USCIRE    DAL   RECINTO

Giovanni Dal Piaz

I giovani sono per la chiesa italiana un problema o una risorsa? E per i giovani la Chiesa è un ostacolo o un’opportunità? Due mondi, quello del pianeta giovani e quello della istituzione ecclesiale, stanno uno di fronte all’altro, ma non riescono a parlarsi o meglio si parlano senza capirsi.

Volendo descrivere la  propria percezione della Chiesa un  giovane che la frequenta con regolarità così si esprime: “c’è secondo me … bisogno di uscire da quella che è la realtà Chiesa in quanto mura, e andare a portare questo annuncio nelle diverse realtà, portarlo a scuola, che la Chiesa stessa possa andare incontro alle persone … io penso che il compito della Chiesa sia quello di uscire, di andare incontro all’atro, e all’altro portare questo annuncio”.  Se per molti uomini di Chiesa i giovani di oggi sono già una prima generazione incredula o una realtà segnata ad un ateismo in rapida espansione, il vissuto personale, così come emerge dal racconto che i giovani ne fanno, è più sfumato, meno incredulo e distante dalla sensibilità spirituale, capace di coltivare al proprio interno una autentica ricerca di Dio. C’è però una aspettativa che percorre e accomuna la variegata realtà giovanile ed è espressa nella metafora festosa e provocatoria: “Aprite le porte e uscite”[1]. E’ un invito, quasi un grido, che dice come i giovani non si ritengano del tutto separati (incredulo e/o atei). Se così fosse bisognerebbe di conseguenza ammettere che tutto l’impegno di formazione portato avanti fino alla cresima e rafforzato da una estesa partecipazione all’insegnamento della religione cattolica ha un esito fallimentare: accrescerebbe l’incomprensione del discorso religioso rivelandosi del tutto controproducente.

Certo i giovani  percepiscono ed esprimono una distanza rispetto all’istituzione ecclesiale, tuttavia essa ha come esito non tanto il rifiuto quanto la rielaborazione soggettiva e selettiva (rispetto al magistero della Chiesa) di quanto è stato loro trasmesso. Una distanza superabile se chi sta dietro le porte di un recinto, che ormai ben poco custodisce e protegge, ha pure lui il coraggio di uscire per confrontarsi in campo aperto, al di fuori delle sicurezze che la tradizione garantiva. Certo non saranno i giovani a ritornare nel recinto, bisogna piuttosto andare. E non primariamente per insegnare o ammaestrare. Ciò che ci si aspetta è anzitutto la capacità di vivere in mezzo agli altri e capirne le ragioni. Vuol dire che è necessario aprirsi, avvicinarsi, andare incontro non restare rinchiusi nelle proprie certezze, essere disponibili a cambiare. È necessario entrare in una prospettiva del tutto nuova che viene dalla consapevolezza che non sono i giovani a dover tornare nella Chiesa, ma è piuttosto la Chiesa ad individuare le strade per essere di nuovo presente tra i giovani. Significa quindi “aprire gli occhi” guardando la realtà non solo per quel che essa significa che documenta di distanza, ma anche per le opportunità e le domande di senso religioso che in essa tuttora permangono.

Si tratta di rendersi conto che i giovani hanno non solo da imparare, ma anche qualcosa da dire alla Chiesa. Se non lo fanno, se preferiscono stare zitti e farsi i fatti propri, se ciascuno cerca e trova un suo accomodamento personale allora è segno che diffidano della istituzione, che ritengono (magari sbagliando) che gli uomini di Chiesa siano incapaci di un vero e da autentico. Quello che si rimprovera al mondo ecclesiale e di dare “Le solite risposte che senti da quando avevi sei anni, da quando hai memoria” (Caterina, 25 anni). Argomenti che devono avere poco convinto in passato si hanno portato all’abbandono della appartenenza ecclesiale.

È anche vero che passati i 18 anni vi sono ben poche proposte pastorali specificamente rivolte ad affrontare una fase della vita nella quale l’identità religiosa ricevuta dall’infanzia fino alla cresima, viene ripensata per essere consapevolmente assunta come elemento del proprio stile di vita. L’assenza di un accompagnamento specifico fa si che la questione religiosa rimanga di fatto in un limbo di incertezza. Non ci si ritrova più nella religiosità dell’infanzia/adolescenza e nello stesso tempo non c’è chi sappia (o voglia) accompagnare verso una esperienza di fede “adulta”.

I giovani sono una minoranza, e dopo aver investito nella loro formazione religiosa molte energie quando erano bambini ed adolescenti, le parrocchie debbono necessariamente porre attenzione a quella che di fatto è la maggioranza dei fedeli: adulti sempre più anziani che non gradiscono la messa in discussione del pacato ritmo della pastorale ordinaria, fatta essenzialmente di pie pratiche e devozioni.  “Rosari e messe per i morti”, come ha efficacemente sintetizzato il pastoralista Armando Matteo.

È in questo contesto relazionale e spirituale che si colloca di fatto anche un agire pastorale dei religiosi. Per i giovani, tolto qualche rara eccezione, il mondo dei religiosi è come un paesaggio immerso nella nebbia: se ne colgono le presenze, si intravedono i contorni degli edifici, il resto sfugge. Il religioso è un prete diversamente vestito che abita insieme ad altri preti.

Neppure i religiosi però hanno una reale conoscenza non tanto della pluralità di fisionomie che sono proprie della realtà giovanile, ma più semplicemente delle domande di senso e della curiosità spirituale che caratterizza le nuove generazioni. C’è una distanza che qui è anzitutto generazionale. I religiosi sono sempre più anziani (il 45% ha oltre 70 anni) e faticano a entrare in relazione e a capire giovani troppo lontani dall’esperienze che essi hanno vissuto nel corso della loro giovinezza sia perché quelli erano tempi diversi sia per il fatto che la gran maggioranza proviene da ambienti caratterizzati (allora) da una forte e sentita appartenenza ecclesiale.

C’è qualcosa che i religiosi, come singoli e in ambito comunitario, possano fare per ridurre la distanza che li separa dal mondo giovanile? Il primo passo è rendersi conto che c’è questo distanziamento è che riguarda non tanto il credere in Dio, ma piuttosto il riconoscersi appartenenti alla realtà ecclesiale. Ciò significa che la vera sfida non sta nella qualità della testimonianza di vita, che certo rimane di grande importanza e significato. Quello che nei giovani fa di ostacolo all’accoglienza della fede non è il Vangelo, l’insegnamento di Gesù, ma la Chiesa. Le parole che la Chiesa dice non sono percepiti dai giovani come parole che vengono dal Vangelo, paiono loro piuttosto come parole di uomini che aggiungono, commentano, complicano la freschezza dell’autenticità del messaggio evangelico. Da questo punto di vista la vita religiosa che custodisce una profonda sensibilità evangelica, un autentico prolungato ascolto della parola di Dio, una attenzione alla persona nel suo cammino spirituale, può diventare luogo dove si fa un’esperienza di Chiesa accogliente, compagna di viaggio, capace di mettere a disposizione il dono del Vangelo e nello stesso tempo capace di ascolto.

Se la vita religiosa sa da sempre porsi alla frontiera, li dove più evidenti si pongono le sfide e nessun altro sa essere presente allora essa è custode di una peculiare opportunità per divenire interlocutrice del mondo giovanile. Non occorre essere giovani per dialogare con loro, è necessario saper riconoscere il loro desiderio di Dio ed aiutare a rendere la Chiesa abitabile per loro.

Non si tratta di elaborare qualche nuova tecnica pastorale o di ammiccare alla mentalità corrente, alle mode giovanilistiche illudendosi di apparire “moderni” e quindi accettabili dai giovani. Nella misura in cui i religiosi saranno autenticamente se stessi che potranno trovare in termini per intrecciare un significativo dialogo con le nuove generazioni.

C’è da superare l’idea di una vita cristiana intesa quale deposito prezioso custodito come lo è un museo, con l’allarme sempre inserito e un custode pronto a rimproverare chi troppo si avvicina all’opera d’arte. E anche questo modo di vedere le cose un recinto da superare, uno spazio chiuso dal quale uscire per entrare in un laboratorio, uno spazio aperto dove si trasmette un saper essere (la fede) e un saper fare (la coerenza di vita). Uno spazio di creatività nel quale simultaneamente si dà e si riceve in un processo che è di trasmissione, accoglienza, rielaborazione.

Il fatto che i religiosi abbiano mediamente un’età avanzata e siano numericamente in declino, non è di per se ostacolo a pensare comunità aperte, laboratori nei quali condividere con i giovani la fatica di un credere per tutti esposto al dubbio, l’incertezza, attivando con loro esperienza di una ritualità capace di dare forma alla vita. Individuando insieme i legami tra valori, norme, comportamenti. Non si tratta pertanto di assecondare ogni opzione presente nel mondo giovanile, quasi che esso fosse portatore solo di positività anche per i giovani l’accoglienza del Vangelo è risposta alle domande che stanno nel cuore di ogni uomo e nello stesso tempo giudizio che mette allo scoperto con la sua luce le nostre oscurità. L’elemento qualificante tale atteggiamento è che il confronto con la parola evangelica è fatta insieme, è questa capacità di stare insieme sottomessi alla Parola che fa maturare un legame capace di superare, senza annullarla, la distanza generazionale.

Chiusa nel recinto delle sicurezze provenienti dalla continuità delle opere, dalla stima per il proprio impegno pastorale, rassicurata dalle pratiche rituali la vita religiosa può sentirsi protetta e rassicurata nel momento in cui fa crescente esperienza della propria fragilità strutturale. Aprirsi, uscire, non è scelta avventurosa o avventata se esso scaturisce dalla consapevolezza che la sapienza spirituale, l’esperienza di Dio che essa custodisce è talento da trafficare, condividere affinché cresca, si moltiplichi, di nuovi frutti e passi di mano da una generazione all’altra.

 

[1] A. Castegnaro (a cura di), Fuori dal recinto. Giovani, fede, chiesa: uno sguardo diverso, Ancora, Milano, 2013, p. 93.