QUANDO LA POLITICA SA RISPONDERE

ASCOLTARE È CAPIRE

MARCO TARQUINIO

 

Sono piovute risposte da Palazzo Montecitorio sul rischio eutanasia in Italia, e non era scontato che accadesse. Risposte politiche di cui essere contenti, pur nella diversità degli accenti, per la delicatezza e per la pensosa disponibilità nei confronti della grande (e mai illuminata abbastanza) questione sollevata da Lorenzo Moscon, lo studente universitario e triplegico spastico dalla nascita, che ha dato voce a una paura e a domande dalle quali spesso si fugge o, comunque, si gira al largo. Venerdì scorso, su questa prima pagina, noi gli abbiamo prestato ascolto e abbiamo amplificato la sua voce, perché prestare ascolto e «far parlare» chi non ha «cittadinanza mediatica» è nostra scelta editoriale antica e sempre rinnovata. E perché le sue domande erano e sono vere e la sua «paura dell’eutanasia» reale, razionale, spiegata, disarmante.

L’eutanasia in parti della nostra «civilissima Europa» è cominciata come suggestivo discorso di libertà di vita, ma nella cultura e nelle pratiche che le leggi degli Stati generano e incentivano si sta poco a poco scrivendo con le parole e i gesti di un incubo di morte, come era inevitabile, come la saggezza di Ippocrate aveva intuito sin dall’alba della nostra civiltà ancora prima dell’era cristiana. Un incubo che vedono bene soprattutto coloro che sperimentano le fragilità, le debolezze e gli scoramenti della malattia e della disabilità. Un incubo ingigantito dalla retorica, persino inconsapevolmente feroce, che gioca con leggerezza infelice sui concetti della dignità o della indegnità di una vita umana non (più) perfetta.

È questo il punto. Che dovrebbero saper cogliere anche i benestanti, parola che qui uso per definire quanti hanno stabilito (con quale autorità? secondo quali inossidabili criteri?) che c’è un livello di normale e sufficiente stato di salute sotto al quale non si dovrebbe scendere. Un punto che devono, a mio parere, considerare e prendere sul serio tutti coloro che godono di potere politico-mediatico. Bisogna rendersi conto dell’effetto che fa su chi non è benestante secondo il significato che ho appena delineato (e, spesso, anche nel senso economico del termine), il battage sul «diritto alla morte» e la continua propaganda dei sostenitori della libertaria ed eroica esemplarità del farla finita. Il suicidio assistito, questa autodeterminata morte procurata col timbro di Stato, è una ‘porta’ che oggi – in democrazie del nostro tempo europeo come Belgio e Olanda, e non sotto un regime di stampo nazista – conduce o minaccia di condurre anche verso l’eliminazione eutanasica dei bambini o di adulti in condizioni particolarmente «sofferenti» e «indegne».

P er questo c’è da essere grati a Lorenzo Moscon. Alla sua maniera, con umana efficacia, ha fatto intendere che sui temi della vita e della morte, della malattia e della disabilità, della cura giusta e ben proporzionata bisogna decidersi a capovolgere il discorso pubblico e, dunque, la prospettiva legislativa. C’è da riaffermare la vita, e il diritto a non subire abbandoni o accanimenti terapeutici. C’è da stabilire con saldezza il valore della libertà di ciascuno di noi e dell’alleanza tra questa libertà e la responsabilità, in scienza e coscienza, del personale medico e sanitario. C’è da ridire, e non c’è bisogno di una norma per questo perché basta la nostra Costituzione, che lo Stato accompagna e difende la vita e la libertà dei cittadini, non ne decide o legittima in alcun modo la morte. Perché nessuno Stato è ‘padrone’ della vita e della morte delle persone.

Non pensiamo che sarà necessariamente più semplice e lineare, ora, il cammino del disegno di legge sul «fine vita» all’esame dell’aula della Camera da metà marzo. Ma il quasi corale «no all’eutanasia» dei presidenti dei gruppi parlamentari – frutto di risposte personali eppure impegnative, com’è giusto che sia su un tema che tocca anche la loro coscienza di cittadini e legislatori – offrono l’immagine di una politica che ha saputo chinarsi ad ascoltare una voce ‘dal basso’ e che capisce l’autenticità del problema posto. Li ringraziamo per questo, e speriamo che ognuno di loro sappia contribuire a varare norme senza ombre e coerenti con questo libero e rasserenante impegno.

P.S. Forse per una scelta altrettanto libera di quella compiuta da tutti gli altri capigruppo, forse invece per rimarcare una ‘differenza’ politica, forse per una sottovalutazione, soltanto i presidenti dei deputati del Movimento 5 Stelle e del Mdp (la nuova formazione ‘uscita’ dal Pd) non hanno risposto a Lorenzo Moscon. Peccato. La porta resta aperta.

Marco Tarquinio

(Avvenire)