La Parola di Dio è gioia

Senso e portata dell’Esortazione Apostolica «Verbum Domini»

Cesare Bissoli

Il documento «Verbum Domini» si potrebbe definire un grande Te Deum alla Parola di Dio, e Benedetto XVI «il Papa della Parola di Dio» (N. Eterovic, Segretario generale del Sinodo). In effetti Verbum Domini (VD) riflette chiaramente il suo pensiero con profondità e chiarezza come è suo stile. Anche la struttura ne è stata toccata, sicché non abbiamo qui una somma più o meno elaborata delle 55 proposizioni sinodali, ma pur essendo state più o meno tutte assunte, hanno ricevuto una «riflessione ed approfondimento» (n. 121) da produrre un documento teologico-pastorale di qualità.

Partiamo quindi dalla struttura, vediamo i punti nodali e concludiamo con alcune annotazioni.

La struttura: un ponte a tre arcate

 

La prima arcata fa da testa di ponte poggiando saldamente sul terreno della fede cristiana. È la più ampia con ben 59 paragrafi su 124, quasi la metà! È la teologia della Rivelazione, la teologia della Parola di Dio a fare il contenuto (Verbum Dei) e ispirare in misura sostanziale le altre parti; l’ultima arcata, costituita da 30 paragrafi, esprime la vocazione missionaria della Parola di Dio e quindi fa da testa di ponte finale sul mondo (Verbum mundo), nel moderno areopago delle culture, nell’ambito delle religioni e mostrando in particolare l’incidenza positiva della Parola, il suo «impegno» a favore dell’uomo povero, sofferente e per questo cosmo a rischio di depredazione; l’arcata centrale, con i suoi 39 paragrafi, mostra il cammino per fare esperienza esistenziale della Parola di Dio nelle grandi azioni di Chiesa (Verbum in ecclesia), segnatamente la liturgia, la catechesi e tante altre forme di incontro con la Parola.

E la Bibbia come compare?

– Essa costituisce come i cavi portanti delle tre arcate del ponte. Ho contato 282 citazioni bibliche, 244 del NT, 38 dell’ AT. Il più citato è Giovanni, poi Luca, Romani…

Ha un significato preciso questo riferimento privilegiato al quarto vangelo, segnatamente al «prologo del Vangelo di Giovanni» scelto intenzionalmente «come guida costante» (n. 5), giacché nell’inno al mistero del Verbo Incarnato, Gesù Cristo, viene attestata la sintesi divino-umana fondante e paradigmatica di ciò che è, di ciò che dice, di ciò che offre, di ciò che domanda la Parola di Dio all’uomo, a sua volta così nativamente chiamato dalla Parola (n. 50).

– La Bibbia non è il tema preciso di VD, non sussiste significativamente se non è ultimamente compresa nel mistero della Parola di Dio, e dunque va studiata, compresa e proposta entro tale mistero di Incarnazione, perciò integrata nella Trazione vivente della Chiesa. E d’altra parte la sua continuata citazione nell’Esortazione sta a dire che senza di essa (i cavi portanti del ponte!), il ponte non regge, la Parola di Dio ci sfugge, resta priva del segno sacramentale per eccellenza che l’esprime, che ci tocca, ci penetra. Il testo ispirato, perché tale, cioè perché animato dallo Spirito di Gesù, trova la sua identità ridiventando da testo morto Parola viva del popolo di Dio, di Gesù di Nazaret. Ciò comporta certissimamente – come vedremo – l’incontro ampio con il testo sacro, ma è significativo che l’invito al contatto diretto avviene soltanto nella seconda arcata, al n. 72.

Quindi non si potrebbe dire che Parola di Dio in VD sia intercambiabile con Scrittura o Bibbia, ed è quindi la Parola di Dio a fare da soggetto permanente nei vari paragrafi di tutto il documento, secondo lo schema ripetuto «Parola di Dio e…».

 I CONTENUTI

 L’introduzione

 

Nell’Introduzione (nn. 1-5), che si apre espressivamente con la citazione: «La Parola del Signore rimane in eterno» (1 Pt 1, 25, ripresa da Is 40, 8), il Papa fa memoria del Sinodo, afferma il ruolo ispiratore che egli riconosce al Prologo giovanneo (n. 5) e annota la finalità del documento: «Desidero indicare alcune linee fondamentali per una riscoperta, nella vita della Chiesa, della divina Parola, sorgente di costante rinnovamento, auspicando nel contempo che essa diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale» (n. 1).

E tutto ciò «perché la nostra gioia sia piena» (n. 2), avviso di uno scopo che troveremo raggiunto alla fine (n. 123).

La prima parte

Nella prima parte (nn. 6-49), che riflette immediatamente il pensiero di Papa Benedetto, ed è quindi densamente teologica, il filo logico è limpido, ben più che nell’ammasso frettoloso delle Proposizioni sinodali, e si snoda come in un ordinato trattato, in tre sezioni.

– Nella prima sezione, «Il Dio che parla», appare gradita, al Papa anzitutto, l’immagine della sinfonia o «canto a più voci» per delineare la natura analogica della Parola di Dio (n. 7) con due rimarchi fondanti: la valenza cosmico-antropologica (nn. 8-10) e cristocentrico-trinitaria (pneumatologica) della Parola di Dio. Qui trova la sua collocazione legittima la Scrittura con la Tradizione (nn. 11-19).

– Nella seconda sezione, «La risposta dell’uomo al Dio che parla», si sottolinea che la Parola di Dio determina una situazione di «alleanza» con l’uomo, per cui diventa Parola-dialogo, dove Dio parla ma anche ascolta (nn. 22-24), con tre determinazioni significative: alla Parola di Dio si risponde con la fede; il peccato è la negazione dell’ascolto della Parola; Maria di Nazaret è il modello esemplare dell’ascolto in situazione di alleanza (nn. 25-28).

– La terza sezione, «L’ermeneutica della Sacra Scrittura nella Chiesa», con i suoi 20 paragrafi è la più ampia e complessa, ed ebbe notevole risonanza nell’aula sinodale per un intervento diretto del Papa, riportato e precisato nell’Esortazione. In essa viene proposta, sia pur sinteticamente, una vera e propria teologia della Bibbia, più precisamente sul versante della interpretazione.

Concretamente e necessariamente si profila il confronto tra gli studiosi della Bibbia o esegeti che attendono al senso del testo sacro, i teologi che nelle varie branchie propongono compiutamente la verità sulla Parola di Dio in vista di una comunicazione pastorale e dunque, terzo soggetto che in certo modo contiene gli alti due, sta la Chiesa come popolo di Dio con i suoi pastori, cui la Parola di Dio deve arrivare come pane di vita e che perciò si pone come «luogo originario (e destinatario) dell’interpretazione scritturistica (e teologica)» (n. 29). Dal confronto emerge una chiara istanza critica per un dialogo stimato carente fra i tre soggetti, istanza rivolta in particolare con specificazioni ben precise, che qui non possiamo riportare, all’ambito esegetico non di rado chiuso in se stesso e ritenutosi autosufficiente nel dire la verità totale del testo, per cui ne deriva una lacerazione tra senso letterale e spirituale (n. 37), che è poi tra fede e ragione (n. 36), e dunque tra Pastori, teologi ed esegeti (n. 45). Il mistero dell’Incarnazione sullo sfondo, l’esperienza storica della Chiesa, in particolare quella dei Santi (nn. 48-49), l’indirizzo del Concilio (la Dei Verbum) (n. 34) sono i fattori risolutivi, con specifiche ricadute sul rapporto tra AT e NT, circa le pagine ‘oscure’ ivi comprese e a riguardo del dialogo tra cristiani ed ebrei (nn. 40-43), per il superameno della lettura fondamentalista (n. 44), nell’ambito ecumenico (n. 46), e nell’impostazione degli studi teologici (n. 47).

La seconda parte

Nella seconda parte (nn. 50-89), la Parola di Dio riconfigurata in precedenza adesso trova dimora nel posto che le spetta, la comunità ecclesiale, così che da Parola studiata si fa Parola incontrata, gustata. Un solido incipit teologico (nn. 50-51) spiega cosa ciò comporti: piena accoglienza della Parola di Dio, pieno convincimento che, grazie a Cristo Signore vivente, la Parola di Dio si fa contemporanea, è attuale, avviene oggi: «Gesù dice oggi, qui e adesso, a ciascuno: Io sono tuo, mi dono a te; perché l’uomo possa accogliere e rispondere, e dire a sua volta: Io sono tuo» (n. 51). Due sono i settori che a modo di strade realizzano tale incontro vitale.

– La prima strada è la «liturgia, luogo privilegiato della Parola di Dio». È lunga ben 19 paragrafi, rispecchia la concentrazione di interesse manifestata nel Sinodo, vi si legge insieme un certo disagio per l’insufficiente comprensione del popolo di Dio sul «carattere performativo della Parola di Dio nella liturgia» (n. 53), cui risponde Papa Benedetto con il tono appassionato che su tale argomento lo distingue, tanto da affermare in caratteri distinti: «L’ermeneutica della fede riguardo alla sacra Scrittura deve sempre avere come punto di riferimento la liturgia» (n. 52).

In questo primo settore vanno distinti i fondamentali liturgici e cioè la presenza della Parola per ciascuno dei sette sacramenti, al centro l’Eucaristia (nn. 53-56), cui seguono le mediazioni attuative ricondotte ad un inventario minuzioso (nn. 57-63), che vanno dal Lezionario, all’omelia (si afferma «l’opportunità di un Direttorio omiletico», n. 60), alla Liturgia delle Ore, per sostare sulle tante forme di «animazione liturgica» della Parola (nn. 64-71), come «celebrazioni» di essa, l’uso del silenzio, la proclamazione solenne, con un richiamo netto alla «esclusività dei testi biblici nella liturgia» (n. 69).

La seconda strada, tramite cui la Parola di Dio incontra il suo popolo, è «la vita ecclesiale» nella sua interezza, quella che si è soliti denominare pastorale biblica, ma che giustamente viene meglio circoscritta in «animazione biblica della pastorale» intera (n. 73).

In 17 paragrafi (nn. 72-89) emergono quattro nuclei che appena accenniamo:

  • l’incontro con la Parola si compie nell’incontro diretto con la Bibbia (n. 72, v. anche n. 87; 121). Merita riferire il testo, il più esplicito in materia: «Insieme ai Padri sinodali esprimo il vivo desiderio affinché fiorisca una nuova stagione di più grande amore per la sacra Scrittura da parte di tutti i membri del Popolo di Dio, cosicché dalla loro lettura orante e fedele nel tempo si approfondisca il rapporto con la persona stessa di Gesù». Nella corrispondente Pro­po­sizione 9 del Sinodo si auspicava che «in questa prospettiva – per quanto possibile – ogni fedele possieda personalmente la Bibbia». Non è stato accolto, ma almeno l’auspicio è stato trasferito nelle famiglie: «Ogni casa abbia la sua Bibbia» (n. 85);
  • altro nucleo riguarda la «dimensione biblica della catechesi» con un sostanziale, ma benefico rimando al Direttorio Generale per la catechesi (n. 74);
  • un terzo nucleo assai ampio riguarda i responsabili pastorali: ministri ordinati, seminaristi, consacrati, ma anche fedeli laici, la famiglia (nn. 75-84): notevoli sono i suggerimenti, molto concreti;
  • il quarto nucleo propone l’ottica cristiana di lettura della Bibbia: la «lettura orante» e specificamente la «lectio divina» (nn. 86-87) cui si aggiunge la «preghiera mariana» come via alla Parola (n. 88). Anche la Terra Santa è ricordata come «quinto Vangelo» (n. 89).

Sono indicazioni sovente di alta incidenza pastorale che integrano l’asse del sapere la Bibbia (pur affermata: «vorrei richiamare l’importanza della lettura personale della Scrittura», n. 87) con il pregare la Bibbia di cui la lectio divina è paradigma per eccellenza, pur opportunamente adattato. Anche questo è pensiero caro a Papa Benedetto.

La terza parte

Nella parte terza (nn. 90-120), la Parola di Dio conosciuta e gustata si fa Parola mandata per essere condivisa. È la parte che propone la Parola di Dio, e dunque la Bibbia, alle frontiere rispetto all’abituale pratica ecclesiocentrica. Rappresenta un orizzonte per tanti versi inedito nella mentalità e nella prassi. Sono quattro i settori.

– Il primo settore, come di consueto, offre la parte fondativa: «missione della Chiesa – e di ogni battezzato – è annunciare la Parola di Dio al mondo», nella visione regnocentrica di Gesù (n. 93) per cui la Parola risuona come «Logos della Speranza» (n. 91), con una triplice attenzione: la missio ad gentes, il Vangelo in un mondo secolarizzato, la indispensabile mediazione della testimonianza, con particolare riconoscimento alle donne (nn. 95-98).

– Il secondo settore segnala che è proprio della Parola di Dio diventare azione (il Dabar biblico). Alla scuola di Gesù si fa «impegno» socio-politico per la giustizia e la pace (nn. 99-102) e in particolare si traduce in «carità operosa», con l’annuncio a cinque categorie bisognose: i giovani (sic!), i migranti, i sofferenti, i poveri, lo stesso creato (nn. 103-108).

– Il terzo settore, del tutto nuovo rispetto a Dei Verbum, apre su una relazione necessaria e complessa: Parola di Dio e culture (nn. 109-116). La Bibbia va intesa come «grande codice per le culture» (e non soltanto «grande codice culturale»), va favorita la sua conoscenza nelle scuole ed università, va riscoperta la ricca eredità di effetti postbiblici in particolare nel mondo dell’arte, diventa ineludibile il confronto della Bibbia con i mezzi di comunicazione, urge il delicato compito della inculturazione del Libro sacro, si avverte specie nelle giovani chiese il bisogno di poter disporre di traduzioni e di ricevere il testo sacro. In questa situazione la Bibbia si fa segno sacramentale diretto della Parola di Dio, diventa straordinario veicolo per un’apertura alla fede.

– Il quarto settore, Parola di Dio e dialogo interreligioso (nn. 117-120), affronta un tema resosi inevitabile, ma soprattutto ricco di implicanze per il prossimo futuro.

Mentre dell’ebraismo si è trattato giustamente nella prima parte (v. n. 43), qui si fa riferimento all’Islam e alle altre religioni. Non si va molto più in là di Nostra Aetate, auspicando il dialogo piuttosto sulla promozione di valori spirituali e morali comuni.

La conclusione

Merita un cenno la «conclusione» (nn. 121-124) perché il Papa fa una pregevole sintesi dei contenuti detti in precedenza, con una sorta di monito paterno riassunto in quattro punti:

– Avere a cuore «la Parola definitiva di Dio» (n. 121), il che porta «ad impegnarsi per diventare sempre più familiari con le sacra Scritture»; ritenere che «la Parola di Dio (va) annunciata, accolta, celebrata e meditata nella Chiesa»; avere a cuore «la nuova evangelizzazione e nuovo ascolto» della Parola riscoprendone «la centralità nella vita cristiana» e condividerla con gli altri (n. 122).

– Non dimenticare che «l’annuncio della Parola crea comunione e realizza la gioia» (n. 123) con intenzionale richiamo al motivo della gioia messo in apertura (n. 2).

– Maria si mostra in ciò «mater laetitiae» perché accettò di essere «mater Verbi».

– E questa possibilità di beatitudine grazie alla «Parola accolta e messa in pratica», il Papa l’apre, con franchezza e delicatezza, «a tutti gli uomini, anche a coloro che si sono allontanati dalla Chiesa, che hanno lasciato la fede o non hanno mai ascoltato l’annuncio di salvezza» (n. 124).

PUNTI NODALI

Ne raduniamo alcuni, meritevoli però di un più grande respiro.

– VD continua e arricchisce Dei Verbum sul versante teologico, ermeneutico, spirituale e pastorale.

– In VD si afferma l’assoluta centralità della Parola di Dio nella fede cristiana con una molteplice caratterizzazione: l’ampiezza ‘sinfonica’ del senso, il cristocentrismo trinitario, l’intrinseca consonanza antropologica alla Parola, l’inseparabile mediazione ecclesiale, la paradigmaticità mariana, la vocazione missionaria e quindi la sua indispensabilità ed universalità in tutti i settori della vita ecclesiale, con la liturgia come ‘luogo privilegiato’.

– Come già detto all’inizio, se la Parola di Dio e non la Bibbia è l’argomento di VD, la Scrittura è ospite costitutiva. Come si è detto altrove per la catechesi, non tutto nella fede cristiana è Bibbia, tutto però ha bisogno della Bibbia. Certamente, nella Parola di Dio accolta nella sua integralità la Bibbia trova la sua intrinseca ragion d’essere, la sua ricchezza, la sua unità, il suo insostituibile servizio, quindi la sua identità. E d’altra parte è anzitutto e soprattutto la Bibbia che attesta senza errori la totalità ed autenticità della Parola di Dio, permette il dialogo di alleanza tra Dio e l’uomo e ne dice i contenuti. Senza di essa (v. le centinaia di citazioni bibliche) non si sarebbe potuto scrivere questo documento!

– Vi è una comunione da rinnovare tra esegesi, teologia e pastorale (e rispettivi operatori). Per la Bibbia, l’ottica giusta è di intenderla facente parte del mistero dell’Incarnazione, nella forma distinta e indivisa di umanità e divinità del Verbo, per cui l’ineludibile senso letterale si perfeziona e completa nel senso spirituale.

– Del tutto apprezzabile è la propulsione della Parola alle frontiere affinché il servizio alla Parola si traduca in Parola di servizio: verso il mondo dei giovani, dei poveri, verso i nuovi areopaghi della cultura e della comunicazione mediatica.

– Da ultimo sottolineerei lo stile di tanta parte del testo: non l’aridità di una esposizione puramente dottrinale, ma la corrente calda di un pensiero teologico e spirituale insieme, limpido, incoraggiante, una testimonianza personale del Papa come nelle grandi encicliche.

Qualche annotazione

La lunga e piuttosto inspiegabile attesa ha avuto il suo compimento, e il documento non delude, è ricco di stimoli, soprattutto a livello teologico. Credo – e spero – che VD susciterà dibattito migliore di quello avutosi per le Proposizioni sinodali.

In un passo della VD il Papa dice: «Usciamo dalla limitatezza delle nostre esperienze ed entriamo nella realtà, che è veramente universale. Annunciare la Parola d Dio chiede un rinnovato esodo, nel lasciare le nostre misure e le nostre immaginazioni limitate per fare spazio in noi alla presenza di Cristo» (n. 116). Rendiamoci conto che vi sono mentalità e cose nuove da fare. Tocco alcuni nodi.

– Una prima sollecitazione ci spinge a rompere i nostri ghetti per avviare un dialogo effettivo, visibile tra esegeti e teologi secondo i problemi posti dal Papa, e senza indugio stabilire – sempre su suo avviso – un dialogo fraterno diretto con gli operatori pastorali, preti e laici, in particolare catechisti ed animatori giovanili. Hanno veramente bisogno di conoscenze e di certezze sul nostro argomento.

– Una seconda sollecitazione riguarda la Bibbia. Si apre la necessità di un approfondimento scientifico della sua identità riprendendo le osservazioni in ambito teologico ed ermeneutico (si veda in particolare il n. 34, ultimo periodo). Quanto alla sua funzione pastorale, mentre si riconosce nella VD l’ampio diretto riferimento alla Scrittura, esso appare frammentato. Ritengo che la sua rilevanza pastorale (catechesi) meriti una trattazione organica, che pongo come domanda: si fa vero incontro con la Bibbia, limitandosi a fare «catechesi con la Bibbia» (è la pratica abituale nei Catechismi CEI) o diventa necessario fare «catechesi della Bibbia», ossia iniziare direttamente alla Scrittura secondo le età, a partire dai piccoli? Non per niente, in questa direzione, VD afferma che «occorre riservare attenzione all’apostolato biblico, metodo assai valido per raggiungere la formazione biblica dei cristiani» (n. 75).

– Una terza sollecitazione di DV la sintetizzo in tre nodi: il riconoscimento della liturgia come «luogo privilegiato» della Parola di Dio (n. 52). L’elenco delle cose da fare appare fin troppo minuzioso, ma è soprattutto una mentalità di convertiti che ci viene richiesta; il secondo nodo riguarda la formazione alla Parola di Dio e alla Bibbia dei pastori anzitutto, ma anche di operatori laici, anzi di ogni battezzato; il terzo nodo si rifà alla Proposizione 17 del Sinodo dove si leggeva: Si auspica che il ministero del lettorato sia aperto anche alle donne, in modo che nella comunità cristiana sia riconosciuto il loro ruolo di annunciatrici della Parola. In VD non appare più, ma viene inclusivamente affermato, se leggo bene, al n. 58: «Il ministero del lettorato nel rito latino è ministero laicale», senza ulteriori precisazioni di genere.