DOMENICA IV – A

Sul monte, davanti al lago,

le labbra del Maestro si aprono,

soffuse di grazia e di mitezza.

 

Risuona la Parola nel silenzio,

pronunciata in un’ora di pace,

librata dallo Spirito su fragili menti.

 

Non chi sale sentieri di scienza,

conosce la via della sapienza;

ma i poveri nello spirito e i miti.

 

I potenti s’inebriano di forza

per assoggettare nuovi popoli,

ai miti invece spetta la terra.

 

O voi che fate del riso

la vostra consolazione,

e disprezzate il pianto,

 

e mai avete compassione

dei deboli e dei poveri,

berrete una coppa di lacrime.

 

O voi che bevete gioiosi

alla sorgente della giustizia,

e tracciate sentieri di pace,

 

gioite sempre nel Signore,

copiosa è la vostra messe,

vicina è la redenzione.

 

 

PRIMA LETTURA                                        Sof 2, 3; 3, 12-13

 

«Sof 2,1-4;2,12-13: sono due testi accostati perché due squarci sul popolo di Dio. Il popolo dopo la purificazione sarà rinnovato. Il popolo è umile e mansueto. Qui non si parla solo del popolo mansueto, ma anche che tutti i superbi millantatori saranno tolti e sarà eliminata ogni manifestazione d’orgoglio (v. 11). La mansuetudine vuole essere una caratteristica globale di tutto il popolo (non è una manifestazione individuale ma è una caratteristica del popolo nel suo insieme). Questo illumina l’essere e il cammino della chiesa: non basta che canonizzino santi, ma è lui che deve essere umile, è il popolo nel suo insieme.

(d. G. Dossetti, appunti di omelia, s. Antonio, 30. 1. 1972).

 

Dal libro del profeta Sofonìa

 

2,3 Cercate il Signore

voi tutti, poveri della terra,

che eseguite i suoi ordini,

cercate la giustizia,

cercate l’umiltà;

forse potrete trovarvi al riparo

nel giorno dell’ira del Signore.

 

In mezzo a una generazione adultera e infedele (Mc 8,38), il profeta ora rivolge la Parola di Dio a tutti i poveri della terra. Essi sono i più piccoli, la cui fiducia non è nella forza dell’uomo ma nel Signore (cfr. Sal 37,10-11). Ad essi il profeta dice: Cercate il Signore. Cercare il Signore significa compiere la sua volontà quale è espressa nella Legge ed è insegnata dai profeti; infatti dice subito: che eseguite i suoi ordini.

Cercare il Signore significa cercare la giustizia. Questa è unita all’umiltà. Essa è esattamente la virtù tipica dei poveri del Signore, che si considerano piccoli nei suoi confronti e non cercano di rivaleggiare con i forti e con i potenti perché sanno che Dio resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia (Gc 4,6).

Infatti solo il Signore farà da riparo ai suoi nel giorno della sua ira.

La realtà presente è quindi vista nell’ottica dell’intervento finale di Dio, là dove avviene il rovesciamento delle categorie umane.

La Madre di Dio dopo aver ricordato nel suo Cantico lo sguardo di Dio sulla sua umiltà e piccolezza, contempla questo rovesciamento, causato dall’amore di Dio verso il suo Cristo, che da ricco si fece povero (2Cor 8,9).

 

3,12 «Lascerò in mezzo a te

un popolo umile e povero».

Confiderà nel nome del Signore

 

Il Signore purifica il suo popolo da ogni forza di orgoglio e di tracotanza, che ha generato tanti mali in seno ai figli d’Israele, come sempre in mezzo agli uomini. Il popolo, che ritornerà dall’esilio, è costituito da gente umile e povera, che non potrà aver fiducia nella sua ricchezza e nella potenza dei suoi grandi.

I LXX interpretano «mite e umile», dando così una connotazione più spirituale. I due termini risuonano come caratteristiche del Messia sulle sue labbra, come è testimoniato in Mt 11,25-30:

L’unica loro forza sarà quella di confidare nel nome del Signore. Questa è l’unica loro ricchezza, che li contraddistingue dagli altri popoli.

 

13 il resto d’Israele.

Non commetteranno più iniquità

e non proferiranno menzogna;

non si troverà più nella loro bocca

una lingua fraudolenta.

Potranno pascolare e riposare

senza che alcuno li molesti.

 

Un simile resto d’Israele, che il Signore condurrà di nuovo alla terra dei loro padri, sarà puro nel suo agire, perché alieno da ogni iniquità. Il loro linguaggio, passato al crogiolo della sofferenza, sarà vero e privo d’inganni.

Il Signore , loro pastore, li pascolerà e li farà riposare senza più nessuno che cerchi opprimerli, come è avvenuto in passato.

 

Questa visione della redenzione si fonda sull’azione del Signore, che porta il suo popolo alla conversione piena. Questa consiste nel ritrovato rapporto con il Signore attraverso la tribolazione, che ha purificato il popolo da quell’orgoglio che lo caratterizzava in precedenza e che si esprimeva nell’oppressione, nell’ingiustizia e nel rapinare i poveri.

Il Resto ha compreso l’agire del Signore e si è lasciato plasmare dalla sua mano per diventare un popolo di piccoli e di poveri e quindi eredi delle promesse fatte ai padri.

 

 

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 145

 

R/.  Beati i poveri in spirito.

 

Il Signore rimane fedele per sempre

rende giustizia agli oppressi,

dà il pane agli affamati.

Il Signore libera i prigionieri.                 R/.

 

Il Signore ridona la vista ai ciechi,

il Signore rialza chi è caduto,

il Signore ama i giusti,

il Signore protegge i forestieri.  R/.

 

Egli sostiene l’orfano e la vedova,

ma sconvolge le vie dei malvagi.

Il Signore regna per sempre,

il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.          R/.

 

SECONDA LETTURA                                     1 Cor 1,26-31

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

 

1 Cor 1,26-31: l’umanità è cosa divina per Cristo in Dio. Allora fa parte della chiamata avere caratteristiche opposte a quelle umane: ma il Signore ha scelto le cose stolte, deboli, «senza nascita» (aborti, non nati), le cose che non sono per distruggere totalmente le cose che sono perché nessun essere possa vantarsi.

Cristo è nato, è divenuto sapienza ecc.

Il discorso di Paolo è più radicale perché non riconosce l’essere, altro che a Cristo e a noi, solo in Lui e per Lui, e da parte nostra l’accettazione, l’applauso di questo.

Questa è la nostra grandezza. Tutta la consistenza del mondo sta nella Croce di Cristo, nell’annientamento del Figlio di Dio. (d. G. Dossetti, appunti di omelia, s. Antonio, 30. 1. 1972).

 

26 Considerate (+infatti) la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili.

 

Infatti, collega al precedente. La nostra chiamata è la dimostrazione del discorso precedente, riguardante la stoltezza di Dio e la sua debolezza (v. 25).

Chiamata. Sembra indicare la condizione in cui ciascuno si trovava quando è stato chiamato; infatti in 7,20 dice: ciascuno rimanga nella chiamata (= condizione) in cui era quando è stato chiamato. La chiamata s’inserisce nella condizione di ciascuno senza esternamente cambiarla.

Dal punto di vista umano (lett.: secondo la carne) è la nostra attuale situazione umana e su di essa si basano la sapienza e la potenza del mondo creando, i sapienti, i potenti e i nobili.

 

27 Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti;

 

Sui sapienti e i forti non è caduta la scelta divina, al contrario Dio ha scelto ciò che è stolto e quello che è debole, in una parola ciò che è conforme ai suoi criteri di scelta manifestati nel far apparire stolta la predicazione fondata su Cristo crocifisso. Quindi ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, costoro infatti non riescono a darsi una ragione di come Dio agisca, perché questo non entra nel loro modo di pensare, ma nello stesso tempo sono confusi e messi a tacere da coloro che ritenevano stolti (cfr. Lc 10,21-24). I forti sono confusi dai deboli secondo una legge divina annunciata nel Cantico di Anna (cfr. 1Sm 2,4) e confermata dalla Vergine (Lc 1,51-53).

 

28 quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono,

 

Quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, cioè secondo la carne. Per Israele le Genti, che non appartengono alla stirpe di Abramo, sono oggetto di disprezzo (cfr. Mt 3,8s). In una parola quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, che tali appaiono nel mondo. Egli le ha svuotate della loro forza, della loro sapienza e della loro gloria.

 

29 perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.

 

Essendo tutti ridotti al nulla ed essendo escluso ogni vanto (cfr. Rm 3,27) che viene per Israele dalle opere della Legge e per le Genti dalla sapienza, nessuno (lett.: nessuna carne), cioè nessun uomo, può vantarsi di fronte a Dio.

Vantarsi o gloriarsi. Il termine è usato in base alla citazione di Gr 9,12 che conclude l’argomentazione (31): ci si può gloriare solo nel Signore ed è annullato ogni gloriarsi negli uomini (3,21), la cui sapienza è distrutta da Dio. L’Apostolo condanna pure un gloriarsi di ciò che si ha come se non fosse stato ricevuto (4,7). Il gloriarsi è infatti «autosufficiente fiducia in se stessi, da cui ci si attende “gloria” agli occhi di Dio» (GLNT, Bultman).

 

30 Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione,

 

Grazie a lui (lett.: da lui) cioè dal Padre, in quanto generati da Dio, voi siete in Cristo Gesù, non più quindi nella carne da obbedire ai suoi desideri o da trovare in essa motivo di gloria. Cristo Gesù è il luogo dove noi siamo perché egli per noi è diventato sapienza per opera di Dio (lett.: da parte di Dio) in quanto è la verità (cfr. Gv 14,6), giustizia e quindi ci giustifica, santificazione, che ci rende santi come è detto: Siate santi perché Io sono santo (Lv 11,44), redenzione, pagando nel suo sangue il prezzo del nostro riscatto (cfr. 1Pt 1,18s).

Giustizia. Nella lettera si trova solo qui come appellativo di Cristo e in 2Cor 5,21 è detto di noi divenuti tali in virtù di Cristo.

Santificazione. Nella lettera solo qui. «La santificazione presuppone tutto un processo interiore, all’origine del quale sta il dato eminentemente religioso della riconciliazione con Dio» (GLNT, Procksch). Cristo è quindi l’origine della nostra santificazione.

Redenzione. Nella lettera solo qui. Gesù è il prezzo del nostro riscatto. «La nostra liberazione è già avvenuta “mediante” o “nel” sangue di Cristo (Ef 1,7; Rm 3,24 cfr. 5,9; Eb 9,11s; 13,12) “mediante la croce” (Ef 2,16) “mediante la morte” (Rm 5,10), così che “Cristo è divenuto nostra liberazione = redenzione” (1Cor 1,30; cfr. Col 1,4)» (Schlier).

 

perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.

 

Si avvera in tal modo la parola scritta in Geremia (9,22): Chi si vanta si vanti nel Signore e non si vanti il saggio della sua saggezza, non si vanti il forte della sua forza e non si vanti il ricco delle sue ricchezze (ivi).

 

 

CANTO AL VANGELO                                       Mt 5, 12a

 

R/.  Alleluia, alleluia.

 

Rallegratevi ed esultate,

perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

 

R/.  Alleluia.

 

 

VANGELO                                                       Mt 5, 1-12a

 

 

Dal vangelo secondo Matteo

 

Mt 5,1-12a: esso non presenta un ideale soggettivo di santità e perfezione, ma indica tutti gli stati e le categorie del popolo di Dio: questo è fatto di gente che volontariamente e nello Spirito rinuncia alle ricchezze, alla gioia di questo mondo, che si lascia guidare dalla brama della giustizia di Dio, che purifica il suo cuore per vedere Dio in tutte le creature e in tutto l’essere, e così via. Ecco come sono fatti gli strati del popolo di Dio: di questa tribù in marcia del popolo di Dio

(d. G. Dossetti, appunti di omelia, s. Antonio, 30. 1. 1972).

 

5,1 In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.

Vedute le folle salì verso il monte e, sedutosi gli si avvicinarono i suoi discepoli;

 

Le folle, che vengono a Lui da tutte le parti della terra santa, formano la Chiesa, il popolo da Lui sanato.

Egli, vedutele, sale verso il monte a indicare che la città è posta sul monte secondo quanto dice dopo: «Non può essere nascosta una città posta su un monte» (v. 14).

La Chiesa, formata dalle Genti e da Israele, sale sul monte dov’è il Cristo. Si realizza così la profezia di Isaia al cap. 2,1-4: Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti … c’insegnerà le sue vie e potremo camminare per i suoi sentieri.

Per insegnare, il Signore si siede e intorno a Lui si forma l’assemblea dei santi; infatti gli si avvicinano i suoi discepoli come è scritto: Certo egli ama i popoli; tutti i suoi santi sono nelle tue mani, mentre essi, accampati ai tuoi piedi, ricevono le tue parole (Dt 33,3).

 

2 Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

e avendo aperto la sua bocca, li ammaestrava, dicendo:

 

Egli ora apre la sua bocca «Lui che nella Legge antica era solito aprire quella dei profeti» (Agostino), come accadde al profeta Isaia la cui bocca fu toccata dal carbone ardente (Is 6,6-7). Infatti Dio che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio (Eb 1,1-2). Dalla sua bocca esce la grazia dell’insegnamento, infatti la bocca parla dalla pienezza del cuore (Mt 12,34) e il suo pensiero è più vasto del mare e il suo consiglio più del grande abisso (Sir 24,27).

 

3 «Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli.

 

Gesù colloca la povertà nello spirito. Qui essa diviene beatitudine perché rende partecipi del regno dei cieli.

Lo spirito è il principio della vita, che fa essere individuo. Senza di esso vi è la morte. Lo spirito appartiene a Dio come Egli stesso dice: «Non dimorerà il mio spirito in questi uomini in eterno» (Gn 6,3). Il saggio dice: Chi sa che lo spirito dell’uomo è quello che sale in alto? (Qo 3,21) e come risposta dice più avanti: Ritorna la polvere alla terra, com’era prima e lo spirito torna a Dio che lo ha dato (12,7). Alla sorgente dell’essere e dell’esistere Gesù colloca la povertà, come realtà che abbraccia tutto l’uomo e ne determina tutta la sua esperienza. È chiaro che essere povero significa pertanto un passaggio spirituale dall’essere in Adamo, come creatura vecchia, ammalata, soggetta al peccato, all’essere in Cristo nella sua povertà, cioè nel suo annientamento che è sorgente di ricchezza per noi; infatti Colui che è povero ci ha arricchiti con la sua povertà (cfr. 2Cor 8,9). L’essere poveri nello spirito implica pertanto delle scelte radicali sia nell’intimo che nella vita. In queste scelte si rivela l’appartenenza al Regno.

I Padri dicono che la povertà nello spirito è l’umiltà, come dice Agostino: «Giustamente qui sono chiamati “poveri nello spirito” gli umili e quanti temono Dio, cioè che non hanno uno spirito che si gonfia».

 

4 Beati quelli che sono nel pianto,

perché saranno consolati.

Beati quelli che si affliggono perché essi saranno consolati.

 

Il Signore cita il profeta Isaia (61,2). È il testo che definisce la sua missione:Lo Spirito del Signore è su di me … per consolare tutti coloro che si affliggono. Il Signore annuncia in questa beatitudine la sua missione. Tuttavia pone un futuro: saranno consolati. Questo mette in luce che ora la partecipazione al Regno dei cieli non genera consolazione ma è ancora caratterizzata dall’afflizione. Infatti ora vi sono di quelli che si affliggono a causa dei loro peccati antichi e soffrono per il rimorso di quelle colpe di cui si sono macchiati (cfr. Ilario). Altri giungono a un tale grado di amore per i fratelli che ne piangono le colpe come fa l’Apostolo con quelli di Corinto (2Cor 12,21) e come rimprovera loro di non aver fatto (1Cor 5,2). Vi è chi piange e si affligge per la Chiesa nella sua attuale situazione e per Israele che è indurito. Ad essi si rivolge il profeta: Gioite con essa con gioia voi tutti che vi affliggete per essa perché succhierete e vi sazierete al seno delle sue consolazioni (Is 66,10-11). Anche i discepoli, che hanno fatto lutto e hanno pianto per il Signore morto (Mc 16,10), sono consolati dalla sua risurrezione. Ma a questa consolazione non è estranea anche ogni altra afflizione per l’amore del Signore. Ma è beata solo l’afflizione che è vissuta nella fede e nell’incrollabile speranza nella promessa. Infatti la beatitudine non è causata dall’afflizione ma dall’interiore certezza della fedeltà di Dio alla sua Parola. La beatitudine è quindi spirituale e sostiene lo stato di afflizione perché non degeneri nella tristezza senza speranza dell’angoscia. L’afflizione, quando è tutta nella fede, genera un’intima consolazione.

 

5 Beati i miti,

perché avranno in eredità la terra.

 

Anche qui il Signore cita le divine Scritture e precisamente il Sal 37,11: E i poveri (LXX: i miti) erediteranno la terra. Il Signore stesso si definisce mite e umile di cuore (Mt 11,29) e in questo si rivela come Messia come è detto in Zac 9,9 citato in Mt 21,5: Ecco il tuo re viene a te mite. Lo stesso Apostolo mette in luce la mitezza del Signore in 2Cor 10,1: Vi esorto per la mitezza e la mansuetudine di Cristo. Nell’Antico Testamento Mosè è definito molto più mite di ogni uomo che è sulla terra (Nm 12,3). L’esperienza di Dio toglie dal cuore la violenza e rende miti. Infatti il popolo, che segue il Cristo, è un popolo mite e umile (Sof 3,12). Ai miti è data in eredità la terra. Non questa, ma la terra dei viventi (cfr. Sal 26,3; 141,6). Infatti l’eredità è riposta nei cieli come è detto di Abramo: Aspettava la città dalle salde fondamenta il cui architetto e costruttore è Dio stesso (Eb 11,10). Questa terra, dice Ilario, «è il corpo che il Signore stesso ha assunto come dimora. Poiché il Cristo abiterà in noi grazie alla mansuetudine del nostro spirito, noi pure saremo rivestiti della gloria del suo corpo glorificato».

 

6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

perché saranno saziati.

 

Avere fame e sete è un’esigenza primaria dell’uomo. Quando uno ha fame e sete desidera solo questo e lo ricerca con tutto se stesso. Nella Scrittura per esprimere un desiderio intenso si parla di avere fame e sete. Vedi ad esempio Sal 42,3: È assetata la mia anima del Dio vivente e Sal 63,2: O Dio, Dio mio, per te veglio all’alba; è assetata di te la mia anima. L’essere affamati e assetati della giustizia deriva da una particolare situazione spirituale: Chi geme sotto il peso, chi se ne va curvo e spossato, chi ha gli occhi languenti, chi è affamato, questi ti rendono gloria e giustizia, Signore (Bar 2,18).

L’Evangelo parla di aver fame e sete della giustizia. L’Evangelo di Matteo concentra l’uso del termine «giustizia» in questo discorso della montagna. In 5,20 Gesù contrappone la giustizia dei suoi discepoli a quella degli scribi e dei farisei e la vuole superiore nell’esatta osservanza della Legge. Infatti subito dopo Egli interpreta con autorità i comandamenti mostrando in che cosa consiste questa superiorità. In 6,1 definisce «giustizia» l’elemosina, la preghiera e il digiuno e anche qui mostra in che cosa consiste la differenza tra i suoi discepoli e gli ipocriti e i pagani. In 6,33 abbina la giustizia di Dio e il regno. Qui vi è una contrapposizione con i beni primari come nella prima tentazione. Gesù caccia il diavolo, che lo tenta di usare la Parola di Dio per i beni primari e non per santificare l’uomo. Di questa fame e sete è segnato il Signore Gesù come nella prima tentazione: «Non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4) e sulla croce grida: «Ho sete» (Gv 19,28). Il primo beato è Lui che ha fame e sete. Vedi Sir 24,20: Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti si abbeverano di me avranno ancora sete. Questa giustizia consiste nell’avere fame e sete di quella interiore santificazione che è il manto della giustizia (Is 61,10). Questa è solo data dal Cristo e la si ottiene mediante la fede.

 

7 Beati i misericordiosi,

perché troveranno misericordia.

Beati i misericordiosi perché essi otterranno misericordia.

 

Misericordioso è un titolo divino che esige imitazione come è detto in Lc 6,36: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro celeste». L’usare compassione diventa la misura del giudizio, come è detto in 18,33: «Non dovevi anche tu avere misericordia del tuo conservo come io ho avuto misericordia di te?» e in Gc 2,13: Il giudizio sarà senza misericordia contro colui che non avrà usato misericordia. Le beatitudini diventano ora attive. Infatti il Signore rende i suoi poveri (afflitti, miti, affamati e assetati di giustizia) partecipi della sua vita divina facendoli essere misericordiosi, puri di cuore e operatori di pace. L’imitazione di Dio consiste nell’essere misericordiosi. (vedi Ef 4,32-5,1). Essi otterranno la misericordia del Regno che non è data per merito ma per grazia.

 

8 Beati i puri di cuore,

perché vedranno Dio.

 

Nel Sal 24,4 è detto: Il puro di cuore, che non ha ricevuto invano l’anima sua, salirà il monte del Signore. È puro di cuore perché non ha ricevuto invano la sua anima contaminandola con il peccato e le vanità del mondo come dice Agostino. Tuttavia la purezza del cuore è un atto creativo divino per cui ciascuno così prega: Un cuore puro crea in me, o Dio (Sal 51,12). La supplica a Dio è esaudita in Cristo nel quale si ha l’uguaglianza tra Israele e le Genti come dice l’Apostolo Pietro: «Dio che conosce i cuori ha reso testimonianza in loro favore concedendo lo Spirito Santo anche a loro come a noi e non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro purificandone i cuori con la fede» (At 15,8-9). Quindi la fede in Cristo rende puri i cuori. Purezza equivale a semplicità, come insegna Agostino che cita Sap 1,1: Nella semplicità del cuore cercatelo. Infatti l’intimo è purificato, in virtù della fede, dal torbido delle passioni, i cui pensieri sono complessi e distorti, ed è reso semplice. La semplicità è adesione alla Parola di Dio, i cui comandi sono limpidi e danno luce agli occhi (cfr. Sal 19,9). Dal cuore reso puro nasce l’invocazione al Signore (cfr. 2Tm 2,22). L’amore deriva dal cuore puro, da una buona coscienza e dalla fede sincera (cfr. 1Tm 1,5). Più il cuore diviene puro più intima e vera diviene la visione di Dio; ora di riflesso e in modo enigmatico, allora faccia a faccia (1Cor 13,12). Infatti la purezza di cuore è la progressiva trasformazione dello stato dell’Adamo terreno in quello celeste per la partecipazione alla natura divina. Questa diviene in noi principio dinamico di trasformazione come dice l’apostolo Giovanni: Sappiamo che quando si sarà manifestato, saremo simili a lui perché lo vedremo così come è (1Gv 3,2). La visione nella fede è l’inizio di questo processo trasformante. Infatti nel salmo è scritto: Io nella giustizia vedrò il tuo volto, mi sazierò al risveglio della tua immagine (Sal 17,15) ed è quanto è detto nell’Apocalisse: E i suoi servi lo serviranno e vedranno il suo volto (Ap 22,3-4).

 

9 Beati gli operatori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio.

 

Operatore di pace è il Cristo, il Figlio di Dio, come è detto in Col 1,20: Rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli. Quest’azione del Cristo, che fa la pace, ha come effetto, di creare in se stesso, dei due (= Israele e le Genti), un solo uomo nuovo (Ef 2,15). In virtù di questa pace, operata dal Cristo, i suoi discepoli possono operare la pace. Infatti Egli ci lascia la sua pace e ce la dona e noi possiamo, a nostra volta, donarla. La pace è già in mezzo a noi perché Cristo è la nostra pace (Ef 2,14) e quindi è possibile operare nella pace. Infatti, dice l’Apostolo Giacomo: Un frutto di giustizia è seminato nella pace per coloro che fanno la pace (Gc 3,18). Queste operazioni di pace, tipicamente divine, sono all’interno di noi stessi come dice il Signore stesso: «Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9,50). Il sale è segno dell’interiore sapienza per cui operatori di pace sono «coloro che calmano tutti i movimenti del loro animo e li sottomettono alla ragione, cioè alla mente e allo spirito» (Agostino). La pace dall’intimo si estende all’esterno per cui chi riprende con franchezza è operatore di pace (Pr 10,10 LXX). Il discepolo pertanto si caratterizza per questa ricerca della pace con tutti come insegna l’Apostolo: Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore (Eb 12,14). Il fatto che fin d’ora siamo figli di Dio si vede attraverso le operazioni di pace. La rigenerazione divina diviene visibile nel cercare la pace e perseguirla (cfr. Sal 34,15). Chi fa questo sarà chiamato figlio di Dio quando si rivelerà ciò che noi saremo (cfr. 1Gv 3,2).

 

10 Beati i perseguitati per la giustizia,

perché di essi è il regno dei cieli.

11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,

diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

 

Qui il Signore fa coincidere «giustizia» con se stesso. Dice a causa della giustizia e a causa mia. Infatti, dice l’Apostolo: Cristo è divenuto sapienza per noi da parte di Dio, giustizia, santificazione e redenzione (1Cor 1,30). Essendo la giustizia, Egli è colui nel quale si rivela la giustizia. Egli è perseguitato come è detto in Gv 5,16: Per questo i giudei perseguitavano Gesù perché faceva queste cose nel sabato. Nel sabato Egli rivela l’opera del Padre e quindi la sua giustizia, ma i giudei non lo hanno accolto e pertanto, racchiusi nel loro modo di interpretare il sabato, hanno perseguitato Gesù. I discepoli condividono la sorte del Maestro come Lui stesso dice: «Non c’è schiavo maggiore del suo padrone; se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola osserveranno anche la vostra» (Gv 15,20).

La persecuzione verte sul suo Nome come dice subito dopo: «Ma tutte queste cose faranno verso di voi a causa del mio nome» (ivi, 21) e come altrove dice: «E sarete odiati da tutti a causa del mio nome» (10,22). Nel rivelarsi del Nome si rivela la pienezza della giustizia di Dio e questa diviene giudizio che suscita in coloro che rifiutano persecuzione al Nome e in coloro che accettano benedizione. È infatti sulla Croce che si ha la rivelazione del Nome, che è sopra ogni altro nome, ed è qui, nel suo annientamento, che Egli è disprezzato come è detto degli stessi che erano crocifissi con Lui: E quelli che erano crocifissi con lui lo disprezzavano (Mc 15,32). Anche coloro che sono nella sua sequela partecipano a questo annientamento che porta a essere disprezzati e perseguitati ed essere oggetto di ignominia a causa della menzogna che è nell’uomo o che è l’uomo stesso come dice il Salmo 116,11 Ho detto con sgomento: Ogni uomo è ingannatore.

Il rivelarsi della giustizia in Cristo è il rivelarsi pure della verità. I discepoli che sono dalla verità ascoltano la sua voce (Gv 18,37) e quindi vengono disprezzati, perseguitati e si dice di loro ogni male

 

12 Rallegratevi ed esultate,

perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Gioite ed esultate perché la vostra ricompensa è molta nei cieli.

Così infatti perseguitarono i profeti, quelli prima di voi.

 

L’essere nell’annientamento del Cristo e nella sua umiliazione non genera nei discepoli amarezza ma gioia ed esultanza come è testimoniato degli apostoli che se ne andavano gioiosi dalla presenza del sinedrio, perché erano stati ritenuti degni di essere disonorati per il Nome (At 5,41). Forti di questa esperienza l’Apostolo Pietro così dice: Se siete disprezzati nel nome di Cristo, beati, perché lo Spirito della gloria e di Dio su di voi riposa (1Pt 4,14).

Questa gioia sovrabbondante e visibile scaturisce dalla molta ricompensa riposta nei cieli. Questa deriva da una certezza fondata sulla promessa e sulla visione profetica degli ultimi tempi, come è detto in Ap 11,17-18: … il tempo di giudicare i morti e di dare la ricompensa ai tuoi servi, ai profeti e ai santi e a quanti temono il tuo nome piccoli e grandi. Colui che è annientato sulla Croce e nei suoi discepoli e in loro continua a essere disprezzato come dice il Cristo a Saulo (cfr. At 9,4), rivela la sua ira e opera il giudizio. La gioia scaturisce nell’essere all’interno di questa lotta vittoriosa del Cristo che ora è legata all’umiliazione dei suoi servi, profeti e santi, e che si manifesterà nella loro glorificazione. Questa è stata anche la situazione dei profeti.

Essi hanno annunciato profeticamente il Cristo e la sua giustizia e per questo sono stati perseguitati. Infatti la profezia ha come sorgente lo Spirito di Cristo e quindi gli rende testimonianza. Il Profeta è totalmente coinvolto nella profezia non solo nelle parole che dice ma anche nelle azioni che deve compiere. Questa è la sorte stessa dei discepoli nei quali è l’Evangelo, compimento e rivelazione della profezia.

 

 

 

 

 

 

PREGHIERA DEI FEDELI

 

  1. Preghiamo ancora Dio onnipotente, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Invochiamo e supplichiamo la sua Bontà.

Padre santo e ricco di misericordia, ascoltaci.

 

  • Per la pace della Chiesa, che si stende da un’estremità all’altra del mondo e si radica in tutti i popoli, preghiamo.

 

  • Per il Papa, il vescovo N. e i presbiteri: perché siano pastori ripieni di purezza, di dottrina e di giustizia, preghiamo.

 

  • Perché il Signore benedica tutti i popoli e tutti i fedeli e doni la pace celeste ai nostri cuori, preghiamo.

 

  • Perché doni alle pubbliche autorità amore per la giustizia e nelle loro azioni cerchino il bene comune, preghiamo.

 

  • Perché le nostre anime siano vivificate dallo Spirito Santo e mai regni su di noi la morte del peccato, preghiamo.

 

  • Perché doni la pace ai nostri fratelli defunti e nella sua misericordia si ricordi di N., preghiamo.

 

  1. O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili la gioia del tuo regno, fa’ che la Chiesa non si lasci sedurre dalle potenze del mondo, ma a somiglianza dei piccoli del Vangelo segua con fiducia il suo sposo e Signore, per sperimentare la forza del tuo Spirito. Per Cristo nostro Signore.

Amen.

 

Oppure:

 

Scenda la tua misericordia, o Padre clementissimo su questa assemblea e concedile di conoscere il tuo Figlio che si rende presente in questi santi e venerabili misteri;

Per il Cristo nostro Signore.

Amen.