DOMENICA II di Giuseppe Bellia

MESSALE

Antifona d’Ingresso    Sal 65,4

Tutta la terra ti adori, o Dio, e inneggi a te:
inneggi al tuo nome, o Altissimo.
Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi;

psalmum dicat nómini tuo, Altíssime.

Colletta

 

Dio  onnipotente ed eterno, che governi il cielo e la terra, ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo e dona ai nostri giorni la tua pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Omnípotens sempitérne Deus, qui cæléstia simul et terréna moderáris, supplicatiónes pópuli tui cleménter exáudi, et pacem tuam nostris concéde tempóribus. Per Dóminum.

Il titolo «onnipotente» appare 9 volte nell’Apocalisse. Con esso si esprimono gli interventi divini non solo nella creazione ma anche nella storia. Angeli e uomini lodano le opere salvifiche di Dio, l’onnipotente. Esso corrisponde nell’AT all’espressione: «Dio degli eserciti o delle potenze». Esso designa la sovranità di Dio, che siede sui cherubini (1Sm 4,4) e che è Signore di tutto e di tutti. La sua sovranità non si estende solo nello spazio ma anche nel tempo, come dichiara il secondo titolo: «eterno». Esso si trova – come è espresso in latino: «sempre/eterno» in Is 40,28: Dio eterno (Deus sempiternus) è il Signore, creatore di tutta la terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. Gr 10,10: Il Signore, invece, è il vero Dio, egli è Dio vivente e re eterno (rex sempiternus); al suo sdegno trema la terra, i popoli non resistono al suo furore. Il titolo indica l’immutabilità di Dio nel mutare dei tempi e delle ere: Egli è sempre se stesso e le sue azioni, essendo perfette, sono eterne. I due attributi divini si esprimono nel suo governare il cielo e la terra. Il testo latino aggiunge: «simul, insieme». Con un unico atto sovrano, Dio governa sia il cielo che la terra, i due spazi da Lui creati in principio (Gn 1,1). Non solo Egli li ha creati ma continua a governarli. Per questo il suo popolo lo prega chiedendogli di donare ai nostri giorni la sua pace. Vi è un richiamo alla parola del Signore nel suo Evangelo: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Questa pace è il dono dello Spirito, che Gesù soffia sui suoi discepoli, come principio di nuova creazione, che scaturisce dalla remissione dei peccati, frutto del suo sacrificio e della sua redenzione (Gv 20,19-23).

Questa orazione si trova nel Sacramentario gregoriano 922; Messale romano 773 nella II domenica dell’Epifania.

Sulle Offerte

 

Concedi a noi tuoi fedeli, Signore, di partecipare degnamente ai santi misteri perché, ogni volta che celebriamo questo memoriale del sacrificio del tuo Figlio, si compie l’opera della nostra redenzione. Per Cristo nostro Signore.

Concéde nobis, quæsumus, Dómine, hæc digne frequentáre mystéria, quia, quóties huius hóstiæ commemorátio celebrátur, opus nostræ redemptiónis exercétur. Per Christum.

L’orazione sulle offerte segna il passaggio tra la presentazione dei doni e la preghiera eucaristica. Essa pertanto risente dell’azione sacrificale che sta per compiersi nella solenne preghiera, in cui lo Spirito santo per il ministero della Chiesa, trasformerà i nostri umili doni nella Carne e nel Sangue del Figlio di Dio, il suo santo Servo Gesù.

In questa orazione quanto si sta per compiere è chiamato i santi misteri. Mistero è una parola che affonda le sue radici negli scritti apostolici e designa l’azione di Dio attraverso i segni sacramentali. Questi non sono puri gesti o elementi, che rimandano ad altro, come fossero un richiamo, ma contengono in sé quanto significano: in questo caso il pane e il calice del vino presentati tra i nostri doni una volta che sono stati la materia dell’azione sacrificale, diventano il Corpo e il Calice del Sangue di Cristo.

L’orazione quindi chiede che noi possiamo parteciparvi degnamente benché poco dopo noi diremo con il centurione di Cafarnao: Signore non sono degno … Essere degni quindi significa essere in quello stato di umiltà e di consapevolezza della grandezza dell’azione che si sta compiendo e togliere da noi quell’atteggiamento passivo proprio di chi non comprende quanto si sta compiendo.

Subito l’orazione esprime il contenuto essenziale dell’azione liturgica, compiuta nella grande preghiera eucaristica: ogni volta che celebriamo questo memoriale del sacrificio del tuo Figlio, si compie l’opera della nostra redenzione. Quanto stiamo tutti celebrando è il memoriale del sacrificio compiuto da Gesù sulla Croce. Anche qui la parola memoriale non evoca un ricordo lontano ma un’azione presente: tutta l’efficacia del sacrificio di Gesù si fa presente nel nostro memoriale e si compie così l’opera della nostra redenzione e nella misura della nostra consapevolezza e amore, essa è a noi partecipata. Nell’azione di grazie che insieme al sacerdote compiamo, noi siamo redenti secondo una pedagogia del Padre, che strappa da noi le piante cattive dei nostri pensieri per immettervi le piante buone del suo giardino.

Antifona alla Comunione        Sal 22,5

Dinnanzi a me hai preparato una mensa 
e il mio calice trabocca.
Parásti in conspéctu meo mensam,

et calix meus inébrians quam præclárus est!

 

Oppure:            1 Gv 4,16

Abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi
e vi abbiamo creduto.

Nos cognóvimus et credídimus caritáti,

quam Deus habet in nobis.

Oppure:            Gv 1,29

«Ecco l’Agnello di Dio,
che toglie il peccato del mondo!».

Dopo la Comunione

Infondi in noi, o Padre, lo Spirito del tuo amore, perché nutriti con l’unico pane di vita formiamo un cuor solo e un’anima sola. Per Cristo nostro Signore.

Spíritum nobis, Dómine, tuæ caritátis infúnde, ut, quos uno cælésti pane satiásti, una fácias pietáte concórdes. Per Christum.

LEZIONARIO

anno A

Venite tutti e contemplate l’Agnello di Dio,

che emerge dalle acque del Giordano.

Il suo aspetto è quello del Libano,

magnifico come cedro maestoso                      cfr. Ct 5,15.

Ecco, solo, si allontana da Giovanni,

tace la profezia, oscura è la Parola.

Dove vai, Gesù, Agnello innocente?

«L’amato mio è sceso nel suo giardino»                       Ct 6,2

Discepoli del Cristo, perché indugiate?

Mettetevi sulle tracce dello Sposo:

«Prima che spiri la brezza del giorno,

ritorna sopra i monti degli aromi»                      Ct 2,17

O amanti della verità, alti sono i misteri!

perché amate e cercate la menzogna?

Mi scoppia il cuore in petto. Grido!                   Gr 4,19

Perché ignorate e non amate il Cristo?

«Sono venuto nel mio giardino, mia sposa,

mangio il mio favo e il mio miele,

bevo il mio vino e il mio latte.

Mangiate, amici, bevete, inebriatevi, o cari!»     Ct 5,1

PRIMA LETTURA                                             Is 49,3.5-6

Dal libro del profeta Isaìa

3 Il Signore mi ha detto:

«Mio servo tu sei, Israele,

sul quale manifesterò la mia gloria».

Mio servo tu sei, Israele, Il servo del Signore è chiamato Israele perché egli ricapitola in sé tutto il popolo. Chiamandosi «servo» egli qualifica il suo rapporto con Dio come di chi totalmente dipende da Lui e non ha perciò in se stesso nessuna autonomia. Chi lo vede pertanto coglie questo rapporto e conosce in lui il Dio d’Israele.

Manifesterò la mia gloria (cfr. Gv 17,5: E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse). La manifestazione della gloria di Dio è l’evidenziarsi del suo rapporto con il Servo e quindi dell’adempiersi perfetto della sua missione.

[4 Io ho risposto: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio».]

Con la sua risposta il Servo da una parte dichiara l’insuccesso della sua missione. Egli non ha vinto la resistenza oppostagli da ciò che è vuoto e vano e che tende al caos primordiale.

Ho consumato la mia forza, esausto e svuotato sulla Croce, Egli grida: «Tutto è consumato» (Gv 19,30)

A questo insuccesso Egli contrappone rapporto con il Signore, che è il suo Dio.

Il mio diritto, acquisito con la sentenza che Dio pronuncia in favore del suo Servo.

Troviamo in queste parole del Servo, annunciata la dialettica che contrappone la sapienza del mondo e la stoltezza di Dio, che ha il suo centro in Cristo crocifisso, contenuto essenziale dell’Evangelo, come ci rivela l’apostolo Paolo nei cc. 1-2 di 1Corinzi.

In questo rapporto, paradossale agli occhi dell’uomo, il Servo sta saldo nella promessa di Dio, che fa giustizia al suo Servo e lo ricompensa, come dice in più passi la divina Scrittura (cfr. Sal 2,8: Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra). La ricompensa fiorisce là dove è il momento massimo della crisi e la sua glorificazione è nella risurrezione.

5 Ora ha parlato il Signore,

che mi ha plasmato suo servo dal seno materno

per ricondurre a lui Giacobbe

e a lui riunire Israele

– poiché ero stato onorato dal Signore

e Dio era stato la mia forza –

Il rapporto tra il Signore e il suo Servo è intrinseco. Egli è plasmato Servo, come sta scritto: «Entrando nel mondo, Cristo dice:Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato» (Eb 10,5). Nell’atto in cui egli è costituito Servo – atto, che è il suo concepimento – Egli è plasmato per il sacrificio, perché questo è l’evento che fa essere uno Giacobbe e Israele; e questa unità non si limita solo al popolo della prima elezione, ma si estende a tutti i popoli della terra, come subito Egli dice.

6 e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo

per restaurare le tribù di Giacobbe

e ricondurre i superstiti d’Israele.

Io ti renderò luce delle nazioni,

perché porti la mia salvezza

fino all’estremità della terra».

Il Servo riporta la sentenza divina: la sua missione è quella di raccogliere le pecore perdute della casa d’Israele (cfr. Mt 10,5) e dopo la sua glorificazione di radunare tutte le Genti. Diviene infatti luce delle Genti (cfr. Lc 2,32) portando la salvezza fino ai confini della terra mediante l’annuncio dell’Evangelo (cfr. At 13,47: l’evangelizzazione delle Genti attua questa profezia: l’Evangelo, che è rivelazione di Gesù come il Signore, è la luce delle Genti. Dio dà al suo Servo la missione universale tramite l’annuncio apostolico dell’Evangelo).

La missione del Servo, che si è espressa in pienezza nel Signore nostro Gesù Cristo, deve attraversare le nostre tenebre, dalle quali sembra come ingoiato, per poi riemergere come luce senza diminuzione.

Il fatto che Egli non diminuisca ma cresca, è di grande consolazione per noi perché la luce ci penetra ogni giorno sempre di più annullando le tenebre nelle zone più profonde dell’umanità e del cuore di ogni uomo.

Per il tema della luce: cfr. Is 60,3: cammineranno i popoli allo splendore del tuo sorgere (festa dell’Epifania). Il popolo che camminava nelle tenebre vide la grande luce (Is 9,1), (testo proclamato nella notte del Natale).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 39

R/.  Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.

Ho sperato, ho sperato nel Signore,

ed egli su di me si è chinato,

ha dato ascolto al mio grido.

Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,

una lode al nostro Dio.  R/.

Sacrificio e offerta non gradisci,

gli orecchi mi hai aperto,

non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.

Allora ho detto: «Ecco, io vengo».        R/.

«Nel rotolo del libro su di me è scritto

di fare la tua volontà:

mio Dio, questo io desidero;

la tua legge è nel mio intimo».  R/.

Ho annunciato la tua giustizia

nella grande assemblea;

vedi: non tengo chiuse le labbra,

Signore, tu lo sai.         R/.

SECONDA LETTURA                                      1 Cor 1,1-3

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

1 Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene,

Indirizzo. Paolo, è il suo nome personale, che secondo gli Atti egli ha assunto all’inizio della sua missione tra le Genti, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo, il Padre rivela in Lui il Figlio suo affinché egli lo evangelizzi nelle Genti (cfr. Gal 1,16), per volontà di Dio e il fratello Sostene (cfr. At 8,17).

Chiamato si intende da Dio. Così egli si definisce. Anche in Rm 1,1 dove la chiamata é resa esplicita da quanto segue: separato per l’Evangelo di Dio. Anche i cristiani sono detti i chiamati. Chiamati a essere santi (v. 2); in quanto chiamati accolgono la predicazione apostolica concernente Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio (24).

Apostolo di Gesù Cristo perché da Lui direttamente inviato e scelto per questo fin dal seno di sua madre (cfr. Gal 1,15). In 4,9-13 Paolo descrive con tinte forti la situazione degli apostoli, «spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini» perché in essi si manifesta la stoltezza della Croce. In 9,1 sg.: afferma di essere Apostolo perché ha veduto Gesù il Signore nostro e definisce i corinzi sigillo del suo apostolato; elenca pure i diritti apostolici cui egli ha rinunciato per annunciare gratuitamente l’Evangelo.

Nella struttura della Chiesa gli apostoli sono elencati al primo posto (12,28) e ne sono il fondamento assieme ai profeti (cfr. Ef 2,20).

Essi sono i testimoni del Signore risorto: ad essi è apparso (15,7) e di essi Paolo è l’ultimo tanto da non essere degno di essere chiamato apostolo (15,9).

Volontà di Dio. È la norma di tutto l’agire di Paolo. Tutto è ad essa sottomesso: la sua chiamata, i suoi progetti futuri (cfr. Rm 15,32) e tutta l’attività della comunità (cfr. 2Cor 8,5).

2 alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro:

Destinataria della lettera è la Chiesa di Dio che è in Corinto, costituita da coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, il cui nome è santi e la cui caratteristica è quella d’invocare in ogni luogo il Nome perché sono una sola cosa con tutti i chiamati.

Chiesa di Dio. Nell’AT si trova solo in Ne 13,1 LXX: da essa sono esclusi per sempre gli Ammoniti e i Moabiti. In 10,32 è nominata accanto ai Giudei e ai Greci, le due categorie religiose dell’umanità che trovano la loro unità nella Chiesa di Dio. Il non celebrare bene la cena del Signore é gettare disprezzo sulla Chiesa di Dio (11,22). Paolo afferma di sé di aver perseguitato la chiesa di Dio (15,9). Come Dio è Uno così una è la Chiesa, che si esprime nelle singole comunità locali chiamate Chiese (7,17; 11,16; 14,33; 16,1.19). Chiesa è pure chiamata l’assemblea convocata dove è celebrata la cena del Signore (11,28) e dove lo Spirito si manifesta nella varietà dei doni spirituali (14,4.5.12.19.23.28.35).

Santi. Così sono chiamati i cristiani perché santificati in Cristo Gesù. A loro è affidato il giudizio del mondo (6,2) e quindi possono giudicare le realtà terrene (cfr. 6,1). Sono pure causa di santificazione (7,14) e formano le chiese (14,33: le comunità dei fedeli, che sono le chiese dei santi). Tra i santi vi è reciproco servizio (16,1: colletta in favore dei fratelli santi); la famiglia di Stefana è esemplare nel servizio dei fedeli, cioè dei santi (16,15).

Invocano il nome, ricorre solo qui. Altrove si trova come definizione dei cristiani in particolare nei racconti della conversione di Paolo (At 9,14.21; 22,16).

Nome. Sempre citato in rapporto al Signore Gesù. In esso c’è la forza dell’unità (1,10); nel nome l’Apostolo sentenzia (5,4); è il «luogo» assieme allo Spirito del Battesimo come lavacro, santificazione e giustificazione (6,11).

3 grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!

Il saluto comunica grazia e pace la cui origine è dal Padre e dal Signore Gesù Cristo.

Grazia. Parola, che annuncia la novità dell’Evangelo. È oggetto del ringraziamento dell’Apostolo e si esprime nella ricchezza dei doni (1,4). Solo in Gesù è data (1,4). L’azione dell’apostolo scaturisce dalla grazia, che ne è anche la misura e la caratteristica (3,10; 15,10). Presenta le stesse caratteristiche dello Spirito Santo: è energia operante per l’obbedienza dell’Apostolo (15,10) ed è con lui come lo è la Sapienza (ivi cfr. Sap 9,10). È chiamata grazia (il dono della vostra libertà) l’offerta dei corinzi per la Chiesa di Gerusalemme. Nel congedo l’Apostolo saluta dando la grazia (16,23).

Pace. Parola che caratterizza il saluto del Signore risorto (cfr. Gv 20,19.21.26) ed è da Paolo comunicata alla Chiesa. È la pienezza dei beni che ci ha donato il Signore. Si contrappone al dissidio di un’unione coniugale che non si può più mantenere (7,15) ed è «la condizione, voluta da Dio e pertanto salutare, di tutte le cose» (GLNT, Foerster). Nell’assemblea ciò che deve caratterizzare il rapporto è la pace che nasce dell’edificazione (14,33). È la parola del congedo (16,11).

CANTO AL VANGELO                                   Gv 1, 14a.12a

R/.  Alleluia, alleluia.

Il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi;

a quanti lo hanno accolto

ha dato potere di diventare figli di Dio.

R/.  Alleluia.

VANGELO                                                        Gv 1,29-34

 Dal vangelo secondo Giovanni

29 In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

In quel tempo (lett.: Il giorno dopo). Ecco il nuovo giorno, quello fatto dal Signore, in cui risplende la vera luce. Essa ora risplende agli occhi di chi crede.

Vedendo. Giovanni vede perché è profeta (cfr. 1Sm 9,9). l’autenticità della profezia è data dalla visione del Cristo. Vedendo, Giovanni gli dà testimonianza e lo indica come l’Agnello di Dio (29), il preesistente (30) e come colui che battezza nello Spirito Santo (32-34). Giovanni vede Gesù che viene verso di lui. Ci è rivelato chi è colui che sta in mezzo ai giudei senza che questi lo conoscano: è Gesù. Questi viene verso Giovanni perché la profezia giunge al suo compimento. Come Gesù fu introdotto nel mondo attraverso la vergine Maria, così ora entra in Israele attraverso Giovanni. Il Verbo si è sempre rivelato ai suoi servi, i profeti, e da loro è stato fatto conoscere al popolo. Così ora, divenuto Carne, viene visibilmente verso Giovanni che ne contempla le profondità. La fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono (Eb 11,1). Vedendolo dice: Ecco. È qui, è presente. Tutti vedono un uomo, Giovanni lo indica come l’Agnello di Dio.

Gesù è l’Agnello, che Dio ha scelto e che gli appartiene. Egli è la vera vittima che, innalzata, realizza la nuova pasqua. In Lui converge sia la Legge, che lo contempla come l’Agnello pasquale, sia la profezia, che lo indica come il Servo del Signore, che è come l’Agnello condotto al mattatoio (Is 53,7). Giovanni ascolta quello che Cristo dice, entrando nel mondo: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo poiché di me sta scritto nel rotolo del libro per fare, o Dio, la tua volontà (Eb 10,5-7). Questa è l’unica azione sacerdotale di Giovanni: designare la vittima, scelta da Dio, per l’unico e perfetto sacrificio. Egli lo vede venire a lui attraverso l’acqua ma già lo contempla venire al mondo attraverso il sangue della sua immolazione. La profezia, che in Giovanni è visione, contempla tutto il mistero del Cristo.

Gesù è l’Agnello di Dio anche con riferimento al sacrificio quotidiano, quello che la tradizione di Israele chiama il Tamìd; esso veniva offerto due volte al giorno, come è detto in Es 29,38-46. Questo è il sacrificio costitutivo d’Israele ed è accompagnato dal fior di farina, dall’olio e dal vino. Questi, nella nuova economia, diventeranno i segni sacramentali nei quali si esprime l’azione sacrificale dall’Agnello come immolato (Ap 5,6).

Gesù ricapitola in sé il sacrificio perenne, l’Agnello pasquale e il Servo sofferente preannunziato da Isaia nell’immagine dell’agnello.

La sua missione è quella di togliere il peccato del mondo, come è detto in 1Gv: sapete che egli è apparso per togliere i peccati e peccato in lui non c’è (3,5). L’uso del singolare e del plurale c’insegna che il peccato è visto nella sua globalità, come situazione in cui il mondo si trova, ed è considerato come azione personale, come dice anche altrove: ed egli è propiziazione dei nostri peccati, non solo dei nostri, ma anche di quelli di tutto il mondo (2,2). Il peccato è la forza con cui il satana tiene il mondo in suo potere (ivi, 5,19). Gesù con il suo sacrificio, distrugge questo potere che satana esercita sul mondo con la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e l’orgoglio della vita (cfr. ivi, 2,16). Il Figlio di Dio è apparso per sciogliere le opere del diavolo (ivi, 3,8). La carne del Cristo, concepita dallo Spirito Santo, è plasmata nel grembo materno per il sacrificio perché Dio ha mandato il proprio Figlio nella somiglianza di una carne di peccato e riguardo al peccato e così egli ha condannato il peccato nella carne (Rm 8,3). Guardando a Lui, che viene a noi come l’Agnello di Dio, veniamo liberati dal potere del peccato che è nel mondo. La nostra carne lavata dall’acqua, nutrita dalla sua carne e inebriata dal suo sangue, viene sciolta dalla schiavitù del satana. Solo guardando a Lui siamo liberati dai morsi dell’antico serpente e se anche siamo avvolti dalla fiamma della concupiscenza mondana, noi cantiamo in essa le meraviglie di Dio e, per virtù sua, non veniamo toccati. Sentiamo sempre l’efficacia del suo sacrificio se, con fede, volgiamo lo sguardo a Colui che hanno trafitto (cfr. 19,37).

30 Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”.

Ripete quanto ha detto al v. 15. Qui dice: Egli è colui (lett.: Costui è) perché lo indica; là ha detto: costui era perché in principio era il Verbo. Prima ha annunciato ma non ha potuto indicare, ora lo indica confermando che in sé vi è lo Spirito della profezia. Giovanni dà testimonianza a Gesù e dà testimonianza a se stesso che quanto ha detto è vero.

Gesù, in quanto uomo, viene dopo di lui, perché termine della Legge è Cristo (Rm 10,4). Ma Giovanni testimonia che Gesù è più grande di lui perché, dice, era prima di me, cioè era prima della profezia. Egli è uomo ed è l’Agnello di Dio: incarnazione e sacrificio sono iscritti nel Verbo. Questo è l’annuncio proprio della profezia: essa proviene dal Padre, annuncia Colui che è e ciò che deve accadere nell’esistente. Già Zaccaria aveva detto: Ecco un uomo che si chiama Germoglio (6,12).

31 Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».

Giovanni dichiara di non averlo prima conosciuto. Non sono perciò motivazioni umane (quali i segni) a indicare Gesù come l’Agnello di Dio e Colui che era, ma è solo la rivelazione del Padre, come accadrà pure a Pietro (cfr. Mt 16,17). La rivelazione e quindi la profezia provengono da Dio e manifestano a Israele quell’aspetto del disegno di Dio che egli comunica ai suoi profeti. Essi lo manifestano con segni che danno garanzia al popolo che essi sono inviati da Dio. Il segno che Giovanni compie è battezzare con acqua. In esso Gesù viene manifestato a Israele, come già precedentemente l’Evangelo ci ha detto.

Gesù viene quindi verso Giovanni per passare attraverso l’acqua del suo battesimo. Quello che gli altri evangelisti esprimono in forma di racconto, qui ci è comunicato come testimonianza di Giovanni. I profeti precedenti a Giovanni hanno annunziato il Cristo attraverso i segni, che dovevano compiere, e le parole; Giovanni compie un segno attraverso il quale Gesù passa ed è rivelato dal Padre.

32 Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui.

Dopo aver indicato Gesù come l’Agnello di Dio e Colui che era prima di lui, ora Giovanni dà testimonianza che Egli è il Cristo.

Come, infatti, dopo che Samuele ebbe unto Davide lo Spirito del Signore si lanciò su David da quel giorno in seguito (1Sm 16,3), così ora Giovanni, come profeta, dà questa testimonianza: ho contemplato lo Spirito.

Giovanni non compie nessun’azione: egli vede il Cristo venire verso di lui, verso l’acqua, e vede lo Spirito che scende dal cielo e rimane, in modo definitivo, su Gesù.

Mentre Samuele unse Davide, Giovanni non unge Gesù e qui non è nemmeno detto che lo battezza perché si vuole rivelare solo che il profeta è testimone di quello che Dio compie su Gesù.

Gesù viene verso Giovanni e lo Spirito si rende visibile come colomba che discende dal cielo e rimane su di Lui. Lo Spirito si rivela come colomba per mostrare in che modo è presente e dimora nel Cristo. Egli stesso dice: «Siate semplici come colombe» (Mt 10,16); Gesù appare tra noi semplice, mite e umile di cuore.

Lo Spirito discende dal cielo come colomba. Nell’A.T. il verbo discendere è usato per il Signore che scende per vedere la città (cfr. Gn 11,5.7); per la sua gloria che discende sul monte (cfr. Es 24,16; 33,9; 34,5; ecc.). è detto del fuoco che Elia fa discendere dal cielo (cfr. 2Re 1,10). In Is 63,14 secondo la LXX, si dice: come armenti attraverso la pianura, discese lo Spirito da parte del Signore e li guidò; così conducesti il tuo popolo per farti un nome di gloria. Lo Spirito discende e guida il popolo nel deserto e compie imprese gloriose. Così ora Giovanni Lo vede scendere su Gesù per guidarlo nella sua missione, che ha come scopo quello di dare gloria al nome divino, come è detto altrove. Lo Spirito discende dal cielo, cioè da Dio, e dimora su Gesù. È una presenza permanente e piena, perché a Lui appartiene lo Spirito. Questi dimora in Gesù come in un tempio. Quello che l’Apostolo dice di noi (cfr. 1Cor 6 19) molto più è proclamato del Cristo nel quale lo Spirito in/abita e mai viene allontanato. Lo Spirito è presente in Gesù non tanto in rapporto ai carismi quanto piuttosto in rapporto alla natura. La presenza dello Spirito in Gesù non è un dono di grazia ma è connaturale per il fatto che Gesù è il Figlio di Dio. In Gesù lo Spirito discende e resta per sempre in mezzo a noi perché in Lui ha trovato il suo riposo, come è detto in Is 11,2: si poserà su di Lui lo Spirito di Dio. Per questo apparve sotto forma di colomba, per indicare il posarsi nella quiete: la colomba infatti fugge al minimo stormire delle fronde.

33 Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”.

Per confermare l’origine divina della sua testimonianza Giovanni ripete: Io non lo conoscevo. Ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua: per rispetto non nomina il nome divino.

Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito: Giovanni sa che il compimento della sua missione è nell’attuarsi delle parole che gli sono state rivelate.

È lui che battezza nello Spirito Santo: in Lui lo Spirito rimane perché Egli lo comunichi. L’acqua è solo un segno, lo Spirito invece agisce, purifica e salva. Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia (v. 16), perché abbiamo ricevuto lo Spirito.

Ora al nostro sguardo si apre una duplice visione: quello che Gesù ha storicamente compiuto per donarci lo Spirito e i segni che Gesù compie perché sia dato perennemente a tutti i credenti di ogni generazione.

La testimonianza di Giovanni ci orienta verso il primo segno che c’immette nello Spirito: il battesimo nello Spirito Santo.

Vi è quindi continuità nel segno (l’acqua), ma differenza nel dono (lo Spirito Santo).

34 E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Nei sinottici la testimonianza è data dalla voce paterna, qui dalla profezia. Il titolo ha pertanto un valore messianico (cfr. 2Sm 7,13; Sal 2,7) che non esclude che in Gesù abbia un valore suo proprio. Lo testimonia il fatto che solo Gesù è chiamato con il termine greco hyios (Figlio), mentre per noi usa la parola tekna (1,12). Giovanni ha quindi il compito, proprio dei profeti, di designare il re Messia. Ma, a differenza degli altri profeti, egli non consacra Gesù e questo sta a indicare che Gesù è il Figlio di Dio non nello stesso modo degli altri re che furono invece consacrati con l’olio.

La figura di Gesù appare completa nella testimonianza di Giovanni: di Lui già tutto è detto.

Giovanni è ora capace di dare testimonianza alla Luce affinché tutti credano per mezzo di Lui (cfr. 1,79). Dobbiamo apprezzare il genio di Giovanni nel racchiudere un’intera cristologia in un solo breve episodio (Brown).

ORAZIONALE

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Supplichiamo il Signore, fratelli e sorelle carissimi, perché stenda la sua mano divina su tutto il suo popolo e lo ricolmi della sua benedizione, apportatrice di vita.

Ascoltaci, o Signore, a gloria del tuo nome.

  • Perché in quanti credono in Cristo cresca la fede, si approfondisca la conoscenza del Signore e sia sollecita l’obbedienza al suo insegnamento, preghiamo.

  • Perché tutte le autorità civili governino nella pace e nella giustizia per la serenità e la prosperità di tutti, preghiamo.

  • Perché tutti gli uomini ascoltino nella loro lingua l’annuncio della misericordia di Dio e si spronino vicendevolmente a camminare nelle sue vie, preghiamo.

  • Perché l’angelo del Signore accompagni coloro che viaggiano e li custodisca da ogni pericolo, preghiamo.

  • Perché quanti soffrono a causa della malattia vedano la loro tristezza mutata in gioia per aver ottenuto la perfetta salute dell’anima e del corpo, preghiamo.

  • Perché tutti i defunti godano il riposo eterno nella pace del Cristo, preghiamo.

O Padre, che in Cristo, agnello pasquale e luce delle genti, chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza, conferma in noi la grazia del Battesimo con la forza del tuo Spirito, perché tutta la nostra vita proclami il lieto annunzio del Vangelo.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

Oppure:

A te che sei il salvatore e il benefattore di ogni creatura, ti abbiamo rivolto la preghiera per tutti.

Per Cristo tuo Figlio e nostro Signore.

Amen.

(Prece ispirata all’Eucologio di Serapione).