DOMENICA VIII  di Giuseppe Bellia

Messale

Antifona d’Ingresso Sal 17,19-20

 

Il Signore è mio sostegno,
mi ha liberato e mi ha portato al largo,
è stato lui la mia salvezza perché mi vuole bene.

Factus est Dóminus protéctor meus,

et edúxit me in latitúdinem,

salvum me fecit, quóniam vóluit me.

 
Colletta

Concedi, Signore, che il corso degli eventi nel mondo si svolga secondo la tua volontà nella giustizia e nella pace, e la tua Chiesa si dedichi con serena fiducia al tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Da nobis, quæsumus, Dómine, ut et mundi cursus pacífico nobis tuo órdine dirigátur, et Ecclésia tua tranquílla devotióne lætétur. Per Dóminum.

La preghiera s’incentra sul corso degli eventi nel mondo, cioè lo svolgersi dei vari avvenimenti, che segnano la storia dei popoli. Il testo latino è più conciso e dice: il cammino del mondo (mundi cursus). La concisione permette d’intendere sia il ritmo del tempo nei cicli dell’anno (Sap 7,19) come negli eventi della storia. Noi possiamo essere colpiti sia con cataclismi naturali che con sciagure provocate dai popoli. Per questo chiediamo che questo cammino si svolga secondo la tua volontà nella giustizia e nella pace. La volontà di Dio ha come suo luogo di espressione la giustizia e la pace. Queste due virtù divine si attuano nel corso degli eventi per opera della redenzione operata da Gesù, che è la nostra giustizia (1Cor 1,30: [Cristo] è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione) e la nostra pace (Ef 2,14: Egli infatti è la nostra pace). Pertanto se il corso degli eventi e quello della natura entrano nella redenzione di Cristo tendono alla giustizia e alla pace. L’attuale situazione è all’interno del grande gemito della creazione, di noi uomini e dello Spirito, come c’insegna l’Apostolo in Rm 8. Il testo latino dice: che il cammino del mondo proceda per noi nel tuo ordine di pace. Il termine ordine si contrappone a disordine e caos, cioè allo stadio primordiale della creazione, sulla quale è intervenuta la parola ordinatrice (vedi Gn 1). Di fronte a queste forze caotiche, che tentano di riportare la creazione a questa situazione (cfr. Gb 10,21-22), la preghiera della Chiesa invoca il suo ordine di pace, che la redenzione vinca tutte le forze infernali, che soprattutto tentano di concentrarsi nella lotta contro la Chiesa, come ci è rivelato nell’Apocalisse. La preghiera trae una conseguenza: e la tua Chiesa si dedichi con serena fiducia al tuo servizio. Nel ritmo ordinato della natura e della storia la Chiesa di Dio può dedicarsi al servizio divino. In questa conseguenza sentiamo l’eco del Benedictus: liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni (Lc 1,74-75). Il culto del Signore è compiuto con serena fiducia. Questa fiducia si fonda sull’attesa del Signore, la Chiesa è la Sposa che attende lo Sposo e sa di non essere delusa, per questo la sua fiducia è serena, come dice il c. 31,25 di Proverbi: e fiduciosa va incontro all’avvenire, lett. al giorno ultimo. Il testo latino dice: e la tua Chiesa gioisca non turbata nella sua pietà. Quando il corso del mondo è ordinato secondo il volere di Dio, allora la Chiesa gioisce perché può dedicarsi senza esser turbata ad esercitare la sua devozione, cioè il suo totale dono a Dio nel culto. Questa preghiera è anche profezia perché la Chiesa giunge a questo fine nell’ordine nuovo, cioè dei nuovi cieli e della nuova terra, dove perfetta sarà la sua liturgia di lode.

Oppure:
Padre santo, che vedi e provvedi a tutte le creature, sostienici con la forza del tuo Spirito, perché in mezzo alle fatiche e alle preoccupazioni di ogni giorno non ci lasciamo dominare dall’avidità e dall’egoismo, ma operiamo con piena fiducia per la libertà e la giustizia del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Sulle Offerte

O Dio, da te provengono questi doni e tu li accetti in segno del nostro servizio sacerdotale: fa’ che l’offerta che ascrivi a nostro merito ci ottenga il premio della gioia eterna. Per Cristo nostro Signore.

 

Deus, qui offerénda tuo nómini tríbuis, et obláta devotióni nostræ servitútis ascríbis, quæsumus cleméntiam tuam, ut, quod præstas unde sit méritum, profícere nobis largiáris ad præmium. Per Christum.

 

Antifona alla Comunione Sal 12,6

Voglio cantare a Dio per il bene che mi ha fatto,

voglio lodare il nome del Signore Altissimo.

 

Cantábo Dómino,

qui bona tríbuit mihi,

et psallam nómini Dómini Altíssimi.

 
Oppure:            Mt 28,20
«Ecco, io sono con voi tutti i giorni,
sino alla fine del mondo», dice il Signore.

 

Ecce ego vobíscum sum ómnibus diébus,

usque ad consummatiónem sæculi, dicit Dóminus.

Oppure: Mt 6,33
«Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia
e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta».

Dopo la Comunione

Padre misericordioso, il pane eucaristico che ci fa tuoi commensali in questo mondo, ci ottenga la perfetta comunione con te nella vita eterna. Per Cristo nostro Signore.

 

Satiáti múnere salutári, tuam, Dómine, misericórdiam deprecámur, ut, hoc eódem quo nos temporáliter végetas sacraménto, perpétuæ vitæ partícipes benígnus effícias. Per Christum.

Lezionario

Fremito d’ali del passero,

ritmico beccare minuti grani,

deserto ammantato di gigli,

tutto è amore del Padre.

La sua mano, carezzando,

tutto veste di luce, di colori,

d’armonia, di pace e gioia:

riso festoso della Sapienza.

Anche tu ascolta e contempla

e sii armonia, pace e gioia,

per gli uomini e le creature,

nel tuo sì filiale al Padre.

Anche le lacrime amare,

come perle splenderanno

dei colori del trono di Dio,

stupendo gli angeli in canto.

PRIMA LETTURA                                              49, 14-15

Dal libro del profeta Isaìa

14 Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato,

il Signore mi ha dimenticato».

Sion si lamenta e dice: «Mi ha abbandonato il Signore perché la sua Gloria ha lasciato il Tempio (Ez) ma non è vero che Egli l’abbia dimenticata. Queste parole le sentiamo sulle labbra degli anziani d’Israele: «Ha abbandonato il Signore la terra» (Ez 8,12); questo suscita l’ira del Signore (9,9). Esse sono pure sulle labbra del Cristo morente sulla Croce, che cita il Ps 22,2.

È vero che Dio ha abbandonato: «Ho abbandonato la mia casa, ho detestato la mia eredità, ho dato la delizia della mia anima in mano ai suoi nemici» (Gr 12,7). Costringersi a questo abbandono è assai duro per il Signore. Egli non ama abbandonare la sua eredità e il suo popolo.

15 Si dimentica forse una donna del suo bambino,

così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?

Anche se costoro si dimenticassero,

io invece non ti dimenticherò mai.

Una madre non può dimenticare il suo piccolo perché è sua carne. Così Dio non può contraddire il motivo per cui ha creato Israele, il suo amore. Questa è un immagine creativa, il testo non esclude che si possa dimenticare ma Dio sta al di sopra. L’immagine serve come spunto e non può essere presa alla lettera, per l’infinita trascendenza. È il motivo per cui Dio non può dimenticarsi. Infatti Sion non teme perché già è stata abbandonata (cfr. Ez 16,4s) ed è stata raccolta dal Signore. Teme che lo sposo dimentichi e abbandoni, ma non può.

Appena scorge il pentimento perché il popolo si è purificato il Signore consola il suo popolo:Egli è legato ad esso con l’amore di un padre (Is 1,2; Gr 31,20; Os 2,25; 11,1s.); di una madre (qui); di uno sposo (Is 62,4-5; 54,6-8; Gr 31,21-22; Os 2,16-22; Ez 16).

Come l’amore della madre così è l’amore del Signore: è un amore gratuito, soprattutto nei primi anni di vita del bambino, perché il bambino che può dare quando proprio è piccolino? Dipende completamente dalla mamma, quindi la mamma dà tutto. Però anche al Signore viene il dubbio, e infatti lo vediamo tutti i giorni che ci sono delle madri che si dimenticano del proprio bambino, quindi l’amore del Signore supera l’amore della madre. E quindi è immenso.

Quell’istante primo, quello della maggior cura, s’imprime nel rapporto in modo tale che quel bimbo resta sempre, anche a sessant’anni, un bimbo, per un genitore eventualmente novantenne. E per il Signore è lo stesso. Cioè nell’atto eterno del suo amore Egli ha con noi un rapporto di una tenerezza così grande che noi restiamo sempre piccoli, di una piccolezza che è molto bella in quanto non è un’infanzia psicologica (l’atteggiamento di un bimbo), ma è un’infanzia spirituale quella che Santa Teresa di Gesù Bambino ha messo in luce nei suoi scritti. Essa è l’abbandono tenero come risposta a questo amore così grande che non può essere deluso. Come una madre non può deludere l’abbraccio di suo figlio, la tenerezza che il figlio le presenta, così il Signore non può deludere chi veramente si abbandona a Lui con la tenerezza di un bimbo nelle braccia di sua madre. Perché il Signore guarda l’amore, non guarda i meriti, non guarda le opere, guarda l’amore. La vera opera è l’amore. Tutte le nostre opere, se sono prive d’amore, potranno anche esser perfette, ma non sono guardate da Dio. Un solo atto di amore, un solo sguardo di amore è quello che attira Dio. Perciò l’educazione nostra è ad amare perché l’amore vince tutte le ragioni. Ognuno di noi ha delle ragioni per non amare. L’amore vince tutte le ragioni contrarie.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 61

R/.  Solo in Dio riposa l’anima mia.

Solo in Dio riposa l’anima mia:

da lui la mia salvezza.

Lui solo è mia roccia e mia salvezza,

mia difesa: mai potrò vacillare.             R/.

Solo in Dio riposa l’anima mia:

da lui la mia speranza.

Lui solo è mia roccia e mia salvezza,

mia difesa: non potrò vacillare.             R/.

In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;

il mio riparo sicuro, il mio rifugio è in Dio.

Confida in lui, o popolo, in ogni tempo;

davanti a lui aprite il vostro cuore.                    R/.

SECONDA LETTURA                                      1 Cor 4, 1-5

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

Fratelli, 1 ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio.

Servi di Cristo. uphretaj apax in Paolo. cfr. At 13,5 Giovanni [Marco] è servo di Barnaba e Paolo nell’annuncio (cfr. il codice D: li serviva e il codice E: per la diaconia. At 26,16 è detto di Paolo servo e testimone di quello cose che hai visto di me e di quelle per cui ti apparirò. cfr. Lc 1,2. Probabilmente il termine uperhthj uperetes si avvicina a diakonoj diakonos (cfr 3,5).

Amministratori. Caratteristica degli amministratori è di essere fedeli nel dispensare i beni che sono loro affidati. Vedi Tt 1,7 è l’amministratore di beni non suoi: gli apostoli amministrano i misteri di Dio, che cioè appartengono a Dio oppure hanno Dio come oggetto e contenuto. Lc 12,42. L’economo fedele e saggio dà nel tempo opportuno la misura di cibo. In 1Pt 4,10 gli economi buoni amministrano la multiforme grazia di Dio. Tutti siamo economi di questa multiforme grazia di Dio che ci amministriamo a vicenda secondo il carisma ricevuto.

Fedele (cfr Lc 12,42).

Avendo in tal modo rifiutato di essere accolto come un uomo con una sua sapienza personale, ora l’apostolo dice in che modo ogni uomo deve considerare coloro che annunciano l’Evangelo: servi di Cristo, coloro dei quali Cristo si serve e sono alla sua totale dipendenza, e amministratori dei misteri di Dio.

Misteri di Dio sono l’imperscrutabile disegno, che Egli ha attuato inviando il Figlio suo tra noi eche ora sta comunicando agli uomini mediante la Chiesa, che ha negli apostoli gli amministratori di questi misteri. Essi devono annunciare agli uomini che cosa è accaduto e quanto sta attuandosi nella nostra storia al punto da essere trattati come stolti e disprezzati.

2 Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele.

Caratteristica degli amministratori è la fedeltà come dice lo stesso Signore in Lc 12,42-44. «È fedele se non rivendica per sé i beni del suo padrone e non li trasmette da padrone ma li dispensa come cose di un altro cioè del suo padrone» (Teofilatto).

3 A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, 4 perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!

La forte dipendenza dell’Apostolo da Cristo come suo ministro e dal Padre come amministratore dei suoi misteri salvifici lo porta a dichiarare che è egli sottratto dal giudizio dei Corinzi e di qualsiasi tribunale umano. Letteralmente: giorno umano (cfr Gr 17,16 LXX: Non ho desiderato il giorno dell’uomo): questo giorno è il tempo presente in cui si cerca il successo, la gloria gli uni dagli altri e si teme il giudizio degli altri, si ha un nome. L’Apostolo e il Profeta non bramano e non temono il giudizio umano che si esprime in questo giorno, ma guardano al giorno del Signore. In vista di esso Paolo dice: anzi io neppure giudico me stesso, si dichiara incapace di questo giudizio personale perché ogni giudizio è riservato al Figlio e ad esso si appella; perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna, anche se la mia coscienza non mi rimprovera nessuna colpa riguardo al ministero, non per questo sono giustificato come pensava quando era fariseo sotto la Legge: la giustificazione non deriva infatti dalle opere ma dalla fede per cui altrove Paolo si definisce primo dei peccatori ed è al Cristo che si appella come all’unico suo giudice: il mio giudice è il Signore!

5 Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode.

Appellandosi al Signore come a giudice, l’Apostolo rimanda al suo giorno per cui dice: Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Con la sua venuta il Signore metterà in luce i segreti delle tenebre, di quelle tenebre di cui è detto: le tenebre non hanno accolto la luce (Gv 1,5), il cui potere giunge al culmine nell’ora della Passione (Lc 22,53) e i cui segreti saranno resi manifesti nel giorno del giudizio anche se già da ora gli apostoli non ne ignorano le macchinazioni (2Cor 2,11). Inoltre manifesterà anche le intenzioni dei cuori là dove giunge solo la Parola di Dio a operare un discernimento (cfr. Eb 4,12); solo allora ciascuno avrà la sua lode da Dio come dice il Signore ai servi buoni e fedeli che meriteranno di entrare nella gioia del loro Signore (cfr. Mt 25,14-30).

«Non c’è da tremare, restare sbigottiti e attoniti che Dio Padre non giudichi nessuno ma abbia dato il giudizio al Figlio? (cfr. Gv 5,22) E il Figlio grida: «Non giudicate, per non essere giudicati» (Mt 7,1). «Non condannate per non essere condannati» (cfr. Lc 6,37). E l’Apostolo allo stesso modo: Non giudicate nulla prima del tempo, finché non venga il Signore, e: Con il giudizio con cui giudichi l’altro condanni te stesso (cfr. Rm 2,1). Ma gli uomini, invece di piangere i propri peccati, hanno tolto il giudizio al Figlio e, come se fossero senza peccato, così giudicano e si condannano a vicenda (S. Massimo. Sulla carità, III Centuria, 54)

CANTO AL VANGELO                                     Cf Eb 4, 12

R/.  Alleluia, alleluia.

La parola di Dio è viva ed efficace,

discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.

R/.  Alleluia.

VANGELO                                                          6, 24-34

 Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:

I due padroni.

24 «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza (lett.: Mamonà).

Con questa parabola il Signore c’insegna che siamo liberi di farci schiavi di uno dei due padroni che dichiarano la loro signoria sull’uomo. Non si dà una terza possibilità di essere cioè indipendenti sia dall’uno che dall’altro. Infatti la scelta si esprime nell’intimo sentire dell’uomo dai verbi: odiare e amare, interessarsi e disprezzare. Amare e interessarsi indicano l’interiore attrazione che si esprime in una scelta di vita a favore di un padrone.

Allo stesso modo odiare e disprezzare indicano il rifiuto radicale di servire quel determinato padrone. La scelta avviene nel cuore anche se talora può celarsi sotto le vesti dell’ipocrisia. Uno può infatti dichiarare di servire Dio ma in realtà serve Mamonà. I due poli di attrazione o di rifiuto ultimi del cuore umano sono dunque Dio o Mamonà.

Il termine Mamonà appartiene alla lingua aramaica e significa dapprima il patrimonio, tutto quello che è valutabile in danaro ed è contrapposto a vita (= anima) e a corpo, beni viventi dell’uomo. In seguito acquista anche un significato negativo come danaro di corruzione.

Sulle labbra del Signore Gesù qui è come personificato per indicare la forza di suggestione esercitata dai beni terreni per rendere schiavo l’uomo di un padrone che si serve di essi per legare a sé gli uomini nella prospettiva di dare loro non solo il necessario per la vita ma anche potere, ricchezze e gloria. Pertanto sotto questi beni si nasconde il potere del «principe di questo mondo che esercita il suo dominio tramite l’avarizia e la cupidigia», come dice Cromazio; le passioni infatti generano nei cuori quei ragionamenti che intaccano la fede stessa, attraverso le prove che derivano dalle necessità fisiche e quindi inclinano l’animo ad abbandonare Dio per mettersi a totale servizio “del soldo” oppure, pur avendo il necessario, sollecitano il cuore alla brama insaziabile di possedere sempre di più e di trattenere quanto è posseduto. In tal modo l’interno s’indurisce nei confronti di Dio e del prossimo.

Il Regno di Dio e la sua giustizia (6,25-34).

25 Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?

La ricerca del vero tesoro, quello celeste (19,21) la luce interiore dell’occhio del cuore (22,23), la scelta di servire Dio possono ancora porre nell’intimo una domanda: «Chi provvederà alle mie necessità se non mi do da fare?». Il Signore risponde ora a questa domanda; inizia infatti dicendo: Perciò io vi dico. La sua attenzione si rivolge ora alle preoccupazioni che generano paura, smarrimento e angoscia sugli uomini. Infatti la vita nostra senza la luce evangelica, è dominata dalle «preoccupazioni inerenti alla vita» (Lc 21,34) che sono proprie di questo tempo intermedio (Mc 4,19: le preoccupazioni di questo secolo). Esse s’incentrano sulle tre esigenze fondamentali della vita e del corpo: mangiare, bere e vestirsi. Su queste necessità fondamentali si opera il discernimento tra i figli che servono fedelmente il Padre e coloro che, per paura, amano la schiavitù di Mamonà. Il Padre chiede la fede «senza nessun dubbio di una volontà incerta… Altrimenti nulla è la giustificazione dalla fede se la stessa fede diviene dubbiosa» (s. Ilario).

A conferma di questa sollecitudine del Padre, il Signore pone una domanda evidente: la vita non vale più del cibo? «Perché tu capisca dice Agostino – che colui che ti ha dato l’anima molto più facilmente ti darà il cibo», e il corpo più del vestito? «Allo stesso modo puoi capire che colui che ti ha dato il corpo molto più facilmente ti darà il vestito». I due beni preziosi che costituiscono l’uomo sono dati da Dio con quanto è necessario per provvedere a loro. Inoltre, come sottolinea Cromazio, se ha dato «la vita eterna e l’immortalità, senza dubbio si degnerà di fornirci anche di questi beni materiali».

A conferma di quanto sta dicendo invita ad osservare gli uccelli del cielo:

26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?

L’attività lavorativa degli uccelli del cielo non è sufficiente a nutrirli. Infatti non possono seminare, mietere e raccogliere nei granai. Ad essi provvede il Padre celeste che ha compassione di tutte le sue creature: Apri la tua mano e sazi la fame di ogni vivente (Sal 145,16). Se Dio ha cura delle sue creature quanto più provvede ai suoi figli! Infatti anche gli uomini non possono, con il lavoro delle loro mani, rendersi così autonomi da non avere bisogno di Dio. Per questo i suoi figli lavorano e si affaticano senza affanno e preoccupazione sapendo che sono nutriti dal loro Padre celeste.

27 E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco (lett.: di un cubito) la propria vita?

Il Signore vuole mostrare come sia inutile lo sforzo che deriva da un animo agitato e preoccupato; esso non può varcare certi limiti. Ma poiché la vita segue il suo corso e nemmeno se ne conosce il limite stabilito da Dio, da questa siamo ammaestrati a non affannarci per essa. Il Signore infatti fa’ morire e fa’ vivere, scendere agli inferi e risalire (1Sm 2,6). Per il discepolo la vita non è in mano al fato ma nelle mani del Padre che non ama la morte ma la vita. Questo toglie ogni affanno e preoccupazione per essa perché preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli (Sal 116,15) ed Egli è chiamato Dio di Abrahamo, di Isacco e di Giacobbe, Dio dei vivi e non dei morti perché tutti vivono per lui (cfr. Lc 20,37-38).

Se la vita e l’età di essa è nelle sue mani e noi non possiamo fare nulla, ne deriva quanto segue:

28 E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano.29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.

Se la durata della vita non è in nostro potere e nulla serve preoccuparsene perché Dio ne ha cura allo stesso modo provvede al nostro vestito. Il discepolo sa che vi è una precisa volontà del Padre nei suoi confronti, che lo cura e provvede a quanto gli è necessario. Non è una legge generale, è un atto preciso della sua volontà paterna. Mentre ai gigli del campo provvede una legge generale, che ha posto nella natura, ai suoi provvede il suo amore paterno. Se per una legge generale Egli veste i gigli del campo con uno splendore superiore a quello di Salomone nel massimo splendore del suo regno, quanto più nel suo amore personale riveste i suoi figli. Se rivestì Adamo ed Eva dopo il peccato, maggiormente ci riveste ora che siamo riconciliati (cfr. Rm 5,10). Se all’esterno ci riveste in modo modesto, all’interno ci riveste del manto della giustizia e delle vesti dell’esultanza (cfr. Is 61,10). Chi è rivestito di Cristo nell’intimo viene rivestito all’esterno di quanto è necessario.

30 Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?

Ai ragionamenti angosciati che nascono dalle paure, Gesù c’insegna a sostituire quelli che nascono dalla fede. Questi sono più logici, come ci dimostra in questa parola. Infatti il Padre celeste chiede a noi suoi figli la fede. Se questa è poca vi è la preoccupazione, se invece questa è tale da non dubitare di Lui il nostro cuore non si allontana dalla ricerca del vero tesoro. La fede non ci toglie dalle necessità, ma ci rapporta ad esse con la pazienza, che deriva dalla fiducia incrollabile nel Padre, che ha, a sua volta, come fondamento l’amore.

31 Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”.

La fede evita questa conclusione, che nelle labbra del credente è simile alla mormorazione del popolo nel deserto, come è scritto: E mormorò il popolo contro Mosè dicendo: «Che cosa berremo?» (Es 15,24). Infatti la mancanza di quello che è necessario porta a dimenticare tutti i benefici precedenti e mette il cuore in agitazione e lo incita alla ribellione.

32 Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.

I pagani (lett.: le genti), che non conoscono Dio e che vivono nella dimensione psichica, ricercano avidamente e con agitazione il nutrimento e il vestito e lo trattengono avaramente affamando gli altri. Anche noi abbiamo bisogno di tutto finché siamo in questa condizione mortale. Noi sappiamo che il Padre nostro celeste sa: questo ci basta. Qui sta l’amore e questa è la sapienza celeste. Chi crede non dubita perché si fonda nell’amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori mediante lo Spirito che ci è stato dato (Rm 5,5). Questo rapporto filiale resta inalterato di fronte a ogni prova e resta saldo in quello che solo è necessario, come subito dice:

33 Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.

Al cercare con affanno, proprio delle genti, si contrappone il cercare il Regno del Padre e la sua giustizia. Gesù dice: Cercate invece anzitutto, al di sopra di tutto e senza limiti, facendone l’unico scopo della vita. Infatti il Regno, già presente, è il primo ed assoluto bene, il vero tesoro, verso il quale indirizzare tutta la propria ricerca. Al Regno Gesù associa la giustizia di Dio, facendone la caratteristica fondamentale del Regno. In tal modo poiché nell’Evangelo si rivela la giustizia di Dio, là dove risuona l’Evangelo si manifesta il Regno di Dio. Esso va quindi ricercato nell’Evangelo, accolto con fede, e che ha il potere di giustificare chiunque crede. Questa ricerca del Regno nell’Evangelo, che giustifica, toglie da quest’ansia dannosa che è propria di chi, spinto dalle necessità della vita, si mette in ricerca del vitto e del vestito. Infatti il discepolo sa che tutte queste cose gli saranno date in aggiunta dall’amore del Padre, che non fa mancare ai suoi figli quello di cui hanno bisogno.

34 Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

Nella misura in cui cercate il Regno e la giustizia di Dio cessate dal preoccuparvi per il domani. Il cuore è talmente preso dalla gioia dell’Evangelo che cessa di essere angosciato per il domani. Con la forza, che gli viene dalla fede nell’Evangelo, il discepolo affronta il male di ogni giorno senza preoccuparsi di quello del giorno dopo. La situazione presente non cessa di pesare sui discepoli come su tutti gli uomini per cui il giorno riserva a tutti il suo male. Infatti dice il Qohelet: «Chi sa quel che all’uomo convenga durante la vita nei brevi giorni della sua vana esistenza che egli trascorre come un’ombra?» (6,12). Non cessa la vanità di quest’esistenza, ma in essa è apparsa la luce dell’Evangelo e la giustizia che proviene dalla fede per concentrare tutte le energie dell’uomo nella ricerca del Regno, anche se egli viene tentato dalle preoccupazioni per le necessità della vita. Solo la fede in questa parola evangelica può rendere il suo animo saldo sul male di ogni giorno.

Orazionale

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. All’ascolto della sua Parola, abbiamo imparato che il Padre provvede a noi con l’amore tenero di una madre perché ci ama personalmente.

Preghiamo insieme:

Ascolta o Padre, la preghiera dei tuoi figli.

 

  • – Perché la Chiesa, assemblea santa di sacerdoti per il nostro Dio e Padre, innalzi incessantemente la sua lode a Dio e ne esalti la gloria e la potenza, preghiamo.

  • – Perché i nostri pastori siano servi dei misteri di Dio ed economi saggi e prudenti della sua grazia, preghiamo.

  • – Perché tutti i discepoli di Gesù imparino ad essere figli, abbandonati all’amore del Padre, nella ricerca appassionata del Regno di Dio e della sua giustizia, preghiamo.

  • – Perché i poveri non siano vittime della violenza e dell’avarizia dei potenti, ma possano godere dei beni che la provvidenza divina ha messo a disposizione di tutti, preghiamo.

  • – Perché i bimbi crescano nel caldo della famiglia nutriti sia nel corpo che nello spirito e il loro cuore conosca quello che è vero, amabile e degno di lode, preghiamo.

  • – Per i morenti, perché l’angoscia della morte si trasformi nel fiducioso abbandono nelle braccia del Padre, preghiamo.

  1. Padre santo, che vedi e provvedi a tutte le creature, sostienici con la forza del tuo Spirito, perché in mezzo alle fatiche e alle preoccupazioni di ogni giorno non ci lasciamo dominare dall’avidità e dall’egoismo, ma operiamo con piena fiducia per la libertà e la giustizia del tuo regno. Per Cristo nostro Signore. Amen.