Un 8 marzo per parlare della vera bellezza della donna

 di Costanza Miriano

 

Credo che nelle redazioni quando il tema è “le donne” e si deve riempire la casella “quella diversa” il mio nome venga in mente abbastanza di frequente. Io sono quella della sottomissione, quella stramba. Quindi sono abbastanza gettonata l’8 marzo. È che il giornalismo purtroppo è fatto così, va per approssimazioni, generalizza, semplifica. Mi piacerebbe tanto, invece, avere il tempo di spiegare, di conoscere, di condividere pezzi di vita con tante donne, anche molte colleghe, che non mi sopportano e non possono neppure sentirmi nominare.

Comunque, credo proprio grazie alla casella “quella strana” da riempire, oggi sono su Rai 1 dalle 10 alle 11 per parlare di aborto: improvvisamente infatti sembra che l’eccesso di obiezione di coscienza da parte dei ginecologi sia uno dei problemi più urgenti del nostro paese, insieme ovviamente al suicidio assistito. Tutto ciò mentre ci congediamo dalla storia, avviandoci all’estinzione. In realtà tutti i dati mostrano come l’obiezione di coscienza non sia assolutamente un’emergenza in Italia, gli obiettori sono molti di più negli Stati Uniti se è per questo, e nessuno dei casi italiani balzati alla cronaca e sventolati come bandiere è vero.

Alle 11.30 invece all’Auditorium di Tor Vergata (Macroaerea di Lettere e Filosofia – via Columbia 1) saremo con Thérése Hargot a parlare di liberazione sessuale: se sia stata davvero una conquista, per noi e per i ragazzi che se la sono trovata sbattuta in faccia senza neanche dover lottare per conquistarla, e di molte altre cose: ancora aborto, omosessualità, contraccezione e metodi naturali.

Alle 18 saremo sempre con Thérèse e il suo scopritore e traduttore Giovanni Marcotullio e Alessandra Di

Pietro alla Feltrinelli di largo Argentina.

Perché perdere tanto tempo e tante energie?

Io penso che le catechesi che il mondo fa alla donna su se stessa  siano pericolosissime. Intanto per un motivo banale: molto più dell’uomo la donna ha un tempo limitato per scegliere bene cosa fare della sua vita. Se fossi cinica direi che abbiamo una data di scadenza. Non per tutto il tempo della nostra vita ci è dato di fare tutte le scelte, e mi riferisco soprattutto a quella di essere disponibili ad accogliere figli. Il mondo ci dice tutto il contrario, cioè di investire su noi stesse, di concentrarci su tutto il resto perché la maternità ci limiterà, ci fregherà, e di costruire una vita nella quale la maternità troverà poi eventualmente il modo di aggiustarsi.

Quello che poi scopriamo quando ci imbattiamo nella maternità è che è di una bellezza e felicità travolgenti, e tutto quello che abbiamo costruito senza tenerne conto ci sembrerà incomparabile a questa avventura.  E così tante di noi si sono battute e si battono ancora per ottenere come conquiste quelle che invece sono le loro peggiori torture: l’aborto, cioè il diritto di uccidere la carne della nostra carne senza chiedere all’uomo di incarnare la protezione e la regola per noi, la contraccezione, cioè il diritto di essere disponibili al desiderio maschile senza conseguenze, il lavoro, cioè il diritto di stare lontane dai figli otto o dieci ore al giorno. Ci dimentichiamo invece di pretendere il diritto di dare, se mai, un contributo alla società e al mondo, ma nelle fasi della vita in cui questo non confligga con la difesa dei nostri piccoli, e di farlo con dei tempi umani, che ci lascino le energie per custodire anche il mondo, e per renderlo un posto migliore.

È per questo che oggi il mio giorno di ferie lo dedico volentieri a dire a tutte le donne che potrò incrociare – in tv, a Tor Vergata, a largo Argentina, o anche qui, sul blog – di non farci fregare. È dall’inizio che il serpente si concentra su di noi, che siamo più vicine alla fonte della vita, perché lui sa che se frega noi ha fregato tutti.