«Uscite per le strade» (Mt 22,9):

i luoghi della missione nel Vangelo

 

Giuseppe Di Virgilio

 

  1. Il dinamismo «esodale» di Cristo nei Vangeli

 

Il dinamismo dell’«uscire» («esodale») evocato da papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium si riferisce primariamente al mandato missionario che il Signore risorto affida alla comunità: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20)[1]. La comunità «in uscita» è chiamata a seguire le orme della missione di Cristo che «percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» (Mt 4,23; cf. 9,35). Ci proponiamo di evocare il dinamismo missionario («l’esodo» cf. Lc 9,31) di Gesù, fermandoci sul «luoghi della missione» così come vengono descritti nei racconti evangelici. Non si tratta di segnalare una mera descrizione geografica delle «uscite» di Gesù, ma di cogliere il messaggio teologico unitario, contenuto nella presentazione del «cammino missionario» di Cristo e della comunità dei credenti.

Ad un’attenta lettura dei racconti evangelici si colgono non solo i contenuti del messaggio di Cristo, ma anche i particolari della sua strategia missionaria, tra i quali vi è la scelta dei «luoghi» e dei contesti della predicazione[2]. Non è un caso che lo sviluppo narrativo dei tre Sinottici segua lo schema geografico dello spostamento dalla Galilea alla Giudea, per significare la dinamica del progressivo avvicinamento alla «Città Santa», luogo dove culmina la predicazione del Regno e si compie l’evento pasquale[3]. Una simile attenzione narrativa si conferma anche per il Quarto Vangelo, che unisce in un dinamica simbolica il messaggio di Cristo e le circostante contestuali, non solo collegandole a semplici luoghi ma tessendo la narrazione con il ritmo «liturgico» e «rivelativo» delle composizioni sceniche[4]. Per evidenziare l’importanza ermeneutica della narrazione, diversi commentatori hanno evidenziato come la rielaborazione della vita pubblica, compiuta ad opera degli evangelisti, individua nei «luoghi della predicazione» significativi aspetti teologici e pastorali che illuminano la cristologia narrativa. Lasciamoci guidare dalle testimonianze evangeliche e seguiamo idealmente nei luoghi diversi il Cristo che percorre le strade dell’uomo per chiamarlo alla pienezza della vita[5].

 

  1. Una giornata di Gesù

Nella presentazione iniziale del vangelo marciano, il Signore esordisce con tutta la sua autorità a Cafarnao. Dopo essere passato per il Giordano (Mc 1,9-11), il deserto (Mc 1,12-13) e il lago (Mc 1,16-20), Gesù si reca nella cittadina dove Simone aveva famiglia e rimane tutta la giornata. E’ questo il primo scenario in cui Gesù incontra la comunità nelle sue diverse componenti. Anzitutto entra in giorno di sabato nella sinagoga e dopo aver insegnato con la potenza della Parola, libera un indemoniato (Mc 1,21-28). Uscendo dalla sinagoga si reca nella casa di Simone dove guarisce la suocera (Mc 1,29-31). Dalla casa alla porta della città: Gesù incontra i malati e i sofferenti per portare loro la guarigione del corpo e del cuore (Mc 1,32-34). All’indomani si mette sulla strada per raggiungere anche le altre comunità e annunciare loro l’imminenza del Regno (Mc 1,35-39). L’evangelista consegna al lettore un primo messaggio cristologico: Gesù «esce» dalla sua Nazaret e si reca in una piccola comunità sulle rive del lago di Genezaret percorrendo i diversi luoghi di Cafarnao: la sinagoga, la dimora di Simon Pietro, la cittadina con la sua porta[6].  Pertanto lo scenario della predicazione di Gesù non è rappresentato dall’esclusività di un ambiente templare (contesto sadduceo) né da una scuola rabbinica (contesto farisaico-legalistico), né dal profetismo della predicazione desertica (contesto monastico-essenico). Gesù è venuto per tutti (Mc 1,38): egli è colui che «entra» nei luoghi dove la gente abita, soffre, lavora e condivide la speranza.

 

  1. Il monte della presenza

Soprattutto nel vangelo secondo Matteo scopriamo una singolare attenzione per il simbolismo del «monte»[7]. Conosciamo quanto sia rilevante questo elemento nei racconti dell’Antico Testamento, soprattutto nella vicenda dell’esodo e nell’alleanza con Yhwh sul Sinai (cf. Es 19-24). Proprio per il fatto che il monte si innalza verso il cielo, la sua vetta appare come la dimora di Dio, spesso celata tra le nubi e ricoperta di neve. In Abramo (cf. Gen 22), in Mosè e nei diversi protagonisti (Elia, Isaia, Zaccaria) la sommità del monti ricorda un incontro con Dio che «cambia la vita» e svela un messaggio di provvidenza e di futuro (cf. Sal 121,1; Is 2,2; Zc 8,3). Ripercorrendo la missione di Gesù si può affermare che il monte costituisce un importante luogo di rivelazione e di missione. Seduto sul monte il Cristo-maestro proclama il primo  grande discorso delle «beatitudini» (cf. Mt 5-7) e successivamente costituisce i suoi apostoli (cf. Mc 3,13-19). Dopo la moltiplicazione dei pani egli sale sul monte a pregare (cf. Mt 14,23) e su un altro monte, conducendo con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, si trasfigura (Mt 17,1-8). In Lc 22,39-46 si colloca l’agonia del Cristo nel contesto del «monte degli ulivi»: in questo luogo l’incontro con il Padre si compie in tutta la sua drammaticità[8]. Spicca l’importanza del monte della Galilea nella solenne scena della missione universale, in cui il Risorto affida alla comunità degli apostoli l’annuncio della salvezza a tutte le nazioni (Mt 28,16-20). Possiamo vedere un collegamento tra la scena iniziale della tentazione (cf. Mt 4,1-10), dove il «monte altissimo» diventa luogo del potere demoniaco e la scena finale della missione, dove il monte è il punto di avvio della predicazione universale.

 

  1. La strada della guarigione

All’altezza trascendente, collegata con il simbolismo del monte, si contrappone un secondo luogo della predicazione «in uscita»: la strada (cf. Lc 9,57). Gesù scende dal monte per entrare nella concreta storia del mondo sofferente, rappresentata dalle folle che lo cercano e lo seguono (cf. Mt 4,25; 5,1; 7,28; Lc 5,15; 9,11). Tutti i vangeli sottolineano questa dimensione missionaria del Cristo, profeta potente in «opere e parole» che passò «beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché́ Dio era con lui» (At 10,38). La strada  diventa il luogo privilegiato dell’incontro con il dolore e le urgenze del popolo. Ci sono rappresentati di tutte le categorie: lebbrosi, pagani, uomini, donne, famiglie, discepoli. Nella sezione matteana dei dieci miracoli, è toccante il primo incontro con il lebbroso, che lo supplica di guarirlo (Mt 8,2). Dopo aver steso la mano Gesù lo risana e lo invita  tornare libero nella sua realtà (Mt 8,4). La strada è contornata dai diversi personaggi che invocano il suo intervento salvifico in modi diversi. Spicca la fede del centurione (Mt 8,5-13), la «poca fede» dei discepoli (Mt 8,23-27), la durezza degli scribi nel contesto del miracolo del paralitico (Mt 9,1-8). E’ soprattutto il testo di Mt 9,36-38 a segnalare lo «spessore cristologico» della missione del Cristo verso le periferie: «Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe”». E’ la preghiera per le folle, rivolta al «signore della messe» che schiude la prospettiva della missione: la strada non deve più essere il luogo dell’indifferenza, ma della comunione e della speranza[9].

 

  1. Il lago della fede

Un altro importante scenario della predicazione «in uscita» è costituito dal pescoso lago di Galilea, fonte di vita per tutta la regione[10]. La prima attività del ministero pubblico di Gesù si svolge intorno al lago, tra le comunità che vivevano della pesca: Cafarnao, Betsaida, Magdala, Tiberiade e le città oltre la frontiera galilaica. Sulle rive del lago il Signore chiama i suoi primi discepoli (Mc 1,16-20) e predica alle folle (Mc 4,1; Lc 5,1-3). Proprio dove gli uomini lavorano e portano il cibo per le loro famiglie, Gesù porta la Parola di salvezza. Il segno della «barca» rappresenta un ulteriore luogo «estremo» della predicazione missionaria di Gesù[11]. Dalla barca nel lago insegna alla gente (Lc 5,3), con la barca costeggia il territorio delle Decapoli (Mc 5,22; 7,31), nella barca esercita il potere contro la tempesta riportando la bonaccia (Mt 8,23-27), passando sulle acque, sale nella barca per stare con i suoi discepoli e guidarli verso il porto (Mt 14,24-34). La suggestiva narrazione di Gv 21,1-14 raffigura Gesù risorto che sosta sulla riva del lago e riconvoca il gruppo degli apostoli mentre sono a pesca. Si ripete il segno della pesca miracolosa a cui segue l’atto di fede della comunità: il lago e la barca non sono solo un ricordo di Gesù, ma rappresentano il passaggio alla responsabilità missionaria della Chiesa apostolica.

  1. I tre deserti della prova

Come è accaduto nella storia di Israele, anche per il Signore c’è stata l’esperienza del deserto[12]. La ricchezza teologica e il simbolismo di questo tema biblico fondato sulla tradizione dell’Antico Testamento,  viene riproposta anche nella vita di Gesù di Nazaret in contesti diversi. Secondo una lettura simbolica proposta da S. Fausti, Gesù ha sperimentato «tre deserti»[13]. Il primo corrisponde alla scena iniziale delle tentazioni (Mt 4,1-11; Lc 41-13). E’ lo stesso Spirito disceso nelle acque del Giordano a spingere il Cristo nell’aridità del deserto di Giuda per «essere provato» (cf. Sir 2,1). Terra inospitale, luogo di pericoli e di morte, il deserto rappresenta il «luogo del passaggio» dove non c’è vita e manca ogni protezione. Nel deserto si sperimenta l’essenzialità e la verità di se stessi e della fede nell’unico Dio. Gesù vince le tentazioni del diavolo perché si affida all’essenzialità di Dio e alla forza della sua Parola. Un secondo «deserto» è rappresentato dall’abisso del mare, nella notte dei discepoli travolti dalle onde e dalla paura (Mt 14,24-33). Anche in questo luogo, tra il cielo e la terra, Gesù annuncia la sua potenza salvifica e domanda la fede, soprattutto di Simon Pietro. Infine il terzo «deserto» è rappresentato dalla solitudine del Getsemani, l’orto degli olivi che ricorda la preghiera nella sofferenza, la fuga dei suoi amici e il tradimento di Giuda (Mt 26,36-46). Nell’economia narrativa dei Vangeli il Getsemani indica il luogo più drammatico vissuto dal Cristo ma anche il vertice della testimonianza di fedeltà. Il deserto diventa segno di un «uscita» da se stessi per abbandonarsi all’amore del Padre. In questo luogo si compie la volontà misteriosa di Dio e si sperimenta la fragilità sconvolgente dei discepoli.

  1. Le terre dei pagani

Nei racconti evangelici il ministero del Signore non si è svolto solo nel contesto ebraico, ma anche nei territori pagani («fuori dalla Galilea»)[14]. Questo segno di apertura rivela il dinamismo «in uscita» di Cristo, nel quale si rende manifesta la volontà universale della salvezza. La memoria della predicazione del Signore si tradurrà in progetto di evangelizzazione che la comunità assumerà nel suo cammino dopo la Pasqua (cf. At 1,8). E’ nota la considerazione che Israele serba verso i popoli pagani e i dominatori stranieri, tanto quanto nei riguardi dei samaritani. Nella sua missione Gesù segna il passaggio del Vangelo anche nei riguardi degli stranieri. La straordinaria vicenda dell’indemoniato di Gerasa (Mc 5,1-20) è significativa e aiuta a comprendere come l’evangelizzazione e la salvezza non conoscono separazioni etniche. Ogni luogo è potenzialmente luogo del Vangelo e ogni «periferia» diventa «centro» di un incontro che cambia la vita! Così anche la casa «peccaminosa» del pubblicano Levi (Mc 2,13-17) e quella del ricco capo dei pubblicani Zaccheo diventano festose dimore di vita (Lc 19,1-10). E’ nel territorio cananaico, sulla via di Cesarea di Filippo, che il Signore pone ai suoi discepoli la domanda circa la sua identità (Mc 8,27-30), dopo aver guarito la figlia della donna siro-fenicia (Mc 7,30) proveniente da Tiro e Sidone. Un singolare ruolo è riservato alla Samaria[15]. Essa è presentata come la regione «nemica» dei Giudei attraverso la quale Cristo deve passare non senza difficoltà (Lc 9,51-55). Eppure l’immagine del «buon samaritano» si impone come l’icona più rivoluzionaria di tutto il Vangelo (Lc 10,29-37). In una medesima prospettiva si colloca la gratitudine dell’unico lebbroso guarito, un samaritano (Lc 17,11-19) e soprattutto l’incontro con la donna samaritana e la sua comunità in Gv 4,1-43. La forza dirompente dell’amore spinge i credenti a vivere in uno stile estroverso, una dinamica di «uscita» verso l’altro, che rappresenta colui che ti è affidato da Dio.

  1. I contesti del quotidiano

Ripercorrendo la rassegna dei luoghi in cui il Signore ha svolto il proprio ministero pubblico notiamo che egli annuncia la Parola in «ogni» contesto dove ferve la vita popolare. Anzitutto «la casa» diventa luogo significativo di incontro, perché in essa sono contenute le primarie relazioni affettive (Mc 1,29-31). Gesù evangelizza tutta la famiglia e porta la sua Parola che illumina (Lc 14,1-24). Entrando nella dimora funebre di Giairo, il Signore vi introduce la vita (Mc 56,21-43). Servito da una Marta preoccupata ed ansiosa, il Maestro addita la priorità dell’ascolto nel silenzioso esempio della sorella Maria (Lc 10,38-42). Tra lo scandalo e il chiacchiericcio degli astanti, il Cristo non teme di lasciarsi toccare dalla donna peccatrice (Lc 7,36-50), né di varcare la soglia della dimora di Zaccheo (Lc 19,1-10). Un secondo contesto di vita è rappresentato dalla «piazza» dove Cristo incontra malati e peccatori (Gv 5,1-9; 9,1-42), pur volendo evitare ogni forma di spettacolarizzazione  e di personalismo (cf. Gv 6,15). Egli non fugge dalla città, ma rimanendo alla porta, guarisce ed accoglie coloro che lo invocano (Mc 1,33). Partecipando alla pratica liturgica del sabato, Gesù entra nelle sinagoghe per insegnare la novità di Dio. Tra entusiasmi e contestazioni a Nazaret solennemente dichiara di portare a compimento la profezia messianica (Lc 4,16—30), mentre a Cafarnao libera un indemoniato (Mc 1,21-28) e successivamente rivela a tutti gli astanti il mistero del «pane di vita» (Gv 6,22-71).

  1. La via verso Gerusalemme e il suo tempio

La narrazione evangelica culmina nella via che porta a Gerusalemme[16]. E’ il posto dove si incrociano i pellegrini, si condivide la gioia e la preghiera, si fa memoria del passato e si apre il cammino verso il futuro. La condizione «viatoria» del ministero di Cristo si traduce nello stile dell’evangelizzazione delle comunità cristiane in modo così forte da identificarsi con la realtà stessa del cristianesimo (negli Atti il cristianesimo è definito «la Via», cf.  At 9,2; 16,17).

Come nella tradizione profetica (Is 40,1-3; 55,8) e sapienziale (Dt 5,23; Sal 139,3), nei racconti evangelici il Signore indica la via di Dio (Mt 20,17) e si mette a camminare sulla strada degli uomini delusi (Lc 24,13-35). C’è chi lo accoglie e chi lo rifiuta. Lungo la via del Vangelo Egli chiama, ammonisce, compie miracoli, condivide il dolore, passa fra tante diverse figure, ciascuna con la sua peculiarità. Nei racconti evangelici la via di Cristo diventa il luogo dinamico della missione e dell’evangelizzazione aperta a tutti. A chi lo vuole seguire Gesù ricorda: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano» (Mt 7,13-14). Questa via conduce a Gerusalemme, che è il luogo della manifestazione finale, la Città Santa dove risiede il tempio di Dio, la cui memoria risale fin dall’infanzia di Gesù (cf. Lc 2,41-52). I Vangeli culminano con l’ingresso osannante di Cristo nella capitale del giudaismo (Lc 19,29-40). Nella consapevolezza che nessun profeta può morire «fuori da Gerusalemme» (Lc 13,33), il cuore pulsante della fede ebraica diventa «ponte» tra l’Antico e il Nuovo, luogo di passaggio di Dio e dell’azione dirompente dello suo Spirito (cf. At 2,1-12).

Conclusione

Dal Cenacolo al Getsemani, dal Golgota al giardino della tomba vuota, i luoghi evangelici «parlano» della missione di Gesù e della dinamica della comunità «in uscita», che annuncia il Vangelo fino alle estreme periferie del mondo[17]. L’itinerario proposto nel Vangeli diventa un modello di annuncio per tutti i popoli, che chiama i credenti ad una missione universale. E’ questa l’esperienza declinata dalla Chiesa apostolica negli Atti degli Apostoli e nella successiva diffusione del Vangelo. «Ogni luogo» è terra di testimonianza missionaria, è passo che fa uscire da sé e spinge alla costruzione di ponti comunicativi e all’adorazione del Padre (Gv 4,23-24), nella misura in cui si raggiunge la certezza della presenza di Cristo risorto nel cuore di ogni persona. Per tale ragione l’immagine di una Chiesa «in uscita» è rappresentata da donne e uomini gioiosi, attenti a «far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti. Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice»[18].

 

 

 

 

 

 

 

[1] Cf. Francesco, Evangelii Gaudium. Esortazione apostolica (Roma 24.11.2013), nn. 20-24.

[2] L’interesse per i «luoghi della missione» è presente fin dai primi commenti biblici della patristica e ricorrenti nella successiva storia dell’interpretazione. Le descrizioni geografiche non sono mai state indifferenti ai commentatori. Tuttavia l’approfondimento del tema ha ricevuto un impulso notevole a partire dall’approccio sociologico e antropologico alla Bibbia, rivelatosi molto fecondo nel XX secolo, grazie anche alle sensazionali scoperte archeologiche; B. J. Malina, Christian Origins and Cultural Anthrolopogy: Pratical Models for Biblicatìl Interpretation, J. Knox Press, Atlanta 1986.

[3] Cf. lo studio esemplare di E. Malbon Struthers, Narrative Sacre and Mythic Meaning in Mark, Harper & Row, San Francisco 1986. Per una versione generale della struttura fondamentale dei Vangeli, cf. V. Fusco, I Vangeli genere letterario e struttura fondamentale, in M. Laconi e collaboratori, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli (Logos 5), Elledici, Leumann – Torino 1999, 80-85.

[4] V. Mannucci, Giovanni. Il Vangelo narrante, Dehoniane, Bologna 1997, 119-133.

[5] Un recente contributo in questo senso è proposto nella ricca monografia sul Vangelo secondo Marco: cf. P. L. Ferrari, I luoghi del Regno. La dimensione «spaziale» nel racconto di Marco, Dehoniane, Bologna 2915.

[6] Cf. Ferrari, I luoghi del Regno, 255-262.

[7] cf. Mt 4:8; 5,1.14; 8,1; 14,23; 15,29; 17,1.9.20; 18,12; 21,1.21; 24,3.16; 26,30; 28,16. Per l’interpretazione teologica, cf. M. Lurker, Monte, in Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1990, 126-128; Ferrari, I luoghi del Regno, 195-201.

[8] Cf. Ferrari, I luoghi del Regno, 201-207.

[9] Cf. T. Pegoraro, La pericope do Mt 9,35-10,1. Analisi letteraria e prospettive teologiche (Tesi dottorale), Roma 2014, 331-336; Ferrari, I luoghi del Regno, 276-282.

[10] La denominazione di «mare di Galilea» si trova in Mc 1,16; 7,31; Mt 15,29; Gv 6,1; 21,1; cf. Ferrari, I luoghi del Regno, 231-237;

[11] Cf. Lurker, Nave, in Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, 130-131; Le immagini bibliche. Simboli, figure retoriche e temi letterari della Bibbia, a cura di L. Ryken, J, C.Wilhoit, T. Longman III, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2006, 164.

[12] Cf. F. Longo – G. Barbaglio, Deserto, in Schede Bibliche Pastorali, vol. I, a cura di G. Barbaglio, Dehoniane, Bologna 2014, 853-861; Ferrari, I luoghi del Regno, 211-219.

[13] Cf. S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Luca, Dehoniane, Bologna 2003, 93-94.

[14] Cf. Ferrari, I luoghi del Regno, 103-123.

[15] Cf. G. Massi, Samaritani, in Schede Bibliche Pastorali, vol. II, 3584-3596.

[16] Il tema di Gerusalemme è stato ampiamente trattato nella ricerca biblica cf. F. Manns, Gerusalemme/Sion, in Temi teologici della Bibbia, a a cura di R. Penna, G. Perego, G. Ravasi, San Paolo, Cinisello Balsami (MI) 2010, 533-541; Ferrari, I luoghi del Regno, 131-151.

[17] Cf.  Ferrari, I luoghi del Regno, 349-409.

[18] Francesco, Evangelii Gaudium, n. 24.