USCIRE DA  SE’ PER  NON  RIMANERE  IMPRIGIONATI  NELLE  PROPRIE ASPETTATIVE

                                                                                     

Milena Stevani

 

      Il dinamismo dell’uscire è costantemente richiamato da papa Francesco ed è un appello che ogni  cristiano e ogni persona consacrata dovrebbe sentire risuonare dentro di sè, specialmente in questo tempo di cambiamenti socioculturali contrassegnati da condizioni di precarietà e povertà che assumono dimensioni planetarie e, contemporaneamente, da nuove possibilità di scambio interculturale e interreligioso.

      La via dell’uscire è stata indicata, nel 5° Convegno Ecclesiale di Firenze, come lo stile unificante di vita di ogni cristiano che, nell’ascolto della Parola di Dio e nella docilità allo Spirito, è chiamato ad attuare un cammino quotidiano di conversione che punta sull’essenziale e lascia cadere ciò che è periferico e accessorio. Nelle linee di azione è evidenziata la necessità di uscire da sé, di affrontare la forza delle proprie abitudini, la tentazione di accomodarsi, di rimanere ancorati nelle proprie fragili sicurezze.

      L’uscire indica pertanto il percorso che da sé va verso gli altri, rispondendo all’iniziativa e alla forza stimolante dello Spirito di Dio che spinge a non rimanere centrati su di sé, che orienta a guardare la realtà con uno sguardo più profondo, non fermandosi alle apparenze. Si può così scoprire in ogni persona il segno di una Presenza, si impara ad andare verso gli altri perché essi possano incontrarsi con Gesù Cristo, attraverso la mediazione della propria umanità concreta che fa da ponte per l’incontro con Lui.

       L’appello ad uscire non deve però essere soltanto uno stimolo che agisce dall’esterno e che quindi provoca una risposta poco convinta, condizionata prevalentemente dalla pressione del contesto sociale ed ecclesiale di appartenenza. Occorre che sia presente e attiva una spinta motivazionale interna, che la persona che attua il movimento di uscire sia consapevole che questa via è il percorso imprescindibile per vivere coerentemente la propria appartenenza a Cristo.

       Mi pare possa essere opportuno riflettere sia sul senso dell’uscire sia sul significato delle aspettative che albergano nel cuore umano, per collegare poi il movimento dell’uscire con le aspettative che orientano, nella quotidianità, le nostre scelte concrete e gli specifici comportamenti.

       Il verbo uscire segnala un movimento che, dall’interno di un particolare luogo, porta verso l’esterno, indica pertanto un allontanarsi, uno staccarsi da un luogo circoscritto per muoversi e orientarsi verso zone e posti diversi. Alcuni interrogativi possono orientare gli spazi di riflessione sulla dinamica dell’uscire, sulle implicanze psicologiche di questo movimento vitale: da dove si esce? Perché uscire? Quando uscire?

        Un primo aspetto su cui riflettere è quello del punto di partenza, della consistenza del “luogo” da cui si esce, cioè della base umana e religiosa della persona che attua il movimento dell’uscire. Non si può certamente pensare che l’età cronologica o la consacrazione religiosa garantiscano, di per sé e in modo automatico, una consistenza dell’individuo, sia nell’ambito della crescita umana che della crescita spirituale. La persona può infatti essersi sviluppata in alcune dimensioni, aver acquisito notevoli abilità e competenze in un determinato settore, ma potrebbe non essere consapevole di dinamiche affettive o di vissuti poco integrati, che rimangono esclusi dalla coscienza e che agiscono a un livello più profondo.

        Una casa deve avere una discreta solidità per poter essere abitabile e quindi la propria struttura personale dovrebbe avere una sufficiente consistenza interna, a livello umano e spirituale, per poter poi attuare il movimento di uscita verso l’esterno. Tale movimento non deve ovviamente essere motivato dal fatto di non stare bene dentro, di avere la necessità di uscire per non sentire il disagio interno. La consistenza della struttura personale è però strettamente collegata al percorso evolutivo di ciascuna persona, alla capacità di riconoscere le proprie risorse e i propri limiti, di riconciliarsi costantemente con sé.

        È infatti con questo materiale, su questa base realistica, che la casa si edifica con fondamenta solide. Diversamente c’è il rischio di costruire l’edificio della propria vita soltanto sulla sabbia dei desideri o della progettazione logica. In tal caso non si tiene conto della realtà del proprio limite, dei limiti delle persone e delle specifiche situazioni che, molte volte, portano a delimitare ciò che si pensava potesse realizzarsi in modo immediato e con relativa facilità.   

       Una prima implicanza dell’uscire riguarda quindi il punto di partenza e stimola a interrogarsi: ci sono delle fondamenta sufficientemente stabili da cui si parte, c’è una base abbastanza consistente da cui ci si allontana per andare verso la realtà esterna, verso le persone che ci interpellano? E’ infatti auspicabile che la struttura personale abbia un minimo di solidità, sia nella dimensione umana sia nella dimensione spirituale, che sgorga dalla quotidiana accettazione di sé e dalla incessante accoglienza della misericordia  del Padre.

       Un sufficiente equilibrio a livello umano si consegue attraverso un graduale processo di integrazione delle diverse esperienze realizzate nell’arco del percorso evolutivo. Questo processo porta a riconoscere e accettare ciò che fa parte del proprio patrimonio esperienziale, a riconciliarsi costantemente con sé e con le proprie fragilità, evitando di sprecare energie nel rifiuto delle proprie componenti di limite e lavorando, invece, con amore perseverante su di esse. Un altro aspetto fondamentale di questo processo è di saper riconciliarsi con gli altri e con gli eventi, quindi di non disperdere le proprie forze in forme di rifiuto sterile o aggressivo nei confronti della realtà esterna, pretendendo che sia diversa da come è. Occorre invece imparare a guardarla da una prospettiva più ampia, a coglierla nelle sue possibilità e nei suoi limiti, al fine di migliorarla e modificarla, in ciò che è possibile.

        Diversamente possono esserci alcuni rischi, che si collocano tra due tendenze estreme: di barricarsi in casa o, al contrario, di fuggire dalla propria casa. Nel primo caso, si chiude ermeticamente la porta di casa per mantenere un senso di sicurezza fragile, per tutelarsi da possibili pericoli che si incontrerebbero nel mondo esterno, percepito come una realtà minacciosa che pone in questione il presunto equilibrio che si pensa di avere conseguito. In queste situazioni prevalgono gli schemi mentali rigidi di autoprotezione, i pregiudizi nei confronti del “diverso”, i timori o le delusioni nei confronti degli altri che bloccano in una percezione negativa della realtà.  La chiusura in sé potrebbe anche essere attuata, a livello più o meno consapevole, perché non si intende rinunciare a condizioni di benessere, non si vogliono perdere posizioni di potere e di prestigio che danno sicurezza e mantengono un’immagine illusoria di sé.

        Nella condizione, invece, in cui si esce da casa perché non si sta bene dentro, la persona non si sente a proprio agio stando in casa, in quanto corre il pericolo di constatare elementi non graditi in sé e di percepire dei vissuti sgradevoli. In queste situazioni può sorgere la reazione impulsiva a evadere da sé e a proiettarsi nel mondo esterno, assecondando la tendenza a “salvare” gli altri, affannandosi attorno a loro. Ciò porta a confermare la positività di sé come persona generosa e dedita agli altri. In questa condizione la persona è poco consapevole di sé e dei propri vissuti interni che possono creare disagio e può accentuare, a livello immaginativo, un’immagine idealizzata di sé. La meta ideale verso cui aspira è però troppo condizionata da dinamiche di fuga dalla propria realtà personale, poco integrata e frammentata, non riconosciuta ed evitata.

        Diventa quindi importante riconoscere la base da cui si parte e attuare un movimento di apertura verso l’esterno non condizionato da timori eccessivi o da dinamiche compensative. Questo movimento implica una spinta motivazionale collegata alle scelte centrali che il/la religioso/a ha fatto, richiede che si attribuisca a qualche cosa un particolare significato, che ci sia una meta chiara verso cui orientarsi. Ed è qui che emerge la connessione tra il movimento dell’uscire e l’aspetto motivante e anticipatorio delle aspettative.

        Quando una persona agisce si attende sempre, in modo più o meno esplicito, un risultato e associa un particolare valore a tale risultato. L’intensità della tendenza ad agire deriva dalla forza dell’aspettativa del soggetto, di raggiungere una particolare meta, e dal valore che questo traguardo ha per lui. Quindi  l’attrattiva, l’interesse per un particolare scopo è sempre in relazione ad alcune specifiche caratteristiche della persona implicata. Un fine, un evento anticipato che assumono valore per una persona attivano la sua tendenza ad agire e la motivano ad impegnarsi, ad affrontare gli ostacoli che possono presentarsi lungo il percorso. L’aspettativa produce nell’individuo uno stato di tensione interna, di previsione che avvia un processo motivazionale e permette di affrontare le difficoltà che si incontrano nel perseguire la meta.

         Le dimensioni razionali ed emotive dell’individuo sono pertanto coinvolte quando si attiva un’aspettativa. L’attesa è infatti strettamente collegata a processi affettivi e cognitivi che si articolano tra di loro e, a seconda della tonalità emotiva positiva o negativa, può essere contrassegnata da un vissuto di speranza o da timori. Le conoscenze razionali o spirituali possono far vedere una meta, indicare uno scopo, ma non attivano però il comportamento. Sono le rappresentazioni, le immagini inerenti al valore della meta che possono stimolare e orientare ad agire. È quindi ciò che è importante per la persona, ciò che è valutato positivamente e che è stimolante dal punto di vista affettivo, che crea aspettative e motiva poi ad agire.

       Le aspettative sono perciò previsioni implicite che, a livello emotivo, agiscono e orientano, ma di cui la persona non è tuttavia sempre consapevole. Possono quindi agire senza che la persona ne abbia coscienza, in altri casi possono essere captate a livello emotivo o attraverso il lavoro della fantasia. In altre situazioni la persona può capirle quando cerca di riflettere su ciò che sta sperimentando e riesce a focalizzare ciò che muove internamente. Le nostre aspettative e previsioni guidano pertanto sia i nostri pensieri sia le nostre azioni, nella concretezza del quotidiano.

       Quando è presente un’aspettativa si attua dunque un’anticipazione, a livello immaginativo, di risultati o eventi futuri, ma questo movimento è in stretto rapporto alle aspirazioni della persona, al suo percorso evolutivo peculiare. Quindi la reazione anticipatoria della meta si attua in base ad esperienze precedenti, che hanno orientato l’individuo ad effettuare un movimento verso il mondo esterno oppure, al contrario, un moto di autoprotezione che tende a conservare posizioni di sicurezza acquisite. In alcune persone potrebbero anche essersi sviluppati livelli troppo alti di aspettative, che non tengono conto della realtà concreta e che dirigono a imporre le proprie aspirazioni e progettazioni agli altri. In questi casi la persona tende ad esigere troppo dagli altri, ha pretese eccessive che non tengono conto delle limitazioni concrete e delle situazioni specifiche.

       L’immagine di sé e le immagini degli altri, che ciascuno sviluppa nel suo percorso evolutivo, costituiscono sempre un filtro sottile che agisce mentalmente e fa percepire in modo positivo o negativo alcuni aspetti della realtà esterna e degli altri. Queste rappresentazioni  spingono ad avere determinate aspettative, nei confronti di sé e degli altri, e possono portare a un impegno costruttivo e collaborativo oppure ad attitudini di ritiro, connesse a vissuti di sfiducia relazionale o a forme di autoprotezione difensiva.

       Diventa allora fondamentale realizzare il movimento di apertura verso l’esterno imparando a riflettere sul proprio modo di percepire la realtà, interna ed esterna. Occorre infatti uno sforzo di sincerità con sè per comprendere se ci sono bisogni più accentuati o timori soggiacenti che orientano il modo di pensare e di comportarsi, che condizionano le scelte e il modo di relazionarsi con gli altri.

       Questo primo passo permette di rendersi conto della qualità del terreno su cui poggia la propria “casa” ed è un passaggio obbligato per calare nel concreto il processo di conoscenza di sé, base indispensabile per attuare un percorso di vera conversione. La conversione implica infatti un cambiamento interno, un aprire la porta del cuore all’azione dello Spirito e si attua imparando a discernere i movimenti interiori, a ordinare le tendenze contrastanti, a riorientarsi costantemente verso la meta.

      Diversamente c’è il rischio che alcuni aspetti di sé, ad esempio bisogni, timori o conflitti irrisolti, rimangano relegati a zone private e nascoste, che non vengono mai alla luce e quindi non sono ammessi a livello cosciente. Questi nuclei vulnerabili e fragili possono però esercitare un influsso disturbante e rappresentano un fondo di insicurezza emotiva che può accentuare sempre di più il divario  tra i vissuti interni, la sfera più intima di sé, e le forme esterne di comportamento sociale e religioso.

       Quando i bisogni non sono infatti riconosciuti e incanalati, se i timori non sono obiettivati, possono persistere vissuti di frustrazione che portano a irrigidirsi interiormente, o a sviluppare comportamenti di autosufficienza, oppure a ricercare compensazioni in modo sottile e poco trasparente. È pertanto essenziale elaborare un atteggiamento di sano realismo e di semplicità nei confronti di sé, imparare ad accettarsi nella concretezza delle situazioni e degli eventi che si alternano. Il “convertirsi” ogni giorno è un processo che si persegue lungo tutto l’arco della propria vita, in quanto gli eventi e gli incontri possono riattivare alcune dinamiche interne che necessitano di essere, ogni volta, riconosciute e orientate con paziente amore.

       Un continuo dinamismo di uscita necessita dunque di essere attuato nei confronti di sé, per uscire da forme di chiusura protettiva, da schemi rigidi di pensiero, da forme di razionalizzazione che autogiustificano i propri comportamenti. Questa semplificazione interna crea le condizioni per aprirsi all’altro, per non essere centrati solo sui propri bisogni, sui propri progetti e permette di prestare attenzione ai bisogni degli altri. Consente di “ascoltare”, di “vedere” le necessità delle persone che si incontrano nel cammino, di essere sensibili ai problemi di chi vive nell’incertezza e nella precarietà del futuro. Stimola a saper prendere l’iniziativa per andare incontro ai bisogni materiali e spirituali degli altri, attiva la creatività dell’amore per  rispondere, in quanto è possibile, agli appelli della realtà.

        Ogni religioso/a è collocato/a in un contesto socio-culturale specifico da cui provengono molteplici stimolazioni, appelli, sfide ed è necessario saper aprire la mente e il cuore alle diverse realtà che interpellano. Come evidenzia papa Francesco, occorre «correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste » (Evangelii Gaudium, n.88).

       È inoltre opportuno riflettere sul perché si esce, chiarirsi cioè la motivazione che orienta il movimento di uscita, lo scopo che ci si prefigge, la meta che dirige le proprie aspettative. Questo aspetto non è da considerare come scontato, si potrebbe infatti pensare che il semplice fatto di essere cristiani, o persone consacrate al Regno di Dio porti, come logica conseguenza, ad avere una meta ideale e significativa che orienta costantemente nel percorso di vita. Questo aspetto non è però così ovvio e indiscusso come potrebbe sembrare.

       Il/la religioso/a può infatti tendere verso la meta ideale, che ha intravisto come significativa all’inizio di una precisa scelta di vita, ma potrebbe anche essersi fermato/a lungo la strada, al richiamo di altre luci intermittenti esterne che attirano, oppure potrebbe anche essere troppo condizionato/a dalla forza attrattiva di bisogni poco integrati che si sono riattivati. L’esperienza del conflitto tra motivi diversi e la necessità di ri-focalizzare la meta, rinunciando ad assecondare bisogni periferici o richiami esterni insistenti, rientrano nel normale percorso di chiarificazione interna e di conversione quotidiana, che porta a rispondere alle sfide della realtà e agli appelli dello Spirito.   

        Per ogni cristiano e religioso/a all’origine dell’uscire dovrebbe sempre esserci l’esperienza dell’amore misericordioso del Padre, di un incontro personale con Cristo, che spinge ad andare verso gli altri, a coinvolgersi e incarnarsi nelle situazioni concrete, per manifestare l’amore salvifico di Dio. Ognuno è chiamato a impegnarsi a preparare la strada, prima dentro di sé e poi nella concretezza del contesto in cui è collocato, perché il Signore possa attuare la sua azione salvifica. L’uscire porta ad andare incontro al Signore che viene, a scoprire il suo Volto nel volto del povero, dell’emarginato, di chi ha perso la speranza e la fiducia, di chi non ha prospettive ed è murato nella propria sofferenza o disperazione oppure nell’indifferenza.

       La motivazione del movimento che porta ad uscire necessita comunque di essere frequentemente rimessa a fuoco. Il perché e il significato dell’uscire va sempre rivisitato nel corso della vita, e in modo specifico in alcune situazioni più critiche, per poter continuare il percorso con una scelta più consapevole e decisa, che permette di affrontare le resistenze interne e le difficoltà esterne. Se la meta è infatti significativa si ri-attiva una specifica aspettativa e si ri-avvia la spinta motivazionale che sostengono nel cammino, nonostante le fatiche e gli ostacoli che si possono incontrare.

        Segnalo, in particolare, due momenti in cui è opportuno attuare, in modo più esplicito, il processo di discernimento e di conversione che porta ad uscire da sé: nella preghiera e nelle situazioni concrete della vita.         

        Durante gli spazi di preghiera personale, occorre lasciare che la Parola raggiunga gradualmente le zone più profonde della propria vita, cioè i vissuti affettivi e i processi cognitivi che ostacolano l’apertura. In questi spazi di silenzio e di ascolto ricettivo, è opportuno riflettere sulle proprie preoccupazioni per rendersi conto se tendono a concentrare troppo l’attenzione su di sé, sui propri programmi e non fanno “vedere” l’altro, i suoi bisogni, le sue necessità.

         Cercare anche di comprendere se i propri schemi cognitivi fanno percepire l’altro con indifferenza o come una minaccia al proprio stile sicuro di vita. Questi schemi, se non sono riconosciuti, portano a una rigida chiusura mentale che alimenta pregiudizi e giustifica i propri comportamenti di ritiro, che mantengono lontani dai drammi umani che le persone vivono.

        Rendersi anche conto se ci sono schemi affettivi che alimentano sentimenti di sfiducia verso l’altro, reazioni di rifiuto e di ostilità nei confronti di chi è percepito come elemento di “disturbo” del proprio sistema di vita. Comprendere, inoltre, se è necessario uscire dal proprio cerchio di sicurezza relazionale ed ecclesiale, limitato a chi condivide gli stessi valori, a chi è in sintonia col proprio modo di pensare e di agire.

        Anche nelle specifiche e concrete situazioni di incontro e scambio con gli altri che, a volte, possono attivare intense reazioni di delusione o di rifiuto, è opportuno saper riflettere sui propri vissuti. Occorre infatti chiarire le proprie illusioni e ridimensionare le proprie aspettative che, spesso, portano a sognare di cambiare immediatamente le situazioni e le persone dimenticando i tempi che sono necessari per i veri cambiamenti. Gli eventi concreti, in diverse circostanze, fanno comprendere il limite della propria capacità di dedizione, fanno toccare con mano la propria fragilità e anche il limite degli altri.

        In questi casi occorre saper affrontare i vissuti di delusione e riconoscere le aspettative eccessive, saper accogliere la limitatezza e parzialità del proprio intervento e ricordare che la salvezza è opera di un Altro. Il saper impegnarsi con senso di responsabilità, con dedizione  generosa ma, come sottolinea papa Francesco, «senza pretendere di vedere risultati appariscenti […] rinunciando a calcolare e a controllare tutto» (Evangelii Gaudium, n.279-280), permette di ricordare che si sta collaborando con un Altro,  aiuta a lasciare spazio all’azione dello Spirito.

         Nelle specifiche situazioni esistenziali, quando si incontrano persone o situazioni che interpellano, è dunque necessario saper discernere la strada da seguire, affrontare le proprie paure e resistenze interne, che tendono a limitare il movimento in uscita, attraverso forme di ragionamento logico che paralizzano e bloccano l’apertura della mente e del cuore. In altre situazioni è invece opportuno chiarire le proprie delusioni e aspettative poco realistiche, connesse a bisogni più profondi, che ostacolano nello scambio con gli altri perché sono autocentrate e non tengono conto della peculiare realtà delle persone con cui si interagisce. L’andare incontro agli altri richiede di saper camminare insieme, nel rispetto, nell’attenzione concreta ai loro specifici bisogni, comprendendo le ferite che sono ancora aperte, i vissuti di emarginazione o di sofferenza profonda, senza confondere mai la propria esperienza con l’esperienza degli altri, evitando di imporre all’altro ciò che si pensa sia bene per lui.

        In questo percorso è fondamentale il riferimento costante alla persona di Cristo, per poter essere, come Lui,  un segno dell’amore misericordioso del Padre per ogni sua creatura, per trovare le parole adeguate, per porre gesti e atti concreti che rispondono ai bisogni del corpo e dello spirito.

Sintesi per l’introduzione

Gli spunti di riflessione che sono proposti intendono evidenziare alcune implicanze psicologiche del movimento di uscita da sé verso gli altri. Tale movimento implica una base personale con una sufficiente consistenza, a livello umano e spirituale. Presuppone processi di riflessione sulle proprie dinamiche cognitive ed affettive, per identificare possibili resistenze interne, aspettative  o schemi razionali che potrebbero condizionare l’apertura all’azione dello Spirito. L’ascolto della Parola e le sfide che provengono dall’attuale contesto socioculturale interpellano il/la religioso/a ad attuare un continuo discernimento, a livello umano ed evangelico, per riconoscere i sentieri dello Spirito e dilatare i confini del proprio cuore.