DOMENICA I DI QUARESIMA   di Giuseppe Bellia

 

Soffio leggero, parole sussurrate,

sguardo furtivo su quanto è vietato,

mano che si tende verso il frutto.

Denso e spettrale silenzio, attesa,

gemito e pianto degli angeli in cielo,

schianto di morte in tutto il creato.

Tentazione, che dal menzognero

vieni e che diffidi del nostro Dio,

tu ci spogli della veste di gloria.

Nudo uscii dal grembo di mia madre

e là ritornerò in polvere ignudo,

ma il Vindice si alzerà dalla terra.

Ecco verso Gesù il satana avanza,

dense tenebre tutto coprono di morte,

geme nel silenzio ogni creatura.

Pietre pane, danaro pane … tu puoi.

Tutti da te aspettano questo segno.

No! Pane è la Parola che esce da Dio.

Dacci un segno della tua gloria,

anticipa il tuo giorno e vieni.

No! Al Padre i tempi e i momenti.

Guarda i popoli e i regni, sono tuoi,

non affaticare uomini … adorami!

No vattene! Dio è Dio, l’Unico.

Messale

Antifona d’Ingresso Sal 90,15-16

Egli mi invocherà e io lo esaudirò

gli darò salvezza e gloria,

lo sazierò con una lunga vita.

Cfr. Ps 90,15-16

Invocábit me, et ego exáudiam eum;

erípiam eum, et glorificábo eum,

longitúdine diérum adimplébo eum.

Colletta

O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita. Per il nostro Signore…

Concéde nobis, omnípotens Deus, ut, per ánnua quadragesimális exercítia sacraménti, et ad intellegéndum Christi proficiámus arcánum, et efféctus eius digna conversatióne sectémur. Per Dóminum.

La Quaresima è chiamata segno sacramentale della nostra conversione, nel testo latino si dice: sacramento della Quaresima. Essendo sacramento, la Quaresima, come tempo, che va dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo, contiene in sé il Cristo, tentato e che ha patito, come dice il ritornello dell’invitatorio nella liturgia delle ore. In questi quaranta giorni Gesù si rivela a noi nella tentazione subita dal satana e nella sua passione subita da noi uomini per la nostra redenzione. Lo scopo di questa nostra comunione sacramentale alla sua tentazione e passione è esplicitato dall’orazione in lingua italiana: la conversione Questa passa per le tentazioni da noi tutti subite e dalle sofferenze pazientemente sopportate. Passando attraverso questo crogiolo, noi siamo purificati perché sostenuti da Gesù, che nel sacramento della Quaresima ci comunica la grazia della sua vittoria sul tentatore e della sua pazienza nella sua passione e morte. La conversione consiste nell’avere in noi lo stesso sentire, che è in Cristo Gesù, fatto di mitezza, umiltà di cuore e amore sviscerato per i nostri fratelli e per tutti gli uomini.

Da questo sacramento della Quaresima, l’orazione chiede di crescere nella conoscenza (TL: intelligenza) del mistero di Cristo. Questo è effetto della conversione. Quando il nostro intelletto si purifica, diviene semplice e luminoso, come uno specchio terso; esso pertanto è in grado di accogliere la luce della conoscenza in modo più puro. Oggetto della conoscenza è il mistero di Cristo, che possiamo integrare come mistero pasquale di Cristo, che è il termine cui tende il cammino quaresimale e che culmina nel Triduo pasquale del Signore, che ha patito, è morto ed è risorto.

Come conseguenza della progressiva conoscenza del mistero di Cristo, deriva il fatto di testimoniarlo con una degna condotta di vita. Il testo italiano pone l’accento sulla nostra partecipazione attiva data dalla testimonianza; il testo latino dice: e con degna condotta di vita ci conformiamo a ciò che esso opera. Esperimentata l’efficacia sacramentale della Quaresima, il nostro compito è quello di conformarci alle sue operazioni di radicale nostra trasformazione, secondo il dono dato a ciascuno di noi nell’armonia della Chiesa.

Oppure:

O Dio, che conosci la fragilità della natura umana ferita dal peccato, concedi al tuo popolo di intraprendere con la forza della tua parola il cammino quaresimale, per vincere le seduzioni del maligno e giungere alla Pasqua nella gioia dello Spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo figlio, che è Dio, e vive e regna…

Sulle Offerte

Si rinnovi, Signore, la nostra vita e col tuo aiuto si ispiri, sempre più al sacrificio, che santifica l’inizio della Quaresima, tempo favorevole per la nostra salvezza. Per Cristo nostro Signore.

Fac nos, quaesumus, Dómine, his munéribus offeréndis conveniénter aptári, quibus ipsíus venerábilis sacraménti celebrámus exórdium. Per Christum.

 

Prefazio

Gesù vittorioso sulla tentazione del maligno.

È veramente cosa buona e giusta, 
nostro dovere e fonte di salvezza, 
rendere grazie sempre e in ogni luogo 
a te, Signore, Padre Santo, 
Dio onnipotente ed eterno, 
per Cristo nostro Signore. 
 
Egli consacrò l’istituzione del tempo penitenziale 
con il digiuno di quaranta giorni, 
e vincendo le insidie dell’antico tentatore 
ci insegnò a dominare le seduzioni del peccato, 
perché celebrando con spirito rinnovato il mistero pasquale 
possiamo giungere alla Pasqua eterna. 
 
E noi, uniti agli angeli e ai santi, 
cantiamo senza fine l’inno della tua lode:
Santo, Santo, Santo il Signore…

Vere dignum et iustum est,

 aequum et salutáre,

nos tibi semper et ubíque grátias ágere:

Dómine, sancte Pater, omnípotens aetérne Deus:

per Christum Dóminum nostrum.

Qui quadragínta diébus, terrénis ábstinens aliméntis,

formam huius observántiae ieiúnio dedicávit,

et, omnes evértens antíqui serpéntis insídias,

ferméntum malítiae nos dócuit superáre,

ut, paschále mystérium dignis méntibus celebrántes,

ad pascha demum perpétuum transeámus.

Et ídeo cum Angelórum atque Sanctórum

turba hymnum laudis tibi cánimus, sine fine dicéntes:

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth…

«Questo sacramento che è la Quaresima ha un’efficacia particolarissima per dissolvere gli inganni e le seduzioni del Maligno in noi e nei nostri fratelli. Noi mettiamo in atto una enorme forza di difesa per noi e per tutta l’umanità.

L’antico peccato dell’uomo, che ha costituito tutti peccatori, è in questo nostro tempo enormemente potenziato da ulteriori peccati quotidiani e universali; se questo ci rattrista, dobbiamo però sentire che la Chiesa ha a sua disposizione questo sacramento della Quaresima e che di fronte al male noi possiamo innalzare questa barriera per la conversione nostra e di tutti: il sacramento della Quaresima.

Quel poco di conversione, di penitenza, che facciamo in questi giorni, quel poco che possiamo fare di preghiera, di digiuno, ecc…ha un enorme potere di difesa contro l’aggressività del male.

Stiamo facendo una cosa di efficacia fondamentale; non è una devozione qualsiasi, è una istituzione della Chiesa che si richiama all’istituzione di Cristo: sono davvero i quaranta giorni.

Questi quaranta giorni sono per la salvezza del mondo; sono perché il mondo possa celebrare la Pasqua con rinnovata partecipazione di grazia.

Se obbediamo alla Chiesa con una obbedienza docile e gioiosa, celebreremo la Quaresima con potenza di Spirito Santo e con lo slancio di attrattiva dell’Amore del Padre nella sua tenerezza senza fine per noi, allora crederemo che il male andrà indietro. “Va indietro, Satana”.

È la stessa forza vincitrice del Cristo che è realizzata in questi giorni e che penetra nei nostri spiriti per renderli liberi di dare a Dio il culto che gli è dovuto» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1987).

Antifona alla Comunione Mt 4,4

«Non di solo pane vive l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».

 

Non in solo pane vivit homo,

sed in omni verbo quod procédit de ore Dei.
 
Oppure:  Sal 90,4
Il Signore ti coprirà con la sua protezione
sotto le sue ali troverai rifugio.

 

Cf. Ps 90,4

Scápulis suis obumbrábit tibi Dóminus,

et sub pennis eius sperábis.
 

Dopo la Comunione

Il pane del cielo che ci hai dato, o Padre, alimenti in noi la fede, accresca la speranza, rafforzi la carità, e ci insegni ad avere fame di Cristo, pane vivo e vero, e a nutrirci di ogni parola che esce dalla tua bocca. Per Cristo nostro Signore.

Caelésti pane refécti, quo fides álitur, spes provéhitur et cáritas roborátur, quaesumus, Dómine, ut ipsum, qui est panis vivus et verus, esuríre discámus, et in omni verbo, quod procédit de ore tuo, vívere valeámus. Per Christum.

Lezionario

«All’inizio della Quaresima ci è chiesto un atto di fede. Proprio un atto di fede che, come avrete ascoltato, ci porta nel cuore di tutto il mistero della salvezza, di tutto il nostro rapporto con Dio e di tutta l’opera di Dio nei confronti dell’uomo.

Ma non si accontenta di una adesione molto generica ad un’esistenza di Dio, ad un piano di salvezza, ad un intervento di un Salvatore … no, no: fissa dei capisaldi in tutta la storia primordiale dell’uomo, e fissa dei capisaldi nella struttura attuale e permanente del nostro rapporto con Dio, con l’Essere, con la Vita. Questi capisaldi che impegnano formalmente la nostra fede, e senza i quali il cristianesimo svanisce, sono ‑ come abbiamo sentito ‑ ben nettamente denominati: Dio che ha creato, cioè in rapporto al Quale il mondo e l’uomo si trovano in un rapporto di origine radicale, di dipendenza permanente, di finalismo assoluto.

  1. L’uomo costituito in un rapporto profondo e misteriosissimo di amicizia con Dio; questa amicizia va a sua volta fondata su una somiglianza misteriosa e trascendente dell’uomo con Dio.
  2. Della presenza in tutta la realtà di un essere o di esseri che si trovano in una situazione di opposizione a Dio e di lotta odiosa contro l’uomo.

Un primo fondamentale successo in questione, sull’uomo, che ha portato l’uomo al peccato. E dal peccato il regno della morte; regno della morte ‑ abbiamo sentito, da parte di Paolo ‑ che sì estende, che ha attraversato, dice, tutti gli uomini, nessuno escluso, nessuno! Anche quelli che non hanno peccato in somiglianza del peccato di Adamo.

Sicché tutta l’umanità e ogni uomo è attraversato, e dal peccato e dalla morte.

E tutto questo, riconducibile ad una fondamentale unità; Paolo ce l’ha tornato a dire: uno l’uomo che è caduto per la inimicizia del diavolo; uno l’uomo che ha peccato e che ha trasmesso a tutti il peccato, uno questo regno del peccato e della morte.

A questa unità non si può contrapporre altro che un’altra unità: l’unità del Cristo, dell’Unigenito, del Figlio di Dio fatto uomo, vincitore del nemico! Attraverso la tentazione a cui si è sottoposto ha dato campo libero al nemico, non solo nel momento che consideriamo nell’Evangelo, ma ‑ tipicamente ‑ da questo brano, in tutta la Sua vita, fino alla Sua morte. Pur continuamente sconfiggendolo e continuamente vincendo il demonio ‑ sconfiggendolo e vincendolo quanto agli altri ‑ tuttavia quanto a Sé ha dato campo libero!

Sicché il demonio, il signore della morte, si è presa l’ultima sua rivincita portando il Cristo, l’Uno, l’Unigenito, il nuovo Adamo, a morte! Ma dalla morte dell’Unigenito, il signore della morte e stato sconfitto e rivinto, spossessato del suo regno di peccato e di morte, e l’uomo liberato.

Ecco lo schema, ecco i capisaldi ai quali è impegnata la nostra fede, ma soprattutto ai quali e legata la nostra possibilità di combattere e la nostra possibilità di vincere! Se noi non mobilitiamo continuamente la nostra adesione e il nostro impegno, la lucidità della nostra visione e la pienezza della nostra forza in ordine a questi capisaldi fondamentali, noi non possiamo altro che continuare a restare sotto il regno del peccato e della morte.

Allora adesso procediamo. Con la prima Lettura, penso, un po’ schematicamente, ma sostanzialmente come già fatto; perché la prima Lettura è, proprio anche ai fini della fede, fondamentale». (d. Giuseppe Dossetti, Introduzione, s. Antonio, 20.2.1972).

PRIMA LETTURA                                         Gn 2,7-9; 3,1-7

«Queste letture, se bene ascoltate, prendono sempre, ogni anno, l’intimità profonda del nostro animo e ci richiamano le verità fondamentali che non sono mai abbastanza presenti al nostro spirito come dovrebbero essere. Ci dicono che l’uomo ha peccato per orgoglio e per disobbedienza.

Fatto da Dio, l’uomo ha ricevuto da Lui tutto, è divenuto anima vivente; ha ricevuto ogni dono e ogni prerogativa; e tuttavia ha peccato per orgoglio, ingratitudine, disobbedienza; ha ceduto alla sottile tentazione di sottrarsi al Dio della vita, di cercare una sua autonomia, una sua grandezza propria, e così ha trovato solo la via della morte.

Ma il peccato di Adamo è stato riscattato e tutto è stato restituito all’uomo con una sovrabbondanza che supera quella antica, mediante l’obbedienza del Cristo» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1987).

Dal libro della Genesi

7 Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.

Con polvere dal suolo, non lo plasmò dalla roccia, ma dalla polvere che da essa si forma, egli è simile a un vaso di argilla plasmato dal vasaio e quindi anche se bello tuttavia è fragile. L’uomo appare quindi una debole creatura, ma a differenza delle altre creature, il Signore Dio soffiò nelle sue narici un alito di vita, quella vita che proviene da Lui per cui, se è vero che l’uomo è debole e proviene dalla polvere rocciosa e rossiccia del deserto, è pur vero che in lui vi è il soffio divino, come è scritto: Lo spirito di Dio mi ha creato e il soffio dell’Onnipotente mi dà vita (Gb 33,4) e altrove: Lo spirito dell’uomo è una fiaccola del Signore che scruta tutti i segreti recessi del cuore (Pr 20,27). In tal modo l’uomo divenne un essere vivente, non solo in lui vi era la vita che c’è anche negli animali, creati dopo, ma vi è quella vita intellettiva e spirituale che si esprime nel pensiero, nella libertà e infine nella parola.

8 Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato.

L’uomo è stato plasmato nel deserto, in un luogo solitario; solo dopo averlo plasmato, il Signore Dio lo conduce nel giardino da lui piantato perché l’uomo sappia che non è il suo luogo nativo e che vi potrà stare solo a condizione che obbedisca e lodi il suo Signore.

Il giardino era piantato in Eden. Non sappiamo dove fosse questo posto. Alcuni interpretano, in base all’accadico, il termine eden come deserto e steppa (cfr. Is 51,3: Davvero il Signore ha pietà di Sion, ha pietà di tutte le sue rovine, rende il suo deserto come l’Eden, la sua steppa come il giardino del Signore); altri interpretano la radice del nome come «delizie» e quindi intendono, luogo di delizie. L’Eden si trova ad oriente. Ci si chiede a oriente di che cosa. Forse del luogo dove Dio ha plasmato l’uomo.

L’immagine è quindi quella del deserto, da cui l’uomo è tratto, e l’Eden richiama un’oasi. Qui il Signore colloca l’uomo, che aveva plasmato. Il testo ricorda ancora l’azione divina del plasmare per sottolineare il grande amore per la sua creatura.

9 Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.

Il giardino si riempie di piante. Dopo la maledizione della terra il suolo si riempirà di triboli e spine (3,18). Alberi graditi alla vista e buoni da mangiare. Questi alberi appaiono belli allo sguardo, capaci di dilatare il cuore e dare riposo e nello stesso tempo sono attraenti per il cibo che offrono.

Il ricordo di questo «giardino di Dio» è pure presente in Ezechiele: I cedri non l’uguagliavano nel giardino di Dio, i cipressi non gli assomigliavano con le loro fronde, i platani non erano neppure come uno dei suoi rami: nessun albero nel giardino di Dio lo pareggiava in magnificenza. Bello lo aveva fatto nella moltitudine dei suoi rami, perciò lo invidiavano tutti gli alberi dell’Eden nel giardino di Dio (Ez 31,8-9). Il faraone supera in bellezza tutti gli alberi del giardino di Eden. Sembra quasi che in esso si raccogliessero tutte le piante più belle presenti nella creazione.

Il testo non nomina nessun albero particolare ma si sofferma solo su questi due alberi:

l’albero della vita in mezzo al giardino, il termine “vita” viene spiegato in seguito: «Egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!» (Gn 3,22). Poiché l’uomo non poteva divenire immortale per un furto, alcuni esegeti interpretano vita come «salute» (cfr. Ap 22,2: In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni);

l’albero della conoscenza del bene e del male. Probabilmente il testo che meglio spiega questa espressione è il Qoelet. Nella persona di Salomone infatti vuole spiegare come nella sapienza ci sia sofferenza, anche se grande è il vantaggio della sapienza sulla stoltezza (cfr. 1,18: molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere, aumenta il dolore). Inoltre possiamo affermare che questa conoscenza, se prima del peccato era assoluta (l’uomo sapeva quale era il bene e quale il male) dopo il peccato diventa relativa. L’eterno dilemma degli uomini è stabilire quale sia il bene e quale il male; allora tutti esprimono delle opinioni che variano di generazione in generazione e da un popolo a un altro. Anche se la legge è scritta nel cuore, tuttavia tanti fattori sia interiori (quali l’ignoranza e le passioni) sia esterni (quali le culture dei popoli e le loro credenze religiose) offuscano l’intelligenza del bene e del male.

3:1 Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?».

Il satana entra attraverso il serpente, inquina già la creazione. Si impossessa del serpente prima del peccato e gli dà voce e intelligenza (Vedi 1Cor 11,3: Temo però che, come il serpente nella sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo).

Si sente già la forza dell’idolatria sulle creature dominate e pervase dalla presenza del satana.

La più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio, era astuto nella conoscenza del male e nella sua forza di seduzione. Il testo rileva come quell’astuzia, che gli animali dimostrano per istinto naturale, qui, nel serpente, si manifesti, per illuminazione razionale. In questo caso il serpente acquista una capacità di parola, quale ad esempio l’asina di Balaam, che risponde al suo padrone (cfr. Nm 22,28). Come Balaam così neppure Eva si stupisce che il serpente parli. Per noi resta un mistero come la tentazione passi attraverso una creatura quale il serpente.

Con una menzogna il serpente insinua nel cuore della donna il dubbio su Dio che li ha posti nel giardino proibendo loro ciò che è buono. In tal modo il precetto diventa pesante e il divieto di Dio incomprensibile.

2 Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3 ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete».

La donna corregge il serpente ma con una nuova menzogna, in quanto aggiunge una parola al comando (e non lo dovete toccare). Questa è la porta che introduce nella seduzione. Il comando infatti va eseguito nella semplicità senza aggiungere e senza togliere nulla. L’aggiunta era probabilmente fatta dall’uomo per rendere impossibile il suo accesso all’albero. Se infatti non si fosse avvicinato neppure per toccarlo non lo avrebbe mangiato. Può tuttavia accadere che il rigore del divieto renda più forte la tentazione. È scritto infatti: Non aggiungere nulla alle sue parole, perché non ti riprenda e tu sia trovato bugiardo (Pr 30,6).

4 Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 5 Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».

Il serpente parte da questa ultima affermazione di Eva. Nega appunto che toccando e quindi mangiando di quell’albero si debba morire. Se infatti toccandolo non si muore vuol dire che anche mangiandolo non si gusta la morte. Chi infatti ha posto un limite aggiuntivo al precetto divino e vede che varcandolo non gli succede nulla è facile che pensi che anche trasgredendo il precetto non gli accadrà nulla.

Da qui deriva che la proibizione non è in rapporto all’uomo ma a Dio stesso. Dio ha detto: «nel giorno in cui ne mangerai, morirai» (2,17), il serpente dice: «si aprirebbero i vostri occhi»; in quel giorno non vi è la morte minacciata da Dio ma l’apertura degli occhi. Questa sta a indicare una nuova conoscenza, cioè vedere ciò che prima non si vedeva. Il serpente insinua che Dio tiene chiuso lo sguardo dell’uomo a quello che Lui conosce, cioè alla conoscenza del bene e del male, perché non vuole che l’uomo raggiunga la sfera divina, abbia cioè in dono il possesso della divinità. La conoscenza del bene e del male consiste nell’arbitrio di decidere quale sia il bene e quale il male senza essere assoggettati a un comando che viene da Dio.

6 Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.

Assoggettata dalla seduzione, Eva perde la semplicità dello sguardo e vede con occhi diversi che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza.

Commenta Von Rad: buono da mangiare: lo stimolo grossolano dei sensi; gradito agli occhi: l’attrazione più fine, quella estetica; e desiderabile per acquistare saggezza: l’allettamento supremo e più insinuante.

Entrano già nel cuore i ragionamenti che allontanano da Dio e che sono la sorgente del peccato. I sensi interiori influiscono i sensi esterni e spingono all’azione.

Commenta infatti Rashi, celebre commentatore medievale: «il cuore e gli occhi spiano per il corpo e lo inducono alle trasgressioni, l’occhio vede e il cuore desidera e il corpo compie le trasgressioni» (commento a Nm 15,39).

Anche la Legge del Signore è paragonata a un frutto, come è detto in Sal 19,11: più preziosi (lett.: più desiderabili) dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante.

Diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò, solo ora appare l’uomo; egli non è entrato nel colloquio con il serpente. Nel suo cuore risuonava la voce di Dio e quella della donna e accolse quest’ultima.

Riguardo alla diversa responsabilità Agostino così commenta: «Sembra poi doversi ritenere che l’uomo violò la legge di Dio non perché credesse nella verità di ciò che gli disse la donna, ma da lei sedotto, uno con una, uomo con uomo, coniuge con coniuge, per il forte vincolo sociale che a lei lo legava. Non è senza motivo, infatti, che l’Apostolo dice: Adamo non è stato sedotto, la donna invece è stata sedotta (1Tm 2,14). Essa tenne per vero ciò che le disse il serpente; egli invece non volle da lei separarsi, neppure a costo di stare uniti nel peccato; per questo, non è meno reo, ma certamente peccò sapendo e riflettendo».

7 Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi.

L’azione porta all’apertura degli occhi, ma questa non è altro che percezione della propria miseria.

Commenta Agostino: si aprirono gli occhi di tutti e due. «Solo per desiderarsi: così da ricevere la pena del peccato nella morte della loro stessa carne e da non essere più corpo soltanto “animato” – che avrebbe potuto, se fosse rimasto nell’obbedienza, essere trasformato, senza la morte, in un migliore abito “spirituale” – ma già “corpo di morte”, in cui una legge nelle membra faceva guerra alla legge della mente (cfr. Rm 7,23s)».

Crisostomo osserva: «Orbene, non per aver mangiato di quell’albero si aprirono i loro occhi (anche prima essi ci vedevano), ma per il fatto che quell’azione era occasione di disobbedienza e di prevaricazione del mandato stabilito da Dio. Perciò, successivamente, essi furono spogliati della gloria che li circondava, in quanto resisi indegni d’un tale onore. Donde la Scrittura, com’è suo costume, prosegue: Mangiarono e i loro occhi si aprirono e conobbero che erano nudi. Spogliati, a causa della trasgressione del comando, dell’abito dato dall’alto, si resero conto della loro nudità fisica, in maniera tale che, attraverso la vergogna che li assalì, conobbero con certezza la gravità della rovina nella quale la disobbedienza al comando del Signore li aveva scaraventati».

Per questo intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Pagina stupenda, che rivela a noi la nostra grandezza; pagina tremenda, che rivela a noi la miseria in cui siamo caduti a causa del peccato.

Se vogliamo comprendere, dobbiamo stare entro i parametri che il testo ha posto; sfuggire da essi è ancora una volta il tentativo di nascondersi di fronte alla propria nudità. È cercare la lontananza da Dio e non la sua presenza.

Solo ponendosi dentro la dimensione storica. rivelata dal testo biblico, dimensione che attraversa l’esistenza dell’intera umanità e del singolo, tutto comincia a essere illuminato perché tutto è unificato in un momento originante il tutto e in un momento ricapitolante il tutto.

Questo momento è segnato dalla presenza dell’Adamo terrestre e di quello celeste, come insegna l’apostolo Paolo.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 50

Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.

Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;

nella tua grande bontà cancella il mio peccato.

Lavami da tutte le mie colpe,

mondami dal mio peccato.

Riconosco la mia colpa,

il mio peccato mi sta sempre dinanzi.

Contro di te, contro te solo ho peccato,

quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,

rinnova in me uno spirito saldo.

Non respingermi dalla tua presenza

e non privarmi del tuo santo spirito.

Rendimi la gioia di essere salvato,

sostieni in me un animo generoso.

Signore, apri le mie labbra

e la mia bocca proclami la tua lode.

SECONDA LETTURA                                      Rm 5,12-19

«Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di Uno solo tutti saranno costituiti giusti.

Su questo dobbiamo attentamente riflettere: la disobbedienza di uno solo ha avuto conseguenze rovinose per tutto il genere umano, così l’obbedienza di Uno solo ha conseguenze reintegranti di tutto per tutto il genere umano.

Cosa possiamo trovare di più alto, di più sintetico di questa verità? Come siamo stolti se giorno per giorno facciamo assurdi ragionamenti al di fuori di questa verità. Sosteniamo con accanimento ragionamenti che vanno al di fuori di questo quadro supremo» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1987).

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, 12 come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato.

Dopo aver esaminato nei primi capitoli la situazione attuale (cioè al momento del rivelarsi dell’Evangelo) dell’umanità nelle sue due realtà di Genti e di Giudei e dopo aver rivelato la giustificazione dalla fede incentrata sulla morte redentrice di Cristo, l’Apostolo ora affonda lo sguardo nella storia fin a quel primo momento in cui il peccato entrò nel mondo e, attraverso di esso, la morte.

Come: instaura un paragone con così che ora è volutamente sospeso dall’Apostolo per essere ripreso in modo esplicito più avanti dopo che ha precisato vari aspetti del discorso nei versi che seguono. Questo rende il suo discorso assai complesso e difficile.

A causa di un solo uomo, Adamo, il peccato è entrato nel mondo. Adamo, con la sua trasgressione, apri l’ingresso al peccato nel mondo. Non solo il peccato entrò in lui ma, attraverso di lui, entrò nel mondo. Il peccato non è visto solo come la sua personale trasgressione ma come una forza che, impadronitasi di Adamo, ha pervaso con la sua presenza il mondo intero. L’Apostolo ci fa vedere, seguendo la divina Scrittura, la centralità dell’uomo nel mondo e la dipendenza di questi dall’uomo.

E con il peccato entrò pure nel mondo la morte. Anch’essa è vista come forza, come ultimo nemico che domina incontrastato sull’uomo e sul mondo. È forza che distrugge vanificando tutto: nulla – poiché è soggetto alla morte – ha consistenza, tutto è vanità. «È l’estrinsecazione e la dimostrazione del giudizio annichilatore di Dio menzionato in 5,16-18, la manifestazione dell’ira di Dio (cfr. 2,5.8; 3,5; 5,9); è la morte intesa come la rovina e la distruzione per antonomasia che promanano dall’ira di Dio» (Schlier, o.c., p. 275). Essa è entrata attraverso il peccato e quindi si fa forte con il peccato per dominare. Qualora il peccato scompaia anche la morte cessa di avere potere perché non ha più dove far presa.  Vi è un legame strettissimo tra peccato e morte: l’uno domina l’altra e viceversa. Il nesso indissolubile tra peccato e morte fa in modo che con il peccato l’uomo entri sempre più nelle spire della morte e la morte faccia sempre più presa sull’uomo fino a dominarlo. La morte da quell’unico uomo si è estesa a macchia d’olio con l’estendersi della stirpe umana così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato. Se a causa di quell’uomo che, quando peccò era solo, il peccato è entrato nel mondo e attraverso di esso anche la morte, questa ha raggiunto effettivamente tutti gli uomini perché tutti hanno peccato e si sono personalmente messi sotto il dominio della morte attraverso il loro peccato.

L’Apostolo sembra così sottolineare che non è sufficiente essere stirpe di Adamo per essere sotto il dominio del peccato e della morte ma è necessaria anche l’adesione libera e volontaria al peccato stesso e quindi alla morte.

Altrimenti che ne sarebbe del Cristo, Lui pure stirpe di Adamo? Su di Lui infatti né la morte ha regnato, è infatti incorruttibile, né tanto meno il peccato, eppure si è fatto peccato e ha voluto morire per distruggerli entrambi. Il Cristo, venendo in mezzo a noi, ha assorbito in sé tutto il peccato: Egli si è infatti caricato delle nostre sofferenze e si è addossato i nostri dolori (Is 53,4), e così ripieno del peccato è diventato vittima per il peccato. Vedendo in Lui il peccato, la morte si è scagliata su di Lui per distruggerlo con rabbia, ma è stata vinta e il peccato è stato distrutto con la sua morte

13 Fino alla legge infatti c’era peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge,

Infatti: spiega quanto precede. Fino al dono della Legge il peccato era nel mondo e questo può dirlo chiunque giudichi la storia prima di Mosè alla luce della legge stessa. In che modo può giudicarla? Attraverso i libri della Legge che presentano questa storia fino al giorno in cui fu donata la legge. Noi vediamo, con gli occhi della Legge, il peccato agire e dominare nel mondo. Questo peccato tuttavia non viene imputato, tenuto in conto, ascritto come tale senza la legge. È compito della legge imputare il peccato e definirlo tale. Possiamo però dire che il peccato è sempre stato imputato perché da sempre l’opera della legge è stata scritta nei cuori come testimonia la coscienza di ciascuno (cfr. 2,15). Quindi si comprende quanto dice in seguito:

14 la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.

Se la morte ha regnato su coloro che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo questo significa che anch’essi hanno peccato ed è stata loro assegnata come mercede la morte. La trasgressione di Adamo è a un preciso comando di Dio come sarà quella alla sua legge data tramite Mosè. Tutti coloro che non hanno peccato con una trasgressione simile, hanno tuttavia peccato perché hanno trasgredito, come già è stato detto, l’opera della legge scritta nei loro cuori e così si sono consegnati, tramite il peccato alla morte che ha dominato su di loro. Citando Adamo l’Apostolo già desidera introdurre il discorso su Cristo, definendo Adamo, figura di colui che doveva venire. Adamo è figura di Cristo per la legge del contrasto: Adamo terreno e Adamo celeste. Gesù è il così al come con cui l’apostolo ha aperto il discorso. Descrivendo tutta la realtà, umana e cosmica legata ad Adamo, pone le premesse per rivelare la realtà umana e cosmica legata a Cristo: «L’inizio del dominio universale del peccato e della morte in Adamo rimanda alla fine di tale dominio nell’Adamo escatologico, nel Cristo» (Schlier, o.c., p. 284).

15 Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti (lett.: i molti), molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini.

L’affermazione mette in rapporto Adamo e Cristo. In Adamo vi è la caduta, in Cristo il dono di grazia. I molti, cioè tutti gli uomini, si rapportano sia ad Adamo che a Cristo. In tal modo subito precisa: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti (lett.: i molti), come ha già precedentemente detto (v. 12), molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini (lett.: sui molti). Poiché la caduta non è come il dono di grazia l’apostolo può dire molto di più. In questo è stabilito il rapporto tra Adamo e Cristo; in Cristo vi è «il molto di più». Il paragone non è in rapporto alla misura ma alla fede. Infatti come si possono paragonare la caduta da una parte e il dono di grazia dall’altra? Ma poiché sia la caduta che il dono di grazia sono in rapporto a noi il paragone è stabilito perché crediamo non solo che la grazia è commisurata alla caduta, ma soprattutto che essa è senza misura. Tale è infatti la grazia di Dio, che è dono di grazia e che è tutta pienamente nell’unico uomo Gesù Cristo e da Lui si riversa in modo sovrabbondante sui molti. Non a caso infatti l’espressione i molti si ritrova nelle parole della Benedizione del Calice: Questo è il sangue dell’alleanza versato per molti (Mc 14,24). L’unico uomo, in quanto è l’archetipo ed è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini, è colui nel quale si trova la grazia di Dio e in Lui la grazia diviene dono che è dato a tutti. L’Apostolo non precisa il modo come è data la grazia perché già lo ha detto: essa è data in virtù della fede; ora egli vuole dimostrare come il regime della grazia sia superiore a quello del peccato e come dalla grazia il peccato, che la Legge aveva indicato come tale, sia distrutto.

16 E non è accaduto per il dono di grazia come per il peccato di uno solo: il giudizio partì da un solo atto per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute per la giustificazione.

L’espressione iniziale è molto concisa. Il dono non si è comunicato allo stesso modo della condanna, non è infatti venuto a noi attraverso quell’uno che ha peccato perché da quell’uno è venuto il giudizio, che si è concluso con la condanna come si legge al c. 3 della Genesi. Il dono di grazia parte tenendo conto delle molte cadute per giustificare i molti. Avendo colpito l’uno, la morte rapidamente si è potuta impossessare di tutta la stirpe umana, il dono di grazia invece parte da una situazione di rottura causata dalla colpa e di disgregazione per condurre all’unico uomo dal quale è dato il dono di grazia. Questo essere riportati all’unico è la conversione, che è già giustificazione. Se non ci fosse infatti la grazia di Dio come forza contraria, che riporta all’uno dalle molte cadute, non si parlerebbe di conversione.

17 Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia (o: giustificazione) regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.

L’Apostolo giunge ora ad una conclusione. Ha già dimostrato che la morte ha regnato fino a Cristo a causa della caduta di uno solo, ora come conclusione che riguarda il presente e il futuro afferma: quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita. Il presente è caratterizzato dal ricevere, il futuro dal regnare. Ora essi ricevono perché la grazia e il dono hanno abbondato sui molti. Ricevono perché sono liberi di accogliere e di rifiutare. Il dono è fatto a tutti ma non tutti lo ricevono, vi sono di quelli che lo rifiutano. È quanto è detto nel Prologo dell’Evangelo di Giovanni: a quanti lo hanno accolto, ha dato loro il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). Essi ricevono l’abbondanza della grazia e il dono della giustificazione. Al v. 15 ha parlato della grazia e del dono della grazia che è dell’unico uomo Gesù Cristo. Le espressioni sono parallele: il dono della giustificazione corrisponde al dono della grazia che è dell’unico uomo Gesù Cristo. Apprendiamo così che la giustificazione è la grazia, che è propria di Gesù Cristo; la giustificazione è dono di grazia il cui contenuto è Gesù stesso, nostra giustizia. Chi è stato giustificato ha ricevuto il Cristo come principio di giustificazione nel quale è tutta la grazia che, essendo tale, è dono.

Nel presente si accoglie dunque il Cristo come giustizia, questo è il dono di Dio che è pure grazia, nel futuro coloro, che lo hanno accolto, regneranno nella vita, cioè in Cristo che è la vita. Trasferiti dal regno del peccato e della morte sono già trasferiti in Cristo, ma ancora non appare quello che saranno come altrove dice: quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con Lui nella gloria (Col 3,4).

18 Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita.

L’Apostolo, ora conclude il paragone tipologico tra Adamo e Cristo. Alla caduta di Adamo, che ha coinvolto tutti gli uomini nella condanna, contrappone l’opera di giustizia del Cristo, che è divenuto per tutti gli uomini giustizia che comunica la vita. L’opera di giustizia di uno solo ci fa cogliere – come anche in seguito – l’azione compiuta dal Signore Gesù. Finora si è vista l’opera del Padre incentrata in Cristo ora si vede l’opera del Cristo che, essendo il solo giusto, compie perfettamente la giustizia. La giustizia, che l’unico compie, non solo riguarda Lui ma, in quanto Adamo escatologico, essa si effonde su tutti gli uomini come giustizia per la vita. Il Cristo non è dichiarato giusto ma è giusto; Egli non riceve come dono la giustizia ma è la giustizia, per cui Egli può operare la giustizia e solamente questa. Poiché la giustizia non gli è data come dono ma è intrinseca al suo essere, essa si comunica in modo sovrabbondante comunicandosi come vita. Infatti se il peccato si comunica come morte, in modo più abbondante la giustizia di Cristo si comunica come vita. La vita quindi inizia nell’essere giustificati e nel manifestarsi giusti.

19 Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

Precisa ora come la caduta di Adamo sia la disobbedienza e come opera di giustizia del Cristo sia l’obbedienza. La disobbedienza di un solo uomo costituì tutti (lett.: i molti) peccatori. Nell’unico i molti, sua discendenza, per la sua trasgressione, furono sottomessi al peccato a tal punto da divenire peccatori perché tutti hanno peccato. È quanto ha già precedentemente detto. Qui afferma che peccatori si diventa disobbedendo, ovviamente, alla legge di Dio. Adamo non solo ha posto i molti sotto il dominio del peccato ma si è reso modello di trasgressione per tutti. Al contrario Cristo, obbedendo fino alla morte e alla morte di croce, trasferisce continuamente nella giustizia i molti che, ovviamente, accolgono la grazia di Dio e il dono della giustificazione fino al giorno in cui per sempre li costituirà giusti, quando dirà ai giusti posti alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34). Ora si presenta come modello di obbedienza che giustifica chiunque lo imita obbedendo al suo Evangelo.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

Non di solo pane vive l’uomo,

ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

VANGELO                                                         Mt 4,1-11

«Il Vangelo Ci fa vedere l’Unico Giusto nel suo atteggiamento fondamentale di perfetta obbedienza a Dio: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

Attenzione suprema, come dice il salmo 122: Come gli occhi del servo alla mano del suo padrone. Basta un cenno perché il servo fedele senta di dovere essere consegnato tutto nelle mani del suo Signore.

“Non tenterai il Signore…” Quante volte Lo tentiamo, facendo con intenzione deliberata e sconsideratezza dei gesti senza senso, mille volte insipienti.

Egli ti dà tutto perché tu possa camminare nelle sue vie e sei tu che insipientemente ti butti ai margini della strada, fuori della rotta del Signore, nella rotta della morte, con piccoli gesti voluti e sostenuti con ragionamenti ed artifici.

“Vattene, Satana….Adorerai il Signore Dio solo…” Quante volte prestiamo attenzione a Satana, perché solletica il nostro orgoglio, ci mostra, come ha fatto con Gesù, tutti i regni… è molto forte l’illusione dell’immaginazione e allora perdiamo di vista le cose celesti e diamo credito ad illusioni esistenti solo nel nostro cuore intorpidito e indurito.

Così la Quaresima è un mistero sacramentale che può e deve tuffarci nel grande Mistero e operare la nostra conversione. Dobbiamo credere e approfittare di questo enorme tesoro senza limiti. Tutte le Eucarestie devono essere riunite in un solo atto dalla intenzione quaresimale, dal principio alla fine, senza che si interrompa mai questo nostro desiderio» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1987).

 Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, 1 Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo.

In quel tempo (lett.: Allora), dopo che fu sceso su di Lui lo Spirito e fu proclamato Figlio dalla voce paterna, Gesù fu condotto dallo Spirito, perché appaia che quanto in Lui accade non proviene dalla carne e dal sangue, ma dallo Spirito. Infatti quel che è generato dalla carne è carne e quel che è generato dallo Spirito è Spirito (Gv 3,6). È condotto nel deserto non per meditare sulla sua missione ma per essere tentato dal diavolo, in tutto fatto simile a noi fuorché nel peccato (cfr. Eb 4,15).

2 E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.

Durante i quaranta giorni e le quaranta notti Gesù non ebbe fame come era accaduto a Mosè al monte Sinai (cfr. Es 34,28). La presenza dello Spirito nella sua natura umana e la conseguente immersione in Dio sospendono nella natura il desiderio e la necessità del cibo e dell’acqua. Egli infatti altrove dice: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere l’opera sua» (Gv 4,34).

Per essere tentato, alla fine Egli ebbe fame. La fame non è la conseguenza del lungo digiuno ma è il motivo della tentazione come per il popolo nel deserto. Passando dall’interiore sazietà dello Spirito alla fame corporale, Gesù è consegnato alla tentazione. Le parole che seguono si fondano su questa situazione, sulla necessità di soddisfare il suo appetito. Gesù si trova in una necessità primaria.

3 Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane».

La tentazione si enuclea attorno alla proclamazione della sua filiazione divina. Il tentatore lo vuole persuadere ad applicare la sua potenza divina a sostegno della sua debolezza umana. L’annientamento e l’umiliazione del suo essere uomo possono essere facilmente eliminati dal suo manifestarsi come Dio. Il tentatore vuole vedere in quella natura resa ancora più debole dalla fame un segno di quella divinità proclamata dal Padre. Ma Gesù resta nel suo annientamento. È anticipato lo scandalo della Croce.

4 Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».

Gesù cita la Legge (Dt 8,3). Questa testimonia la sua totale dipendenza dal Padre che lo nutre con la sua Parola. Nella sua situazione di affamato si appella a questo nutrimento spirituale come a fondamento di tutto. Il Padre è sempre tale e non abbandona il Figlio che rinuncia a ogni forma di autonomia e si appella alla fedeltà di Dio alla sua Parola. Qui sta la fede del Cristo, sorgente e forza della nostra fede. Provato, resta fedele a quella Legge che Lui stesso aveva dato a Mosè sul monte Sinai.

5 Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio 6 e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede».

Dal deserto alla città santa, al Tempio. La tentazione avviene là dove è il centro vitale d’Israele, il vertice di questa creazione visibile. Qui il Cristo è tentato di uscire dal suo annientamento, venendo dall’alto del Tempio sorretto dagli angeli, manifestando così la sua signoria su di loro e manifestando pure la sua gloria come altrove dice: «Verrà il Figlio dell’uomo nella sua gloria e tutti i suoi angeli con lui» (25,31). Ma egli non esce dall’annientamento della sua obbedienza come non scenderà dalla Croce quando sarà invitato a farlo: «È il re d’Israele, scenda ora dalla Croce, e crederemo in lui. Ha confidato in Dio, lo liberi ora se lo ama; ha detto infatti: “Di Dio sono Figlio”» (27,42-43). Gesù rifiuta ogni manifestazione di potenza e di gloria fuori dell’obbedienza del Padre.

7 Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo».

Tentato dal satana perché si riveli nella sua gloria, Gesù risponde con lo scritto, che illumina il precedente. Poiché è Figlio, ogni sua azione è obbedienza ai tempi e ai momenti del Padre. Ogni dichiarazione e manifestazione di autonomia diventa tentare Dio. Infatti in questo consiste il tentare Dio: pretendere che Egli sia obbligato a fare quello che noi vogliamo e metterci in condizioni che a noi appaiono come obbliganti per Lui di fare quello che vogliamo. Infatti il luogo dove il popolo ha tentato il Signore è Massa, là disse: «Il Signore è in mezzo a noi si o no?» (Es 17,7). La prova cui siamo sottoposti si trasforma allora, da parte nostra nel tentare il Signore. La tentazione è dubitare dell’efficacia della sua presenza tra noi.

8 Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria

Il diavolo porta il Figlio su un monte molto alto, lo innalza su un luogo alto che appartiene alla terra per conferire alla sua natura umana il senso del dominio e inebriarla con questa visione. Gli mostra per la sua potenza spirituale di principe di questo mondo, tutti i regni del mondo e la loro gloria, glieli mostra secondo la sua visione. La tentazione consiste nell’entrare nell’ottica del diavolo come fa l’anticristo e abbandonare la visione del Padre. Egli, spogliato della sua gloria perché annientato, è invitato a rivestirsi della gloria dei regni della terra. Come sempre la tentazione consiste nel rinunciare al suo svuotamento per riempirsi immediatamente di qualcosa che lo manifesti. È tentato dal diavolo di uscire da questa obbedienza fino alla morte e alla morte di Croce per manifestarsi con una potenza divina, messianica e regale. Ecco le tre tentazioni.

9 e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai».

È quanto compie l’anticristo; egli adora il diavolo per avere il possesso di tutti i regni della terra e compiere la grande lotta contro il Cristo. Non adorando il satana, il Cristo ha reso stranieri e pellegrini anche i suoi discepoli. Infatti alla bestia fu dato potere sopra ogni stirpe, popolo, lingua e nazione. L’adorarono tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello immolato (Ap 13,7-8). Il Cristo si rende estraneo a questo potere e rende estranei i suoi, perciò egli diviene l’Agnello immolato.

10 Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto».

Gesù opera un giudizio anticipato dicendo: «Vattene, Satana!». È il giudizio della condanna. Risuona sulle sue labbra quella parola che condannò il Satana e che condannerà l’ultimo giorno quanti saranno alla sua sinistra. In questo si rivela la sua signoria cui il satana è sottoposto. Alla sua aggiunge l’autorità delle divine Scritture. La parola, che Gesù cita, si fonda sull’unicità di Dio così fortemente professata nel Deuteronomio. Da questa unicità, che implica l’alleanza (il Signore tuo Dio), deriva l’unica adorazione e l’unico culto. Gesù definisce Dio il suo Dio, quindi a Lui legato con un vincolo indissolubile di fedeltà, di obbedienza, di servizio e di adorazione. Da questo rapporto il satana è escluso come allo stesso modo il Regno dei cieli non si realizza attraverso la gloria dei regni della terra. Infatti il Regno non si attua attraverso la gloria terrena, ma nell’umiliazione della Croce del Cristo.

11 Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servirono.

Cessata la presenza dello spirito tentatore, del diavolo, gli inviati da Dio, gli angeli, si avvicinano e lo servono sottolineando la sua signoria su di loro. È scritto infatti: E lo adoreranno tutti gli angeli di Dio (Eb 1,6). Questo servizio è prima di tutto adorazione e sottomissione a Lui. Ed è pure servizio alla mensa. «Gli angeli danno da mangiare a Gesù che riceve da Dio ciò che non aveva voluto ricevere dalla sua forza sotto l’istigazione del diavolo» (Bonnard).

Orazionale

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. In questo tempo favorevole, primavera dello Spirito, eleviamo al Padre la nostra preghiera.

Ascoltaci, o Signore.

  • Perché tutti gli uomini, liberati dal dominio di satana, adorino Dio e a Lui solo servano, preghiamo.

  • Perché tutti i discepoli del Signore, nel momento della prova non vengano meno ma resi forti nella fede si sottomettano alla Parola di Dio, preghiamo.

  • Perché in questo tempo quaresimale ci nutriamo del pane vivo della Parola accogliendola nei ritmi della nostra giornata, preghiamo.

  • Perché digiunando e mortificando le nostri passioni, abbiamo fame del Corpo del Signore, vero cibo e sete del suo Sangue, vera bevanda, preghiamo.

  • Perché tutti i morti riposino in pace e sia data loro la grazia della visione di Dio, preghiamo.

  1. O Dio, che conosci la fragilità della natura umana ferita dal peccato, concedi al tuo popolo di intraprendere con la forza della tua parola il cammino quaresimale, per vincere le seduzioni del maligno e giungere alla Pasqua nella gioia dello Spirito.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.