DOMENICA III del tempo ordinario di Giuseppe Bellia

MESSALE

Antifona d’Ingresso Sal 95,1.6

Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore da tutta la terra;
splendore e maestà dinanzi a lui,
potenza e bellezza nel suo santuario.
Cantáte Dómino cánticum novum,

cantáte Dómino, omnis terra.

Conféssio et pulchritúdo in conspéctu eius,

sánctitas et magnificéntia in sanctificatióne eius.

 

Colletta

Dio onnipotente ed eterno, guida i nostri atti secondo la tua volontà, perché nel nome del tuo diletto Figlio portiamo frutti generosi di opere buone. Per il nostro Signore.

Omnípotens sempitérne Deus, dírige actus nostros in beneplácito tuo, ut in nómine dilécti Fílii tui mereámur bonis opéribus abundáre. Per Dóminum.

Come nell’orazione della seconda domenica del tempo ordinario, così anche in questa gli attributi divini sono: onnipotente ed eterno. Là essi dicono il rapporto di Dio con la creazione, qui con il nostro agire. La stessa onnipotenza, che Dio esplica nella creazione, si manifesta pure nel guidare i nostri atti secondo quell’unica volontà, che preghiamo sia fatta in cielo come in terra. La parola atti (actus) ricorre poche volte nel testo latino della Bibbia e si riferisce alla manifestazione esterna del nostro agire. Dal momento che potremmo agire in modo sconsiderato o esagitato, il Siracide consiglia: Figlio non siano in troppo cose i tuoi atti perché non le raggiungerai, e spintoti innanzi non te ne trarrai più fuori (11,10). Il consiglio del saggio diviene preghiera a Dio di guidare o dirigere i nostri atti secondo il suo compiacimento, tradotto con volontà. L’espressione nel tuo compiacimento ricorre nei salmi: Poiché tu sei il vanto della loro potenza e nel tuo compiacimento sarà innalzato il nostro corno (Sal 88,18 Settanta); Ricordati di noi; Signore, nel compiacimento del tuo popolo, visitaci nella tua Salvezza (Sal 105,4 Settanta). Il compiacimento divino ricorre nelle pagine evangeliche. Il ringraziamento di Gesù al Padre perché ha rivelato il suo Evangelo ai piccoli è dovuto al suo compiacimento, che è la sovrana e libera decisione di Dio (Mt 11,26; Lc 10,21). La preghiera della Chiesa chiede che nelle singole azioni dei suoi figli si riveli il compiacimento di Dio, che ci ha accolto come suoi figli, in modo che le nostre azioni siano a Lui gradite. Per essere tali esse devono compiersi nel nome del tuo diletto Figlio. Il richiamo è al Battesimo di Gesù, dove la voce paterna dichiara: «Questi è il mio Figlio diletto, in cui mi sono compiaciuto» (Mt 3,17). L’orazione prega che i nostri atti si manifestino nel compiacimento divino e che abbiano come fondamento il nome del suo Figlio diletto, da noi invocato, perché in questo nome vi è la nostra forza e la speranza di portare frutti generosi di opere buone. L’espressione italiana più esplicita di quella latina (possiamo abbondare di opere buone) ha un richiamo alle parole di Gesù: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla (Gv 15,5). L’espressione latina invece richiama la seguente raccomandazione apostolica: Ai ricchi in questo mondo raccomanda […] di fare del bene, di arricchirsi di opere buone, di essere pronti a dare, di essere generosi (1Tm 6,17.18).

Sulle Offerte

Accogli i nostri doni, Padre misericordioso, e consacrali con la potenza del tuo Spirito, perché diventino per noi sacramento di salvezza. Per Cristo nostro Signore.

Múnera nostra, Dómine, súscipe placátus, quæ sanctificándo nobis, quæsumus, salutária fore concéde. Per Christum.

 

Antifona alla Comunione  Sal 33,6

Guardate al Signore e sarete raggianti,

e il vostro volto non sarà confuso. 

Accédite ad Dóminum et illuminámini,

et fácies vestræ non confundéntur.

 

Oppure:  Gv 8,12

«Io sono la luce del mondo», dice il Signore;

«chi segue me, non cammina nelle tenebre,

ma avrà la luce della vita». 

Ego sum lux mundi, dicit Dóminus;

qui séquitur me,

non ámbulat in ténebris,

sed habébit lumen vitæ.

 
Oppure: Mt 4,16

Il popolo immerso nelle tenebre

ha visto una grande luce.

Dopo la Comunione

 

O Dio, che in questi santi misteri ci hai nutriti col corpo e col sangue del tuo Figlio, fa’ che ci rallegriamo sempre del tuo dono, sorgente inesauribile di vita nuova. Per Cristo nostro Signore.

Præsta nobis, quæsumus, omnípotens Deus, ut, vivificatiónis tuæ grátiam consequéntes, in tuo semper múnere gloriémur. Per Christum.

LEZIONARIO

 

anno A

Sui monti e nelle valli, agili

sono i passi di chi annuncia

e grida con forza l’Evangelo.

Viene nel mondo la Luce.

Convertitevi al nostro Dio,

che tanto ama noi uomini!

Chi sono quelle che volano come nubi

e come colombe verso le loro colombaie?                                Is 60:8

Le messaggere di vittoria a grande schiera!                              Sal 67:12

Viene l’Oriente dall’alto,

fuggono le dense tenebre

ed è subito la grande Luce!

Meraviglia è il Verbo di Dio!

Spada penetrante nei cuori

è la sua Parola evangelica.

Vieni o Spirito Consolatore,

risplenda il sacro tuo crisma,

su labbra pure nella lode.

PRIMA LETTURA                                           Is 8, 23b-9, 3

Is 9,1-14: «Profezia rivolta alla terra di Zàbulon e di Nèftali, Galilea delle Genti, territorio più esposto alle incursioni: incursione degli Assiri e popolazione mista da cui Galilea delle Genti. Terra umiliata da Dio e occupata da popolazione mista (qui Gesù spesso incontra pagani). Terra esposta alle tenebre dell’errore, in essa spunterà la Luce: perché il Bambino nato a Betlemme di Giuda vivrà qui. Dove sembrava ci fosse l’eclissi, di lì libererà la luce per il popolo e per tutta la terra. Gioia del raccolto, della divisione delle spoglie è la gioia di questo popolo nell’udire la Parola del Signore. Di lì vengono gli Apostoli, giudici delle tribù di Israele e inviati a tutte le nazioni. Questa potenza nuova e vincitrice partirà da questa terra umiliata. Questo ci richiama il modo di procedere abituale del Signore da dove è l’umiliazione verrà la consolazione, la gioia, la luce» (d. Giuseppe Dossetti, 23.1.1972).

Dal libro del profeta Isaìa

23 In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti.

Di questo versetto vi sono diverse interpretazioni. La traduzione accolta dal testo italiano forza i tempi che sono, nel testo ebraico, ambedue nella forma passata.

La lettura che proponiamo è la seguente: In passato il nemico colpì in modo leggero la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali cioè solo questo territorio, ma da ultimo ha colpito in modo pesante un territorio più vasto e cioè la via del mare, quella che passa accanto al mare di Genezaret, la via commerciale, la terra oltre il Giordano e la Galilea delle Genti. È descritta una dura oppressione di queste terre del nord.

Il nemico usa la dinamica tipica dell’occupazione: prima agisce in modo leggero perché chi subisce l’occupazione non abbia a lamentarsi e poi rende sempre più pesante la sua mano fino a rendere schiavi gli abitanti di quella terra. Lo stesso accadde al popolo con Roboamo, figlio di Salomone, come è detto in 2Cr 10,10: I giovani, che erano cresciuti con lui, gli dissero: «Al popolo che si è rivolto a te dicendo: Tuo padre ha reso pesante il nostro giogo, tu alleggeriscilo! annunzierai: Il mio mignolo è più grosso dei fianchi di mio padre».

La lettura proposta invece distingue due ere: quella dell’oppressione e quella della redenzione. Essa si sintonizza con il tema dominante delle letture della liturgia odierna: la presenza del Cristo è l’inizio del riscatto anche di quelle terre che furono umiliate sotto la mano degli assiri prima e poi di tutti i dominatori che seguirono.

9:1 Il popolo che camminava (lett.: quelli che camminavano) nelle tenebre

ha visto (lett.: videro) una grande luce;

su coloro che abitavano in terra tenebrosa

una luce rifulse.

Il popolo, quelli che camminavano nelle tenebre; le tenebre appartengono al caos iniziale (cfr. Gn 1,3) e rappresentano una grande tribolazione; camminare in esse significa non saper dove andare e vivere senza speranza di uscirne (cfr. 1Gv 2,11: chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi).

Il passaggio dal singolare al plurale (camminavano videro) mostra come la Scrittura non veda il popolo come una massa informe e senza volto ma al contrario come formato da singoli che all’interno del popolo fanno l’esperienza prima delle tenebre e poi della luce.

Al popolo appare improvvisa la grande luce. Con questa immagine è espressa la redenzione. La luce è infatti parte integrante della Gloria del Signore al punto da essere una definizione stessa di Dio (cfr. 1Gv 1,5: Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre).

Nel Sal 112,4 si dice: Spunta nelle tenebre come luce per i giusti, buono, misericordioso e giusto. Dio è la luce dei redenti e con la sua presenza tutto si trasforma in luce. Il salmista, che vorrebbe essere avvolto dalle tenebre, esclama: Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte»; nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce (Sal 139,11-12).

Anche alla legge è attribuito il dono di essere luce: il comando è una lampada e l’insegnamento una luce (Pr 6,23).

Immersi in una tenebra priva di speranza, all’improvviso essi vedono la grande luce, che emana da Dio e che illumina le loro menti: questa luce è la Parola, che prima essi avevano disprezzata e che ora accolgono. Questa Parola si è mostrata vera nel Bimbo regale.

Questa è la luce piena che non può più essere definita tenebre (cfr. 5,20: cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre).

Non solo a quanti camminavano nelle tenebre ma anche a coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Essi vi abitavano senza speranza, non cercavano di fuggire lontano dalle tenebre ma vi avevano stabile dimora e quindi non si aspettavano la luce.

La terra tenebrosa è probabilmente il soggiorno dei morti. Anche in questa regione di morte giunge la luce della redenzione. Il ministero del Cristo non si ferma solo a coloro che camminano sulla terra ma anche a coloro che abitano nello Sheol privi completamente della luce (cfr. 1Pt 3,18-19: E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione).

2 Hai moltiplicato la gioia (lett.: la gente),

hai aumentato la letizia.

Gioiscono davanti a te

come si gioisce quando si miete

e come si esulta quando si divide la preda.

Hai moltiplicato la gente; nonostante che camminasse nelle tenebre e fosse già come morta, il Signore ha moltiplicato la gente e le ha aumentato la gioia. Come accadde in Egitto che il popolo cresceva e dopo l’oppressione fu liberato e per la gioia cantò il canto di Mosè, così accade ora. Il Signore ha ricolmato il suo popolo di una gioia così grande da fargli dimenticare la sofferenza precedente. Infatti è la stessa gioia di chi miete, come è detto nel salmo 126,5: Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. È la stessa gioia di chi divide il bottino del nemico sconfitto, come è detto nel salmo 119,162: Io gioisco per la tua promessa, come uno che trova una grande preda. La gioia è propria di chi ha vinto il nemico che finora li aveva dominati, come dice il Signore: «Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino» (Lc 11,21-22).

3 Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva,

la sbarra sulle sue spalle,

e il bastone del suo aguzzino,

come nel giorno di Mádian.

Giogo e sbarra indicano schiavitù e lavori pesanti sotto la sorveglianza dell’aguzzino facile a colpire. Il Signore ha spezzato questo giogo di oppressione, come fece nella schiavitù egiziana (cfr. Es 5,14: Bastonarono gli scribi degli Israeliti, quelli che i sorveglianti del faraone avevano costituiti loro capi). Il popolo era ridotto al rango di bestie da lavoro e di schiavi su cui l’oppressore gravava con la sua autorità espressa nei termini sbarra (lett.: verga) e bastone. Il profeta ricorda la liberazione che il popolo ottenne al tempo di Gedeone (Gdc 7-8), celebrata anche nei salmi (cfr. Sal 83).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 26

R/.  Il Signore è mia luce e mia salvezza.

 

Il Signore è mia luce e mia salvezza:

di chi avrò timore?

Il Signore è difesa della mia vita:

di chi avrò paura?         R/.

Una cosa ho chiesto al Signore,

questa sola io cerco:

abitare nella casa del Signore

tutti i giorni della mia vita,

per contemplare la bellezza del Signore

e ammirare il suo santuario.                 R/.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore

nella terra dei viventi.

Spera nel Signore, sii forte,

si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.        R/.

Sal 27 (28).  composto di due parti:

1-5 fiducia di un orante, che lontano, anela alla casa del Signore e ha già Dio come luce.

6-13: il salmista prega e supplica il signore.

  1. certezza della salvezza ottenuta e annuncio degli altri. questo è il momento che coinvolge tutto l’Evangelo di Matteo. Dalla Galilea Gesù sale a Gerusalemme. Già in Galilea c’è questa luce. v. 3: gli avversari vogliono la mia carne, c’è una battaglia. v. 13 vedrò la bontà del Signore sulla terra dei viventi. Luce. Is 10,17: il Signore è la Luce d’Israele. La luce è scudo e vita. Gv: Dio è luce e noi siamo tenebra. Dio è luce e noi siamo raggiunti dalla Parola che ci converte (d. Orfeo Suzzi, 23.1.1972).

SECONDA LETTURA                                  1 Cor 1, 10-13.17

1Cor 1,10-17: «Paolo muove dalla constatazione che a Corinto le cose non vanno bene perché non c’è unità.

Vi esorto: preoccupazione e autorità forte di Paolo. Egli parla nel Nome, è come se Gesù stesso parlasse. Chiede che siano così d’accordo da dire tutti le medesime cose: d’una stessa mente e d’un medesimo sentire: prendendo tutto l’uomo dentro.

Il motivo delle divisioni. I fedeli fanno pressioni appellandosi ai diversi evangelizzatori: Pietro, Paolo, Apollo. In questo modo si divide il Cristo, perché non è Paolo che è stato crocifisso e non è nel suo nome che si è battezzati. Paolo non risponde sul piano polemico ma introduce una dottrina fortissima: l’iniziatore era legato all’iniziante in modo tale che si formavano tante famiglie spirituali talora contrapponendosi. Paolo fa un’affermazione forte e trascendente: non c’è più nell’iniziazione un rapporto con l’iniziatore, ma è trasceso nello Spirito. Con questo discorso, Paolo sembra trascendere il comando di Gesù: andate e battezzate. Paolo e tutti gli Apostoli sono mandati non a battezzare in questo senso ma ad evangelizzare. Persino l’evangelizzazione deve essere fatta in modo che colui che porta l’annuncio non c’entra quasi niente: colui che inizia un’altro deve talmente tirarsi indietro che solo la forza del Nome appaia e si affermi» (d. Giuseppe Dossetti, 23.1.1972).

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

10 Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire.

Dopo la benedizione, l’Apostolo esorta. Li chiama fratelli per rendere più persuasiva la sua esortazione. Esorta per il nome del Signore nostro Gesù Cristo. Il Nome sta in mezzo tra Paolo e i Corinzi; dà fondamento ed efficacia all’esortazione apostolica, dà forza ai Corinzi per accoglierla non come di Paolo ma come di Cristo stesso nel cui nome è fatta. Oggetto di questa esortazione è l’unità in modo che non vi siano divisioni. Li vuole in perfetta unione di pensiero e d’intenti che si hanno essendo di uno stesso pensiero.

Divisioni. Queste si manifestano soprattutto durante la Cena del Signore (11,17-19): Paolo le definisce necessarie perché si manifestino i veri credenti. Esse si caratterizzano come un attaccamento a singole persone che in tal modo fanno da schermo a Cristo ed è spezzata l’unità della Chiesa.

Per eliminare la radice di queste divisioni, Paolo ricorre all’immagine del corpo (12,12-27) nel quale le singole membra si sottomettono vicendevolmente e provvedono a chi è più debole e in tal modo si crea l’armonia (cfr. 12,25 = disunione).

Pensiero. È l’espressione dell’intelletto o della mente: in greco infatti la stessa parola esprime l’uno e l’altro significato. L’unità di pensiero richiesta dall’Apostolo si fonda sul fatto che abbiamo la mente di Cristo (2,16). Nella glossolalia (14,14-19) lo Spirito spinge il glossolalo a parlare in un linguaggio incomprensibile perché comunica direttamente allo spirito e l’attività dell’intelligenza rimane paralizzata per cui l’Apostolo esige che la preghiera e la salmodia come il parlare non solo investano lo spirito ma anche l’intelligenza per l’edificazione dell’assemblea.

11 Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie.

L’Apostolo nomina chi gli ha segnalato quanto accade nella Chiesa di Corinto in questo momento, che purtroppo è caratterizzata dalla discordia che appartiene alle opere della carne (vedi Gal 5,20). Che egli segnali la fonte della sua informazione significa che egli non è in atteggiamento inquisitorio ma vuole far crescere i singoli nuclei della comunità nell’armonia dell’unità.

12 Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo».

Tutti sono divisi perché ciascuno dice: Io sono di Paolo … Io di Cristo, disprezzando in tal modo gli apostoli e gli evangelizzatori, mandati dall’unico Signore, nel quale essi sono in armonia gli uni con gli altri.

13 È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?

Le divisioni e le discordie sono assurde perché il Cristo è indivisibile sia nell’annuncio degli apostoli e dei dottori come pure nel fatto che essi sono di Cristo. Infatti il Cristo crocifisso è il soggetto dell’Evangelo ed è nel suo nome che si è battezzati.

[14 Ringrazio Dio di non avere battezzato nessuno di voi, eccetto Crispo e Gaio, 15 perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. 16 Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefanàs, ma degli altri non so se io abbia battezzato qualcuno.]

Paolo ringrazia Dio di non avere battezzato nessuno di loro perché così nessuno può rivendicare un particolare legame con Paolo, che gli doni un posto privilegiato nella Chiesa. Poi ricorda i pochi che egli ha battezzato. Crispo è ricordato in At 18,8 come capo di una sinagoga a Corinto; Gaio è ricordato come proprietario di una casa in cui si radunava la comunità (Rm 16,23; 1Cor 14,23). Stefanàs è ricordato con tutta la sua famiglia, probabilmente di essa Paolo ha battezzato solo gli adulti (cfr. 16,15) anche se altri pensano che anche i bimbi fossero battezzati.

17 Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.

La sua missione apostolica infatti non è quella di battezzare ma di evangelizzare, non però con sapienza di parole cioè con un discorso sapiente che avvince ed alletta come se l’Evangelo potesse essere oggetto di discussione e di dibattito, se così fosse sarebbe resa vana la Croce di Cristo in quanto che la fede si baserebbe su persuasivi discorsi di sapienza umana e non sulla potenza salvifica della Croce di Cristo.

CANTO AL VANGELO                                     Cf Mt 4, 23

R/.  Alleluia, alleluia.

 

Gesù predicava il vangelo del Regno

e guariva ogni sorta di infermità nel popolo.

 

R/.  Alleluia.

VANGELO                                                        Mt 4,12-23      (forma breve 12-17)

Mt 4,12-23: «Mt/Mc collegano questo inizio all’imprigionamento di Giovanni Battista: Luca dice che è lo Spirito che porta Gesù in Galilea. Nel momento, in cui Giovanni è imprigionato, lo Spirito porta Gesù in Galilea. Giovanni termina e inizia il nuovo annuncio del Cristo. Vi è questo stacco netto: Giovanni chiude la profezia e appare colui che è più di un profeta. Gesù stesso segna uno stacco da Nazareth e va a Cafarnao, per porsi nell’epicentro della profezia di Is 9. La luce si manifesta nell’annuncio: “Convertitevi: il Regno di Dio è già qui”. Gesù all’inizio della sua missione non sembra dire diverso da Giovanni Battista, la prima parola è la medesima: convertitevi. Premesso questo, Gesù comincia il suo peregrinare in quel territorio: si muove tra le Genti e le sinagoghe: inserisce il suo annuncio nella predicazione abituale. Riempie lo spazio intermedio con l’annuncio.

Ma prima chiama Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Gesù parte nel chiamarli dal loro mestiere: “Venite dietro a me (sequela totale) e vi farò pescatori di uomini”. Una parola probabilmente non capita fino in fondo: però subito lo seguono. È importantissimo questo momento iniziale perché nessuno sa quello che farà dopo: ma una cosa può dire, quando mi hai chiamato ho detto sì subito» (d. Giuseppe Dossetti, 23.1.1972).

 Dal Vangelo secondo Matteo

[12 Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, 13 lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, 14 perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:

Giovanni è consegnato da Dio alla prigionia per la suprema testimonianza. Dopo che si è udita la voce dal cielo tace la voce della profezia. Si fa un grande e inspiegabile silenzio. Gesù non subentra al posto vuoto lasciato da Giovanni, ma al contrario si ritira nella Galilea, come farà anche alla notizia della sua morte, come è detto in 14,13: Avendo udito, Gesù si ritirò di là in barca verso un luogo deserto in disparte. Tutto il movimento di attesa su di Lui subisce un contraccolpo: Gesù non vuole cogliere le occasioni. È la linea della totale obbedienza al Padre.

È un semplice spostamento di abitazione che non colpisce, ma è molto importante. Il giorno in cui il Cristo lasciava Nazaret, in virtù della quale è chiamato il Nazoreo, e si trasferiva a Cafarnao, presso il mare di Galilea, si compivano le Scritture profetiche. Tutto avviene sotto il segno del nascondimento, simile allo spostamento di Abramo da Ur dei Caldei, perché tutto è segnato dall’obbedienza.

Zàbulon è tribù di frontiera che fa da cerniera con le Genti. Qui va il Cristo.

Neftali è figlio di Bilha, serva di Rachele (cfr. Gn 30,8). Nella benedizione di Mosè così si dice: Neftali sazio di favori e pieno della benedizione del Signore; ha ereditato il mare e il mezzogiorno (Dt 33,23). Anche Neftali appare qui nell’abbondanza e nella prosperità. In questa condizione il testo lascia intravedere un certo indurimento del cuore, reso ancora più amaro dalle vicende storiche a cui si riferisce la profezia. Infatti dice Girolamo: «I primi ad ascoltare la predicazione del Signore furono quelli che abitavano là dove Israele fu fatto prigioniero dagli Assiri; qui nacque la predicazione del Redentore».

15 «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,

sulla via del mare, oltre il Giordano,

Galilea delle genti!

16 Il popolo che abitava nelle tenebre

vide una grande luce,

per quelli che abitavano in regione e ombra di morte

una luce è sorta».

L’Evangelo cita in questo modo la profezia per elencare i vari territori del nord della terra santa. Oltre la terra di Zàbulon e di Nèftali ricorda la strada del mare, celebre pista commerciale che unisce l’oriente con il mare Mediterraneo. È strada quindi di scambi non solo commerciali ma anche culturali e religiosi; oltre il Giordano è l’antico territorio di prima conquista con Mosè; è un territorio percorso da Gesù. Galilea delle genti, così chiamata per la forte presenza delle Genti sia come dominazione che come sfruttamento. Il Cristo non sta là dove brilla la luce della Legge, dove i pii d’Israele amano abitare, ma viene in questi territori segnati dal benessere, da un’intensa attività commerciale, da un facile scambio con i pagani e proprio qui dove più intense sono le tenebre inizia a risplendere la luce.

Questa regione è chiamata ombra di morte cioè la morte proietta su di lei la sua ombra perché non vedano la luce. Sotto il benessere e l’intensa attività si nasconde la morte. Nessuna luce più risplende né quella della mente e neppure quella della Legge. Il popolo siede nella tenebra, privo di forza interiore anche se ne dimostra tanta esteriormente.

Ed ecco all’improvviso risplende la luce e questa luce è l’Evangelo, che il Signore proclama. È sorto il sole e le tenebre lottano, simili a nubi, per soffocarlo, ma nessuno può mettere la luce sotto il moggio.

17 Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».]

È la stessa parola annunciata da Giovanni (3,2). Questi la grida nel deserto della Giudea, Gesù la grida al nord in mezzo al popolo che siede nelle tenebre. Convertirsi è vedere la grande luce. La luce risplende, il regno si è avvicinato, convertirsi è volgersi verso la grande luce. Perché sia vista sarà compito del Messia ridare la vista ai ciechi cioè compiere le sue opere di risanamento. Se la luce risplende è necessario avere occhi per vederla. Inoltre si rivela in modo graduale perché noi possiamo percepirla. I sensi dell’uomo sono aperti gradualmente. La conversione è l’apertura graduale dei nostri sensi interiori per vedere il Regno dei cieli, che è Gesù, il Dio nascosto.

18 Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.

Camminando (lett.: passeggiando) come all’inizio nel giardino di Eden (cfr. Gn 3,8-10) alla ricerca dell’uomo, che si è nascosto e che fatica nel suo duro lavoro al quale è stato costretto per la maledizione della terra, che produce triboli e spine; presso il mare della Galilea secondo quello che è stato detto prima; vide, non a caso. Egli vide ed essi si sentirono visti. È reciproco. Lo sguardo di Gesù penetra nell’intimo dei discepoli ed essi si sentono conosciuti dal suo sguardo come è scritto: Il mio corpo in formazione videro i tuoi occhi (Sal 139,16). Egli li vede benché ancora sia mattino presto, stavano infatti gettando la rete in mare. Egli è la luce, che penetra con il suo sguardo nell’intimo, infatti è ancora scritto: Anche le tenebre non sono oscure per te e la notte risplenderà come il giorno, le tenebre saranno così come la luce (ivi, 12). Egli vide due fratelli, Simone chiamato Pietro. L’Evangelo unisce al nome dato dal padre quello nuovo dato da Gesù. Infatti è in questo momento che Simone diventa Pietro come sottolinea il Vangelo di Giovanni: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni, tu sarai chiamato Kefas (che significa Pietro)» (1,42). Questo sguardo di Gesù è creativo e il rapporto con Lui conferisce a Pietro il suo nome, quello che ne definisce la missione, come dirà in seguito l’Evangelo (16,18). E Andrea, suo fratello. È di nuovo nominato accanto a Pietro nell’elenco degli apostoli (10,2). Chi fornisce più particolari su Andrea è Giovanni. Spesso è assieme a Filippo, che nell’elenco apostolico di Mc 3,18 e At 1,13 è nominato subito dopo Andrea. Assieme nella moltiplicazione dei pani, Filippo fa un calcolo e Andrea indica il ragazzo con i pani e i pesci (Gv 6,9). Sono di nuovo insieme nell’ingresso di Gesù in Gerusalemme per presentargli gli ellenisti (Gv 12,22). Gesù li vede mentre gettano la rete in mare. Durante questa loro azione e fatica Egli li chiama. La sua parola s’inserisce nella loro azione e la trasforma.

19 E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.

Vi è un comando e una promessa. È questa l’obbedienza della fede, che ha caratterizzato Abramo. Ora comanda loro di seguirlo e in seguito li farà pescatori di uomini. La sua parola, accolta nella fede, fa essere le cose che non sono, come dice l’Apostolo di Abramo che credette in Dio, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non sono (Rm 4,18).

Pescatori di uomini. La missione, che Gesù conferisce loro, è simile a quella di gettare la rete in mare e di raccogliere da essa ogni genere di pesci come è detto in 13,47. Questa azione, che già appartiene al Regno, è antecedente a quella del giudizio compiuta dagli angeli che, simili a pescatori seduti sulla spiaggia, separano i malvagi di mezzo ai giusti (cfr. 13,49). Si può dire che la Parola di Dio, simile a rete, pesca tutti ma non tutti accettano di essere giustificati dalla fede e quindi restano malvagi. Essendo universale, l’Evangelo risuona fino alle estremità della terra, ma non tutti l’accolgono accettando quel primo giudizio che esso opera per la salvezza. La missione apostolica è di trarre nella rete evangelica del Regno ogni sorta di pesci e di tenere assieme fino alla fine del mondo malvagi e giusti; solo allora quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con i suoi angeli (cfr. 25,31) questi separeranno i malvagi di mezzo ai giusti.

Subito è il sì della fede che non permette esitazioni o dubbi. Abbandonate le reti, fonte della loro sussistenza, si rendono poveri con colui che da ricco che era si fece povero per arricchirci con la sua povertà (2Cor 8,9). Entrano nella sua povertà e piccolezza e nel suo annientamento. Lo seguirono, divennero suoi discepoli disposti a condividere la sua vita.

21 Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. 22 Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

La pesca è terminata. Le barche sono rientrate e si compiono le ultime operazioni per la pesca successiva. In questo momento, mentre sono con il padre Zebedeo, Gesù li chiama. Rompe questo rapporto sottolineandone con la chiamata uno più forte, quello con Lui. Egli dice altrove: «Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me» (10,37). Questa chiamata è priva di promessa. Li chiama per nome perché siano suoi. Come chiamò Mosè dal Roveto così ora Egli chiama dall’umiliazione della sua umanità. È sempre la stessa voce inconfondibile nel timbro umano della sua carne. È la voce che ha chiamato Abramo, Mosè, i Profeti, è la voce del Pastore conosciuta dalle sue pecore, come Egli stesso dice: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono» (Gv 10,27). È la voce del Dio nascosto nell’umanità di Gesù ma che sempre si rivela a chi crede. Questa voce è più forte di quella del sangue (il padre) e di quella che interiore sorge fondata sui propri progetti (le reti riparate).

Con la stessa espressione del v. 20 si sottolinea la prontezza della sequela. Cambia il termine di ciò che si abbandona, là le reti qui la barca e il padre. Vi è una progressione nell’intensità. Così è la sequela: il distacco diviene progressivamente più profondo e totale, tocca le radici della nostra esistenza. Essi si trovano in un momento di svuotamento alla sequela di Gesù. In questo divengono suoi discepoli. Con Gesù non c’è possibilità di fare calcoli. L’abbandono di quello che abbiamo non è ricompensato con nessuna pienezza o ebbrezza; lo svuotamento è totale e deve passare dalla Croce prima di diventare pienezza ed ebbrezza.

23 Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Obbedendo alla parola profetica riguardante la Galilea delle Genti, Gesù gira in tutta la Galilea, non esclude nessuno; tutti ascoltano la sua parola. È il pastore che raduna il gregge disperso.

Dalle sinagoghe, dove insegna, Gesù passa a predicare l’Evangelo del Regno. L’Evangelo contiene in sé il Regno e lo comunica. Il Regno si manifesta nell’Evangelo. Infatti l’Apostolo così dice in 2Cor 4,3-4: Se il nostro Evangelo è velato, in coloro che si perdono è velato, nei quali il dio di questo mondo ha accecato le menti, in quanto infedeli, perché non rifulga lo splendore dell’Evangelo della gloria di Cristo, che è immagine di Dio. La forza dell’Evangelo si comunica col curare ogni malattia e ogni infermità nel popolo.

Non vi è nulla che possa resistere alla forza dell’Evangelo perché questi guarisce dalla malattia che causa la morte cioè il peccato. Mentre la Legge rivela il peccato ma non sana, l’Evangelo risana nell’intimo togliendo il peccato. Le guarigioni, che il Signore compie, sono testimonianza di questa interiore guarigione come altrove dice. Vedi il paralitico guarito in 9,4-7.

Egli curava ogni malattia e ogni infermità che trovava nel popolo come insegna Pietro negli Atti: «Egli passò facendo del bene e sanando tutti coloro che erano oppressi dal diavolo» (10,38). La guarigione segna quindi la rottura di questo dominio opprimente del diavolo e pertanto del suo potere, che egli esercita mediante il peccato e la morte.

«Ascoltando l’annuncio dell’inizio dell’evangelizzazione e del Regno. Egli ha dato l’annuncio forte del Regno, poi ha insegnato spiegando le Scritture. Ogni tanto bisogna metterci di fronte al fatto che il Regno è qui, e dall’altra parte bisogna che scrutiamo le Scritture. L’una e l’altra cosa producono il medesimo effetto: essere sempre chiamati a cambiamenti della nostra vita. Quando amiamo la Scrittura è un consegnarci alla Parola: la si può aprire anche senza consegnarci ad essa» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, s. Antonio, 23.1.1972).

ORAZIONALE

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Preghiamo ancora Dio onnipotente, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

Invochiamo e supplichiamo la sua Bontà.

Ascoltaci, o Signore, per la gloria del tuo Nome.

  • Perché la Chiesa goda pace da un’estremità all’altra del mondo, preghiamo.
  • Per il Papa, i vescovi e i presbiteri: perché siano pastori dal cuore integro, animati da una fede sincera e dalla giustizia del Regno dei cieli, che trabocchi nell’amore verso tutti, preghiamo.
  • Perché il Signore benedica tutti i popoli e doni la pace celeste a ogni coscienza rendendo gli uomini amanti della vera giustizia e della libertà di ogni loro simile, preghiamo.
  • Perché doni alle pubbliche autorità amore per la giustizia e tutto il loro agire sia sempre finalizzato alla pace, preghiamo.
  • Per la Chiesa, corpo di Cristo, chiamata ad essere una nell’amore. Perché possiamo imparare a vivere più intensamente la nostra unità nella diversità, e ci impegniamo insieme per predicare e costruire il suo regno di amore verso tutti, preghiamo.
  1. O Dio, che hai fondato la tua Chiesa sulla fede degli Apostoli, fa’ che le nostre comunità, illuminate dalla tua parola e unite nel vincolo del tuo amore, diventino segno di salvezza e di speranza per tutti coloro che dalle tenebre anelano alla luce.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.