Giovani e Dio: possono parlarsi?

 La pista interessante offerta dalla «Verbum Domini»

Cesare Bissoli

Domande

Il mondo giovanile, come del resto ogni altro, ha bisogno della Parola di Dio. Ma di quale Parola di Dio ha bisogno il mondo giovanile?

Specifichiamo: un giovane può parlare con Dio e ascoltarlo? E Lui, Dio, è disposto ad ascoltare e parlare anche a chi è giovane? Per quali canali passa la parola? Esiste una sorta di facebook, cioè la possibilità di narrarsi reciprocamente, tra Dio e giovani? Ci viene subito in mente Gesù Cristo…

Altre domande che un giovane normalmente si fa, o si potrebbe fare.

Si dice che Dio ha deposto la sua Parola nella Bibbia o Sacra Scrittura. Molto bene.

Ma prendere in mano il testo biblico vuol dire capirlo automaticamente? E poi un libro vecchio di quasi tremila anni fa come la Bibbia può essere un soggetto capace di dialogare con delle persone vive del III millennio, con giovani oggi parecchio disorientati? E ancora, è solo la Bibbia la fonte della Parola?

Insomma giovani e Dio possono parlarsi?

Vi è chi getta la spugna come compito difficile e poco fruttuoso. Vi è chi pensa che vi siano altre vie che portano a Dio, o qualcosa di simile, più contemporanee, convincenti. Ma dall’esperienza ritengo che tanti giovani sono aperti ad incontrare Dio laddove si manifesta. Nella Bibbia? Anche tramite la Bibbia.

 

Senza dare colpa a nessuno (o meglio accettando noi adulti, preti, catechisti, animatori la nostra colpa), notiamo, anche da indagini recenti, due difficoltà a riguardo alla Parola, in particolare la Parola fissata nella Bibbia: l’ignoranza che esista una Parola di Dio e che cosa sia e contenga realmente la Bibbia; irrilevanza, non significatività o almeno non incidenza esistenziale, profonda di ciò che diciamo essere Parola di Dio, riempiendoci magari la bocca, ma lasciando estraneo il cuore, la coscienza, lo stile di vita.

 

Per una risposta

 Alle domande sopra abbozzate la risposta non può che passare tramite incontri di fiducia tra animatore e giovani, spaziando sul vasto fronte della domanda religiosa, anzi umana, affrontando quella antropologia della inquietudine propria del mondo giovanile, che determina facilmente una dialettica di sì e di no, che è prima interiore, e che si fa visibile con l’interlocutore adulto. Dialettica poi che si mostra di rifiuto se costui non offre una relazione di fiducia, e si manifesta come dialettica quanto meno di ricerca, se non di immediato consenso, se invece diventa relazione di rispetto e amicizia.

Si può notare che non abbiamo tirato in ballo Bibbia e nemmeno Parola di Dio, per restituire all’uomo (giovane) la capacità di parlare, la voglia di ascoltare, di entrare in dialogo, tra lui e l’educatore, per raggiungere quella relazione di fiducia, di cui recentemente i Vescovi italiani hanno fatto il perno per «educare alla vita buona del vangelo» (v. c. III).

Si tratta di una mediazione pedagogica, in vista di una buona sintonia nei confronti di quella Parola di Dio che Benedetto XVI chiama «sinfonia» o «canto a più voci» (n. 7), come appare dall’Esortazione apostolica Verbum Domini (VD) che fa seguito al Sinodo del 2008 dedicato appunto alla Parola di Dio.

Ebbene, ecco la domanda che in certo modo riassume quelle precedenti: che cosa offre la VD al pianeta giovani? E offrendo la sua Parola, cosa domanda Dio al suo giovane interlocutore (e dunque a noi adulti chiamati a fare opera di mediazione)?

Farei una distinzione: prima vediamo globalmente ciò che il documento scrive, in quanto essendo scritto per tutti è scritto anche per i giovani; in secondo luogo prestiamo attenzione a ciò che VD dice esplicitamente a riguardo dei giovani nel n. 104.

Qui si procede dando dei punti di riferimento, con rimandi al documento pontificio e lasciando la traduzione immediata all’animatore.

 

UN GRANDE ORIZZONTE DI PAROLE VIVE TRA PERSONE VIVE

VD propone certi punti forza paragonabili alla spina dorsale che tutto regge, o per stare all’immagine della sinfonia, a quelle cellule di base che generano la cascata di note che formano lo spartito. Ebbene la cellula più importante, si può dire, l’unica, è proprio questa: Parola di Dio, Dio parla, Dio ascolta e invita al dialogo con sé. Essa è in se stessa sinfonia. Vediamo di precisarne le note che la compongono. Sono tre punti. Diamo il posto più ampio a ciò che significa Parola di Dio, successivamente alla celebrazione della Parola che è la liturgia, infine la capacità di dialogo della Parola con la cultura.

 

Cosa vuol dire Parola di Dio, che Dio parla?

Nella visione ebraico-cristiana, Dio parla e ascolta, non è né muto, né silenzioso né disinteressato né ozioso né invidioso né ambiguo né lontano da noi, domiciliato su qualche galassia sconosciuta. Invece a Lui interessa il mondo e in particolare la persona umana, uomo e donna, che ha creato e continua a creare a sua immagine e somiglianza, quasi come alter ego (Gen 1, 26), dunque rendendo ogni persona capace di parola-ascolto come Dio, per colloquiare insieme e dialogare tra noi.

Notiamo che tutta la creazione, creata da Dio, è come una grande segnaletica che in certo modo ci dice Dio. Ciò che è bello, grande, superiore a noi, i nostri stessi desideri di una felicità che non vuol mai finire, diventano come un sussurro di Dio una invocazione di Lui. I Salmi sono essi stessi sinfonie di gloria: v. Sal 19; 103; 104.

Non va assolutamente dimenticato che queste tracce della Parola di Dio nel creato provengono dalla Trinità stessa. In essa vi è un colloquio di amore infinito tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ebbene il Figlio del Padre è la Parola di Dio, il Logos, colui che esprime il pensiero di Dio, quello per cui tutto è stato creato (cf Col 1, 16) e diventa voce di Dio, colui che nel tempo stabilito da Dio diventa uomo come noi; è Gesù di Nazaret, la Parola suprema di Dio non solo nella Trinità ma nel nostro mondo di uomini.

Gesù di Nazaret è dunque il Logos, la Parola suprema che il Padre con lo Spirito santo offre all’uomo. Non offre parole, ma una persona che nei vangeli chiama «figlio amatissimo» (cf Mc 1, 11).

La preparazione alla venuta di Gesù, Parola di Dio, è stata anch’essa animata da parole di cui il popolo di Dio o Israele ne è il portatore tramite i profeti, e dopo Gesù, gli apostoli hanno fatto l’annuncio delle sue parole al mondo.

La Chiesa non è qualche azienda del sacro, ma sono le persone dei cristiani diventate membra vive della Parola che è Cristo, divenendo perciò comunità che ascolta, annuncia, celebra, pratica la Parola di Dio come faceva Gesù in Palestina e continua oggi

Ebbene, Dio ha voluto che le sue Parole, quelle di Gesù, dei profeti, degli Apostoli non andassero perdute e allora attraverso uomini di Dio ha voluto che fossero scritte con l’aiuto infallibile del suo Spirito per restare sempre a servizio delle persone, continuare ad essere Parola sua fino alla fine del mondo. La Bibbia è l’attestazione infallibile della Parola. Leggendo la Bibbia si trova un mondo di persone che hanno parlato e ascoltato Dio e parlato con lui, sapendo che egli in questo momento che leggiamo ci vede membri del suo popolo, e vuole entrare in dialogo con noi. Chi apre la Bibbia si espone al fuoco.

 

Celebrare la Parola di Dio

 

Pare un discorso deviante o marginale, invece nel documento papale comprende ben 19 articoli, in corrispondenza all’ampio intervento dei Padri sinodali. Il titolo è sufficientemente espressivo: «Liturgia, luogo privilegiato della Parola di Dio» (n. 52). Vi soggiace la verità che Dio parla in maniera totale attraverso la celebrazione liturgica, in particolare tramite l’Eucarestia, perché ivi si fa presente, nella consacrazione, Colui di cui si sono ascoltate le parole nella liturgia della Parola: Gesù Cristo. Ciò vale anche per gli altri sacramenti (nn. 52-55).

In questa linea essenzialmente orante, cioè in atteggiamento di rispettoso ascolto e di invocazione (si può entrare il dialogo con Dio senza riconoscere che Lui è Dio e noi non lo siamo e che d’altra parte Lui ci parla da amico ad amici come faceva Gesù in Palestina?), il Papa Benedetto invita vivamente ad incontrare la Bibbia con il metodo della lectio divina o della lettura orante (nn. 86-87).

 

«Parola di Dio e culture»

 

Ne facciamo parola in relazione al mondo giovanile perché esso è nella fase di costruzione di una propria cultura (conoscenze, motivazioni, valori), e ciò proprio in quanto i giovani vengono a diretto contatto con forme e aspetti della cultura nello studio delle varie discipline scolastiche. Ivi si può incontrare la Parola di Dio in maniera inedita, cioè nei tanti effetti che essa, nella forma della Scrittura soprattutto, ha prodotto nell’ambito dell’arte, della letteratura, dell’etica, dei costumi di vita, tanto da essere riconosciuta come «grande codice», o ancora di più come «il grande codice per le culture» (n. 109). Di qui l’invito a promuovere «la conoscenza della Bibbia nelle scuole e nelle università» (n. 111), con evidente riferimento alle giovani generazioni.

 

Da questa realtà-mistero (mistero perché la Parola di Dio è un dono che ci supera e ci viene data per scelta di questo Dio amico), sgorgano alcune verità fondamentali tanto rimarcate da Benedetto XVI e da noi sopra riportate e che ora sintetizziamo:

– la Parola di Dio è una persona viva, è Gesù Cristo, il Figlio del Padre diventato uomo, il quale risorto dai morti è Signore nostro contemporaneo. La sua Palestina è qui a Roma, ad Hong-Kong, a Nairobi, dove vi sono cristiani, anzi dove vi sono uomini aperti alla verità e che Lui chiama ad essere suoi discepoli;

– vi è stata una provvidenziale codificazione scritta della Parola di Dio di Gesù e di quanti ne hanno preparato la venuta e ne hanno seguito la vita. È la Bibbia che è composta al centro dai Vangeli, preceduta dal tempo di preparazione (AT) e sviluppata dalla predicazione degli apostoli (NT) per una biblioteca di ben 72 libri. Quello che assolutamente conta è che nel testo incontriamo sempre persone vive che hanno ascoltato la Parola di Dio, di Gesù, e sono entrati reciprocamente in dialogo;

– la sua Parola, Dio continua a dirla al suo popolo, la Chiesa. Essa la diffonde con modalità diverse: con la parola orale, lo scritto, il rito liturgico e la preghiera, la vita buona dei cristiani: Chiesa che si impegna di annunciarla fino alla fine del mondo e del tempo come del resto Gesù aveva comandato (cf Mt 28, 16-20). Si chiama Tradizione, ossia è il grande canale che trasmette in modo vivo la Parola ricevuta, per cui il Gesù del Vangelo è oggi che parla e ascolta la gente, e così facendo salva, conforta, perdona… Leggiamo la Bibbia nella Tradizione, si dice tecnicamente, ascoltiamo la Parola di Dio che è Gesù nel contesto della vita nostra incontrando i segni, le parole, le opere della Chiesa;

– e per quanti non sono credenti, o sono in dubbio o in ricerca, come diversi giovani di oggi? Ebbene, quando l’educatore li introduce nel cammino di riscoperta della fede, egli diventa per loro ‘megafono’ della Parola di Dio, di Gesù il vivente. Gesù dice loro le parole di accoglienza che usava verso le persone che incontrava nella sua terra, sani e malati, giusti e peccatori, annunciando loro la cosa più cara che gli stava a cuore: il Regno di Dio, ossia l’amore che il Padre aveva per ciascuno di loro e che oggi ha per ciascuno di noi.

 

«ANNUNCIO DELLA PAROLA DI DIO E I GIOVANI»

 

È il titolo del messaggio che il Sinodo con l’autorevolezza del Papa, propone ai giovani al n. 104. Chiaramente quanto viene loro detto si inquadra nel processo educativo detto all’inizio, confrontandosi con quella «antropologia dell’inquietudine» sopra citata e agendo di conseguenza.

Come prima annotazione ci piace dire che nel pensiero esposto vi è l’impronta del Rettor Maggiore dei Salesiani e insieme del Card. Bertone, salesiano, quando presero la parola al Sinodo, trattando appunto di giovani e Parola di Dio. Vi soggiace dunque l’esperienza di una Congregazione che vive per giovani e con i giovani.

Seconda annotazione generale: il nostro argomento in VD viene svolto nella parte terza, dove si tratta della Parola di Dio rivolta al mondo, dunque in terra di missione, e in fondo il mondo giovanile vi appartiene. Più specificamente balza agli occhi che la Parola ai giovani viene unita alla Parola per altre categorie, cioè indigenti a diverso titolo: migranti, sofferenti, poveri.

Vi traspare un senso di «carità operosa» cui spinge la Parola di Dio, evocata immediatamente prima che la Parola incontri questi poveri che Dio ama (n. 103).

 

Il testo è molto denso, viene rimarcata la sollecitudine del Papa Benedetto di esortare i giovani alla Bibbia. Ne riportiamo il contenuto integrale.

 

104. Il Sinodo ha riservato un’attenzione particolare all’annuncio della Parola divina alle nuove generazioni. I giovani sono già fin d’ora membri attivi della Chiesa e ne rappresentano il futuro.

In essi spesso troviamo una spontanea apertura all’ascolto della Parola di Dio e un sincero desiderio di conoscere Gesù. Nell’età della giovinezza, infatti, emergono in modo incontenibile e sincero le domande sul senso della propria vita e su quale indirizzo dare alla propria esistenza. A queste domande solo Dio sa dare vera risposta. Questa attenzione al mondo giovanile implica il coraggio di un annuncio chiaro; dobbiamo aiutare i giovani ad acquistare confidenza e familiarità con la sacra Scrittura, perché sia come una bussola che indica la strada da seguire. Per questo, essi hanno bisogno di testimoni e di maestri, che camminino con loro e li guidino ad amare e a comunicare a loro volta il Vangelo soprattutto ai loro coetanei, diventando essi stessi autentici e credibili annunciatori.

Occorre che la divina Parola venga presentata anche nelle sue implicazioni vocazionali così da aiutare e orientare i giovani nelle loro scelte di vita, anche verso la consacrazione totale. Autentiche vocazioni alla vita consacrata e al sacerdozio hanno il loro terreno propizio nel contatto fedele con la Parola di Dio. Ripeto ancora oggi l’invito fatto all’inizio del mio pontificato di spalancare le porte a Cristo: «Chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! Solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana… Cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita».

 

Notiamo la sequenza di pensieri che portano in sé un filo educativo:

 

– È volutamente rimarcata l’attenzione particolare del Sinodo, cioè di tutta la Chiesa, perché la Parola di Dio arrivi alle «giovani generazioni». Il giovane è risorsa e problema sotto tutti i cieli.

 

– Chi sono agli occhi della Chiesa queste giovani generazioni? Sono indicati quattro tratti identificativi:

* sono «membri attivi della Chiesa, ne rappresentano il futuro»;

* spesso mostrano una «spontanea apertura all’ascolto della Parola di Dio» e «sincero desiderio di conoscere Gesù»;

* ciò ha (può avere) una corrispondenza nelle «domande di senso» e di «indirizzo della vita», e ciò «in modo incontenibile e sincero»;

* «A queste domande solo Dio sa dare vere risposte».

 

Può apparire una lettura piuttosto ottimistica, ma in fondo dice delle verità come obiettivi da maturare e dunque un percorso da provare su questo binomio: domande di senso e apertura all’ascolto di questa cosa più grande che è la Parola di Dio, dunque Gesù. Vale la pensa richiamare che «le risposte che sa dare solo Dio» vanno in qualche modo sorrette dalla certezza che Dio ama ogni giovane come tale e dunque vuole dialogare con lui.

 

– E agli occhi dei giovani come deve apparire la Chiesa, gli adulti che la rappresentano?

Si possono individuare questi tratti:

* «coraggio di un annuncio chiaro»;

* «aiutare i giovani ad acquistare confidenza e familiarità con la Sacra Scrittura, perché sia come una bussola che indica la strada da seguire» (sono parole stesse di Benedetto XVI);

* «hanno bisogno di testimoni e di maestri» cui si chiede di «camminare con i giovani», di «guidarli ad amare e a comunicare il Vangelo»;

* rendere i giovani capaci di «diventare autentici e credibili annunciatori del Vangelo «soprattutto ai loro coetanei».

 

La competenza richiesta agli educatori (catechisti, animatori…): annunciare un Vangelo senza paura e che sia vangelo, bella notizia; compito specifico e notevolmente nuovo nell’abituale pastorale giovanile: aiutare giovani (si può pensare dagli adolescenti più maturi in avanti) a frequentare la «Bibbia come bussola», ossia capace di orientare nel non facile cammino della crescita. Il che significa che delle persone vive si impegnano con la qualità di essere testimoni e maestri, ossia vivono ciò che dicono, e dicono ciò che hanno veramente imparato, non solo di Bibbia, ma di relazione educativa. Significativo il tratto finale piuttosto oggi emarginato: i giovani son visti come uditori passivi e chiusi in sé, invece si tratta di valorizzare la loro capacità di annunciare la bella notizia fra i compagni.

 

– Un obiettivo specifico che persegue l’annuncio della Parola ai giovani è dato dalle «implicazioni vocazionali». La Parola di Dio nella testimonianza biblica e postbiblica nella vita della Chiesa si dimostra non informazione generica su Dio, sull’uomo, sui comandamenti… ma risuona come appello alla persona di orientare le proprie scelte di vita, di avvertire cioè una chiamata o vocazione ad impostare la vita secondo Gesù Cristo. Segna­tamente, nella consacrazione totale sia come vita religiosa che come sacerdozio, così come è avvenuto nella vita di tanti uomini di Dio.

La forza vocazionale della Parola di Dio viene svolta al n. 77, per la vita religiosa al n. 83 e per il sacerdozio ai nn. 78-82. Merita sottolineare che se ne parli al mondo giovanile così in difficoltà a pensare un progetto di vita. Ciò esige che l’incontro biblico sia sempre incontro tra persone, entro cui fa del bene avanzare le possibilità progettuali della Parola di Dio, ossia la presa vocazionale di chi si mette in ascolto di Dio, secondo il testo evangelico «Il maestro è qui e ti chiama» (Giov 11, 28). È doveroso il rimando al n. 48, dove una teoria di santi e sante attestano l’impatto vocazionale della Parola di Dio.

– L’ultima parte, assumendo parole dirette di Papa Benedetto ai giovani, ne accoglie la grande lezione: la Parola di Dio è Gesù Cristo, il quale «non toglie nulla e dona tutto».

 

Notiamo il tono appassionato con cui il Papa si esprime e in particolare la visione positiva dell’incontro con la Parola di Dio che è radicalmente e ultimamente il Signore Gesù. Non sono tratti pedagogici da poco!

 

Perché giovani e Dio tornino a parlarsi

 

In verità il problema non sta in Dio. Egli «aveva già parlato molte volte nei tempi antichi e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Ebr 1, 1-2). E continua a parlare nella sua Chiesa.

Il problema è che il mondo giovanile, e contestualmente il mondo degli adulti che hanno con loro più diretto contatto (e tutti in fondo l’abbiamo), possa avere la grazia di aprire orecchi e bocca e ascoltare e parlare con Dio.

Già all’inizio e durante la presentazione sono stati espresse diverse indicazioni.

Ne facciamo sintesi da quanto si ricava da VD.

 

– Una certezza che la fede ritiene indiscutibile e che l’esperienza comprova: non vi è una chiusura insuperabile tra Parola di Dio e condizione dei giovani, una radicale non significatività di quella per questi, o un rifiuto a priori di questi per quella. Vi è in comune l’aera della vita e della sua felicità, e quindi del senso da darle. Le difficoltà non sono dunque di principio, ma di metodo, e in verità sono molte, ma non invalicabili. Riteniamo efficace un impegno educativo multiplo:

 

* educare alla parola e all’ascolto come componenti sostanziali dell’esistenza.

È una esperienza umana tanto universale quanto superficialmente vissuta. «Parlo quando voglio, sento ciò che mi piace…» sono modi di pensare diffusi. Fare chiarezza su questo campo sia riflettendo sulla portata umanizzante (o dis-umanizzante) del parlare e ascoltare, sia analizzando la varietà grande del fatto comunicativo, sia dando criteri di autenticità del retto parlare e ascoltare: ciò diventa condizione indispensabile per riflettere sulla relazione di parola e ascolto con Dio che ci sta interessando;

 

* educare ad incontrare sempre le persone dietro le parole, tanto più nei testi antichi.

I testi antichi possono apparire incomprensibili come tali, ma quando nella Bibbia e nella Tradizione della Chiesa vedi persone prima che dottrina, trovi subito che sono anch’esse coinvolte come noi nel problema dell’esistenza per qualche dimensione: vita, amore, sofferenza, legge, futuro, morte, felicità, fede, dubbio, paura, speranza…;

 

* educare a passare da testi che parlano di Dio a trovare la persona di Dio che parla nei testi, a partire dal Vangelo, cioè come Gesù parla alle persone e come si lascia parlare da loro; e osservare come le persone reagiscono a Gesù. Con i Vangeli, area preferenziale per l’alto tasso di relazione personalizzata tra Dio e uomo, sono i Salmi dove si incrociano i due interlocutori, Dio e uomo, in maniera incomparabile e coinvolgente. Le persone della Bibbia sono la filigrana dell’incessante dialogo lungo la storia della Chiesa. In questa non perdiamo di vista i testimoni della Parola cui – come abbiamo detto – il Papa ha dato marcato rilievo: «Mettersi alla loro scuola costituisce una via sicura per intraprendere un’ermeneutica viva ed efficace della Parola di Dio» (n. 49). Beninteso prima di tutto i testimoni di oggi, magari viventi, prima di andare nel lontano passato.

 

– Questo riferimento alla Parola di Dio incarnata nell’esistenza delle persone, come fu in Gesù, apre la strada all’approccio culturale con la Bibbia, a quegli effetti di umanità che essa ha prodotto e i cui si cerca la ragione. Non è così facile il compito come si pensa, dipende molto dalla buona relazione fra insegnante e alunni.

 

– Quest’ultima battuta ci riporta all’inizio di questo intervento. Dio è parola perché è persona che ama l’uomo, e parla perché ascolta. Vi è dell’amore in questo volere colloquiare con noi.

Questa è lo snodo essenziale per un dialogo del giovane (uomo) con Dio così come avviene del resto nell’esperienza umana. L’amore fa bene-parlare, fa bene-ascoltare.

 

– Ma proprio perché la Parola di Dio sgorga dall’amore, la Parola è bene-detta e bene-accolta quando si fa amore, si fa esperienza di carità. La carità solo fa capire veramente e innalzandosi si fa preghiera, si fa eucaristia, si fa grazia che dice grazie, si fa silenzio adorante e parlante in mezzo a rumori che zittiscono. Annota Benedetto XVI: «La parola può essere pronunciata e udita solamente nel silenzio, esteriore e interiore. Il nostro tempo non favorisce il raccoglimento e a volte si ha l’impressione che ci sia quasi timore a staccarsi, anche per un momento, dagli strumenti di comunicazione di massa. Per questo è necessario oggi educare il Popolo di Dio al valore del silenzio. Riscoprire la centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa vuol dire anche riscoprire il senso del raccoglimento e della quiete interiore» (n. 66).

Non perdiamo mai di vista questa chiave risolutiva perché giovani e Dio tornino a parlarsi, o con più verità perché i giovani sapendosi amati tramite noi adulti abbiano l’esperienza del miracolo del Vangelo: «Pieni di stupore dicevano: Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti» (Mc 7, 37).