I vizi capitali sono ancora attuali?

Giovanni Cucci

L’inferno senza fine dell’aldilà, di cui parla la teologia,
non è peggio dell’inferno che prepariamo per noi stessi in questo mondo,
con il foggiare abitualmente il nostro carattere nella maniera sbagliata
(W. James)

I sette vizi capitali,
così come ci sono stati tramandati dalla “morale” sia cattolica che laica,
sono una cosa maledettamente seria
e non separabile dalla nozione di “peccato”che,
nel senso di una trasgressione alle “leggi” della natura e dello spirito,
non ha frontiere.
(G. Grieco)

Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt
Abbiamo davanti agli occhi i vizi degli altri, mentre i nostri ci stanno dietro
(Seneca)

Cosa sono i vizi? Per quale ragione alcuni di essi sono chiamati «capitali»? Quali sono? E perché questi e non altri? Probabilmente non molti saprebbero rispondere con precisione a queste domande, in ambito laico come ecclesiale, ritenendo forse che si tratti di un discorso inutile e superato, incapace di parlare all’uomo di oggi. I vizi capitali possono essere considerati una maniera di ricomprendere ed unificare l’agire umano nelle sue derive negative, ma anche nei beni cercati attraverso di essi. Questi vizi si presentano infatti come un’enciclopedia delle passioni umane: pur ricordando infedeltà e trasgressioni, essi mostrano insieme un orizzonte più ricco rispetto a quanto realizzato, un orizzonte anche di speranza perché mettono davanti agli occhi una totalità di pienezza e di bellezza che può dare senso e compimento alla vita. Chi ha studiato i vizi ha potuto incontrare ogni situazione possibile di vita, di classe sociale, di problematiche presenti nella giornata di ogni uomo. Ecco quanto ad es. riconoscevano due studiosi presentando la loro ricerca in proposito:

Parlare dei vizi ci ha indotto a toccare temi vasti e importanti: il corpo, l’anima, le donne, gli intellettuali, il lavoro, la guerra, il denaro […] rappresentano l’inevitabile retroterra di molte delle riflessioni che attorno ai vizi si aggregano e sono una delle ragioni per le quali la cultura medievale ha dedicato ai vizi capitali tante energie e tanta attenzione: il discorso sui vizi si rivela in realtà una sorta di enorme enciclopedia nella quale si trova di tutto, un efficace schema classificatorio per palare, proprio come sostenevano i monaci, del “mondo”. In questo forse sta la radice del suo successo [1].

Classificare gli atti umani in “virtuosi” o “viziosi” presuppone infatti una visione unitaria della vita e un significato delle azioni umane che consenta di valutarle, due elementi decisivi che non sono per nulla ovvi. Si potrebbe dire dei vizi capitali quello che il regista polacco Kiesloswski aveva detto dei comandamenti, quando gli fu chiesto di spiegare la scelta di dedicare ad essi una celebre serie di film: «Essi riassumono l’intera nostra esistenza, ciò che siamo e ciò che vorremmo essere: tutti li disattendiamo eppure tutti ci riconosciamo in essi». È questa dialettica di trasgressione e ideale, di ideale che riconosce le trasgressioni ed insieme mostra una possibilità di vita più alta e bella a caratterizzare la perenne attualità della riflessione sui vizi e a mettere in guardia da una suggestione mortale: eliminare gli ideali dalla vita, rassegnandosi ad accogliere passivamente ciò che capita, con indifferenza. Quando si parla di vizi, di peccati ed abitudini peccaminose, si sente spesso dire che è inutile soffermarsi a parlarne e a riconoscerli come tali, perché vi si cade comunque, oppure che, tutto sommato, questi vizi non sembrano poi così negativi: tanto vale quindi disfarsi di un’inutile ossessione prendendo la vita come viene.

Secondo un recente sondaggio della BBC, la maggioranza della popolazione britannica “non crede più che i sette vizi capitali abbiano alcuna rilevanza nella loro vita, e pensano che dovrebbero essere aggiornati, per rispecchiare la società moderna”. Il sondaggio suggerisce che i sette peccati originari – ira, gola accidia, invidia, superbia, lussuria e avarizia – non hanno più l’importanza di un tempo e devono essere sostituiti con “un nuovo elenco di tabù contemporanei” che colgano l’essenza della moralità moderna” [2]. In cima alla lista c’è ora la crudeltà, seguita dall’adulterio, dal fanatismo, dalla disonestà, dall’ipocrisia, dall’avarizia e dall’egoismo [3].

In maniera analoga il filosofo Galimberti suggerisce di accostare alla classica lista dei vizi capitali un nuovo elenco di ciò che di fatto occuperebbe il cuore e la mente dell’uomo moderno [4].Uno studio attento degli autori che si sono occupati di questo argomento rivela invece come la sbrigativa liquidazione dei vizi come inutile retaggio del passato e l’invito .a “lasciarsi andare”, prendendo tutto “così come viene”, non ha certamente reso la vita più sana, bella e interessante. Agendo così si lascia semplicemente che il veleno non venga più riconosciuto come tale, e in questo modo esso può diffondersi capillarmente moltiplicando i suoi effetti devastanti.

Quando ci lasciamo andare a queste passioni diminuiamo la nostra umanità.
I nostri fallimenti nel tener fede al meglio di ciò che potremmo moralmente essere è altrettanto tragico dell’infelicità che il male che compiamo ci causa. I vizi operano anche a livello sociale. Essi permeano la politica e il commercio, saturano la cultura popolare e lo svago […]. Ogni peccato mortale alimenta fenomeni sociali pericolosi: lussuria-pornografia; gola-abuso di sostanze; invidia-terrorismo; ira-violenza; accidia-indifferenza ai problemi e alle sofferenze degli altri; avarizia-abuso della fiducia pubblica; e orgoglio-discriminazione. Dato che il peccato è associato alla religione, i secolaristi pensano che per loro è irrilevante. Ma molti dei peccati ricordati dalla tradizione, e particolarmente i sette peccati capitali, riguardano soprattutto il significato dell’essere umano e le responsabilità che abbiamo per realizzare ciò che riteniamo con questo termine. I teologi e moralisti che hanno scritto su questo erano anche profondi psicologi […]. Essi non hanno mai perso di vista le implicazioni pratiche delle loro teorie psicologiche. Il loro primo interesse era di insegnarci a favorire il bene e a dominare il male che è in noi. Essi erano anche interessati alla nostra felicità. Essi credevano, giustamente, che nella lunga corsa coloro che erano morali ed etici erano anche più felici. Viceversa, soccombere alle gratificazioni immediate dei nostri impulsi, umiliare altri può portare ad un piacere. Ma nel corso del tempo tale piacere porta alla tristezza poiché da solo non ci può spiritualmente sostenere [5].

In realtà il discorso sul vizio non intende affatto presentarsi come una pedante pignoleria per complicarsi l’esistenza, esso è piuttosto una questione di vita o di morte. I vizi ci accompagnano nella vita di ogni giorno, anche se forse facciamo fatica ad accorgercene, se non quando è troppo tardi, come si può vedere anche da un sommario sguardo ai quotidiani di una nazione che più di altre sembra essere il modello del benessere e dell’abbondanza mai realizzata:
– «Yuppies arroganti ed egoisti soffrirono di depressione e altri problemi psicologici durante la crisi degli anni 1990-91, quando vennero messi fuori occupazione ed improvvisamente capirono che erano molto meno importanti di quanto credevano di essere. Un terapista li ricorda così: “I miei pazienti erano molto amari […]. Molti di loro venivano da famiglie medio-alte, dalle migliori scuole e sentivano di avere il passaporto per il successo”» [6].
– «Milioni di uomini e donne sono così insoddisfatti del loro corpo che si sottopongono alla chirurgia plastica, e cercano supporto psicologico per la bassa autostima» [7].

– Durante un processo un uomo esplode otto colpi contro il suo accusatore, proprio di fronte alla moglie. Era descritto come un uomo di indole sanguigna, molto nervoso per l’eccesso di lavoro, e molto irascibile con i colleghi [8]

– Alcuni studenti invidiosi dei successi accademici di un compagno, distrussero maliziosamente il laboratorio in cui aveva investito lunghe ore di duro lavoro. Speravano così di impedirne l’accesso alla facoltà di medicina.

– Un intraprendente senatore, con reputazione di alta integrità è stato messo sotto inchiesta dalla corte federale per corruzione e sospettato di molte operazioni illecite a carattere economico. Un senatore suo amico aveva così commentato: “Ancora non credo sia una cattiva persona. Soltanto era diventato sempre più avido, prendendo tutto per sé. Non avrebbe dovuto permettere che gli capitasse questo” [9].

– Milioni di americani fumano, mangiano e bevono rovinando la loro salute, incuranti di stare in una marea di potenziali malattie poiché non riescono a controllare la loro avidità per il cibo, il bere e le droghe di vario tipo.

– Una banda di quartiere ha colpito, violentato e accoltellato 132 volte una donna prima di abbandonarla in un campo a morire. Il motivo di tutto ciò era la noia; uno di loro ha dichiarato in proposito: “Non c’era nulla da fare e così ho proposto di andare fuori e uccidere qualcuno” [10]. L’importanza dei vizi capitali si può riconoscere, oltre che dalla loro attualità, anche dalla profonda sapienza di cui sono portatori: riconoscerli e guardarci da essi ci insegna a vivere. Un confronto con alcuni aspetti della vita fisica può essere illuminante: come infatti ci mostriamo estremamente attenti e pignoli, in una cultura “salutista” come la nostra, a riconoscere i cibi adulterati o non perfettamente sani, allo stesso modo la riflessione sui vizi intende mettere in guardia da una serie di “alimenti”, per lo più culturali, che rovinano la vita di chi li assume. È dunque salutare conoscere ciò che, pur allettante, si rivela essere un pericoloso veleno, ed è prezioso riconoscerlo in tempo, senza dover attendere il momento in cui, troppo tardi, ci si trova a fare i conti con le conseguenze deleterie del vizio. Si dirà che si tratta di un lavoro inutile perché tanto si cade ugualmente: chi di noi potrebbe dire di essere immune dai vizi anche dopo averli riconosciuti come tali? La morale non sarebbe in fondo un discorso impotente che lascia il tempo che trova? Smascherare un tale luogo comune permette invece di portare alla luce una verità fondamentale della vita, la dialettica tra l’ideale ed il limite. Quando questa dialettica viene riconosciuta e accettata come tale, senza cioè rinnegare nessuna delle due componenti, la vita diventa bella, gustosa, degna di essere vissuta, perché mostra un “al di là” possibile che si potrebbe raggiungere, scuotendosi dal pigro torpore di accontentarsi di ciò che si è realizzato e di giustificare le proprie mediocrità. Anche a questo proposito il paragone con altri settori della vita può essere illuminante; pensiamo ad es. a un atleta che voglia realizzare un record o una vittoria: egli trova tutta la sua carica proprio nel desiderio di raggiungere l’ideale che si è proposto, pur non essendo certo di poterlo conseguire, o anche riconoscendo di aver fallito in circostanze analoghe. Pensiamo ancora alla potenzialità infinita di persone e relazioni che ci vengono offerte nel corso della vita, sapendo che non tutte potranno essere ugualmente coltivate, o ai viaggi che si potrebbero intraprendere, la moltitudine di libri offerti alla lettura, di film da vedere, di musiche da ascoltare. Una tale ricchezza non potrà mai essere pienamente conseguita da nessuno, eppure è questa sovrabbondanza a rendere interessante la vita, consentendo di riconoscere ciò che sta a cuore, operando scelte e rinunce a favore di qualcos’altro ritenuto più importante, degno di valore. Porre davanti a sé un ideale che è sempre più ricco di quanto concretamente si possa realizzare non scoraggia affatto dal decidersi per esso, ma anzi stimola l’interesse e gli affetti, purché alla base ci sia, come per quell’atleta, il desiderio ed il coraggio di coinvolgersi. Un ideale posto al di là e al di sopra di quanto sembra attualmente raggiungibile è anche di stimolo a migliorarsi e progredire, e conferisce un senso di fiducia al lavoro finora compiuto, anche se non lo si realizzerà pienamente. Ma che cos’è un vizio?
La tradizione filosofica e spirituale classica indica con il termine «vizio» un habitus negativo. Il latino habitus viene impropriamente reso con il termine italiano «abitudine», anche se è possibile riscontrare elementi comuni, come la facilità a compiere un’attività, un apprendimento consolidato dall’uso frequente, «una certa stabilità nell’agire, che costituisce come una seconda natura» [11]. Ciò che tuttavia differenza un habitus da una «abitudine» è che il primo coinvolge la persona negli aspetti più profondi dal punto di vista psicologico, morale e spirituale, mentre l’abitudine è quasi una sorta di automatismo [12] che conferisce stabilità all’esistenza, rende più facile il compimento di un’azione risparmiando tempo ed energie. Sia l’habitus che l’abitudine sono comunque frutto di una ripetizione compiuta nel tempo, e questo le differenzia dalla singola azione, buona o cattiva: in campo morale un singolo peccato non distrugge la virtù, né una buona azione è sufficiente a smantellare un vizio. I termini «vizio» e «virtù» intendono porre l’accento sulla storicità e continuità dell’agire umano, che con le sue scelte delinea un percorso, un orientamento di fondo all’esistenza, un vero patrimonio di bene e di male che si accumula nel tempo, modificando profondamente la persona [13].
Vizi e virtù sono dunque «abiti» morali che conducono a esiti opposti: la virtù a conseguire con più facilità il fine dell’uomo [14], perfezionando se stesso, mentre il vizio lo disattende, giungendo alla distruzione, morale, psichica e fisica del soggetto. Una considerazione ulteriore a questo riguardo può giungere dall’ambiente in cui è sorta la riflessione sui vizi capitali. Il loro numero si può far risalire biblicamente al passo di Pr 6,16: «Sei cose odia il Signore, anzi sette gli sono in abominio», ma anche nella letteratura pagana si possono trovare precise classificazioni. Orazio ad es. presenta un elenco molto simile a quello che attualmente conosciamo: «avaritia, laudis amor, invidus, iracundus, iners, vinosus (=goloso), amator (= accidia)» [15]. L’elaborazione dei vizi capitali tuttavia raggiunge il suo sviluppo completo a partire dalla riflessione svoltasi in ambiente monastico ed eremitico. Questa è ad es. la presentazione che offre s. Gregorio Magno, mostrandone con cura anche la reciproca in-
terconnessione: [I vizi] sono legati da un vincolo di parentela strettissimo dal momento che derivano l’uno dall’altro. La prima figlia della superbia, infatti, è la vanagloria, che, una volta vinta e corrotta la mente, genera subito l’invidia; poiché chi aspira ad un potere vano si rode se qualcun altro riesce a raggiungerlo. L’invidia genera l’ira, perché quanto più l’animo è esacerbato dal livore interiore, tanto più perde la mansuetudine della tranquillità, e, simile a una parte del corpo dolorante, avverte come insopportabile la pressione della mano che la tocca. Dall’ira nasce la tristezza, perché la mente turbata, quanto più è squassata da moti scomposti, tanto più si pasce esclusivamente della tristezza che segue tale turbamento. Dalla tristezza si arriva all’avarizia, poiché quando il cuore, confuso, ha perso il bene della letizia interiore, cerca all’esterno motivi di consolazione, e, non potendo ricorrere alla gioia interiore, desidera tanto più ardentemente di possedere i beni esteriori. A questo punto sopravanzano i due vizi carnali, gola e lussuria. Ma è noto a tutti che la lussuria nasce dalla gola, dal momento che nella stessa disposizione delle membra gli organi genitali sono collocati al di sotto del ventre. Perciò mentre quest’ultimo si riempie in maniera sregolata, quelli si eccitano alla libidine [16].

Questa classificazione, pur con leggere variazioni (Evagrio ad es. parla di “otto spiriti della malvagità”) diventa una maniera di mettere ordine nell’universo dell’agire umano, di dare un nome e una motivazione al male compiuto, portando anche all’elaborazione di un’antropologia interdisciplinare, in cui si trovano strettamente connesse ri-flessione teologica, filosofica e psicologica.

La fortuna del settenario è in buona parte dovuta proprio alla forza ermeneutica di quel modello, che, puntando ora su immagini fortemente evocative, ora su sottili analisi psicologiche, consente di tenere insieme tutta quanta la materia morale. Ma più ancora, la fortuna del settenario è legata all’idea che esista un ordine “naturale” dei vizi, che ci siano alcuni vizi – sette o otto –più importanti di altri, vizi “capitali”, perché possono fungere da capo di molti altri vizi secondari. In questa ottica anche le differenze tra i due padri del settenario finiscono per annullarsi; anzi, un attento confronto delle due liste dimostra che “Gregorio e Cassiano riguardo agli otto vizi principali la pensano assolutamente allo stesso modo” (Pseudo Rabano Mauro, De vitiis et virtutibus, III, II, col. 1349) […]. Che si adotti lo schema di Cassiano o quello di Gregorio o un sistema ibrido, nella sterminata letteratura sui vizi capitali un punto rimane assolutamente fermo per tutto il Medioevo: l’universo della colpa è un universo ordinato [17].

La riflessione sui vizi nasce dunque in un ambiente profondamente religioso ed austero, come quello degli eremi del deserto egiziano dei secc. III-V. Parrebbe dunque strano che un mondo impregnato di grandi ideali avesse così vivida l’immagine e l’esperienza del vizio e del peccato, si potrebbe anche supporre che questa riflessione riveli in realtà il tradimento degli ideali professati, eppure questo fatto evidenzia una profonda verità, che il vizio si coglie per contrasto, lo si riconosce quanto più ci si vuole distanziare da esso, come osservava E. Bloch: «Noi riconosciamo solo quei peccati da cui ci siamo allontanati». La grandezza del valore rimane comunque anche quando lo si tradisce, operando il contrario di quanto si professa a parole. Il rischio dell’ipocrisia, denunciato con chiarezza dal vangelo, non porta a ritenere inutile l’ideale, ma a considerarlo come un’àncora di speranza di fronte alle cadute; c’è un orizzonte di senso più grande dei nostri limiti e difetti che infonde forza e coraggio al combattimento spirituale, specie nel momento della prova:

Molti ebrei e cristiani non vivono secondo l’ideale di dirigere tutte le loro energie all’amore di Dio. Comunque, l’aspirazione a fare così li provvede di uno scopo unificante nella vita che manca a così tanti agnostici. La religione è “cattolica” nel ricomprendere tutta la vita e fornisce all’uomo un chiaro focus sui fini e gli scopi. In contrasto, l’uomo secolare è frammentato e accecato, con la pretesa libertà, da Dio e dall’autorità. Ma la sua libertà dall’unico maestro, Dio, lo rende più di tutti vulnerabile a diventare schiavo di molti dei, particolarmente le sue passioni e vizi […]; essa in particolare manca di un coerente punto unificatore in base a cui organizzare e valutare tutte le sfaccettature della sua esistenza. Questa mancanza di un fine globale della vita e di un non ambiguo criterio di condotta è una delle maggiori fonti dell’attuale infelicità. Questo non significa che la religione sia “giusta” o praticabile per chiunque non creda in Dio, o nei dogmi dell’ebraismo e cristianesimo. Ma il fatto che il secolarismo non voglia o non possa indirizzare questi bisogni è uno dei principali deficit da un punto di vista psicologico [18].

I vizi capitali hanno infatti a che fare con quella mai abbastanza esplorata tematica che è il problema del male, l’enigma di come possa essere possibile concepire un’azione orientata al bene, perché nei vizi capitali si cercano dei beni, arrivando però a risultati negativi, anche atroci. A questo proposito la riflessione classica notava un elemento importante: il vizio è la ricerca di qualcosa in sé buona ma condotta in modo disordinato, assegnando al bene ricercato un posto ed un’importanza superiore a quanto dovrebbe averne, a scapito di altri beni fondamentali per la vita umana. Caratteristica del vizioso, come si vedrà, è di aver fatto di un singolo elemento il centro della propria vita, il proprio idolo, consacrando ad esso tutte le proprie energie ed investimenti a livello fisico, affettivo e immaginifico. E la prima conseguenza immediata di tutto ciò è la perdita della libertà: nel vizio, al contrario della virtù, è molto facile iniziare ma diventa sempre più difficile staccarsene, pur non trovandovi più il piacere ed il fascino di un tempo, anzi avvertendo un sempre maggiore disgusto e insofferenza. Nonostante ciò, per una sorta di meccanismo di autodistruzione, l’abitudine viziosa mantiene ben strette le sue catene, generando ulteriori modalità viziose che imprigionano sempre più la volontà, l’intelligenza, l’affetto. Per questo è importante riconoscere il valore simbolico del vizio, perché è una ricerca malata di assoluto, e può essere vinto da ciò che davvero costituisce l’assoluto della vita: solo un cuore rasserenato e contento può trovare la forza di dire no al vizio. S. Tommaso, riprendendo la riflessione dei padri della chiesa, definiva alcuni vizi come capitali perché essi, analogamente al comandante di un esercito, comandano tutti gli altri vizi: «Perché un vizio possa dirsi capitale si richiede che abbia un fine molto appetibile, cosicché per la brama di esso si commettono molti peccati» [19.] Il criterio della loro identificazione risiederebbe così in un bene particolarmente bramato, il possesso del quale comporta però insieme la perdita di un altro bene ad esso corrispettivo:

Il bene dell’uomo è triplice: cioè il bene dell’anima, il bene del corpo e il bene delle cose esteriori. Dunque al bene dell’anima, che è un bene immaginato, cioè l’eccellenza dell’onore e della gloria, è ordinata (come al proprio fine) la superbia o vanagloria. Invece al bene del corpo riguardante la conservazione dell’individuo, cioè il cibo, è ordinata la gola; al bene, poi del corpo in quanto conservazione della specie, come accade nei piaceri venerei, tende la lussuria. L’avarizia, invece, mira al bene delle cose esteriori [20]. I vizi rimanenti sono considerati da Tommaso come tendenti ad allontanare l’uomo dal suo fine proprio, spegnendo l’energia ed il desiderio di compiere il bene, e sono l’accidia, l’invidia e l’ira [21]. Tommaso, in linea con quanto si osservava, parte dalla premessa che l’uomo cerca sempre il bene, anche nel vizio, perché ogni sua azione è animata dall’amore, dal desiderio di essere felice, cioè di vivere bene. Ma un tale desiderio può trovare il suo compimento solo mediante l’azione virtuosa, che cioè rispetti tutti i molteplici aspetti del bene:

La gioia e il piacere riguardano il bene presente e posseduto; il desiderio e la speranza un bene non ancora posseduto. L’amore, invece, riguarda il bene in generale, posseduto o non posseduto. Perciò l’amore naturalmente è il primo atto della volontà e dell’appetito. Ed è per questo che tutti gli altri moti dell’appetito suppongono l’amore come prima radice […]. L’amore è il principio di tutte le affezioni, come è manifesto da Agostino [De civitate Dei, XIV, 7]; e perciò quando si dice che la virtù è l’ordine dell’amore, la predicazione indica la causa non l’essenza: infatti non ogni virtù è essenzialmente amore, ma ogni affezione della virtù deriva da un qualche amore ordinato; e similmente ogni affezione del peccato deriva da qualche amore disordinato [22].

«Un qualche amore ordinato», questo è il punto centrale della questione: ciò che fa la differenza tra vizio e virtù non è tanto la ricerca del bene, presente di fatto in ogni azione umana, ma la ricerca ordinata del bene, tale cioè da consentire all’uomo di raggiunge il fine per cui è stato creato. Nel comportamento vizioso il bene conseguito è parziale e mutilo perché distoglie dal fine della vita umana, e in tal modo diventa dannoso perché va a scapito di altri beni essenziali per la vita. Quando invece l’uomo consegue il bene a lui proprio, mediante gli atti di virtù, questo bene consente di conseguire altri beni ad esso collegati, vivendo in pienezza i vari aspetti della sua vita. È proprio infatti del bene mostrare un’armonia e una semplicità di fondo, mentre al contrario il male porta a divisioni e lacerazioni, dentro e fuori di sé; è il motivo per cui vizi e virtù nella concezione di Tommaso non si contrappongono semplicemente, perché hanno origini diverse: «Le virtù sono causate dalla subordinazione dell’appetito alla ragione, o al bene eterno che è Dio; mentre i vizi nascono dal desiderio dei beni transitori» [23]. Inoltre, mentre la causa del bene è una sola, il male tende alla dispersione, al caos primordiale: «Come dice Dionigi, ne I nomi divini [IV, 30] il bene è causato da una sola e integra causa, mentre il male è causato da difetti particolari; come la bellezza è causata dal fatto che sono disposte, secondo una conveniente proporzione, tutte le membra del corpo, e se un solo membro di queste è stato disposto non secondo una conveniente proporzione produce la bruttezza» [24].
Questa conclusione non è altro che l’applicazione concreta della caratteristica essenziale del bene, di essere unità e proporzione. Il vizio, pur raggiungendo un bene, ne smarrisce altri, anzitutto quel bene fondamentale che è la libertà; inoltre distrugge l’armonia e l’unità generale del proprio essere e finisce, come un carcinoma impazzito, per portare la morte a chi lo ha lasciato sviluppare.

Per la maggior parte questi vizi sono manifestazioni del nostro rifiuto di padroneggiare i nostri impulsi fisici e psicologici […]. Mangiare quanto più ci piace, dormire con chiunque si voglia, guadagnare ricchezze illecite quando c’è poca probabilità di essere individuati, e attaccare violentemente chi ci frustra od urta è più facile che esercitare resistenze a queste tentazioni. Nel caso della pigrizia, preferiamo voltare gli occhi ed il cuore da un’altra parte e così evitare coinvolgimenti. Questo fallimento nello sviluppo ed uso dell’autocontrollo riflette il ridotto interesse della moderna cultura nei confronti dei valori morali e nell’educazione di un buon carattere [25].

Questo abbaglio avviene perché spesso le tentazioni ed i vizi si mascherano assumendo la sembianza di falsa virtù ed ingannano la mente ed il cuore: «Talvolta mentre ci sforziamo di resistere strenuamente contro la guerra delle tentazioni, alcuni vizi si nascondono sotto l’aspetto di virtù e vengono verso di noi con volto benevolo, ma non appena ci hanno colpito percepiamo la loro ostilità […]. Spesso l’ira smodata si presenta come giustizia, mentre la remissività eccessiva vuole apparire misericordia; il timore ingiustificato assume l’aspetto dell’umiltà, la superbia senza freno quello della libertà» [26]. Da qui la sottigliezza e l’acume, proprie della sapienza, richieste per riconoscere il vizio dalla virtù, perché tra le due si mette di mezzo non soltanto la considerazione del bene, ma anche l’allettante seppur falsa attrattiva della passione [27]. S. Tommaso spiega come le passioni manifestino la potente capacità di indebolire le decisioni dell’uomo, in quanto la volontà come tale mira al bene in universale, mentre le passioni si soffermano su un particolare bene, che da un lato si mostra più limitato ma dall’altro è più immediato, facile da raggiungere e soprattutto alletta la sensibilità: «La volontà si muove verso il suo oggetto senza passione, per il fatto che non si serve di un organo del corpo» [28]. Per questo la riflessione si mostra spesso impotente a proposito del vizio, perché sembra giungere in ritardo quando ormai “i giochi sono fatti”.
Si potrebbe dunque obiettare nuovamente che la riflessione sui vizi capitali sia controproducente, dato che pone l’uomo di fronte ad un male in cui comunque cade e questo è di per sé inutile, così come sarebbe inutile continuare a confessare le stesse colpe sapendo benissimo che si continuerà a commetterle. Alla luce di quanto osservato sinora si può invece riconoscere che il vizio, quando viene esplorato con interesse e intelligenza, evidenzia per contrapposizione proprio quel bene che stava perseguendo in modo sbagliato; inoltre la stessa constatazione di essere caduti, di avere mancato il bersaglio, è importante per riprendere la strada della vita. Anche in questo caso il raffronto con altre situazioni dell’esistenza può essere istruttivo: noi infatti ci laviamo tutti i giorni, pur sapendo che ci sporcheremo di nuovo, eppure questo non costituisce affatto un argomento per smettere di lavarci, di cambiarci, di prenderci cura di noi stessi. Si potrebbe anzi dire che è proprio questa lotta contro la tendenza all’imbruttimento a mantenerci vivi, a conservare la nostra dignità, a gustare le cose che abbiamo e le possibilità che ci vengono offerte. Nella vita morale vale lo stesso discorso: fermarsi e riconoscere il male compiuto significa voler vivere in pienezza e dignità la vita, senza cedere alla pigra tentazione di lasciarsi andare a facili e distruttivi fatalismi. La riflessione sul vizio è una chiara contestazione della tendenza ad eliminare gli ideali dalla vita; quando ciò avviene l’uomo si abbruttisce ed evidenzia gli aspetti peggiori di sé. Si possono riprendere alcune considerazioni dello scrittore B. Marshall a proposito di quello che chiama “la nuova ipocrisia”:

Un tempo la gente si fingeva migliore di quello che non fosse: ora invece si finge peggiore. Un tempo, gli uomini assicuravano di andare in chiesa la domenica anche se non ci andavano: ora invece raccontano che la domenica vanno a giocare a golf, e chissà come ci resterebbero male se i loro amici scoprissero che invece vanno in chiesa! In altri termini, l’ipocrisia, una volta, era – come dice uno scrittore francese – il tributo che il vizio paga alla virtù, mentre ora è il tributo che la virtù paga al vizio: e questo, secondo me, è uno stato di cose molto peggiore dell’altro, perché significa che i nostri ideali sono in decadenza e che non abbiamo più il coraggio di essere persone per bene neppure dentro di noi: stiamo invece prendendo anche internamente quell’aspetto che, per motivi di rispetto umano, mostriamo al di fuori [29].

È questa tensione insopprimibile tra l’ideale e il limite, tra il vizio e la virtù a rendere la vita “umana” e degna di essere vissuta, perché le cose più importanti hanno un prezzo, richiedono una lotta per essere raggiunte ed è tale lotta a dare gusto e valore alla vita. Come osservava a questo proposito Montale: «Guai a distruggere i vizi, si rischia di trasformare il mondo nel più arido dei deserti. Se mai, bisogna venire a patti con loro, provocandoli a giocare una partita senza trucchi. È solo comportandosi così che l’uomo può esorcizzare il loro potere malefico e quindi salvare la propria anima» [30].
Al fondo della riflessione sui vizi vi è inoltre una visione di profonda fiducia nella libertà e nella bontà dell’uomo, perché considerato capace di riconoscere il bene e di attuarlo;.egli non è affatto una misera marionetta in balìa dei capricci del momento o del dittatore di turno, sia esso politico, culturale, pulsionale, sociale… lo studio dei vizi mostra specularmente l’immagine di un uomo autentico e di una vita all’insegna della sapienza, capace cioè di superare gli ostacoli e le eventuali cadute mettendole in tal modo al proprio servizio. Un insegnamento costante della tradizione filosofica e religiosa a questo proposito è che ogni vizio possa essere trasformato nella sua corrispondente virtù, vale a dire che i nostri desideri possono trovare il loro oggetto adeguato.
Questa era anche la conclusione della filosofia classica: per i greci, Platone ed Aristotele in primis, con la ragione si può governare se stessi e conseguire la virtù, che è il governo ordinato di sé. Aristotele, quando parla del giusto mezzo, ad es. di fronte all’ira [31], presenta un interessante percorso terapeutico per far fronte alle proprie incapacità e conseguire la virtù; considerazioni analoghe si ritrovano anche nella tradizione stoica che sviluppa una pratica di vita ascetica che darà poi origine agli esercizi spirituali [32]. Vi è dunque, oltre alla riflessione dei padri del deserto, una tradizione molto ricca e affinatasi lungo i secoli che va tutelata e valorizzata, perché rischia di essere sbrigativamente messa da parte in nome di un’ambigua “tolleranza” che porta a fare di ogni erba un fascio:

L’idea degli stoici, dei rabbini, degli scrittori cristiani che dobbiamo purificare le nostre vite interiori [pensieri, inclinazioni, emozioni…] non meno di quanto viene espresso all’esterno è alieno dal temperamento moderno […]. Qualunque sia la fonte delle tentazioni, i teologi considerano l’essere umano come capace di resistervi con la sua volontà nella misura in cui la sua ragione sia integra. La somiglianza fra le tre tradizioni morali circa il vizio, la virtù e la natura umana sono più grandi delle loro differenze [33].

Lo studio del comportamento vizioso, infine, mostra un insegnamento prezioso che va raccolto, e che può essere di aiuto per il futuro: come la scienza e la ricerca progrediscono imparando dagli errori commessi, dai tentativi mesi in atto, così anche la vita di ogni uomo può venire istruita dai propri errori, qualora vengano riconosciuti. Chiamare la colpa ed il vizio con il loro nome non è una forma di inutile umiliazione, ma un atto di libertà: è sapere di essere più grandi di ciò che si è compiuto, riconoscendo che si poteva agire diversamente ravvisando possibilità sempre presenti, anche per il vizioso più incallito. Si può confessare il male compiuto soltanto alla luce di un bene più grande che lo abita e che precede ogni possibile azione malvagia, garantendone il radicamento in un orizzonte di senso, in una originaria bontà e sanità che lo costituisce e gli permette di vedere, insieme al male, anche le possibilità di riconciliazione [34]. La riflessione sui vizi insegna a non scommettere mai sulle persone, perché le sorprese della vita sono sempre in atto, nel male come nel bene.
Uccidere l’elemento ideale nella persona è dunque molto peggio che ucciderla fisicamente, è toglierle la dignità, considerandola una banderuola, preda del capriccioso corso degli eventi: illudersi di non vedere il male presente porta anche con sé l’incapacità di vedere il bene, riducendosi ad una vita senza colori’e senza sapori… Presentando una raccolta di scritti dedicati ai vizi capitali lo scrittore I. Fleming notava:

Come sarebbe monotona la vita senza questi peccati, che creature noiose saremmo tutti senza una sana traccia di molti di essi nel nostro bagaglio personale. Anche la letteratura ne ha avuto bisogno come soggetti quasi quanto i grandi pittori hanno bisogno dei colori primari […]. I sette vizi capitali originali continuano ad avere il loro peso e un certo impatto. Non se ne può fare a meno. Hanno un loro posto non solo negli schemi morali tradizionali degli esseri umani, ma anche nella letteratura stessa. È sufficiente un’occhiata alla ricca tradizione di massime e aforismi per scoprire che, senza di essi, i moralistes francesi e altri scrittori sarebbero stati praticamente disoccupati [35].

Tutto ciò ha la sua importanza anche dal punto di vista psicologico. La psicoanalisi di Freud presenta in forma nuova intuizioni antiche, come ad es. l’importanza dell’interpretazione e rilettura delle proprie azioni in prospettiva terapeutica: la comprensione di ciò che è accaduto gioca un ruolo fondamentale per la cura della psiche, intesa anzitutto come crescita della conoscenza di sé per mettere in atto adeguati cambiamenti [36]. Scopo della psicoterapia è infatti di rendere la persona contenta della propria vita e dunque, dato che il vizio ne è la sua negazione, dovrebbe mirare a introdurre regole che consentano di indirizzare con più libertà e consapevolezza il comportamento umano, piuttosto che semplicemente indulgervi senza alcun freno [37]. I vizi, che lo si voglia o meno, fanno spesso capolino in sede terapeutica ed interpellano la visione della vita del cliente come del terapista:

I sette vizi sono direttamente collegati ad una serie di problemi di cui si occupa la psicologia clinica e sociale. Bassa stima di sé, aggressione, animosità razziale, ansietà economica, stress, obesità, disfunzioni sessuali, depressioni e suicidio sono tra i principali problemi direttamente collegati ai sette vizi capitali Noi all’inizio possiamo non riconoscere la connessione tra un vizio capitale e i suoi indiretti effetti ma una più profonda indagine spesso lo rivelerà. L’anedonia, ad es., la disperazione di trovare significato e scopo nella vita, è rintracciabile in parte nel materialismo proprio della gola, nella spirituale apatia dell’accidia, e nel narcisismo della superbia [38].

Senza un approccio etico e spirituale diventa tuttavia problematico aiutare le persone senza anche offrire alcuni punti di riferimento che non si riducano al vago appello a fare ciò che si sente. Al fondo della difficoltà odierna a riconoscere i vizi capitali si riscontra probabilmente la mancanza di un approccio sapienziale all’esistenza, in grado di ricomprenderne i differenti aspetti e di stabilire un centro unificatore, offrendo una concreta speranza di poter vivere diversamente. A questo proposito lo psicologo H. Mowrer riconosceva come le nevrosi e le depressioni siano spesso conseguenza di un lassismo sfrenato e della mancanza di una visione unificata, capace di dare un senso all’agire umano, lasciando le persone con un senso di vuoto e di insofferenza verso la vita [39].

I vizi capitali non sono arbitrarie, irrazionali restrizioni del comportamento umano, imposti da una remota divinità indifferente ai bisogni dell’uomo. Al contrario, molti peccati e vizi, i vizi capitali in particolare, riguardano il cuore di ciò che siamo, di ciò che potremmo diventare, e più importante ancora, di ciò che vorremmo essere […]. La vita umana è un inseparabile incrocio di fatti e valori. Finché la psicologia secolare continuerà ad evitare di confrontarsi con il peso che i valori giocano nella vita di tutti i giorni […] non potrà sollevarci dalle nostre ansie [40].

La presente riflessione sui vizi costituisce un invito a riscoprire questa inscindibile unità di azioni e valori nella vita umana, rivalutando un patrimonio ricchissimo ma poco conosciuto. È una fatica che vale la pena di essere compiuta.

NOTE

1 C. CASAGRANDE, S. VECCHIO, I sette vizi capitali. Storia dei peccati nel Medioevo, Einaudi, Torino 2000, p. XVI.
2 Cfr. C. BROWN, «Out with the old Deadly Sins, in with the new», in Scotsman, Edimburgo, 7/2/ 2005.
3 M.E. DYSON, Superbia, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006, p. 7.
4 U. GALIMBERTI, I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, Milano, 2003. I nuovi vizi che secondo Galimberti dovrebbero prendere il posto della lista «classica» (superbia, invidia, avarizia, ira, gola, lussuria, accidia) sono: consumismo, conformismo, spudoratezza, sessomania, sociopatia, diniego, vuoto.
5 S. SCHIMMEL, The Seven Deadly Sins, Oxford University Press, New York 1997, pp. 3-4.
6 New York Times, November 7,1990.
7 New York Times, February 7,1991.
8 New York Times, May 16,1991.
9 New York Times, June 6,1991.
10 New York Times, May 27,1991.
11 V. MIANO, «Abito, abitudine», in Enciclopedia filosofica, Bompiani, Milano, 2006, vol. 1,p. 37.
12 Ivi.
13 Quanto l’azione malvagia divenuta vizio arrivi a plasmare anche somaticamente la persona è mostrato in modo efficace dal romanzo di O. WILDE, Il ritratto di Dorian Gray: ad ogni abominio compiuto dal protagonista il suo ritratto diventa sempre più ripugnante, mostrando plasticamente come il male deformi l’animo di chi lo compie.
14 Il fine ultimo dell’uomo, ciò per cui è stato creato, è la conoscenza e comunione con Dio; gli altri beni (economici e culturali) sono un aiuto a conseguire il bene ultimo, raggiungendo in tal modo il loro scopo proprio. È la circolarità propria della morale secondo virtù (cfr Summa theologiae, I-II, q. 94, a. 2). Cfr anche De malo, q. 8, a. 1, riportato più avanti.
15 ORAZIO, Lettere, I, 40.
16 S. GREGORIO MAGNO, Moralia, XXXI, 45, 89.
17 C. CASAGRANDE, S. VECCHIO, I sette vizi capitali, pp. 183.184.
18 S. SCHIMMEL, The Seven Deadly Sins, p. 223, che costituisce anche la fonte di buona parte dei fatti di cronaca sopra citati.
19 S. TOMMASO D’AQUINO, Summa theologiae, HAI, q. 158, a. 6.
20 S TOMMASO D’AQUINO, De malo, q. 8, a. 1.
21 S. TOMMASO D’AQUINO, De malo, q. 8, a. 1.
22 S. TOMMASO D’AQUINO, Summa theologiae, I, q. 20, a. 1; De malo, q. 11 , a. I , ad 1.
23 S. TOMMASO D’AQUINO, Summa theologiae, I-II, q. 84, a. 4, ad 1.
24 S. TOMMASO D’AQUINO, De malo, q. 8, a. 4; la proporzione caratteristica del bene è la proporzione che si ritrova nell’essere, per questo “essere” è sinonimo di “essere buono”: cfr. Summa theologiae, I-II, q. 54, a. 1; II-II, q. 141, a. 2, ad 3.
25 S. SCHIMMEL, The Seven Deadly Sins, p. 3.
26 S. GREGORIO MAGNO, Moralia, III, 33,65.
27 La passione, che dal sec. XVII viene praticamente assimilata al termine emozione, è la risposta sensibile ad uno stimolo: essa può essere anche molto intensa ma è di breve durata.
28 S. TOMMASO D’AQUINO, De malo, q. 8, a. 3.
29 B. MARSHALL, Il mondo, la carne e Padre Smith, Rizzoli, Milano 1981, p. 122.
30 Cit. in G. GRIECO, I 7 vizi capitali. Viaggio nel pianeta delle passioni umane, Paoline, Milano 1990, p. 120.
31 Cfr. ARISTOTELE, Etica nicomachea, II, 6. Per indicazioni più precise cfr. il cap. sull’ira.
32 Cfr. P. HADOT, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 1988.
33 S. SCHIMMEL, The Seven Deadly Sins, p. 19.
34 È quanto riconosce Ricoeur studiando la struttura della confessione del peccato come una modalità di ritorno alla bontà originaria, riaffermando la distinzione tra bene e male: «Dire che l’uomo è così malvagio che noi non sappiamo più che cosa sia la bontà, significa non dire nulla; perché se non comprendo il “buono”, non comprendo neppure il “cattivo” […]: per quanto originaria sia la malvagità, la bontà è ancora più originaria» (P. RICOEUR, Finitudine e colpa. I L’uomo fallibile, Bologna, Il Mulino 1970, p. 241).
35 J. EPSTEIN, Invidia, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006, pp. 8-9; la citazione è tratta da I. FLEMJNG, I., (ED.), The Seven Deadly Sins, William Morrow, New York 1962.
36 Cfr. E.R. GOODENOUGH, The Psychology of Religious Experiences, Basic Books, London 1965, pp. 32-35; sul rapporto tra la psicoanalisi di Freud e la filosofia antica cfr. C.Y. OUDAL, Freud e la filosofia antica, Boringhieri, Torino 2006.
37 Cfr. S. SCHIMMEL, The Seven Deadly Sins, p. 5.
38 S. SCHIMMEL, The Seven Deadly Sins, p. 10.
39 Cfr. H. MOWRER, The Crisis in Psychiatry and Religion, D. Van Nostrand Inc, New York 1961.
40 S. SCHIMMEL, The Seven Deadly Sins, p. 5.

 

(FONTE: Il fascino del male. I vizi capitali, Edizioni AdP 2008, pp. 11-28)