconde i potenziali valori cui i giovani sono disponibili, ricorda che «la questione fondamentale e decisiva» dell’educazione esige di «allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze», giacché «l’educazione vera ha bisogno di risvegliare il coraggio delle decisioni definitive, oggi considerate un vincolo mortificante la libertà, ma indispensabili per far maturare l’amore in tutta la sua bellezza e dare significato alla stessa libertà». E aggiunge un passaggio che colpì tutti: «Da questa sollecitudine per la persona umana e la sua formazione vengono i nostri ‘no’ a forme deboli e deviate di amore, alle contraffazioni della libertà, alla riduzione della ragione a ciò che è calcolabile… In verità questi ‘no’ sono piuttosto dei ‘sì’ all’amore autentico, alla realtà dell’uomo come è stato voluto da Dio».

Al Capitolo Generale dei Salesiani (2008)

Una parola merita l’intervento di Benedetto XVI ai Salesiani di Don Bosco in occasione del loro Capitolo Generale (marzo 2008). E stata fin qui l’espressione maggiore sul nostro tema fatta ad una Congregazione religiosa, cosa del resto comprensibile essendo una istituzione dedita all’educazione giovanile. Anche per questo la Lettera dell’emergenza educativa è consegnata anche ai salesiani. Tre indicatori sono proposti:
– il necessario «apporto dell’educazione nel campo dell’evangelizzazione dei giovani. Senza educazione in effetti, non c’è evangelizzazione duratura e profonda, non c’è crescita e maturazione, non si dà cambio di mentalità e di cultura»;
– è un compito che richiede «numerosi apporti in sinergia»: religiosi, laici, famiglie, giovani stessi;
– la Chiesa ha bisogno del contributo di studiosi che approfondiscano la metodologia dei processi pedagogici e formativi, l’evangelizzazione dei giovani, la loro educazione morale, elaborando insieme risposte alle sfide della post-modernità, dell’interculturalità e della comunicazione sociale e cercando nel contempo di venire in aiuto alle famiglie… L’educazione costituisce uno dei punti nodali della questione antropologica odierna».
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All’Università Cattolica di Washington (2008)

Concludiamo con l’intervento all’Università Cattolica di Washington il 17 aprile 2008.
Si avverte nettamente l’eco della Lettera del 21 gennaio, per la centralità riconosciuta all’educazione alla libertà e alla dignità della persona. Nuovo è l’intento: Benedetto XVI intende parlare di educazione cristiana in una istituzione scolastica cattolica dichiaratamente dedita a tale scopo, a docenti che intendono essere educatori cristiani, cui il Papa esprime un riconoscimento mai fin qui espresso altrove: «La comunità cattolica in questo Paese (USA) ha fatto dell’educazione una delle sue più importanti priorità». Seguono una serie di affermazioni che dicono l’identità di tale educazione. Anzitutto «il compito educativo è parte integrante della missione che la Chiesa ha di proclamare la Buona Novella… Ogni istituzione educativa cattolica è un luogo in cui incontrare il Dio vivente… in Gesù Cristo; in secondo luogo lo «specifico» delle istituzioni cattoliche è realizzare la «diaconia della verità», in una sintesi armonica tra verità umana e verità della fede, da cui traspare il significato pieno della vita, la comprensione e uso della libertà in termini di ‘impegno per’ il vero e il bene; in terzo luogo per educatori cristiani, l’educazione che ingloba «incontro personale, conoscenza e testimonianza» si manifesta come «carità intellettuale» nel condurre il giovane alla verità oggettiva, grazie al contributo della fede.

INDICAZIONI PER SPECIFICI DESTINATARI

Il mondo dei giovani

Potremmo dire che ogni incontro con i giovani mostra una preoccupazione educativa, anche senza nominare la parola educazione.[8]
– Una prima, basilare fonte di pensiero proviene dalle Giornate Mondiali della Gioventù (Colonia 2005, Sydney 2008) con i Messaggi ivi espressi, più quelli rivolti per la giornata annuale della gioventù nelle singole diocesi (2006, 2007, 2009), inserendovi pure il Convegno di Loreto (2007). Aggiungiamoci discorsi ai giovani nei diversi paesi visitati dal Papa. Facendo estrema sintesi, un triplice polo viene rimarcato dal Papa: i giovani sono in ricerca del vero, del bene, del bello, ma rischiano di perdersi in falsi concetti di felicità e di libertà; ebbene la fede libera dalla superficialità, dall’apatia e dall’egoismo e dona una visione completa della realtà; di qui la necessità di guardare ad un futuro impegnato animato di speranza: «Cari giovani amici, il Signore vi sta chiedendo di essere profeti di una nuova era in cui l’amore non sia avido e egoista, ma puro e fedele e sinceramente libero, aperto agli altri, rispettoso della loro dignità, un amore che promuova il bene e irradi gioia e bellezza».[9]
Tre stelloncini illuminanti:
* «Riappropriatevi, cari giovani (di tre valori): del valore della famiglia: amatela non solo per tradizione, ma per una scelta matura e consapevole»; secondo valore: «la seria formazione intellettuale e morale (è) indispensabile per progettare e costruire il vostro futuro e quello della società»; «il terzo, grande valore è una fede sincera e profonda che diventi sostanza della vostra vita».[10]
* «Incontrare giovani fa bene a tutti. Essi hanno a volte tante difficoltà, ma portano in sé tanta speranza, tanto entusiasmo, tanta voglia di ricominciare. Giovani amici, voi custodite in voi stessi la dinamica del futuro… Io vi dico: Coraggio! Osate decisioni definitive perché in verità queste sono le sole che non distruggono la libertà, ma creano la giusta direzione».[11]
* «Nell’educazione delle nuove generazioni non dobbiamo avere alcun timore di porre la verità della fede a confronto con le autentiche conquiste della conoscenza umana, nella sicura certezza che Gesù Cristo è e rimane il Signore di tutta la creazione e di tutta la storia». Ciò richiede a sacerdoti e educatori di «promuovere una vera e propria ‘pastorale dell’intelligenza’», ma anche riconoscere come «spazio privilegiato» la preghiera, segnatamente l’incontro con Gesù nell’Eucaristia (Convegno diocesano di Roma, 5 giugno 2006).
Domanda giovanile – ostacoli del secolarismo – proposta di un cristianesimo liberatore – impegno profetico – gioia: ecco gli elementi di un processo pedagogico secondo Benedetto XVI, con la peculiarità tutta sua di voler parlare ai giovani con vero affetto e dedizione, e di toccare con profondità teologica aspetti della Rivelazione, come fu la catechesi sullo Spirito Santo a Sydney, bene accolta ai giovani, accoglienza a Lui giudicata come segno di maturità giovanile e dunque qualificante positivamente l’enorme impresa di una GMG.
– Una fonte da seguire per la ricchezza di suggerimenti sono i dialoghi con il clero in diverse parti d’Italia. Ivi un riferimento ai giovani appare costantemente e assai concreto.

Eccone alcune espressioni

* Parlando ai preti di Albano (31 agosto 2006) indica una «pastorale integrata» che vada oltre i limiti della parrocchia; raccomanda la promozione di un volontariato giovanile perché i giovani «non siano lasciati alle discoteche, ma abbiamo impegni nei quali vedono di essere necessari»; curare «i gruppi di preghiera» per «imparare ad ascoltare la Parola di Dio»; istituire «scuole di liturgia»; creare «occasioni dove la gioventù possa mostrarsi e la parrocchia veda chi sono i giovani»; «fare uso di tutte le possibilità che si offrono oggi nei movimenti, nelle associazioni, nel volontariato»; trovare operatori pastorali attraverso la stessa autentica cooperazione dei giovani che si formano».
* All’osservazione di un prete del gruppo di Belluno – Treviso (24 luglio 007) sulla difficoltà dei giovani di accettare la sofferenza, il fallimento anche piccolo, il Papa con un elaborato ragionamento invita a far scoprire ai giovani che nel progetto divino della vita «vi è inscindibilità di amore e dolore, di amore e Dio», per cui «l’amore vero è proprio nella rinuncia diventa grande, la sofferenza dispone di una bontà interiore che rende più libero e più grande». Ma diventa necessario che il giovane trovi la compagnia dell’educatore.
* Parlando con il clero romano il tema ‘giovani’ compare ad ogni incontro di Quaresima. Nel 2006 il Papa sottolinea la solitudine dei giovani collegandola al mancato confronto con la tradizionale visione del mondo e ad una sempre più rapida sequenza di nuove invenzioni. Nel 2007 Benedetto XVI sottolinea la necessità dell’«accompagnamento» perché gli adolescenti «possano vedere che la vita cristiana oggi è possibile, ragionevole, realizzabile». Nel 2008, il Papa ammette con franchezza «come è difficile per un giovane di oggi vivere da cristiano. Il contesto culturale, il contesto mediatico, offre tutt’altro che la strada verso Cristo». Il Papa esprime una chiara risposta: «Mi sembra che questo sia il punto fondamentale nella nostra cura pastorale per i giovani: attirare l’attenzione sulla scelta di Dio, che è la vita. Sul fatto che Dio c’è. E c’è in modo molto concreto. E insegnare l’amicizia con Gesù Cristo». Nel 2009, Benedetto XVI ricorda che educazione vuole formazione culturale, anche nell’oratorio, e quindi «il sacerdote come educatore deve essere egli stesso formato bene e essere collocato nella cultura di oggi, ricco di cultura, per aiutare anche i giovani a entrare in una cultura ispirata dalla fede!». E poi, con un giudizio che proviene dall’esperienza, ritiene che i tempi dell’adolescenza siano molto esigenti. Un giovane prete deve farsi le ossa per saper educare questi giovani.[12]
Nell’insieme queste espressioni colloquiali del Papa sono schegge che rivelano bene la sua sensibilità amorosa, attenta a riguardo dei giovani, sensibilità moderna in cui il necessario riferimento religioso viene sempre letto in sinergia con i dinamismi evolutivi del giovane nel suo contesto di vita, cui si collega il compito educativo dell’adulto (prete) inteso preferibilmente come testimonianza credibile e come accompagnamento fiducioso.[13]

La famiglia

Si potrebbe dire che in ciò che è stato detto fin qui sull’educazione, a partire dalla Lettera sull’«emergenza educativa», viene pressoché sempre richiamato il ruolo fondamentale della famiglia, sia indicandone le fragilità, oggi piuttosto gravi, ma soprattutto rimarcandone l’insostituibile valore educante. Ci limitiamo a pensieri sviluppati più ampiamente in uno scenario mondiale – il V Incontro Mondiale delle famiglie a Valencia (luglio 2006) – dedicato alla «trasmissione della fede nella famiglia».
Nel discorso di apertura, il Papa afferma che è una «responsabilità che i genitori non possono dimenticare, trascurare o delegare totalmente». Si tratta dunque di formazione squisitamente religiosa, a cui collega subito un pensiero, a lui particolarmente caro, su ciò che è educazione:

«Uno dei compiti più grandi della famiglia è quella di formare persone libere e responsabili. Perciò i genitori devono continuare a restituire ai loro figli la libertà, della quale per qualche tempo sono garanti. Se questi vedono che i loro genitori – e in genere gli adulti che li circondano – vivono la vita con gioia e entusiasmo, nonostante le difficoltà, crescerà più facilmente in essi quella gioia profonda di vivere che li aiuterà a superare con buon esito i possibili ostacoli e le contrarietà che comporta la vita umana. Inoltre, quando la famiglia non si chiude in se stessa i figli continuano ad imparare che ogni persona è degna di essere amata».[14]

Libertà, amore, testimonianza, superamento delle prove della vita, gioia, fede in Dio, e ovviamente partecipazione convinta dei genitori, valore intrinseco e indispensabile della famiglia come luogo della comunione dentro una viva tradizione… sono i fattori costituenti la visione papale.

La scuola

La pertinenza al nostro argomento è per sé scontata. Meno conosciuto forse è il forte accento che vi mette Benedetto XVI con riguardo in particolare alla scuola cattolica, il cui impegno educativo misura sia la sua identità genuina sia l’originale contributo da dare alla società.
Probabilmente il discorso fatto all’Università Cattolica di Washington, sopra citato, rappresenta il pensiero più articolato. La rete di scuole gestite dalla Chiesa cattolica negli Stati Uniti è qualcosa di unico. Per cui dopo aver esposto il suo pensiero sulla ‘diaconia della verità’ quale contributo della scuola cattolica, fa uno «speciale appello ai religiosi, alle religiose e ai sacerdoti: non abbandonate l’apostolato scolastico, anzi rinnovate la vostra dedizione alle scuole, specialmente a quelle che sono nelle aree più povere».
Numerosi sono gli spunti meritevoli di attenzione.
Ne ricordiamo due: il primo riguarda l’ambiente scuola; il secondo gli insegnanti.
* Rivolgendosi alla Congregazione per l’educazione cattolica, lo stesso giorno della pubblicazione della citata Lettera sull’emergenza educativa, Benedetto XVI svolge un pensiero ben meditato:

«Anche la scuola deve interrogarsi sulla missione che deve compiere nell’odierno contesto sociale, segnato da un’evidente crisi educativa. La scuola cattolica, che ha come missione primaria di formare l’alunno secondo una visione antropologica integrale, essendo aperta a tutti e rispettando l’identità di ciascuno, non può non proporre una sua propria prospettiva educativa, umana e cristiana. Ecco allora porsi una sfida nuova che la globalizzazione e il pluralismo crescente rendono ancora più acuta: quella cioè dell’incontro delle religioni e delle culture nella ricerca comune della verità».

Qui il Papa rimarca due esigenze: non escludere nessuno in nome della sua appartenenza culturale o religiosa; l’altra è non fermarsi alla pura constatazione, ma stimolare un dialogo che metta in luce «le stesse grandi aspirazioni al bene, alla giustizia, alla verità, alla vita e all’amore», aspirazioni che abitano il cuore di tutti.

* Nella Consegna della Lettera, il Papa rivolgendosi direttamente ai docenti dei diversi ordini di scuole, non cattoliche e non,

«domando di avere un concetto alto e grande del vostro impegnativo lavoro, nonostante le difficoltà, le incomprensioni, le delusioni che troppo spesso sperimentate. Insegnare, infatti, significa andare incontro a quel desiderio di conoscere e di capire che è insito nell’uomo e che nel bambino, nell’adolescente, nel giovane si manifesta in tutta la sua forza e spontaneità. Il vostro compito, perciò, non può limitarsi a fornire delle nozioni e delle informazioni, lasciando da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita. Siete, infatti, a pieno titolo degli educatori: a voi in stretta sintonia con i genitori, è affidata la nobile arte della formazione della persona. In particolare, quanti insegnano nelle scuole cattoliche portino dentro di sé e traducano in azione quotidiana quel progetto educativo che ha al proprio centro il Signore Gesù e il suo Vangelo».[15]

Un contributo peculiare per un’educazione cristiana in ottica culturale Benedetto XVI riconosce all’insegnamento religioso della scuola e dunque lo raccomanda con ardore agli insegnanti di religione. Così il Papa al grande raduno di questi docenti il 25 aprile 2009.[16]
Un sì dunque pieno del Papa alla scuola (cattolica) come luogo educativo, sì ai docenti, educatori a pieno titolo, dentro un’ottica di servizio della verità, con la consapevolezza di situazioni ove vige il pluralismo religioso e culturale, ma soprattutto percependo le aspirazioni ai valori insiti nel cuore dei giovani.

Comunicazione massmediale

L’input proviene dalla celebrazione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2007 e 2008. Il messaggio del Papa mette in luce una componente del processo educativo oggi diventata urgente centro di interesse: la comunicazione sociale, più precisamente la comunicazione massmediatica. È il messaggio esplicito per il 2007: «I bambini e i mezzi di comunicazione: una sfida per l’educazione».[17]
Benedetto XVI svolge questi pensieri:
* Va riconosciuto come dato certo l’influenza formativa dei media: «È in competizione con quella della scuola, della Chiesa e, forse, addirittura con quella della famiglia.
Per molte persone, la realtà corrisponde a ciò che i media definiscono come tale».
* L’impostazione educante attende ad un doppio polo: la formazione dei bambini da parte dei media e la formazione dei bambini per rispondere in modo appropriato ai media.
Emerge una specie di reciprocità che punta alle responsabilità dei media come industria e al bisogno di una partecipazione attiva e critica da parte dei lettori, degli spettatori e degli ascoltatori.
* La «responsabilità educativa primaria è dei genitori incoraggiati e sostenuti dalla scuola e dalla parrocchia». «Le parrocchie e i programmi delle scuole oggi dovrebbero essere all’avanguardia per quanto riguarda l’educazione ai media».
* Obiettivo è educare i bambini ad essere selettivi e critici nell’uso dei media tramite una educazione ai media che sia «positiva», facendo leva su ciò che è «esteticamente e moralmente eccellente» quanto «ai classici della letteratura infantile, alle belle arti e alla musica nobile».
* Come l’educazione generale, quella ai media richiede la formazione all’esercizio della libertà, chiamando i bambini a «scegliere, non indiscriminatamente ma deliberatamente, tutto quello che è buono, vero e bello».
* I media vanno giudicati e scelti nella misura in cui promuovono la dignità fondamentale dell’essere umano, il vero valore del matrimonio e della vita familiare, le conquiste positive e i traguardi dell’umanità… Il contrario (violenza, comportamenti antisociali, volgarizzazione della sessualità umana) «è perversione».

«Le mie ansie – annota in un altro intervento il Papa – non sono diverse da quelle di qualsiasi madre o padre o insegnante o cittadino responsabile».[18]

Nel maggio del 2008, parlando al Pontificio Consiglio delle Co­municazioni Sociali, il Papa ricorda che «l’arte della comunicazione è per sua natura legata a un valore etico, alle virtù che sono il fondamento della morale…, dunque «la passione per la verità e la bontà che è sempre forte dei giovani».
E poi viene un’opportuna precisazione:

«È importante che questa formazione non venga mai considerata come un semplice esercizio tecnico o come mero desiderio di dare informazioni; è opportuno che sia molto più un invito a promuovere la verità nell’informazione e far riflettere i nostri contemporanei sugli eventi al fine di essere educatori degli uomini di oggi e di edificare un mondo migliore».[19]

Tornano concetti-chiave: educazione alla libertà, tramite la ricerca della verità, centralità della dignità della persona, ruolo dei genitori… In particolare va tenuta consapevole e ferma l’educazione ai media, senza manicheismi, esigente una conoscenza non superficiale e non puramente strumentale di essi. Si noterà quell’inciso, secondo cui si tratta di una sfida vissuta dal Papa con l’ansia del padre e della madre, poiché la posta in gioco è decisiva per la formazione della persona nel prossimo futuro.

INCIDENZA PASTORALE

Ritorniamo al tema che ci sta a cuore: «Evangelizzare educando e educare evangelizzando».
Abbiamo messo in luce l’intrinseca sinergia tra evangelizzazione e educazione. Non è un compito facile, ma indispensabile. Per la nostra visione di fede, il Magistero ha qualcosa da dire. Vorremmo concludere facendo sintesi di quanto comunica Benedetto XVI, che riconosciamo maestro legittimo e affidabile.
1. Come primo rileviamo che Benedetto XVI nei pochi anni del suo servizio dimostra una forte preoccupazione educativa, preoccupazione evidentemente in vista della trasmissione della fede, che egli chiama semplicemente educazione della fede. Ma su questo classico obiettivo innesta un più vasto richiamo al processo dell’educazione umana come tale, dandoci un ordine di pensieri più sviluppato che nei papi precedenti, se si tiene conto della brevità del suo pontificato.
2. È doveroso però apportare delle precisazioni. La prima è di riconoscere che il Papa non fa il pedagogista, non redige lezioni organiche di educazione cristiana, ma procede da pastore, sollecitato dalle varie situazioni e dal tipo di destinatari cui si rivolge. Si può parlare di spunti pedagogici e di richiami educativi, numerosi e pressanti, meritevoli di essere accolti come luce e fermento di una corretta visione antropologica dell’educazione in chiave religiosa.
3. A questo scopo egli dimostra di mantenere un contatto lucido e stabile con la realtà dei fatti, specialmente in relazione al mondo giovanile: li enumera e li valuta, elaborando delle proposte – o meglio degli indicatori di marcia – semplici, sostanziali, concreti, manifestando in tutto questo una personale, sofferta empatia e partecipazione. Lo stesso termine, da lui coniato, di «emergenza educativa», è come un grido al risveglio di fronte ad un fenomeno di lungo periodo, strettamente connesso con le tendenze di fondo della società in cui viviamo. «La parola «emergenza» sta a significare la gravità e acutezza della crisi, di cui è ormai diffusa la consapevolezza e che richiede una risposta non rinviabile, ma anche capace di andare alle radici, bisognosa quindi di un impegno di lungo e ampio respiro (Card. C. Ruini).
4. Papa Benedetto in diversi suoi interventi ha proposto una traccia di risposta che si polarizza su due fronti: linee progettuali; i responsabili.
– Linee progettuali si radicano nella sua visione filosofica e teologica (alla scuola di Romano Guardini) in cui è facile ritrovare motivi dominanti e ricorrenti: al centro sta la persona umana con la sua dignità e i suoi diritti e doveri come fine supremo, persona che è oggettivamente sotto la luce del mistero di Cristo; la ricerca della verità integrale umana e divina si pone come mediazione essenziale, e dunque si rende necessaria l’interazione tra ragione e fede, cui si oppone come «ostacolo particolarmente insidioso» il relativismo; la buona pratica della libertà è garanzia di educazione valida e dunque si pone come componente essenziale di questa: ponendo al centro l’uomo come persona, invita ad educare la persona nella verità piena, nella libertà e alla libertà; questa educazione è educazione all’amore tramite una relazione animata da amore e speranza. È un trinomio paradigmatico: educazione alla verità, alla libertà, alla carità o amore. Chiaramente la persona di Gesù Cristo, il suo Vangelo resta sempre il motivante radicale che investe, purifica, e eleva tutte le risorse umane, ma non le sostituisce, né le ritiene marginali, bensì vuole che pedagogia e educazione siano sempre più coltivate e valorizzate nella Chiesa.
Possiamo ben parlare di umanesimo pedagogico di Benedetto XVI.
– I responsabili siamo noi adulti.
Ad ogni adulto, pastore o meno, si chiede oggi consapevolezza di una «emergenza educativa», come a dire la coscienza di un fiume che sta rompendo e in parte ha rotto gli argini, dilagando pericolosamente sulle giovani generazioni, entro un contesto che coinvolge tutte le agenzie tradizionali (famiglia, scuola, chiesa, società) e i diversi attori adulti (genitori, insegnanti, pastori). Benedetto XVI – nella sua Lettera – la chiama «una grande e ineludibile sfida».
Incisiva è l’osservazione del Papa parlando all’Assemblea dei vescovi italiani nel 2009.

«La difficoltà di formare autentici cristiani si intreccia fino a confondersi con la difficoltà di far crescere uomini e donne responsabili e maturi, in cui coscienza della verità e del bene e libera adesione ad essi siano al centro del progetto educativo, capace di dare forma ad un percorso di crescita globale debitamente predisposto e accompagnato. Per questo, insieme ad un adeguato progetto che indichi il fine dell’educazione alla luce del modello compiuto da perseguire, c’è bisogno di educatori autorevoli a cui le nuove generazioni possano guardare con fiducia (…). Un vero educatore mette in gioco in primo luogo la sua persona e sa unire autorità e esemplarità nel compito di educare coloro che gli sono affidati» (29 maggio 2009).

Merita aggiungere una affermazione particolarmente stimolante, pronunciata a due mesi dalla sua elezione a Papa al Convegno diocesano di Roma (6 giugno 2005):

«Il rapporto educativo è per sua natura una cosa delicata: chiama in causa infatti la libertà dell’altro che, per quanto dolcemente, viene pur sempre provocata a una decisione… (Nell’attuale) orizzonte relativistico non è possibile una vera educazione. Senza la luce della verità, prima o poi ogni persona è infatti condannata a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono».

Ed ancora commenta:

«Sappiamo bene che per un’autentica opera educativa non basta una teoria giusta o una dottrina da comunicare. C’è bisogno di qualcosa di molto più grande e umano, di quella vicinanza, quotidianamente vissuta, che è propria dell’amore e che trova il suo spazio più propizio, anzitutto nella comunità familiare, ma poi anche in una parrocchia, o movimento o associazione ecclesiale, in cui si incontrino persone che si prendono cura dei fratelli, in particolare dei bambini e dei giovani, ma anche degli adulti, degli anziani, dei malati delle stesse famiglie, perché, in Cristo, vogliono loro bene».

NOTE

[1] Ci serviamo, adattandolo e integrandolo, di un nostro studio L’educazione della persona nel magistero di Benedetto XVI, in Centro studi per la scuola cattolica, Ed. La Scuola della persona, La Scuola, Brescia 2009, 259-283.
[2] Osservatore Romano 22 gennaio 2008.
[3] Resta vero che il Papa ritiene la sua Lettera testo esemplare e come tale la riprende in altre occasioni.
[4] Nella Lettera si legge: «Formare persone solide, capaci di collaborare con altri e di dare un senso alla propria vita».
[5] Ancora più dettagliata e sofferta è l’analisi di Benedetto XVI un anno dopo la Lettera, parlando all’autorità civili di Roma e del Lazio: «Come non pensare specialmente ai ragazzi e ai giovani, che sono il nostro avvenire? Ogni volta che la cronaca riferisce episodi di violenza giovanile, ogni volta che la stampa riporta incidenti stradali dove muoiono tanti giovani, mi torna alla mente l’argomento dell’emergenza educativa, che richiede oggi la più ampia collaborazione possibile. Si affievoliscono, specie tra le giovani generazioni, i valori naturali e cristiani, che danno significato al vivere quotidiano e formano ad una visione della vita aperta alla speranza; emergono invece desideri effimeri e attese non durature, che alla fine generano noia e fallimenti. Tutto ciò ha come esito nefasto l’affermarsi di tendenze a banalizzare il valore della stessa vita per rifugiarsi nella trasgressione, nella droga, nell’alcool, diventati per taluni rito del fine settimana. Persino l’amore rischia di ridursi ad una semplice cosa che si può ‘comprare e vendere’ e anzi ’l’uomo stesso diventa merce’ (Deus caritas est, 5)» (12 II 2009).
[6] «Sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti, animatori e formatori delle parrocchie, dei gruppi giovanili, delle associazioni e movimenti ecclesiali, degli oratori, delle attività sportive e ricreative».
[7] V. L’educazione della persona, 268-272.
[8] Fino ad oggi ci sembra di poter radunare il materiale da tre aree: le Giornate Mondiali della gioventù, i Convegni ecclesiali della diocesi di Roma e i discorsi a diversi episcopati in visita ad limina, il dialogo con il clero in varie occasioni.
[9] Omelia della Messa finale, Sydney, in La Traccia 29 (2008) 894.
[10] Così ai giovani sardi il 7 settembre 2008 a Cagliari, in La Traccia 29(2008)1006-1009.
[11] Ai giovani di Angola 21 marzo 2009 (v. OR, 22 III 09). Benedetto XVI conosce e apprezza «la pedagogia scout»come appare da diversi interventi, segnatamente il 1 agosto 2007 (v. OR, 2 agosto 2007).
[12] Si vedano i diversi numeri de L’Osservatore Romano del venerdì dopo le Ceneri dal 2006 al 2009.
[13] Il cenno ai presbiteri fa ricordare un punto sui cui Benedetto XVI torna ogni volta: la formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa. È stato leit-motiv nella Conferenza di Aparecida (2007) e nella recente visita in Africa (Camerun, Angola) (2009), come anche nell’incontro con diversi episcopati: Sri Lanka, Portorico, Polonia, Svizzera, Francia…
[14] 8 luglio 2006. Nell’omelia della messa conclusiva (9 luglio) emerge vigoroso un pensiero caro a Benedetto XVI: la famiglia è un patrimonio di esperienze che costituiscono la ‘tradizione familiare’, donde attinge l’educazione dei figli all’identità, alla vita sociale, all’esercizio responsabile della libertà morale e della capacità di amare attraverso l’esperienza di essere amati e, soprattutto, nell’incontro con Dio (ibid. 739-742).
[15] Purtroppo – aveva segnalato il Papa al Convegno di Verona 2006 – a riguardo della scuola cattolica «sussistono ancora, in qualche misura, antichi pregiudizi che generano ritardi dannosi, e ormai non più giustificabili, nel riconoscerne la funzione e nel premetterne in concreto l’attività»decisivo punto di riferimento per la formazione della persona e per tutta la proposta culturale. La scuola cattolica cerca dunque di promuovere quell’unità tra la fede, la cultura e la vita che è l’obiettivo fondamentale dell’educazione cristiana».
[16] Osservatore Romano 26 aprile 2009.
[17] 24 gennaio, in L’Osservatore Romano 25 gennaio 2007. È doveroso richiamare che Benedetto XVI nei diversi interventi di una certa ampiezza riguardo all’educazione, tocca sempre il nodo della comunicazione sociale o comunicazione di massa.
[18] 9 marzo.
[19] 23 maggio. Nel Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2009 (24 maggio) dedicato espressamente alle «nuove tecnologie, nuove relazioni», il Papa si rivolge «in particolare ai giovani, chiedendo loro di essere testimoni della fede nel mondo digitale! Impiegate queste nuove tecnologie per far conoscere il Vangelo nel nostro mondo sempre più tecnologico», promuovendo «una cura del rispetto, di dialogo e di amicizia autentica».