DOMENICA V  di Giuseppe Bellia

Messale

Antifona d’Ingresso Sal 94,6-7

Venite, adoriamo il Signore,
prostrati davanti a lui che ci ha fatti;
egli è il Signore nostro Dio.

Ps 94,6-7 Veníte, adorémus Deum, et procidámus ante Dóminum,

qui fecit nos; quia ipse est Dóminus Deus noster.

 
Colletta

Custodisci sempre con paterna bontà la tua famiglia, Signore, e poiché unico fondamento della nostra speranza è la grazia che viene da te, aiutaci sempre con la tua protezione. Per il nostro Signore.

Famíliam tuam, quæsumus, Dómine, contínua pietáte custódi, ut, quæ in sola spe grátiæ cæléstis innítitur, tua semper protectióne muniátur. Per Dóminum.

Preghiamo che il Signore custodisca con paterna bontà (contínua pietáte, continua clemenza). Il settimo dono, che scende sul Messia (cfr. Is 11,2), la pietà, è attributo divino. Nell’uomo indica il suo atteggiamento religioso nei confronti di Dio (vedi soprattutto le lettere pastorali). «La pietà è la tenerezza per Dio, l’essere innamorati di lui e il desiderare di rendergli gloria in ogni cosa. La misericordia del Signore è stata talmente grande con noi che egli desidera il nostro amore verso di lui! Grazie alla pietà il cristiano non cerca solo le consolazioni di Dio, ma desidera fargli compagnia nella sua gioia e nel suo dolore per il peccato del mondo» (Carlo Maria Martini, Tre racconti dello Spirito, 1997-98). in Dio, la sua pietà verso l’uomo indica la sua clemenza. Essa esprime il suo amore per le creature, in forza del quale esse, soprattutto l’uomo, possono esistere. Per questo si prega che sia continua (aggettivo scomparso nella traduzione italiana).

La famiglia di Dio ha come unico fondamento della sua speranza la grazia che viene da Dio. Il testo latino appare molto conciso: essa si appoggia unicamente sulla speranza della grazia celeste. Unico fondamento o appoggio della sua speranza è la grazia celeste, che viene da Dio. Sperare nella grazia significa non solo credere che Dio è misericordioso ma che l’energia della sua clemenza penetra nel nostro intimo e ci porta a sentire tutta la sua bontà paterna, che è gratuita nei nostri confronti.

Il dinamismo della speranza è lo stesso della fede. La speranza si basa sulle promesse, la fede è obbedienza alla Parola di Dio.

L’effetto di questo rapporto filiale è di esser aiutati sempre dalla sua protezione; il latino dice: sia sempre difesa dalla tua protezione. L’immagine che soggiace all’espressione è quella di un cammino dove il Signore viene sempre in aiuto, proteggendo contro i vari pericoli, soprattutto dall’assedio da parte dei nemici, dove il Signore si fa protezione dei suoi eletti (cfr. Sal 120,5: Dominus custodit te Dominus protectio tua super manum dexteram tuam, Il Signore ti custodisce, il Signore è tua protezione alla tua mano destra).

Sulle Offerte

Il pane e il vino che hai creato, Signore, a sostegno della nostra debolezza, diventino per noi sacramento di vita eterna. Per Cristo nostro Signore.
Dómine Deus noster, qui has pótius creatúras ad fragilitátis nostræ subsídium condidísti, tríbue, quæsumus, ut étiam æternitátis nobis fiant sacraméntum. Per Christum.

Antifona alla Comunione 
Sal 106,8-9

Rendiamo grazie al Signore per la sua misericordia, 
per i suoi prodigi verso i figli degli uomini; egli sazia 
il desiderio dell’assetato e ricolma di beni l’affamato.

Confiteántur Dómino misericórdiæ eius,

et mirabília eius fíliis hóminum,

 quia satiávit ánimam inánem,

et ánimam esuriéntem satiávit bonis.

 
Oppure:  Mt 5,5-6
Beati coloro che piangono, perché saranno consolati.
Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia,
perché saranno saziati.

Beáti qui lugent, quóniam ipsi consolabúntur.

Beáti qui esúriunt et sítiunt iustítiam, quóniam ipsi saturabúntur.

  
Oppure:  Lc 3,5
«Maestro, tutta la notte abbiamo faticato invano,
ma sulla tua parola getterò la rete».

Dopo la Comunione

O Dio, che ci hai resi partecipi di un solo pane e di un solo calice, fa’ che uniti al Cristo in un solo corpo portiamo con gioia frutti di vita eterna per la salvezza del mondo. Per Cristo nostro Signore.
Deus, qui nos de uno pane et de uno cálice partícipes esse voluísti, da nobis, quæsumus, ita vívere, ut, unum in Christo effécti, fructum afferámus pro mundi salúte gaudéntes. Per Christum.

 

Lezionario

Su una terra informe e vuota,

coperta da tenebre abissali,

improvvisa fu la Parola,

amabile visione del Verbo.

Scintillii di luce mattinale,

armonia dell’universo,

in danze pure di cieli,

tra i cori degli angeli.

Nell’estasi dell’amore, Dio

soffiò nella polvere la vita,

e fu l’uomo e fu vera luce

e il sesto giorno fu sigillato.

Tenebre dense di peccato,

eclisse di ombra di morte!

Dal legno il frutto della vita:

da Gesù rifulse la vera luce.

«Non più tenebre! Seguitemi,

sono Io la luce del mondo,

anche voi splendete di luce

dalla città posta sul monte

Perché state nascosti?

brillino le vostre opere,

canto di lode, incenso,

nella pace del creato.

Dalla mente, luce divina,

erompa gioioso l’amore,

benefico calore del cuore

per tanti uomini smarriti».

 

PRIMA LETTURA                                             Is 58,7-10

Is 58,7-10. «Terzo Isaia: profezie pronunciate nel tempo immediatamente seguente l’esilio: Gerusalemme è un mucchio di rovine, il Tempio è distrutto; il popolo è oppresso, particolarmente la parte ritornata. L’oracolo s’inserisce in questa situazione. Il popolo implora la restaurazione con la preghiera e il digiuno (v. 5). Ma Dio sembra non ascoltare e vedere, anzi a questi digiuni, risponde: niente da fare (2). Il popolo allora si lamenta: (v. 3). Dio non apprezza tutto questo (v. 6). Non ascolta e non apprezza perché non c’è un’intima e leale conversione (vv. 3-4); la pace e il benessere sono intesi come occasione per esercitare la loro prepotenza e i loro soprusi.

Dio dice quali sono le condizioni per accogliere le suppliche: v. 7 raminghi sono coloro che vengono dall’esilio, senza casa, profughi. Il peccato dei ricchi è enorme, per cui Dio fa dei poveri il suo popolo.

Il deserto è fiorito al ritorno del popolo, ma il suo cuore non si è convertito.

Allora se farà tutto questo, verrà improvvisa la guarigione (v. 8). “La tua luce” è il Signore (v. 10).

  1. 9: “eccomi” sempre a tua disposizione: e il popolo sarà tutto avvolto dalla presenza del Signore: «camminerà davanti a te la giustizia che ti dà il Signore e ti farà da retroguardia la Gloria del Signore». (d. Umberto Neri, appunti di omelia, S. Antonio, 6.2.1972).

 

Dal libro del profeta Isaìa

Così dice il Signore:

7 «Non consiste forse [il digiuno che voglio]

nel dividere il pane con l’affamato,

nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,

nel vestire uno che vedi nudo,

senza trascurare i tuoi parenti?

Il digiuno, che Dio gradisce, consiste nello spezzare il pane all’affamato, nell’introdurre sotto il proprio tetto coloro che sono poveri privi di abitazione, nel dare un vestito a coloro che ne sono spogli. Senza trascurare i tuoi parenti (lett,; non ti nascondere dalla tua carne)significa fare finta di non vedere e di pensare che non ti appartengano come fossero di un’altra razza, lingua e popolo. Vi è un rapporto equilibrato con tutti.

In queste tre opere la Parola ricorda tre necessità fondamentali dell’uomo: il cibo, la casa e il vestito (cfr. Es 21,10: Se egli ne prende un’altra [donna] per sé, non diminuirà alla prima il nutrimento, il vestiario, la coabitazione) e ci ricorda che ogni uomo ha in sé l’obbligo di provvedere queste tre necessità fondamentali al suo prossimo. Non solo è insufficiente dare la libertà all’uomo (come ci ricorda il verso precedente) ma è necessario aiutarlo perché possa provvedere a quanto gli è necessario, altrimenti egli è costretto a ridursi di nuovo in schiavitù.

8 Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,

la tua ferita si rimarginerà presto.

Davanti a te camminerà la tua giustizia,

la gloria del Signore ti seguirà.

Le tenebre, in cui siamo immersi, si rischiarano solo con queste opere che nella nostra tradizione vengono chiamate «opere di misericordia». Sotto il termine «tenebre» il testo sacro include tutto quello che impedisce all’uomo il suo cammino spirituale, dalla cecità, provocata dalle passioni del suo cuore, alla tribolazione, che lo avvolge e gli toglie la speranza. È chiamata la tua luce cioè quella che rischiara il tuo cammino.

La tua ferita più che quella fisica è quella interiore provocata dalle sofferenze e dalle tribolazioni. La medicina che guarisce è quanto ha detto in precedenza.

La tua giustizia, Colui che è la tua giustizia, il tuo Dio, come è scritto: Quando ti invoco, rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato (Sal 4,2). Egli cammina davanti ai suoi, come il pastore davanti al gregge per difenderli dagli avversari e procurare loro pascoli di vita eterna (cfr. Gv 10,4: «E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce» e altrove: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla (Sal 22,1). Allo stesso modo Egli con la manifestazione della sua gloria sta dietro per difendere i suoi da ogni pericolo.

9 Allora invocherai e il Signore ti risponderà,

implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.

La preghiera al Signore (invocazione e richiesta di aiuto) sarà prontamente esaudita come il Signore ascoltò il grido dei figli d’Israele nella loro oppressione, come è scritto: I figli d’Israele gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe (Es 2,23-24). Il popolo si era infatti lamentato di non essere esaudito (cfr. v. 3: Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?).

Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,

il puntare il dito e il parlare empio,

10 se aprirai il tuo cuore all’affamato,

se sazierai l’afflitto di cuore,

allora brillerà fra le tenebre la tua luce,

la tua tenebra sarà come il meriggio».

L’oppressione (lett.: il giogo). Esso è simbolo di schiavitù (cfr. v. 6). Puntare il dito è un segno convenzionale nel contratto. Significa con le labbra dire una parola e a gesti far capire altre cose (cfr. Pr 6,12-13: Il perverso, uomo iniquo, va con la bocca distorta, ammicca con gli occhi, stropiccia i piedi e fa cenni con le dita). Nel parlare empio è pure inclusa la parola ingannevole.

Se aprirai il tuo cuore all’affamato (lett.: se offrirai la tua anima, cioè te stesso). Dare se stessi, il proprio amore e la propria attenzione è ben più che dare il pane.

Se sazierai l’afflitto di cuore lett.: se l’anima umiliate sazierai), se ti avvicinerai a lui e lo sfamerai in ciò che ha bisogno con volto buono (il povero infatti è molto sensibile al volto di chi gli dona). Nel termine ebraico «anima» sono compresi diversi significati: se stessi, le disposizioni interiori, vita e quanto serve per la nostra vita.

Ripete quanto ha precedentemente detto per dissipare ogni incertezza sulla promessa divina. Il Signore conosce il nostro cuore sa che è pieno di ragionamenti e di paure per cui ripete per noi due volte per confermarci e rafforzarci nella sua Parola. Ma per la sua Parola non c’è necessità di ripetere, essa è immutabile.

 

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 111

R/.  Il giusto risplende come luce.

Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:

misericordioso, pietoso e giusto.

Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,

amministra i suoi beni con giustizia.             R/.

È felice l’uomo che è pietoso e dà in prestito, non chiude il cuore nell’avarizia e nella speculazione, ma, al contrario amministra i suoi beni con giustizia, essendo fedele e obbediente alla Legge del Signore: questa vieta di sfruttare i poveri ma al contrario comanda di averne cura.

Egli non vacillerà in eterno:

eterno sarà il ricordo del giusto.

L’uomo buono e giusto amministratore ottiene la benedizione divina: non vacillerà in eterno, se cade non sta in terra perché il Signore lo tiene per la mano (Sal 36,24).

Il giusto sarà una memoria eterna, mentre l’avaro viene dimenticato ed è simile all’aborto. Qo 6,6: Se uno vivesse anche due volte mille anni, senza godere dei suoi beni, forse non dovranno andare tutti e due nel medesimo luogo?

L’avarizia porta alla durezza del cuore e a consumare la propria vita senza luce, ma nell’oscurità, e quindi non viene ricordato con gioia.

Cattive notizie non avrà da temere,

saldo è il suo cuore, confida nel Signore.                 R/.

 

Sicuro è il suo cuore, non teme,

egli dona largamente ai poveri,

la sua giustizia rimane per sempre,

la sua fronte s’innalza nella gloria.                R/.

Dona largamente ai poveri, cioè disperde quanto possiede nel grembo dei poveri. È simile al seminatore che getta con abbondanza il suo seme e attende un buon raccolto. Cfr. 2Cor 9,9: Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza con larghezza raccoglierà.

Questa giustizia, che lo fa essere misericordioso, resterà in eterno e gli fa alzare la fronte nello splendore della gloria del Cristo, che viene.

 

SECONDA LETTURA                                      1 Cor 2,1-5

«1 Cor 2,1-5. La scelta di Dio è gratuita perché si compiace di ciò che non è, che è ignobile, piccolo ecc. Essendo questa la volontà di Dio, l’annuncio deve essere conforme e adeguarsi a questa scelta in due sensi.

–  nel modo: v. 4: è assurdo annunciare l’Evangelo secondo il gusto degli uomini poiché ha in sé una scelta assurda.

–  nel contenuto: la scelta si realizza mediante la croce di Cristo. questo è il paradosso: Cristo crocifisso. v. 2: è soltanto così che l’annuncio si adegua alla realtà sua più profonda e alla scelta di Dio, perché così appare in ciò che l’annuncio realizza, come sia soltanto la potenza di Dio che opera e come Dio opera per puro amore. Solo allora, quando non c’è nessuna sapienza umana che camuffa e che riveste la Parola del Signore, l’annuncio avviene nella potenza dello Spirito» (d. Umberto Neri, appunti di omelia, S. Antonio, 6.2.1972).

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

1 Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza.

 

La scelta divina si manifesta anche nell’Apostolo venuto, perché mandato da Dio, ad annunciare il mistero di Dio cioè l’Evangelo così chiamato, perché il suo contenuto è la conoscenza di Dio, rivelataci da Gesù, suo Figlio. Altri codici leggono: testimonianza perché l’Evangelo dà testimonianza a Dio di quanto ha operato attraverso la Croce di Cristo. L’Apostolo non ha fondato la testimonianza di Dio sull’eccellenza della parola o della sapienza per non rendere vana la croce di Cristo (1,17).

 

2 Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.

Per questo l’apostolo ha fatto una scelta ben precisa: io ritenni di non saper altro e quindi di rinunciare a tutto quanto sapeva in precedenza e che gli poteva essere utile (cfr. Fil 3,7-9) e sul quale fondano il loro vanto i falsi apostoli (cfr. 2Cor 11,21-23), se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.

3 Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione.

L’annuncio di Gesù Cristo Crocifisso è impresso nell’Apostolo la cui venuta tra i corinzi è avvenuta nella debolezza e con molto timore e trepidazione.

Debolezza. In 15,43 è detto del nostro corpo che seminato nella debolezza risorge nella potenza. In Paolo questa debolezza si manifesta nel modo dimesso di presentarsi, infatti di lui a Corinto si dice: Le lettere sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa (2Cor 10,10). Questa debolezza fa parte del modo in cui Dio ha voluto salvare il mondo: Cristo si è manifestato debole, infatti fu crocifisso per la sua debolezza (2Cor 13,4) e in Lui partecipiamo della stessa debolezza (ivi). Quindi la debolezza diviene motivo di vanto (2Cor 11,30; 12,5.9) e di gioia (2Cor 12 ,10; 13,9) (cfr. GLNT, Stahlin). «La debolezza è l’essere sprovveduto di qualsiasi strumento umano. Egli è sprovveduto di mezzi umani, quindi è inferiore» (sr Cecilia, appunti di omelia, Monteveglio, 10.5.1977).

Timore. Nella lettera solo qui. cfr. At 18,9-11

Trepidazione. Usato da Paolo sempre unito a timore (1Cor 2,3; 2Cor 7,15; Ef 6,5; Fil 2,12). Questo uso viene a Paolo dai LXX.

4 La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza,

Se da una parte l’Apostolo appare debole perché partecipe del Cristo Crocifisso e pertanto la sua parola non può fondarsi su discorsi persuasivi di sapienza, dall’altra la sua parola e il suo messaggio si basano sulla manifestazione dello Spirito cioè hanno come argomento e prova inconfutabile lo Spirito Santo che, attraverso la parola della Croce, annunciata dagli apostoli, manifesta la sua potenza.

5 perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Questo perché non accada che la fede di chi ascolta si fondi sulla sapienza degli uomini ma sulla potenza di Dio. Se la fede si fondasse sulla sapienza non sarebbe più fede. Infatti la fede ha come unico fondamento la potenza di Dio a noi rivelata dalla debolezza di Cristo crocifisso e dalla stoltezza della predicazione.

CANTO AL VANGELO                                     Cf Gv 8, 12

R/.  Alleluia, alleluia.

 

Io sono la luce del mondo, dice il Signore;

chi segue me, avrà la luce della vita.

 

R/.  Alleluia.

VANGELO                                                        Mt 5,13-16

 Dal vangelo secondo Matteo

«Mt 5,13-16. Voi siete: non è un comando, ma una proclamazione che fa dei discepoli ciò che dice. Non dice dovete ma siete. Non dice «dovete essere» ma siete, e nell’atto in cui lo dice crea. È la proclamazione di un fatto, l’annuncio di un dono, qualcosa che si è già compiuto, che Dio ha compiuto, perché questa Parola di Gesù opera quello che dice. Non dice nemmeno «voi avete» ma voi siete.

Il sale, elemento di purificazione e di preservazione (Lv 2): con questo sale il mondo può essere offerto a Dio.

La luce: Dio, i santi, Israele, la Parola di Dio (la Legge), il Tempio, Gerusalemme: tutte queste cose possono dirsi del popolo della nuova alleanza, in cui Dio in/abita, che è un popolo di santi. S. Paolo si rivolgeva ai santi, che è il vero, il nuovo Israele, che è il popolo in cui la Parola di Dio, la Parola della vita abita e risuona, è il nuovo tempio, è la vera Gerusalemme.

Città sul monte: Gerusalemme, meglio ancora il Tempio, perché se Gerusalemme è circondata di monti, in Gerusalemme, elevato su Gerusalemme è il tempio. Ad esso accederanno tutti i popoli (cfr Is 2). Il nuovo popolo di Dio è il nuovo tempio.

Lucerna: la lucerna è la Parola di Dio, è il segno della presenza della gloria di Dio nel Tempio.

Tutte queste cose si dicono del Cristo: nuovo Tempio, lucerna che si pone per i nostri passi.

È bello, pensate, vedere come tutte queste cose si dicono in modo più o meno diretto, ma chiaramente riconoscibili sempre nel Nuovo Testamento, del Cristo! Del Cristo che è la Vita, del Cristo che è l’Anastasis, la Risurrezione; cioè è rimanendo in Lui che non si muore, è Lui che è l’incorruzione: chi è in Lui non vedrà la corruzione! È il Cristo che dice di sé: «Io sono la luce del mondo». È il Cristo il nuovo Tempio: il Cristo crocifisso e il luogo dove era stato crocifisso era vicino alla città e molti videro quella scritta…; è il Cristo che, quando è elevato, attira tutti a Sé. Il Cristo elevato che attira tutti a sé, è il nuovo Tempio di cui parla la profezia di Isaia chiaramente, secondo il Vangelo di Giovanni: «Io quando sarò elevato da terra, tutti trarrò a me stesso». Riecheggia il capitolo secondo di Isaia che abbiamo meditato nel tempo dell’Avvento, proprio questo anno. Ed è il Cristo la lucerna. Infatti dice il Cristo: «Chi mi segue – l’abbiamo cantato proprio prima della proclamazione dell’Evangelo – non cammina nelle tenebre». Ecco, allora, il Cristo è la lucerna che si pone per i nostri passi, per il nostro sentiero».

Tutto questo è detto anche dei discepoli. Dio, che non cede ad altri la sua gloria, fa dei discepoli del Cristo strumenti della sua gloria. È in questa prospettiva che ci sono gli ammonimenti.

Se il sale perde il sapore: Gesù afferma che il sale non può perdere il sapore, né la città sul monte essere nascosta. L’essenziale è restare per manifestare. Le opere sono dono di Dio e la rivelazione di questo dono che manifesta la bontà di Dio: Dio ci dà le opere dobbiamo custodirle perché in questo modo la Gloria di Dio irraggi.

E tutto questo è detto anche dei discepoli nei confronti di tutto il mondo. È una realtà, che ha anche una funzione: il mondo ha luce, il mondo può orientarsi, il mondo è preservato dalla corruzione, soltanto in virtù di loro. «Voi siete la luce del mondo…». Ed è in ordine alla Gloria di Dio; Dio cioè è glorificato nei suoi discepoli. Infatti dice: «così risplenda affinché vedano le vostre opere buone, e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli». Dio che non cede ad altri la sua Gloria, fa strumento della sua Gloria discepoli del Cristo! È nei discepoli che Dio si glorifica: è attraverso di loro!

A questa luce ‑ che è il discorso diretto ‑ vanno intesi poi tutti gli altri ammonimenti che ci sono, contenuti in questo testo. Dice: Se il sale perde il sapore, con che cosa gli si restituisce. Lo sapete che questo è un testo che è stato irriso nella tradizione ebraica, nel Talmud. È uno dei pochissimi testi che hanno nel Talmud un riscontro negativo. È preso in giro! Dicono: «Il sale può forse perdere il sapore? Non può perdere il sapore!». una cosa molto volgare quella con cui irridono a questa sentenza; dicono: «Se il sale perde il sapore con che cosa si sala? Risponde un maestro: «Sarà con la placenta di mula!». La mula è chiaro, non ha la placenta, e quindi e chiaro che mostra l’inconsistenza della sentenza. Infatti Gesù dice che il sale non può perdere il sapore: e questa è una cosa importante! La prima cosa che dice è che non può perdere il sapore non soltanto che non deve, ma che non può perdere il sapore! Come la città posta sul monte, non può nascondersi! Come la lucerna fa luce, prima di tutto, per natura sua, e poi evidentemente non deve … deve cioè conservarsi nella realtà in cui è stata posta, deve restare. È un discorso che è analogo a quello che fa continuamente il Vangelo di Giovanni: «restate in me». Noi siamo nel Cristo, dobbiamo rimanere nel Cristo; noi siamo risorti, dobbiamo vivere da risorti: il solito grande tema di tutto il Nuovo Testamento: siamo, una realtà che ci è donata e nella quale dobbiamo rimanere! Tutto è dato, e tutto è da realizzarsi, quello che è dato, nel nostro conservare il dono, puro dono di Dio! Restare. E restare per manifestarsi: restando ci si manifesta; ci si manifesta per tutto il mondo; si manifesta la Gloria di Dio in noi, adempiendo in questo modo alla nostra missione salvifica. Questo è il valore delle opere ‑ mi pare ‑ nel Nuovo Testamento chiaramente: dono di Dio, sono date da Dio ‑ la vostra luce, voi siete la luce non potete non risplendere ‑ sono date da Dio, e sono la rivelazione di questo dono, perché Dio sia glorificato, perché si mostri quanto Dio è buono, quanto è glorioso, quanto è potente, e perché gli uomini, il mondo, siano santificati attraverso di esse. Non sono più come in Isaia ‑ ma adesso qui rischiamo di fare la sintesi ‑ presentate come una condizione previa richiesta: Dio ci chiede le opere per … no! Dio ci dà le opere, le ha già create per noi, dobbiamo custodirle, perché in questo modo, la Gloria di Dio irraggi!» (omelia di d. Umberto Neri, S. Antonio, 6.2.1972)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

13 «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.

Voi siete il sale della terra. È scritto: Dovrai salare ogni tua offerta di oblazione (Lv 2,13). I discepoli, in quanto sale della terra, rendono l’umanità un sacrificio a Dio gradito come dice l’Apostolo Paolo: Mi è stata concessa la grazia da parte di Dio di essere un ministro di Gesù Cristo tra le Genti, esercitando l’ufficio sacro dell’Evangelo di Dio perché le genti divengano un’oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo (Rm 15,15-17). Se i discepoli, in quanto sale divengono stolti, non hanno più nessuna forza per la santificazione degli uomini. Essi divengono stolti quando in loro non c’è più l’Evangelo di Dio e non possono più dire con l’Apostolo: In tutto ho forza in colui che mi rafforza (Fil 4,13). Se essi perdono questa energia e in loro non si percepisce più il sapore evangelico vengono gettati fuori dal Regno, dalla sala nuziale, dall’intimità del loro Signore, nelle tenebre esteriori per essere calpestati dagli uomini. Nella divina Scrittura l’essere calpestati è segno di massimo disprezzo. Nel Sal 56,1 si prega: Pietà di me, o Dio, perché l’uomo mi calpesta e in Is 63,18: Perché gli empi hanno calpestato il tuo santuario?. Così avviene del discepolo che ha perso il sapore evangelico.

14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15 né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.

Gesù è la luce del mondo, come Egli stesso afferma: «Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12). I discepoli, in quanto membra del suo corpo, vengono da Lui illuminati e divengono essi stessi luce del mondo. Infatti nel momento stesso che accolgono in sé l’Evangelo con la fede, essi divengono luce che s’irradia nella carità, come insegna l’Apostolo: La fede opera nella carità (Gal 5,6). Immediatamente il Signore parla della città posta in cima a un monte che non può restare nascosta. Questo passaggio è giustificato dal fatto che i discepoli, in quanto cittadini della città posta sul mondo, sono luce del mondo. Questa città richiama Gerusalemme e quindi la Chiesa e la sua realizzazione finale che è la Gerusalemme dall’alto. Nella profezia di Ezechiele si contempla questa città posta sul monte là dove dice: Mi collocò sopra un monte alto assai, sul quale vi era come costruita una città, dal lato di mezzogiorno (40,2). Lo stesso accade nell’Apocalisse: E mi condusse in spirito su un monte grande e alto e mi mostrò Gerusalemme (21,10). La Chiesa non può rimanere nascosta, infatti «non è più adombrata nell’annunzio della Legge, ma mediante l’insegnamento evangelico. è resa ben visibile da un’esplicita predicazione» (Cromazio). I figli di questa città sono la luce del mondo e il sale della terra.

Prima ha parlato della città e ora parla della casa; sotto differenti immagini parla dello stesso mistero, la Chiesa. Essa, in quanto città, è visibile a tutti e irradia la luce dell’Evangelo mediante i suoi discepoli e in quanto casa è illuminata dalla lucerna posta sul lucerniere. In questa similitudine è rivelato il Cristo che illumina tutti coloro che sono nella casa (in queste parole si allude a Israele) mentre in Luca si dice: «Perché quelli che entrano vedano la luce» (8,16) (alludendo alle Genti). Il Cristo è l’unica luce che illumina sia coloro che già sono chiamati che quelli che vengono man mano chiamati. Infatti la Legge e i Profeti hanno adombrato i misteri, il Cristo li ha rivelati. Quanti erano già sotto la Legge erano nella casa come nel buio di un carcere; venuto il Cristo, hanno visto la luce. E da questa luce sono attratte anche le Genti per entrare nella casa. Che il Cristo sia la lucerna è detto anche nell’Apocalisse: E la città non ha bisogno di sole e di luna che la illuminino; infatti la gloria di Dio l’ha illuminata e la sua lucerna è l’Agnello (21,23). L’Agnello, l’Immolato e l’Innalzato, è la lucerna che illumina la Chiesa che così non ha bisogno di nessuna luce che derivi dalla conoscenza naturale. Anzi questa è illuminata dall’Evangelo nel quale il Cristo risplende come lucerna.

16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Il Signore ha chiamato precedentemente i discepoli la luce del mondo e ha paragonato se stesso alla lucerna che illumina la Chiesa, «secondo il mistero del corpo da lui assunto» (Cromazio), ora trae una conseguenza: così risplenda la vostra luce. Questa è la luce con la quale veniamo illuminati dalla lucerna e che, riferendosi al mistero dell’Incarnazione, possiamo definire anche la luce della fede. Ora questa luce risplende davanti agli uomini nelle nostre opere buone che Dio ha predisposto perché camminassimo in esse (Ef 2,10). L’obbedienza della fede è infatti visibile in queste opere predisposte da Dio e nelle quali si manifesta la luce dell’Evangelo. In essa gli uomini possono conoscere il Padre e quindi glorificarlo. Questa è la via, che il Signore indica, per giungere alla conoscenza del Padre celeste. La via passa attraverso le opere buone dei suoi discepoli, nelle quali risplende la luce del Cristo, innalzato sul lucerniere, che illumina e attrae a sé tutti.

 

Orazionale

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Illuminati dalla Parola di Dio, posta come lucerna sul nostro cammino, eleviamo ora la nostra comune preghiera al Padre ricco di misericordia verso quanti lo invocano con cuore sincero.

R/ Ascolta, o Padre, la nostra supplica.

  • Perché la santa Chiesa, posta sul monte, viva perfettamente la sua adesione al Cristo per attirare a Lui tutti i popoli, preghiamo.

  • Perché ogni uomo sia illuminato dalla luce evangelica e la faccia risplendere nelle sue opere buone, preghiamo.

  • Perché i popoli non seguano le passioni ingannevoli dell’odio, dell’orgoglio e della vendetta generando guerre, distruzione e morte ma amino la giustizia e la pace, preghiamo.

  • Perché coloro che governano cerchino il bene dei popoli loro affidati in modo che ad ognuno sia garantita la casa, il cibo e il vestito, preghiamo.

  • Perché lo Spirito del Signore sia sostegno e salute per gli infermi, consolazione per gli afflitti, speranza per i morenti e riposo eterno per i defunti in attesa della beata risurrezione, preghiamo.

  1. O Dio, che nella follia della croce manifesti quanto è distante la tua sapienza dalla logica del mondo, donaci il vero spirito del Vangelo, perché ardenti nella fede e instancabili nella carità diventiamo luce e sale della terra.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.