La Voce in Croce

Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto, discese agli inferi,
il terzo giorno risuscitò da morte

Messaggio di Quaresima 2017

Mons. Mario Russotto

Figlioli carissimi,

nella mia Lettera pastorale ho scritto su “Nube e Voce” e nel Messaggio di Avvento mi sono soffermato sul simbolo della “nube”. Ora, in occasione della Quaresima, desidero riflettere e meditare con voi sulla “voce” in relazione all’evento della Croce, segno e simbolo della nostra redenzione, perché lì – appeso al legno – Cristo Gesù ci ha aperto la porta della Vita per sempre riscattandoci dal peccato.

  1. LA VOCE DEL SILENZIO

Così Giacomo Leopardi racconta la sua esperienza sulla voce del silenzio, che gli fa cogliere l’Infinito: «Spazi di là da quella, e sovrumani /Silenzi… io quello /Infinito silenzio a questa voce / Vo comparando…». Non il silenzio delle piante, ma proprio la loro “voce” richiama il silenzio. Come non è la lontananza dell’orizzonte, ma la chiusura della siepe a richiamare l’Infinito… Nel mondo d’oggi, purtroppo, il silenzio è bandito. Impaludati nel corso continuo del rumore, abbiamo smarrito la via stretta e discreta che porta alle profondità dell’esistenza e alle altezze dello spirito. Ma l’habitat naturale e originario dell’essere umano è il silenzio. Nel grembo materno, infatti, la piccola creatura lievita e vive nel silenzio e infante è il suo primo nome, cioè senza parola. Eppure vive… Così il chicco di grano: al grembo della terra viene affidato e nel silenzio del solco va spegnendo ogni gemito vitale perché silenziosamente altro possa divenire. Non c’è rumore nel fecondo silenzio del seme, che muore per dare la vita. Non c’è rumore nel suo germogliare e neppure nel suo offrirsi alla tortura della pietra che lo trasforma in farina… Purtroppo, nelle nostre comunità e nelle nostre celebrazioni il silenzio è forestiero. Troppo spesso le nostre liturgie sono “scenograficamente spettacolari” e scarsamente mistagogiche, riempiono occhi e orecchi ma non il cuore e non fanno minimamente esperire le profondità del Mistero. A cominciare da questa Quaresima vorrei che nelle nostre parrocchie le liturgie fossero più sobrie, più attente al Celebrato piuttosto che alla celebrazione in sé; più dense di silenzio
piuttosto che risonanti di clamori e rumori; più partecipate piuttosto che semplicemente “assistite”… Diversamente celebriamo parole che non parlano, liturgie che non santificano, preghiere che non comunicano. Infatti, «attraverso un costante parlare, strepitare, rumoreggiare, l’uomo viene spinto fuori di sé. Il suo centro interiore si dissolve. E perde anche la parola, perché il tacere appartiene al parlare come l’inspirare all’espi- rare. Solo silenzio e parola insieme sono il tutto, la forma della realizzazione della verità» (R. Guardini). Certo, «a fare un solo minuto di silenzio si rischiano le vertigini, e di franare in un abisso di paura. Paura soprattutto di scoprire il vuoto interiore. Perciò si grida e si urla sempre di più» (D.M.Turoldo). Chi ha paura di se stesso cerca la compagnia del rumore… piuttosto che creare in se stesso spazi di riflessione, verifica, confronto, progettazione, incontro con la profondità del proprio cuore… Senza “spazio interiore” abitato dal silenzio non c’è libertà interiore.
Il giovane figlio della parabola di Luca (15,11-32) trova il coraggio di affrontare la fatica della strada, che lo riporta a suo padre, solo dopo aver affrontato se stesso in un silenzio chiarificatore e purificatore, e ritrova la dignità di figlio e l’amore misericordioso del Padre: «Allora rientrò in se stesso e disse: … Mi alzerò e andrò da mio padre… Partì e si incamminò verso suo padre» (Lc 15,18-20).
Silenzio è capacità di tornare al porto del proprio centro interiore, dopo aver navigato nel mare dell’esteriorità. Silenzio è saper tacere quando la parola è inopportuna o importuna, dettata dall’impulso più che dalla riflessione, dall’imporsi più che dal proporsi, dal tentativo di annullare l’altro più che di comprendere accogliere amare. Silenzio è coraggio di trattenere le parole quando accrescono il rumore e non la comunione, la distanza e non la relazione.
E allora in questa Quaresima facciamo il proposito di ritagliarci uno spazio e un tempo di silenzio; dedichiamo 10-15 minuti ogni giorno alla preghiera di silenziosa riflessione e contemplazione. E suggerisco di meditare quotidianamente su alcuni brevi versetti dei racconti evangelici della Passione di Gesù… Così possiamo diventare familiari con la nostra interiorità, per tessere un intimo dialogo pensante con il nostro vissuto; per ri-accogliere i frammenti del quotidiano in una trama di senso; per accogliere la nostra stessa presenza aperta alla divina Presenza… Scopriremo così il volto di Colui che più dell’aria nei polmoni e più del sangue nelle vene discretamente ci inabita e ci ama.

  1. IL SILENZIO DELLO VOCE

Nei vangeli tre volte Dio Padre fa udire la sua Voce e sempre in riferimento a Gesù:

– nel Giordano, dopo il Battesimo;

– sul Tabor nella Trasfigurazione;

– poco prima dell’ultima Pasqua in risposta alla richiesta di Gesù: «Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò di nuovo”» (Gv 12,28). Ad alcuni increduli giudei Gesù dice: «Il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce» (Gv 5,37).
Eppure quei giudei conoscono bene il Salmo, con il quale ogni giorno anche noi cristiani apriamo la preghiera della liturgia delle ore: «Ascoltate la sua voce: Non indurite il cuore come a Meriba, come i giorni di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri, mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere» (Sal 94,8-9). E noi… ascoltiamo la Voce di Dio o continuiamo a indurire il nostro cuore?
Gesù è il Servo del Signore che non fa «udire nelle piazze la sua voce» (Mt 12,19), è il Pastore che conosce le sue pecore e le chiama per nome; e «le pecore ascoltano la sua voce… conoscono la sua voce» (Gv 10,3-4). Perché «chiunque è dalla verità ascolta la mia voce» (Gv 18,37). Alla Voce del Padre nei confronti del Figlio si sostituisce la Voce del Figlio nei confronti delle sue pecorelle e di chiunque cerca e sceglie la Verità, che è Via e Vita…
Tre volte Dio Padre fa udire la sua Voce. Ma poi è solo silenzio… anche quando Gesù crocifisso griderà: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46).

  1. NEL SILENZIO DELLA CROCE

Il Figlio, Parola creatrice e vivente nel silenzioso grembo della Trinità, squarcia il velo dell’Inaccessibile per farsi carne e accompagnarsi agli uomini. Dopo trent’anni di silenzio, apre il segmento delle parole per poi ritornare al silenzio dell’Amore, l’Amore più grande: dare la vita… «e non aprì la sua bocca». Nel silenzio della Passione, Gesù consuma il dono di sé fino alla fine e rivela il suo essere definitivamente Dio-con-noi, Dio-per-noi. È il compimento di quel tacere di Dio, per il quale non ha più senso parlare se non attraverso l’Amore.
L’unica parola, anzi un urlo secondo il vangelo di Marco, che Gesù pronuncia dalla flagellazione alla morte è «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È la kenosi della Parola. È l’eclissi di Dio… la più crudele delle sofferenze di Cristo, ma solo così Egli si è fatto pienamente nostro fratello. Nel suo “perché”, Gesù riassume i “perché” dell’umanità. Dinanzi ai poveri impiccati nel luogo dell’Olocausto – l’Auschwitz di ogni miseria umana e di ogni terremoto e di ogni tragedia familiare e personale – mentre il condannato più giovane si dibatte lottando con la morte, la voce di un prigioniero domanda: «Dov’è Dio?». E il grido di un altro racchiude tutte le possibili risposte: «Eccolo: è appeso lì, a quella forca» (E. Wiesel). A questa dura parola dona nuovo significato il Vangelo cristiano: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). Egli non lo ha «risparmiato, ma lo ha consegnato per tutti noi» (Rm 8,32). «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno» (Gai 3,13). Accanto all’innocente che muore, solidale con lui ed in lui c’è il Dio della Croce: non un giudice lontano, impassibile spettatore della sofferenza umana; ma il Dio vicino, il Dio compassionato.
E Lui chiama tutti, per vie misteriose note solo al cuore dell’Eterno, a trasformare il dolore in amore, la bestemmia in invocazione, la storia della sofferenza in storia dell’amore del mondo, ad aiutare gli altri a portare la Croce e a combattere le cause inique del soffrire umano, dovunque e comunque esse si presentino. «La Parola non è più Parola. Nella notte non chiede più di Dio, la notte che la copre non è una notte di stelle, non è silenzio di mille silenzi di amore, ma silenzio di attesa e di abbandono. Al centro della nostra fede c’è la Parola abbandonata, il Logos crocifisso» (H. U. von Balthasar).

Mentre auguro a ciascuno di voi, figlioli carissimi, un serio e fecondo cammino di Quaresima, a tutti giunga la benedizione del Signore.

Vostro aff.mo

Mario, Vescovo di Caltanissetta