MESSA VESPERTINA DELLA VIGILIA

Adorna, o Sion, il tuo talamo! Adornalo di umiltà e povertà: di questi lini si compiace il Signore, in questi serici drappi lo avvolge sua Madre.

PRIMA LETTURA                                              Is 62,1-5

Dal libro del profeta Isaia

1 Per amore di Sion non tacerò,

per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo,

finché non sorga (lett.: non esca) come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada.

Il Signore parla con se stesso. Egli esce dal suo silenzio apparentemente inoperoso e dalla sua apparente assenza dovuta all’iniquità del popolo.

È cessato il tempo, in cui lo sposo è sdegnato con la sua sposa a causa delle sue infedeltà. La sto­ria è scandita dall’amore di Dio sia nei suoi silenzi che nei suoi interventi.

Come aurora (lett.: secondo lo splendore che le è proprio). La giustizia deve apparire in tutto il suo splendore, quindi in relazione alla redenzione piena e non solo a un riscatto parziale e a una vittoria solo temporanea contro tutti i nemici di Gerusalemme, cioè di coloro che la tengono prigio­niera e nell’umiliazione. È chiaro che, secondo l’insegnamento apostolico, questi nemici non appar­tengono alla carne e al sangue ma sono le potenze spirituali.

Come lampada era uso celebrare la vittoria e la salvezza sui nemici con torce accese nella notte. Così la lampada della vittoria risplende in mano ai redenti.

Questa grande festa sarà vista da tutti. È infatti la festa nuziale del Signore con Gerusalemme. È la gioia dello sposo per la sposa ricordata nei capitoli precedenti. Lampada e splendore rievocano quindi il clima nuziale.

Il culmine della salvezza è quindi questa festa nuziale notturna, come ci è indicato anche dalla pa­rabola delle vergini sagge e di quelle stolte (cfr. Mt 25).

Il Signore, che ritorna vittorioso dopo aver sconfitto i suoi nemici, celebra il suo trionfo nella festa di nozze con la sua sposa, l’umanità redenta, come ci è insegnato nell’Apocalisse.

2 Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria;

Le nozze del Signore con Sion – la pienezza dell’umanità redenta, là dove non c’è più Greco o Giu­deo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti (Col 3,11) – saranno a tutti manifeste; e la sposa redenta dirà: «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli» (Is 61,10).

Già da adesso si manifesta nella Chiesa, redenta da Cristo, la giustizia e la gloria che le sono pro­prie. Infatti tutto tende a manifestare nella Chiesa la gloria dell’Evangelo, perché è in esso che si ri­vela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede (Rm 1,16). L’impazienza divina poi si manifesta proprio nel rendere santa e immacolata la sua Chiesa (cfr. Ef 5,27) perché il nostro peccato non offuschi una simile gloria.

sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà.

Per l’intimo rapporto sponsale tra il Signore e la sua Chiesa questa riceve il nome nuovo dal suo Sposo. Il nome nuovo le fa dimenticare la situazione di schiavitù e di umiliazione perché il nome si­gnifica una nuova realtà. Quindi il nome sarà pienamente rivelato nel giorno in cui la redenzione sa­rà piena, e cioè nel giorno della venuta del Signore e del manifestarsi della sua gloria con la risur­rezione dai morti, come c’insegna l’apostolo al c. 15 della prima lettera ai corinzi.

La Chiesa già partecipa del nome nuovo in quanto non è più ripudiata e abbandonata.

3 Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio.

Come un re presenta ai suoi ministri stupiti la sua corona molto preziosa e ne fa ammirare la confe­zione e le gemme che la ornano, così farà il Signore con la sua Chiesa. Dopo aver compiuto pie­namente la sua redenzione, il Cristo mostrerà la sua Sposa in tutto il suo splendore a tutta la crea­zione invisibile perché ne contemplino la bellezza e la varietà, opera delle sue mani come è scritto: La figlia del re è tutta splendore, gemme e tessuto d’oro è il suo vestito. È presentata al re in pre­ziosi ricami; con lei le vergini compagne a te sono condotte (Sal 45, 15-16).

4 Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata,

perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo.

Nessuno ti chiamerà (lett.: non ti si chiamerà più), il soggetto è Dio, in quanto è Lui che l’aveva abbandonata e consegnata ai suoi nemici perché fosse devastata e apparisse quindi ripudiata dal suo Dio).

Mia Gioia, parola che esprime l’amore sponsale di Dio per la sua città nella quale abiterà per sem­pre.

Queste nozze saranno eterne: non conosceranno più il ripudio perché la redenzione è giunta al compimento. Sono queste le caratteristiche della Chiesa, la nuova Gerusalemme, la Sposa dell’Agnello, come la contempla l’Apocalisse.

Il testo presenta pure la realtà dei nuovi cieli e della nuova terra dove è collocata la Sposa redenta e in questa terra abiterà pure lo Sposo; infatti la nuova creazione ha il suo principio nell’umanità dello Sposo, il cui splendore divino s’irradia in questi nuovi spazi. È detto infatti nell’Apocalisse: La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello (21,23).

5 Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.

I tuoi figli. Essi gioiscono in Gerusalemme libera della stessa gioia del suo Sposo. Unica infatti è la gioia dello Sposo per la Sposa e dei figli per la Madre. Un’unica e circolante gioia si trasmette in un movimento infinito che scaturisce dall’intimo del mistero divino e si comunica incessantemente dal Padre al Cristo, dal Cristo alla Chiesa e l’inebriante circolazione dell’amore divino increato, lo Spiri­to Santo, rifluisce nell’unico e divino principio del tutto, il Padre.

Nota

La profezia ci fa contemplare con un unico sguardo l’itinerario che parte dalla nostra umiliazione e giunge alla gloria.

Ciascuno di noi e l’umanità, che ha nella Chiesa le primizie della redenzione, può vedere il punto di partenza del suo cammino e dove si è chiamati ad arrivare.

Entro quest’arco s’iscrive tutta la storia della Chiesa, dei popoli e di ciascuno. Per la creazione e i credenti, che attendono in gemito la pienezza della redenzione (cfr. Rm 8), queste sono parole di consolazione e di speranza è infatti importante conoscere verso quale meta stiamo procedendo nelle presenti tribolazioni perché l’animo non venga meno al pensiero che questa situazione non terminerà mai.

Letta come prima lettura delle feste natalizie, ci fa recepire come dentro questo itinerario il primo ad iscriversi è proprio Lui, il Figlio di Dio, il Verbo fattosi Carne. In Lui e con Lui noi camminiamo dall’umiliazione, da Lui condivisa, alla sua gloria da noi, per grazia, partecipata.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 88

R/. Canterò per sempre l’amore del Signore.

«Ho stretto un’alleanza con il mio eletto,

ho giurato a Davide, mio servo.

Stabilirò per sempre la tua discendenza,

di generazione in generazione edificherò il tuo trono». R/.

Beato il popolo che ti sa acclamare:

camminerà, Signore, alla luce del tuo volto; esulta tutto il giorno nel tuo nome,

si esalta nella tua giustizia.      R/.

«Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza”. Gli conserverò sempre il mio amore, la mia alleanza gli sarà fedele». R/.

SECONDA LETTURA                                 At 13,16-17.22-25

Dagli Atti degli Apostoli

Paolo, 16 [giunto ad Antiòchia di Pisìdia, nella sinagoga,] si alzò e, fatto cenno con la mano, disse:

L’omelia «poteva essere tenuta da chiunque avesse “parole di esortazione per il popolo”. Paolo in­terviene “e inizia con un gesto oratorio la sua predica. Sul lettore si deve imprimere l’immagine di Paolo come oratore» (Schneider).

«Uomini d’Israele e voi timorati di Dio, ascoltate.

Accanto agli uomini d’Israele Paolo nomina i timorati di Dio. Sono questi pagani convertiti al giu­daismo senza arrivare, come i proseliti, fino alla circoncisione.

17 Il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri e rialzò il popolo durante il suo esilio in terra d’Egitto, e con braccio potente li condusse via di là.

Con l’espressione scelse i nostri padri si vuol forse rievocare la storia dei patriarchi caratterizzata dall’elezione. Rialzò il popolo durante il suo esilio in terra d’Egitto. Rievoca la prima parte dell’Esodo. Con il verbo “rialzare o innalzare” si indica una forza che è nel popolo a motivo dell’ele­zione: cresce in numero e potenza tanto che gli egiziani ne hanno timore. La sua liberazione è ope­ra del braccio potente (lett. alzato) di Dio. Espressione tipica per indicare l’opera salvifica di Dio. Vedi Es 6,1;32,11.

22 Poi suscitò per loro Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”.

Il verbo “suscitare” ha già in sé la forza dell’irremovibilità dell’elezione tanto da essere il verbo che è usato per la risurrezione di Cristo (vv 30.37).

L’elezione di Davide è confermata dalla Testimonianza divina. La citazione è mista: ho trovato Da­vide (Sal 188,22 LXX), figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore (1Sm 13,14); egli adempirà tutti i miei voleri (cfr Is 44,28 LXX). L’elezione è espressa con il verbo “trovare”; è Dio che lo cerca e lo trova non è Davide che da pastore diviene re. Questi è definito uomo secondo il mio cuore cioè uomo nel quale Dio si compiace e si lega a lui con un patto e una promessa irrevocabili. Infatti Davide adempie tutti i voleri di Dio al contrario di quello che è detto a Saul: «Tu non hai osservato quanto ti aveva comandato il Signore» (1Sm 13,14).

23 Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù.

Da Davide, ritratto con le caratteristiche del messia del Signore, si passa a Gesù. Egli è presentato con le qualità del Messia: è figlio di Davide, è inviato a Israele secondo la promessa fatta a Davi­de (vedi 2Sm 7,12), è Salvatore (vedi Lc 2,11: «Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore che è Cristo Signore»).

24 Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele.

La sua venuta è preparata da Giovanni che predica il battesimo di penitenza a tutto Israele. Questa è la cerniera tra il tempo della promessa e il suo adempimento. Il messia deve essere pre­ceduto dall’annuncio profetico. Questo è il compito di Giovanni.

25 Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”».

L’annuncio di Giovanni nel Cristo riprende Lc 3,15-16: egli non è il Cristo (cfr. Gv 1,19-20; 3,28), non è degno di scioglierne i sandali (azione tipica di uno schiavo che un ebreo del tempo non pote­va pretendere da un servitore ebreo, in quanto anche quest’ultimo apparteneva al popolo eletto cfr Gv 8,33. TOB).

CANTO AL VANGELO

R/.      Alleluia, alleluia.

Domani sarà distrutto il peccato della terra e regnerà su di noi il Salvatore del mondo.

R/.      Alleluia.

  Dal Vangelo secondo Matteo

1 Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.

Certamente possiamo definire Genaealogia (lett.: libro della generazione) tutto il capo 1. Dopo aver elencato le generazioni che portano al Cristo, al v. 18 ci viene rivelato come avvenne la gene­razione di Gesù Cristo. La stessa espressione ricorre in Gn 5,1: «Questo è il libro delle generazioni di Adamo». Nella generazione dell’Adamo terreno s’inserisce quella dell’Adamo celeste per ripristi­nare nell’uomo decaduto l’immagine divina e per compiere nella stirpe umana i misteri dell’unione sponsale prefigurati nell’uomo e nella donna. È il libro della generazione di Gesù Cristo. Dicendo Gesù, rivela che Egli è il Salvatore del Corpo (Ef 5,23) e dicendo Cristo rivela che Egli è unto con l’olio di esultanza e che questo si espande su tutto il Corpo che viene riempito del dono dello Spiri­to.

Figlio di Davide, antepone Davide ad Abramo. Infatti l’espressione «figlio di Davide» è tipica per indicare il Cristo come più volte è testimoniato nell’Evangelo. Vedi ad esempio 12,23: «Non è costui il figlio di David?» e 22,42: «Che ve ne pare del Cristo, di chi è figlio? Di Davide». Nomina Davide e Abramo perchè sono i depositari della divina promessa. Infatti dopo il sacrificio viene detto ad Abramo: «Si proclameranno benedette nel tuo seme tutte le Genti della terra perchè hai ascoltato la mia voce» (Gn 22,18). Il sacrificio è il compimento dei misteri del Cristo e Abramo vede il giorno del Cristo e se ne rallegra. A Davide viene detto: «E accadrà quando i tuoi giorni saranno compiuti e te ne andrai con i tuoi padri susciterò il tuo seme dopo di te di tra i tuoi figli e renderò stabile il suo regno» (1Cron 17,11). Ora questo seme è il Cristo.

2Abramo generò (sacco,

Lo generò da Sara, secondo la promessa: «In Isacco sarà nominato a te il seme» (Gn 21,12). (sacco generò Giacobbe,

Egli era gemello di Esaù ed uscì dal grembo tenendo il calcagno di Esaù, per questo fu chiamato Giacobbe (cfr. Gn 25,26). Riguardo poi all’elezione di Giacobbe se ne parla nella lettera ai Romani

(9,10-13). Questa elezione è gratuita, non è fondata sulle opere, ma su colui che chiama.

Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli,

Giuda è messo al primo posto benchè non sia il primogenito. A lui infatti è detto: «Non si allontane­rà lo scettro da Giuda, né il bastone del comando tra i suoi piedi finché non venga Shilòh (= il Mes­sia) e a lui è dovuta l’obbedienza dei popoli» (Gn 49,10).

3 Giuda generò Fares e Zara da Tamar,

Nel capo 38 della Genesi viene narrata la nascita di Fares e Zara. Essi nascono da fornicazione e attraverso la loro discendenza passa il Messia perché è l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo e li ha assunti su di sé assumendo la nostra carne.

Fares generò Esrom,

È testimoniato in 1Cron 2,5: Figli di Perez Hezron e Hamul.

Esrom generò Aram,

Vedi 1Cron 2,9: Figli che nacquero a Hezron: Ieracmèl, Ram e Chelubài.

Aram generò Aminadàb,

Vedi 1Cron 2,10: E Ràm generò Aminadàb.

Aminadàb generò Naassòn,

Come è detto in 1Cron 2,10 dove Naassòn è definito principe dei figli di Giuda» poiché li guidò, sot­to il comando di Mosé, nel deserto. Vedi Num 1,7: Per Giuda Naasson, figlio di Aminadàb». Sua sorella Elisabetta diviene sposa di Aronne (Es 6,23).

Naassòn generò Salmon,

come è detto in Rut 4,20 e in 1Cron 2,11 5 Salmon generò Booz da Racab,

Racab è la prostituta di Gerico, l’unica a salvarsi dall’eccidio della città. Di lei si fa l’elogio in Eb 11,31: Per fede Raab la meretrice non perì con gli increduli, avendo accolto gli esploratori con pace e in Gc 2,25: Allo stesso modo anche Raab la meretrice non fu forse giustificata dalle opere avendo accolto i messaggeri e avendoli inviati per un’altra via?. Ella divenne sposa di Salmon ed entrò a far parte della genealogia del Cristo mettendo in luce il riscatto operato da Cristo della sua sposa, pri­ma meretrice e poi giustificata dalla fede testimoniata dalle opere.

Booz generò Obed da Rut,

Rut era moabita, esclusa dall’assemblea del Signore (cfr. Dt 23,4-7). Essa cambia questa parola per il suo grande amore per Noemi e per la fede nel Dio d’Israele. La forza della fede sospende per lei la legge di condanna come lo fu per la cananea.

Obed generò Iesse,

Egli vede dalla sua stirpe sorgere il re del suo popolo, consacrato da Samuele. È l’ultimo dei suoi figli per cui si dice:

Iesse generò il re Davide.

Così egli è chiamato perché a lui è stata data la regalità su Israele e il trono è chiamato trono di Davide e su di esso deve sedere il Messia, come è detto dall’Angelo a Maria: «E il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre e regnerà sulla casa di Giacobbe per i secoli, e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32s).

Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa,

Betsabea è chiamata col nome del suo primo marito. Questo legame fu rotto violentemente da Da­vide con l’uccisione di Uria. L’Evangelo conserva il nome dell’ucciso perché il suo sangue ha la vo­ce eloquente del sangue di Abele.

7 Salomone generò Roboamo,

Per l’infedeltà di Salomone il regno fu diviso con Roboamo, stoltezza del popolo e privo di senno, che si alienò il popolo con i suoi consigli (Sir 48,23).

Roboamo generò Abìa,

Di lui si parla in 2Cron 13. Egli appare come il difensore della monarchia messianica e del sacerdo­zio di Aronne che svolge le sue funzioni nel tempio di Gerusalemme.

Abìa generò Asaf,

Di lui si parla in 2Cron 14-16.

8 Asaf generò Giòsafat,

Di lui si parla in 2Cron 28. Grave fu il suo peccato d’idolatria.

Giòsafat generò Ioram,

Di lui si parla in 2Cron 21. Egli fu empio e contro di lui scrisse il profeta Elia.

Ioram generò Ozìa,

L’evangelista salta alcuni re: Ocozia, Ioas e Amasia. Questo lo si può constatare esaminando 2Cron 25.22. Poiché con Ioas si giunge al culmine dell’iniquità con l’uccisione del sacerdote e pro­feta Zaccaria, figlio di Ioadà e poiché Atalia era della stirpe di Acab, allora la sentenza divina pro‑

nunciata sulla casa di Acab colpì pure la casa di Giuda, come c’insegna S. Girolamo: «si toglie la memoria fino alla terza generazione perché non sia posta nella successione che porta alla santa natività» (Commento a Mt e a Lc).

9 Ozìa generò Ioatàm,

Di lui si parla in 2Cron 27.

Ioatàm generò Ëcaz,

Di lui si parla in 2Cron 28. Grave fu il suo peccato d’idolatria.

Ëcaz generò Ezechìa,

Di lui si parla in 2Cron 29-32. Egli fece quanto è gradito al Signore e seguì con fermezza le vie di Davide, suo padre, come gli additava il profeta Isaia, grande e verace nella visione (Sir 48,22).

10 Ezechìa generò Manasse,

Di lui si parla in 2Cron 33,1-20. Fu empio e, prigioniero, si convertì al Signore, così Manasse rico­nobbe che solo il Signore è Dio (2Cron 33,13).

Manasse generò Amos,

Di lui si parla in 2Cron 33,21-25. Egli fu empio e non si umiliò davanti al Signore, come si era umi­liato Manasse suo padre; anzi Amòn aumentò le sue colpe (ib. 23).

Amos generò Giosìa,

Di lui si parla in 2Cron 34,33. Il ricordo di Giosia è una mistura d’incenso preparata dall’arte del pro­fumiere (Sir 49,1).

11 Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.

Questi avvenimenti sono ricapitolati in 2Cron 36. In 1Esdra dei LXX, dopo aver narrato la celebra­zione della pasqua fatta da Giosia e la morte di questi, si dice al v. 32: «Avendo preso quelli del popolo Ieconia, figlio di Giosia, lo fecero re al posto di Giosia suo padre: aveva ventitré anni». Du­rante l’esilio babilonese non cessa la stirpe regale anche se perde il titolo. L’albero di Iesse diventa un tronco, che è stato tagliato. Tutti sono in attesa che da esso spunti il virgulto.

12 Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl,

In 1Cron 3,17 è detto: Figli di Ieconia, il prigioniero: Sealtiel. Questo titolo lo qualifica. In lui la stirpe

regale, privata del trono, conosce le amarezze della prigione, come è detto nel Salmo 89,39-46:

Ma tu lo hai respinto e ripudiato,

ti sei adirato contro il tuo consacrato;

hai rotto l’alleanza con il tuo servo,

hai profanato nel fango la sua corona.

Hai abbattuto tutte le sue mura

e diroccato le sue fortezze;

tutti i passanti lo hanno depredato,

è divenuto lo scherno dei suoi vicini.

Hai fatto trionfare la destra dei suoi rivali,

hai fatto gioire tutti i suoi nemici.

Hai smussato il filo della sua spada

e non l’hai sostenuto nella battaglia.

Hai posto fine al suo splendore,

hai rovesciato a terra il suo trono.

Hai abbreviato i giorni della sua giovinezza

e lo hai coperto di vergogna.

Tuttavia la pianta non è morta. Infatti:

Salatièl generò Zorobabele,

Egli è colui che riconduce i primi esuli nella patria e su di lui s’incentra la profezia di Aggeo e Zac­caria. Con la ricostruzione del Tempio diviene un personaggio importante anche per la sua dimen­sione messianica.

Vedi ad es. Zac 4,6-14. Egli mi rispose: «Questa è la parola del Signore a Zorobabele: Non con la potenza né con la forza, ma con il mio spirito, dice il Signore degli eserciti! Chi sei tu, o grande monte? Davanti a Zorobabele diventa pianura! Egli estrarrà la pietra, quella del vertice, fra le ac­clamazioni. Quanto è bella!».

Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Le mani di Zorobabele hanno fondato questa casa: le sue mani la compiranno e voi saprete che il Signore degli eserciti mi ha inviato a voi. Chi oserà disprez­zare il giorno di così modesti inizi? Si gioirà vedendo il filo a piombo in mano a Zorobabele. Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che scrutano tutta la terra». Quindi gli domandai: «Che significano quei due olivi a destra e a sinistra del candelabro? E quelle due ciocche d’olivo che stil­lano oro dentro i due canaletti d’oro?». Mi rispose: «Non comprendi dunque il significato di queste cose?». E io: «No, signor mio». «Questi, soggiunse, sono i due consacrati che assistono il domina­tore di tutta la terra».

13 Zorobabele generò Abiùd,

Usciamo dai libri sacri. La genealogia, registrata nelle Cronache, prende un’altra via. Ogni uomo d’ora in poi registrato ci è sconosciuto. La linea genealogica affonda nella piccolezza e nella pover­tà. Altri, ad esempio gli Asmonei, sono famosi in questo periodo storico. Tutta l’attenzione si incen­tra sui figli di Aronne e in particolare sul sommo sacerdote.

Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, 15 Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe,

Questa successione genealogica riempie il tempo che giunge fino alle soglie del Cristo. Essi sono portatori di una promessa messianica, l’attendono con speranza. La stirpe di Davide è divenuta umile in Israele ed è in questa piccolezza che fiorisce il germoglio di Iesse. Chi oserà disprezzare il giorno di così modesti inizi? (Zac 4,10).

16 Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.

Con Giuseppe troviamo questo ramo davidico a Nazareth in umile condizione. Giuseppe è il car­pentiere del villaggio, inserito in un preciso contesto familiare di cui l’Evangelo mette in luce i «fra­telli» di Gesù, nei quali, ovviamente è chiara la coscienza di essere della stirpe davidica e quindi portatori della promessa messianica. Il loro ideale messianico dovrà confrontarsi con Gesù e dall’incredulità passeranno alla fede, divenendo i capi delle varie comunità come Giacomo e poi Simone a Gerusalemme. Il Cristo, nuovo Adamo, s’inserisce nella stirpe di Adamo. Vi è tuttavia uno stacco non dalla stirpe, ma dal modo del concepimento: dalla quale è nato Gesù chiamato Cri­sto. Non più Giuseppe bensì Maria è la fonte della generazione umana del Cristo. Questo mistero è grande! Infatti fino a Cristo le generazioni sono tredici. La quattordicesima è quella dei figli di Dio i quali non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati (Gv 1,13).

17 In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici [generazioni], da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici [generazioni], dalla deportazione in Babilonia a Cristo quat­tordici [generazioni].

La conclusione (in tal modo) è questa: la storia d’Israele, del popolo di Dio è scandita da tre perio­di che culminano e iniziano con Abramo, con Davide e con Ieconia «il deportato e il prigioniero» e infine con Cristo.

Il Cristo ricapitola tutta la quattordicesima generazione. La sua nascita nel tempo dà inizio a questa generazione «che non passerà fino a che tutto questo avvenga» (24,34). La sua venuta gloriosa porrà fine alla quattordicesima generazione che è di quelli che saranno simili agli angeli di Dio.

[18 Così fu generato Gesù Cristo:

(La nascita di Gesù Cristo avvenne però così traduzione proposta da d. G. Dossetti).

Il modo come il Cristo è generato differisce da quello di tutti gli altri. Tutti abbiamo inizio dal seme paterno, la generazione di Gesù Cristo non ebbe inizio così. L’evangelista ora ci rivela come ebbe inizio .

sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.

Questa è la santa e ineffabile generazione umana del Cristo. Già Maria è promessa sposa a Giu­seppe: il vincolo ha le caratteristiche di quello sponsale. Non ancora le nozze sono celebrate quan­do la Madre di Gesù si trova pregna per l’azione dello Spirito Santo. Questo è il dato di fatto che l’evangelo di Luca ci fa penetrare nel suo intimo, nel «come» questo accade. In Matteo questo è un dato di fatto. «Ogni volta che Matteo fa menzione dello Spirito è per descrivere un’azione sovrana di Dio, che egli non vuole spiegare e neppure analizzare (3,11; 4,1; 10,20; 12,18.28.31; 28,19)» (Bonnard, ad lc.). Lo Spirito, che è l’artefice di questo concepimento, conduce Giuseppe ad acco­glierlo nell’obbedienza della fede.

19 Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ri­pudiarla in segreto.

Giuseppe è giusto secondo la Legge, che non vuole trasgredire, e d’altra parte non vuole esporre la sua sposa all’infamia per l’amore casto e la stima che ha per lei. La Legge e la giustizia, che ne deriva, lo gettano in questo interiore turbamento. Giunge fino alle soglie del mistero ma non può varcarlo; «egli conosce la castità della sua sposa, è stupito per ciò che è accaduto, nasconde nel silenzio il mistero di Colui che ignorava» (Girolamo). Non può conoscere il Cristo puramente dalla giustizia che deriva dalla Legge, infatti il Cristo è conosciuto solo per la rivelazione dell’Evangelo cui si aderisce mediante la fede. Dalle possibilità, che la Legge gli dà, egli accoglie quella più mite: rompere il fidanzamento rimandando in segreto, senza nessun atto pubblico, Maria, sua promessa sposa.

20 Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bam­bino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo;

Il suo animo, il suo intimo sentire, portava in sé il peso di questo mistero che dalla Legge non veni­va illuminato e che nella sua giustizia non trovava soluzione. In questo intimo tormento, egli è pre­parato dallo Spirito Santo ad essere padre legale di Gesù e ad accogliere Maria sua sposa per vi­vere con lei l’intimità di un’unione verginale. L’Angelo del Signore gli comunica la rivelazione che Giuseppe accoglie nel silenzio obbediente della fede.

Giuseppe è chiamato figlio di Davide; è un titolo messianico. Egli lo consegna a Gesù cui appar­tiene propriamente. Egli non deve andarsene perché è il garante della regalità messianica del Cri­sto Gesù.

«Non temere, cessa di temere riguardo alla Legge e alla giustizia, che ne deriva, e prendi con te Maria, tua sposa. Sia veramente tale e da te riconosciuta come tua sposa». Ed ecco l’Angelo gli rivela il mistero unico nella storia: Infatti il bambino che è generato in lei (lett.: Quello che infatti è concepito in lei) viene dallo Spirito Santo. Credendo a queste parole dell’Angelo, confermate dalla profezia, il cuore di Giuseppe trova pace. La fede nelle parole dell’Angelo e l’obbedienza ad esse lo fanno veramente giusto. Egli accoglie l’azione dello Spirito nella sua sposa e l’accoglie in sé.

21 ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi pecca­ti».

Poiché è nato dallo Spirito, Gesù è spirito: è l’Adamo spirituale e celeste. Il nome che porta, Gesù, non esprime un desiderio (che Dio salvi) ma una realtà (Dio in lui salverà). Egli libera il popolo, che gli appartiene, dalla vera schiavitù, quella dei suoi peccati. Infatti la Legge e i sacrifici dell’antica al­leanza non potevano salvare da questa schiavitù. Noi percepiamo già in questa definizione del no­me di Gesù la realtà sacrificale del Cristo come insegna l’Apostolo: ogni sacerdote si presenta ogni giorno a officiare e a offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai togliere i peccati, costui invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, per sempre si è assiso alla destra di Dio (Eb 10,11s). «Egli, dunque, salvò e salva ogni giorno il suo popolo che allontana dagli idoli, che ha redento col suo sangue, cui promette la salvezza eterna» (Cromazio).

22 Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del pro­feta: 23 «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noiÓ.

La parola detta dal Signore si compie e si rivela nel concepimento di Maria. Ella concepisce vergi­nalmente perché è scritto. La fede nello scritto fa superare ogni ostacolo e dalla sofferenza fa giun­gere alla luce della conoscenza divina.

Il Signore parla per bocca del profeta e dà come segno il Concepimento verginale. Il termine «ver­gine» viene così definito. Maria è sposa ed è madre restando vergine, anzi è la vergine. Il Signore la indica: Ecco la vergine. L’Evangelo commenta: Il nome della vergine era Maria (Lc 1,27). Essa è indicata nella sua maternità: concepirà e darà alla luce un figlio. Ecco il segno nelle profondità della stirpe umana, nelle viscere della donna.

a lui sarà dato il nome di Emmanuele», tutti i popoli diranno: Con noi è Dio. In Gesù tutti perce­piranno che Dio è con noi. Infatti il profeta annuncia la distruzione delle potenze terrene e la sconfit­ta di esse di fronte al popolo di Dio perché Dio è con noi (Is 8,9-10).

23 Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

In questo sonno, simile a quello di Adamo, Giuseppe conosce il mistero dell’incarnazione del Figlio dell’uomo. È un sonno mistico che lo inizia ai misteri e, dopo aver conosciuto, compie con docile obbedienza quanto gli è stato comandato. Dalla sofferenza in cui il suo animo è turbato egli giunge al sonno dove riceve la rivelazione. Dopo la sofferenza e il tormento, in cui l’animo lotta per restare fedele al suo Dio, succede il sonno delle potenze dell’anima che nell’assoluta e totale passività ri­cevono la rivelazione divina e quindi la forza per compiere quanto è stato comandato.

25 senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.]

Fino al parto del figlio, Giuseppe non conobbe Maria; la tradizione rivelata ci ha trasmesso che Ma­ria è sempre vergine, prima, durante e dopo il parto. Noi accogliamo questa fede della Chiesa e la professiamo anche se l’Evangelo, in questo passo, mette in luce la verginità della Madre in rappor­to al Signore Gesù. Il suo concepimento e il suo parto è da una vergine. Giuseppe, conferendo il nome al bimbo nato da Maria lo riconosce come suo e, attraverso Giuseppe, Gesù viene inserito nell’albero genealogico davidico.

Note

«Il N.T. è un libro che dice quello che vuole lui e non quello che vogliamo noi. Dobbiamo prendere sul serio quello che ha detto non cercare di far dire ciò che non dicono i Vangeli dell’Incarnazione. Gli evangelisti si preoccupano poco di giustificarla. Pochissime volte viene la formula Emanuele. Detto in grande fretta che è da Spirito Santo, il dato su cui si insiste di più è il nome Gesù: questo perché il nome dice tutto e dicendo tutto è più importante del racconto. La cosa più importante è possedere questo nome. Il peccato non ha rimedio umano e nemmeno da parte di Dio: la Parola di Dio al Sinai è impotente a salvare. È perché la Parola di Dio si è fatta Carne, che salva. È la Parola di Dio fatta Carne e colpita dalla maledizione del peccato che diventa salvifica. È questa realtà del peccato che ci rivela l’Incarnazione. Non basta invocare neppure il Nome ma è con la consapevo­lezza di ciò che si dice, che salva dal peccato. Se siamo consci che la maledizione del nostro pec­cato penetra nella nostra carne solo allora possiamo invocare. Tutto il N.T. è perfettamente coordi­nato attorno a questo (cfr. Gv 1,12). Invocando il Nome è attualizzare il Battesimo; non basta invo­care il nome come una ripetizione ma è detto credono vedi Gv 20 (conclusione: voi crediate …). È nel nome di Lui che c’è la vita e la salvezza: è credendo nel suo nome che noi otteniamo la vita e la salvezza. Il peccato è oggetto di fede, bisogna credere al di là della nostra stessa coscienza. Quando crediamo al peccato crediamo a Gesù. Gesù è colui che salva il suo popolo dai suoi pec­cati, siamo noi, popolo di Dio carichi di peccato, che abbiamo bisogno di Lui. L’Incarnazione sta in rapporto alla rivelazione del Nome e questo alla rivelazione del peccato» (d. G. Dossetti, appunti di omelia 19.12.1971).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Preghiamo nella pace il Padre, che nel Libro delle generazioni ha inserito il nome del suo Figlio, fatto uo­mo nel grembo verginale di Maria e ora resosi visibile nella grotta di Betlemme.

Preghiamo insieme e diciamo:

Ascolta, o Padre, la nostra preghiera

  • Per la vera pace, che in Gesù scende oggi sulla terra, e per la grazia che dalla sua nascita noi tutti rice­viamo, preghiamo.
  • Perché i poveri gioiscano in questo giorno santo e anche tutte le creature siano ricolme di esultanza per la nascita del loro Creatore dalla stirpe umana, preghiamo.
  • Perché la luce vera, che illumina ogni uomo, dissipi le tenebre dell’ignoranza con lo splendore della veri­tà, preghiamo.
  • Perché nel contemplare la nascita del Salvatore, siamo ripieni di gioia indicibile e gloriosa per la reden­zione ormai vicina, preghiamo.

O Re della gloria, Figlio del Dio altissimo, che da ricco ti sei fatto povero per arricchirci con la tua povertà, accogli l’umile preghiera della tua Chiesa, che ti contempla nel presepe e gioisce per l’umile tua nascita. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Amen.

MESSA DELLA NOTTE

Ave Maria, umile Ancella del Signore. La Parola viva ed efficace in te è penetrata e da te ha assunto la nostra natura mortale. Ave, o Piena di grazia, il Signore è con te.

PRIMA LETTURA                                               Is 9,1-6

Dal libro del profeta Isaia

Questa pericope conclude una sezione (7,1-9,6) consacrata alla difficile situazione contemporanea. A causa della stolta politica del re Acaz e di tutta la Casa di Davide, il piccolo regno di Giuda sarà invaso dall’esercito del re di Assiria, ma non al punto da scomparire, perché il Signore è fedele alle sue promesse riguardo a Gerusalemme e alla discendenza davidica.

La sezione è attraversata dalla nascita di tre bimbi: l’Emmanuele, Mahèr-salàl-cash-baz (Presto saccheggia, lesto depreda) e infine il rampollo della stirpe regale.

La sua nascita dà origine al riscatto del popolo dalla dura schiavitù dell’oppressore.

La lettura messianica si evidenzia soprattutto nei quattro titoli del Bimbo regale che non sono rece­piti né dalla Settanta e neppure dall’esegesi ebraica, che attribuisce al Messia solo il primo titolo «Consigliere ammirabile» mentre attribuisce gli altri tre a Dio.

Per la Settanta valga questa osservazione di d. G. Dossetti: «Mi pare che non sia senza senso il fatto che la traduzione greca dei Settanta non abbia avuto il coraggio di conservare questi titoli e li ha abbreviati, riducendoli a uno solo: «Angelo del gran consiglio». Non c’è «Padre per sempre» e non c’è «Dio forte». Hanno avuto un po’ di pudore, forse hanno pensato che poteva fare sospettare di politeismo chiamare un bimbo «Dio forte» (Omelie del tempo di Natale, p. 36).

Le varianti tra la versione CEI e il testo ebraico sono evidenziate nel commento.

9,1 Il popolo che camminava nelle tenebre

ha visto una grande luce;

su coloro che abitavano in terra tenebrosa

una luce rifulse.

Lett.: Il popolo, quelli che camminavano nelle tenebre videro una grande luce; su coloro che abitavano in ter‑

ra tenebrosa una luce rifulse.

Il popolo, quelli che camminavano nelle tenebre; le tenebre appartengono al caos iniziale (cfr. Gn 1,3) e rappresentano una grande tribolazione; camminare in esse significa non saper dove an­dare e vivere senza speranza di uscirne (cfr. 1Gv 2,11: chi odia suo fratello è nelle tenebre, cam­mina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi).

Il passaggio dal singolare al plurale (camminavano videro) mostra come la Scrittura non veda il popolo come una massa informe e senza volto ma al contrario come formato da singoli che all’interno del popolo fanno l’esperienza, prima delle tenebre e poi della luce.

Al popolo appare improvvisa la grande luce. Con questa immagine è espressa la redenzione. La luce è infatti parte integrante della Gloria del Signore al punto da essere una definizione stessa di Dio (cfr. 1Gv 1,5: Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre).

Nel Sal 112,4 si dice: Spunta nelle tenebre come luce per i giusti, buono, misericordioso e giusto. Dio è la luce dei redenti e con la sua presenza tutto si trasforma in luce. Il salmista, che vorrebbe essere avvolto dalle tenebre, esclama: Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte»; nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce (Sal 139,11-12). Anche alla legge è attribuito il dono di essere luce: il comando è una lampada e l’insegnamento una luce (Prov 6,23).

Immersi in una tenebra priva di speranza, all’improvviso essi vedono la grande luce, che emana da Dio e che illumina le loro menti: questa luce è la Parola, che prima essi avevano disprezzata e che ora accolgono. Questa Parola si è mostrata vera nel Bimbo regale.

Questa è la luce piena che non può più essere definita tenebre (cfr. 5,20: cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre).

Non solo a quanti camminavano nelle tenebre ma anche a coloro che abitavano in terra tenebro­sa una luce rifulse. Essi vi abitavano senza speranza, non cercavano di fuggire lontano dalle te­nebre ma vi avevano stabile dimora e quindi non si aspettavano la luce.

La terra tenebrosa è probabilmente il soggiorno dei morti. Anche in questa regione di morte giunge la luce della redenzione. Il ministero del Cristo non si ferma solo a coloro che camminano sulla ter­ra ma anche a coloro che abitano nello Sheol privi completamente della luce (cfr. 1Pt 3,18-19: E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione).

2 Hai moltiplicato la gioia,

hai aumentato la letizia.

Gioiscono davanti a te

come si gioisce quando si miete

e come si esulta quando si divide la preda.

Lett.: Hai moltiplicato la gente, le hai aumentato la gioia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si

miete e come si gioisce quando si spartisce la preda

Hai moltiplicato la gente; nonostante che camminasse nelle tenebre e fosse già come morta, il Signore ha moltiplicato la gente e le ha aumentato la gioia. Come accadde in Egitto che il popolo cresceva e dopo l’oppressione fu liberato e per la gioia cantò il canto di Mosè, così accade ora. Il Signore ha ricolmato il suo popolo di una gioia così grande da fargli dimenticare la sofferenza pre­cedente. Infatti è la stessa gioia di chi miete, come è detto nel salmo 126,5: Chi semina nelle lacri­me mieterà con giubilo. È la stessa gioia di chi divide il bottino del nemico sconfitto, come è detto nel salmo 119,162: Io gioisco per la tua promessa, come uno che trova una grande preda. La gioia è propria di chi ha vinto il nemico che finora li aveva dominati, come dice il Signore: «Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bot­tino» (Lc 11,21-22).

3 Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva,

la sbarra sulle sue spalle,

e il bastone del suo aguzzino,

come nel giorno di Màdian.

Lett.: Poiché il giogo che gli pesava e la sbarra sulle sue spalle, il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato

come nel giorno di Madian.

Giogo e sbarra indicano schiavitù e lavori pesanti sotto la sorveglianza dell’aguzzino facile a colpi­re. Il Signore ha spezzato questo giogo di oppressione, come fece nella schiavitù egiziana (cfr. Es 5,14: Bastonarono gli scribi degli Israeliti, quelli che i sorveglianti del faraone avevano costituiti loro capi). Il popolo era ridotto al rango di bestie da lavoro e di schiavi su cui l’oppressore gravava con la sua autorità espressa nei termini sbarra (lett.: verga) e bastone. Il profeta ricorda la liberazione che il popolo ottenne al tempo di Gedeone (Gdc 7-8), celebrata anche nei salmi (cfr. Sal 83).

4 Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando

e ogni mantello intriso di sangue

saranno bruciati, dati in pasto al fuoco.

Lett.: Poiché ogni calzatura di chi calza con fracasso e ogni vestito insozzato di sangue saranno bruciati,

esca del fuoco.

L’esercito oppressore è visto nell’angolatura del fracasso delle sue calzature e i vestiti insozzati di sangue stanno a indicare le molte stragi compiute.

Ma questo esercito sarà ridotto all’impotenza e calzature e vesti inutilizzabili saranno bruciati, esca del fuoco; invece forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non al­zerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra (2,4). La profezia volge lo sguardo a questa visione di pace verso la quale converge tutta l’umanità, l’insieme di tutti i popoli).

5 Perché un bambino è nato per noi,

ci è stato dato un figlio.

Sulle sue spalle è il potere

e il suo nome sarà:

Consigliere mirabile, Dio potente,

Padre per sempre, Principe della pace.

Lett.: Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il principato ed è chiama‑

to: Consigliere ammirabile, Dio valoroso, Padre per sempre, Principe della pace;

Egli non ha un nome proprio perché egli emerge dal mistero di Dio e nello stesso tempo è figlio del suo popolo.

Invano lo si può far coincidere con un personaggio storico, quale ad esempio Ezechia, perché egli ha appellativi divini.

Nell’Emmanuele era annunciato il suo concepimento verginale, qui è indicata la sua nascita nel tempo.

Perché il profeta usa il passato? Perché nella profezia gli avvenimenti sono visti nel loro adempi­mento e il profeta annuncia la redenzione come già in atto e quindi l’evento centrale di essa è salu­tato come presente.

È anche vero che la nascita del Bimbo regale può trovare sue parziali realizzazioni in attesa del suo pieno rivelarsi.

Il Bimbo ha sulle sue spalle il principato davidico e quindi messianico, perciò egli è in grado di rompere il giogo che pesa sul popolo e la sbarra che è sulle sue spalle (v. 3).

Egli è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio valoroso, Padre per sempre, Principe della pa­ce.

Questi sono i quattro appellativi con cui il Bimbo è chiamato e che ne rivelano l’intima natura. Consigliere ammirabile. In lui il consiglio desta meraviglie perché il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa (Gv 5,19). In Lui abbiamo la rivelazione del Padre e la sua manifestazione di potenza, come dice poco oltre: «Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati» (ivi,20).

Dio valoroso, In Lui si manifesta la stessa forza di Dio nel salvare il suo popolo. Il suo nome infatti è Gesù, che significa Dio salva. Ed Egli stesso si paragona al più forte che strappa la preda al forte (cfr. Lc 11,21-22).

Padre per sempre. Il Messia è padre dei piccoli e dei deboli per sempre; Egli non li abbandona mai. Infatti durante la cena Gesù chiama i suoi discepoli figliolini (Gv 13,33; 21,5).

Principe della pace. Il suo regno porterà la pace al suo popolo, come subito dice. Questa è la pa­ce che Gesù comunica a coloro che accettano la regalità di Dio su di loro, come più volte Egli dice (cfr. Gv 14,27: Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore).

6 Grande sarà il suo potere

e la pace non avrà fine

sul trono di Davide e sul suo regno,

che egli viene a consolidare e rafforzare

con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.

Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Lett.: grande diverrà il suo principato e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli

viene a consolidare e rafforzare con il giudizio e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore

degli eserciti.

Essendo il principe della pace il suo principato si farà sempre più esteso e la pace non avrà fine. Il suo regno quindi non sarà soggetto alla variazione delle guerre, alla diminuzione del potere ma al contrario esso sempre più si affermerà secondo le parole dell’angelo alla vergine Maria: «il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32-33). L’apostolo commenta: Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi (1Cor 15,25-27).

Il Cristo regna sul trono di Davide e sul suo regno. Vi è la continuità e vi è la novità. Egli è nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, è costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti (Rm 1,3-4). Egli regna quindi su Israele; Egli è Ge­sù il Nazoreo, il re dei giudei (Gv 19,19) e da Israele il suo regno si estende su tutti i popoli (cfr. At 1,8).

Il suo regno si consolida e si rafforza non attraverso le armi ma con il giudizio e la giustizia. Il re messia esercita il giudizio con giustizia come dirà in seguito e in questo vi è un ricordo di Davide (cfr. 2Sam 8,15: Davide regnò su tutto Israele e pronunziava giudizi e faceva giustizia a tutto il suo popolo).

Dalla nascita del Bimbo tutto è cambiato: il diritto e la giustizia hanno il sopravvento fino a giungere alla pienezza nella manifestazione gloriosa del Cristo.

Tutto questo è opera dello zelo del Signore degli eserciti. Nonostante l’infedeltà del suo popolo, il Signore è mosso da gelosia, che in Lui arde come fuoco puro (cfr. Gio 2,18; Zac 1,14). Questo è il fuoco che il Signore Gesù è venuto a portare sulla terra e che vuole sia acceso (cfr. Lc 12,49).

Nota

Il bimbo e figlio è presentato con titoli divini «Consigliere ammirabile, Dio valoroso, Padre per sem­pre, Principe della pace». In questi titoli si condensa la sua origine divina e nello stesso tempo

umana, la sua missione e quindi egli solo sarà in grado di portare la pace promessa come frutto della giustizia.

Gesù, il Cristo e Figlio di Dio, esprime perfettamente in sé questi titoli in parte divini e in parte mes­sianici. Noi non abbiamo bisogno di spartirli tra Dio e il suo Cristo – come fa l’esegesi ebraica -, ma possiamo tutti attribuirli al Cristo, come insegna s. Giustino: «Prima di essere crocifisso proclamò infatti: Il figlio dell’uomo deve molto soffrire ed essere riprovato dagli scribi e dai farisei, essere cro­cifisso e risorgere il terzo giorno (Mc 8,31; cfr. Mt 16,21). E Davide ha annunciato che egli sarebbe stato generato dal grembo prima del sole e della luna (Sal 110,3 + 72,5.17) secondo il volere del Padre, ed ha manifestato che, in quanto Cristo, e Dio potente (cfr. Is 9,5) è degno di adorazione (cfr. Sal 45,13; 72,11)».

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 95

R/. Oggi è nato per noi il Salvatore.

Cantate al Signore un canto nuovo,

cantate al Signore, uomini di tutta la terra.

Cantate al Signore, benedite il suo nome.     R/.

Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. In mezzo alle genti narrate la sua gloria,

a tutti i popoli dite le sue meraviglie.  R/.

Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude;

sia in festa la campagna e quanto contiene,

acclamino tutti gli alberi della foresta.            R/.

Davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra; giudicherà il mondo con giustizia

e nella sua fedeltà i popoli.     R/.

SECONDA LETTURA                                        Tt 2,11-14

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito

Figlio mio, 11 è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini

È apparsa infatti, il testo si collega al precedente e ne dà la motivazione: tutti coloro che sono nel­la Chiesa sono chiamati a vivere così perché è apparsa la grazia di Dio (Girolamo).

È apparsa, come è detto: per illuminare quelli che sono nella tenebra e nell’ombra di morte (Lc 1,79) e altrove: il popolo che cammina nelle tenebre vide una grande luce (Mt 4,16)

La grazia di Dio è apparsa in Cristo, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14), e quindi è apportatrice di salvezza perché Gesù è il nostro salvatore, dalla cui pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia.

Gesù è ora presente in mezzo a noi nella sua grazia che dona salvezza. Egli si fa presente a tutti gli uomini perché è la luce che illumina ogni uomo (Gv 1,9). Ognuno, secondo il suo proprio è illu­minato dalla luce del Verbo e incontra la grazia del Cristo.

12 e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà,

C’insegna, quello che, nell’A.T, è compito della Legge, nel N.T lo è della grazia: la Legge forma dall’esterno, la grazia educa e istruisce dall’interno, per questo è chiamata salvatrice. In essa opera lo Spirito Santo. Chi è nella grazia di Dio è avvolto e penetrato dallo Sprito Santo, che lo istruisce, lo ammonisce e lo consola.

A rinnegare, come c’insegna il Signore: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).

L’empietà è l’idolatria, che c’impedisce di credere in Dio; è la durezza di cuore di chi non Lo vuole riconoscere e accogliere; è la caparbietà nel ribellarsi all sua legge e nella durezza di pensiero e di azione con tutte le creature..

I desideri mondani sono elencati in 1Gv 2,16: La concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita. Questi sono la molla dell’agire secondo il mondo e quindi del ri­bellarsi a Dio e del fare violenza alle sue creature.

sobriamente verso noi stessi

giustamente verso gli altri

piamente verso Dio (s. Bernardo).

13 nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvato­re Gesù Cristo.

Essa è pure grazia che ci fa attendere la manifestazione del Signore.

La beata speranza, è la beatitudine sperata. La speranza infatti è ora nell’attesa e giunge al suo compimento nella beatitudine.

Così preghiamo durante l’Eucaristia: nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo.

La beata speranza ha come oggetto la manifestazione della gloria (ora si manifesta la grazia) del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo.

Egli si manifesta come il grande Dio, il Dio degli dei, davanti al quale si prostrano tutte le potenze spirituali, come è scritto: e lo adorino tutti gli dei (Sal 96,7).

Per noi Egli è il salvatore, per cui lo attendiamo con gioia.

14 Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

Questa beata speranza è in noi perché Cristo ha dato se stesso per noi; Egli ci ha tanto amato che

ha dato se stesso, come Egli stesso dice: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita

per i propri amici» (Gv 15,13).

Egli consegnò se stesso accettando liberamente la volontà del Padre per noi (cfr Gv 3,16).

per riscattarci dalla schiavitù del peccato, della morte e del diavolo.

da ogni iniquità, ciò che è contrario alla Legge: infatti non potevamo osservare la Legge a causa

delle nostre passioni, della legge del peccato, che è nelle nostre membra (cfr. Rm 7,23).

puro che gli appartenga, cioè eletto cfr. Es 19,15: caratteristica dell’alleanza.

zelante, bramoso di fare le opere buone cfr. v. 7.

Nota.

Il primo testo della lettera a Tito è nel contesto dell’insegnamento sul modo di comportarsi delle singole categorie ecclesiali.

In queste si è infatti manifestata a tutti gli uomini la grazia salvatrice di Dio. Il battesimo è la manife­stazione di questa grazia salvatrice, che diventa un invito a tutti gli uomini ad accoglierla.

Infatti è proprio del battesimo rinnegare l’empietà e le bramosie mondane.

L’empietà è propria di chi disprezza Dio ed è arrogante nei suoi confronti. Il termine è greco e sta ad indicare la mancata venerazione verso la divinità. Questa è accompagnata dall’arroganza e dal­la sfida a Dio.

Le bramosie mondane sono il morboso attaccamento alle creature elevate al rango divino oppure sfruttate per il proprio piacere. Cfr. 1Gv . La grazia battesimale trasforma questa situazione d’ira e di bramosia in un vivere prudente, giusto e pio.

La prudenza implica un comportamento sapiente nelle scelte, nella parola e nel comportamento. La giustizia è l’effetto del battesimo ed implica una rottura con la vita precedente al battesimo. La pietà è l’abbandono di quel comportamento violento contro Dio per sottometterci a Lui e per te­merlo.

In che modo si vive questo? l’apostolo lo insegna immediatamente: attendendo la beata speranza e la manifestazione del grande Dio e salvatore Gesù Cristo (v. 13). Solo questa tensione verso la manifestazione di Gesù può distaccarci dal mondo e dalle sue bramosie. Gesù è il grande Dio, il salvatore e il Cristo: il riconoscerlo tale fa parte della nostra fede battesimale.

Essere battezzati è entrare nel respiro dell’attesa ed è sollecitare questa manifestazione della gloria di Dio e il compimento della salvezza.

La redenzione è ricordata al v. 14 come dono di se stesso e come riscatto da ogni trasgressione della legge per diventare il popolo suo proprio zelante per le opere buone.

Ci si può fare due domande:

Quale relazione ha questo testo con la nostra vita cristiana e come lettura natalizia come deve es­sere letto?

Il nostro battesimo rimane un po’ in ombra perché siamo più colpiti da quei sacramenti in cui abbiamo partecipato con consapevolezza.

Anche se fossimo stati battezzati da adulti, la nostra rigenerazione è oltre la nostra stessa perce­zione e si manifesta in noi più con i suoi effetti che nella sua stessa natura.

Il primo effetto del battesimo è quello di rinnegare l’empietà e le bramosie mondane. Il battesimo ci rende capaci di sottrarci da questo dominio perché trasferiti sotto la signoria del Cristo.

Mentre la Legge è diagnosi l’Evangelo è terapia.

In che modo l’Evangelo cura?

Qui s’inserisce il discorso del Natale.

Il Natale è la memoria della manifestazione visibile di Dio entro i confini della natura umana.

Il Figlio di Dio si è racchiuso entro i limiti della nostra esistenza subendo soprattutto il rapporto con

la morte per distruggerla. Noi subiamo soprattutto il dominio di questa.

La nascita di Gesù è il suo entrare nella morte per distruggerla, il battesimo è il nostro ingresso nel‑

la sua morte perché la nostra morte sia distrutta.

La sua nascita è pertanto il meraviglioso scambio, che si fa sacramento nel nostro battesimo.

CANTO AL VANGELO                                     Lc 2,10-11

R/.      Alleluia, alleluia.

Vi annuncio una grande gioia:

oggi è nato per voi un Salvatore, Cristo Signore.

R/.      Alleluia.

VANGELO                                                        Lc 2,1-14

Dal vangelo secondo Luca

1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria.

Il Censimento. Sono nominati l’imperatore e il governatore della Siria.

Per la nascita di Giovanni è nominato solo Erode, re della Giudea. Giovanni infatti è inviato solo a Israele, Gesù il Cristo anche a tutte le Genti.

Il nome di Gesù viene scritto nell’elenco degli uomini di tutta la terra perché, Figlio dell’uomo, a tutti porta la salvezza (cfr. Mt 24,14: Sarà predicato questo evangelo del regno in tutta la terra in testi­monianza a tutte le genti e allora giungerà la fine).

Sul valore universale del censimento così si esprime Origene: «Era necessario che Cristo fosse censito in quel censimento universale perché, iscritto tra gli altri uomini, santificasse tutti e, menzio­nato nel registro del censimento con tutto il mondo offrisse la sua comunione e, dopo questo cen­simento, censisse insieme a sé tutti gli uomini nel Libro dei viventi (Ap 20,15) e chiunque in seguito avesse creduto in Lui venisse iscritto nei cieli».

Con tono più giuridico Ambrogio annota: «Se i consoli si registrano nei documenti di acquisto, quanto più è necessario registrare la data dell’universale riscatto! Qui hai tutti i dati che normalmen­te si trovano nei contratti: il nome della somma autorità, la data, il luogo, il motivo» (in Lc. n. 33). Inoltre sono contrapposti da una parte Cesare, che qui è Augusto e dall’altra il Cristo, figlio di Davi­de, il Primogenito tra i re della terra (Sal 89,28). Il ceppo di Iesse ha un virgulto, l’impero romano è un albero che copre tutta la terra (cfr. Dn 4,6-9).

Questa contrapposizione ritornerà durante il processo davanti a Pilato e il popolo sarà chiamato a scegliere (cfr. Gv 19,12-16; At 17,7).

Ora Gesù appare assoggettato all’autorità romana; non solo si è assoggettato alla legge d’Israele ma anche a quella delle Genti per condurre tutti alla redenzione evangelica.

3 Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.

4 Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Bet­lemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide.

Giuseppe sale con Maria sua sposa a Betlemme per adempiere le Scritture.

L’Evangelo rivela il vero significato di questo movimento creato dall’imperatore. Nella storia degli uomini si nasconde la storia di Dio come il lievito che, nascosto nella farina, fermenta tutta la pasta (cfr. Lc 13,20s).

Betlemme. Gesù non solo nasce dalla stirpe di Davide ma nella sua stessa città. Le città acquista­no la loro impronta dai personaggi che le caratterizzano (Gerusalemme città del gran Re; Ebron, città dell’amico: Abramo). Betlemme è caratterizzata da Davide, come è detto in Gv 7,42: La Scrit­tura dice che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide. (cfr. Mi 5,1­ 3). Nasce nel villaggio d’origine perché con lui tutto ricomincia in un modo nuovo per non terminare mai più: Regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà fine (1,33).

Infatti Egli è colui del quale il profeta, dopo aver detto la sua origine da Betlemme, aggiunge: Le sue origini dal principio, dai giorni eterni e Girolamo commenta: «L’assunzione della carne non im­pedisce in Lui la divina maestà; dice il Padre: “da me infatti è nato prima di tutti i secoli e colui che ha fondato i tempi non è contenuto nel tempo. Egli è colui al quale in un altro salmo ho detto: Prima della stella del mattino ti ho generato (Ps 109,3). In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo (Gv 1,1). Ecco come le sue origini sono dal principio, dai giorni eterni».

5 Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.

Questo appare lo scopo principale della presenza di Giuseppe con la sua sposa incinta a Betlem­me. L’avvenimento che segna la pienezza dei tempi (Gal 4,4) è nascosto all’interno di un atto di amministrazione romana.

6 Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.

7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

La nascita di Gesù è a noi annunciata più con il silenzio che con la parola a differenza di quella di Giovanni il precursore. L’evangelo fa accenni rapidi ai luoghi: , la mangiatoia, la stanza di sog­giorno o l’albergo. Dopo un fugace accenno a Giuseppe ricordato con Maria (si trovavano là) tut­ta l’attenzione è sulla madre: dopo aver partorito il suo figlio, il primogenito, ella compie due ge­sti: lo avvolse in fasce e lo depose nella mangiatoia. Sembra quasi che l’evangelista metta nell’ombra tutto l’ambiente e illumini solo la madre che tutto compie da sola e infine conduca il no­stro sguardo sul bimbo avvolto in fasce che giace in una mangiatoia, come subito dice l’angelo ai pastori; e questo è il segno per loro che il bimbo nato a Betlemme è il Messia (v. 12). La madre compie gesti che hanno valore di segno. Bisogna quindi leggere questi gesti alla luce del segno, cioè come gesti rivelatori di questo Bimbo nato a Betlemme.

I due gesti, che la madre compie, hanno colpito i nostri padri; infatti da nessuno fu aiutata nel parto ed ella da sola lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia. Basti per tutti la testimonianza di Girolamo che così scrive nella sua opera Contro Elvidio: «Non ci fu nessuna levatrice, non inter­venne nessuna sollecitudine di donicciuole; da sola ella avvolse il bimbo nelle fasce: solo lei fu e madre e levatrice» (8).

Per cogliere il valore di segno i nostri padri hanno fatto ricorso al carattere simbolico. Nel primo ge­sto, quello di avvolgerlo in fasce, possiamo vedere la sua perfetta umanità, come è testimoniato (cfr. Sap 7,4; Ez 16,4). Egli è davvero uomo pur non cessando di essere Dio. Nell’inizio è già an­nunciata la fine: altre fasce avvolgeranno il suo corpo deposto dalla croce e come quelle della nati­vità danno testimonianza della sua messianità così quelle del sepolcro daranno testimonianza della sua risurrezione (cfr. Gv 20,26-27).

Riguardo alla mangiatoia essa è percepita come un simbolo del nutrimento che Egli costituisce per Israele (il bue) e le Genti (l’asino) come è scritto: Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del suo padrone ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende (Is 1,3), e in Abacuc: in mezzo ai due animali tu ti manifesterai; quando gli anni saranno vicini, tu sarai conosciuto; quando sarà venuto il tempo tu apparirai (3,2 LXX).

Il Bimbo nel presepe esprime quindi la regalità messianica per un rovesciamento delle prospettive come avverrà sulla croce: nella povertà del presepe e nell’umiliazione della croce Gesù è rivelato come il Cristo. La sua povertà è quindi parte integrante del suo mistero, è (assurdamente per le ca­tegorie umane) il luogo in cui Egli si manifesta. Nella prospettiva di Dio tutto è rovesciato e per chi crede tutto appare nella sua verità e benedice Dio.

La motivazione per cui il Bimbo giace nella mangiatoia è la seguente: perché non c’era posto per loro nell’albergo o nella stanza. L’albergo, era il luogo di sosta e quindi non era un luogo conve­niente per partorire. Per questo secondo la tradizione accolta fin dai primi secoli, Giuseppe e Maria scelsero una grotta appartata e l’apprestarono in modo conveniente al parto. Giustino nel Dialogo con Trifone scrive: «Poiché Giuseppe non sapeva dove alloggiare in quel villaggio, riparò in una grotta nelle vicinanze. E mentre erano là, Maria diede alla luce il Cristo e lo depose in una mangia­toia» (78,5).

Oggi si propende a tradurre il termine katàlima con stanza (22,11; 1 Sm 9,22) e «può indicare uno spazio in una casa privata destinato ad accogliere e ospitare i forestieri … La casa della piccola gente al tempo di Gesù consisteva in genere in un vano unico, nel quale si svolgeva tutta la vita (cfr. 11,7; Mt 5,15), e che spesso doveva riparare anche gli animali domestici (Ps 50,9). Per l’inevi­tabile confusione la sosta in un simile locale portava pericolo per la madre e per il bambino. Perciò si deve presumere che la nascita sia avvenuta fuori da questo vano, ad esempio in una stalla subi­to contigua o, secondo la tradizione, in una grotta nelle vicinanze, che spesso allora si usava come stalla. Qui anche la mangiatoia (fissata al muro?) trova il suo pieno significato. Essa offriva il riparo perché il bambino inerme non fosse calpestato dagli animali, o soffrisse danno per il continuo mo­vimento» (Rengstorf). Potremmo anche supporre che la grotta fuori del villaggio appartenesse al clan davidico di Giuseppe.

Per rilevare la nascita verginale di Gesù l’evangelo dice: Il suo figlio, il primogenito. Nell’A.T. Israele è chiamato da Dio suo figlio primogenito (Es 4,22; Sir 36,11).

Gesù è figlio di Maria ed è chiamato il primogenito in rapporto al Padre suo. Così pure è chiamato il re (Sal 89,28). Questo sottolinea il particolare rapporto che lo lega a Dio.

L’Apostolo Paolo approfondisce i significati del termine primogenito riferito a Cristo.

In Rm 8,29 lo chiama il primogenito tra molti fratelli. I molti fratelli sono coloro che con la risurrezio­ne sono trasformati nella sua immagine gloriosa di Figlio di Dio.

In Col 1,18 è chiamato primogenito dai morti. Egli è il primo risorto fra i morti ed è quindi il fonda­mento della speranza della nostra risurrezione.

In Col 1,15 è definito primogenito di ogni creazione, «Cristo è il mediatore della creazione, al quale tutte le cose create senza eccezione sono debitrici del loro essere» (Micaelis). Vedi inoltre Eb 1,6. Egli si manifesta come tutti gli uomini; cfr. Sap 7,3: Anch’io appena nato ho respirato l’aria comune e sono caduto su una terra uguale per tutti, levando nel pianto, uguale a tutti, il mio primo grido. Questo pianto è l’inizio di quella oblazione sacrificale che ha caratterizzato i giorni della sua vita ter­rena (cfr. Eb 5,7).

Prima di proseguire sostiamo davanti al presepe con la preghiera ammirata di Ambrogio:

«Da ricco che era, sta scritto, si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi della sua pover­tà (2 Cor 8,9). Quella indigenza è dunque la mia ricchezza, e la debolezza del Signore è la mia for­za. Ha preferito per sé le privazioni, per aver da donare in abbondanza a tutti. Il pianto della sua in­fanzia in vagiti è un lavacro per me, quelle lacrime hanno lavato i miei peccati. O Signore Gesù so­no più debitore ai tuoi oltraggi per la mia redenzione, che non alla tua potenza per la mia creazione. Sarebbe stato inutile per noi nascere, se non ci avesse giovato venire redenti».

8 C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facen­do la guardia al loro gregge.

Alcuni pastori. Gente umile e disprezzata: essi sono scelti come primi testimoni della nascita di Gesù, che in loro si rivela come il Messia dei poveri. Da loro inoltre ha pure avuto origine Davide, antenato di Gesù. Egli nasce nel loro ambiente: la grotta – stalla, la mangiatoia.

Questi pastori vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Al contrario, i pastori d’I­sraele dormivano e non si sono accorti della venuta del Signore pur conoscendo le Scritture. Qui a Betlemme i pastori vegliano e a Gerusalemme, nel Tempio, Anna pure veglia in digiuni e preghiere e Simeone attende la salvezza d’Israele, Gesù.

Essi divengono simbolo dei pastori della Chiesa: «I pastori vegliano perché lo stesso buon Pastore è il loro modello di vita. Pertanto il gregge è il popolo, la notte il mondo, i pastori sono i vescovi» (S. Ambrogio).

9 Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore,

Gli angeli sono presenti nella vita del Signore, sia nel Natale che nella Risurrezione, come testimo­nianza della presenza del Regno dei cieli in Gesù. Il loro servizio e il loro annuncio ha come ogget­to il Cristo.

«Un angelo informa Maria, un angelo informa Giuseppe, un angelo i pastori. Non bastava inviarli una sola volta: davvero ogni parola si fonda su due o tre testimoni» (S. Ambrogio).

Mentre l’Angelo si presenta, la gloria del Signore li avvolge di luce. Questa luce è celeste e fa vede­re le realtà celesti. Agli uomini viene partecipata quella luce inaccessibile dove Dio abita.

Essi furono presi da grande spavento, infatti la visione degli esseri celesti suscita il timore della morte in coloro che li vedono (cfr. Gdc 13,22). L’apparizione dell’angelo è improvvisa, come imme­diato è lo splendore della Gloria. Vi sono già le caratteristiche della manifestazione finale del Cristo assieme ai suoi angeli.

10 ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popo­lo:

Io vi annunzio una grande gioia: dal grande timore per la visione alla grande gioia dell’annunzio. Vi annunzio (lett.: vi evangelizzo). Il termine evangelo, evangelizzare «è caro a Luca (1,19; 3,18; 4,18.14 ecc.; frequente in Atti) che anche lettori non ebrei comprendevano nel suo speciale signifi­cato. Allora era usato tra l’altro per la proclamazione di un sovrano.

Così l’evangelo dell’angelo, per orecchie greche, significa la proclamazione del Bambino appena nato come re d’Israele da parte di Dio stesso, cioè come Cristo Messia. Per questo la gioia annun­ziata vale per tutto il popolo benché dovesse venire il tempo dello scoprimento per ogni orecchio e ogni occhio» (Rengstorf).

L’Evangelo è la grande gioia: solo il suo annuncio la comunica, fuori di esso è la tenebra e la tri­stezza mortale.

11 oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.

Oggi, è l’adempimento delle promesse. Inizia l’oggi di Dio (vedi Eb 3,7-4,13) che è tempo di sal­vezza.

Inoltre queste parole dell’Angelo, che costituiscono l’evangelo della grande gioia, richiamano il Sal 2,7: Tu sei mio Figlio, Io oggi ti ho generato. Le parole, che il Padre rivolge al Figlio dal suo seno, prima della stella del mattino (Sal 109, 3 LXX), divengono l’Evangelo dato a tutto il popolo.

L’oggi della generazione divina entra nella storia mediante la generazione umana del Cristo. Il Natale diventa il momento in cui il Cristo è intronizzato nella città di Davide.

Egli è il Salvatore (è il suo nome personale, Gesù, che significa: Dio salva) e ha come trono la mangiatoia. Essa preannuncia l’altro trono che lo attende, la croce.

Cristo Signore: «la formula si presenta come un condensato della confessione di fede cristiana: Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso! (At 2,36)» (Rossé, o.c., p. 90).

12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

Il segno: essendo segno richiede la fede.

Il Messia si manifesta umile agli umili ed essi non si stupiscono ma lo accolgono con gioia. Il segno delle fasce e della mangiatoia manifesta il Cristo che, essendo di natura divina non consi­derò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo (Fil 2,6ss). Alla sua nascita le fasce lo avvolgono ed è questo il segno della sua umanità.

13 E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:

E subito: appena è annunciata l’umiltà del segno, per confortare la fede viene lodato Dio.

Essendosi il Verbo fatto Carne, la lode angelica è udita sulla terra.

Una moltitudine dell’esercito celeste. Quando Dio poneva le fondamenta della terra e ne fissava le basi e la pietra angolare gioivano in coro le stelle del mattino e applaudivano tutti i figli di Dio (cfr. Gb 38,7).

Quando Giacobbe tornò alla terra dei padri gli si fecero incontro gli angeli di Dio (cfr. Gn 32,2).

E di nuovo quando introduce il primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio (Eb 1,6).

14 «Gloria a Dio nel più alto dei cieli

e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Questo è un inno messianico che ha il suo corrispondente in 19,38: Benedetto Colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo, e gloria nel più alto dei cieli.

Un angelo ha annunciato l’Evangelo della nascita, una moltitudine dell’esercito celeste lo commen­ta con la lode.

Nel più alto dei cieli (lett.: Le zone altissime): esse sono il luogo della dimora divina, che è ripie­na della gloria di Dio. Ad essa si contrappone la terra. Alla gloria, che si rivela là, dove Dio dimora, corrisponde sulla terra la pace. Infatti la pace è il manifestarsi della gloria sulla terra: è il secolo fu­turo che si rende presente nell’oggi e lo pervade della sua energia portandolo alla sua consuma­zione. La gloria, che è nel più alto dei cieli, è scesa sulla terra e quindi ha portato la pace agli uomi­ni del beneplacito divino. «La gloria di Dio non consiste anzitutto nel fatto che Egli venga glorificato dagli angeli, ma nel fatto che, inviando il Messia, Dio glorifica il suo nome, manifesta cioè la sua po­tenza e la sua misericordia dinanzi alla sua corte celeste formata dagli angeli» (Schmid).

Quando il Messia scende sulla terra è glorificato dagli Angeli, quando sale al Padre dagli uomini (19,38).

Agli uomini che egli ama, (lett.: del beneplacito). L’acclamazione del canto angelico è l’annuncio di un evento divino. I cieli glorificano Dio per aver inviato il Cristo, la cui venuta è apportatrice di pa­ce per gli uomini del beneplacito.

Beneplacito: atto sovrano di Dio che si compiace e fa grazia: «È la decisione misericordiosa di Dio, il quale si rivolge al popolo dei suoi eletti nella sua libera, gratuita benignità» (Schrenk).

La gloria che è nei cieli avvolge i pastori (9) e in tal modo la terra è congiunta al cielo.

Questo inno dà inizio alla redenzione; gli inni dell’Apocalisse (12,10; 11,15; 19,1-6) la contemplano già attuata.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Contemplando nel presepe il Figlio di Dio che «invisibile nella sua natura, si rese visibile nella nostra e vi­vente prima di tutti i tempi, cominciò a vivere nel tempo» (s. Leone Magno) rivolgiamo al Padre la nostra gioiosa e grata preghiera.

Preghiamo insieme e diciamo:

Ascolta, o Padre, la nostra preghiera

  • Per la Chiesa, che oggi accoglie nell’umile grotta di Betlemme il suo Signore e Sposo, perché lo doni a tutti i popoli nell’annuncio evangelico, preghiamo.
  • Perché ogni cristiano riconosca oggi la sua dignità e, reso partecipe della natura divina, non torni all’abiezione di un tempo con una condotta indegna (s. Leone Magno), preghiamo.
  • Perché Gesù consoli in questa notte le lacrime di coloro che gemono nella sofferenza e nell’abbandono, preghiamo.
  • Perché con Maria nei divini misteri contempliamo la nascita del nostro Salvatore, custodiamo nel cuore ogni parola e meditiamo l’amore del Padre, preghiamo.

O Figlio del Dio altissimo, che oggi ti sei fatto visibile, avvolto in fasce e posto nella mangiatoia dalla Madre tua, accogli le preghiere delle tue sante chiese, sparse su tutta la terra, che gioiscono nel contemplare in te la stella radiosa del mattino, che guida i popoli ad adorarti nell’umiltà del presepe.

Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Amen.

MESSA DELLAURORA

O piccola Betlem, resa tanto grande dal Signore!

Ti ha fatto grande quel Grande che in te si è fatto piccolo.

Rallegrati Betlem, in tutte le tue vie si canti oggi il festoso alleluia.

Quale città, o Betlem, non t’invidia quella preziosissima stalla

e la gloria di quella mangiatoia?

O piccola Betlem, resa tanto grande dal Signore! (s. Bernardo di Chiaravalle)

PRIMA LETTURA                                            Is 62,11-12

Dal libro del profeta Isaia

11 Ecco ciò che il Signore fa sentire

all’estremità della terra:

«Dite alla figlia di Sion:

Ecco, arriva il tuo salvatore;

ecco, egli ha con sé il premio

e la sua ricompensa lo precede.

Con molte parole e molti messaggi di consolazione il Signore ha voluto consolare Gerusalemme sia personalmente come pure attraverso i profeti. Ora fa percorrere questo annuncio tra tutti i popoli perché tutti lo proclamino alla figlia di Sion. Questa infatti, per aver avuto doppia punizione delle sue colpe dalla mano del Signore fatica a credere che è finito il tempo della sua ignominia e che sta per rivestirsi della gloria del suo Dio.

Questo testo profetizza la salvezza delle Genti, che giunte alla pienezza della redenzione, fanno un solo popolo di redenti con i figli d’Israele e insieme s’incamminano verso Sion.

Questa Gerusalemme, tutta preparata e bella, che apre le sue porte e fa entrare i suoi figli racco­gliendoli dentro le sue mura, è la Gerusalemme celeste, dove si radunano tutti i popoli. Questo è il progetto di Dio.

12 Li chiameranno Popolo santo, Redenti del Signore.

E tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata».

Redenti dal Signore, saranno chiamati Popolo santo. Non sono più un popolo respinto e rifiutato, oggetto dell’ira divina, ma sono il suo popolo, in mezzo al quale Dio abita, perché li ha riscattati e li ha preparati ad entrare nella sua città, che non può più essere chiamata città abbandonata, ma il suo nome sarà Ricercata.

Gerusalemme è ricercata da coloro che cercano il Signore perché in essa risplende la gloria del Si­gnore.

«Non è la città che cerca Dio, ma è la città, il popolo di questi santi riscattati, che è cercata da Dio. A me pare che la parola più forte in questo senso sia l’ultimissima, l’ultimo appellativo che il profeta dà a questa città di redenti, a questa nuova Gerusalemme nella quale Iddio viene con la sua retri­buzione, e cioè: «Non abbandonata». Questo è ancora più radicale: non solo è stata ricercata, ma non è mai stata abbandonata.

Quindi, anche quando essa faceva di tutto per allontanarsi e separarsi dal suo Dio, egli non si se­parava da lei; quando essa agiva contro di lui, lui agiva in favore di lei; anche quando essa lo ripu­diava, lui non le dava il libello di ripudio» G. Dossetti, omelie del tempo di Natale, p. 47).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 96

R/. Oggi la luce risplende su di noi.

Il Signore regna: esulti la terra, gioiscano le isole tutte.

Annunciano i cieli la sua giustizia

e tutti i popoli vedono la sua gloria.                   R/.

Una luce è spuntata per il giusto, una gioia per i retti di cuore. Gioite, giusti, nel Signore,

della sua santità celebrate il ricordo.     R/.

SECONDA LETTURA                                          Tt 3,4-7

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito

Figlio mio,

4 quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini,

In questo inno vi un’attribuzione del titolo di salvatore sia a Dio che a Gesù Cristo.

Dio è salvatore manifestando la sua bontà e il suo amore per gli uomini. Egli va oltre la sua stessa giustizia, che lo porterebbe a condannarci e si manifesta con segni di bontà e di amore verso di noi perché Egli vuole tutti salvi e non vuole che alcuno perisca (cfr. 1Tm 2,4).

5 egli ci ha salvati,

non per opere giuste da noi compiute,

ma per la sua misericordia,

con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo,

Per salvarci Dio non si è basato sulle eventuali opere di giustizia da noi fatte ma ci ha salvati se­condo la sua misericordia mediante il lavacro della rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito Santo.

Il lavacro della rigenerazione e la costante azione di rinnovamento costituiscono la nostra salvezza. «Per ciascuno di noi c’è qualcosa di simmetrico a quello che è per tutti l’incarnazione: cioè il nostro lavacro di palingenesi e di rinnovamento nello Spirito Santo. Come l’iniziativa di Dio, rispetto a tutto il mondo, sta nell’incarnazione, così l’iniziativa di Dio rispetto a ciascuno di noi sta nel battesimo, il lavacro che ci rigenera. (…)

È nel battesimo che Iddio ci attira, che opera la nostra nuova generazione, senza rapporto con quello che noi possiamo avere fatto prima nella generazione secondo la carne» (G. Dossetti, o.c., p. 48).

6 che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro,

Questa abbondante effusione dello Spirito non può passare inosservata, deve essere da noi recepi­ta e sentita.

È necessario tuttavia precisare dove lo Spirito è accolto in noi ed è accolto precisamente dal nostro spirito.

7 affinché, giustificati per la sua grazia,

diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.

Afferrati dalla sua grazia, noi non sentiamo più la tensione tra quello che dobbiamo fare e quello che possiamo perché il nostro operare è credere in Gesù (cfr. Gv 6,29: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato»).

Ora la fede è la stessa energia dello Spirito Santo riversata in noi abbondantemente.

«Se, invece, ci sentiamo esuberantemente lavati, rigenerati dallo Spirito Santo e travolti da questo fiume, non abbiamo più da fare opere, perché, quando una piena ci prende, ci porta; e noi non ab­biamo altro che da lasciarci prendere dalla corrente di questo fiume di Spirito Santo» (G. Dossetti, o.c., p. 49).

CANTO AL VANGELO

R/.      Alleluia, alleluia.

Gloria a Dio nel più alto dei cieli

e sulla terra pace agli uomini, che egli ama.

R/.      Alleluia.

VANGELO                                                        Lc 2,15-20

Dal vangelo secondo Luca

15 Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «An­diamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere».

Questo avvenimento (lett.: Questa parola) che il Signore ci fatto conoscere. La Parola di Dio infatti, nel momento in cui si rivela, diviene evento perché realizza quello che annuncia.

Il termine parola ha nella sacra Scrittura un significato più ricco che nel nostro modo di pensare. Essa è forza creatrice e rivelatrice. In questo contesto essa rivela l’evento che è accaduto e nello stesso tempo l’evento stesso può chiamarsi Parola. È infatti suscitato dalla Parola di Dio. Non vi è fatto che non abbia come origine la Parola e non sia da essa determinato lungo il suo manifestarsi. «I pastori si affrettano per vedere la Parola. Effettivamente vedendo la carne del Signore, si vede la Parola, cioè il Figlio» (S. Ambrogio).

16 Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia.

Senza indugio. Dopo aver accolto la parola non indugiano e quindi trovano il Cristo come avviene pure ai Magi. Se l’attesa di Lui è stata lunga, sofferta e paziente, non più così deve essere la ricer­ca quando Egli viene.

17 E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.

18 Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. 19 Maria, da parte sua, custo­diva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.

Riferirono, fecero conoscere. L’Evangelo si dilata e viene in tal modo trasmesso Tutta la pericope è incentrata sull’annuncio dell’Evangelo, della grande gioia che scaturisce dalla nascita regale del Cristo.

L’Evangelo, trasmesso dagli angeli, è accolto dai pastori e da loro annunciato davanti al Bimbo. In tutti provoca stupore (18) e infine termina nel cuore di Maria dove trova il suo riposo, infatti Maria da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore (19). Maria diviene il mo­dello di come vada accolto l’Evangelo. Meditando tutte queste cose, le metteva a confronto le une con le altre e sentiva in esse l’adempimento delle parole profetiche. In tal modo Maria è beata per­ché ha creduto e perché medita la Legge del Signore giorno e notte (cfr. Sal 1,2). In questo diviene modello di ogni discepolo nell’accogliere la Parola di Dio, meditarla e metterla in pratica.

20 I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

I pastori poi se ne tornarono al loro gregge. La fede nel Messia conosciuto non li toglie dal loro la­voro, ma li impegna a conservarla e a testimoniarla dove si trovano. Glorificando e lodando Dio come avevano imparato dagli angeli.

Nota

«Che piccola cosa sono andati a vedere i pastori! Quando sono andati, gli angeli erano già scom­parsi, ma hanno obbedito: sono corsi prontamente, indotti ormai a cercare non un bel bambino av­volto in fasce regali in un palazzo di re, dunque non in un grande evento esteriore della storia, ma piuttosto in un evento piccolissimo, un bambino in una mangiatoia, in una piccolissima e quasi stol­ta dimora.

Perciò è chiaro che per avere la luce nel cuore bisogna cercarla non nelle cose grandi, ma nelle piccole, non nelle sapienti, ma nelle stolte. Allora il cuore si illumina. Se la cerchiamo in diversa maniera, si illumina, al più, solo la mente, ma non si illumina il cuore, non c’è quella luce interiore che è il grande sbocco della gioia. L’illuminazione della mente può talvolta soddisfare, può dare una certa percezione di un principio di letizia, ma non è ancora la gioia vera e autentica; non basta, la­scia sempre insoddisfatti. Invece la gioia piena, la gioia che placa, la gioia veramente messianica, che deriva dall’illuminazione del cuore, consegna alla lotta e alla ricerca» (G. Dossetti, o.c., p. 232).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. La luce, benefica e portatrice di salvezza, si diffonde serena sugli uomini. Andiamo anche noi all’umile grotta con i pastori portando doni al Messia.

Diciamo insieme:

O Salvatore, Cristo Signore, ascoltaci.

  • Per la Chiesa santa e cattolica, che con Maria gioisce nel Natale del suo Sposo, perché conduca ogni uomo a Gesù, preghiamo.
  • Per i pastori della santa Chiesa perché con sollecitudine corrano al presepe del Cristo e annuncino tra i popoli la grande gioia, preghiamo.
  • Perché tutti i discepoli del Cristo siano intimamente penetrati dallo Spirito santo e prorompano in canti di gioia per la nascita del Salvatore, preghiamo.
  • Perché la nostra comunità cristiana, riconosca la presenza di Gesù nei bimbi e negli umili, e li custodisca con grande amore, preghiamo.
  • Perché tutti gli uomini gustino in anticipo la salvezza, loro annunciata, e siano attratti dal Bimbo con vin­coli di bontà, preghiamo.
  • Perché tutti noi, che formiamo questa assemblea santa, ci stringiamo attorno al Signore, e contemplan­dolo presente in noi, lo adoriamo con viva fede, preghiamo.
  1. Signore Gesù, che alle prime luci del giorno sei stato riconosciuto dai pastori, donaci di custodire la tua Parola nel cuore, come Maria, e di meditarla senza sosta.

Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Amen.

MESSA DEL GIORNO

Nascondi, Maria,

nascondi lo splendore del nuovo Sole!

Poni il fanciullo nella mangiatoia,

avvolgilo nei panni.

Sia nascosta la verginità incorrotta della Partoriente

dalla purificazione legale

e l’innocenza del Fanciullo

dalla circoncisione rituale.

Chi infatti darà le cose sante ai cani

e le perle ai porci?

Beata sei o Maria!

Tu che generi sei Vergine e Madre

e Colui che da te è nato

è Dio e Uomo.

PRIMA LETTURA                                            Is 52,7-10

Dal libro del profeta Isaia

7 Come sono belli sui monti

i piedi del messaggero che annuncia la pace,

del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».

I messaggeri corrono veloci da Babilonia a Gerusalemme per annunciare l’avvenuta liberazione del popolo, che sta per ritornare e ripopolare la città santa.

Egli l’annuncia dicendo a Sion: «Regna il tuo Dio». La regalità di Dio si è manifestata nella sal­vezza attuata per il suo popolo.

Il Signore riprende possesso di Gerusalemme soprattutto con la ricostruzione del suo Tempio.

8 Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce,

insieme esultano,

poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion.

All’annuncio del messaggero corrisponde la voce delle sentinelle, che dall’alto delle mura alzano la voce, e prese da una gioia incontenibile si abbracciano le une le altre e insieme esultano perch>è scrutando l’orizzonte vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion.

9 Prorompete insieme in canti di gioia,

rovine di Gerusalemme,

perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme.

Gerusalemme, che era stata abbandonata, ora gioisce anche nelle sue rovine perché cesseranno di essere tali perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. La redenzione è restaurazione di quanto ora è rovinato a causa della presenza della morte e del suuo autore il diavolo.

Il primo ad essere restaurato sarà l’uomo e in lui tutta la creazione si trasformerà in nuovi cieli e in terra nuova.

Vi è un profondo respiro di vita, che avvolge tutte le creature e che le fa esultare e prorompere in canti di gioia perché il Redentore è già in mezzo a noi e in Lui il Signore ha radunato il suo popolo.

10Il Signore ha snudato il suo santo braccio

davanti a tutte le nazioni;

tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.

La salvezza è avvenuta con l’intervento del Signore, che ha snudato il suo braccio santo. Egli lo ha snudato in Cristo nel momento della sua crocifissione e proprio nella sua debolezza ha mostrato la sua forza redentrice. In questo modo forza e mitezza si coniugano insieme. Il braccio denudato sulla croce è lo stesso che stringe gli agnellini sul petto.

Dio si fa visibile in Gesù e la sua opera è vista da tutte le nazioni sino ai confini della terra.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 97

R/. Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio.

Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra

e il suo braccio santo.              R/.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo amore,

della sua fedeltà alla casa d’Israele.                 R/.

Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio.

Acclami il Signore tutta la terra,

gridate, esultate, cantate inni!              R/.

Cantate inni al Signore con la cetra,

con la cetra e al suono di strumenti a corde; con le trombe e al suono del corno

acclamate davanti al re, il Signore.                   R/.

SECONDA LETTURA                                        Eb 1,1-6

Dalla lettera agli Ebrei

1 Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti,

2 ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo.

Le generazioni passate ascoltarono la Parola di Dio tramite i padri e i profeti. Essi quindi ricevettero una parola, che, pur essendo di Dio, si rifletteva nella debolezza e povertà sia di coloro ai quali Dio parlava e dei suoi destinatari.

Ultimamente, in questi giorni , che sono gli ultimi ((cfr. 2Pt 3,1-3; Gd 18; 1Gv 2,18).

Gesù l’ultimo Adamo, appare in mezzo a noi come l’ultimo, che si contrappone al primo Adamo. Pertanto vuol essere primo chi porta in sé l’immagine del primo Adamo ed è ultimo che i porta l’immagine del Cristo, come è scritto: Il primo uomo, Adamo, fu fatto anima vivente, l’ultimo Adamo spirito vivificante (1Cor 15,45).

A noi Dio ha parlato per mezzo del Figlio. Bastino alcuni testi dell’evangelo secondo Giovanni:

7,17: Chi vuol fare la sua volontà, conoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se io parlo da me stesso.

8,28: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo».

12,48-50: Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho an­nunziato lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare. E io so che il suo comanda­mento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me.

Che ha stabilito erede di tutte le cose. Egli è l’erede di tutte le Genti (cfr. Sal 2); in Lui si attua la promessa fatta ad Abramo e alla sua stirpe di essere erede del mondo (cfr. Rm 4,13). Egli è l’erede unico (cfr. Mt 21,38 e p.).

Con lui anche noi siamo eredi (cfr. Rm 8,17).

e mediante il quale ha fatto anche il mondo (lett.: i secoli). Come dice più avanti: mediante la fede comprendiamo che i mondi (secoli) sono stati disposti da una parola di Dio, cosicché dall’invisibile ha avuto origine il visibile (11,3). Per bocca di Paolo dice: secondo il disegno eter­no(lett.: dei secoli) che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore (Ef 3,11). I secoli , cioè le varie ere, sono definite nel disegno del Padre in relazione al mistero nascosto da secoli in Dio. La manifesta­zione di questo disegno, che avviene con la rivelazione di Gesù Cristo, è il segno che siamo alla fi­ne di queste ere. Così c’insegna l’apostolo: Tutte queste cose però accaddero a loro come esem­pio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi (lett.: dei secoli) (1Cor 10,11).

3 Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli,

Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza. Vi è qui un riferimento a Sap 7,25-26: La sapienza è un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra. È un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà. L’irradiazione della gloria del Figlio ora è il suo Evangelo: E se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio (2Cor 4,3-4).

e tutto sostiene con la sua parola potente. Egli porta tutto in forza della sua parola, che è poten­te perché operante nello Spirito Santo. Ogni creatura riconosce in Lui il principio vitale che la anima e da Lui riceve incessantemente il suo essere e la dinamica del suo esistere fino a raggiungere la perfezione che le è propria.

Perché tutto questo avvenga Egli ha compiuto la purificazione dei peccati. Infatti quello che to­glie vita alla creazione e la immette nella circolarità della morte è il peccato. Egli lo purifica nel suo sacrificio in cui riporta tutte le creature alla pienezza della loro natura.

4 divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.

La superiorità del Figlio in relazione agli angeli si esprime nella nuova economia, che è superiore a quella della Legge, promulgata per mezzo degli angeli (2,2).

La superiorità agli angeli consiste nel Nome. Esso è più eccellente, come più eccellente è il ministe­ro, in quanto Egli è mediatore di una alleanza migliore basata su migliori promesse.

5 Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato»? e ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio»?

Il sal 2 citato al v. 7 e che è ripreso più volte nella Lettera, sta alla base della sua figliolanza divina.

In quanto Figlio, la parola del giuramento lo costituisce sommo sacerdote in eterno (7,28) e lo rivela Figlio di Dio sia al Giordano (cfr. Mt 3,17) e nella Trasfigurazione (cfr. 2Pt 1,17).

Paolo applica questo versetto alla risurrezione di Gesù (cfr. At 13,32-33).

A Gesù si riferisce pure la parola rivolta al re davidico contenuta nella promessa di 2Sm 7.

6 Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio». Gli evangeli danno testimonianza dell’adorazione degli Angeli e del loro servizio al Cristo.

CANTO AL VANGELO

R/.      Alleluia, alleluia.

Un giorno santo è spuntato per noi: venite tutti ad adorare il Signore;

oggi una splendida luce è discesa sulla terra.

R/.      Alleluia.

VANGELO                                    Gv 1,1-18 [forma breve 1,1-5.9-14]

Dal vangelo secondo Giovanni

[In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

In principio era il Verbo. In principio Dio creò il cielo e la terra (Gn 1,1). Creò nel suo Verbo. Creando lo manifestò. Lo rivelò come Colui che in principio era, che non ha principio di giorni né fi­ne di vita (Eb 7,3): non è misurabile dal tempo e non è contenuto nello spazio. Egli è il principio del­la creazione di Dio (Ap 3,14), Egli è l’alfa e l’omega, il principio e la fine (ivi, 21,6). Egli appare se­parato dalla creazione perché in principio era il Verbo.

Il Verbo, la Parola. Così è chiamato il Figlio di Dio nel suo essere rivelato dal Padre. Egli è chiama­to il Verbo della vita (1 Gv 1,1) e il Verbo di Dio (Ap 19,13). Egli è la Parola che appartiene a Dio e ha in sé la vita. Giovanni lo contempla nel suo pieno rivelarsi: Il Verbo si fa Carne. Da questa rive­lazione risale al suo rivelarsi nel principio della creazione. Dio non si rivela in altro modo se non in Lui. Egli non è attributo di Dio o un’espressione della sua potenza; è Lui, Gesù, distinto dal Padre e Uno con Lui (10,30). Infatti il Verbo era presso Dio. Presso o con, indica relazione. Quando la creazione iniziò, il Verbo era presso Dio. Colui che abbiamo conosciuto come vero uomo, era pres­so Dio. Giunta la sua ora, egli così prega: «E ora glorificami tu, Padre, presso di te, con la gloria che avevo, prima che il mondo fosse, presso di te» (17,5). Perché non appaia che il Verbo nella sua relazione con il Padre sia creatura, anche la più sublime, subito aggiunge: E il Verbo era Dio.

Egli era, in principio, presso Dio:

L’evangelista fa una sintesi di quanto ha precedentemente detto. Costui, il Verbo, era, da sempre, in principio, al momento del suo manifestarsi nella creazione, presso Dio. A questo vertice della contemplazione era pure rapito il Salmista quando cantava al Cristo le parole paterne dell’ineffabile

generazione: Con te è il principio nel giorno della tua potenza tra gli splendori dei tuoi santi; dal se­no prima della stella del mattino ti ho generato (Sal 109,3 LXX). L’Evangelo ha la sua origine in Dio, là dove il Verbo è presso Dio.

tutto è stato fatto per mezzo di lui

e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

Tutte le cose, sia quelle visibili che quelle invisibili, quelle nei cieli e quelle sulla terra (cfr. Col 1,16). Nel contemplare il Figlio, l’autore sacro così si esprime: in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo (Eb 1,2). Benché il saggio affermi che tutte le cose sono vanità (Qo 1,1), tuttavia dobbiamo affermare che tutte le cose per mezzo di Lui furono fatte. La vanità è il velo di morte che il pec­cato ha steso su tutta la creazione e che solo il Cristo può togliere, come è detto in Is 25,7: Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti.

Per mezzo di Lui, cioè del suo Verbo. L’Evangelista contempla l’opera della Redenzione che il Pa­dre ha operato per mezzo del suo Cristo, il suo Verbo e per analogia risale al principio della crea­zione. Come Egli è il Verbo che, mediante la sua Carne, ha operato la Redenzione, così Egli è il Verbo che, vibrato dal Padre, in principio ha dato origine a tutte le cose. Attraverso di Lui il Padre ha dato vita a tutto come attraverso di Lui ha ricuperato ciò che era perduto. Egli può redimere per­ché ha creato.

Rafforza quanto ha detto con una frase negativa: e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. Senza di Lui, cioè fuori di Lui: nessuna creatura può dichiarare di aver origine senza il Verbo. Allo stesso modo nessuno può essere salvo senza di Lui. Nessuno può affermare di esi­stere senza di Lui: «L’Evangelista lo afferma per insegnare che tutte le cose permangono nell’esse­re mediante il Verbo e nel Verbo, secondo l’espressione paolina: Tutto sostiene con la potenza del suo Verbo (Eb 1,13)» (S. Tommaso). Egli stesso dice: «Senza di me non potete fare nulla» (15,5). Come siamo continuamente creati per mezzo di Lui così siamo continuamente redenti per mezzo di Lui, cioè siamo graziati. Ricevere grazia significa essere chiamati incessantemente all’esistenza non solo quella secondo natura ma anche secondo l’essere figli di Dio.

L’immutabile volontà del Padre, che fa essere tutte le cose mediante il suo Verbo, fa sì che tutte siano stabilmente costituite nell’essere al punto da ritenere questo una proprietà della natura anzi­ché un dono della sua grazia.

Tuttavia ogni uomo, che riesce a vedere in se stesso il suo pensiero libero dalle passioni, può con­templare in sé il riflesso del Verbo divino, perché la sua mente tende a cercare Colui che la illumi­na.

Allo stesso modo nel suo corpo egli non tende alla morte ma alla vita e all’immortalità.

Questo perché in ogni uomo il Verbo ha posto le sue “ragioni” cioè le energie benefiche e ristoratrici che riconducono l’uomo alla sua origine.

In lui era la vita

e la vita era la luce degli uomini;

La tradizione ci ha trasmesso due letture.

La prima così legge: ciò che esiste in Lui era vita. Questa è la lettura che segue anche Agostino che così la spiega: «la sapienza di Dio, per mezzo della quale tutte le cose sono state fatte, contie­ne l’idea di tutte le cose prima ancora che esse siano fatte; da ciò deriva che quanto è stato fatto, è vita in lui» (I, 17). Tommaso così commenta Agostino: «In Dio l’intendere è anche la sua vita e la sua essenza, perciò tutto quello che si trova in Dio, non soltanto vive, ma è la sua stessa vita, per­ché tutto ciò che è in lui è la sua essenza. In Dio quindi la creatura è l’essenza creatrice. Perciò se si considerano le cose come esistono nel Verbo, esse sono vita» (91).

La seconda lettura dà inizio alla frase così: In Lui era la vita. Nel Verbo, per mezzo del quale tutto ha avuto origine, era la vita, come egli stesso dice: «Come il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso» (5,26). Egli è il Verbo della vita (1 Gv 1,2). La vita, che è in lui, è la vita stessa di Dio, che a noi è data, come è detto nella 1 Gv: E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio (5,11). L’Evangelo non ci fa più volgere lo sguardo al Paradiso di Eden nel quale era l’albero della vita (cfr. Gn 3,9), ma ci fa vedere il Verbo nel quale era la vita.

E la vita era la luce degli uomini. Come la luce fu creata all’inizio, come segno della vita e della gioia (Gn 1,9), così ora per gli uomini risplende il Verbo come luce che dà la vita. In che modo il Verbo risplende tra gli uomini? In Gesù che dice: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (8,12). La vita si manifesta come luce per gli uomini per condurli a partecipare di se stesso. Gli uomini ascoltando il Verbo, che si è fatto Carne, vedono la luce. Le loro menti sono illuminate dalla conoscenza della verità. Credendo hanno la vita. Il cammino della fede è quindi la restaurazione delle facoltà naturali dell’uomo, che finalmente libe­re da inganno e da inclinazione al male, per la forza inerente del peccato, possono rivolgersi a Co­lui dal quale provengono e nel quale hanno la loro connaturale abitazione.

Noi contempliamo nel Verbo il disegno originante la creazione per poi vedere in Gesù, il Verbo fatto Carne, la sua restaurazione, soprattutto nei confronti di noi uomini.

la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.]

La luce splende nelle tenebre. All’inizio Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre (Gn 1,4). Dicendo che la luce splende nelle tenebre afferma che il Verbo di Dio, in quanto luce degli uomini, risplende in mezzo a noi che giacevamo nelle tenebre e nell’ombra di morte (cfr. Is 1,9). Come la luce è separata dalle tenebre, così egli è separato dai peccatori (cfr. Eb 7,26), tut­tavia Egli risplende nelle tenebre. La luce naturale, al suo comparire dissipa le tenebre, il Verbo ri­splende nelle tenebre. Questo tempo è ancora caratterizzato dal fatto che la luce coesiste con le tenebre. Gli uomini infatti se vogliono la luce devono accoglierla, come è detto più avanti: E il giudi­zio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio (3,19-21). Essi devono aprire gli occhi interiori per cogliere la luce del Verbo che già risplende.

Risplende la luce nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta. Con questa traduzione si rive­la il rifiuto che le tenebre fanno della luce. Nel verbo tuttavia si può cogliere anche il significato di “afferrare, vincere”. Le tenebre non possono afferrare e vincere le luce, cioè rivendicare in essa qualcosa di proprio perché Dio è luce e tenebra alcuna in Lui non c’è (1 Gv 1,5). Infatti egli dichiara che il principe di questo mondo non ha nessun potere su di Lui (14,30).

Venne (lett.: Ci fu) un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.

Ci fu un uomo. Il Verbo era, costui fu fatto: era una creatura. Anch’egli fu fatto per mezzo del Ver­bo. Quando fu concepito nel seno materno, egli ricevette la sua missione. Questo accadde al profe­ta Geremia (Ger 1,5) e all’Apostolo Paolo (Gal 1,15); questo accade a ogni uomo plasmato a im­magine e somiglianza di Dio. Cosa significa infatti essere immagine e somiglianza di Dio se non ri­flettere nella propria creaturalità un raggio dell’infinita bellezza e santità di Dio? Questo proprio che ciascun uomo ha in rapporto all’unico Dio è la sua missione.

Fu mandato da Dio. Costui dice di sé: «Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua» (1,33) e altrove dice: «Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a Lui» (3,28). Egli ha coscienza che Dio lo ha inviato. Il Verbo, che lo ha plasmato, è la luce che lo illumina e gli comunica la vita perché egli sia testimone.

Nell’Evangelo di Luca si dice che la parola di Dio fu su Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto (3,2). Il Verbo di Dio, come fu nei profeti, fu pure su Giovanni e si rivelò a lui come già presente in mezzo al suo popolo. Mentre i profeti precedenti cercavano di indagare a quale momento o a quale circo­stanza accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle (1 Pt 1,11), Giovanni è inviato perché la luce già risplende nelle tenebre.

Non a caso l’evangelo dà molto risalto al nome: e il suo nome era Giovanni. Questo nome è stato scelto da Dio (Lc 1,13). «L’Evangelista conferma tutto questo mediante il verbo che usa: dice infatti era, appunto perché si riferisce alla predisposizione divina» (Tommaso). Nel nome poi è rivelata la missione: “Dio fa grazia”; preannuncia l’Evangelo che sta per essere annunciato. È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini (Tt 2,11).

Egli venne come testimone

per dare testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

Costui venne per la testimonianza. Poiché era profeta, dette testimonianza a quello che aveva udito e visto. Infatti la testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia (Ap 19,10). Essendo un vero profeta rese testimonianza alla luce, dichiarò che Gesù era la luce. Udì la voce del Padre, vide scendere e rimanere sul Cristo lo Spirito, udì la voce dello Sposo e dichiarò di essere amico dello Sposo. Avendo in sé lo Spirito della profezia, Giovanni fu illuminato dalla luce e riconobbe in Gesù quella luce che lo illuminava, e come vedendola per primo, non più in modo debole ma chiaro, di­chiarò a tutti chi era la luce. L’interiore illuminazione, di cui Giovanni godette, testimoniava che la luce era sorta e già risplendeva nelle tenebre. È scritto: La tua parola nel rivelarsi illumina, dona saggezza ai semplici (Sal 119,139). Non solo in virtù dello Spirito di profezia ma anche con la pro­pria vita Giovanni dette testimonianza alla luce. Illuminato dal Verbo che si rivelava come la vera luce, Giovanni lo accolse in sé perché in lui non c’erano le tenebre. Gli uomini poi, vedendo la san­tità della sua vita e ascoltando la testimonianza della sua parola, avrebbero dovuto credere per mezzo di lui. Giovanni, essendo una lampada che arde e risplende (5,35), doveva preparare grada­tamente gli uomini ad accogliere la luce vera. Gli occhi, che sono abituati alle tenebre, non possono

cogliere l’improvviso apparire della luce, benché questa si sia presentata agli uomini già adombrata dalla nube della carne.

In lui la Parola si manifesta con tale efficacia da volersi rallegrare alla sua luce (cfr. 5,35). Per que­sto aggiunge subito:

Non era lui la luce,

ma doveva dare testimonianza alla luce.

Egli non era la luce. Per quanto sublime sia la profezia, essa è pur sempre testimonianza e biso­gna sempre saper cogliere all’interno della parola profetica la luce stessa. Mosé e i Profeti non so­no la luce ma rendono testimonianza alla luce che risplende nella loro stessa parola perché questa è Parola di Dio. L’unica Parola risplende nella Legge e nei Profeti. Avendo conosciuto il Cristo, ab­biamo visto la Luce; noi sappiamo che la Legge e i Profeti non sono la luce ma in loro la luce si ri­vela in virtù della conoscenza evangelica. Perciò Giovanni e tutti i profeti danno testimonianza alla luce.

[Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.

La vera luce. Dopo aver affermato che Giovanni non era la luce, ora dichiara ancora chi sia la luce, quella che finora risplendeva solo nella creazione, nella Legge, nei profeti di cui il più grande è Gio­vanni il Battista. La novità ora consiste in questo che la luce ha iniziato a risplendere in se stessa non più mediata dalle creature: per questo la chiama vera.

Gesù afferma: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita» (8,12). Egli illumina ogni uomo perché è la luce del mondo. Ogni uomo è illumina­to da Cristo, la vera luce, ma è libero di accettare o rifiutare la luce, come dice altrove: gli uomini hanno amato le tenebre più della luce (3,19). Per essere non solo colpiti dalla luce, ma illuminati, Gesù ci comanda di seguirlo. La sequela si esprime nel comando nuovo in virtù del quale le tene­bre se ne vanno e la luce vera già risplende (cfr. 1 Gv 2,8). La luce vera ora illumina ogni uomo at­traverso l’annuncio evangelico e l’amore fraterno dei discepoli di Gesù.

Era nel mondo

e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

Il Verbo era nel mondo, «c’era in quanto Dio, vi è venuto in quanto uomo» (Agostino). In principio il Verbo era presso Dio ed era nel mondo. Era presso Dio perché Dio ed era nel mondo perché l’uo­mo fu fatto a sua immagine e somiglianza. Ora dov’è l’immagine ivi è pure l’archetipo: dov’è l’uomo ivi è pure il Verbo di Dio. Questi era dunque presente nel mondo attraverso l’uomo.

Il mondo fu fatto per mezzo di lui. Come un’opera porta impressa in sé l’impronta del suo artefi­ce, così l’uomo e con lui tutte le creature riflettono in se stessi la sua immagine. Ma, mentre l’artefi­ce si distacca dalla sua opera, il Verbo non si allontana dalle sue creature perché queste non pos­sono esistere senza di Lui. «È con la presenza della sua maestà che crea ciò che fa; è la sua pre­senza che governa ciò che ha fatto» (Agostino). Soprattutto è presente in noi uomini che possiamo conoscerlo e deliziarci della sua presenza ma, constata amaramente l’evangelista, il mondo non lo conobbe. Poiché la porta del mondo è l’uomo e questi si è lasciato dominare da ciò che è nel mondo, il Verbo è stato rifiutato nella sua stessa casa. Preferendo la conoscenza delle cose mon­dane alla conoscenza del Verbo, gli uomini hanno come trascinato in questo rifiuto la stessa crea­zione che, a causa del peccato dell’uomo, è stata assoggettata alla vanità (Rm 8,20).

Venne fra i suoi,

e i suoi non lo hanno accolto.

Il Verbo venne nella sua proprietà, Israele, come Egli stesso dice: «Io sono venuto nel nome del Padre mio e non mi accogliete» (5,43).

Israele è la sua proprietà, come è detto nel Siracide: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, il mio creatore mi fece posare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele» (24,8).

Ma i suoi non l’hanno accolto, come dice Stefano alla conclusione del suo discorso: «O gente te­starda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; co­me i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi ucci­sero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uc­cisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata» (At 7,51-53). Egli è stato rifiutato prima in Mosè e nei profeti e poi in se stesso.

A quanti però lo hanno accolto

ha dato potere di diventare figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome,

i quali, non da sangue

né da volere di carne

né da volere di uomo,

ma da Dio sono stati generati.

A quanti però l’hanno accolto, sia tra quelli che erano nel mondo sia tra i suoi che erano nella sua proprietà, ha dato potere di diventare figli di Dio. Quelli che lo hanno accolto non sono solo coloro che vivono nella pienezza dei tempi, ma sono anche coloro che sono vissuti nelle genera­zioni precedenti e lo hanno accolto con fede nel suo rivelarsi nelle promesse, nelle figure della Legge, nei misteri delle profezie e negli enigmi dei saggi.

A quanti lo hanno accolto, in tutte le generazioni, ha dato potere di diventare figli di Dio, quando si è fatto Figlio dell’uomo. Nelle precedenti generazioni hanno ricevuto la promessa di es­sere figli e quindi eredi, ora hanno ricevuto il potere di diventarlo.

Nella parola potere si esprime sia la grazia del diventare figli come pure la libertà di scelta, come afferma Agostino: «Diciamo che esiste questo potere quando alla volontà è unita la facoltà di fare. Per cui si dice che ha potere colui che, se vuole, fa e, se non vuole, non fa» (De Spiritu et litera, cap. 31). Ci è dato il potere di diventare per la presenza del Figlio di Dio che a noi si rivela nel suo Evangelo. Diventano infatti figli coloro che credono nel suo nome. Non c’è fede senza evangelo, non c’è evangelo senza annuncio e non c’è annunzio senza rivelazione. Coloro che credono nel suo nome, che si rivela nell’annuncio evangelico, diventano figli di Dio. Essendo il suo nome ogget­to della fede, vuol dire che è il nome stesso di Dio. Accogliere Gesù significa credere che in Lui si rivela il Nome come suo Nome personale.

A coloro che hanno creduto al suo Nome, il Verbo ha dato il potere di diventare figli di Dio, cioè di essere in una tale comunione con Lui da diventare in Lui, il Figlio, essi pure figli. La fede quindi è l’incessante passaggio dal non essere all’essere in forza della comunione con Gesù. Passare dal non essere all’essere significa diventare figli di Dio. Noi uomini non possiamo essere se non essere figli nel Figlio di Dio. Fuori di Lui non siamo.

La generazione dei figli di Dio non è da sangue, letteralmente vi è il plurale: i sangui: esso può in­dicare sia il sangue del padre che quello della madre che, fondendosi, generano una nuova vita (cfr. Sap 7,1-2). Quanto al plurale, esso si trova ancora in Gn 4,10: i sangui di tuo fratello e Sanhe­drin (4,5) commenta: «il suo sangue e il sangue della sua discendenza». Dopo aver escluso il san­gue dalla generazione, l’evangelista esclude ora il volere della carne. È molto avvincente la lettura di S. Agostino che interpreta carne come donna. Dice infatti: «la donna qui è chiamata carne; per­ché ecco cosa disse Adamo, non appena la donna fu fatta con una sua costola: “Questa volta è carne dalla mia carne, è osso dalle mie ossa” (Gn 2,23). E l’Apostolo a sua volta: chi ama la donna sua, se stesso ama. E nessuno ebbe mai in odio la propria carne (Ef 5,28-29)». Altri preferiscono interpretare carne come «la sfera del naturale, dell’impotente, del superficiale, contrapposto a spiri­to, che è la sfera del celeste del reale (3, 6; 6, 63; 8, 15)» (Brown). La generazione dei figli di Dio non avviene pertanto dal grembo materno, come si domandava stupito Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» (3,4) e nemmeno ha il suo inizio nel desiderio, insito nella natura umana, che porta a generare. Essa quindi non è da volere di uomo. I figli di Dio, in quanto tali, non hanno un padre terreno, dal cui volere abbiano avuto origine.

Dopo aver escluso ogni apporto generativo della natura umana, ora afferma che da Dio sono stati generati.

Non l’uomo ma Dio è il principio di questa generazione. Essa avviene da Dio in virtù della Carne del Verbo. Ha come segno sacramentale l’acqua e come potenza generante lo Spirito (3,5: da acqua e da Spirito). Questa ineffabile generazione fa parte del disegno di Dio, dice infatti l’Apostolo Giaco­mo: Di sua volontà egli li ha generati con una parola di verità (1,18). Questo è il seme immortale, è la parola del Vangelo che ci è stata annunziato (cfr. 1 Pt 1,23-25). Noi siamo quindi incessantemen­te generati da Dio nell’annuncio; il battesimo ci fa essere figli perché ci rapporta alla parola evange­lica: è questa infatti la forza generante di Dio. È nell’evangelo che si rivela la potenza di Dio (Rm 1,16).

E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi abbiamo contemplato la sua gloria,

gloria come del Figlio unigenito

che viene dal Padre,

pieno di grazia e di verità.

E il Verbo divenne carne. Il Verbo, che era in principio, divenne ciò che non era: carne. Egli si manifestò nella carne (1 Tm 3,16). Quando il Verbo di Dio apparve tra noi, si manifestò come uo­mo, nel corpo della sua carne (cfr. Col 1,22) e quindi soggetto alla morte. Infatti Dio mandò il pro­prio Figlio in una carne simile a quella del peccato (cfr. Rm 8,3).

E si attendò tra noi. Il Verbo fissò la tenda della sua carne tra noi uomini. La carne, che egli ha assunto, è la Tenda della divina presenza, il Tempio di Dio, come è detto in seguito: Egli parlava del Tempio del suo corpo (2, 21). Anche nella lettera agli Ebrei si parla di questa tenda e del velo, cioè della sua carne (10, 20). Attraverso le stimmate della sua morte in Croce, Cristo ha inaugurato la via nuova e vivente che noi possiamo percorrere per giungere a Dio. In Lui il Tempio è diventato a tutti accessibile.

In Lui, nel Cristo, noi contempliamo il Verbo non come uno da Lui diverso, perché Lui, Gesù di Na­zareth, è il Verbo, il Figlio di Dio. S. Tommaso riassume l’insegnamento dei Padri che nel verbo abi­tare hanno colto la distinzione delle due nature e l’unica divina persona del Figlio: «Guardando alla natura, troviamo in Cristo la distinzione di due nature; se invece consideriamo la persona, troviamo che essa è una sola, identica nelle due nature; perché in Cristo la natura umana fu assunta nell’uni­tà della persona. Quindi quando i santi parlano d’inabitazione, dobbiamo riferire questo termine alla natura, di cui si può dire che abitò tra noi; ma non si può riferire all’ipostasi, o persona, essendo questa identica per le due nature» (175).

E abbiamo visto la sua gloria, come lo stesso Giovanni afferma nella prima lettera: ciò che ab­biamo visto con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato (1 Gv 1,1). Poiché il Verbo si è fatto Carne, gli Apostoli non solo hanno visto la sua umiliazione ma anche la sua gloria.

La gloria, che Egli ha manifestato nei segni e nelle parole, esige ancora la fede. È necessario che gli occhi interiori siano illuminati perché possano vedere la sua gloria. Non tutti quelli che videro il Signore, videro la sua gloria, ma solo coloro che, nel vedere i segni che compiva e nell’udire le sue parole, credettero in Lui. Allo stesso modo anche oggi non tutti quelli che odono la sua Parola e ne contemplano i segni sacramentali possono vedere la sua gloria, ma solo coloro che, credendo, so­no illuminati dallo Spirito Santo.

Gloria come di Unigenito dal Padre, la gloria del Cristo è quella dell’Unigenito dal Padre. «La par­ticella come, secondo S. Gregorio (Moral.,1. 18, c. 6), vuol essere qui assertiva; e secondo il Criso­stomo (In Jo., hom. 12, 1) ha significato modale» (S. Tommaso, 185). «La sua gloria, non è come quella degli angeli, o di Mosè, o di Elia, o di Eliseo o di qualsiasi altro, bensì come quella dell’Uni­genito; perché come dice l’apostolo agli Ebrei (3,3): Egli è stato reputato degno di una gloria tanto maggiore in confronto di Mosé. E il salmista proclama: Chi è simile a Dio tra i figli di Dio? (Sal 88,7)» (id., 184).

La sua gloria non è tanto paragonabile a quella dell’unigenito ma è proprio quella che in Lui si rivela e lo rivela tale. «La particella come afferma che egli è veramente l’Unigenito di Dio oppure designa l’adeguato rapporto tra la persona dell’Unigenito Figlio di Dio e la gloria che gli conviene» (Natalis Alexander).

Il Verbo rivela la sua gloria come grazia e verità; Egli, divenendo Carne, si presenta a noi come Dio pieno di grazia e di verità. Egli non ha trovato grazia come è detto dei giusti, ma è pieno di grazia perché è l’Unigenito, infatti in Lui il Padre si compiace. Ed è pieno di verità «in quanto attuò le figure dell’Antico Testamento e le promesse fatte ai patriarchi. Lo ricorda S. Paolo: Dico infatti che Cristo si è fatto servitore dei circoncisi in favore della veracità di Dio, per compiere le promesse dei padri (Rm 15,8); e in 2 Cor 1,20: Tutte le promesse di Dio hanno trovato in lui il loro sì» (S. Tommaso, 190). Nelle parole grazia e verità rivela la sua missione e nell’aggettivo pieno il suo rapporto con il Padre e come Egli sia il compimento di tutto.

Giovanni gli dà testimonianza e proclama:

«Era di lui che io dissi:

Colui che viene dopo di me

è avanti a me,

perché era prima di me».

Giovanni grida. perché così è scritto di lui e questo afferma di se stesso: «Io sono voce di colui che grida nel deserto» (1,23). «Il termine gridare indica che lo faceva liberamente, senza paura. Isaia infatti esclama: Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: Ecco il vostro Dio! (40,9)… E in Isaia si legge, che i serafini gridavano l’uno all’altro (6,3), per esprimere così il fervore più intimo dello spirito» (S. Tommaso). Dopo il lungo silenzio della profezia è bastata questa iniziale rivelazione del Verbo divenuto Carne per fare gridare Giovanni. La sentinella, posta di vedetta, lo vede arrivare e dice: Chi è costui che viene da Edom, da Bozra con le vesti tinte di rosso? Costui, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza? (Is 63,1). Lo vede, dà testimonianza e grida: «Questi era colui di cui ho detto». Dice era perché in principio era il Verbo e nello stesso tempo lo indica: questi.

Giovanni dunque ha detto questo: «Colui che viene dopo di me è stato posto davanti a me», si è rivelato più grande di me.

Gesù viene quindi dopo di lui come il Signore viene dopo il suo servo che lo annuncia. Da dove Giovanni fa derivare questa sua affermazione? Dal fatto che «era prima di me». Viene dopo come uomo ma è stato posto sopra di lui perché era prima di lui. In tal modo Giovanni apre la porta sulla divinità di Gesù. Nessun uomo, che viene dopo in ordine di tempo, può essere prima di un altro. Poiché era prima di Giovanni, Egli è prima di qualsiasi uomo; infatti la sua preesistenza non si col­loca all’interno della generazione umana ma di quella divina.

Dalla sua pienezza

noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.

Alla voce degli apostoli e a quella di Giovanni si unisce la voce stessa della comunità dei credenti che può testimoniare che Gesù è il Verbo di Dio, l’Unico dal Padre, perché dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia di fronte a grazia. Egli è apparso in mezzo a noi pieno di grazia e di verità (v. 14) per donare a quanto lo hanno accolto dalla sua pienezza e grazia di fronte a gra­zia.

L’espressione e grazia di fronte a grazia è variamente interpretata. Essa può indicare le due eco­nomie, quella della Legge e quella dell’Evangelo. Anche la Legge ha una grazia dispensata dalla pienezza del Verbo. Questa grazia consiste, come dice l’apostolo Paolo, nella conoscenza del pec­cato (Rm 3,20). A questa grazia iniziale e imperfetta è stata aggiunta la grazia evangelica come remissione dei peccati e partecipazione alla vita divina.

In modo mirabile così commenta Crisostomo: «Vi è una duplice alleanza, un duplice battesimo, un duplice sacrificio, un duplice tempio e una duplice circoncisione. Vi sono così due specie di grazie, l’unica dell’Antico Testamento e l’altra del Nuovo. Ma all’Antico Testamento appartengono le figure, al Nuovo invece la verità che era stata figurata».

  1. Agostino invece vede nelle due grazie quella della fede e quella della vita immortale: «la stessa fede è grazia e la vita stessa è grazia su grazia».

Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,

la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Perché si collega a quanto precede e lo spiega. Noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia a dif­ferenza dei giusti dell’antica alleanza perché la Legge è stata data attraverso Mosè. In verità Mosè fu fedele in tutta la casa di lui come servitore, per rendere testimonianza di ciò che doveva essere annunziato più tardi; Cristo, invece, lo fu in qualità di Figlio costituito sopra la propria casa (Eb 3,5-6). Pur provenendo dal Verbo, la Legge è stata data attraverso il servo e tutti furono battez­zati in Mosè nella nube e nel mare (1 Cor 10,2). Anche gli anziani ricevettero lo Spirito da Mosè (cfr. Nm 11,25). Il mediatore non è solo colui tramite il quale Dio fa il dono ma segna anche i limiti del dono stesso. Essendo egli servo, attraverso la Legge, dà testimonianza al Figlio attraverso norme e riti che sono simboli e figure di ciò che doveva essere annunziato più tardi.

Diversa è la situazione in cui la mediazione è quella del Verbo fatto Carne che è Gesù Cristo. L’E­vangelo finalmente ne pronuncia il Nome: Gesù è il Cristo, il Verbo divenuto Carne. Egli è mediato­re della grazia e della verità. Prima che divenisse uomo la grazia e la verità erano adombrate e pro­fetizzate; facendosi visibile in mezzo a noi, Gesù Cristo ha fatto la grazia e la verità, le ha fatte pas­sare dall’ombra delle figure e dalla profezia alla realtà. Attraverso di Lui è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza di tutti gli uomini (Tt 2,11). Attraverso di lui Dio ha mostrato la fedeltà alle sue promesse e quindi la loro verità.

Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.]

La fondamentale differenza tra Mosè e Gesù in rapporto alla rivelazione sta in questo: Mosè, es­sendo uomo, non ha mai visto Dio, Gesù invece, essendo l’Unigenito Dio, è nel seno del Padre. Nessuno ha mai visto Dio: coloro infatti di cui la Scrittura afferma che hanno visto Dio, hanno vi­sto «simboli figurativi del Signore, ma non la realtà della sua presenza» (S. Agostino).

Nessuno può dunque vedere Dio se non per la mediazione del Cristo perché questi è l’Unigenito Dio che è nel seno del Padre. Infatti solo dopo la sua glorificazione è possibile contemplare il Pa­dre ma solo attraverso la sua Carne glorificata. Tutti contempleranno la natura divina attraverso la natura umana del Cristo. Questi, al contrario, vede Dio senza alcuna mediazione perché è l’Unige­nito Dio. Divenendo uomo, non cessa di essere quello che è da sempre, cioè l’Unico del Padre, quindi Lui pure Dio, non separato dal Padre, è infatti nel suo seno.

Solo Lui quindi poteva parlarci di Dio. Alla domanda del Siracide: Chi lo ha visto e ne può riferire? (43,31), risponde l’Evangelo: Egli ha rivelato perché lo ha visto e continuamente lo vede.

Qui sta la fondamentale differenza tra Mosè e Gesù Cristo che si riflette nel rapporto Legge ed Evangelo. La rivelazione della Legge avviene nei simboli e nelle figure, quella dell’Evangelo nella grazia e nella verità. La conoscenza che la Legge dà di Dio è nell’oscurità della nube, la rivelazione evangelica è nell’intimità della natura divina della quale sono diventati partecipi i credenti in quanto generati da Dio.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Preghiamo nella pace il Padre, che in Gesù, ci ha rivelato il suo Verbo eterno, generato dal suo seno pri­ma della stella del mattino (sal 109,3) .

Preghiamo insieme e diciamo:

Accogli con gioia, o Padre, la nostra preghiera

  • Per la pace e la gioia della santa Chiesa, avvolta dallo splendore del suo Signore, perché le diffonda nell’annuncio evangelico, preghiamo.
  • Perché la gioia penetri in ogni creatura e in tutti infonda un sentire conforme all’amore, preghiamo.
  • Perché il meraviglioso scambio tra la natura divina e la nostra coinvolga ogni uomo e lo innalzi alla subli­me dignità di figlio di Dio, preghiamo.
  • Perché nel contemplare la nascita del Salvatore, gli uomini diano fine alla guerra, agli odi e cerchino con sincerità la pace, che solo Dio può donare nel suo Figlio, preghiamo.

O Principe della pace, o Dio forte, che dormi sereno nel presepe, accogli l’umile preghiera della tua Chiesa e libera tutti noi dall’antico giogo del peccato.

Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Amen.

SANTA FAMIGLIA – A –

PRIMA LETTURA                          3,3-7.14-17a (NV) [gr. 3,2-6.12-14]
Dal libro di Siràcide

2 Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli e ha stabilito il diritto della madre sulla prole.

Questa volontà del Signore è espressa nel decalogo, nel quarto comandamento. Questo principio è scritto nella nostra natura ed è patrimonio comune dei popoli.

La madre ha un rapporto particolare con i figli a tutti noto per cui Tobia così dice al figlio: «Onora tua madre e non abbandonarla per tutti i giorni della sua vita; fa’ ciò che è di suo gradimento e non procurarle nessun motivo di tristezza. Ricordati, figlio, che ha corso tanti pericoli per te, quando eri nel suo seno» (Tb 4,3-4).

La Glossa interlineare così annota: «Restituiscile quello che con dolore ti ha dato».

3 Chi onora il padre esp“a i peccati e li eviterà e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita.

4 Chi onora sua madre è come chi accumula tesori.

Onorare significa anche dissimulare, tollerare e lenire le loro sofferenze, sopportare i loro limiti e di­fetti. Fare questo è come offrire il sacrifico di espiazione per i propri peccati (cfr. Lv 4) perché – an­nota s. Gregorio – egli immola la propria volontà come sacrificio a Dio gradito.

Il rispetto per la madre ha come effetto quello di accumulare tesori, là dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano (Mt 6,20).

5 Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera.

Avrà gioia dai figli perché li vedrà crescere con buoni sentimenti, sani e dotati di doni. La sua preghiera sarà esaudita perché imita il Cristo, il Figlio diletto del Padre.

6 Chi glorifica il padre vivrà a lungo,

chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre.

Riverire il padre è unito strettamente a obbedire al Signore. Davanti agli occhi del figlio vi è un rap­porto strettissimo tra il padre e il Signore perché il padre mutua la sua autorità da Dio. Se in Dio l’autorità del padre ha la sua forza ha pure il suo limite. È chiaro pertanto che il figlio sta in obbe­dienza al padre nella misura che vi è uno strettissimo rapporto altrimenti egli deve obbedire piutto­sto a Dio che al padre.

Notiamo come l’obbedienza al Signore dia consolazione alla madre. Ella coglie più fortemente il rapporto tra il Signore e i figli come disse Eva dopo aver partorito Caino: «Ho acquistato un uomo dal Signore» (Gn 4,1).

12 Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita.

Con uno sguardo complessivo ora il saggio considera il rapporto tra padre e figlio soprattutto nel momento in cui declinano le forze e in tutta la vita. Onorare ora si esprime nel soccorrerlo e nel non contristarlo,. Egli possa riposare in te e in te trovare gioia.

13 Sii indulgente, anche se perde il senno,

e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore.

Allude a Cam, che derise la nudità del padre (cfr. Gn 9,22). Egli è esempio di quei figli che divenuti forti, istruiti e ricchi disprezzano la debolezza dei loro genitori, il loro livello inferiore di cultura e la loro povertà senza pensare che in virtù dei loro sacrifici essi hanno potuto raggiungere il loro tenore di vita.

L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata, otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa.

Riprende a mo’ di conclusione quanto ha già detto in precedenza a conferma del suo insegnamen­to.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 127

R/. Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.

Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.

Della fatica delle tue mani ti nutrirai,

sarai felice e avrai ogni bene.               R/.

La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo

intorno alla tua mensa.              R/.

Ecco com’è benedetto

l’uomo che teme il Signore.

Ti benedica il Signore da Sion.

Possa tu vedere il bene di Gerusalemme

tutti i giorni della tua vita!                     R/.

SECONDA LETTURA                                       Col 3,12-21

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi

Fratelli, 12 scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità,

Il comando dell’apostolo esprime le conseguenze del battesimo (dunque). Dal momento che ci siamo rivestiti di Cristo, siamo entrati nello stesso rapporto suo con Dio1. Come Egli è eletto, santo e diletto così in Lui anche noi siamo diventati eletti, santi e diletti. La nostra elezione in Cristo è prima della fondazione del mondo perché chiamati a essere santi in forza dell’amore che Dio ha per noi. Dio ci ha amati per primo ed è per questo che ci ha chiamati a essere santi. In questo consiste la scelta che Dio ha fatto di noi: chiamarci e essere santi come Egli è santo.

  1. L’Apostolo usa spesso questo verbo. Vestirsi è coprire la propria nudità apax Ap 3,19. La veste è l’uomo nuovo (Col 3,10; Ef 4,24), l’armatura di Dio (Ef 6,11; la corazza della giustizia (Ef 6,14) e della fede 1 Ts 5,8), le viscere (qui).

Partecipare alla sua santità è partecipare al suo amore, è rivestirci delle sue stesse viscere di mi­sericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di longanimità. In questo si esprime l’amore, la primaria energia divina, lo stesso Spirito Santo.

La verifica costante dell’essere amati da Dio e di amarlo è sentire in noi misericordia verso i fratelli. Quando il nostro spirito si fissa sull’amore e non ondeggia più spinto dai venti passionali allora vuol dire che siamo giunti al calmo silenzio dove le passioni non rumoreggiano più in noi con i loro pen­sieri ma si placano incessantemente nel loro fine ultimo, che è l’amore.

Le virtù, che Paolo elenca, si collocano nella parte più profonda di noi, nelle viscere. Con questo termine la divina Scrittura intende il sentire intimo.

Come Gesù è misericordioso, così in Lui anche noi possiamo esserlo nei confronti degli uomini. La bontà segue immediatamente alla compassione come l’espressione dell’intimo sentire.

L’umiltà è il sentire in modo semplice non ponendo l’attenzione su di noi ma sugli altri ed essere preoccupati per gli altri (cfr. Fil 2,3s).

La mansuetudine di Gesù è offerta alla nostra imitazione in Mt 11,25-30. Essa si esprime in quella mitezza per cui non ci turbiamo mai nel nostro animo nei confronti degli altri in modo che l’ira non debba dominarci.

La longanimità è il ritmare la nostra esistenza nell’attesa sia nei confronti della nostra vita sia in rapporto agli altri. Essa è strettamente connessa con la speranza.

13 sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro.

Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi.

L’apostolo ci comanda di sopportarci a vicenda e di farci grazia gli uni gli altri. Motivo di questa esortazione è un fatto assai frequente, quello di lamentarsi nei riguardi degli altri. Nello stare in­sieme nascono occasioni per rattristarsi per torti e ingiustizie subite. Se questo diviene preponde­rante ed è l’oggetto dei nostri discorsi e lamenti, ci si allontana dal sentire di Cristo e non ci si occu­pa più della propria crescita spirituale. Il fracasso dei risentimenti si fa così forte nel nostro animo da spegnere la voce dello Spirito perché quello che conta è il risentimento che è in noi. I nostri pen­sieri sono la nostra stessa prigione.

Il rimedio, che l’apostolo dona a una simile situazione, è comunicarci lo stesso perdono che abbia­mo ricevuto dal Signore. Lo stesso suo perdono, che è il principio della nostra vita interiore, è da noi trasmesso nel perdono vicendevole. In questo modo i nostri rapporti sono ristabiliti in forza dell’unico sacrificio del Cristo perché quando ci perdoniamo a vicenda noi ci trasmettiamo la grazia della riconciliazione che scaturisce dall’offerta sacrificale del Signore al Padre.

Dalla gratitudine per il perdono che abbiamo ricevuto dal Signore scaturisce la nostra volontà a perdonare e ad accogliere il perdono che ci è dato.

14 Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto.

Nella lingua greca il termine carità è all’accusativo per cui sta al vertice delle altre virtù, in prece­denza elencate, di cui dobbiamo rivestirci. L’amore è l’abito che dà splendore e grazia a tutte le vir­tù cristiane e sta sopra di esse. Come il vestito esterno è quello che più esprime la persona di chi lo porta così è l’amore. Esso esprime la persona.

La carità è definita il vincolo della perfezione. Essa è la virtù che rende perfetti i nostri rapporti. Nel fatto che ci amiamo, noi diamo testimonianza di quello che siamo, cioè un solo corpo in Cristo reso incessantemente perfetto dall’amore.

L’essere rivestiti di Cristo nel battesimo è scoprire che il legame che ci unisce gli uni agli altri è l’amore. Questa potenzialità, che è in noi, deve essere sempre attuata nella nostra disposizione ad amare tutti, persino i nostri nemici. L’amore quindi ci relaziona gli uni agli altri perfezionando il no­stro rapporto perché esige che si elimini da esso tutto quello che impedisce il suo perfetto realiz­zarsi. Questa perfetta realizzazione esige l’amore fino al dono totale di se stessi.

15 E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!

Il cammino tracciato dall’apostolo porta alla pace. Le virtù, che in precedenza ha elencato come ti­picamente battesimali, hanno come frutto la pace. Questa in Fil 4,7 è detta che supera ogni intelli­genza. Essa va oltre la nostra capacità di comprensione perché è a noi data dal Cristo (cfr. Gv 14,27).

L’apostolo desidera che questa pace regni nei nostri cuori. Nei Fil egli afferma che custodirà i vo­stri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. Il compito della pace, che Gesù infonde nei suoi discepo­li, è quello di avere un dominio incontrastato nel nostro intimo e di custodirlo da ogni insidia ester­na. Essa definisce il nostro rapporto con il Signore, chiamato Egli stesso la nostra pace (Ef 2,14) e più siamo in Lui più in noi è la pace che regna e ci custodisce nel sicuro soprattutto là dove mag­giormente siamo feriti, nel nostro pensiero.

Questa pace regna prima di tutto nell’unità del corpo, che è la Chiesa. Noi viviamo nella pace quando viviamo nell’armonia dell’intero corpo. La pace quindi custodisce i nostri rapporti vicendevo­li e impedisce che essi escano da quelle virtù precedentemente elencate, soprattutto dall’amore. Questo è il dono che a noi fa il Signore risorto, che sempre rimane con noi (cfr. Gv 20,26; Mt 28,20).

Per questo l’apostolo esorta: e siate riconoscenti. La riconoscenza è l’eucaristia, che perenne si eleva nella Chiesa e che deve riempire pure i nostri cuori.

È proprio in virtù dell’eucaristia, del rendimento di grazie, che noi possiamo restare nella pace di Cristo anche nelle nostre tribolazioni.

16 La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vi­cenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori.

Prima l’apostolo ha parlato della pace di Cristo, ora egli si riferisce alla parola di Cristo. Egli vuole che questa parola, che appartiene al Cristo, si faccia una casa stabile dentro di noi, prendendo po­sto in modo sempre più ricco nel nostro intimo. Che significa lasciare sempre più spazio alla parola di Cristo dentro di noi? In Dt 6,4-7 Mosè raccomanda che le parole della Legge riempiano ogni momento della vita del figlio d’Israele per unificarla nella professione dell’unico Signore e Dio. Qui l’apostolo vuole che sia la parola di Cristo, adempimento e pienezza della Legge, ad abitare dentro di noi con i tesori del Cristo, che essa contiene in sé (cfr. 2,3).

Questa sovrabbondante ricchezza si esprime nell’ammaestrarci e ammonirci con ogni sapienza. Questa espressione sta a indicare l’effusione dello Spirito Santo nei credenti che li porta ad acco­gliere in sé pienamente la volontà di Dio (1,9). L’insegnamento consiste infatti nel trasmettere que­sta volontà di Dio e l’esortazione nel sollecitare ciascuno ad accoglierla nella propria vita. La sa­pienza, nelle sue varie espressioni, rende gli annunciatori capaci d’insegnare ad ogni uomo, di ammonirlo per presentarlo perfetto in Cristo a Dio (1,28). La ricchezza sapienziale propria dell’evangelo, che è il Cristo stesso con i suoi tesori di sapienza e di conoscenza in Lui celati (2,3) ha in sé la forza di farsi presente a ogni uomo per ammonirlo ed ammaestrarlo. Più è ricca la pre­senza della Parola, più siamo capaci di annunciare l’evangelo ad ogni uomo e di camminare nella sapienza in rapporto a quelli di fuori (4,5).

Un simile ammaestramento ha come risposta salmi, inni e cantici spirituali. Lo Spirito Santo por­ta al canto a Dio. Questo canto scaturisce dal cuore e si esprime nella grazia.

Quando lo Spirito Santo abita in noi allora vi abita anche la parola di Cristo, che ci rende capaci di ammaestrarci ed esortarci a vicenda facendo traboccare dal cuore il canto spirituale, quello di cui è maestro lo Spirito Santo e che si esprime nelle sue varie forme. In questo si manifesta il nostro es­sere nella grazia.

17 E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, renden­do per mezzo di lui grazie a Dio Padre.

In che modo noi possiamo parlare od operare nel nome del Signore Gesù? Se Gesù è il centro di tutto quello che esiste sia nel cosmo che nella Chiesa, tutta l’energia, che fa essere le creature, scaturisce da Lui e quindi anche noi possiamo agire o pensare in forza di Lui. Anche nel nostro es­sere suoi discepoli e membra del suo corpo, noi abbiamo forza solo in Lui. La forza nostra è il suo Nome: il Signore Gesù. Solo custodendo e invocando il suo nome, noi possiamo parlare e operare in conformità alla volontà del Padre. Gesù è il Signore il cui nome è posto sopra ogni altro nome e nel cui nome ogni ginocchio si piega (cfr. Fil 2). Parlare e agire in suo nome significa obbedire ai suoi comandi, adempiere quello che Egli vuole ed esperimentare in noi la forza del suo nome in quello che diciamo o facciamo. Più noi acquistiamo coscienza che Gesù è il Signore più in noi ope­ra la forza del suo nome. Da parte nostra sia nel nostro parlare che operare siamo chiamati ad ap­pellarci alla forza del suo nome, da noi confessato sia con l’invocazione che con la lode.

Ora questa lode non termina in Gesù ma diventa eucaristia, ringraziamento al Padre per mezzo di Lui. La nostra esistenza scaturisce dal nome del Signore Gesù e non si esaurisce in un rapporto con gli altri perché è finalizzata al rendimento di grazie al Padre.

In questo modo si rompe il cerchio del soggettivismo e dell’opinione; infatti l’efficacia del nome del Signore non consiste tanto in persuasivi discorsi della sapienza umana ma nella dimostrazione del­lo Spirito (cfr. 1 Cor 2,4), che pone sulle labbra dei credenti parole di grazia cui nessuno può resi­stere (cfr. At 6,10).

La nostra esistenza è racchiusa in questi termini: l’invocazione del nome del Signore, in cui si esprime la grazia del nostro battesimo e il rendimento di grazie al Padre, l’eucaristia, nel quale si opera e si perfezione la nostra redenzione.

I due sacramenti dell’iniziazione cristiana sono la forza viva dello Spirito per tutti i discepoli di Gesù, relazionati gli uni agli altri nell’unico corpo del Cristo.

18 Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore.

Il perno della frase è nel Signore. In Lui l’ordine sociale vigente è vissuto in una nuova luce, quella della sottomissione di Gesù al Padre, che costituisce l’atto finale della redenzione (cfr. 1 Cor 11,3;15,28). La sottomissione pertanto della moglie al marito non tocca la persona ma il rapporto. In quanto persona infatti non vi è distinzione tra uomo e donna perché tutti siamo uno in Cristo (cfr. Gal 3,28). La sottomissione quindi non si fonda sull’inferiorità della natura ma sulla struttura della società, che si armonizza nei rapporti trovando nella persona del marito il principio dell’unità del nu­cleo familiare. Ma mentre in una società un simile rapporto può diventare assoluto e dispotico, que­sto non può accadere nella comunità dei credenti perché il principio assoluto che regola tutti i rap­porti è il Signore. Pertanto nella loro relazione fondamentale con il Signore le mogli credenti trovano le modalità proprie della loro sottomissione in modo tale che sia redenta la brama della donna nei rapporti dell’uomo, che rende questi dispotico nei confronti della donna (cfr. Gn 3,16: «Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà»). La redenzione di Cristo libera la donna da questa sua relazione fondata sulla brama dell’uomo e di assoggettamento passionale a lui.

Se il modello sociale si ripete all’interno della famiglia cristiana, tuttavia esso è svuotato delle moti­vazioni proprie del pensiero dominante in quella specifica società.

Allo stesso modo il cammino odierno, che sottolinea la pari dignità dell’uomo e della donna, non elimina il fatto che il rapporto della moglie con il marito è caratterizzato dalla sottomissione. Elimina­re questa caratteristica del rapporto genera confusione.

Questo implica che il marito viva egli pure questo rapporto nel Signore, che come insegna l’apostolo nella Lettera agli efesini, è un rapporto di dono di sé fino a dare la propria vita (cfr. Ef 5,25: E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei), per cui esso perde il proprio delle genti, che è quello di dominare sugli altri e farsi chiamare si­gnori (cfr. Mc 10,42).

Nella Chiesa invece l’unico Signore è colui che si è fatto servo di tutti e il suo servire consiste nel dare la sua vita per i molti.

19 Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza.

Nella Lettera agli efesini, l’apostolo fonda l’amore del marito verso la moglie sull’amore di Cristo per la Chiesa (5,25), qui invece gli pone come limite il non inasprirsi con esse.

L’essere a capo della famiglia e la familiarità con la propria moglie potrebbero portare il marito a in­durirsi nei suoi confronti e a trattarla con asprezza.

L’apostolo comanda quindi ai mariti di amare sempre le proprie mogli in modo tale da spegnere nel­la forza dell’amore l’inasprimento che sorge in loro.

Questa è una legge generale dell’amore: quando s’inaspriscono i rapporti è segno che viene meno l’amore. Bisogna far attenzione al proprio pensiero che non s‘inasprisca perché quando in noi il pensiero s’indurisce nei confronti di altri, presto o tardi un simile indurimento si manifesta esterior­mente.

«Rabh († 247) ha detto: “il marito stia sempre attento a non offendere sua moglie; perché appena la moglie scoppia in lacrime, è vicina la punizione della sua offesa”» (b. Babba Mezi‘a in Strack­Billerbeck, III, 631).

L’amore pertanto è il silenzio dell’ira. I pensieri passionali, come malattie, si spengono solo nell’amore. Il silenzio non come oblio dell’altro ma come assenza del rumore passionale è il vero modo di amare, come è detto del Signore: Starà in silenzio nel suo amore (Sof 3,17).

20 Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore.

Questo è il comando dell’apostolo dato ai figli. Questi si rapportano ai loro genitori con l’obbedienza in tutto.

Il modello di riferimento è Gesù, il Figlio, che in tutto ha obbedito al Padre fino a consegnarsi alla morte di croce; allo stesso modo Isacco, nella mirabile pagina del sacrificio (Gn 22), accettò di es­ser immolato dal padre per obbedire al comando del Signore.

L’obbedienza dei figli ai genitori è gradita al Signore. Come infatti Gesù è il Figlio, nel quale il Pa­dre si compiace, così i figli quando obbediscono ai genitori sono graditi al Signore e attirano su se stessi la sua benedizione.

I figli obbediscono ai genitori quando temono Dio e non disprezzano la conoscenza di Dio in modo tale che questi non li consegni a un’intelligenza depravata che li porti a diventare ribelli ai genitori (cfr. Rm 1,28.30).

La scomparsa del timore del Signore, come principio della sapienza (cfr. Sal 110,10), sconvolge tutti i rapporti e consegna a una durezza di cuore tale da non stimare più nessun rapporto come obbligante in coscienza.

In questo modo ogni autorità perde di valore e ciascuno segue i desideri del suo cuore pensando che siano la via giusta.

Obbedire tempra il nostro spirito perché ci sottomette al giogo della disciplina, come è scritto: È be­ne per l’uomo portare il giogo fin dalla giovinezza (Lm 3,27).

Ogni tentativo di eliminare questo rapporto di obbedienza sostituendolo con un altro non è gradito al Signore perché non porta alla sapienza ma rafforza la stoltezza, che è legata al cuore del giova­ne e solo la verga può allontanarla da lui (cfr. Prov 23,12-16).

La seduzione, che un cuore giovanile può subire, è vinta solo con uno stretto rapporto con i genitori caratterizzato dall’obbedienza. Là dove questo vincolo si attenua e i figli sono lasciati soli la stoltez­za, come sistema di vita basato sul proprio sentire immediato, si rafforza al punto tale da generare tristezza il fare il contrario.

I genitori devono far sentire ai loro figli che il rapporto c’è ed essi non possono vanificarsi nel nulla.

21 Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.

L’apostolo raccomanda ai padri di non essere duri con i loro figli al punto da esasperarli e provocarli all’ira. L’effetto è quello di scoraggiarli, togliere loro forza interiore e vitalità.

Un atteggiamento duro e incontrollato dei padri, un’incapacità di riflettere e di dialogare crea inco­municabilità per cui i figli non riescono più a trasmettere ai loro padri il loro sentire, non si sentono più compresi ma piuttosto giudicati ed eventualmente disprezzati.

I padri, alla scuola di Gesù, imparano a dominare quell’istinto di dominio sui figli che li porta ad esi­gere da loro che seguano la volontà paterna in tutte le loro scelte, ma si relazionano con loro cer­cando di entrare nel loro mondo interiore per insegnare, esortare, correggere ma non con asprezza e disprezzo.

I figli si scoraggiano non per la durezza della correzione, che essi capiscono, ma quando avvertono di essere disprezzati e tenuti in poco conto.

I padri infatti non possono deridere i loro figli per i difetti che hanno e neppure scambiarli per virtù ma devono essere attenti a correggerli in modo sapiente e prudente perché si crei nei figli il deside­rio della correzione e del miglioramento e non l’abbattimento con i pensieri che ne conseguono.

Il discepolo, che si forma alla scuola di Gesù mite e umile di cuore, impara a rispettare il suo simile, così il padre non ritiene una sua proprietà il figlio ma lo accoglie come dono di Dio in cui deve com­pletare l’opera del Creatore.

Là dove c’è il timore del Signore, ivi vi è l’esatta misura della correzione. Il rapporto ha la sua storia di gioia e di sofferenza, d’incomprensione e di profonda intesa, di amarezze e di speranze.

Anche se i figli non condividessero più il sentire cristiano dei genitori, questi non cessino di amarli, di pregare per loro e di esortarli al timore di Dio e all’amore verso di Lui. Come acqua che penetra ovunque, il loro insegnamento s’insinua nei loro cuori e porterà frutti insperati.

CANTO AL VANGELO

R/.        Alleluia, alleluia.

La pace di Cristo regni nei vostri cuori;

la parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza.

R/.        Alleluia.

VANGELO                                                   Mt 2,13-15.19-23

Dal vangelo secondo Matteo

13 I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli dis­se: «Ëlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».

Erode certamente ha calcolato il tempo in cui i magi avrebbero dovuto fare a lui ritorno. Nel frat­tempo agisce il Signore. Egli non compie nessun prodigio ma, come dice l’Apostolo, «Dio non ha forse resa stolta la sapienza del mondo?» (1 Cor 1,20). Egli vince la furbizia di Erode giocandolo nel tempo. Essendo Signore del tempo, Egli vince attraverso di esso la sapienza del mondo.

Ecco un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe, il Signore sceglie ancora questo modo per comunicare a Giuseppe la sua decisione. Dopo la manifestazione gloriosa del Cristo, nel­la notte, avviene l’annuncio dell’angelo. Alle gioie gustate con i magi segue ora l’amarezza dell’esilio.

Alzati, prendi il Bambino e sua madre e fuggi in Egitto. Giuseppe appare qui come servo cui è affidato in custodia il segno: il Bambino e sua madre. Questo è il segno che Erode vuole distrug­gere, come Acab non voleva che si realizzasse. Giuseppe, figlio di David, custodisce questo segno prendendolo in consegna e fuggendo in Egitto. Non a caso Gesù deve fuggire in Egitto dove il po­polo era tenuto in schiavitù. Egli fugge come Messia perseguitato e ritorna come Salvatore per libe­rare il suo popolo dai suoi peccati. Come i magi erano venuti dall’oriente così il Cristo va verso l’occidente per estendere la sua signoria su tutti i popoli. È scritto infatti: «Al tuo seme io do questo

paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate» (Gn 15, 18). Il Cristo tocca con la sua si­gnoria i due estremi della sua eredità promessa ad Abramo. «Quell’Egitto, che un tempo sotto il dominio del Faraone era oppresso e ribelle a Dio, ora diviene rifugio e abitazione di Cristo» (Cro­mazio).

E resta là fino a che non te lo dirò. L’angelo porta il messaggio divino ed è lui che stabilisce il tempo della dimora in Egitto. Giuseppe vede gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo e si unisce a loro nel compiere il suo servizio al Cristo.

Erode infatti sta per mettersi in cerca del Bambino per farlo perire. Simile a leone ruggente egli va in cerca del Bambino per divorarlo. Mentre il Cristo esce dalla sua terra per prendere pos­sesso del suo regno, nella città che gli appartiene siede in trono Erode che appartiene all’anticristo. È qui profetizzata la profanazione del luogo santo e il rivelarsi del mistero d’iniquità «che è già in at­to, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene» (2 Ts 2,7). Questo mistero d’iniquità si esprime in Erode che freme contro l’ostacolo che gli impedisce di attuare il suo disegno. Quando Dio toglie chi lo trattiene allora esso si scatena. Il Cristo si mostra indifeso nei suoi confron­ti, è consegnato pienamente alla volontà del Padre espressa dall’angelo e all’obbedienza di Giu­seppe.

14 Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto,

Giuseppe non aspetta il mattino, subito obbedisce all’angelo e durante la notte inizia la fuga verso l’Egitto. La notte è segno del potere delle tenebre. Benché il sole di giustizia sia già sorto, essendo ancora oscurato dalla nube della sua carne mortale, le tenebre non sono dissipate e in esse Erode ha potere perché egli appartiene alla notte e alle tenebre. Ora il Cristo fugge, verrà un’altra notte nella quale si consegnerà e solo nella notte di Pasqua dissiperà pienamente le tenebre. È scritto in­fatti: «E la notte s’illuminerà come il giorno» (Sal 138,12). Il segno del Bambino e della madre si rende presente in Egitto, ma qui resta nascosto nelle vesti dell’esiliato e del fuggitivo. Nessuno può coglierlo perché resta nascosto agli occhi di chi non crede. Dopo il lungo periodo del nascondimen­to a Nazareth la luce tornerà a risplendere sulle rive del lago di Tiberìade.

15 dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».

Il Bimbo se ne stette in Egitto per obbedienza al Padre. La sua obbedienza si comunica a Giuseppe che resta in Egitto fino a nuovo ordine; devono infatti adempiersi le Scritture. La profezia di Osea: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (11,1) si attua dopo la morte di Erode. La scomparsa di que­sto simbolo dell’anticristo, fa ritornare il Cristo dall’Egitto. Come Israele poté salire dall’Egitto alla Terra promessa dopo la morte del Faraone nel mar Rosso, allo stesso modo il Cristo risale dall’Egitto dopo la morte di Erode. La profezia dice: «Ho chiamato mio Figlio». Il Cristo non torna senza essere chiamato, così anche noi non possiamo salire senza essere chiamati. La chiamata è la forza che ci fa salire, che spezza ogni vincolo di schiavitù; è infatti chiamata dalle tenebre alla lu­ce, dall’essere schiavi all’essere figli. Il Figlio come era il Verbo presso il Padre, così in Egitto si manifestava come colui che aveva assunto la natura dello schiavo e si era fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce. L’essere chiamato dall’Egitto contiene il mistero della sua Passione, Morte e Risurrezione nella sua perfetta obbedienza.

19 Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto

Gli avvenimenti terreni sono strettamente collegati a quelli celesti. Visibile è la morte di Erode, invi­sibile è l’apparizione dell’angelo a Giuseppe. Coloro che leggono solo gli avvenimenti terreni hanno una particolare valutazione della storia, chi invece viene illuminato dalla Parola di Dio (il ministero angelico è soggetto alla Parola) vede gli avvenimenti in una luce diversa, quella divina. L’obbedienza alla Parola è obbedienza a Cristo e alla sua signoria nella storia. L’Angelo appare a Giuseppe in Egitto. Perché qui dimora esule la divina Presenza. Dovunque è il Cristo ivi sono i suoi angeli come pure ovunque dove sono i suoi. Infatti gli angeli «sono tutti spiriti ministri inviati per il servizio in favore di coloro che stanno per ereditare la salvezza» (Eb 1,14).

20 e gli disse: «Ëlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti in­fatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».

Come sempre, l’Angelo gli comanda di alzarsi per riprendere il cammino. Come la colonna nel de­serto segnava i tempi e le tappe del popolo così accade qui. Questo verbo sottolinea il primo atto dell’obbedienza.

Prendi il Bambino e sua madre e torna in terra d’Israele. Qui il segno deve essere conosciuto e riconosciuto. Qui opera il Cristo e di qui si è inviati per tutta la terra.

Sono infatti morti coloro che cercavano l’anima del Bambino. È la stessa parola che il Signore disse a Mosè quando da Madian lo inviò in Egitto per liberare il popolo. Benché fossero morti coloro che ne insidiavano la vita, tuttavia il Faraone che sorse dopo s’indurì. Anche se Erode è morto, tut‑

tavia non sono morti coloro che odiano il Bambino. Egli è sempre il perseguitato. Infatti fino a che il Signore non ucciderà «il drago che si trova nel mare» (Is 27,1), la sua stirpe continua sulla terra e attenta all’anima del Cristo. Anche Saulo sentì la sua voce che lo interrogava: «Saulo, Saulo, per­ché mi perseguiti?» (At 9,4). La morte di Erode segna tuttavia una pausa in questa persecuzione.

21 Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele.

L’evangelo registra la sua pronta, silenziosa e puntuale obbedienza. In queste parole è rivelata ed elogiata la fede di Giuseppe. Infatti non vi è obbedienza senza fede. È scritto di Abramo: «Per fede, chiamato, Abramo ubbidì… e uscì non sapendo dove andava» (Eb 11,8). Nella sua sobrietà l’Evangelo ripete esattamente le stesse parole dell’angelo come eseguite da Giuseppe. Questo è l’elogio più grande che ne potesse fare. Il comando è eseguito senza interpretazione.

22 Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea

Archelao era della stessa progenie di suo padre anche se non ne aveva la scaltrezza. Infatti perse il potere toltogli da Augusto. È nel disegno di Dio che il Cristo vada ad abitare nella Galilea, in que­sta terra impura per la presenza delle Genti. Egli resta nascosto anche a coloro che indagano le di­vine Scritture. Infatti l’Evangelo ci testimonia che reagirono alla sua apparizione in quanto proveni­va dalla Galilea. Egli si nasconde talmente che sembra contraddire le Scritture. Infatti l’Evangelo prosegue lasciando in un profondo imbarazzo i commentatori.

23 e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

Nazaret compare qui per la prima volta nelle Scritture e da essa Gesù prende il nome di Nazoreo. Questo nome è testimoniato nelle profezie. I profeti lo hanno chiamato Nazoreo cioè «consacrato a Dio fin dal grembo della madre» come dice di sé Sansone in Gdc 16,17: «santo di Dio io sono fin dal grembo di mia madre» (LXX). Ora i LXX traducono «santo» il termine ebraico nazir. È chiaro che alla radice è connessa l’idea di santità e consacrazione. La città di Nazaret acquista quindi il valore di città del consacrato, del Nazoreo come Betlemme è la città del Cristo e Gerusalemme la città del grande Re. Con questo titolo Gesù appare come consacrato a Dio quindi in stato sacrifica­le. Il titolo riappare nell’Evangelo al momento della Passione sulle labbra di una serva che accusa Pietro: «Costui era con Gesù il Nazoreo» (26,71). Così è definito al momento in cui si compie il suo voto compiuto fin dal seno materno come c’insegna l’Apostolo in Eb 10,5-10. Cromazio commenta: «Siccome Cristo Signore è l’autore e il principe della santità e della pudicizia, tanto che dice per bocca del profeta: “Siate santi perché io sono santo, dice il Signore” (Lv 11,44) non a torto fu chia­mato Nazareo, poiché veramente anche offrì per la nostra salvezza il sacrificio del suo corpo quale voto fatto a Dio conforme alla prefigurazione della Legge».

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Fratelli e sorelle, dall’umile casa di Nazaret, la sacra Famiglia si propone come modello di preghiera, labo­riosità e concordia; insegni alle nostre famiglie ad essere aperte agli autentici valori dello spirito.

Preghiamo insieme e diciamo:

Benedici, Signore, le nostre famiglie.

  • Per la Santa Chiesa, famiglia di Dio radunata nel suo nome, perché nello spezzare il pane celeste, inse­gni ai suoi figli a condividere il pane terreno, preghiamo.
  • Per ogni famiglia cristiana, perché fiduciosa nella Provvidenza, sia sempre aperta ed accogliente, pre­ghiamo.
  • Per i genitori e i figli, perché nell’evangelo del Cristo, trovino il fondamento della vicendevole comunione, preghiamo.
  • Per le nostre case, perché siano ripiene della presenza di Dio e del suo silenzio che fa fiorire la vita inte­riore, preghiamo.
  • Perché nella famiglia di Nazaret impariamo la necessità del lavoro di preparazione, dello studio, della meditazione, dell’interiorità della vita, della preghiera, che solo Dio vede nel segreto, preghiamo.

O Dio, che in Gesù, Giuseppe e Maria ci hai dato una viva immagine della tua eterna comunione d’amore, rinnova in ogni casa il vincolo del tuo amore, perché nello Spirito Santo fioriscano quelle virtù che rendono umile e gioiosa la nostra convivenza.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

SANTA FAMIGLIA – B –

1L Abramo, Abramo, guarda le stelle, che trapuntano il cielo, brillano di gioia al loro Signore,

così sarà la tua discendenza. Dall’oriente all’occidente,

da settentrione a mezzogiorno,

vengono da lontano i tuoi figli e siedono con te alla mensa,

del Pane e del Calice inebriante.

2L Gioisci, Abramo, il Signore ti ha visitato. Gioisci, amico di Dio, che hai creduto.

Gioisci, uomo giusto, che Dio ama.

Rallegrati, Sara, nel figlio della promessa. Rallegrati, o donna di fede, che hai nutrito Dio. Rallegrati, o madre, in Isacco, sorriso di gioia.

T Rallegratevi, giusti nel Signore, rendete a Dio lode e gloria.

1L Vergine pura e illibata, Maria, trepida nell’attesa del parto, in cui darai alla luce il Figlio,

Principio della creazione di Dio, anelito di tutte le creature

sia lassù in cielo che qui in terra,

accogli l’umile nostra lode, che, insieme a te innalziamo in questa santa Assemblea:

2L Gioisci, o tutta santa, nel tuo Partorito. Gioisci, inizio della nostra redenzione.

Gioisci, santa Maria, che muti le lacrime in gaudio. Rallegrati, luce che irradi gioia nelle nostre case.

Rallegrati, stella del mattino, che annunci il nuovo giorno.

Rallegrati, o Donna, che muti le sorti di Eva.

T Rallegrati, Sposa illibata e santa, canta il tuo canto di lode tra i santi.

1L Vedendoti incinta, il giusto Giuseppe, fu turbato e s’interrogava su questo e, colpito dalla tua virginea purezza,

non volle pubblicamente accusarti, riempiendo di rossore il tuo volto, ma decise di rimandarti in segreto.

Le notti insonni si placarono

in un sonno leggero e soave e l’angelo del Signore gli disse:

2L Gioisci, o figlio di Davide, non temere. Gioisci nella tua sposa, vergine illibata,

Gioisci nel Figlio, che da Spirito Santo proviene. Rallegrati, uomo giusto, che in silenzio hai creduto. Rallegrati e accogli tra le tue braccia il Figlio Gesù. Rallegrati, o padre, nel virgulto di Iesse, da te nutrito.

T Fa festa, o nobile progenie di Davide, ed entra nella gioia del tuo Signore.

PRIMA LETTURA                                        Gn 15,1-6; 21,1-3

Dal libro della Genesi

15,1 In quei giorni, fu rivolta ad Abram, in visione, questa parola del Signore: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande».

Visione, ricorre 4 volte: è detto di Abramo, di Balaam (Nm 24,4.16) dei falsi profeti che hanno vi­sioni inesistenti (Ez 13,7). È importante sottolineare il fatto che è la Parola che avviene in visione, non è Dio: Abramo ha una visione della Parola. Probabilmente è l’unica volta in cui ricorre questo fatto. Vedendo la Parola di Dio, vede anche l’adempimento delle promesse.

«Mi ha colpito la dialettica della fede in questo incontro di Dio con Abramo; accade dopo quelle cose dopo che cioè Abramo ha scelto Dio anziché i beni del re di Sodoma; non temere, sottolinea il fatto che nel cuore di Abramo c’è la lotta e il dramma nato dalla scelta fatta. Gli dice: «non teme­re, io sono tuo scudo» e lo porta ad un livello di fede più alto: gli dice che da lui uscirà la discen­denza: lo coglie nel suo dramma, fa appello al rapporto personale con lui, gli impedisce di soccom­bere e lo porta a un livello più alto e allora la sua fede è computata a giustizia. Giustizia va letto al­la luce di. Rm: giustizia giustificante» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 7.2.1973).

Io sono il tuo scudo, colui che ti difende dai tuoi nemici e che prende su di sé i loro colpi per ri­sparmiarti. Il Signore s’impegna con noi in modo forte e coinvolgente tutto se stesso.

La tua ricompensa sarà molto grande. Questo testo pronunciato dalla Parola di Dio richiama Mt 5,12: la vostra ricompensa è grande nei cieli è la stessa ricompensa data ad Abramo e agli Apostoli L’Evangelo aggiunge: nei cieli, perché questa è la vera terra e la vera eredità. È forte il rapporto tra la Parola di Dio che parla in visione ad Abramo e la Parola di Dio, il Cristo, che parla sul monte: è lo stesso Signore, è Gesù, la Parola del Padre che parla ad Abramo e promette l’unica ricompensa a lui e ai discepoli.

2 Rispose (lett.: disse) Abram: «Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Elièzer di Damasco». 3 Soggiunse (lett.: disse) Abram: «Ecco, a me non hai dato di­scendenza e un mio domestico sarà mio erede».

I due versetti sono introdotti dalla parola disse. Essi indicano una sola parola di Abramo che il testo sacro divide in due forse per creare una sospensione nel discorso o per distinguere le riflessioni che Abramo fa sulla Parola di Dio. Tutto parte dalla sua domanda: «Mio Signore Dio, che mi da­rai?» Abramo accoglie anzitutto la signoria del suo Dio su di sé e ripensando a tutte le promesse, che Dio gli ha fatto sulla discendenza e sulla terra, ora constata davanti a Lui: Io me ne vado sen­za figli. Questa è la lotta che è nel suo cuore tra la promessa e il fatto che Abramo e Sara sono già vecchi e nulla si è realizzato. Anzi Abramo si perderà nel nulla perché l’erede non è uno che porta il suo nome, ma un estraneo, un suo domestico. La seconda parola di Abramo constata quale è la si­tuazione e mette in luce il suo pensiero che lo fa soffrire e per il quale il Signore gli ha detto: Non temere, cessa di temere.

4 Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede».

In questa interiore situazione di nuovo la Parola del Signore si rivolge ad Abramo. Essa precisa che non costui sarà il tuo erede. Non lo nomina neppure perché Dio non lo ha scelto e a lui Abramo non deve guardare come fosse il suo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede. La Parola circo­scrive con molta esattezza, non lascia indefinito. Infatti l’oggetto della fede non è mai lasciato nel vago, ma è ben preciso, circostanziato con esattezza dalla Parola.

5 Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiun­se: «Tale sarà la tua discendenza».

Le stelle. Cfr. Dt 1,10: Il Signore vostro Dio vi ha moltiplicati ed ecco oggi siete numerosi come le stelle del cielo. La promessa si è realizzata. In Eb 11,12 Abramo è definito morto; la stirpe che da lui deriva è frutto della fede; è il mistero della risurrezione che dà inizio ad una vita nuova.

6 Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.

Testo fondamentale. Nella notte dove Abramo vede solo la Parola e nella creazione il segno della sua discendenza, egli crede e questa fede gli è computata come giustizia. Questa è la sua ricom­pensa. L’apostolo Paolo si fonda su questo testo per dimostrare come la giustizia di Dio, che si è ri­velata in Gesù, operi in noi in forza della fede e come questa sia la vera giustizia. Nessun uomo in­fatti può conseguirla tramite la Legge (cfr. Rm 4,9-11; Gal 3,6-9). La fede nel Signore implica fer­mezza e stabilità in Lui, che è data dal credere alla sua Parola. Il pensiero, che genera sofferenza e timore, non domina nel credente ma viene vinto dalla fiducia nella Parola che il Signore ha pronun­ciato e che pronuncia a suo tempo per rafforzare e incoraggiare i suoi nel momento della prova.

21,1 Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso.

Non dice si ricordò ma visitò. Iddio visita Sara perché è Lui che apre e chiude la matrice. Il conce­pimento di Isacco è dovuto per un intervento diretto, personale di Dio. Infatti il verbo visitare è pa­rallelo al verbo fare: è il Signore che opera. Vi è qui l’intimo rapporto che c’è tra la Parola e la crea­zione dell’uomo: Dio dice e crea l’uomo; Iddio ha parlato ad Abrahamo e Sara e ora opera. È una nuova creazione che comincia, quella del suo popolo. Nel Salmo (65,10) è detto: Visiti la terra e la irrighi.

2 Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato.

Il termine al tempo fissato c’immette nel tempo di Dio: questo è il tempo della nascita di Isacco. È mirabile il Signore nelle opera sue.

Nella sua vecchiezza (anche al v. 7 sulle labbra di Sara). È detto anche di Giuseppe e Beniamino (Gn 37,3 e 44,20): sottolinea da una parte la nascita straordinaria d’Isacco e dall’altra l’amore tene­rissimo del padre Abrahamo verso suo figlio come è detto di Giuseppe (37,3).

3 Abramo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito.

Prima di giungere al nome d’Isacco, la Scrittura si sofferma con stupore sulla sua generazione. Allo stesso modo nel momento del sacrificio, il nome è posto per ultimo (22,2: prendi il tuo figlio, il tuo unico, colui che tu ami, Isacco).

Isacco fiorisce dalla famiglia di Abramo e Sara come dono della promessa divina, come frutto della fede di Abramo alla Parola del suo Signore, come visita di Dio a Sara, rallegrata dalla maternità, che già l’aveva fatta ridere nella tenda quando il Signore aveva visitato Abramo.

Tutto si concentra in Isacco come segno visibile del rapporto tra Dio e Abramo. Qui notiamo l’aspetto trascendente della famiglia, che si relaziona a Dio. Là dove l’uomo e la donna si aprono a Dio e a Lui si relazionano nel mututo rapporto, Dio si fa presente, visita e opera secondo quella po­tenza, che gli è propria, che è quella di dare la vita. Dove Dio si fa presente, fiorisce la vita perché Egli lascia sulle sue tracce la sua benedizione.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 104

R/. Il Signore è fedele al suo patto.

Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome, proclamate fra i popoli le sue opere. A lui cantate, a lui inneggiate,

meditate tutte le sue meraviglie.           R/.

Gloriatevi del suo santo nome:

gioisca il cuore di chi cerca il Signore. Cercate il Signore e la sua potenza,

ricercate sempre il suo volto.               R/.

Ricordate le meraviglie che ha compiuto, i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca, voi, stirpe di Abramo, suo servo,

figli di Giacobbe, suo eletto.                 R/.

Si è sempre ricordato della sua alleanza, parola data per mille generazioni, dell’alleanza stabilita con Abramo

e del suo giuramento a Isacco.             R/.

SECONDA LETTURA                               Eb 11,8.11-12.17-19

Dalla lettera agli Ebrei

Fratelli, 8 per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.

Obbedì. È questa la caratteristica esistenziale della fede (cfr. Rm 1,5; 16,26: l’obbedienza della fe­de). La fede è pertanto una risposta all’iniziativa di Dio, quale Egli si degna di esprimere mediante la sua Parola. Spesso la Parola di Dio si pone in un modo così discreto e quasi nascosto che se uno non vuole obbedire può farla coincidere con qualche sua convinzione o entusiasmo o segno d’immaturità o sogno giovanile. Nel caso di Abramo e Sara si trattava di rompere un loro ritmo di vi­ta e immetterli in una strada da loro sconosciuta … alla loro età!

Uscì. È il primo comando che Abramo riceve (cfr. Gn 12,1). La fede lo rende straniero nella terra in cui sta per andare per riceverla in eredità.

11 Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ri­tenne degno di fede colui che glielo aveva promesso.

Con Sara è rilevato un altro aspetto della fede: la fedeltà di Dio a quello che ha promesso. Egli non può mai venir meno a se stesso. Sara crede al Signore e si dona totalmente a Lui, certa di diventa­re madre. Ella accetta non come se questo fosse l’ultimo tentativo ma perché crede nel suo Dio. La promessa è riportata nel verso seguente ed è vista come già realizzata.

12 Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.

Sara e Abramo devono superare l’ostacolo della loro impotenza e lo superano aderendo pienamen­te alla promessa dell’invisibile Dio (cfr. Rm 4,16-22).

Per giungere a dare inizio alla stirpe numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che non si può contare, essi devono compiere con fede la loro unione coniugale avendo la certezza interiore che la promessa di Dio si sta adempiendo. Credere è essere posti di fronte a quell’impossibile che solo la Parola di Dio può rendere evento.

17 Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì (sacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, of­frì il suo unigenito figlio, 18 del quale era stato detto: «Mediante (sacco avrai una tua discendenza».

Il sacrificio d’Isacco è l’espressione più alta della fede di Abramo e Sara. Il termine che collega tutta l’esperienza dei patriarchi è la promessa. In Isacco, erede delle promesse, Abramo è messo alla prova. La prova consiste nell’essere all’interno di due parole di Dio che appaiono tra loro contraddit­torie (la parola della promessa e il comando di sacrificare il suo figlio Isacco, che Abramo ama, l’unigenito).

19 Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.

Ma Abramo supera la prova credendo che Dio è capace di far risorgere anche dai morti. In tal modo Abramo conobbe pienamente il mistero del Figlio di Dio: la sua immolazione e la sua risurre­zione, espressa come simbolo nell’immolazione e restituzione del figlio Isacco. «Infatti Isacco non fu solo figura del Cristo immolato ma anche del Cristo richiamato alla vita» (Crisostomo).

Letta nella liturgia della santa famiglia, questo tratto della lettera agli ebrei ci aiuta a comprendere come si muove una famiglia che si fonda sul Signore. La divina Scrittura ci fa conoscere quante do­lorose prove ha dovuto attraversare la famiglia di Abramo. Tutto ha contribuito per render salda la loro fede nel loro Dio, che è fedele alle promesse e che non muta anche quando sembra contrad‑

dirsi. La fede è il superamento di ogni logica e dialettica nostre per penetrare nella nube della co­noscenza di Dio. Questa deve esser la forza di ogni nucleo familiare che pone il suo vanto e la sua fiducia nel Signore.

La vita senza fede è come il pane posto sull’altare senza lo Spirito. Come le specie eucaristiche non possono idventareil Corpo e il Sangue di Gesù senza lo Spirito Santo, così la nostra vita senza l’obbedienza alla Parola di Dio non può esser trasformata e vivificata dalla potenza di Dio.

CANTO AL VANGELO                                      Eb 1,1-2

R/.      Alleluia, alleluia.

Molte volte e in diversi modi nei tempi antichi Dio ha parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni,

ha parlato a noi per mezzo del Figlio.

R/.      Alleluia.

VANGELO                                    Lc 2,22-40 [forma breve 2,22.39-40]

Dal vangelo secondo Luca

22

[Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore]

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale. Il Signore non abolisce ma compie la Legge. Infatti questa è stata plasmata sulla carne del Cristo, poiché Egli è fatto da donna, fatto sotto la Legge (Gal 4,4). Nel Levitico è scritto: quando i giorni della sua purificazione saranno compiuti (12,6), Questo compiersi assume per Maria un significato diverso da quello normale per le donne, perché avviene nella pienezza del tempo (Gal 4,4). È questo il tempo che Dio solo cono­sceva e in riferimento al quale dava a Mosè la Legge. Il modello visto da Mosè sul monte (Es 25,40), l’umanità del Signore Gesù, ha strutturato il Tempio e la sua Legge.

Della loro purificazione. Loro della madre e del Figlio, mentre la Legge dice solamente della sua purificazione riferito alla madre. Includendo in questa purificazione anche il Bambino vuole sottoli­neare che Dio ha mandato il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato (cfr. Rm 8,3).

Portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore. Questa prima salita del Signore a Gerusalemme contiene profeticamente l’altra, l’ultima. Anche la prima è sacrificale. In questa luce avviene il primo ingresso di Gesù in Gerusalemme nel Tempio: per offrirlo al Signore.

23 – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» –

Come è scritto nella legge del Signore. Si trova spesso questa espressione: il Cristo sottomet­tendosi alla Legge la adempie pienamente: il riscatto d’Israele, primogenito di Dio, si realizza pie­namente in Cristo Gesù.

Ogni maschio primogenito sarà [chiamato] sacro [lett.: santo] al Signore. Sarà chiamato san­to: sono le stesse parole dell’Angelo: sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio (1,35). Il termine santo sottolinea la natura sacrificale del Cristo (cfr. Gv 17,19: per loro io santifico (trad.: consacro) me stesso; Eb 10,5-10).

24 e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

L’offerta per la purificazione sottolinea come Giuseppe e Maria siano poveri: Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio espiatorio (Lv 12,8).

25 Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consola­zione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui.

Timorato di Dio è colui che si riguarda con timore dalle trasgressioni della Legge, quindi è giusto e pio: è insomma un devoto osservante della Legge come Anania (At 22,12).

Che aspettava: si attende la consolazione (25), il riscatto (38), il Regno (23,51). La consolazione infatti nasce dal riscatto dalla schiavitù come dice Zaccaria nel cantico: liberati dalle mani dei nemi­ci servirlo senza timore in santità e giustizia (1,74). Questo è il Regno; infatti è scritto: Voi sarete per me un regno di sacerdoti, una nazione santa (Es 19,6).

La consolazione d’Israele, annunciata dai profeti: Consolate, consolate il mio popolo, dice il no­stro Dio (Is 40,1). Davvero il Signore consola Sion, consola tutte le sue rovine (Is 51,3). Il Messia dice: Lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri per consolare tutti gli afflitti (Is 61,1-2). (Tutti questi te­sti sono tratti dal “Libro della consolazione di Israele” Is 40-55).

Lo Spirito Santo era su di lui. Era, indica continuità: è un riferimento alla divina presenza che abi­tualmente era su di lui. «L’osservazione, che egli stava sempre sotto l’influsso dello Spirito Santo, lo connota come profeta, e lo pone accanto ad Anna, esplicitamente descritta come profetessa (vv. 36ss). Perciò quanto egli dice o compie ha un peso particolare. Cosciente nello Spirito che avrebbe visto il Messia di persona, questo uomo venerando, per disposizione divina, incontra i genitori di Gesù con il Bambino nel tempio» (Rengstorf).

26 Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.

Dopo aver veduto il Cristo del Signore non si vede più la morte come prima. Dice infatti il Signore: In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno (Gv 8,51). Per questo il congedo di Simeone è nella pace perché sa che non gusterà la morte in eterno in quanto è vivo come lo sono Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i giusti. (cfr. Lc 20,37: il Signore Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui).

27 Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28 anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicen­do:

È un gesto nettamente sacerdotale, non solo lo vede, ma lo prende su di sé e lo fa oggetto della sua eucarestia.

29 «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola,

Ora puoi lasciare, o Signore; è adesso che secondo la tua parola Tu congedi: è un indicativo non un imperativo; non è tanto una invocazione della morte quanto piuttosto una constatazione che la parola di Dio detta su di lui (v. 26) si è avverata.

Servo – Signore: (lett.: schiavo – Padrone) Simeone sottolinea l’assoluta dipendenza dal Signore, così come avviene per Maria (vedi 1,38-48).

30 perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

Perché i miei occhi han visto la tua salvezza: come è scritto: Io spero nella Tua salvezza Signo­re! (Gn 49,18). Mi consumo nell’attesa della tua salvezza (Sal 119,81). I miei occhi si consumano nell’attesa della tua salvezza (ivi, 123). Aspetto da Te la salvezza, Signore (ivi, 166). Desidero la Tua salvezza, Signore (ivi, 174). Rendimi la gioia della Tua salvezza (Sal 51,4). Rialzaci, Dio nostra salvezza donaci la tua salvezza (Sal 85,5-8).

31 preparata da te davanti a tutti i popoli:

La salvezza è universale come viene spiegata nel versetto seguente (cfr. Is 52,10).

32 luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

Luce per rivelarti alle genti (lett.: luce per la rivelazione delle genti). Rivelazione delle genti si intende: la luce viene rivelata alle genti; cfr. 1,79: per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte (Is 42,6; 49,6).

E gloria del tuo popolo, Israele: come è scritto: Io dispenserò in Sion la salvezza a Israele ogget­to della mia gloria (Is 46,13). La gloria del Signore brilla su di Te (ivi, 60,1). I popoli vedranno la Tua giustizia, tutti i re la Tua gloria (ivi, 62,2).

Notiamo come Simeone si muova all’interno del libro della consolazione di Isaia che vede realizza­to in Gesù, il Messia atteso.

33 Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.

Si stupivano: «Lo stupore appartiene allo stile di questi resoconti (1,63; 2,18-47; 4,22; 7,9 ecc..) e qui esiste motivo di meraviglia; poiché le parole di Simeone comprendono molto di più di quanto fi­nora era stato detto su questo Bambino (1,32s; 1,54s; 2,19). Adesso perfino i popoli del mondo che disprezzano e opprimono Israele, entrano nella sfera della sua azione!» (Rengstorf).

34 Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione

In queste parole, rivolte alla madre, Simeone si rifà alle parole del profeta Isaia: Egli (cioè il Signore degli eserciti) sarà laccio e pietra d’inciampo e scoglio che fa cadere per le due case di Israele, lac­cio e trabocchetto per chi abita in Gerusalemme (Vedi Sal 118,22 ss; Rm 9,33; 1Pt 2,6; Mc 12,10; Lc 20,17 ss.).

«Questo scandalo, suscitato dall’apparizione di Gesù, corrisponde esattamente alla volontà di Dio. In tutti i suoi elementi quell’apparizione deluderà ed ecciterà alla più violenta opposizione l’uomo secondo natura, che non pensa i pensieri di Dio e non si lascia muovere alla conversione dalla di­vina verità. Dio fa superare questo scandalo e conseguire la salvezza, solo all’uomo disposto a credere» (Schmid).

Segno di contraddizione. La sua Incarnazione, quindi la presenza del Verbo nella nostra carne mortale, e il mistero della Croce fanno del Cristo il segno di contraddizione, come è scritto nel pro­feta Isaia: In quel giorno la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli, le genti la cercheranno con ansia, la sua dimora sarà gloriosa (11,10).

35 – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

Una spada. Con questo termine viene significato il dolore della madre che è unita al figlio, segno di contraddizione, in un’unica sorte. «Maria la madre che lo ha generato come uomo, in quanto capa­ce di patire, soffre con lui per la contraddizione. E il segno di contraddizione è costituito proprio dal legame con lui: la pietra d’inciampo è l’umanità di Gesù» (Stoger).

36 C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio,

Profetessa. Anna è l’ultima profetessa Nell’A.T. Hanno questo titolo nella Scrittura: Maria, sorella di Mosè (Es 15,20), Debora (Gdc 4,4), Culda (2 Re 22,14), la moglie di Isaia (Is 8,3) e infine Anna. Anche Gezabele (Ap 2,20) si definisce profetessa, ma è seduttrice. Queste donne scandiscono tut­ta la storia salvifica fino al Cristo. Maria trascina tutte le donne nel canto della lode per l’opera com­piuta dal Signore e profeticamente canta la vittoria del Cristo sulle potenze (Es 15,20 ss); Debora canta la vittoria ottenuta sui nemici e termina il suo canto: siano come il sole quando sorge con tut­to lo splendore (Gdc 5,31); queste parole sono riprese nell’Apocalisse (1,16) per definire il volto del Cristo. «In Mic 6,4 cita Mosè, Aronne e Maria. Vi è una simmetria: Simeone adempie un gesto sa­cerdotale (rapporto con Aronne); Anna profetizza come Maria, quindi il Cristo appare come il nuovo Mosè» (M).

Era molto avanzata in età: il fatto che Luca sottolinei l’età di Anna e le varie fasi della sua vita mette in risalto la lunga attesa da una parte e dall’altra che il tempo più prezioso della sua vita è quello della vedovanza in cui totalmente, nella solitudine, serve il Signore (M).

Dopo il suo matrimonio lett.: dalla sua verginità. Una verginità da lei perduta nelmatrimonio è ri­trovata nel servizio reso a Dio nel tempio

37 era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, serven­do Dio notte e giorno con digiuni e preghiere.

Con digiuni e preghiere. La preghiera più forte è convalidata dal digiuno (At 13,2s; 14,23). E in questo diviene modello delle vedove cristiane (cfr. 1Tm 5,5).

38 Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

In quel momento: contrappone la lunga attesa all’incontro con il Cristo (M). Anche la sua seconda venuta sarà caratterizzata dalla parole: all’improvviso.

39 [Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret.

Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore. In 18,31 è scritto: tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo si compirà. 22,37: tutto quello che mi riguarda ha compimento. Gv 19,28: Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”.

Questi testi mettono in risalto che tutto è compiuto: è un’obbedienza perfetta e puntuale fino nei mi­nimi particolari. Nulla infatti è caduco e di valore secondario nelle Scritture: lo iota e l’apice della Legge vengono adempiute, non abrogate (cfr. Mt 5,18). L’adempimento è libertà dello Spirito e libe­razione dalla schiavitù della lettera.

40 Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.]

Il bambino cresceva. Gesù da grande dirà: E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo (Mt 6,28). Certamente Gesù attinge questa parola dalla sua esperienza. Egli è vissuto 30 anni nella casa di Nazaret rivestito dall’amore del Padre suo attraverso le cure materne di Maria e paterne di Giuseppe. Egli era quel chicco di senapa che il Padre ha preso e get­tato nel suo giardino, è cresciuto ed è diventato albero dove tutti i popoli, come uccelli del cielo, fanno dimora fra i suoi rami (Lc 13,18s). In tal modo i verbi compiere e crescere conducono lo sguardo verso la croce, l’albero piantato nel giardino e che abbraccia tutte le dimensioni del Regno dei cieli. Questa crescita continua oggi nel suo corpo che è la Chiesa, come insegna l’Apostolo Paolo (Ef 4,11-13).

La famiglia di Gesù, pur essendo avvolta dalla vita di una famiglia, che non colpisce chi la osserva, ha in sé chiari connotati divini, dovuti alla presenza di Gesù, il Figlio di Dio divenuto uomo. Nell’accoglienza vicendevole, secondo il proprio di ciascuno, si rivela la grazia e la forza di attrazio­ne, che essa esercita. Così è delle nostre famiglie, quando si accoglie ogni persona secondo le sue caratteristiche proprie e non si esercita nessuna forma di violenza e di repressione, allora ogni fa­miglia rivela caratteristiche proprie, che sono l’espressione della grazia che deriva dal rapporto sponsale di Cristo e della sua Chiesa, sorgente e forza per ogni famiglia.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Fratelli e sorelle, dall’umile casa di Nazaret, la sacra Famiglia si propone come modello di preghiera, labo­riosità e concordia. Gesù, la Madre sua e Giuseppe insegnino alle nostre famiglie ad essere aperte agli au­tentici valori dello spirito.

Preghiamo insieme e diciamo:

Benedici, Signore, le nostre famiglie.

  • Per la Santa Chiesa, famiglia di Dio radunata nel suo nome, perché nello spezzare il pane celeste, inse­gni ai suoi figli a condividere il pane terreno con i poveri, preghiamo.
  • Per ogni famiglia cristiana, perché fiduciosa nella Provvidenza, sia sempre aperta ed accogliente, pre­ghiamo.
  • Per i genitori e i figli, perché nell’evangelo del Cristo, trovino il fondamento della vicendevole comunione, preghiamo.
  • Per le nostre case, perché siano ripiene della presenza di Dio e del suo silenzio che fa fiorire la vita inte­riore, preghiamo.
  • Perché dalla famiglia di Nazaret impariamo la necessità del lavoro di preparazione, dello studio, della meditazione, dell’interiorità della vita, della preghiera, che solo Dio vede nel segreto, preghiamo.

O Dio, che in Gesù, Giuseppe e Maria ci hai dato una viva immagine della tua eterna comunione d’amore, rinnova in ogni casa il vincolo del tuo amore, perché nello Spirito Santo fioriscano quelle virtù che rendono umile e gioiosa la nostra convivenza.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

SANTA FAMIGLIA – C –

Vincolo santo sponsale tu rendi mite e umile l’amore nel pensiero

e nel mistero dell’altro.

Gesù ti amo e contemplo nel silenzio di Nazareth: nel corpo e nell’anima tua prende forma l’Evangelo.

Nel caldo della casa, nel ritmo dei giorni, in faticoso lavoro si fa carne la Parola.

Un frutto di vita cresciuto con grazia e sapienza dato nell’età adulta: ecco il tuo Evangelo.

Senza alcuna invidia a tutti lo elargisci: frutto maturo di vita, sull’albero della croce.

PRIMA LETTURA                                     1 Sam 1,20-22.24-28

Dal primo libro di Samuèle

20 Al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuèle, «perché – diceva – al Si­gnore l’ho richiesto».

Il nome di Samuele contiene in sé due letture: il suo nome è Dio e chiesto a Dio. Anna sceglie e in­terpreta questo nome in rapporto a quanto è accaduto. Il nome, legato intimamente alla persona, è ricordo, promessa e benedizione. Esso è dato in rapporto a Dio.

21 Quando poi Elkanà andò con tutta la famiglia a offrire il sacrificio di ogni anno al Signore e a sod­disfare il suo voto, 22 Anna non andò, perché disse al marito: «Non verrò, finché il bambino non sia svezzato e io possa condurlo a vedere il volto del Signore; poi resterà là per sempre».

Il suo voto, secondo quanto prescrive la Legge (cfr. Dt 12,11).

La prima volta che Samuele salirà alla casa del Signore per vedere il volto del Signore (cfr. Es 34,23-24) resterà là per sempre, a differenza dei leviti che vi restano solo fino a cinquant’anni (cfr. Nm 8,25).

La consacrazione di Samuele al Signore è perenne per cui gli antichi hanno pensato che Anna lo avesse consacrato come nazireo (cfr. Rotolo di Samuele di Qumran: e resterà davanti al Signore là per sempre perché l’ho dato come nazireo per sempre per tutti i giorni della sua vita). Nella LXX il voto di Anna è che il bimbo sia nazireo (cfr 1Rg 1,11: e lo darò davanti a te donato fino al giorno della sua morte, e non berrà vino e bevanda inebriante, e il rasoio non passerà sul suo capo).

24 Dopo averlo svezzato, lo portò con sé, con un giovenco di tre anni, un’efa di farina e un otre di vi­no, e lo introdusse nel tempio del Signore a Silo: era ancora un fanciullo.

Dopo lo svezzamento, durante il pellegrinaggio annuale, Anna sale con tutta la famiglia e porta il bimbo a Silo per offrirlo al Signore. L’offerta al Signore di Samuele è accompagnata da un sacrificio assai abbondante come segno di gratitudine al Signore; l’offerta dei tre giovenchi è accompagnata dalla farina e dal vino, come prescrive la Legge (cfr. Nm 15,9).

Era ancora un fanciullo. Lett.: e come servo <del Signore, Samuele> era fanciullo. Il testo ci vuol insegnare che Samuele iniziò il servizio al Signore in modo eccezionale, quando era ancora un fanciullo.

25 Immolato il giovenco, presentarono il fanciullo a Eli

Dopo aver immolato il giovenco come ringraziamento per il dono del figlio e per consacrarlo con il sacrificio al Signore, Elkana e Anna presentarono il fanciullo a Eli. Lo offrirono al Signore attra­verso il sommo sacerdote, che aveva benedetto Anna, perché fosse istruito nella Legge del Signo‑

re e imparasse a servirlo là dove era l’arca. Eli avrebbe così constatato che si era avverata la sua profezia e avrebbe così accolto il fanciullo come dono di Dio.

26 e lei disse: «Perdona, mio signore. Per la tua vita, mio signore, io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore. 27 Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto.

Il racconto ci ha già dato notizia di questa preghiera (9-17). Ora Anna presenta al sommo sacerdote il frutto della sua preghiera, il bimbo che sta per essere offerto al Signore.

28 Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signo­re». E si prostrarono là davanti al Signore.

Anna offre la primizia del suo grembo al Signore. Non per sé ella lo vuol tenere ma vuole che sia tutto del Signore. In questo dono Anna diviene una delle madri d’Israele. Ella vede nello spirito della profezia, testimoniato dal cantico che immediatamente segue, come il suo fanciullo sia destinato dal Signore a compiere grandi imprese per la salvezza del suo popolo. Per questo come ella lo ha ricevuto in dono così lo offre di nuovo in dono al Signore perché questi, prima attraverso il suo sa­cerdote e poi direttamente, operi nel fanciullo facendogli conoscere se stesso nella sua parola. La Scrittura c’insegna quale stretto rapporto vi sia tra la madre e il figlio e come la madre intuisca nel dono dello Spirito la sorte del figlio. Il nome scaturisce così come prima determinazione della sorte del bambino. Esso è un costante richiamo di quella vocazione che si renderà esplicita con il tempo. E si prostrarono. Nel testo ebraico (a differenza della vulgata che ha il plurale) oggi è registrato il singolare: e si prostrò; i commentatori sono divisi; essendo il verbo al maschile è esclusa Anna per cui si opta o per Elkana, Samuele o Eli stesso che vede realizzata la sua profezia.

Se la prostrazione è propria di Samuele questo significa che con questo gesto egli acconsente e accoglie in sé l’offerta della madre ed è disposto a restare nella casa del Signore per imparare a servirlo.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 83

R/. Beato chi abita nella tua casa, Signore.

Quanto sono amabili le tue dimore,

Signore degli eserciti!

L’anima mia anela

e desidera gli atri del Signore.

Il mio cuore e la mia carne

esultano nel Dio vivente.          R/.

Beato chi abita nella tua casa: senza fine canta le tue lodi.

Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio

e ha le tue vie nel suo cuore.                R/.

Signore, Dio degli eserciti, ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio, Dio di Giacobbe.

Guarda, o Dio, colui che è il nostro scudo,

guarda il volto del tuo consacrato.                    R/.

SECONDA LETTURA                                  1 Gv 3,1-2.21-24

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo

Carissimi, 1 vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.

Ora Giovanni viene a parlare della nostra rigenerazione divina e dice: Guardate quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!

Vedete, considerate, fate attenzione a come grande è l’amore che ci ha chiamati ad essere figli di Dio. Questa chiamata è gratuita, non dipende da noi, non è un nostro diritto, è una pura espressio­ne del suo amore, con cui Egli ci chiama. Chiamare, in Dio, non vuol dire semplicemente pronun‑

ciare il nome, ma vuol dire far essere quel che prima non si era. Quando l’uomo chiama, riconosce qualcosa che già c’è, quando Dio chiama fa esistere quello che non era: questo è fondamentale. In Rm 4,17 abbiamo questa stupenda definizione. Parlando ad Abramo, Dio dice: «Ti ho costituito pa­dre di molti popoli». È nostro padre davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono. Chiamandoci suoi figli, Dio ci ha fatti essere ciò che non eravamo e lo siamo quindi realmente. Ora questa operazione è così intima e profonda, nasco­sta, per cui il mondo non ci conosce, non sa chi siamo, come non sa chi è Dio: per questo il mondo non ci conosce perché non ha conosciuto lui. Non l’ha conosciuto come il Padre del Si­gnore nostro Gesù Cristo, che ha mandato Lui, il suo Figlio. Il mondo, avendo negato il Figlio, ha negato pure il Padre (ricordiamo il discorso sull’anticristo), quindi negando il Figlio e negando il Pa­dre, il mondo nega anche noi come figli di Dio. Come ovvia conseguenza non ci può realmente co­noscere nel profondo, nel nostro essere rigenerati da Dio: non possiamo essere conosciuti. Pos­siamo manifestare al mondo la nostra generazione operando la giustizia, che in sintesi è amare il nostro fratello. Ma il mondo non può credere che siamo figli di Dio se non crede nel Figlio e acco­glie quindi il Padre.

2 Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, in quanto amati da Dio e chiamati tali da Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato: la nostra rivelazione come figli di Dio fa parte della rive­lazione ultima del Cristo; in lui, che si rivelerà, saremo anche noi rivelati. È lo stesso pensiero che esprime Paolo nella lettera ai Colossesi (3,1). In quel testo, che leggiamo nel giorno di Pasqua, l’apostolo scrive: Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Chi è mondano e ap­partiene al mondo pensa alle cose della terra, chi appartiene a Cristo ed è già risorto con Cristo, perché in lui si è compiuta la Pasqua, pensa alle cose di lassù. Voi infatti siete morti – cioè siete passati per il battesimo attraverso la morte di Cristo – e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Il profondo della nostra vita è già con Cristo dentro Dio. Paolo esprime lo stesso concetto di Giovanni: dimoriamo in Dio e Dio dimora in noi. Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria (Col 3,4). Ora, nel profondo, godiamo della filiazio­ne di Dio, e nella nostra realtà esterna e visibile partecipiamo al mistero del suo annientamento, della sua morte e della sua crocifissione. Quale discepolo vuol essere già nella gloria quando il suo maestro, nella nostra condizione, era nell’umiliazione? Bisogna che comprendiamo queste cose che sono importantissime, altrimenti non diamo valore al nostro battesimo: tutto dipende dal batte­simo. Guai dimenticare che siamo battezzati! A volte si rischia di deprezzare il battesimo perché accomuna tutti i cristiani; eventualmente apprezziamo di più la professione religiosa perché ci di­stingue dagli altri: ma la professione religiosa è una fioritura del battesimo. Quello che è fondamen­tale è l’essere battezzati, l’essere rigenerati, l’essere figli di Dio, l’essere quindi creature nuove che stanno vivendo questo stupendo mistero dell’inserimento in Cristo. Un’espressione dei doni ricchis­simi del Cristo è la vita consacrata, ma essa non esaurisce tutto il mistero di Cristo, ne esprime un aspetto particolare. Quindi ciò che saremo non è stato ancora manifestato: siamo in evoluzione, in cambiamento, in un felice e continuo cambiamento verso la trasfigurazione, l’assimilazione totale con Cristo. In Fil 3,21 è detto: trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glo­rioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose e Giovanni dice: Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, nella sua gloria, noi saremo simili a lui, perché lo vedre­mo così come egli è. La visione del Cristo nella sua gloria e quindi il vedere la sua divinità, che occhio umano non ha mai visto, ci trasformerà in lui, il primogenito di molti fratelli, immagine del Padre: Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito di molti fratelli (Rm 8,26-30). La beatitudi­ne: Beati i puri cuori perché vedranno Dio, è la beatitudine che caratterizza il tempo presente.

21 Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio,

Risanati dalla misericordia di Dio, che ci perdona e fa tacere il nostro cuore nella sua misericordia, avendo ottenuta la grazia della remissione dei nostri peccati, allora abbiamo fiducia in lui; come abbiamo avuto grazia di essere perdonati dalle accuse del nostro cuore, così abbiamo ora fiducia e sicurezza che qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui.

22 e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e fac­ciamo quello che gli è gradito.

Qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui: qui sentiamo l’eco del passo evangelico: Chie­dete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto (Mt 7,7-8). Notiamo quel chiunque: non solo i giusti, non solo le persone degne, ma anche i peccatori e questa è la grandezza di Dio.

Giovanni continua dicendo: qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quel che gli è gradito. Comprendiamo che la forza dell’amore,

che ci fa uscire da noi stessi e che impetra da Dio la remissione dei nostri peccati, fa in modo che noi osserviamo i suoi comandamenti, che abbiamo già constatato in che cosa si sintetizzino e che l’apostolo subito richiama. Osservando i suoi comandamenti, noi facciamo ciò che gli è gradito e di conseguenza possiamo ottenere qualunque cosa da lui. Ecco qual è il processo presentatoci dall’apostolo. Vediamo quindi la forza travolgente dell’amore.

23 Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato.

Ora l’apostolo sintetizza il tutto: Egli ha già sintetizzato tutto quello che ha detto precedentemente; l’anticristo cerca di distruggere il nome di Gesù e lo vuole depotenziare della potenza che ha di sal­vare chiunque lo invoca: chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Anche Giovanni nel Vangelo ci presenta questo cammino della salvezza e ci dice: Chi crede in lui non è condanna­to; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio (Gv 3,18). La fede è il giudizio: chi crede è già passato nella salvezza, non passa sotto il giu­dizio; chi non crede è già stato giudicato perché ha rifiutato il nome del Figlio unigenito di Dio. Ecco il valore salvifico della fede: quindi credere nel nome del Figlio suo Gesù Cristo è il primo comando, al quale è unito in modo inscindibile l’altro, che ci amiamo gli uni gli altri secondo il precetto che ci ha dato. Grande è la forza della fede unita alla carità: non si possono disgiungere la fede dalla carità. Esse sono unite in modo inscindibile, perciò più intensa è la fede più fruttuosa è la cari­tà, più attiva ed operante è la carità più profonda è la fede. Questo è quanto gli apostoli ci insegna­no e anche Paolo ha lo stesso insegnamento.

Capiamo allora come si superano quelle antinomie che già sono state richiamate tra la preghiera e l’azione: non esiste antinomia, esiste continuità, non esiste sostituzione, esiste complementarietà; ci vuole la fede e ci vuole la carità, ma non esiste fede se non viene alimentata dalla Parola di Dio nell’ascolto. Quindi è necessario ascoltare per avere una fede solida, che si esprime in autentiche opere di carità. Abbiamo visto come Giovanni unisce in modo inscindibile le due virtù teologali: Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

24 Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

L’apostolo trae ora una conclusione: Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio, entra in Dio, nell’essere di Dio, nella pienezza di Dio, quindi entra nella vita eterna; chi osserva i comanda­menti ha già superato la morte e Dio dimora in lui: il rapporto è reciproco. Ricordiamo il Vangelo di Giovanni quando Giuda, non l’Iscariota, pone a Gesù questa domanda: Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo? Gli rispose Gesù: Se uno mi ama, osserverà la mia pa­rola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato (Gv 14,22-23). C’è quindi questa reciprocità: noi siamo assorbiti dall’Essere di Dio, entriamo nella pienezza della vita e il nostro povero e piccolo essere diventa dimora di Dio. Il vero tempio dello splendore della gloria è il credente, è lui che diventa il tempio di Dio, per cui non c’è bisogno di templi per noi credenti perché il tempio è il Cristo, il tempio siamo noi, dove Dio dimora. In questo conosciamo che egli rimane in noi, dallo Spirito che ci ha dato. È la prima volta che Giovanni nomina in modo esplicito lo Spirito; l’ha nominato implicitamente, come almeno si crede nell’inter­pretazione più comune dei nostri padri, quando ha parlato dell’unzione, come abbiamo visto. Ora lo nomina esplicitamente. Al c. 4 ci sarà poi la distinzione tra lo Spirito Santo e lo spirito dell’anticristo. Lo Spirito si rende percepibile alla nostra conoscenza attraverso le operazioni, che Egli compie in noi, operazioni che in questa lettera sono di un duplice ordine: l’ammaestramento e l’energia dell’amore fraterno. Quindi lo Spirito ci ammaestra sulla parola del Cristo e lo Spirito ci dà la forza di amare. L’apostolo Giovanni non giunge alla definizione che è più vicina alle lettere di S. Paolo, cioè che lo Spirito Santo è l’amore. In Rm 5,5, S. Paolo dice: l’amore di Dio è stato riversato nei no­stri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. S. Giovanni non giunge a queste esplici­te definizioni, ma ci fa comprendere, attraverso tutto il discorso dell’iniziazione battesimale, come fondamentale sia l’esperienza dello Spirito per il cristiano proprio perché lo Spirito è colui che ga­rantisce in noi la verità ed è colui che ci fa amare. Così, giungendo a una conclusione riguardo a questa parola, possiamo dire che la forza dell’amore distrugge il peccato in noi: vedendo che amiamo i fratelli, Dio distrugge nel nostro cuore ciò che è oggetto di rimprovero da parte della co­scienza. Una volta che il cuore è placato possiamo chiedere con fiducia ogni cosa e siamo esauditi. Capiamo quindi che la forza di amare che travolge il nostro egoismo, che travolge le nostre misure, che ci fa superare i rancori e tutte queste cose che abbiamo dentro, diventa una capacità di prega­re e di amare, ottenendo tutto quello che si chiede. Questo è meraviglioso, perché il cuore si rende sensibile alle necessità degli altri ed è reso capace di ottenere quello che chiede. Difatti Giacomo dirà: chiedete e non ottenete perché chiedete male (Gc 4,3). Stiamo quindi tranquilli perché non è la santità da proclamazione in S. Pietro a Roma che ottiene grazia, ma è il travolgente amore fra­terno che ottiene grazia: questo è importante! Abbiamo poi sentito che il comando divino è duplice: credere in Gesù, come il Figlio di Dio (e questo distrugge l’incredulità che è il peccato dell’anticristo) e amarci a vicenda (e questo distrugge l’odio che è nel mondo). L’incredulità, cioè schernire il Cristo

e disprezzarlo, e l’odio verso l’altro sono le due forze del mondo e vengono distrutte solo dalla fede in Gesù e dall’amore vicendevole. Ecco la forza che rinnova il mondo: è questa! Non sforziamoci quindi di volere fare chissà che cosa per salvare gli altri, non c’è niente da inventare perché tutto è già stato scritto: tutti i programmi pastorali sono già stati scritti, quindi c’è solo da mettere in pratica quello che è scritto con molta semplicità e umiltà di cuore. Solo così si salva il mondo. Perciò il peccato da cui noi veniamo salvati subito è il peccato del mondo e attraverso questa salvezza e l’e­sercizio della carità fraterna veniamo incessantemente purificati da tutti gli altri peccati. Nell’osser­vare i comandamenti, noi facciamo esperienza dello Spirito Santo che ci separa dal mondo e ci se­para dallo spirito dell’anticristo. Quindi è già detto tutto e non abbiamo bisogno di tirare delle con­clusioni perché l’apostolo Giovanni le ha già tirate, molto semplici e concrete come semplice e con­creto è il linguaggio apostolico, che alla fine si manifesta chiaro, profondo e di grande concretezza nel vivere quotidiano. Questo ci fa sentire la profonda capacità pastorale che gli apostoli hanno avuto nel governare le chiese, che il Cristo aveva loro affidato; e non solo quelle comunità singole che essi avevano, ma, essendo fondamento perenne della Chiesa, che è fondata sui profeti e sugli apostoli, come dice S. Paolo, essi hanno la capacità di dire una parola, che è perenne per tutte le generazioni. Quindi custodiamola e cerchiamo di amare molto gli apostoli e di accostarci al loro in­segnamento con affetto filiale e con obbedienza completa.

CANTO AL VANGELO                                    Cf At 16,14b

R/.      Alleluia, alleluia.

Apri, Signore, il nostro cuore

e accoglieremo le parole del Figlio tuo.

R/.      Alleluia.

VANGELO                                                        Lc 2,41-52

Dal vangelo secondo Luca

41 I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua.

Le feste più importanti sono la Pasqua, Pentecoste e la festa delle Capanne (Es 23,14-19; 34,18­ 23; Df 16,1-17). Queste feste venivano celebrate a Gerusalemme da ogni adulto. «Il comportamen­to dei genitori di Gesù dimostra ancora una volta (2,21s. 39) che nella loro casa la legge era osser­vata con cura» (Rengstorf).

Si calcola che Gerusalemme avesse sui 50.000 abitanti e che per la festa di Pasqua ne ospitasse un 125.000 (Jeremias).

42 Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa.

Dodici anni: è l’età anche della figlia di Giairo (8,42). All’età dobbiamo prima di tutto dare un valore storico. Se entriamo nel mistero e ci chiediamo perché mai accadde a dodici anni certamente nella dispensazione divina vi è una risposta. Noi sappiamo che a «a tredici anni e un giorno» comincia per il ragazzo l’obbligo dell’osservanza responsabile dei precetti della Legge tra cui è incluso pure il precetto pasquale (cfr. Strack-Billerbeck II 146). Gesù si manifesta un anno prima del momento in cui Egli è obbligato a osservare la Legge. In questo fattore temporale sta la caratteristica dell’epi­sodio. Egli non si manifesta in occasione del rito in cui sottostà al comando ma un anno prima. Ge­sù insegna prima di sottomettersi ufficialmente alla Legge. In tal modo appare chiaro il suo rapporto con la Legge. Egli ne è il Maestro che si sottopone all’economia della Legge per adempierla e sod­disfare in se stesso, come nuovo Adamo, tutti i precetti che nessun uomo poteva pienamente adempiere.

43 Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusa­lemme, senza che i genitori se ne accorgessero.

Trascorsi i giorni, cioè i sette giorni degli azzimi (cfr. Df 16,1-8). «Non era prescritto di rimanere a Gerusalemme tutta la settimana festiva. Era però proibito partire prima del secondo giorno» (Sch­mid).

Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme per sua scelta in modo che si evidenzi il suo rapporto con la città e il suo tempio. Gerusalemme è il luogo verso cui tende tutta la sua vita.

Senza che i genitori se ne accorgessero [lett.: lo sapessero]: c’è molta insistenza sul non cono­scere: Non sapevate? (49); non compresero (50). Questo sottolinea come l’azione del fanciullo Ge­sù sia nel mistero.

44 Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti;

Comitiva: si viaggiava per gruppi numerosi per difendersi da briganti e nemici. Quindi un bimbo po­teva essere con i parenti o i conoscenti.

Si misero a cercarlo. Termine assai frequente (45: in cerca di lui; 48: ti cercavamo; 49: perché mi cercavate?) e quindi caratterizza tutto il brano. Gesù si sottrae e si nasconde per rivelarsi nel Tem­pio, la casa del Padre suo, a coloro che lo cercano.

45 non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46 Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava.

Dopo tre giorni. Sono i giorni del viaggio di Abramo verso la regione di Moria per sacrificarvi suo figlio Isacco (Gn 22,4). Sono i tre momenti del fidanzamento di Dio con il suo popolo come è scritto in Osea (2,21s: Ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto (il patto del Sinai), nella benevolenza e nell’amore (la nuova alleanza nel suo sangue), ti fidanzerò con me nella fedeltà (le nozze della Chiesa con l’Agnello) e tu conoscerai il Signore). In questi tre giorni della ricerca del Signore è rac­chiuso tutto il tempo dell’attesa della Chiesa e di ciascuno di noi.

Lo trovarono nel tempio. Nel loro bimbo trovano il Signore seduto tra i dottori del suo popolo co­me è scritto nel Deuteronomio (33,3): Certo egli ama i popoli, tutti i tuoi santi sono nelle tue mani, mentre essi, accampati ai tuoi piedi, ricevono le tue parole. Il Verbo, che ha donato la Legge sul Si­nai, appare ora nel Tempio per spiegarla e portarla a compimento.

Seduto in mezzo ai maestri: «precisamente in una delle sale del cortile esterno del Tempio, dove i rabbini tenevano le loro lezioni, forse nella sinagoga annessa al tempio stesso» (Schmid).

Mentre li ascoltava e li interrogava. Entra in dialogo con loro come Maestro che ascolta in che modo espongono la Legge e li interroga per portarli a un ulteriore approfondimento.

Con questo dialogo l’Evangelo mette in luce quale rapporto esiste tra Gesù e le scuole rabbiniche: Egli non dipende da esse, non si collega a nessun rabbi e a nessuna tradizione perché non è mai stato discepolo di nessuno se non del Padre suo come è scritto in Isaia: Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati (50,4). E gli stessi giudei affermano: Come mai co­stui conosce le Scritture senza aver studiato? (Gv 7,15).

47 E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.

Il primo confronto di Gesù con i maestri d’Israele riempie tutti di stupore benché Egli sia ancora do­dicenne e appartenga alla Galilea e non è figlio né discepolo di nessun rabbi. Questo ragazzo, a nessuno noto, colpisce per la sua intelligenza e le sue risposte. Gesù manifesta la sua intelli­genza in rapporto alla Legge (cfr. Dt 4,6) che Egli non solo conosce ma mette in pratica (cfr. Ps 110,10 e Pr 1,7: Hanno intelligenza buona quelli che la praticano) e in questo si manifesta pieno di grazia (cfr. Pr 13,15: un’intelligenza buona dona grazia). Dalla ricchezza della sua intelligenza pro­vengono le risposte, che Egli dà ai maestri. Questi lo scrutano con i loro enigmi e le loro problema­tiche e Gesù a tutti risponde senza lasciarsi confondere né rimandare a un ulteriore momento di approfondimento. La sua sapienza non ha limite. Benché in giovane età, Egli appare ben più di Sa­lomone; in Lui la sapienza del re d’Israele, suo antenato, viene come offuscata proprio in quel Tempio dove si radunano i grandi maestri d’Israele.

48 Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». 49 Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».

Maria e Giuseppe al vederlo restarono stupiti come davanti a una rivelazione. Sembra che an­ch’essi Lo ascoltino per la prima volta. Altre volte in questo vangelo si registra un simile stupore (4,32: ed erano stupefatti per il suo insegnamento perché con potenza era la sua parola; l’inse­gnamento è confermato dai segni, cfr. At 13,12: allora vedendo l’accaduto il proconsole credette stupefatto per la dottrina del Signore). Questa prima rivelazione è segnata dalla sofferenza (ango­sciati ti cercavano): Gesù infatti si è nascosto agli occhi dei suoi genitori per rivelarsi nella Casa del Padre suo perché qui è il suo posto. Essere angosciati ricorre ancora nella parabola del povero Lazzaro per esprimere le sofferenze del ricco contrapposte alla consolazione del povero (16,24.25). il verbo esprime quindi un dolore molto forte che sconvolge tutto l’animo fino a esprimersi fisica­mente.

Davanti ai dottori e a tutti coloro che lo ascoltano, ripieni di stupore, si svolge il dialogo tra la Madre e il Figlio. L’Evangelo non fa emergere nessuna delle parole dette da Gesù con i dottori ma solo queste con la Madre; pone qui il culmine del racconto e quindi l’apice della rivelazione. La sapienza

di Gesù non ha nessuna origine umana ma scaturisce dal suo rapporto peculiare con Dio. Infatti il dialogo contrappone le due famiglie: quella umana (tuo padre e io) e quella divina (il Padre mio). Questa parola «Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?», è la prima di Gesù registrata dai Vangeli ed è la conclusione della sua rivelazione nel Tempio ai dottori. Alla fine della sua missione, Gesù porrà una domanda sul Cristo, nello stesso tempo figlio e Signore di Da­vide (cfr. 20,41-44). La risposta alla Madre, espressa in forma di domanda retorica, si appella al fat­to che essi devono sapere che il Padre suo non è terreno e che è necessario che Egli sia là dove massimamente il Padre è presente, cioè nel suo Tempio.

50 Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.

Non compresero, in quel momento. Ma il custodirle nel cuore e meditarle darà come frutto di ca­pirle. Se Maria, che è il modello di coloro che accolgono la Parola, non la comprende subito, vuol dire che anche noi non potremo comprenderla subito, ma solo dopo aver cercato con dolore, cu­stodito e meditato. La conoscenza di Gesù, che corrisponde alla sua rivelazione, risulta sempre nuova e nessuno può dichiarare nei suoi confronti di conoscerlo.

51 Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte que­ste cose nel suo cuore.

Scese. Allude alla sua divina discesa nel farsi uomo. Come nell’Incarnazione il Verbo facendosi Carne ha nascosto la sua gloria nell’umanità così, dopo la sua manifestazione come Sapienza del Padre, scende e si nasconde a Nazaret diventando il figlio del carpentiere e lui stesso il carpentie­re. Continua dicendo: e stava loro sottomesso. In nulla Gesù lascia trasparire il suo rapporto con il Padre.

Sua madre custodiva tutte queste cose [oppure: parole] nel suo cuore. Questa espressione ri­chiama quella di Gn 37,11: suo padre serbò la parola (si riferisce ai sogni di Giuseppe che annun­ciano la sua futura egemonia). Qui si pone l’accento sulla madre come prima custode del segreto messianico e dell’origine divina del suo Figlio. Ella custodisce tutte le parole. L’imperfetto e la for­ma composta del verbo greco (esso è infatti rafforzato dalla preposizione greca dià) esprimono «la cura e la durata della memoria» (H. Riesenfeld, GLNT, XIII, 1223).

52 E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Gesù cresceva secondo il proprio della natura umana, come insegna l’apostolo: quand’ero bambi­no parlavo da bambino, ragionavo da bambino, pensavo da bambino; quando sono divenuto uomo ho smesso le cose da bambino (1Cor 13,11). Gli ambiti in cui Gesù progredisce sono la sapienza, l’età e la grazia.

La sapienza è la prima ad essere ricordata in conformità a tutto l’insegnamento riguardante la Legge, i profeti e i saggi. Di questa sua conoscenza Gesù ha dato prova nel suo dodicesimo anno. Questo ci permette di pensare che Egli viveva immerso nell’acquisizione della sapienza contenuta nelle divine Scritture e nella Tradizione del suo popolo. I vangeli ci danno testimonianza che Gesù sapeva leggere in ebraico (cfr. 4,17) e sapeva scrivere (cfr. Gv 8,6). Il lavoro manuale non lo disto­glieva dal progredire in questa sapienza. In Lui tutto si armonizzava. Pur essendo il Figlio di Dio, Gesù non forzava la sua natura umana nell’acquisizione della sapienza ma la sua persona divina assecondava la fatica umana del progredire in modo che tale progresso apparisse veramente umano.

Gesù progrediva pure in età. Attraversando le varie età della vita Gesù viveva il proprio di ciascuna di esse come una pianta che estende i suoi rami, rami di maestà e bellezza (Sir 24,16) e dà prima foglie, poi fiori e frutti di gloria e ricchezza (ivi, 17).

Infine Gesù progrediva nella grazia davanti a Dio e agli uomini. Precedentemente ha detto: e la grazia di Dio era su di lui (2,40) ora afferma che Gesù cresceva nella grazia. Potremmo intendere che la grazia di Dio si espandeva beneficamente in Gesù conferendo alla sua crescita un’armonia in cui si esprimevano bellezza, piacevolezza e un modo di fare gradito sia a Dio che agli uomini. La mirabile unione della divinità con la sua natura umana si espandeva in Gesù come un buon profu­mo (quello della sua consacrazione messianica) che si esprimeva secondo il proprio di ciascuna età rendendo amabile lo stare con Lui perché in Lui tutto era grazia (cfr. Pr 3,4: otterrai favore e buon successo agli occhi di Dio e degli uomini).

PREGHIERA DEI FEDELI

Fratelli e sorelle, dall’umile casa di Nazaret, la sacra Famiglia si propone come modello di preghiera, laborio­sità e concordia; insegni alle nostre famiglie ad essere aperte agli autentici valori dello spirito.

Preghiamo insieme e diciamo:

Benedici, Signore, le nostre famiglie.

Per la Santa Chiesa, famiglia di Dio radunata nel suo nome, perché nello spezzare il pane celeste, insegni ai suoi figli a condividere il pane terreno, preghiamo.

Per ogni famiglia cristiana, perché fiduciosa nella Provvidenza, sia sempre aperta ed accogliente, preghia­mo.

Per i genitori e i figli, perché nell’evangelo del Cristo, trovino il fondamento della vicendevole comunione, preghiamo.

Per le nostre case, perché siano ripiene della presenza di Dio e del suo silenzio che fa fiorire la vita interiore, preghiamo.

Perché nella famiglia di Nazaret impariamo la necessità del lavoro di preparazione, dello studio, della medi­tazione, dell’interiorità della vita, della preghiera, che solo Dio vede nel segreto, preghiamo.

O Dio, che in Gesù, Giuseppe e Maria ci hai dato una viva immagine della tua eterna comunione d’amore, rinnova in ogni casa il vincolo del tuo amore, perché nello Spirito Santo fioriscano quelle virtù che rendono umile e gioiosa la nostra convivenza.

Per Cristo nostro Signore.

Amen

DOMENICA II DEL NATALE

Un canto per il suo Diletto tutta la Chiesa in coro canta. Chi è il tuo Amato, o Sposa, perché tutti ne cantino lodi?

Venite, o voi tutti, e vedete: le tenebre stanno diradandosi la luce vera in cielo risplende, raggio puro della gloria di Dio.

Io lo contemplo, ora è vicino: Colui che i serafini cantano e suo trono sono i cherubini solo, in silenzio tra noi scende.

In tempio integro e sigillato, da grembo verginale e santo, adombrato dallo Spirito di Dio, il Verbo prende carne mortale.

Verbo eterno dal Padre dato, che gioivi in cieli cristallini e di astri luminosi li riempivi, ti sei fatto in tutto a noi simile!

Attratta e vinta dalla tua grazia, Maria è uscita in cori gioiosi e le donne cantano con lei: il Creatore si è fatto tuo figlio.

PRIMA LETTURA                          24,1-4.12-16 (NV) [gr. 24,1-2.8-12]

Dal libro del Siràcide

1 La sapienza fa il proprio elogio, in Dio trova il proprio vanto,

in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria.

L’autore sacro ci presenta la sapienza come persona. Nel primo impatto con il testo noi percepiamo una forma letteraria. Tuttavia alla luce della piena rivelazione noi ascoltiamo queste parole nello Spirito e «siamo rapiti alla contemplazione delle realtà invisibili» (prefazio del Natale) per cui la pa­rola pronunciata lungo il cammino storico della rivelazione traluce della pienezza del mistero. Que­sto mistero è la Sapienza di Dio (cfr. 1Cor 1,24: ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio). Quando mai la sapienza fa il proprio elogio e in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria? Quando rivela se stessa. Così nell’evangelo secondo Giovanni Gesù loda se stesso nel momento in cui rivela il suo rapporto con il Padre sia nel parlare che nel compiere le sue opere. Il testo del Siracide non lascia intravedere l’impatto drammatico di questa rivelazione come invece ci è narrato negli scritti evangelici.

2 Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria,

L’assemblea dell’Altissimo è il popolo di Dio, Israele. Questo è il luogo dove essa apre la sua bocca, cioè si fa conoscere attraverso la Legge, i profeti e i saggi. Quindi chi la cerca deve cercarla in seno a Israele perché solo qui l’ascolta. Per questo il Signore Gesù ha parlato solo in seno a Israele.

Lo stesso verbo (proclama la sua gloria) mette in parallelo il suo popolo con le sue schiere, que­ste sono quindi il suo popolo. Il popolo di Dio è chiamato tale perché è attraverso di esso che Dio manifesta la sua vittoria contro i suoi avversari. Infatti noi siamo deboli cioè noi abbiamo questo te­soro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi (2Cor 4,7). Tuttavia gli eletti sono le sue schiere, come sempre insegna l’Apostolo: In realtà, noi vi­viamo nella carne ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni ba­luardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedien­za al Cristo (2Cor 10,3-5). Nel mistero infatti la sua Chiesa è contemplata come vittoriosa nella ce­lebre visione della donna nell’Apocalisse (cfr. 12,1: Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle).

3 «Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e come nube ho ricoperto la terra.

La Sapienza dichiara di essere uscita dalla bocca dell’Altissimo. Queste parole si riferiscono sia alla sua origine che alla sua missione. Ella è uscita quando Dio all’inizio disse: «Sia la luce» infatti lodino tutti il nome del Signore, perché egli disse e furono creati (Sal 148,5). Tutto è stato creato mediante la Sapienza e tutto ne porta l’impronta. Lirano afferma: «Bocca dell’Altissimo è detta la potenza generativa del Padre, con cui è prodotto il verbo spirituale come mediante la bocca è pro­dotto il verbo sensibile» (cit. in C. A Lapide, p. 536). Nell’atto di uscire per la sua missione la Sa­pienza non abbandona Colui da cui proviene; come infatti la nostra parola da noi uscita nell’atto di entrare nell’altro non ci abbandona così «molto più la Parola uscita da Dio Padre non può abban­donare il seno del Padre. Infatti lo stesso Figlio dice: “Io sono venuto dal cuore del Padre” (Sir 24) e il Padre dice: Ha proferito il mio cuore il Verbo buono (Sal 44)» (Agnello di Ravenna cit. in C. A La­pide p. 537).

E come nube ho ricoperto la terra. La nube è segno della presenza di Dio e nello stesso tempo lo nasconde (cfr. Es 33,9). Allo stesso modo la Sapienza rivela e nasconde Dio.

Si può riferire anche al momento iniziale: la Sapienza ricopriva di tenebre la terra prima che in essa splendessero le operazioni che in forza della luce primigenia l’avrebbero ornata e resa abitabile e feconda (cfr. Gn 1,2).

Queste tenebre quindi non indicano una situazione di caos ma una situazione simile alla creatura racchiusa nel grembo materno e che sta per essere partorita. Come lo Spirito aleggiava sull’acqua per dare vita, così la Sapienza ricopriva la terra per dare forma alle sue creature fino al momento culminante della creazione dell’uomo. Qui sulla creta la Sapienza ha impresso la sua immagine e lo Spirito ha infuso la sua stessa vita mentre stupivano gli angeli contemplando l’uomo di poco loro in­feriore, coronato di gloria e di maestà (cfr. Sal 8,6).

4 Io ho posto la mia dimora lassù,

il mio trono era su una colonna di nubi.

Lassù lett.: nelle altezze. Qui vi è la dimora di Dio come è detto nel Sal 112,4-6 LXX: Eccelso su tutte le genti il Signore, sopra i cieli la sua gloria. Chi come il Signore nostro Dio che abita nelle al­tezze e guarda su ciò che è piccolo nel cielo e sulla terra? La Sapienza ha quindi la sua dimora dov’è Dio al di sopra perciò di tutte le creature. L’espressione su una colonna di nubi ricorre nel Salterio; essa indica il luogo di Dio stesso. È scritto infatti nel Sal 98,7: parlava a loro nella colonna di nubi. La rivelazione di Dio e quindi della stessa Sapienza avviene attraverso la colonna di nubi

che ha sempre guidato il suo popolo non solo nel deserto ma anche lungo tutto il suo cammino. Si legge in Is 19,1: Ecco, il Signore cavalca una nube leggera ed entra in Egitto.

8 Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine,

colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele”.

Dall’intimo mistero di Dio alle sue operazioni nella creazione la Sapienza ora riceve un ordine da parte del creatore dell’universo. La Sapienza lo chiama suo creatore. Se riferiamo queste parole al­la pienezza della rivelazione, cioè al Verbo del Padre, il Signore nostro Gesù Cristo noi possiamo allora percepire che questa tenda posta e fissata in Giacobbe è la sua Incarnazione come leggiamo nel prologo di Giovanni: E il Verbo si fece carne e venne ad abitare (lett.: fissò la sua tenda) in mezzo a noi. Tuttavia dalla pienezza noi cogliamo la luce su quanto precede per cui possiamo dire che la Sapienza ha fissato la sua tenda in Giacobbe e ha preso in eredità Israele quando si conse­gnò nella Legge, nei profeti e nei saggi. Prima di divenire Carne, la Sapienza divenne Parola. Ella si rese presente nel linguaggio umano del popolo d’Israele mentre negli altri popoli mandò deboli luci (cfr. At 17,27: perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, ben­ché non sia lontano da ciascuno di noi).

9 Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato; per tutta l’eternità non verrò meno.

Prima dei secoli, fin dal principio è quanto precede e segue il tempo concepito come un seg­mento ben definito per l’uomo dalla nascita e dalla morte e per tutte le creature dall’atto creativo e dalla loro cessazione essendo dominate dalla vanità, come insegna il Qoelet. La Sapienza quindi è oltre il limite e i condizionamenti del tempo, non è quindi soggetta al variare come lo è la sapienza dell’uomo che non può varcare il limite di ciò che è sotto il cielo. Questa è pertanto una sapienza empirica condizionata dal mutare delle cose e degli avvenimenti e che è utile per vivere sotto il cie­lo. L’atto costitutivo della Sapienza è perciò collocato prima del ritmo del tempo, cioè nel principio e si estende senza alterazione fino all’eternità. Essendo in Dio, cioè nello stesso principio senza prin­cipio di giorni né fine di vita (Eb 7,3), noi dobbiamo accogliere il verbo creare nell’accezione di dare origine. Infatti essendo originata nell’eternità la Sapienza non è creata ma generata, come c’insegna la rivelazione piena.

Il verbo greco, che abitualmente traduciamo con creare (ktizein), ha un significato più ampio, cioè quello di dare origine. «Ma questo significato era stato lentamente dimenticato a partire dal IV seco­lo: la crisi ariana aveva portato a restringere il senso di ktizein e a fare di questo verbo un sinonimo di poiein (fare) che evocava la creazione in senso stretto» (M. Fedou, La sagesse et le monde, Pa­ris 1995, p. 284). Perciò i padri precedenti a Nicea non si stupivano di trovare questo verbo applica­to sia qui che in Prov 8,22 alla Sapienza divina.

10 Nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion.

Il culto nella tenda santa e nel tempio (Sion) era guidato dalla Sapienza cioè rifletteva le realtà ce­lesti e future, come c’insegna la Lettera agli ebrei (cfr. 8,5: «Questi però attendono a un servizio che è una copia e un’ombra delle realtà celesti, secondo quanto fu detto da Dio a Mosè, quando stava per costruire la Tenda: Guarda, disse, di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mo­strato sul monte»; 9,23: Era dunque necessario che i simboli delle realtà celesti fossero purificati con tali mezzi; le realtà celesti poi dovevano esserlo con sacrifici superiori a questi).

11 Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere.

La Sapienza non solo abita nella tenda santa quindi tra i sacerdoti che officiano il culto secondo la Legge ma anche nella città amata da Dio, là dove convengono i saggi, i giudici e i re per esercitare il potere. È lei stessa che attraverso loro lo esercita.

12 Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità.

Non solo i sacerdoti e i grandi del popolo sono il luogo della Sapienza ma anche tutto il popolo che viene glorificato perché segue la Sapienza ed è porzione del Signore scelta da tutti i popoli ed è la sua eredità cioè in mezzo al suo popolo Dio viene onorato. La Sapienza prepara così a Dio il suo popolo perché lo riceva come sua eredità.

Questo è stato pure il compito del Signore, la Sapienza del Padre, che ha voluto preparare non so­lo il popolo d’Israele ad essere l’eredità del Signore ma anche tutti i popoli della terra unificandoli in sé.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 147

R/. Il Verbo si è fatto carne

e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.

Celebra il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio, Sion,

perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli. R/.

Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fiore di frumento.

Manda sulla terra il suo messaggio:

la sua parola corre veloce.       R/.

Annuncia a Giacobbe la sua parola, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.

Così non ha fatto con nessun’altra nazione,

non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.                     R/.

SECONDA LETTURA                                    Ef 1,3-6.15-18

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni

3 Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.

La benedizione è ascendente (Benedetto) e discendente (che ci ha benedetto). Essa sale perché è discesa.

  • è presenza personale di Dio nel suo intimo mistero Padre, Figlio e Spirito Santo.

«Questo capitolo mi scoraggia sempre, tuttavia sottolineo alcune parole: ogni benedizione spiri­tuale nei cieli: sento più di altre volte l’aggettivo spirituale, che viene dallo Spirito Santo; la benedi­zione è il dono dello Spirito che ci fa trascendere la nostra natura umana e ci fa essere nelle regioni celesti. Vedi 2,6: Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, molto importante; dunque benedizione che consiste nell’infusione dello Spirito Santo che ci con/vivifica e ci fa ascendere nelle regioni celesti; tutto questo avviene in Cristo. Questi è scaturigine e termine di questa operazione» (d. Giuseppe Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 7.11.1973)).

  • è il dono dello Spirito Santo (benedizione spirituale). Ed è quindi ogni benedizione. Non è un dono parziale ma completo.

«Con ogni benedizione. Che cosa ci manca, infatti? Sei divenuto immortale, sei divenuto libero; sei divenuto figlio, sei divenuto giusto; sei divenuto fratello; sei divenuto coerede: con lui regni, con lui sei glorificato. Tutto è stato donato e – come sta scritto – come non vi donerà anche, con lui, ogni cosa? (Rm 8,32). La tua primizia (cf. 1Cor 15,20.23) è adorata dagli angeli, dai cherubini, dai sera­fini: che cosa ti manca ormai?

In Cristo. Questa benedizione, cioè, è stata data mediante Cristo Gesù, non mediante Mosè: sia­mo quindi superiori non soltanto per la qualità della benedizione, ma anche – come dice nella lettera agli Ebrei – a motivo del mediatore (cf. Eb 3,5s)» (Crisostomo).

«Con ogni benedizione spirituale. Chi ha donato i carismi del divino Spirito, ci ha dato la speran­za della risurrezione, le promesse dell’immortalità, l’assicurazione del regno dei cieli, la dignità dell’adozione filiale: ecco ciò che chiama benedizioni spirituali» (Teodoreto).

  • è forza dinamica della vita: benedetti, siamo sempre più benedetti e cresciamo in forza della be­nedizione fino alla forma perfetta (4,7-16).
  • ci colloca nello spazio celeste, che è Cristo.

L’essere di Cristo: “è lo spazio”. Collocati in Cristo nelle regioni celesti, già abbiamo la “caparra” dei beni futuri e attendiamo il loro pieno manifestarsi.

«nei cieli, cioè, i beni dei quali parteciperemo abitando nel cielo. Intende infatti dire dei beni futuri, come la risurrezione e l’immortalità che ci sarà allora, e che non potremo più peccare, ma restere­mo immutabili nel bene (Teodoro).

Tra noi e le creature celesti la differenza non è più abissale, ma è solo questione del compiersi del tempo.

4 In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,

ci ha scelto prima della creazione del mondo. «Vedi parallelo: Gv 17,24: Padre, voglio che an­che quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo. Ora fa molta impressione che di noi si dica ciò che Cristo dice di sé, questo rafforza l’espressione precedente: in Cristo. Cristo è amato dal Padre prima della creazione e in Lui noi pure siamo stati chiamati. La creazione è subor­dinata a questa scelta di Dio; quindi la creazione dipende da questo disegno di Dio; tutta la storia universale è dipendente dall’amore preveniente che Dio ha per uno dei suoi piccoli» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 7.11.1973).

Per essere santi e immacolati. «Santi in modo radicale, dinanzi a Lui in quella luce che svela le macchie dei suoi santi. Quanto è esigente! È santità luminosa che resiste alla sua luce; nella cari­tà, elemento positivo e dinamico di questa santità e immacolatezza» (idem). La carità è infatti il luogo e il clima in cui noi siamo chiamati a vivere.

Il disegno originale di Dio non è stato annientato dal peccato, infatti la nostra elezione non è dopo il peccato di Adamo ma prima della creazione del mondo. Ogni uomo, che appare sulla faccia della terra, fa parte di questo disegno originale di Dio. A tutti è annunciata la salvezza.

5 predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo,

secondo il disegno d’amore della sua volontà,

Non solo ci ha chiamati a essere santi e immacolati, ma ci ha predestinati all’adozione filiale; e qui si rivela a noi il cuore grande del Padre, la sua gioia intima nel portare in tal modo a compimen­to la sua opera mediante il suo Cristo.

6 a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.

L’elargizione del dono non è proporzionata a noi ma è finalizzata alla lode dello splendore della sua grazia, che essendo tale è gratuita.

In Cristo, che è il Diletto, noi compiamo questo itinerario: il riscatto attraverso il suo sacrificio che è la remissione dei peccati. Questo avviene non tanto in rapporto ai nostri sforzi quanto piuttosto in rapporto alla sua grazia (7). Questa sovrabbonda in noi e si rivela nel dono di ogni forma di sapien­za e d’intelligenza (8) che ci rendono capaci di conoscere il mistero della sua volontà. Questo è la rivelazione del suo beneplacito, stabilito fin dall’eternità in Cristo (9) e che si realizza ora, cioè nella pienezza dei tempi. Questo disegno è di riportare tutto sotto la sovranità di Cristo, in modo che non vi sia nulla sulla terra e nei cieli che non sia in rapporto a Cristo e con Lui armonizzato (10).

15 Perciò anch’io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, 6 continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere,

La fede è qualcosa di visibile che si ode. È nel cuore ed è professata con le labbra. La voce che una Chiesa fa udire è quella della sua fede in Gesù. Coloro che hanno udito la parola della verità, l’Evangelo della salvezza loro, fanno ora udire la loro fede. Infatti la fede è frutto dello Spirito (Gal 5,22) con il quale sono stati sigillati in Cristo (1,12s) quando hanno creduto. L’Apostolo è in inces­sante azione di grazie perché vede fiorire l’Evangelo che ha annunciato.

Anche l’amore è frutto dello Spirito (Gal 5,22). L’amore, agape, è tale se si rivolge verso tutti i santi. L’amore umano va per esclusione, l’agape per inclusione: infatti dice l’apostolo ai Romani (5,5): l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Lo Spirito dilata il nostro cuore, lo purifica e lo rende capace di amare tutti i santi di tutte le genera­zioni. Lo stesso discorso l’Apostolo lo fa ai Colossesi (1,3 s.)

Questa è l’opera dell’Evangelo: là dove c’erano le opere della carne, ora c’è il frutto dello Spirito e questo frutto dello Spirito è il cuore dell’Eucaristia dell’Apostolo,

La presenza delle due virtù di base della vita cristiana, strettamente collegate tra loro, porta l’apostolo al continuo rendimento di grazie unito al ricordo orante.

17 affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; 18 illumini gli occhi del vostro cuore per farvi com­prendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.

«v. 17-18. Questo spirito di sapienza cristiana in che consiste? Deve produrre la conoscenza di Lui, il Dio di Cristo: deve portare la conoscenza del Dio di Cristo come Padre della gloria: l’oggetto di

ogni sapienza e rivelazione non è Dio più tante cose, ma Dio in quanto Dio di Cristo e Padre della Gloria. Sento molto come lo sforzo di conoscenza su tanti oggetti sia pure nell’intenzione di condurli a Dio, qui la cosa è più assoluta, si tratta di conoscere Lui come dice il Signore: Cercate prima di tutto ecc. e poi avremo una scienza più grande di Salomone. In vista di che? Mi colpisce come questa illuminazione dei cuori sia data per vivere la speranza della nostra chiamata. Conoscere il Dio di Cristo produce in noi quel fatto esistenziale che viviamo la speranza della nostra vocazio­ne: se uno conoscendo il Dio di Cristo intravede la ricchezza della Gloria di Dio intravede quell’infi­nita potenza che ha risuscitato Cristo e lo ha posto in alto e vede che anche noi siamo posti al di sopra di tutte le creature nella stessa grandezza del Dio di Cristo che ha generato questo trascen­dimento. Non è tanto che esista nell’oggetto in sé di questa rivelazione ma nell’oggetto esistenziale di essa di essere così assorbiti da questa speranza di vivere come vive il Cristo e di trovarvi anche noi tutte le cose assoggettate ai nostri piedi. Anche questo esistenzialmente – Conoscere il Dio di Cristo: mi ha colpito molto» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 10.11.1973).

CANTO AL VANGELO                                   Cf. 1 Tm 3, 16

R/.      Alleluia, alleluia.

Gloria a te, o Cristo, annunziato a tutte le genti; gloria a te, o Cristo, creduto nel mondo.

R/.      Alleluia.

VANGELO                                      Gv 1,1-18 [forma breve 1,1-5.9-14

Dal vangelo secondo Giovanni

[In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

In principio era il Verbo. In principio Dio creò il cielo e la terra (Gn 1,1). Creò nel suo Verbo. Creando lo manifestò. Lo rivelò come Colui che in principio era, che non ha principio di giorni né fi­ne di vita (Eb 7,3): non è misurabile dal tempo e non è contenuto nello spazio. Egli è il principio del­la creazione di Dio (Ap 3,14), Egli è l’alfa e l’omega, il principio e la fine (ivi, 21,6). Egli appare se­parato dalla creazione perché in principio era il Verbo.

Il Verbo, la Parola. Così è chiamato il Figlio di Dio nel suo essere rivelato dal Padre. Egli è chiama­to il Verbo della vita (1Gv 1,1) e il Verbo di Dio (Ap 19,13). Egli è la Parola che appartiene a Dio e ha in sé la vita. Giovanni lo contempla nel suo pieno rivelarsi: Il Verbo si fa Carne. Da questa rive­lazione risale al suo rivelarsi nel principio della creazione. Dio non si rivela in altro modo se non in Lui. Egli non è attributo di Dio o un’espressione della sua potenza; è Lui, Gesù, distinto dal Padre e Uno con Lui (10,30). Infatti il Verbo era presso Dio. Presso o con, indica relazione. Quando la creazione iniziò, il Verbo era presso Dio. Colui che abbiamo conosciuto come vero uomo, era pres­so Dio. Giunta la sua ora, egli così prega: «E ora glorificami tu, Padre, presso di te, con la gloria che avevo, prima che il mondo fosse, presso di te» (17,5). Perché non appaia che il Verbo nella sua relazione con il Padre sia creatura, anche la più sublime, subito aggiunge: E il Verbo era Dio.

Egli era, in principio, presso Dio:

L’evangelista fa una sintesi di quanto ha precedentemente detto. Costui, il Verbo, era, da sempre, in principio, al momento del suo manifestarsi nella creazione, presso Dio. A questo vertice della contemplazione era pure rapito il Salmista quando cantava al Cristo le parole paterne dell’ineffabile generazione: Con te è il principio nel giorno della tua potenza tra gli splendori dei tuoi santi; dal se­no prima della stella del mattino ti ho generato (Sal 109,3 LXX). L’Evangelo ha la sua origine in Dio, là dove il Verbo è presso Dio.

tutto è stato fatto per mezzo di lui

e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

Tutte le cose, sia quelle visibili che quelle invisibili, quelle nei cieli e quelle sulla terra (cfr. Col 1,16). Nel contemplare il Figlio, l’autore sacro così si esprime: in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo (Eb 1,2). Benché il saggio affermi che tutte le cose sono vanità (Qo 1,1), tuttavia dobbiamo

affermare che tutte le cose per mezzo di Lui furono fatte. La vanità è il velo di morte che il pec­cato ha steso su tutta la creazione e che solo il Cristo può togliere, come è detto in Is 25,7: Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti.

Per mezzo di Lui, cioè del suo Verbo. L’Evangelista contempla l’opera della Redenzione che il Pa­dre ha operato per mezzo del suo Cristo, il suo Verbo e per analogia risale al principio della crea­zione. Come Egli è il Verbo che, mediante la sua Carne, ha operato la Redenzione, così Egli è il Verbo che, vibrato dal Padre, in principio ha dato origine a tutte le cose. Attraverso di Lui il Padre ha dato vita a tutto come attraverso di Lui ha ricuperato ciò che era perduto. Egli può redimere per­ché ha creato.

Rafforza quanto ha detto con una frase negativa: e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. Senza di Lui, cioè fuori di Lui: nessuna creatura può dichiarare di aver origine senza il Verbo. Allo stesso modo nessuno può essere salvo senza di Lui. Nessuno può affermare di esi­stere senza di Lui: «L’Evangelista lo afferma per insegnare che tutte le cose permangono nell’esse­re mediante il Verbo e nel Verbo, secondo l’espressione paolina: Tutto sostiene con la potenza del suo Verbo (Eb 1,13)» (S. Tommaso). Egli stesso dice: «Senza di me non potete fare nulla» (15,5). Come siamo continuamente creati per mezzo di Lui così siamo continuamente redenti per mezzo di Lui, cioè siamo graziati. Ricevere grazia significa essere chiamati incessantemente all’esistenza non solo quella secondo natura ma anche secondo l’essere figli di Dio.

L’immutabile volontà del Padre, che fa essere tutte le cose mediante il suo Verbo, fa sì che tutte siano stabilmente costituite nell’essere al punto da ritenere questo una proprietà della natura anzi­ché un dono della sua grazia.

Tuttavia ogni uomo, che riesce a vedere in se stesso il suo pensiero libero dalle passioni, può con­templare in sé il riflesso del Verbo divino, perché la sua mente tende a cercare Colui che la illumi­na.

Allo stesso modo nel suo corpo egli non tende alla morte ma alla vita e all’immortalità.

Questo perché in ogni uomo il Verbo ha posto le sue “ragioni” cioè le energie benefiche e ristoratrici che riconducono l’uomo alla sua origine.

In lui era la vita

e la vita era la luce degli uomini;

La tradizione ci ha trasmesso due letture.

La prima così legge: ciò che esiste in Lui era vita. Questa è la lettura che segue anche Agostino che così la spiega: «la sapienza di Dio, per mezzo della quale tutte le cose sono state fatte, contie­ne l’idea di tutte le cose prima ancora che esse siano fatte; da ciò deriva che quanto è stato fatto, è vita in lui» (I, 17). Tommaso così commenta Agostino: «In Dio l’intendere è anche la sua vita e la sua essenza, perciò tutto quello che si trova in Dio, non soltanto vive, ma è la sua stessa vita, per­ché tutto ciò che è in lui è la sua essenza. In Dio quindi la creatura è l’essenza creatrice. Perciò se si considerano le cose come esistono nel Verbo, esse sono vita» (91).

La seconda lettura dà inizio alla frase così: In Lui era la vita. Nel Verbo, per mezzo del quale tutto ha avuto origine, era la vita, come egli stesso dice: «Come il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso» (5,26). Egli è il Verbo della vita (1 Gv 1,2). La vita, che è in lui, è la vita stessa di Dio, che a noi è data, come è detto nella 1 Gv: E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio (5,11). L’Evangelo non ci fa più volgere lo sguardo al Paradiso di Eden nel quale era l’albero della vita (cfr. Gn 3,9), ma ci fa vedere il Verbo nel quale era la vita.

E la vita era la luce degli uomini. Come la luce fu creata all’inizio, come segno della vita e della gioia (Gn 1,9), così ora per gli uomini risplende il Verbo come luce che dà la vita. In che modo il Verbo risplende tra gli uomini? In Gesù che dice: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (8,12). La vita si manifesta come luce per gli uomini per condurli a partecipare di se stesso. Gli uomini ascoltando il Verbo, che si è fatto Carne, vedono la luce. Le loro menti sono illuminate dalla conoscenza della verità. Credendo hanno la vita. Il cammino della fede è quindi la restaurazione delle facoltà naturali dell’uomo, che finalmente libe­re da inganno e da inclinazione al male, per la forza inerente del peccato, possono rivolgersi a Co­lui dal quale provengono e nel quale hanno la loro connaturale abitazione.

Noi contempliamo nel Verbo il disegno originante la creazione per poi vedere in Gesù, il Verbo fatto Carne, la sua restaurazione, soprattutto nei confronti di noi uomini.

la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.]

La luce splende nelle tenebre. All’inizio Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre (Gn 1,4). Dicendo che la luce splende nelle tenebre afferma che il Verbo di Dio, in quanto luce degli uomini, risplende in mezzo a noi che giacevamo nelle tenebre e nell’ombra di morte (cfr. Is 1,9). Come la luce è separata dalle tenebre, così egli è separato dai peccatori (cfr. Eb 7,26), tut­tavia Egli risplende nelle tenebre. La luce naturale, al suo comparire dissipa le tenebre, il Verbo ri­splende nelle tenebre. Questo tempo è ancora caratterizzato dal fatto che la luce coesiste con le

tenebre. Gli uomini infatti se vogliono la luce devono accoglierla, come è detto più avanti: E il giudi­zio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio (3,19-21). Essi devono aprire gli occhi interiori per cogliere la luce del Verbo che già risplende.

Risplende la luce nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta. Con questa traduzione si rive­la il rifiuto che le tenebre fanno della luce. Nel verbo tuttavia si può cogliere anche il significato di “afferrare, vincere”. Le tenebre non possono afferrare e vincere le luce, cioè rivendicare in essa qualcosa di proprio perché Dio è luce e tenebra alcuna in Lui non c’è (1 Gv 1,5). Infatti egli dichiara che il principe di questo mondo non ha nessun potere su di Lui (14,30).

Venne (lett.: Ci fu) un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.

Ci fu un uomo. Il Verbo era, costui fu fatto: era una creatura. Anch’egli fu fatto per mezzo del Ver­bo. Quando fu concepito nel seno materno, egli ricevette la sua missione. Questo accadde al profe­ta Geremia (Ger 1,5) e all’Apostolo Paolo (Gal 1,15); questo accade a ogni uomo plasmato a im­magine e somiglianza di Dio. Cosa significa infatti essere immagine e somiglianza di Dio se non ri­flettere nella propria creaturalità un raggio dell’infinita bellezza e santità di Dio? Questo proprio che ciascun uomo ha in rapporto all’unico Dio è la sua missione.

Fu mandato da Dio. Costui dice di sé: «Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua» (1,33) e altrove dice: «Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a Lui» (3,28). Egli ha coscienza che Dio lo ha inviato. Il Verbo, che lo ha plasmato, è la luce che lo illumina e gli comunica la vita perché egli sia testimone.

Nell’Evangelo di Luca si dice che la parola di Dio fu su Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto (3,2). Il Verbo di Dio, come fu nei profeti, fu pure su Giovanni e si rivelò a lui come già presente in mezzo al suo popolo. Mentre i profeti precedenti cercavano di indagare a quale momento o a quale circo­stanza accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle (1 Pt 1,11), Giovanni è inviato perché la luce già risplende nelle tenebre.

Non a caso l’evangelo dà molto risalto al nome: e il suo nome era Giovanni. Questo nome è stato scelto da Dio (Lc 1,13). «L’Evangelista conferma tutto questo mediante il verbo che usa: dice infatti era, appunto perché si riferisce alla predisposizione divina» (Tommaso). Nel nome poi è rivelata la missione: “Dio fa grazia”; preannuncia l’Evangelo che sta per essere annunciato. È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini (Tt 2,11).

Egli venne come testimone

per dare testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

Costui venne come testimone [lett.: per la testimonianza]. Poiché era profeta, dette testimo­nianza a quello che aveva udito e visto. Infatti la testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia (Ap 19,10). Essendo un vero profeta diede testimonianza alla luce, dichiarò che Gesù era la luce. Udì la voce del Padre, vide scendere e rimanere sul Cristo lo Spirito, udì la voce dello Sposo e dichiarò di essere amico dello Sposo. Avendo in sé lo Spirito della profezia, Giovanni fu illuminato dalla luce e riconobbe in Gesù quella luce che lo illuminava, e come vedendola per primo, non più in modo debole ma chiaro, dichiarò a tutti chi era la luce. L’interiore illuminazione, di cui Giovanni godette, testimoniava che la luce era sorta e già risplendeva nelle tenebre. È scritto: La tua parola nel rive­larsi illumina, dona saggezza ai semplici (Sal 119,139). Non solo in virtù dello Spirito di profezia ma anche con la propria vita Giovanni dette testimonianza alla luce. Illuminato dal Verbo che si rivelava come la vera luce, Giovanni lo accolse in sé perché in lui non c’erano le tenebre. Gli uomini poi, vedendo la santità della sua vita e ascoltando la testimonianza della sua parola, avrebbero dovuto credere per mezzo di lui. Giovanni, essendo una lampada che arde e risplende (5,35), doveva pre­parare gradatamente gli uomini ad accogliere la luce vera. Gli occhi, che sono abituati alle tenebre, non possono cogliere l’improvviso apparire della luce, benché questa si sia presentata agli uomini già adombrata dalla nube della carne.

In lui la Parola si manifesta con tale efficacia da volersi rallegrare alla sua luce (cfr. 5,35). Per que­sto aggiunge subito:

Non era lui la luce,

ma doveva dare testimonianza alla luce.

Non era lui la luce. Per quanto sublime sia la profezia, essa è pur sempre testimonianza e bisogna sempre saper cogliere all’interno della parola profetica la luce stessa. Mosé e i Profeti non sono la luce ma rendono testimonianza alla luce che risplende nella loro stessa parola perché questa è Pa­rola di Dio. L’unica Parola risplende nella Legge e nei Profeti. Avendo conosciuto il Cristo, abbiamo

visto la Luce; noi sappiamo che la Legge e i Profeti non sono la luce ma in loro la luce si rivela in virtù della conoscenza evangelica. Perciò Giovanni e tutti i profeti danno testimonianza alla luce.

[Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.

La vera luce. Dopo aver affermato che Giovanni non era la luce, ora dichiara ancora chi sia la luce, quella che finora risplendeva solo nella creazione, nella Legge, nei profeti di cui il più grande è Gio­vanni il Battista. La novità ora consiste in questo che la luce ha iniziato a risplendere in se stessa non più mediata dalle creature: per questo la chiama vera.

Gesù afferma: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita» (8,12). Egli illumina ogni uomo perché è la luce del mondo. Ogni uomo è illumina­to da Cristo, la vera luce, ma è libero di accettare o rifiutare la luce, come dice altrove: gli uomini hanno amato le tenebre più della luce (3,19). Per essere non solo colpiti dalla luce, ma illuminati, Gesù ci comanda di seguirlo. La sequela si esprime nel comando nuovo in virtù del quale le tene­bre se ne vanno e la luce vera già risplende (cfr. 1Gv 2,8). La luce vera ora illumina ogni uomo at­traverso l’annuncio evangelico e l’amore fraterno dei discepoli di Gesù.

Era nel mondo

e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

Il Verbo era nel mondo, «c’era in quanto Dio, vi è venuto in quanto uomo» (Agostino). In principio il Verbo era presso Dio ed era nel mondo. Era presso Dio perché Dio ed era nel mondo perché l’uo­mo fu fatto a sua immagine e somiglianza. Ora dov’è l’immagine ivi è pure l’archetipo: dov’è l’uomo ivi è pure il Verbo di Dio. Questi era dunque presente nel mondo attraverso l’uomo.

Il mondo fu fatto per mezzo di lui. Come un’opera porta impressa in sé l’impronta del suo artefi­ce, così l’uomo e con lui tutte le creature riflettono in se stessi la sua immagine. Ma, mentre l’artefi­ce si distacca dalla sua opera, il Verbo non si allontana dalle sue creature perché queste non pos­sono esistere senza di Lui. «È con la presenza della sua maestà che crea ciò che fa; è la sua pre­senza che governa ciò che ha fatto» (Agostino). Soprattutto è presente in noi uomini che possiamo conoscerlo e deliziarci della sua presenza ma, constata amaramente l’evangelista, il mondo non lo conobbe. Poiché la porta del mondo è l’uomo e questi si è lasciato dominare da ciò che è nel mondo, il Verbo è stato rifiutato nella sua stessa casa. Preferendo la conoscenza delle cose mon­dane alla conoscenza del Verbo, gli uomini hanno come trascinato in questo rifiuto la stessa crea­zione che, a causa del peccato dell’uomo, è stata assoggettata alla vanità (Rm 8,20).

Venne fra i suoi,

e i suoi non lo hanno accolto.

Il Verbo venne nella sua proprietà, Israele, come Egli stesso dice: «Io sono venuto nel nome del Padre mio e non mi accogliete» (5,43).

Israele è la sua proprietà, come è detto nel Siracide: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, il mio creatore mi fece posare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele» (24,8).

E i suoi non l’hanno accolto, come dice Stefano alla conclusione del suo discorso: «O gente te­starda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; co­me i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi ucci­sero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uc­cisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata» (At 7,51-53). Egli è stato rifiutato prima in Mosè e nei profeti e poi in se stesso.

A quanti però lo hanno accolto

ha dato potere di diventare figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome,

i quali, non da sangue

né da volere di carne

né da volere di uomo,

ma da Dio sono stati generati.

A quanti però l’hanno accolto, sia tra quelli che erano nel mondo sia tra i suoi che erano nella sua proprietà, ha dato potere di diventare figli di Dio. Quelli che lo hanno accolto non sono solo coloro che vivono nella pienezza dei tempi, ma sono anche coloro che sono vissuti nelle genera­zioni precedenti e lo hanno accolto con fede nel suo rivelarsi nelle promesse, nelle figure della Legge, nei misteri delle profezie e negli enigmi dei saggi.

A quanti lo hanno accolto, in tutte le generazioni, ha dato potere di diventare figli di Dio, quando si è fatto Figlio dell’uomo. Nelle precedenti generazioni hanno ricevuto la promessa di es­sere figli e quindi eredi, ora hanno ricevuto il potere di diventarlo.

Nella parola potere si esprime sia la grazia del diventare figli come pure la libertà di scelta, come afferma Agostino: «Diciamo che esiste questo potere quando alla volontà è unita la facoltà di fare. Per cui si dice che ha potere colui che, se vuole, fa e, se non vuole, non fa» (De Spiritu et litera, cap. 31). Ci è dato il potere di diventare per la presenza del Figlio di Dio che a noi si rivela nel suo Evangelo. Diventano infatti figli coloro che credono nel suo nome. Non c’è fede senza evangelo, non c’è evangelo senza annuncio e non c’è annunzio senza rivelazione. Coloro che credono nel suo nome, che si rivela nell’annuncio evangelico, diventano figli di Dio. Essendo il suo nome ogget­to della fede, vuol dire che è il nome stesso di Dio. Accogliere Gesù significa credere che in Lui si rivela il Nome come suo Nome personale.

A coloro che hanno creduto al suo Nome, il Verbo ha dato il potere di diventare figli di Dio, cioè di essere in una tale comunione con Lui da diventare in Lui, il Figlio, essi pure figli. La fede quindi è l’incessante passaggio dal non essere all’essere in forza della comunione con Gesù. Passare dal non essere all’essere significa diventare figli di Dio. Noi uomini non possiamo essere se non essere figli nel Figlio di Dio. Fuori di Lui non siamo.

La generazione dei figli di Dio non è da sangue, letteralmente vi è il plurale: i sangui: esso può in­dicare sia il sangue del padre che quello della madre che, fondendosi, generano una nuova vita (cfr. Sap 7,1-2). Quanto al plurale, esso si trova ancora in Gn 4,10: i sangui di tuo fratello e Sanhe­drin (4,5) commenta: «il suo sangue e il sangue della sua discendenza». Dopo aver escluso il san­gue dalla generazione, l’evangelista esclude ora il volere della carne. È molto avvincente la lettura di S. Agostino che interpreta carne come donna. Dice infatti: «la donna qui è chiamata carne; per­ché ecco cosa disse Adamo, non appena la donna fu fatta con una sua costola: “Questa volta è carne dalla mia carne, è osso dalle mie ossa” (Gn 2,23). E l’Apostolo a sua volta: chi ama la donna sua, se stesso ama. E nessuno ebbe mai in odio la propria carne (Ef 5,28-29)». Altri preferiscono interpretare carne come «la sfera del naturale, dell’impotente, del superficiale, contrapposto a spiri­to, che è la sfera del celeste del reale (3, 6; 6, 63; 8, 15)» (Brown). La generazione dei figli di Dio non avviene pertanto dal grembo materno, come si domandava stupito Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» (3,4) e nemmeno ha il suo inizio nel desiderio, insito nella natura umana, che porta a generare. Essa quindi non è da volere di uomo. I figli di Dio, in quanto tali, non hanno un padre terreno, dal cui volere abbiano avuto origine.

Dopo aver escluso ogni apporto generativo della natura umana, ora afferma che da Dio sono stati generati.

Non l’uomo ma Dio è il principio di questa generazione. Essa avviene da Dio in virtù della Carne del Verbo. Ha come segno sacramentale l’acqua e come potenza generante lo Spirito (3,5: da acqua e da Spirito). Questa ineffabile generazione fa parte del disegno di Dio, dice infatti l’Apostolo Giaco­mo: Di sua volontà egli li ha generati con una parola di verità (1,18). Questo è il seme immortale, è la parola del Vangelo che ci è stata annunziato (cfr. 1Pt 1,23-25). Noi siamo quindi incessantemen­te generati da Dio nell’annuncio; il battesimo ci fa essere figli perché ci rapporta alla parola evange­lica: è questa infatti la forza generante di Dio. È nell’evangelo che si rivela la potenza di Dio (Rm 1,16).

E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi abbiamo contemplato la sua gloria,

gloria come del Figlio unigenito

che viene dal Padre,

pieno di grazia e di verità.

E il Verbo divenne carne. Il Verbo, che era in principio, divenne ciò che non era: carne. Egli si manifestò nella carne (1Tm 3,16). Quando il Verbo di Dio apparve tra noi, si manifestò come uomo, nel corpo della sua carne (cfr. Col 1,22) e quindi soggetto alla morte. Infatti Dio mandò il proprio Fi­glio in una carne simile a quella del peccato (cfr. Rm 8,3).

E venne ad abitare in mezzo a noi [lett.: E si attendò tra noi]. Il Verbo fissò la tenda della sua carne tra noi uomini. La carne, che egli ha assunto, è la Tenda della divina presenza, il Tempio di Dio, come è detto in seguito: Egli parlava del Tempio del suo corpo (2, 21). Anche nella lettera agli Ebrei si parla di questa tenda e del velo, cioè della sua carne (10, 20). Attraverso le stimmate della sua morte in Croce, Cristo ha inaugurato la via nuova e vivente che noi possiamo percorrere per giungere a Dio. In Lui il Tempio è diventato a tutti accessibile.

In Lui, nel Cristo, noi contempliamo il Verbo non come uno da Lui diverso, perché Lui, Gesù di Na­zareth, è il Verbo, il Figlio di Dio. S. Tommaso riassume l’insegnamento dei Padri che nel verbo abi­tare hanno colto la distinzione delle due nature e l’unica divina persona del Figlio: «Guardando alla natura, troviamo in Cristo la distinzione di due nature; se invece consideriamo la persona, troviamo che essa è una sola, identica nelle due nature; perché in Cristo la natura umana fu assunta nell’uni­tà della persona. Quindi quando i santi parlano d’inabitazione, dobbiamo riferire questo termine alla

natura, di cui si può dire che abitò tra noi; ma non si può riferire all’ipostasi, o persona, essendo questa identica per le due nature» (175).

E abbiamo visto la sua gloria, come lo stesso Giovanni afferma nella prima lettera: ciò che ab­biamo visto con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato (1 Gv 1,1). Poiché il Verbo si è fatto Carne, gli Apostoli non solo hanno visto la sua umiliazione ma anche la sua gloria.

La gloria, che Egli ha manifestato nei segni e nelle parole, esige ancora la fede. È necessario che gli occhi interiori siano illuminati perché possano vedere la sua gloria. Non tutti quelli che videro il Signore, videro la sua gloria, ma solo coloro che, nel vedere i segni che compiva e nell’udire le sue parole, credettero in Lui. Allo stesso modo anche oggi non tutti quelli che odono la sua Parola e ne contemplano i segni sacramentali possono vedere la sua gloria, ma solo coloro che, credendo, so­no illuminati dallo Spirito Santo.

Gloria come di Unigenito dal Padre, la gloria del Cristo è quella dell’Unigenito dal Padre. «La par­ticella come, secondo S. Gregorio (Moral.,1. 18, c. 6), vuol essere qui assertiva; e secondo il Criso­stomo (In Jo., hom. 12, 1) ha significato modale» (S. Tommaso, 185). «La sua gloria, non è come quella degli angeli, o di Mosè, o di Elia, o di Eliseo o di qualsiasi altro, bensì come quella dell’Uni­genito; perché come dice l’apostolo agli Ebrei (3,3): Egli è stato reputato degno di una gloria tanto maggiore in confronto di Mosé. E il salmista proclama: Chi è simile a Dio tra i figli di Dio? (Sal 88,7)» (id., 184).

La sua gloria non è tanto paragonabile a quella dell’unigenito ma è proprio quella che in Lui si rivela e lo rivela tale. «La particella come afferma che egli è veramente l’Unigenito di Dio oppure designa l’adeguato rapporto tra la persona dell’Unigenito Figlio di Dio e la gloria che gli conviene» (Natalis Alexander).

Il Verbo rivela la sua gloria come grazia e verità; Egli, divenendo Carne, si presenta a noi come Dio pieno di grazia e di verità. Egli non ha trovato grazia come è detto dei giusti, ma è pieno di grazia perché è l’Unigenito, infatti in Lui il Padre si compiace. Ed è pieno di verità «in quanto attuò le figure dell’Antico Testamento e le promesse fatte ai patriarchi. Lo ricorda S. Paolo: Dico infatti che Cristo si è fatto servitore dei circoncisi in favore della veracità di Dio, per compiere le promesse dei padri (Rm 15,8); e in 2 Cor 1,20: Tutte le promesse di Dio hanno trovato in lui il loro sì» (S. Tommaso, 190). Nelle parole grazia e verità rivela la sua missione e nell’aggettivo pieno il suo rapporto con il Padre e come Egli sia il compimento di tutto.

Giovanni gli dà testimonianza e proclama:

«Era di lui che io dissi:

Colui che viene dopo di me

è avanti a me,

perché era prima di me».

Giovanni proclama [lett.: grida]. perché così è scritto di lui e questo afferma di se stesso: «Io sono voce di colui che grida nel deserto» (1,23). «Il termine gridare indica che lo faceva liberamente, senza paura. Isaia infatti esclama: Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: Ecco il vostro Dio! (40,9)… E in Isaia si legge, che i serafini gridavano l’uno all’altro (6,3), per esprimere così il fervore più intimo dello spirito» (S. Tommaso). Dopo il lungo silenzio del­la profezia è bastata questa iniziale rivelazione del Verbo divenuto Carne per fare gridare Giovanni. La sentinella, posta di vedetta, lo vede arrivare e dice: Chi è costui che viene da Edom, da Bozra con le vesti tinte di rosso? Costui, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza? (Is 63,1). Lo vede, dà testimonianza e grida: «Era di lui che io dissi». Dice era perché in principio era il Verbo e nello stesso tempo lo indica: questi.

Giovanni dunque ha detto questo: «Colui che viene dopo di me è avanti a me», si è rivelato più grande di me.

Gesù viene quindi dopo di lui come il Signore viene dopo il suo servo che lo annuncia. Da dove Giovanni fa derivare questa sua affermazione? Dal fatto che «era prima di me». Viene dopo come uomo ma è stato posto sopra di lui perché era prima di lui. In tal modo Giovanni apre la porta sulla divinità di Gesù. Nessun uomo, che viene dopo in ordine di tempo, può essere prima di un altro. Poiché era prima di Giovanni, Egli è prima di qualsiasi uomo; infatti la sua preesistenza non si col­loca all’interno della generazione umana ma di quella divina.

Dalla sua pienezza

noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.

Alla voce degli apostoli e a quella di Giovanni si unisce la voce stessa della comunità dei credenti che può testimoniare che Gesù è il Verbo di Dio, l’Unico dal Padre, perché dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia di fronte a grazia. Egli è apparso in mezzo a noi pieno di grazia e di verità (v. 14) per donare a quanto lo hanno accolto dalla sua pienezza e grazia di fronte a gra­zia.

L’espressione e grazia di fronte a grazia è variamente interpretata. Essa può indicare le due eco­nomie, quella della Legge e quella dell’Evangelo. Anche la Legge ha una grazia dispensata dalla pienezza del Verbo. Questa grazia consiste, come dice l’apostolo Paolo, nella conoscenza del pec­cato (Rm 3,20). A questa grazia iniziale e imperfetta è stata aggiunta la grazia evangelica come remissione dei peccati e partecipazione alla vita divina.

In modo mirabile così commenta Crisostomo: «Vi è una duplice alleanza, un duplice battesimo, un duplice sacrificio, un duplice tempio e una duplice circoncisione. Vi sono così due specie di grazie, l’unica dell’Antico Testamento e l’altra del Nuovo. Ma all’Antico Testamento appartengono le figure, al Nuovo invece la verità che era stata figurata».

  1. Agostino invece vede nelle due grazie quella della fede e quella della vita immortale: «la stessa fede è grazia e la vita stessa è grazia su grazia».

Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,

la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Perché si collega a quanto precede e lo spiega. Noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia a dif­ferenza dei giusti dell’antica alleanza perché la Legge è stata data attraverso Mosè. In verità Mosè fu fedele in tutta la casa di lui come servitore, per rendere testimonianza di ciò che doveva essere annunziato più tardi; Cristo, invece, lo fu in qualità di Figlio costituito sopra la propria casa (Eb 3,5-6). Pur provenendo dal Verbo, la Legge è stata data attraverso il servo e tutti furono battez­zati in Mosè nella nube e nel mare (1 Cor 10,2). Anche gli anziani ricevettero lo Spirito da Mosè (cfr. Nm 11,25). Il mediatore non è solo colui tramite il quale Dio fa il dono ma segna anche i limiti del dono stesso. Essendo egli servo, attraverso la Legge, dà testimonianza al Figlio attraverso norme e riti che sono simboli e figure di ciò che doveva essere annunziato più tardi.

Diversa è la situazione in cui la mediazione è quella del Verbo fatto Carne che è Gesù Cristo. L’E­vangelo finalmente ne pronuncia il Nome: Gesù è il Cristo, il Verbo divenuto Carne. Egli è mediato­re della grazia e della verità. Prima che divenisse uomo la grazia e la verità erano adombrate e pro­fetizzate; facendosi visibile in mezzo a noi, Gesù Cristo ha fatto la grazia e la verità, le ha fatte pas­sare dall’ombra delle figure e dalla profezia alla realtà. Attraverso di Lui è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza di tutti gli uomini (Tt 2,11). Attraverso di lui Dio ha mostrato la fedeltà alle sue promesse e quindi la loro verità.

Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.]

La fondamentale differenza tra Mosè e Gesù in rapporto alla rivelazione sta in questo: Mosè, es­sendo uomo, non ha mai visto Dio, Gesù invece, essendo l’Unigenito Dio, è nel seno del Padre.

Nessuno ha mai visto Dio: coloro infatti di cui la Scrittura afferma che hanno visto Dio, hanno vi­sto «simboli figurativi del Signore, ma non la realtà della sua presenza» (S. Agostino).

Nessuno può dunque vedere Dio se non per la mediazione del Cristo perché questi è l’Unigenito Dio che è nel seno del Padre. Infatti solo dopo la sua glorificazione è possibile contemplare il Pa­dre ma solo attraverso la sua Carne glorificata. Tutti contempleranno la natura divina attraverso la natura umana del Cristo. Questi, al contrario, vede Dio senza alcuna mediazione perché è l’Unige­nito Dio. Divenendo uomo, non cessa di essere quello che è da sempre, cioè l’Unico del Padre, quindi Lui pure Dio, non separato dal Padre, è infatti nel suo seno.

Solo Lui quindi poteva parlarci di Dio. Alla domanda del Siracide: Chi lo ha visto e ne può riferire? (43,31), risponde l’Evangelo: Egli ha rivelato perché lo ha visto e continuamente lo vede.

Qui sta la fondamentale differenza tra Mosè e Gesù Cristo che si riflette nel rapporto Legge ed Evangelo. La rivelazione della Legge avviene nei simboli e nelle figure, quella dell’Evangelo nella grazia e nella verità. La conoscenza che la Legge dà di Dio è nell’oscurità della nube, la rivelazione evangelica è nell’intimità della natura divina della quale sono diventati partecipi i credenti in quanto generati da Dio.

PREGHIERA DEI FEDELI

Illuminati dalla duplice nascita del nostro Salvatore, quella eterna dal seno del Padre prima della stella del mattino e quella nel tempo dalla Vergine Maria, preghiamo insieme: Ascolta, o Padre, la nostra preghiera.

  • Perché la bellezza e santità del Verbo fatto Carne risplenda nel volto della Chiesa e illumini ogni uomo, preghiamo.
  • Perché contemplando le bellezze della natura gli uomini si elevino alla contemplazione dell’artefice di tut­to il creato, preghiamo.
  • Perché l’avidità del potere e delle ricchezze non deturpino il patrimonio di tutta l’umanità nei singoli popo­li, preghiamo.
  • Perché tutti gli uomini di ogni condizione possano partecipare ai beni della madre comune, la terra, pre­ghiamo.
  • Perché la nascita di Gesù sia accolta con gioia in ogni nascita e nessun bimbo concepito o nato sia de­stinato alla morte dall’aborto, dalla fame, dalla malattia e dalle guerre e dalle discriminazioni, preghiamo.
  • Perché camminiamo con speranza nel nuovo anno e fondiamo la nostra fiducia nell’amore del nostro Dio, che non ha esitato di donarci il suo Figlio unigenito, preghiamo.

Padre di eterna gloria, che nel tuo unico Figlio ci hai scelti e amati prima della creazione del mondo e in lui, sapienza incarnata, sei venuto a piantare in mezzo a noi la tua tenda, illuminaci con il tuo Spirito, perché ac­cogliendo il mistero del tuo amore, pregustiamo la gioia che ci attende, come figli ed eredi del regno.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

SOLENNITÀ DI MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO

1L È giunta la pienezza dei tempi, un segno grande appare in cielo: in doglie grida la Partoriente.

Gioisci, o Donna, Vergine pura, ti è nato il Bimbo sotto la Legge, il Primogenito di molti fratelli.

2L Gioisci, per Te la gioia risplende;

Gioisci, per Te il dolore s’estingue.

Gioisci, salvezza d’Adamo caduto;

Gioisci, riscatto del pianto di Eva.

Gioisci, Tu vetta sublime ad umano intelletto;

Gioisci, Tu abisso profondo agli occhi degli Angeli.

Gioisci, in Te fu elevato il trono del Re;

Gioisci, Tu porti Colui che il tutto sostiene.

Gioisci, o stella che il Sole precorri;

Gioisci, o grembo del Dio che s’incarna.

Gioisci, per Te si rinnova il creato;

Gioisci, per Te il Creatore è bambino.

T Gioisci, Sposa illibata! .[Akatistos della Madre di Dio]

1L Il suo Nome è benedizione, myron versato, che a sé trae tutti coloro che inebria di Dio.

Il suo Evangelo effonde vita su volti abbuiati dalla morte e accarezzati ora dallo Spirito.

2L Gesù, forza invincibile:

Gesù, bontà infinita.

Gesù, bellezza splendente:

Gesù, amore indicibile.

Gesù, Figlio del Dio vivo:

Gesù santo, pietà di me peccatore.

Gesù giusto, ascolta me, concepito nell’iniquità.

Gesù puro, lava me nato nei peccati.

Gesù Maestro, istruisci me, dissoluto.

Gesù luce, illumina me, ottenebrato.

Gesù Signore, purifica me, uomo corrotto.

Gesù misericordioso, rialza me, che sono caduto. [vediAkatistos di Gesù]

  1. Gesù, Figlio di Dio, pietà di me.

1L Vieni o Spirito Creatore. primavera di redenzione, rugiada di luce mattutina,

soffia, o Austro, su deserti di polveri senza più vita e tutto sarà un giardino.

Vieni, vieni, grido dei cuori, anelito al Padre delle luci, riposo e armonia del tutto.

2L Vieni, dolce luce, che rischiara l’oscuro mio cuore

Vieni, o spazio che circonda il mio essere e in sé lo racchiude.

Vieni, dolce manna che dal cuore del Figlio fluisce nel mio.

Vieni, eterna Vita, raggio che irrompe nella notte dell’anima, che mai si è conosciuta.

Vieni, pienezza e forza con cui l’Agnello sciolse il sigillo dell’eterno decreto divino.

Vieni, o Artefice, che costruisci il duomo eterno che s’innalza dalla terra al cielo.

Vieni, Tu che creasti il chiaro specchio, vicinissimo al trono supremo,

come mare di cristallo, in cui la divinità amando si guarda.

Vieni e chìnati sulla più bella opera della tua creazione,

in cui vi è il tuo splendore e la pura bellezza di tutti gli esseri,

la Vergine, tua immacolata sposa.

Vieni, dolce canto dell’amore e del santo timore

che eternamente risuona attorno al trono della Trinità

e sposa in sé il puro suono di tutti gli esseri. [ispirata a s. Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein]

  1. Vieni o Spirito Santo, eterna gioia!

PRIMA LETTURA                                           Nm 6,22-27
Dal libro dei Numeri

22 Il Signore parlò a Mosè e disse: 23 «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro:

La benedizione crea un rapporto tra Dio e colui che viene benedetto. Qui essa ha come centro il Nome del Signore ripetuto tre volte. Questa benedizione pone quindi il Nome rivelato sui figli d’Israele «in modo che questi vivano nella forza direttiva e santificante del Nome» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1.1.1972).

La benedizione ha pertanto una forza intrinseca, che è legata all’elezione (cfr. Nm 22,12: Dio disse a Balaam: «Tu non andrai con loro, non maledirai quel popolo, perché esso è benedetto»). Essa non è pertanto annullata perché è costitutiva del popolo di Dio ed è la ragion d’essere della Chiesa, come c’insegna l’apostolo Paolo: Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede (Gal 3,13-14).

24 Ti benedica il Signore e ti custodisca.

La ricchezza del Nome divino è a noi comunicata attraverso la benedizione. In Dt 28,3-6 è indicato l’ambito della benedizione: Sarai benedetto nella città e benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame; benedetti i parti delle tue vac­che e i nati delle tue pecore. Benedette saranno la tua cesta e la tua madia. Sarai benedetto quan­do entri e benedetto quando esci. Il Signore lascerà sconfiggere davanti a te i tuoi nemici, che in­sorgeranno contro di te: per una sola via verranno contro di te e per sette vie fuggiranno davanti a te. Il Signore ordinerà alla benedizione di essere con te nei tuoi granai e in tutto ciò a cui metterai

mano; ti benedirà nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti. La benedizione avvolge tutta la persona e tutta l’esistenza. In essa si esprime la pienezza della pace. Essere benedetti quindi equi­vale a trovare grazia presso Dio.

In essa siamo protetti e custoditi come la pupilla dei suoi occhi (cfr. Dt 32,10). Infatti più volte il Si­gnore è paragonato alla roccia di riparo e alla grande Aquila, che porta i suoi nati sulle ali o alla chioccia che li difende sotto le sue ali. Tutto esprime la profonda tenerezza di Dio e la commozione di chi si sente protetto da Lui. Per tutti i passi valga il seguente tratto dal Sal 18, 2-3: Ti amo, Signo­re, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo ripa­ro; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza.

25 Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.

Il Signore faccia risplendere per te il suo volto, chi invoca il suo Nome rende luminoso il volto di Dio su di sé come un figlio nei confronti del proprio padre. «Rialzaci, Signore, nostro Dio, fa’ splen­dere il tuo volto e noi saremo salvi. (Sal 80,4.8.20) questa invocazione è molto bella perché noi siamo dei bimbi sempre in terra» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1.1.1973).

E ti faccia grazia cioè abbia di te compassione nella sua tenerezza e ti visiti con la redenzione del Figlio suo.

26 Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.

Il Signore rivolga su di te il suo volto lett.: innalzi su di te il suo volto. È il contrario di nascon­dere adirato il suo volto (cfr. Dt 31,17: In quel giorno, la mia ira si accenderà contro di lui; io li ab­bandonerò, nasconderò loro il volto e saranno divorati).

E ti conceda pace. La pace sta al vertice della benedizione come è scritto: Il Signore darà forza al suo popolo, benedirà il suo popolo con la pace (Sal 28,11). Essa è quindi elargita da Dio come be­nedizione e in quanto benedetti gli uomini possono vivere nella pace ed esserne operatori. La pace è annunciata a Betlemme dagli angeli ed è attuata da Gesù sulla Croce, come insegna l’Apostolo: Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separa­zione che era frammezzo, cioè l’inimicizia (Ef 2,14),

27 Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».

I sacerdoti sono coloro che conoscono il Nome del Signore e che quindi hanno in sé il potere di porre il Nome su coloro che benedicono e il Nome è garanzia di presenza, protezione e comunione. Gesù, il cui nome è esaltato al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,9), compie le stesse funzioni del nome divino soprattutto come garante del bene supremo che è il dono dello Spirito Santo (cfr. Gv 14,26: Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto).

«Il verbo porre si trova in Gn 2,8 per la prima volta: Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l’uomo che aveva plasmato. Quando il Signore pone il nome sopra di noi ci ripor­ta di nuovo nella condizione dell’Eden nella forza e innocenza e gioia. Questo avviene soprattutto nell’Eucaristia; quando poi noi lo benediciamo non facciamo altro che aumentare questo flusso di vita che ci è dato nella comunione con l’Unigenito come è detto in Gal» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 1.1.1973).

Note

Come i comandamenti designano il confine tra il bene e il male, così la benedizione copre l’area del bene. È nella benedizione quindi colui che osserva la Legge del Signore.

Purtroppo tutti sono corrotti, fanno cose abominevoli: nessuno più agisce bene (Sal 13,1). Tutti quindi sono sotto la maledizione perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio (Rm 3,23).

Noi siamo ricollocati nella benedizione solo per Gesù nel quale è stata annullata la nostra maledi­zione e siamo stati trasferiti nella benedizione.

Posti in essa e quindi nel Nome del Signore, noi partiamo da una situazione di grazia così sovrab­bondante da essere già collocati nei cieli, in Cristo, come c’insegna l’Apostolo: Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo (Ef 1,3).

Noi recepiamo quindi la benedizione anche come situazione interiore nella quale sono annullate quelle energie distruttive (espresse nel peccato e nella morte) che tentano di assorbirci contrappo­nendo alla fermezza della fede lo stato interiore di angoscia e quindi di disperazione.

La benedizione non è quindi un vanto o un privilegio ma è uno stato, che, se recepito, riempie di gratitudine e di lode coloro che sono benedetti.

Per questo l’Apostolo conosce sia la benedizione discensionale (da Dio a noi) che ascensionale (da noi a Dio).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 66

R/.      Dio abbia pietà di noi e ci benedica.

Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti. R/.

Gioiscano le nazioni e si rallegrino,

perché tu giudichi i popoli con rettitudine,

governi le nazioni sulla terra.             R/.

Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.

Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra. R/.

SECONDA LETTURA                                        Gal 4,4-7

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati

Fratelli, 4 quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge,

Quando il tempo, nel suo fisico scandirsi, giunse alla sua pienezza, cioè a quel termine, che Dio gli aveva stabilito e aveva nascosto dentro le parole oscure della profezia, allora Egli mandò il suo Figlio. Il Figlio stesso era fin allora nascosto nel seno del Padre, nell’arcano disegno, che non fu ri­velato ai profeti, ma solo nel Figlio fu rivelato in questi ultimi tempi.

Ma perché solo la fede in Dio scoprisse il Figlio ed Egli rimanesse nascosto a quanti non vollero accogliere e neppure credere in Lui, questi nacque da donna e nacque sotto la legge. Nascosto dalla sua generazione umana e dalla legge agli occhi degli uomini, Gesù operò all’interno della stir­pe umana e della situazione di maledizione creata dalla legge.

5 per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.

Collocatosi all’interno della legge, il Figlio riscattò dalla legge quanti questa teneva oppressi sotto il suo giogo e sotto la maledizione. Non solo li riscattò ma li fece figli adottivi. L’adozione è una reale partecipazione alla natura divina in modo tale che nella nostra natura noi recepiamo l’energia dello Spirito Santo, come subito dice.

6 E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre!

Nell’intimo nostro, nel proprio di noi stessi, come persona, capacità di scelta e di libertà, in una pa­rola nel cuore, Dio mandò lo Spirito del suo Figlio. Per noi è solo questione di lasciare agire lo Spirito Santo, che ci porta al grido da lui ispirato verso il Padre: Abbà! Padre! La crescita spirituale consiste nel far tacere ogni voce e lasciare che lo Spirito gridi. Il silenzio è assenza di parola da noi pronunciata per udire quella dello Spirito e unirsi ad essa in un unico grido di amore al Padre as­sieme a tutta l’assemblea dei redenti, la Chiesa.

7 Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

Da questa operazione di Dio e dalla presenza dello Spirito deriva a ciascuno di noi il fatto di essere figli ed eredi. Tutto questo avviene per l’azione del Padre che opera in noi mediante lo Spirito.

Note

Nella nascita del Figlio nato da donna, nato sotto la legge avviene un passaggio radicale: il Nome non è più sopra di noi ma è dentro di noi, in virtù dello Spirito Santo. Il nome è quello stesso che il Figlio pronuncia: Abbà, Padre. Tutto questo è compiuto dallo Spirito.

La nostra eredità non è quindi la terra d’Israele ma quella patria alla quale Egli ci attira e dove ha preparato per noi delle dimore.

CANTO AL VANGELO                                      Eb 1,1-2

R/.      Alleluia, alleluia.

Molte volte e in diversi modi nei tempi antichi Dio ha parlato ai padri per mezzo dei profeti; ultimamente, in questi giorni,

ha parlato a noi per mezzo del Figlio.

R/.      Alleluia.

VANGELO                                                        Lc 2,16-21

Dal vangelo secondo Luca

16 In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia.

Senza indugio. Dopo aver accolto la parola non indugiano e quindi trovano il Cristo come avviene pure ai Magi. Se l’attesa di Lui è stata lunga, sofferta e paziente, non più così deve essere la ricer­ca quando Egli viene.

17 E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18 Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. 19 Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, me­ditandole nel suo cuore.

Riferirono, [lett.: fecero conoscere]. L’Evangelo si dilata e viene in tal modo trasmesso. Tutta la pericope è incentrata sull’annuncio dell’Evangelo, della grande gioia che scaturisce dalla nascita regale del Cristo.

L’Evangelo, trasmesso dagli angeli, è accolto dai pastori e da loro annunciato davanti al Bimbo. In tutti provoca stupore (18) e infine termina nel cuore di Maria dove trova il suo riposo, infatti Maria da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore (19). Maria diviene il mo­dello di come vada accolto l’Evangelo. Meditando tutte queste cose, le metteva a confronto le une con le altre e sentiva in esse l’adempimento delle parole profetiche. In tal modo Maria è beata per­ché ha creduto e perché medita la Legge del Signore giorno e notte (cfr. Sal 1,2). In questo ella di­viene modello di ogni discepolo nell’accogliere la Parola di Dio, meditarla e metterla in pratica.

20 I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

I pastori se ne tornarono al loro gregge. La fede nel Messia conosciuto non li toglie dal loro lavo­ro, ma li impegna a conservarla e a testimoniarla dove si trovano. Glorificando e lodando Dio come avevano imparato dagli angeli.

21 Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Con la circoncisione Gesù viene inserito nel popolo di Dio come dice l’Apostolo: Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare colo­ro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli (Gal 4,4s).

Riceve quel nome che è stato rivelato dall’Angelo e inserendosi con questo nome, inizia a operare la salvezza. Con questo rito la sua divinità e la verginità della madre vengono nascosti sotto la pa­ternità legale di Giuseppe.

Il centro di questo versetto è il nome di Gesù e si parla della circoncisione in rapporto al nome. È importante che il nome sia legato alla circoncisione. Come la nascita a Betlemme lo rivela figlio di Davide così la circoncisione lo rivela figlio di Abramo: Libro della generazione di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo (Mt 1,1), come è detto d’Isacco (cfr. Gn 21,4). Che rapporto c’è tra la cir­concisione d’Isacco e quella di Gesù? La circoncisione del Signore porta a compimento quella di Isacco: di questi è detto: aveva otto giorni, di Gesù: quando furono compiuti gli otto giorni. Ciò

che sembra importante sottolineare è il sangue versato da Isacco, da ogni bimbo d’Israele e dal Si­gnore stesso. La circoncisione è il segno, nella carne, del patto tra Dio e Abramo: e ogni patto è suggellato nel sangue. Il sangue versato dal Signore, nella circoncisione, porta a compimento il pat­to di Abramo. Inoltre, come il sangue versato da Isacco preannunciava il suo sacrificio sul Moria, così il sangue versato dal Signore preannuncia il suo sacrificio sul Calvario. In quello stesso tempo circa erano stati circoncisi anche i santi Innocenti.

La legislazione della circoncisione è contenuta in Lv 12,1-4: il testo unisce intimamente la circonci­sione del bimbo con la purificazione della madre. Al v. 4 è detto: Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, fin­ché non siano compiuti i giorni della sua purificazione. Colpisce questo sangue sparso nella mater­nità soprattutto se pensiamo a quello della Vergine. Infatti la sua purificazione dal sangue coincide con l’offerta del suo Primogenito (vedi Lv 12, 6-8 e Lc 2,22-24).

Note

«Inizio dell’omelia: Lc 2,16-21; riunisce due sezioni. I pastori vanno e riscontrano che quanto è an­nunciato, è vero. Viene sottolineato l’aspetto umilmente umano del Figlio di Dio; però in questo nul­la i pastori riconoscono il Figlio di Dio. E divengono talmente servi della Parola che annunciano non solo meraviglie ma comunicano lo stesso trasporto che li ha presi. Maria, percepisce e ne viene presa e custodisce queste cose e le riscontra nel suo cuore. Non basta che lo Spirito si posi su di noi ma occorre custodire lo Spirito e confrontarlo con la Scrittura che non fa altro che comunicarlo sempre più.

  1. Gesù viene circonciso. Il nome è Gesù. La benedizione è comunicata dalla presenza di Gesù nel seno dell’umanità: Lui è la grande benedizione ed è il Nome posto sui figli di Dio.

Oggi celebriamo la Maternità di Maria. Questa maternità gloriosa, strumento di salvezza, non pos­siamo disgiungerla dall’Incarnazione, dalla Circoncisione e dal Nome. Entrando in contatto con questa maternità, iniziamo a essere partecipi della benedizione in Gesù».

Conclusione dell’omelia: «I vari elementi in parte richiamati ci chiarificano il mistero del nostro na­scere in Lui in quanto Lui si fa presente: nasce, cresce, raggiunge la sua pienezza in ciascuno di noi e in tutto il suo popolo perché noi possiamo essere per Lui e in Lui figli di Dio come Lui. Questa rinascita per la deificazione avviene nella misura in cui il Padre manda in ognuno di noi il Figlio e lo Spirito Santo. Manda la pienezza dell’essere di Gesù: carne, sangue, anima, Spirito. Tutto questo è legato alla comprensione del battesimo, che invera la circoncisione, cui Gesù si è assoggettato. Il mistero della sua natività, dell’adorazione dei pastori, di Maria, della circoncisione, del Nome è le­gato fin dal principio a un segno di sangue. Qual è il punto di vincente tra la devozione imperfetta con Maria e il vero rapporto con lei? È accettare che la rinascita avvenga attraverso il sangue. Ma­ria più ci è madre e più siamo figli non può e non vuole dispensarci, da un rapporto di sangue. Questo non l’ha fatto con Gesù e, non può farlo con noi perché custodisce nel cuore tutto il disegno di Dio. Tanto più è intimo il rapporto con Dio, Maria non si frappone al disegno di Dio, ma ci aiuta a realizzarlo. Ci accompagna e ci ottiene lo spirito della fortezza per realizzare il disegno di Dio. A Maria dobbiamo chiedere che non ci eviti il martirio, ma che ci conforti a sostenerlo. Questo lo fa non solo nei confronti di ciascuno ma in rapporto alla Chiesa: non evita alla Chiesa il martirio ma ot­tiene alla Chiesa la Pentecoste dove lo Spirito ci è dato perché possiamo testimoniare il nome di Gesù. Maria assistendo gli Apostoli non ottiene che siano tolti dal martirio ma che siano segnati dal fuoco dello Spirito. Non ha evitato al Cristo la morte ma lo ha consolato con la sua presenza».

(d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1.1.1972).

(NB questi sono appunti tratti allora durante l’omelia. Chi volesse leggere il testo integrale di questa omelia può trovarlo in G. Dossetti, Omelie del tempo di Natale, ed. Paoline, pg. 67-76).

PREGHIERA DEI FEDELI

Con l’animo pieno di trepidazione, ma fiduciosi nella protezione della Madre di Dio, innalziamo al Padre la nostra filiale e unanime preghiera.

Accogli, o Padre, le preghiere dei tuoi figli.

  • Perché ovunque nella Chiesa fioriscano scuole di preghiera e di ascolto della Parola di Dio. Accanto a Maria, nel silenzio della meditazione, ogni uomo si apra alla comprensione della volontà del Padre, pre­ghiamo.
  • Perché ogni bimbo e bimba abbia la sua famiglia in cui possa sentire nel calore umano dei suoi il tenero abbraccio di Dio, preghiamo.
  • Perché cessino la violenza e l’odio, rabbia dei forti contro i deboli, inizio di estenuanti miserie ed esili, preghiamo.
  • Dona, Padre, sollievo ai più deboli e ai più piccoli, perché il loro tenue respiro si rafforzi in un grido di gioia, preghiamo.
  • Perché siano riscattate le lacrime di ogni donna e i suoi gemiti siano doglie di parto per una nuova umani­tà in nuovi cieli e nuova terra, preghiamo.
  • Perché nel nuovo anno appaiano i segni della redenzione nel cessare delle guerre e dell’odio e in rapporti di vera solidarietà tra tutti i popoli. Manda, o Padre, il tuo Cristo e il suo Evangelo di pace sia accolto da tutti gli uomini, noi ti preghiamo.

O Dio, principio e fine di tutto il creato, accogli dalle mani di Maria, vergine e madre, le preghiere filiali del tuo popolo; infondi in noi lo Spirito Santo perché nella concordia dell’amore e della pace, si elevi un’unica lode e un unico canto da tutti i tuoi figli sparsi in ogni popolo.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

EPIFANIA DEL SIGNORE

1L Una stella brilla in cielo da antiche profezie rivelata: un astro sorge da Giacobbe e illumina tutte le Genti.

Lo splendore divino, adombrato dalla carne, brilla nell’astro nuovo di luce viva e gioiosa.

Da lui illuminati, i magi accorrono con doni e, prostratisi, adorano il Re, loro Dio e Signore, acclamandolo beati:

T Alleluia!

2L Gioisci, o Madre dell’Astro perenne,

Gioisci, o aurora di mistico giorno.

Gioisci, fucine d’errori Tu spegni,

Gioisci, splendendo conduci al Dio vero.

Gioisci, l’odioso tiranno sbalzasti dal trono,

Gioisci, Tu il Cristo ci doni clemente Signore.

Gioisci, sei Tu che riscatti dai riti crudeli,

Gioisci, sei Tu che ci salvi dall’opere di fuoco.

Gioisci, Tu il culto distruggi del fuoco,

Gioisci, Tu estingui la fiamma dei vizi.

Gioisci, Tu guida di scienza ai credenti,

Gioisci, Tu gioia di tutte le genti. [dall’Akatistos della Madre di Dio

T Gioisci, Vergine e Sposa!

1L Ecco la voce risuona, lo Spirito vibra sull’acqua, il nuovo Adamo risale, a sé attirando il creato.

Purificata dal lavacro, dal myron profumata e vestita di puro lino, la Sposa è preparata.

2L Gioisci e illuminati o Chiesa di Cristo!

Gioisci, Madre e Maestra dei popoli.

Gioisci, Annunciatrice di lieta notizia.

Gioisci, Madre ricca di molti figli,

a te vengono dall’oriente all’occidente.

Gioisci, Donna forte, che stritoli l’antico serpente.

Gioisci, tu costruita sulla salda roccia di Pietro.

Gioisci, Gerusalemme, che risplendi di pura luce.

Gioisci, Tenda di Dio, che ti dilati tra tutti i popoli.

Gioisci, Tempio santo di Dio dei veri adoratori del Padre.

Gioisci, o Iniziatrice ai santi misteri del Cristo.

Gioisci, Figlia di Sion, alzati incontro al tuo Sposo.

Gioisci, Arca santa, che custodisci mistici tesori.

T Gioisci, Vergine e Sposa!

PRIMA LETTURA                                              Is 60,1-6

Dal libro del profeta Isa“a

Il c. 60 presenta lo splendore di Gerusalemme. In essa brilla una grande luce, che è la gloria del Signore (1-2). In essa si radunano gli esiliati mentre la ricchezza dei popoli confluisce verso Geru­salemme (4-9). Le Genti ricostruiranno Gerusalemme (10-16). Il c. si conclude con promesse di consolazione, di benedizione e di sovrabbondanza di beni per Israele e per la città santa.

1 Ëlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te.

Alzati dallo stato di prostrazione e di tenebre perché priva della gloria del Signore e abbandonata dai tuoi figli.

Rivestiti di luce, perché viene la tua luce. La luce, qui chiamata tua, è la salvezza stessa che proviene dalla gloria del Signore.

La gloria del Signore è la sua presenza, che in Gerusalemme si manifesta come luce. Il profeta Ezechiele contempla la gloria del Signore, che ritorna dall’esilio nel tempio: ed ecco che la gloria del Dio d’Israele giungeva dalla via orientale e il suo rumore era come il rumore delle grandi acque e la terra risplendeva della sua gloria (Ez 43,2). Di essa risplende la luce prima, che è fondamento di tutta la creazione e distinzione di tutte le sue opere (cfr. Gn 1,3).

Questa luce è densa di misteri e ne è rivelatrice; è infatti la luce che promana dal Verbo, luce che il­lumina ogni uomo (Gv 1,9).

2 Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,

nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te.

La tenebra, la nebbia fitta (o caligine), luce sono tutti elementi della Gloria del Signore (cfr. Es 16,10; 4,11). Essa è tenebra e caligine per i popoli ed è luce per Gerusalemme ed Israele.

In quanto illuminata dalla gloria del Signore, Gerusalemme ha un’esperienza luminosa del Signore; i popoli invece hanno una conoscenza «caliginosa». Sono due gradi e due qualificazioni diversi di conoscenza dovuti al diverso manifestarsi della Gloria del Signore. In Gerusalemme essa si mani­festa come luce purissima (cfr. 1Gv 1,5: Dio è luce e in lui non vi è tenebra alcuna).

Questa luce si manifesta pienamente in Gesù nella sua stessa umanità, che non offusca la sua di­vinità ma al contrario la manifesta, come Egli stesso dichiara: «Io sono la luce del mondo; chi se­gue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).

3 Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere.

I popoli abbandonano la loro conoscenza «caliginosa» e s’incamminano verso quella luminosa, che risplende in Gerusalemme. Dalla conoscenza di Dio «andando come a tentoni» (At 17,27) essi

giungono a quella piena in virtù dell’Incarnazione del Signore e del suo mistero pasquale.

Del tuo sorgere, cioè di quello che sorge in te, che è la Gloria del Signore.

I re confluiscono verso Gerusalemme. Anche le autorità dei popoli, che incarnano le tradizioni e il sapere, si muovono dalla loro conoscenza (simile a caligine) verso la luce della gloria del Signore, che è in Gerusalemme. Di questo sono esempio i magi, come ci fa comprendere l’evangelo secon­do Matteo.

La Parola di Dio si evidenzia nella sua verità e si relaziona come luce a tenebre in rapporto alla co­noscenza presente tra i popoli.

4 Alza gli occhi intorno e guarda:

tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano,

le tue figlie sono portate in braccio.

Ora il profeta invita Gerusalemme, dopo che si è alzata dalla sua prostrazione, ad alzare gli occhi e volgerli da ogni lato.

I suoi figli, che erano stati dispersi, sono ora di nuovo radunati per muoversi verso Gerusalemme. I popoli riportano in lei i suoi figli e le sue figlie con l’affetto e la delicatezza di una madre (in brac­cio).

Punto di attrazione in Gerusalemme è l’Innalzato, come dichiara il sommo sacerdote Caifa nella let­tura che ne fa l’evangelista: Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riu­nire insieme i figli di Dio che erano dispersi (Gv 11,51-52).

5 Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,

verrà a te la ricchezza delle genti.

Il lutto si tramuta in gioia. La gioia intensa nel vedere i propri figli ritornare farà palpitare il cuore; questo batterà forte, forte per la gioia e poi si dilaterà riprendendo coraggio perché il periodo dell’umiliazione è terminato.

Gerusalemme vedrà confluire in lei le ricchezze dei popoli che stanno a occidente, quelli delle isole, perché anche là si erano dispersi i suoi figli. Così pure da tutti i popoli confluiranno grandi ricchezze portate da coloro che riconducono a Gerusalemme i figli d’Israele.

In che modo ora sta avvenendo questo?

La risposta non è immediata. Perché tutto passa attraverso il rovesciamento dei criteri della sa­pienza umana e il manifestarsi della Gloria di Dio avviene nei modi che non sono propri neppure del pensare religioso.

Anche questa visione d’Isaia deve passare attraverso lo scandalo della Croce, che viene piantata in Gerusalemme, operando un restringimento della visione che si concentra appunto nel Signore cro­cifisso, proprio perché anche Gerusalemme stessa nel momento della sua morte partecipa del mi­stero di Sodoma, come dice l’Apocalisse: I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della gran­de città, che simbolicamente si chiama Sòdoma ed Egitto, dove appunto il loro Signore fu crocifisso (Ap 11,8).

La nostra ingenuità spirituale si potrebbe facilmente abbandonare a delle fantasie, mentre la visio­ne emerge dallo Spirito Santo e si comunica al nostro spirito facendogli contemplare questo movi­mento di convergenza universale più che come continuità nella storia proprio come rottura provoca­ta dallo scandalo della Croce. Solo a prezzo di questa rottura avviene la riunificazione di tutti e di tutto. Perché solo in Lui crocifisso e innalzato avviene l’inversione di rotta nella storia dei popoli verso l’adempiersi perfetto delle profezie. Noi ora, in virtù del Cristo, siamo in cammino verso que­sta perfetta e puntuale attuazione delle profezie.

6 Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa,

tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.

Dopo aver contemplato l’arrivo dal mare (da occidente) ora la profezia contempla l’arrivo dal deser­to (cioè da sud e da oriente).

Cammelli e navi rappresentano civiltà diverse in cui sono dispersi i figli di Gerusalemme.

Essi portano gli stessi doni che portò la regina di Saba a Salomone (cfr. 1Re 10,2) e mentre cam­minano verso Gerusalemme tutti proclamano le glorie del Signore. Tutti proclamano quello che il Signore ha compiuto per redimere tutti i popoli e unificarli con Israele in un sol popolo in Gerusa­lemme.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 71

R/. Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.

O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia; egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto. R/.

Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace,

finché non si spenga la luna. E dòmini da mare a mare,

dal fiume sino ai confini della terra.       R/.

I re di Tarsis e delle isole portino tributi, i re di Saba e di Seba offrano doni.

Tutti i re si prostrino a lui, lo servano tutte le genti. R/.

Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto.

Abbia pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri. R/.

SECONDA LETTURA                                     Ef 3,2-3.5-6

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini

Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro fa­vore:

Con la prima venuta di Gesù siamo entrati nella pienezza dei tempi e nella loro relativa economia: economia che è rivelazione del mistero tenuto nascosto e che a noi è comunicato come grazia del Padre, per mezzo della quale siamo stati salvati e della quale Paolo è stato amministratore e mini­stro secondo il dono della grazia di Dio, che gli è stata data.

A me affidato a vostro favore. La grazia di Dio, che l’Apostolo ha ricevuto, la deve rendere effica­ce, attraverso il suo ministero, che consiste nella dispensazione del mistero di Cristo.

3 [poiché] per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui vi ho già scritto brevemente.

Poiché «spiega il dono» (Zerwik).

Per rivelazione e non per tradizione. L’espressione ricorre in Rm 16,25: secondo la rivelazione del mistero taciuto nei tempi eterni, manifestato ora mediante le Scritture profetiche. Questo mistero ri­velato è l’Evangelo di Paolo ed è la predicazione di Gesù Cristo. Ora Paolo lo ha ricevuto secondo rivelazione da parte di Dio: non gli è stato trasmesso dagli altri Apostoli ma gli è stato reso noto da Dio. Così esplicitamente afferma in Gal 1,12: infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

di cui vi ho già scritto brevemente. La benedizione iniziale è una summa del mistero rivelato a Paolo.

[4 Leggendo ciò che ho scritto, potete rendervi conto della comprensione che io ho del mistero di Cristo.]

Queste parole rivelano la forza delle divine Scritture: Potete per la potenza che lo Spirito conferisce alle parole dell’apostolo, leggendo, perché la Scrittura è il luogo della rivelazione apostolica, ren­dervi conto per lo Spirito di sapienza e di rivelazione, che è in noi e che apre gli occhi del nostro cuore, della comprensione che io ho del mistero di Cristo, comunicata da Dio all’Apostolo, co­me sorgente di rivelazione.

5 Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito:

Il mistero è rivelato a coloro che sono il fondamento della Chiesa: i santi apostoli e i profeti. Attra­verso costoro è fatto conoscere ai figli degli uomini. Lo Spirito Santo comunica alla chiesa la parola degli apostoli e dei profeti. Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio (1Gv 4,2).

6 che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso cor­po e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.

Enunciato del mistero: i gentili, sono in Cristo coeredi, formano lo stesso corpo, e sono partecipi della promessa. Facendo parte in un unico corpo con Israele, il Corpo di Cristo, in virtù del battesi­mo, i Gentili partecipano della stessa eredità e della stessa promessa.

Nota

L’Apostolo Paolo è prigioniero e nelle sue catene riceve una rivelazione più profonda della Chiesa, che egli comunica a noi mediante questa lettera.

Senza rivelazione non si può conoscere chi sia la Chiesa. Le lettere apostoliche lette pubblicamen­te ci danno la capacità di capire questo mistero. Ci vogliono orecchie per capire. Chi ha le orecchie chiuse chieda che gli si aprano per capire. Lo chieda umilmente e comincerà capire le parole che sono proclamate nell’assemblea.

La grazia di Dio è comunicata attraverso il ministero dell’Apostolo. La grazia che Dio ci ha fatto in Cristo è di essere diventati suoi figli: a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati (Gv 1,12-13). Noi cresciamo quando ascoltiamo l’Evangelo che ci nutre come latte genuino e come cibo solido. Dio anticamente aveva scelto un solo popolo con cui aveva fatto il patto al Sinai, aveva fatto delle promesse e lo aveva reso suo erede. Ora in Cristo tutti gli uomini sono chiamati a essere un solo corpo, ritrovando l’unità perduta con l’ascoltare il S. Evangelo e ad esser eredi con Cristo del Regno dei cieli e ad avere parte delle promesse divi­ne.

Ogni volta quindi che ascoltiamo l’Evangelo proclamato nella Chiesa e lo custodiamo nel cuore, noi superiamo le divisioni e ci lasciamo attrarre da Cristo. Quando invece non ascoltiamo l’Evangelo ci lasciamo prendere dalle passioni che rendono sempre più profonda la divisione. Chi ascolta l’E­vangelo non vede più negli altri dei nemici da odiare, ma se anche sono nemici, vanno amati; egli non segue dunque la passione tenebrosa dell’odio ma la forza luminosa dell’amore, non la cecità dell’ira ma la lungimiranza della pazienza.

I magi seguono la stella e si mettono alla ricerca: a Betlemme trovano il Bimbo e lo adorano. Anche noi lo troveremo se lo cerchiamo e se già disponiamo i nostri cuori a offrire doni al Signore: l’oro della nostra fede, l’incenso della nostra adorazione e la mirra della nostra umiltà. Chi ascolta le pa­role di vita e le custodisce in sé e non resiste allo Spirito, che gli indica il bene da fare, troverà il Si­gnore e gli potrà offrire i suoi doni.

CANTO AL VANGELO                                     Cf Mt 2, 2

R/.      Alleluia, alleluia.

Abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti per adorare il Signore.

R/.      Alleluia.

VANGELO                                                        Mt 2,1-12

Dal vangelo secondo Matteo

1 Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Ge­rusalemme

Ora l’Evangelo precisa il luogo della nascita del Cristo: è Betlemme, secondo la profezia. Definisce pure il tempo: nei giorni del re Erode. Il titolo che è proprio di Davide (1,6) è usurpato da uno stra­niero che, a costo di stragi, tiene come un tesoro geloso questo titolo. In questa situazione viene proclamata la regalità di Cristo. Ecco, sottolinea un’apparizione improvvisa e inaspettata simile a quella in cui si annuncia la Vergine.

Alcuni magi, personaggi misteriosi, potenti perché in contatto con la sfera del divino. «Qui è uno che è in possesso di un sapere particolare (segreto) riguardante specialmente il significato del cor‑

so delle stelle e le sue corrispondenze nella storia del mondo» (Delling, GLNT). Dalla loro sapienza «terrena, carnale, diabolica» (Gc 3,15) sono condotti alla sapienza spirituale, celeste.

Giungendo a Gerusalemme, essi giungono a questa sapienza. L’itinerario dalla loro terra alla città santa è un itinerario di conversione che li spoglia della loro sapienza terrena. Infatti essi che abi­tualmente sono consultati, interrogano. Insegna infatti l’Apostolo: Nessuno inganni se stesso; se qualcuno crede di essere sapiente tra voi in questo mondo, divenga stolto per divenire sapiente (1Cor 3,18). Abbandonata la loro sapienza, essi ora cercano.

2 e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».

Abbiamo visto spuntare la sua stella. Il Messia è l’Oriente dall’alto e mentre appare sulla terra, nel cielo appare la sua stella. Nella divina Scrittura, seguendo l’insegnamento dei Padri, noi ci rife­riamo a Nm 24,17: «Lo vedo ma non ora, lo contemplo ma non è vicino, è salita una stella da Gia­cobbe ed è sorto uno scettro (= un dominatore) da Israele». La stella, che sorge, è simbolo del Cri­sto, che in Ap 22,16 così si definisce: «Io sono la radice e la progenie di Davide, la stella splenden­te del mattino». La stella che sorge nel cielo ha quindi le caratteristiche del Cristo. Essa «sorge» al­la sua nascita e quindi non fa parte del sistema stellare, certamente risplende della luce che fu creata il primo giorno e la sua luce le è data dalla gloria del Cristo. È difficile riconoscerne la natura. Come la colonna di fuoco era segno della presenza divina, così questa stella, assai diversa da tutte le altre per splendore e per il suo corso, è segno della nascita del Cristo. Come sempre all’umiliazione del Cristo corrisponde la sua glorificazione. I magi infatti vengono per adorare il Na­to Re dei Giudei, per riconoscerne la sovranità sopra di loro. Essi lo chiamano il re dei Giudei, questo titolo è messianico e si leggerà sulla sua croce.

Vedi questo testo d’Ignazio:Agli smirnioti XIX 1 E rimase occulta al principe di questo secolo la ver­ginità di Maria e il suo parto, e così anche la morte del Signore: tre misteri clamorosi che furono compiuti nel silenzio di Dio. 2 Come dunque furono essi manifestati ai secoli? Una stella brillò in cie­lo sopra tutte le stelle e la sua luce era inesprimibile e produsse smarrimento la sua novità; e tutte le altre stelle insieme con il sole e la luna fecero coro intorno a quella stella, ed essa faceva ri­splendere la sua luce al di sopra di tutte. 3 E c’era turbamento, donde fosse quella novità diversa da esse. Allora fu dissolta ogni magia ed ogni legame di malizia annullato, l’ignoranza distrutta, l’antico regno fatto perire, quando Dio si manifestò in forma umana, per una novità di vita eterna: e aveva principio quel che presso Dio era compiuto. Donde tutto veniva sconvolto, perché si preparava l’a­bolizione della morte.

3 All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.

Volutamente l’evangelista contrappone il re dei Giudei al re Erode per contrapporre due regalità, quella messianica e quella di Cesare, come avverrà durante la Passione. Assieme al re Erode è turbata tutta Gerusalemme. Questo turbamento è il segno della presenza divina. L’annuncio dei magi comunica gli effetti dell’evento che si è compiuto e che è presente in mezzo al popolo: il Mes­sia è nato! Allo stesso modo sono turbati i discepoli contemplando il Signore che passeggia sul ma­re (14,26). Erode cerca subito di reagire e si nasconde sotto il manto della falsa pietà. Ma come egli agisce non fa altro che mettere in risalto quanto si è compiuto. Tutto è dominato dalla signoria del Cristo, che si rivela per bocca dei magi, nel turbamento di Erode e di Gerusalemme e infine nel momento solenne in cui i saggi d’Israele consultano le divine Scritture.

4 Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo.

Erode fa una convocazione ufficiale sia dei capi dei sacerdoti che degli scribi del popolo. Nei capi dei sacerdoti risiede l’autorità religiosa e negli scribi, che ammaestrano il popolo, si trova la conoscenza delle divine Scritture. Essendo sommi sacerdoti e scribi del popolo, spetta loro ricono­scere il Cristo mediante le divine Scritture e indicare la via che conduce al luogo della sua natività. Anche la stella nasconde il suo splendore in Sion, perché da Sion uscirà la legge e la Parola del Signore da Gerusalemme (Is 2,3). Le Genti, rappresentate dai Magi, chiedono a Israele le prove di autenticità del Cristo mediante le Scritture

5 Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:

6 “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».

I sommi sacerdoti e gli scribi, a una sola voce, danno ad Erode la risposta. Il Cristo deve nascere in Betlemme di Giudea. Tutto di Lui è scritto fin nei minimi particolari. I saggi d’Israele citano sia Mi 5,1.3 che 2Sm 5,2. La citazione composita unisce in modo inscindibile Betlemme alle origini del Cristo. Infatti la grandezza di Betlemme è di dare origine al Pastore d’Israele (cfr. 2Sm 7,7). Inoltre, nella profezia, si definisce come «pastorale» il governo del Cristo secondo la profezia di Ezechiele

che contrappone ai cattivi pastori un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide mio servo sarà principe in mez­zo a loro, io il Signore, ho parlato (Ez 34,22-24).

7 Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era ap­parsa la stella

Di fronte alle Scritture, che parlano con evidenza del Cristo e alla stella che ha condotto i Magi, Erode non si piega; fa un calcolo che lo porterà alla strage dei bimbi di Betlemme. Il suo cuore è talmente indurito entro la logica del potere che nessun segno soprannaturale lo smuove dalla sua durezza. Dopo essere stato sconvolto dalla situazione, egli ha già in animo di uccidere il Cristo. Egli appartiene alla stirpe del drago, che, stando davanti alla partoriente, ne vuol divorare il figlio (cfr. Ap 12,4). Per compiere questo, egli si nasconde sotto le vesti della pietà, simile al satana che si trave­ste in angelo di luce, come ci insegna l’Apostolo (cfr. 2Cor 11,14).

8 e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».

Il veleno mortale dell’aspide si nasconde sotto il miele della pietà e le sue parole traggono in ingan­no anche i magi. Del resto è pur vero che anche Erode deve sottomettersi alla regalità del Cristo. Ora egli ha la parvenza della pietà, mentre ne ha rinnegata la forza interiore (cfr. 2Tm 3,5).

Il Cristo svela quello che c’è nei cuori. Tutti si muovono alla sua nascita: la creazione celeste con l’astro che rivela ai magi e con gli angeli che annunciano ai pastori; le divine Scritture lo rivelano. Egli opera il giudizio: Erode è turbato, Gerusalemme è sconvolta, i sommi sacerdoti e gli scribi leg­gono le divine Scritture, i magi corrono con doni. Nessuno può restare indifferente davanti a Lui.

9 Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino.

Ricevuta in Gerusalemme l’esatta indicazione della città della natività, i magi escono dalla città san­ta, ed ecco riappare la stella che fa loro da guida e sosta sul luogo dov’era il bambino. Qui si con­clude il suo itinerario e qui scompare riassorbita dalla gloria del Cristo. Infatti è scritto: Le stelle bril­lano dalle loro vedette e gioiscono; egli le chiama e rispondono: “Eccoci!” e brillano di gioia per co­lui che le ha create (Bar 3,34-35). Essa ha compiuto con gioia la sua missione e, attratta dal Cristo, che l’ha richiamata a sé, ha obbedito con tremore (cfr. ivi, 33). Tutta la creazione riconosce la sua signoria. Non c’è da stupirsi se anche le stelle gli obbediscono dal momento che anche il vento e il mare gli obbediscono. Arrestandosi sopra dov’era il Bambino dobbiamo pensare che la sua luce si è collegata con il Cristo. I magi hanno colto un rapporto di luce tra la stella e il Bimbo. Infatti di Lui è scritto: Il suo splendore è come la luce, bagliori di folgore escono dalle sue mani; là si cela la sua potenza (Ab 3,4). Nella sua umanità si cela la sua potenza, mentre dalle sue mani esce la luce del­la stella e il suo splendore, pur nella piccolezza della natura, è come la luce. Tutto è estremamente normale e nascosto, ma illuminati nella loro fede, i magi contemplano la gloria del Cristo. Essi non si stupiscono di non vedere un Bimbo nelle vesti di una regalità terrena, perché lo contemplano nei segni della sua gloria celeste.

10 Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima.

È la gioia del Cristo che si comunica nei suoi segni e che è vissuta solo da coloro che credono. Do­po la fatica della ricerca vi è una gioia incommensurabile che è simile a quella di colui che ha trova­to un tesoro in un campo. Essi procedono di luce in luce, di gloria in gloria fino a che giungono al Cristo. Prima la stella non aveva loro procurato questa grandissima gioia, ora, al termine del cam­mino, la infonde.

11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi apri­rono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.

Entrati nella casa, videro quanto la profezia aveva annunciato: il Bambino con Maria sua ma­dre, sigillata nella sua verginità. Infatti il silenzio su Giuseppe vuole mettere davanti allo sguardo il mistero della Vergine e del Bimbo, quest’unica maternità annunciata dal profeta. Si prostrarono e lo adorarono per adempiere la profezia: E lo adoreranno tutti i re della terra, tutti i popoli lo servi­ranno (Sal 71,11). Essi cadono davanti al Cristo come dice di sé Balaam: Oracolo di chi vede la visione dell’Onnipotente, e cade ed è tolto il velo dai suoi occhi (Nm 24,4). I magi cadono perché è tolto il velo dai loro occhi. Colui che avevano contemplato nel segno della stella ora lo vedono so­prattutto con gli occhi dell’interiore visione e gli offrono doni, come i principi d’Israele offrirono doni per la dedicazione dell’altare (cfr. Nm 7,10). I doni sono profetizzati nelle divine Scritture. Dell’oro è detto: Gli sarà dato dell’oro di Arabia (Sal 71,15). Isaia poi dice: Portando oro e incenso (Is 60,6).

La mirra è parte integrante dell’olio per l’unzione sacra, come è detto in Es 30,22-25: Procurati bal­sami pregiati: mirra vergine per il peso di cinquecento sicli (23).

Nei doni è espresso il mistero. S. Girolamo dice: «In modo bellissimo Gioveneo presbitero riassume i simboli mistici dei doni in un solo versetto: con l’incenso, l’oro e la mirra fecero doni al re, all’uomo e a Dio».

In questi doni è designata la persona stessa del Cristo come Sapienza del Padre e sposo della Chiesa. Il suo capo infatti è oro puro (Ct 5,11); le sue vesti sono tutte mirra, aloe e cassia (Sal 44,9); la Sapienza si definisce simile a nuvola d’incenso nella tenda (Sir 24,15) e dice come mirra scelta ho sparso buon odore (ivi). La sposa lo celebra dicendo: Le sue labbra sono gigli, che stilla­no fluida mirra (Ct 5,13) e ancora: le sue mani sono anelli d’oro Le sue gambe, come di alaba­stro, posate su vasi d’oro puro (ivi, 14,15). Alla sposa è comunicato il mistero dello sposo: Che cos’è che sale dal deserto come una colonna di fumo, esalando profumo di mirra e d’incenso e d’ogni polvere aromatica? (Ct 3,6). Nei doni dei magi sono quindi racchiusi grandi misteri; in essi il Cristo si rivela e manifesta pure il suo mistero sponsale con la Chiesa.

12 Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Avendo contemplato il Signore nei suoi misteri e adoratolo nella sua carne mortale, non sono più guidati dalla stella, ma ricevono da Dio la rivelazione. Egli parla loro come a Giuseppe (2,22). Fan­no parte del popolo di Dio e vengono quindi liberati dalle trame subdole di Erode.

Note

«Sappiamo che Matteo ci racconta un grande evento messo in luce da Isaia e dagli Efesini: il re Messia d’Israele è nato e i grandi non lo sanno, genti lontane sono guidate dalla luce di Dio ma non possono trovarlo senza la mediazione d’Israele. Si commuovono dice il testo ma non si muovono e i magi vanno a cercare e trovano: trovano per convergenza della sapienza d’Israele con una mo­zione divina: Israele possiede il tesoro delle Scritture, lo offre per gli altri, non lo adopera per sé. Israele è estraneo all’incontro col Cristo nato: Questa estraniazione durerà fino alla fine dei secoli. Gli altri trovano, si consegnano e donano. Questo, dice Paolo, della salvezza di tutte le Genti, è il mistero nascosto in Dio e rivelato solo nella nuova economia. Paolo esulta perché è stata rivelata a lui questa grazia e di essere lui il servo di questa espansione dell’Evangelo: egli predica in base all’energia che ha risuscitato Cristo e che dalla Chiesa in lui passa. Questo annuncio è risurrezione dai morti, ogni volta che l’apostolo annuncia alle Genti compie una risurrezione dai morti e il dono dello Spirito che è la Pentecoste. La ricchezza stessa di Gerusalemme è incompleta fino a che tutte le Genti non abbiano portato in Gerusalemme i loro tesori.

Tutto il mondo e tutte le Genti devono essere salvate in Cristo perché egli è l’unico salvatore: tutte le rivelazioni precedenti si fermano prima di questa rivelazione: tutte le Genti si salvano in Cristo che è l’unico salvatore e capo come è l’unico mediatore.

È quindi impossibile non occuparsi della salvezza di tutte le Genti se veramente crediamo in Cristo e abbiamo ricevuto la sua energia vivificante siamo costretti a spendere questa energia per gli altri perché abbiamo la vita: infatti sono atei e senza vita. E se siamo stati dotati della potenza di risusci­tare i morti e di sigillare gli altri con la caparra dello Spirito perché non lo adoperiamo?

Siamo chiamati a operare per la salvezza delle Genti. Le vie sono moltissime.

Questo è il nostro potere e questo è il nostro dovere per l’energia dataci dal Padre nel Cristo morto. La ricchezza delle Genti deve entrare dentro alla Gerusalemme. Non si tratta di dissolvere il cristia­nesimo e l’annuncio: ma si tratta di muoversi e lasciarsi muovere dalla conoscenza del Signore e dal suo Spirito nelle Scritture per andare ad annunciare la salvezza fino a che le Genti scoprano i loro tesori e li offrano. Non è questo dissolvere ma ricapitolazione, i magi offrono i loro doni e sono in tal modo inseriti come realtà significative ed essi ricevono la salvezza.

Questo è il significato della pagina d’Isaia. Sappiamo già tutto ma ora vogliamo pregare perché Lui faccia tutto.

I magi fanno una sola cosa s’incamminano, giungono e adorano.

Tutto questo per la sua gloria e la nostra e per quella di tutti gli uomini, perché tutti vuole, perché tutti vuole radiosi in Cristo suo Figlio» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerusalemme, Epifania, 1980).

PREGHIERA DEI FEDELI

C.Fratelli e sorelle carissimi il santo martire Ignazio scrive che «rimase occulta al principe di questo secolo la verginità di Maria e il suo parto, e così anche la morte del Signore, tre misteri ovunque proclamati, che furo­no compiuti nel silenzio di Dio».

Grati a Dio che ci ha rivelato il suo Figlio mediante la stella «che brillò in cielo sopra tutte le stelle», preghia­mo insieme e diciamo:

Ascolta, o Padre, la nostra preghiera

  • Perché le Genti, che nei Magi hanno accolto la rivelazione della nascita del Cristo, mediante lo splendore della stella, che li condusse ad adorare il Bambino, lo accolgano nella predicazione evangelica, preghia­mo.
  • Perché i figli d’Israele, che al Giordano udirono la voce paterna proclamare Gesù come il Figlio suo ama­to e videro lo Spirito scendere su di Lui, perché possano contemplare nelle divine Scritture la sua gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità, preghiamo.
  • Perché la santa Chiesa, resa pura alle acque del Giordano, riunisca tutti i popoli alla mensa eucaristica, preludio della gioia delle nozze alla fine dei tempi, preghiamo.
  • Perché nel contemplare la manifestazione del Signore, siamo ripieni di gioia indicibile e gloriosa per la sua venuta alla fine dei tempi, preghiamo.

O Signore, Astro sorto da Giacobbe, che hai riempito di gioia i sapienti scrutatori delle stelle e li hai accolti svelatamente mentre ti portavano le primizie delle Genti, simboli del tuo Mistero, accogli l’umile preghiera della tua Chiesa e porta a compimento l’opera della tua redenzione.

Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Amen.

BATTESIMO DEL SIGNORE

Scintillio di luce sull’acqua viva, il corpo immacolato tutto s’immerge.

Ecco il principio

della creazione:

soffio dello Spirito, la voce sull’acqua.

Cristo viene ai miseri, pace in cielo e in terra, speranza che fiorisce al calore dell’amore.

Rigenerati dallo Spirito dal grembo verginale della Madre Chiesa, cantiamo l’alleluia.

Vivendo puri e umili, con grazia evangelica, siano bianche le vesti nel sangue dell’Agnello.

Resi puri dai divini misteri, a te, Agnello immacolato, innalziamo la nostra lode:

Ave, o nuovo Adamo!

Dal tuo corpo immolato siamo redenti.

Ave, o Corpo virgineo,

principio della nuova umanità.

Ave, o Figlio di Dio!

Dalle acque rigeneri la Chiesa.

Ave, o Sposo!

Nell’acqua lavi la chiesa, tua Sposa.

Ave, o Puro!

Nel Battesimo ci rendi santi e immacolati.

Gloria a te per i misteri della nostra redenzione!

– A –

Nota introduttiva alle letture

«Is 42,1-7. Il testo torna più volte nella Liturgia. È chiave per capire l’Evangelo. Oggi lo leggiamo nella prospettiva della festa. Il profeta proclama la presenza del Servo, colui che è eletto, nel quale il pensiero e l’amore di Dio totalmente riposa e si compiace.

  1. Il diritto, egli dona la giustizia e la santificazione di Dio. La giustizia, che abitava in Israele in virtù del patto, qui è comunicata a tutti i popoli.
  2. Alcune caratteristiche del Servo:

– presentazione molto dimessa, non s’impone con orgoglio, non si afferma con tumulto. – voce chiara ma non fragorosa.

  1. dà a tutti una speranza; fedelmente apporterà la giustizia.
  2. Rapporto tra Dio creatore e questo servo. Per capire bene questo versetto dovremmo leggere il racconto della creazione: tutto ciò che Dio compie nell’atto della creazione, tutto questo è compiu­to dal Servo: nuovamente i cieli sono creati …
  3. Qui è il quadro del Sinai. Dio lo ha plasmato perché fosse l’ALLEANZA per il popolo e luce per i popoli della terra.
  4. dà ai prigionieri la piena libertà.

At 10,34-38. Questo testo ci fa toccare con mano lo schema della predicazione primitiva. Cornelio è un uomo che teme Dio e Pietro annuncia a lui la Parola. Vi è un riconoscimento del fatto che Dio non fa preferenze di persone.

  1. 36. Dio manda la sua Parola ai figli d’Israele, però ora questa Parola è annunciata a tutti. Questo versetto è il nucleo dell’annuncio. La Parola annunciata a Israele da Abramo in poi è data attraver­so Cristo. Lui è la parola di pace nel quale si sintetizza tutta la pace.
  2. 37-38. La Parola è cominciata dalla Galilea dopo il Battesimo predicato da Giovanni. Il Servo ha nome Gesù. Ha cominciato da Nazareth ed è andato a Gerusalemme: in questo cammino ha dato il bene e ha guarito coloro che erano sotto il potere del diavolo per reintegrarli nella sua umanità.

Mt 3,14-17. Cristo viene per essere battezzato da Giovanni. Questo battesimo suppone il peccato e un’umiliazione nel confessare i peccati.

Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia”. Noi: Cristo per la sua parte e Giovanni per la sua. Giovanni chiude la sua missione compiendo questo supremo atto di giustizia, battezzare l’innocente.

È attraverso questo adempimento rovesciato che i cieli si aprono. La nostra giustizia non apre i cie­li. Il peccato di tutta l’umanità è deposto nel profondo per questa umiliazione e allora i cieli si aprono e Dio si manifesta. Per questo il Padre gli rende la suprema testimonianza.»

(d. G. Dossetti, appunti di omelia, S. Antonio, 9 gennaio 1972).

PRIMA LETTURA                                           Is 42,1-4.6-7

Dal libro del profeta Isaìa

Così dice il Signore:

1 «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni.

Ecco, il Signore lo indica; tutti possono vederlo perché il Verbo è divenuto Carne, il Figlio ha svuo­tato se stesso assumendo la natura del servo.

Che io sostengo, lo rafforzo (cfr. 41,10: Ti rendo forte e anche ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa). Il servo è l’eletto di Dio nel quale Egli si compiace, cioè lo ama con amore tene­rissimo.

Ho posto il mio spirito su di lui, questa espressione indica lo spirito di profezia (cfr. Nm 11,29: Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!). Esso riposa sul Messia, come è detto in 11,2: Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di in­telligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.

Egli porterà il diritto alle nazioni, il diritto è dato dalla Legge del Signore, che il Servo farà cono­scere tra le Genti. L’annunzio evangelico è pertanto la perfezione della Legge. Le Genti conosce­ranno la Legge nella pienezza evangelica.

2 Non griderà né alzerà il tono,

non farà udire in piazza la sua voce,

Il Servo non griderà né alzerà il tono perché egli è mite e umile di cuore e la legge evangelica non è un giogo pesante ma un carico leggero e un giogo soave (cfr. Mt 11,30). Quanti vorranno im­parare la dottrina evangelica, la impareranno nella mitezza e nella pace. Dal momento che non fa­rà udire in piazza la sua voce quanti vorranno apprendere dovranno parlare con Lui e mettersi ai suoi piedi. L’insegnamento evangelico è trasmesso attraverso un rapporto personale con il Mae­stro, che si attua anche nell’annuncio pubblico. Se infatti Egli non parla al cuore quando sono pub­blicamente proclamate le divine Scritture, invano la voce risuona e la parola si espande. Chi lo vuo­le udire deve cercare in silenzio la sua Parola anche in mezzo all’assemblea.

La sua forza sta proprio nella sua mitezza e la sua capacità di persuadere sta nella sua penetrazio­ne del cuore.

3 non spezzerà una canna incrinata,

non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità.

Canna incrinata sono i poveri e gli oppressi; nella canna è espressa la loro debolezza, nell’incrinatura il loro essere oppressi. Il Messia li giudicherà con giustizia e renderà salde le loro sorti (cfr. 61,1: Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzio­ne; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri).

La stessa verità è espressa dall’immagine dello stoppino dalla fiamma smorta. Colui che ormai sta per spegnersi sarà dal Messia ravvivato perché dia la sua stessa luce (cfr. Mt 5,14: «Voi siete la luce del mondo»).

Proclamerà il diritto con fermezza. Il diritto del Signore, il suo giudizio, il Messia lo proclamerà con fermezza cioè nella forza della verità, che è il contrario dell’apparenza (cfr 11,3: Non giudiche­rà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire).

Essendo Egli stesso la verità non formulerà nessuna legge (il diritto) che non sia conforme a verità e l’applicherà in modo che risalti con evidenza il vero e il giusto.

4 Non verrà meno e non si abbatterà,

finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento.

Non verrà meno (lett.: non si spegnerà). Come il Messia non spegne la luce dello stoppino dalla fiamma smorta allo stesso modo egli non si spegnerà nel suo splendore nonostante il tentativo che faranno di spegnerlo con la sua morte. Non si abbatterà (lett.: non sarà spezzato). Come il Mes­sia non spezza la canna incrinata così egli non sarà spezzato nel momento in cui tenteranno di spezzarlo (cfr. l’Agnello pasquale citato in Gv 19,36: Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso ).

Al contrario di quanto pensavano i suoi avversari nel tentativo di spegnerne la luce e di spezzarlo con la morte, il Servo stabilirà il diritto sulla terra, cioè darà a Israele il dono della piena cono­scenza e per la sua dottrina saranno in attesa le isole. Le isole, in quanto terre lontane rappre­sentano le Genti; queste attendono di essere ammaestrate dal Servo del Signore.

Il Signore contempla questo movimento verso il luogo dov’è il suo Servo per ascoltare dalle sue labbra la Legge del Signore.

5 Così dice il Signore Dio che crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il re­spiro alla gente che la abita e l’alito a quanti camminano su di essa:

Abbiamo qui un nuovo oracolo profetico. Esso è introdotto con gli appellativi divini: il nome proprio e la sua azione creatrice in favore del suo popolo.

Il Signore Dio (lett.: Iddio il Signore). Iddio con l’articolo sottolinea che Egli è l’unico e non ve ne sono altri. Egli è colui che non solo ha creato una volta per sempre ma mantiene in essere le sue creature, per questo usa il presente. L’autore sacro nomina tre spazi nei quali si svolge l’azione creatrice: i cieli, la terra e tutti gli esseri dotati di soffio vitale. Anche in questi il movimento che li rende vivi ha inizio da Dio.

Il respiro è nella lingua ebraica «lo spirito» e l’alito è «il soffio». In una linea patristica, che passa at­traverso Basilio, Ireneo, Girolamo fino a Tommaso, si distingue il soffio come la realtà creaturale e lo Spirito come il dono fatto da Dio ai redenti.

L’azione del Servo, in quanto strettamente dipendente da Dio, s’iscrive all’interno della creazione rinnovandola. Non c’è realtà che sfugga alla sua azione, secondo quanto c’insegna l’apostolo: Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre (Fil 2,9-11).

6 Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia

e ti ho preso per mano;

ti ho formato e ti ho stabilito

come alleanza del popolo

e luce delle nazioni,

7 perché tu apra gli occhi ai ciechi

e faccia uscire dal carcere i prigionieri,

dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».

Io, il Signore, l’oracolo è solenne. Il Signore parla al suo Servo. Ti ho chiamato per la giustizia, in quanto il Servo è l’unico giusto (cfr. 53,11: il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità). L’apostolo insegna: Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione (1 Cor 1,30).

E ti ho preso per mano, cioè in te manifesto la mia forza.

Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo, il Cristo è stato plasmato nel seno materno ed è stato costituito come alleanza del popolo in virtù del suo sacrificio, come è scritto in Eb 10, 5­ 10: Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre. Non solo, ma il Cristo diviene luce delle nazioni: dal suo sacrificio, offerto in seno a Israele, la luce del suo insegnamento s’irradia in tutte le nazioni.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 28

R/. Il Signore benedirà il suo popolo con la pace.

Date al Signore, figli di Dio,

date al Signore gloria e potenza.

Date al Signore la gloria del suo nome,

prostratevi al Signore nel suo atrio santo.                     R/.

La voce del Signore è sopra le acque, il Signore sulle grandi acque. La voce del Signore è forza, la voce del Signore è potenza. R/.

Tuona il Dio della gloria,

nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!».

Il Signore è seduto sull’oceano del cielo, il Signore siede re per sempre. R/.

SECONDA LETTURA                                     At 10,34-38

Dagli Atti degli Apostoli

In quei giorni, 34 Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa prefe­renze di persone,

Prese la parola, lett.: Aprì la sua bocca, espressione biblica di particolare solennità (cfr. Mt 5,2; At 8,35, Ap 18,6).

Fa una constatazione (in verità sto rendendomi conto) di ciò che la Scrittura afferma di Dio che cioè non fa preferenze di persone, come è scritto in Dt 10,17: non usa parzialità e non accetta re­gali. A questa caratteristica divina si appella pure Paolo: Gal 2,6; Rm 2,11 (è la stessa tematica). Dio non tiene conto di distinzioni e categorie umane, anche se da Lui volute quali quelle all’interno dell’elezione, Israele e le Genti.

35 ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga.

Chi lo teme, temere Dio è la caratteristica della pietà veterotestamentaria e sottolinea un rapporto di totale dipendenza da Dio, è un intimo sentire che percepisce in ogni istante la signoria di Dio e si rapporta ad essa con l’obbedienza.

Pratica la giustizia, è l’espressione visibile del timore di Dio tanto da divenire la caratteristica della vita.

«E ancora, più profondamente, la fede in Gesù che purifica i cuori degli ebrei e del pagani (15,9)» (TOB). Vedi Rm 14,17-18: le caratteristiche del Regno e la sua trascendenza in rapporto a cibi e bevande.

È a Lui accetto. Poiché Dio non fa preferenze di persone, gli è accetto colui che lo teme e pratica la giustizia.

Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti.

La Parola, l’apostolo presenta il messaggio centrale inviato da Dio ai figli d’Israele. Esso consiste nel recare la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo. La Parola centrale è quindi la pace che si realizza mediante Cristo. Questa pace consiste nella salvezza (cfr. Is 52,2). Ora la pa­ce non è solo un dono dato a Israele ma, poiché Gesù è il Signore di tutti, è elargita a tutti gli uomi­ni (vedi Ef 2,11-18).

37 Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo pre­dicato da Giovanni;

Voi sapete, non è solo una conoscenza superficiale bensì profonda quella che proviene dalla fede e che ora è ulteriormente illuminata dall’annuncio apostolico. Si parte dalla Giudea perchè è l’ultima regione dove ha operato Gesù e si risale alla Galilea che è la regione iniziale del suo ministero. Pietro rievoca il battesimo predicato da Giovanni come l’evento iniziale del ministero di Gesù. Vi è quindi un rapporto diretto con Giovanni, come è espresso nel v. seguente.

38 cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».

Dio consacrò (lett: unse) in Spirito Santo e potenza. La discesa dello Spirito avvenuta nel batte­simo (cfr. Lc 3,21-22) è interpretata come unzione e invio in missione in Lc 4,18-21 con la citazione di Is 61,1sg. Questa unzione gli conferisce lo Spirito che lo fa operare con potenza (cfr Lc 6,19).

Gesù di Nazaret, è ricordato con il paese della sua provenienza per mettere in risalto una precisa figura storica. La potenza di Gesù si esprime passando, infatti ha percorso tutte le regioni. Benefi­cando, questa sua caratteristica si esprime pure negli Apostoli (cfr. At 4,9); così erano chiamati i sovrani ellenisti (cfr. Lc 22,25). e risanando, perchè è medico (cfr. Mt 9,12: il medico è per i malati) tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, questi è colui che tiene prigionieri gli uomini (cfr. Eb 2,14-15) che il Cristo libera per la potenza dello Spirito: è la liberazione proclamata in Is 61,1sg. perchè Dio era con lui, è espressa così l’economia della salvezza: Dio si rivela con Gesù ungendolo con lo Spirito Santo, unzione che gli conferisce potere contro il diavolo per liberare gli uomini dando loro la pace in quanto costituito Signore di tutti. È in questo modo che si rivela la sua natura divina cui Egli partecipa pienamente con il Padre e lo Spirito.

CANTO AL VANGELO                                        Mc 9, 6

R/.      Alleluia, alleluia.

Si aprirono i cieli e la voce del Padre disse: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».

R/.      Alleluia.

VANGELO                                                        Mt 3,13-17

Dal vangelo secondo Matteo

13 In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.

Allora, dopo che Giovanni lo ha annunciato, Gesù si presenta venendo dalla Galilea. Questo è il primo segno della sua umiliazione che lascia sconcertati.

Si presenta sulle rive del Giordano non per manifestare la sua gloria e operare il giudizio prean­nunziato dal suo precursore, ma per essere battezzato da lui. Questo è il secondo segno della sua umiliazione. Non battezza ma viene battezzato. Infatti ancora non c’è lo Spirito perché Gesù non è stato ancora glorificato (cfr. Gv 7,39). Il battesimo è la prima manifestazione pubblica di Ge­sù. Egli si rivela nello stato in cui si è annientato. È infatti nato da donna, nato sotto la Legge (Gal 4,4). Come in Lui si sono compiuti tutti i segni della Legge così si compie anche il segno di Giovan­ni. Se Egli lo avesse rifiutato, il battesimo di Giovanni non apparterrebbe ai segni preparatori della venuta del Cristo.

14 Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?».

Lo Spirito di profezia, che è su Giovanni, lo porta a riconoscere il Signore Gesù. Poiché l’Evangelo passa sotto silenzio ogni incontro precedente, è chiaro che in questo momento Giovanni riceve un’esplicita rivelazione: Gesù è il Veniente dopo di lui. Di fronte a questa apparizione, nell’umiltà del suo annientamento, Giovanni dice: «Io ho bisogno di essere battezzato da te». Questo è vero perché anche Giovanni deve essere immerso nello Spirito Santo e nel fuoco. Ma non è ancora il momento.

15 Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.

La risposta di Gesù non vuole deludere l’attesa di Giovanni. «Lascia per ora». Indica un tempo in­termedio, è il tempo in cui la Legge confluisce nel Cristo per essere adempiuta. Infatti il Signore di­ce: «è conveniente per noi adempiere ogni giustizia». Con il termine «giustizia» si intende l’adempimento della Legge non solo come insieme di precetti ma come espressione dei misteri mediante le figure in esse contenute. Infatti la Legge è ombra dei beni futuri (Eb 10,1) Allora lo permise. È l’obbedienza di Giovanni. In lui la Legge, pedagogo a Cristo, è giunta al suo termine. Termine della Legge infatti è Cristo (Rm 10,4). Cessata l’ombra, appare l’immagine delle cose (Eb 10,1).

16 Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui.

Tutto s’incentra in Gesù. Egli subito sale dall’acqua. Al suo movimento subitaneo, segno della sua signoria, corrisponde l’apertura dei cieli. Quando i cieli erano chiusi era presente «l’ombra della Legge», ora che essi si aprono si contempla «l’immagine delle cose» (cfr. Eb 10,1).

Per ora solo il Cristo vede. Questo evidenzia la sua mediazione delle realtà divine. È infatti l’Uomo Gesù il solo mediatore (cfr. 1 Tm 2,5).

Egli vide lo Spirito di Dio scendere come colomba. Ai sensi esterni del Cristo lo Spirito appare come colomba. Tutta l’umanità del Cristo è pervasa dallo Spirito. Egli che, in quanto Dio, sempre vede lo Spirito, in quanto uomo accettò di vederlo come colomba, resosi in tutto simile a noi fuorché nel peccato (cfr. Eb 4,15). Infatti tutta l’economia passa attraverso il segno visibile. Questo è avve­nuto perché nessuno cerchi la salvezza fuori dal segno sacramentale. Lo Spirito, che nel segno vi­sibile si posava su di Lui, invisibilmente prendeva possesso della sua natura umana. L’Invisibile, che è sempre con l’Invisibile, si rendeva visibile nel visibile per dare inizio nel tempo alla missione pubblica del Verbo fatto Carne, di Gesù.

17 Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio com­piacimento».

Cessa la testimonianza di Giovanni, voce che grida nel deserto, e si ode la voce dai cieli. Cessa la voce della profezia e si ode quella divina: è cessata la figura è venuta l’immagine. Infatti il Cristo è l’immagine del Dio invisibile (cfr. Col 1,15).

Nelle parole del Padre vi è la sintesi di tutte le Scritture: la solenne proclamazione del Sal 2: «Figlio mio tu sei» rivolta al Messia; il titolo di diletto che è proprio di Isacco prima del sacrificio (Gn 22,2), durante il sacrificio (ivi, 12) e dopo di esso (ivi, 16). Così il Cristo è il diletto al Battesimo, alla Tra­sfigurazione (17,5) e mentre viene ucciso dai vignaioli (cfr. Mc 12,7). In Lui il Padre si compiacque come proclama Davide, messia del Signore, in 2 Sm 22,20: Egli mi trasse al largo; mi liberò, perché oggetto della sua benevolenza. Il verbo al passato indica che nel Battesimo è già compendiato e ri­velato il mistero del Cristo: il suo annientamento nell’Incarnazione, la sua obbedienza fino alla mor­te e alla morte di Croce e infine la sua risurrezione e glorificazione.

«Quello che abbiamo letto nella Scrittura sul Battesimo è divenuto vero e si qualifica in quello che stiamo per fare. Tutto il nostro essere è assunto nell’essere del Cristo tra pochi istanti: è in quest’atto che la nostra offerta viene gradita» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, S. Antonio, 9 gen­naio 1972).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Carissimi rivolgiamo la nostra comune preghiera al Padre, che oggi rivela il suo Figlio diletto al Giordano e lo invia a compiere la missione predetta dai profeti.

Preghiamo insieme e diciamo:

Esaudisci, o Padre la nostra preghiera.

  • Scenda lo Spirito Santo su tutta la Chiesa e le doni la semplicità della colomba nell’annunziare l’evangelo della pace perché tutti i popoli accolgano in Gesù il loro Redentore, preghiamo.
  • Si risvegli in ogni cristiano la consapevolezza di essere figlio di Dio e la grazia battesimale faccia sgorga­re dal suo intimo la gioiosa freschezza di quell’acqua che zampilla fino alla vita eterna, preghiamo.
  • Nel silenzio del suo cuore e nella pace dell’amore divino, chi ha ricevuto lo Spirito Santo nella cresima accolga i suoi doni preziosi per divenire povero nello spirito, mite e umile di cuore, paziente e misericor­dioso, preghiamo.
  • Perché in ogni casa sia presente il Cristo e consacri il vincolo sponsale e quello tra genitori e figli e lo Spi­rito penetri con la sua unzione ogni rapporto smorzando il fuoco delle passioni e facendo regnare l’amore, preghiamo.
  • Perché l’unzione gioiosa del Cristo scenda su tutto il suo corpo e ognuno edifichi la Chiesa secondo i do­ni che lo Spirito elargisce ai pastori, ai ministri della carità e dell’Evangelo, alle vergini consacrate, ai ca­techisti e a tutti i membri del popolo santo per alleviare le sofferenze dei poveri e degli infermi, preghia­mo.
  1. O Padre santo e misericordioso, salga a te la preghiera della tua Chiesa, che sempre ascolta la tua voce, nell’unzione dello Spirito e nell’unione al suo Sposo, e a te innalza lodi splendenti di luce. Per Cristo nostro Signore.

Amen.

BATTESIMO DEL SIGNORE – B –

PRIMA LETTURA                                            Is 55,1-11

Dal libro del profeta Isaìa Il patto con Davide (1-5). 1 Così dice il Signore:

«O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte.

Nell’immagine del banchetto, di cui si ricordano le bevande (acqua, vino e latte) il profeta invita tutti ad accogliere le sue parole. Esse infatti ristorano coloro che sono assetati di parole vere come ri­stora l’assetato, che ha attraversato il deserto, la visione del banchetto per lui preparato. È chiaro

che la prima cosa che cerca è l’acqua e dopo essersi dissetato, si rallegra e si nutre gratuitamente con vino e latte.

L’abbinamento vino e latte lo troviamo in Gn 49,12: lucidi ha gli occhi per il vino e bianchi i denti per il latte. Questo è detto di Giuda e quindi del suo discendente. Esso è pure presente in Ct 5,1: Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte. Mangiate, amici, bevete; inebriatevi, o cari. Questa bevanda è quindi in rapporto al Messia come discendente davidico e come Sposo che misticamen­te invita i suoi amici al suo banchetto. Le due bevande richiamano pure le due attività del popolo: la pastorizia e l’agricoltura.

Per chi ha veramente sete nell’intimo e cerca con sincerità, questo è il primo ristoro che la Parola di Dio dà al suo spirito. Anche la Sapienza nasconde sotto l’immagine del convito, il suo invito a gu­stare la sua parola (Pr 9,1-5).

2 Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?

Attraverso il linguaggio del cibo, il Signore intende parlare della dottrina che proviene dall’uomo; essa è simile a pane che non sazia. Per conoscerla si spendono ingenti patrimoni senza vantaggio. Al contrario la Parola di Dio è gratuita e arreca notevoli vantaggi.

Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti.

Nell’atto di ascoltare il Signore ci si nutre di cose buone e si gustano cibi succulenti. L’ascolto impli­ca fede e obbedienza; in forza di queste la Parola si tramuta in un cibo buono, nutriente e quindi at­traente.

Questa parola è rivolta a persone ancora soggette a schiavitù; quindi essa assume il duplice signi­ficato della redenzione dalla condizione servile e da quello che questa comporta l’interiore schiavitù dello spirito nella falsa prospettiva del benessere.

In vista di questo infatti chi riduce in schiavitù diretta o sotto forme non immediatamente percepibili promette molto danaro per acquistare quei beni che fa sognare. Il Signore invece dona la piena li­bertà senza alcun compenso.

3 Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete.

Il Signore ripete l’invito all’ascolto delle sue parole perché sa che noi non vogliamo spesso ascolta­re e che ci attirano di più le parole menzognere. All’ascolto segue il movimento verso il Signore nel luogo dove Egli ha preparato il banchetto di vivande spirituali.

Ancora Egli insiste nell’ascolto perché in esso ci si nutre della Parola di Dio e quindi si vive. Cia­scuno vive in forza del nutrimento che prende. Chi si nutre della Parola di Dio si sazia di un cibo che dona l’immortalità.

Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide.

All’ascolto segue l’alleanza; essa è eterna. Questa consiste nei favori cioè nelle promesse sancite con giuramento fatte a Davide (cfr. Sal 89,3-4: Hai detto: «La mia grazia rimane per sempre»; la tua fedeltà è fondata nei cieli. «Ho stretto un’alleanza con il mio eletto, ho giurato a Davide mio servo: stabilirò per sempre la tua discendenza, ti darò un trono che duri nei secoli»). L’alleanza è pertanto legata alla casa di Davide e quindi al suo Messia.

4 Ecco, l’ho costituito testimone fra i popoli, principe e sovrano sulle nazioni.

Ecco, particella che rafforza quanto sta per dire e lo indica già presente. Davide, cioè il Messia, è costituito da Dio testimone fra i popoli. Il termine “testimone” può avere un significato attivo (il Messia è il giudice supremo tra i popoli, l’ultima parola che dissolve ogni contesa) oppure passivo (il Messia è oggetto di testimonianza tra i popoli per l’esercizio giusto della sua sovranità); questa quindi non si estende solo a Israele ma a tutti i popoli, come subito dice: principe e sovrano sulle nazioni.

5 Ecco, tu chiamerai gente che non conoscevi; accorreranno a te nazioni che non ti conoscevano a causa del Signore, tuo Dio,

del Santo d’Israele, che ti onora.

Ora la parola divina si rivolge al Messia. Dopo averlo costituito sovrano universale, ora gli dichiara la natura di questa sovranità. Essa si estende a gente e a popoli sconosciuti. Egli li chiamerà e questi accorreranno. Davide stesso proclama di sé: Un popolo che non conoscevo mi ha servito; all’udirmi, subito mi obbedivano, stranieri cercavano il mio favore (Sal 18,44-45).

Nel Messia glorificato da Dio è riconosciuto il Signore, il Santo d’Israele.

Questa profezia ben si addice al Signore Gesù Cristo. Egli chiama non solo Israele ma anche le Genti da Lui non conosciute in quanto non elette e queste accorrono benché non lo conoscessero. Egli infatti li attrae a sé, come Egli stesso proclama: «Io quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). E in Lui tutti conoscono l’unico e vero Dio, come Egli stesso prega prima della sua santificazione nella sua Pasqua: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e co­lui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3).

Invito alla conversione e fiducia nel perdono (6-7)

6 Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino.

La parola del Signore si rivolge agli esuli in Babilonia, allontanati dalla loro terra a causa dell’ira del Signore; come è detto al c. 40,2: È finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati. Ora il Signore rivolge al suo popolo la parola della consolazione per suscitare la conversione e quindi la certezza del perdono. Quando era il tempo della sua ira il Signore non si faceva trovare perché si era allontanato, ora che è il tempo della misericordia Egli è vicino. È scritto infatti nella Legge: Di là cercherai il Signore tuo Dio e lo troverai, se lo cercherai con tutto il cuore e con tutta l’anima (Dt 4,29). Cercare e invocare il Signore con tutto il cuore e con tutta l’anima, questa è la conversione.

L’allontanamento e la presenza di Dio sono movimenti della libera iniziativa di Dio e nello stesso tempo sono movimenti della libera iniziativa dell’uomo che si allontana e si avvicina a Dio. In che modo l’uomo si avvicina? Perforando lo spessore del suo peccato con la ricerca e l’invocazione di Dio; concentrandosi nella sua interiorità (il cuore) e nel suo spirito (l’anima, la vita, la persona) in questa ricerca e in questa invocazione. In che modo egli si allontana? Lasciandosi travolgere dal peccato ingannato dalla sua sfida ad essere come Dio e non bisognoso di Lui.

7 L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona.

L’empio, colui che fa il male, abbandoni la sua via, quella che lo ha allontanato da Dio, ingannato e sedotto dai pensieri del suo cuore, che gli gridavano: «Dio non c’è» (Sal 13,1) per cui si sentiva libero di agire secondo i suoi progetti, come ancora dice il Salmo: Sono corrotti, fanno cose abomi­nevoli: nessuno più agisce bene (ivi), per questo dice subito: e l’uomo iniquo i suoi pensieri. La condotta di vita deriva dai pensieri e questi sono rafforzati e approfonditi nella dinamica del male dal tenore di vita. Tuttavia da qualsiasi punto della vita è possibile il ritorno al Signore, la conversio­ne. Non c’è momento della vita in cui l’uomo se vuole non possa convertirsi al Signore abbando­nando la sua via. Se pur mostrando segno di conversione, egli non ritorna al Signore è perché è ancora sedotto dal peccato e dal fatto che non crede alla misericordia di Dio e al suo largo perdo­no. Egli misura Dio secondo le categorie della sua capacità di perdonare come pure pensa che un perdono superficiale allontani da sé le inevitabili conseguenze del peccato. Un po’ di respiro nella malattia non è ancora la guarigione. Essa è solo nella misericordia e nel pieno perdono del Signo­re. Infatti il Signore proclama: «Io, io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati» (Is 43,25).

La redenzione affonda nel cuore di Dio, cioè in quell’intimo dov’è il Figlio, il suo Verbo. Da qui sca­turisce la Parola di Dio che incontrandosi con gli uomini non può essere compresa, come subito di­ce. L’uomo vuole afferrare la Parola di Dio introdurla dentro il suo modo di pensare, dichiarare che Dio dice questo (i falsi profeti, i maestri secondo le proprie voglie, 2Tm 4,3) o che non dice nulla perché non c’è. Quando invece abbandona la sua durezza interiore e si volge a cercare il Signore e a invocarlo allora egli esperimenta la forza della conversione come coscienza del peccato e deside­rio di Dio e quindi può ascoltare la sua Parola non più come rimprovero ma come misericordia e pieno perdono.

Le vie del Signore superano la comprensione degli uomini e sono fondate sulla stabilità della sua Parola (8­ 11).

8 Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,

le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.

Perché, il Signore dà ora la ragione del suo annuncio, i miei pensieri non sono i vostri pensieri quanto alla santità e alla verità. La Scrittura in più luoghi afferma che il pensiero di Dio è imperscru­tabile e inaccessibile. Nel momento in cui il pensiero di Dio si comunica nel nostro linguaggio noi vogliamo afferrarne la ragione e poiché ci sfugge siamo tentati di dichiarare gratuite le affermazioni del pensiero di Dio e l’assoluto in cui si colloca lo dichiariamo arbitrario. Come il Verbo di Dio, fa­cendosi uomo, si è relazionato all’uomo e questi può relazionarsi a lui solo come uomo, allo stesso modo accade del pensiero di Dio. Ma questa è un’operazione profonda della nostra coscienza: poi­ché ci vergogniamo di essere peccatori e non giusti, ammalati e non sani, allora rifiutiamo il medico e la medicina, sentendoci loro giudici e così restiamo nell’illusione della nostra salute e della nostra giustizia.

9 Quanto il cielo sovrasta la terra,

tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

Benché espressi in linguaggio umano, i suoi pensieri sovrastano i pensieri nostri allo stesso modo che il cielo sovrasta la terra. Il cielo è il luogo della dimora di Dio e la terra il luogo della nostra di­mora. In tal modo i due termini non indicano due spazi fisici quanto due luoghi “spirituali”, cioè la vi­ta nostra e quella divina. Tra noi e Dio esiste un abisso (cfr. Lc 16,26). I nostri pensieri non possono perciò penetrare nello “spazio” di Dio ma solo restare nel nostro “spazio”, come è detto in Gv 3,31: Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti.

10 Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo

e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,

senza averla fecondata e fatta germogliare,

perché dia il seme a chi semina

e il pane a chi mangia,

Con questo paragone il Signore vuole dichiarare che, benché la sua Parola sia lontana dagli uomini quanto il cielo dalla terra, tuttavia essa scende come la pioggia e la neve. Queste scendono come benedizione, compiendo quelle operazioni, che subito sono elencate e dopo aver compiuto la loro missione esse risalgono al cielo in forma di vapore (cfr. Gn 2,6).

11 così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto,

senza aver operato ciò che desidero

e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Il termine di paragone, cioè la Parola, è più forte del paragone stesso: infatti la neve e la pioggia eseguono quanto il Signore comanda. Quindi molto più la sua Parola esegue i suoi stessi ordini. Se appunto essa è efficace nel ciclo della natura tanto più lo è nel corso della storia dove la Parola opera direttamente attraverso coloro che Egli invia.

Nella lettura piena noi siamo illuminati dal Prologo di Giovanni dove ci è rivelato il Verbo di Dio che compie quanto il Padre desidera e ciò per cui Egli lo ha mandato. Il desiderio di Dio e la missione compiuta dal suo Verbo s’incentrano sulla redenzione, che è il tema fondamentale del testo d’Isaia. Questa è già di consolazione nel suo annuncio e nelle prime operazioni, che il Cristo compie.

SALMO RESPONSORIALE                                 Is 12,1-6

R/. Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza.

Ecco, Dio è la mia salvezza; io avrò fiducia, non avrò timore,

perché mia forza e mio canto è il Signore;

egli è stato la mia salvezza.     R/.

Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome, proclamate fra i popoli le sue opere,

fate ricordare che il suo nome è sublime.                      R/.

Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,

le conosca tutta la terra.

Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,

perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.           R/.

SECONDA LETTURA                                       1 Gv 5,1-9

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo

1 Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha ge­nerato, ama anche chi da lui è stato generato.

Per professare che Gesù è il Cristo bisogna nascere da Dio: il Padre rivela Gesù e il credente, che lo accoglie, viene rigenerato e dalla rigenerazione riceve l’illuminazione propria del battesimo. Essa consiste in un amore intenso verso il Padre, verso il Cristo e verso colui che da Dio è stato genera­to, cioè verso i fratelli. L’illuminazione battesimale è conoscenza, che diventa amore, accoglienza dell’amore e trasmissione dell’amore. È quanto ci dice l’apostolo Pietro nella sua prima lettera (1,22): Dopo avere santificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità, per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, essendo stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna.

2 In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamen­ti.

Prima ha detto, chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (4,20), adesso dice: da questo conosciamo di amare i figli di Dio, se amiamo Dio. Il discorso è in­scindibile: prima l’ha affrontato dal punto dell’amore fraterno, quindi dal visibile è andato verso l’in­visibile; ora lo verifica dall’amore fraterno all’amore verso Dio.

Quindi possiamo dire che l’amore è unico e ha questa dinamica: l’amore di Dio, del Padre, si è reso visibile tutto, in pienezza, nel Figlio; mediante il Figlio e nel Figlio si è comunicato a noi; da noi ritor­na lo stesso amore al Figlio, nel Figlio al Padre e va verso i fratelli. Ma non si ferma solo ai fratelli, va verso tutti gli uomini perché supera la soglia anche dei nemici: è l’unico amore di Dio e questo amore è lo Spirito Santo. Entriamo così nel dinamismo divino, quel dinamismo interno al mistero delle tre divine Persone: il Padre che, amando, genera il Figlio nell’eternità, nell’oggi eterno; il Figlio eternamente generato che ama il Padre; la comunione intensissima, infinita, tra il Figlio e il Padre, è lo Spirito. Nell’atto dell’incarnazione questo amore si fa visibile nell’umanità di Cristo, dall’umanità di Cristo si comunica a tutti i credenti e circolando in tutti crea l’unità e ritorna, mediante il Cristo, al Padre da cui ha origine.

3 In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamen­ti non sono gravosi.

Ora Giovanni può affermare che i comandamenti di Dio non sono gravosi (v. 4), non sono pesanti: non lo sono in forza dell’amore. Per chi ama tutto è leggero, per chi non ama anche una pagliuzza sulle spalle è pesante: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Pren­dete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,28-30). I comanda­menti di Dio sono gravosi invece per chi è assoggettato al mondo.

4 [Poiché] Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mon­do: la nostra fede.

Il v. 4 è strettamente collegato al versetto precedente: nel testo greco c’è un poiché che il nostro te­sto ha tralasciato per rendere più incisiva la frase, mentre è importante: poiché tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo, colui che è nato da Dio vince il mondo perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo (4,4). Nel credente è presente il Cristo e il Cristo presente vince il mondo e la sua potenza, l’anticristo, il diavolo, su cui il mondo giace, come dice poco dopo. Per chi è sciolto dal mondo i comandamenti non sono gravosi perché l’anima dei comandamenti è l’amore.

E questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede; c’è una missione che il cristiano de­ve compiere: sciogliere gli uomini dal giogo pesante del diavolo e dalla seduzione dell’anticristo che si esprime nei falsi profeti.

5 E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?

La nostra fede, obbedienza alla rivelazione del Padre che mediante l’acqua del battesimo ci ha ri­velato che Gesù è il Figlio suo, è il Cristo, è la vittoria sul mondo, è la vera evangelizzazione, per­ché è la liberazione degli uomini dal potere del principe di questo mondo e della sua seduzione. Questa fede richiede anche il prezzo della nostra vita: Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l’Accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vi­ta fino a morire (Ap 12,10). Quindi la nostra fede diventa la testimonianza di Gesù nel mondo, con­tro il mondo, fino al dono totale della nostra vita: questo è il prezzo che tutti dobbiamo sapere di pagare, altrimenti cadiamo in mano all’anticristo; cadiamo nelle trame dei falsi profeti, se non siamo disposti a dare la vita per il nome di Gesù; cadiamo nel compromesso perché il mondo ci ha dichia­rato guerra e noi abbiamo dichiarato guerra al mondo per strappargli i nostri fratelli. Questo è l’amo­re per tutti gli uomini, questa è la lotta spirituale fondamentale che dobbiamo compiere: consegnare a Cristo gli uomini mediante la nostra fede che, come già sappiamo, diventa operante nella carità.

6 Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.

Il versetto può essere interpretato in questo modo: la venuta nel mondo di Gesù è segnata dal se­gno dell’acqua, cioè il suo battesimo nel Giordano dove il Padre lo ha rivelato come il Figlio suo, e dal segno del sangue, quello del suo sacrificio sulla croce.

Era il giorno della parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui. Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezza­rono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed ac­qua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, per­ché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: non gli sarà spez­zato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (Gv 19,31 ss.).

Questo testo dell’Evangelo, secondo l’interpretazione autorevole dei nostri padri, segna l’inizio della Chiesa: ricordiamo il paragone con Adamo: da Adamo addormentato nel mistico sonno viene forma ta Eva, da Cristo addormentato sulla croce, dal sangue e dall’acqua viene formata la Chiesa. Quin­di la Chiesa è formata dall’acqua e dal sangue di Gesù per cui mediante la realtà sacramentale del­la Chiesa, l’acqua del battesimo e il sangue dell’Eucaristia, il Cristo si fa presente oggi fino alla fine del mondo nella sua Chiesa. Il credente, che è nella Chiesa, viene a contatto con il Cristo mediante l’acqua del battesimo e il sacramento dell’Eucaristia compendiato nel sangue. Infatti il credente nel­la realtà sacramentale viene a contatto con Gesù attraverso lo Spirito: è lo Spirito che rende te­stimonianza perché lo Spirito è la verità. Lo Spirito Santo dà testimonianza al credente che egli è a contatto col Cristo nel sacramento del battesimo, sempre vivo e operante in lui perché l’acqua battesimale non è scomparsa, ma si è interiorizzata (sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna), ed è a contatto col Cristo mediante il segno sacramentale dell’eucaristia che è il suo vero corpo e il suo vero sangue. Il Cristo quindi viene a noi mediante l’acqua e il sangue, per cui nei se­gni sacramentali il credente accoglie Gesù, il Figlio di Dio; perciò, sia credendo, sia nel segno sa­cramentale fa esperienza viva e vera di lui.

7 Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi.

Nella Chiesa sono tre a dare testimonianza al Cristo venuto, veniente e presente: lo Spirito che rende efficace l’acqua del battesimo per la nostra rigenerazione (infatti siamo rigenerati da acqua e da Spirito Santo, quindi nell’acqua noi entriamo nella vita stessa di Dio, in quel processo generativo dell’amore già richiamato precedentemente); ed è lo Spirito che rende presente il Cristo nell’Eucari­stia, quindi lo Spirito insieme all’acqua e al sangue rende testimonianza concorde all’unico, che è Gesù. Dallo Spirito il Cristo è reso presente nell’acqua e nel sangue e si comunica al credente in virtù dello Spirito. C’è un testo stupendo nelle Ammonizioni di S. Francesco, la prima ammonizione sul corpo di Cristo, che dice così: «Lo Spirito del Signore abita nei fedeli ed è lui che riceve il san­tissimo corpo e sangue del Signore». Quindi è lo Spirito Santo in noi che riceve il Corpo e il Sangue del Signore, ed è lo Spirito che testimonia a noi che non stiamo mangiando del pane comune, ma mangiamo la carne del Signore, che non stiamo bevendo vino comune, ma che beviamo il sangue del Signore; lo Spirito testimonia al nostro spirito che stiamo comunicando al corpo e al sangue di Cristo per cui li distinguiamo dagli altri alimenti, anche se, ai nostri occhi, appaiono simili agli altri alimenti. Come si fa a capire che questo è il corpo e il sangue di Cristo se non è lo Spirito che di­scerne in noi? Quindi chi non ha lo Spirito non può ricevere l’Eucaristia. Tutto lo sforzo dell’anticri­sto è proprio quello di distruggere l’umanità di Cristo, perché distruggendo l’umanità di Cristo di­strugge la Chiesa e distruggendo la Chiesa distrugge la realtà sacramentale, quindi distrugge tutto quello mediante il quale il Cristo è reso presente, testimoniato e si comunica per la salvezza.

9 Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore: e questa è la te­stimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio.

Attraverso questi tre testimoni Dio dà testimonianza al Figlio suo; ogni discorso deve fondarsi, se­condo la legge, sulla parola di due o tre testimoni (Dt 19,15). Giovanni dice che ci sono tre testimo­ni per il suo Figlio, che Dio ha dato e consegnato all’umanità nella Chiesa: quindi la sua testimo­nianza è vera. Aggiunge – e questo è importante – che chi crede nel Figlio di Dio ha questa testimo­nianza in sé (v. 10): nel credente è continuamente presente la testimonianza al Cristo dello Spirito, dell’acqua e del sangue. Infatti in lui è lo Spirito che dà testimonianza che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio; questa testimonianza l’abbiamo in noi nello Spirito Santo che ci ha comunicato, che ci fa di­scernere lo spirito del credente dallo spirito dell’anticristo. Precedentemente aveva detto di mettere sotto prova gli spiriti, di verificare gli spiriti. Nel credente vi è l’acqua che zampilla sino alla vita eter­na, nel credente vi è il sangue che lo purifica incessantemente dai suoi peccati, perciò la testimo­nianza che si è interiorizzata nel credente e che è sempre con noi, ha anche un valore di testimo­nianza esterna, di fronte al mondo.

CANTO AL VANGELO                                    Cf. Gv 1, 29

R/.      Alleluia, alleluia.

Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse:

«Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!».

R/.      Alleluia.

VANGELO                                                        Mc 1,7-11

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Giovanni proclamava: 7 «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono de­gno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali.

La predicazione di Giovanni s’incentra su Cristo.

Viene perché Egli è il Veniente (cfr. Mt 3,11: Colui che viene). Il presente sta ad indicare che il Signore è già in cammino in mezzo al suo popolo. Egli che già era presente, benché nascosto, ora si sta incamminando per venire in mezzo ai suoi.

Il più forte di me dopo di me. Il termine forte è in rapporto alla missione. La forza conferita a Giovanni è stata quella di attirare tutti nel deserto per il battesimo di conversione. Colui che è più forte viene in seguito caratterizzato dalla natura del suo battesimo (v. 8). La forza di Giovanni è in rapporto alla prima economia, quella della Legge, che ancora opera basandosi sui simboli. L’acqua è simbolo della purificazione ma non toglie i peccati allo stesso modo dei sacrifici offerti nel tempio che non purificano la coscienza. Giovanni nel battezzare ha la stessa forza dei sacerdoti che nel tempio offrono vittime di espiazione per i peccati.

Invece il più forte di Giovanni, che viene dopo, come l’Evangelo che succede alla Legge, ha il potere sullo spirito impuro, che si serve del peccato per sedurre gli uomini. Per questo Egli immerge nello Spirito Santo chi crede in Lui. La sostanziale differenza nella forza è dovuta al fatto che Giovanni si rapporta a Lui come uno schiavo al suo padrone in una totale dipendenza da Lui. Per questo dichiara:

Non sono degno di chinarmi davanti a Lui per sciogliere il legaccio dei suoi sandali. Giovanni si prepara ad accoglierlo ben sapendo di esser indegno a compiere anche il gesto più umile, quale quello di togliergli i sandali perché possa lavarsi i piedi e ristorarsi dal viaggio.

In senso simbolico l’amico dello Sposo non può sciogliere il legaccio dei sandali al Cristo perché Egli è lo Sposo e a Lui spetta il diritto di sposare colei che il Padre gli ha dato (cfr. Rut 4,7-8).

8 Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Il tempo passato (ho battezzato) sta a indicare che la sua missione è finita perché c’è il Veniente; questi tuttavia non inizia subito a battezzare nello Spirito Santo ma solo dopo la sua risurrezione e ascensione (cfr. At 1,5) per questo usa il futuro (battezzerà).

Il battesimo di Giovanni è la preparazione indispensabile che ogni uomo fa per accogliere con la remissione dei peccati il Regno di Dio.

Infatti il battesimo di Giovanni si compie quando Gesù è battezzato perché lo Spirito Santo traboccherà dal Salvatore senza misura (Gv 3,34) per ricreare l’umanità.

Tutta la grazia del Salvatore e il dono dello Spirito sono riversati nell’Evangelo, che diviene così il principio unico da cui scaturisce la nuova creazione redenta dal peccato e dalla morte.

Possiamo chiederci in che modo il battesimo amministrato da Giovanni sussiste in quello del Cri­sto? Non sussiste più come rito ma come preparazione. L’insegnamento di Giovanni vive nella pre­parazione catecumenale al battesimo. Il suo invito alla conversione, costruire la strada al Signore che viene, raddrizzare le proprie vie storte, incentrare la nostra conoscenza sul Cristo, questi sono tutti insegnamenti che confluiscono nella catechesi in preparazione al Battesimo. Giovanni ancora è voce di uno che grida nel deserto perché quanto egli ha insegnato e testimoniato è patrimonio della Chiesa per preparare i suoi figli ad accogliere il Signore ed essere da Lui rigenerati nella potenza dello Spirito Santo come figli del Padre, che è nei cieli.

9 Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni.

Il nuovo evento è collegato alla predicazione di Giovanni il Battista di quei giorni.

Venne Gesù da Nazaret di Galilea. È detto in precedenza che solo tutta Gerusalemme e la Giudea si riversano al Giordano; dalla Galilea l’evangelista fissa lo sguardo solo su Gesù. Egli viene da quella terra, che appare più insensibile al richiamo alla conversione, annunciato da Giovanni. Infatti non sembra che dalla Galilea accorrano grandi folle.

Dopo il titolo il nome di Gesù appare ora per la prima volta, unito alla sua città di origine. Nazareth non qualifica Gesù come il Cristo. Di fronte ai giudei, Gesù, venendo dalla Galilea, appare squalificato. Nessuno può riconoscere in Lui il Cristo. I segni della sua messianità non sono riconoscibili dall’ambiente, in cui Gesù vive. Egli ha già in sé le caratteristiche di essere la pietra disprezzata dai costruttori (cfr. At 4,11).

Gesù viene per essere battezzato nel Giordano da Giovanni. Egli si manifesta il Servo obbediente e umile. La discesa nell’acqua lo manifesta in tutto simile a noi, salendo dalle acque viene rivelato come il Cristo, il Figlio di Dio (cfr. v. 1). Come si è svuotato nell’utero verginale, così ora Egli si annienta nell’acqua del Giordano, in essa immerso da Giovanni.

Gesù entra nell’acqua del Giordano, contaminata dai peccati del popolo. Essendo Egli il Consacrato, l’Eletto, si umilia: Colui che non ha conosciuto peccato, egli [Dio] lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui (2Cor 5,21). Questa è la sua missione, che già è qui ricapitolata. Tutto il Mistero del Cristo, sia nella sua essenza (mistero trinitario) sia nel suo svolgersi nella storia (la nostra redenzione) è qui ricapitolato.

In Cristo è pure scritta la missione di ogni suo discepolo sia nel suo modo di svolgersi che nei suoi contenuti. Ognuno di noi deve passare attraverso la grande tribolazione (Ap 7,14) per essere purificato nelle prove e perché appaia la verità del suo essere discepolo di Cristo, come insegna s. Ignazio di Antiochia.

«Perdonatemi; so bene quel che mi manca. incomincio ora ad essere un vero discepolo. Nessuna delle cose visibili o invisibili mi trattenga dal raggiungere Gesù Cristo. Il fuoco, la croce, la lotta con le belve, le lacerazioni, gli squarciamenti, le slogature delle ossa, la mutilazione delle membra, gli stritolamenti di tutto il corpo, i più malvagi tormenti del demonio piombino su di me, purché io raggiunga Gesù Cristo! Nulla mi gioverebbero il mondo intero e i regni di questo secolo. Quanto è per me più glorioso morire per Cristo Gesù, che regnare su tutta la terra, fino agli estremi confini! Io cerco colui che è morto per noi; io voglio colui che per noi è risorto. Ecco, è vicino il momento in cui io sarò partorito! Abbiate compassione di me, fratelli! Non impedite che io nasca alla vita! Non vogliate la mia morte! Uno che vuol essere di Dio, non abbandonatelo al mondo, né alle seduzioni della materia! Lasciate che io raggiunga la pura luce! Giunto là, io sarò veramente uomo» (Rom. 5,3 – 6,3).

Il Cristo viene attraverso l’acqua e il sangue, come è scritto in 1Gv 5,1-9, cioè attraverso l’umiliazione del suo battesimo e della sua croce perché solo in questo modo può assumere il nostro peccato e annullarlo.

Proprio là dove Egli si umilia (nel battesimo e sulla croce), là si rivela la sua gloria.

10 E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba.

E subito, Egli non indugia perché i tempi sono compiuti;

salendo dall’acqua come dagl’inferi. Egli annuncia con questa sua salita la sua glorificazione perché tutto è compendiato nel suo battesimo. Quello che in seguito accade ha già qui il suo annuncio e il suo anticipo profetico. Egli sale nudo dall’acqua perché in Lui è già presente la nuova umanità, che è riportata all’integrità della natura, come nel giardino di Eden (cfr. Gn 2,25; 3,7).

vide scindersi i cieli, i cieli si erano già aperti per la sua divina discesa nel grembo verginale di Maria, ora si lacerano per segnare la fine del secolo d’iniquità e l’inizio del mondo nuovo. In Ez 1,1 leggiamo: i cieli si aprirono, qui essi si scindono. L’espressione appare più forte: ciò che si apre si può di nuovo chiudere, quello invece che si lacera lo è per sempre. D’ora in poi con la presenza di Gesù tra noi non è più possibile la chiusura dei cieli perché Dio è con noi, l’Emmanuele. Anche se sale ai cieli, Egli ne è la porta, che non si chiude più.

Questa scissione richiama pure la scissione del velo del santuario terreno (15,38). D’ora in poi in Lui si apre una via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne (Eb 10,20). In Gesù noi possiamo percorrere questa via, che è Lui stesso, ed entrare nel santuario celeste, come ci rivela l’Apocalisse.

Scende lo Spirito e, come colomba, torna ad aleggiare sulle acque (cfr. Gn 1,2) per renderle feconde e per portare all’umanità, ricapitolata in Cristo, il segno della pace (cfr. Gn 8,9). Egli scende in Cristo perché è da lui che Egli si manifesta e si comunica a tutti gli uomini.

Tutti gli evangeli sono concordi nel presentare lo Spirito come colomba (cfr. Mt 3,16; Lc 3,22; Gv 1,32). Oltre ai passi citati, la colomba appare nel Cantico come l’immagine della sposa (Ct 2,14; 5,2; 6,9). Il rapporto tra la Sposa e lo Spirito, accomunati dall’immagine della colomba, è assai profondo. Lo Spirito fa essere la Sposa e ne è in lei gemito e grido di attesa dello Sposo (cfr. Ap 22,17: Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!»). La Sposa, plasmata dallo Spirito, ne porta le caratteristiche, espresse nell’immagine della colomba. Nella Chiesa lo Spirito si rivela e compie la sua missione tra gli uomini. Essa ne è il segno visibile e solo attraverso di essa lo Spirito compie la sua missione e si rivela come la colomba, che è principio della nuova umanità.

11 E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

E una voce ci fu dai cieli. Lo Spirito è visto sotto forma di colomba; del Padre invece si ode la voce. Tutto avviene dai cieli squarciati. La voce proviene direttamente da Dio, che non si serve di nessuna mediazione profetica, neppure di quella di Giovanni. Dio parla direttamente a Gesù ed è udito da tutti i presenti. Essi diventano testimoni della designazione divina, che non passa attraverso le istituzioni d’Israele, quali il sacerdozio e la profezia, e attraverso il segno visibile della missione, quale l’unzione con l’olio. La voce non solo indica in Gesù il Messia ma anche ne definisce la missione, quale è rivelata nelle divine Scritture. L’elezione di Gesù differisce da quella di tutti i profeti perché, dopo il Sinai, avviene dalla voce divina. Come al Sinai la voce divina scandì le dieci parole e poi si fece parola mediata da Mosè e dai profeti, (cfr. Es 19,19) così ora di nuovo si ode per indicare in Gesù il Cristo e quindi per risuonare in Lui come la pienezza della rivelazione.

«Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te mi sono compiaciuto». La voce dai cieli si rivolge personalmente a Gesù rivelandolo mediante le divine Scritture; vi è infatti riferimento a Sal 2,7 (Il Signore mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato) e a Is 42,1 (Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui).

In queste parole, che condensano i testi riguardanti il Cristo, si uniscono le due linee di rivelazione: quella regale e quella profetica. In quanto re, il Cristo è il Figlio di Dio, da Lui generato dalle acque battesimali, pronto a compiere la sua missione. Questo non è negazione della sua mirabile incarnazione, ma dichiarazione del suo rivelarsi a Israele perché tutti comprendano che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio tale dal concepimento e rivelato oggi nelle acque del Giordano. Egli è l’amato, perché è il Servo del Signore, che ne compie perfettamente la volontà attraendo le compiacenze del Padre. Egli viene tra i suoi con queste credenziali, ma i suoi non lo hanno accolto (cfr. Gv 1,11). Per noi, che vogliamo seguirlo ed essere dei suoi, non ci sono dubbi o perplessità anche quando la sequela si farà dura o dovremo subire lo scandalo della croce. Si tratta ora di mettersi in cammino dietro a Gesù.

Battesimo di Gesù

Appunti di Omelia: «Il testo vuol mettere in evidenza che è qualcosa di completamente diverso, che si tratta di un rapporto unico con Dio: qui lo Spirito si ferma e rimane – Però mi domando: il testo su questo fatto non i dice ancora di più? Il proprio più proprio sta nel fatto di questo intervento paterno e nella presenza particolare dello Spirito. Qui il Padre e lo Spirito e il Figlio sono delle cose (perdo­natemi la parola), sono una «trinitarietà». È qui che va cercato il proprio. Se ha senso qualificare il cristianesimo da un lato con la vita di quest’uomo che afferma di essere in un rapporto strettissimo con Dio e dall’altra qualificare Dio in un modo completamente diverso per il rapporto che c’è con il Cristo bisogna dire che qui questo si manifesta.

Quando lo Spirito è esso stesso non più una dinamis divina ma Dio stesso e quando il Figlio non è intensamente più Figlio, ma qualitativamente Figlio unico nel seno del Padre, le cose cambiano completamente. Questa visione di Dio che prende corpo visibile avviene qui (cioè al Giordano, non lontano da Gerico, nostra residenza, n.d.c.): qui avviene la rivelazione di Dio. E attorno a questa vi­sione nuova si è rivelata tutta l’opposizione dei mondi che qui si scontrano. Noi nei confronti di una teologia trinitaria, siamo richiamati da questi testi a considerare che prima della funzione c’è la de­terminazione del Cristo.

Oggi una certa teologia vede più la funzionalità del Cristo. Un revisionismo del Mistero Trinitario fa uscire dall’alveo del cristianesimo. Se giungo a un monismo, non posso stare nel cristianesimo, an­che se riconosco al Cristo una missione, infatti è una posizione effimera che ha come sua contrap­posizione l’Islam dove il Cristo è riconosciuto come Messia. Questo evento che dice a noi? Che vuol dire vivere qui il mistero del Battesimo? Non celebra solo l’inizio della missione del Cristo, ma celebra il rapporto intimo, inesprimibile del mistero trinitario. Per noi vivere qui vuol dire vivere que­sto rapporto – Il battesimo di Giovanni acquista un valore importante perché ci mette subito in rap­porto con le affermazioni e negazioni che qui coinvolgono in ordine a un Dio generante all’interno di

sé prima che la creazione sia – E naturalmente la fortissima distinzione creazione e generazione: l’una esterna e l’altra all’interno di sé. Questa è la cosa grossissima che non si esprime in nulla di ciò che ha l’ebraismo e l’islamismo – Ha senso ancora parlare di Dio come creatore? –

Parlare «faccia a faccia».d. Giuseppe Dossetti

Note

«Battesimo del Signore Anno B 1970

Mc 1,6-11

Is 42,1-9

At 10,3-43

La scena del Battesimo richiama molte profezie: queste ultime cose si realizzano in Gesù; è per Lui e su di Lui che si aprono i cieli. L’escatologia si realizza nel Cristo; oltre Gesù non si precede nep­pure di un passo-

v.10: può essere Giovanni o Gesù a vedere i cieli aperti. Gesù certo li vede e ha un’esperienza particolare del dono del Padre nello Spirito: questo fatto è l’inizio della missione di Gesù (cfr. scene profetiche, di investitura profetica dell’A.T.)- Esperienza particolare dell’intimità col Padre: Gesù ac­cetta – Lui la Pienezza – che il Padre gli dica il suo volere; si lascia determinare dalla scelta del Padre, Lui che fin dall’inizio era pienezza-

Per i greci è la feste della massima umiliazione del Signore (cfr. Liturgia greca): Cristo si fa peccato ed è unto Messia dei poveri, dei peccatori- (cfr. Mosè cui “sale in cuore di andare visitare i suoi fra­telli”: discorso di Stefano negli Atti).

Si conferma qui una distinzione che va mantenuta tra la consacrazione e la missione- E’ vero che le due cose convergono, ma non sono una sola cosa: è un evento nuovo nella vita di Cristo- E’ la Incarnazione la consacrazione di Cristo (cfr. Liturgia del Natale: Ebrei + Prologo di Giovanni): il Bat­tesimo aggiunge dal punto di vista della personalità di Cristo, non solo una consapevolezza psico­logica della propria messianicità: lo Spirito scende per l’attualizzazione del comando di Dio che lo invia- E’ la missione che si inizia; in modo analogico penso che questo avvenga per ogni cristiano: c’è il Battesimo, poi ci sono momenti sacramentali e non in cui lo Spirito viene dato- Il suo Io era già totalmente invaso da ondate dello Spirito- Pensiamo ai Santi: Ignazio di Loyola a Manresa; Bene­detto nello Speco- C’è la consacrazione e la missione; anche per Cristo è avvenuto questo- Gesù nel Giordano è il peccatore: in quel momento riceve la missione; la missione è sempre collegata con un atto di umiliazione che sembra rinnegare la sua consacrazione-

Gregorio di Nazianzo dice “solo dopo una grande umiliazione si può assumere un ministero”: una umiliazione che sembri essere il capovolgimento della consacrazione- “La lampada parla al Sole, la voce al Verbo…”

Ci vuole questa umiliazione profonda, senza di che tutte le nostre missioni sono sospette: dal Gior­dano alla Croce. Umiliazione iniziale e super-umiliazione finale: garanzia di ogni missione-

Is 42,8: “Non darò ad altri il mio onore”- Gesù avrà l’onore del Padre solo nella resurrezione- Cf. i vv. Seguenti del testo di Marco: Gesù nel deserto: le bestie, gli spiriti, non ci sono uomini- Noi abbiamo bisogno degli uomini, invece la missione è un’altra cosa» (d. Giuseppe Dossetti, ap­punti di omelia).

PREGHIERA DEI FEDELI

Fratelli carissimi il Battesimo del Signore non celebra solo l’inizio della missione del Cristo, ma celebra il rap­porto intimo, inesprimibile del mistero trinitario.

Grati per questa conoscenza di cui Dio ci ha fatti partecipi eleviamo la nostra preghiera e diciamo:

Ascoltaci, o Signore!

  • Per tutti i battezzati perché esprimano nella vita il mistero in cui sono stati per sempre immersi, del Pa­dre che ci ha fatto suoi figli, del Figlio che ci ha redenti e dello Spirito che ci santifica, preghiamo.
  • Perché il sigillo dello Spirito sia forza viva in noi per renderci sempre più somiglianti a Gesù mite e umile di cuore e ci doni la gioia di comunicarlo con la nostra vita, preghiamo.
  • Perché la Chiesa nella santità e grazia dei vari doni e ministeri, che l’adornano, testimoni sempre l’intimo mistero dell’unico Dio rivelato al Giordano, preghiamo.
  • Perché tutta l’umanità, liberata dalla colpa antica, sia ripiena con tutta la creazione della gloria di Dio che risplende sul volto di Cristo, preghiamo.

O Padre, che nell’acqua del Battesimo, nell’unzione dello Spirito, nella benedizione nuziale, fai risuonare la tua voce che invita a seguire Cristo tuo Figlio, trasformaci in testimoni luminosi della tua gloria.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

BATTESIMO DEL SIGNORE – C –

Scorre lento il Giordano, sulle cui rive sta il popolo: tutto è silenzio d’attesa davanti al profeta di Dio.

Suonano remote profezie, messaggi di consolazione: la redenzione è vicina! Dio ha prescelto l’Agnello.

Da monte a monte fa eco l’annuncio: Ecco il Signore! Corrono lievi i messaggeri a Sion: Regna il tuo Dio!

Nel seno puro dell’acqua, immerge tutto il suo corpo: sobbalzano stupiti gl’inferi, gli angeli cantano in coro.

Vibrante di vita scende come colomba lo Spirito, veste del nuovo Adamo, e fa nuovo tutto il creato.

Dai cieli la voce del Padre risuona di gioia sul Figlio, eterna nel nostro tempo, canto della Triade santa.

PRIMA LETTURA                                          Is 40,1-5.9-11

Dal libro del profeta Isa“a

1 «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio.

Non si dice chi ha questo compito. L’azione deve essere intensa. Il comando è infatti ripetuto. Dicendo il mio popolo, il Signore afferma che già si è riconciliato con lui, come altrove dice espri­mendosi nel rapporto sponsale. Inoltre l’espressione «il mio popolo, il vostro Dio» Sono i termini ti­pici dell’alleanza che si rinnova e, secondo la profezia di Gr 31, diviene eterna. Cfr. Zc 13,9: Farò passare questo terzo per il fuoco e lo purificherò come si purifica l’argento; lo proverò come si pro­va l’oro. Invocherà il mio nome e io l’ascolterò; dirò: «Questo è il mio popolo,. Esso dirà: «Il Signore è il mio Dio,.

2 Parlate al cuore di Gerusalemme

e gridatele che la sua tribolazione è compiuta

la sua colpa è scontata,

perché ha ricevuto dalla mano del Signore

il doppio per tutti i suoi peccati».

Parlate al cuore di Gerusalemme, l’espressione parlare al cuore è lo stesso che consolare (cfr. Gn 50,21: Così li consolò e parlò al loro cuore). Là nel cuore dove il popolo, personificato da Geru‑

salemme, ha sofferto strettezza e angoscia, là deve scendere la parola della consolazione.

e gridatele è un proclama solenne.

che la sua tribolazione è compiuta, cioè i giorni, in cui dev’essere nella tribolazione, sono giunti al compimento. Vi è un tempo per tutto: il tempo della tribolazione e il tempo della redenzione e quindi della consolazione.

la sua colpa è stata scontata, secondo quanto comanda la Legge (Lv 26,42).

il doppio è la punizione tipica del ladro (cfr. Es 22,2-3: Il ladro dovrà dare l’indennizzo: se non avrà di che pagare, sarà venduto in compenso dell’oggetto rubato. Se si trova ancora in vita e in suo

possesso ciò che è stato rubato, si tratti di bue, di asino o di montone, restituirà il doppio).

3 Una voce grida:

«Nel deserto preparate la via al Signore,

spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.

Nel deserto che separa Babilonia da Gerusalemme, preparate la via al Signore perché il Signore è con il suo popolo e come pastore lo riconduce alla sua terra.

Con la redenzione si rinnovano i prodigi dell’Esodo, la via amara dell’esilio si trasforma nella via piena di gioia del ritorno. In questo linguaggio simbolico si nasconde la situazione della nostra vita. Il cammino compiuto nell’amarezza a causa del peccato e della sua espiazione si trasforma con la conversione e la redenzione in un cammino di gioia sotto la guida del Signore come buon pastore.

4 Ogni valle sia innalzata,

ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata.

Tutto diviene piano e di facile cammino. Nessuno potrà più porre ostacolo al cammino del popolo verso la sua terra.

Allo stesso modo nel profondo movimento dei popoli verso la salvezza tutto si trasforma in un luogo sereno e pianeggiante a indicare la vittoria del Cristo su quanti ostacolano l’affermarsi dell’Evangelo in seno ai popoli, come subito dice. Con il Cristo è iniziato il cammino del ritorno e quindi dello scioglimento di tutte le situazioni amare e di grave ingiustizia e di sconvolgimento della stessa creazione. Tutto ritorna alla sua origine per giungere alla sua pienezza in Cristo. Nulla va perduto nell’azione redentrice del Cristo.

5 Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato».

Questo esodo dei redenti sarà manifesto a tutti gli uomini perché sarà la rivelazione della gloria del Signore, cioè del compimento della redenzione dove cesserà il gemito della creazione, il nostro gemito e quello dello stesso Spirito che intercede con gemiti inesprimibili (cfr. Rm 8). Il futuro non è tanto da immaginare quanto da credere nell’ascolto della Parola del Signore.

9 Sali su un alto monte,

tu che annunci liete notizie a Sion!

Alza la tua voce con forza,

tu che annunci liete notizie a Gerusalemme.

Alza la voce, non temere;

annuncia alle città di Giuda:

«Ecco il vostro Dio!

Questa è la quarta voce (9-11). Essa vede già Gerusalemme e le grida l’immediata venuta del Si­gnore con tutto il popolo che sta per entrare in Sion. Chi annuncia a Gerusalemme è una donna (nella traduzione italiana non si coglie il femminile) oppure sono cori di donne come vediamo nei momento della vittoria del Signore. Così in Es 15,20 Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano: dietro a lei uscirono le donne con i timpani, formando cori di danze. Le donne precedono il Signore alla testa del popolo per annunciare a Gerusalemme il lieto annunzio e alla guida di esse vi è colei che reca liete notizie in Sion. Essa alza forte la voce e le altre donne in coro le rispondono come è scritto: Il Signore annunzia una notizia, le messaggere di vittoria sono grande schiera (Sal 67,12).

Il profeta comanda al coro delle donne mediante colei che le guida di alzare la voce e di non teme­re più la presenza dell’oppressore perché questi ha perso la sua forza alla presenza del Signore: Ecco il vostro Dio. La donna ne indica la presenza alla guida del popolo che sale dalla sua schia­vitù verso Gerusalemme. Lei per prima lo vede e lo annuncia. La Scrittura fa trasparire nella lettera il mistero della pienezza del tempo quando Dio mandò il suo Figlio nato da Donna, nato sotto la legge (Gal 4,4).

10 Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio

e la sua ricompensa lo precede.

La messaggera di Sion ora dice in modo dettagliato quanto ha espresso in precedenza. Il Signore Dio viene con potenza, che Egli ha manifestato nello sconfiggere i suoi nemici e nella redenzione del suo popolo. Il Signore ha operato la salvezza con il suo braccio e ora Egli detiene il dominio sui suoi nemici, mentre per i suoi Egli ha con sé il premo, li ricompensa per le fatiche e le umilia­zioni che hanno subito e la sua ricompensa lo precede, come è scritto: «Per questo sta scritto: Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini» (Ef 4,8); e altrove: avendo privato della loro forza i Principati e le Potestà ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al cor­teo trionfale di Cristo (Col 2,15).

11 Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna;

porta gli agnellini sul petto

e conduce dolcemente le pecore madri».

Come per i suoi nemici il Signore è il vincitore che li abbatte e trionfa su di loro così per il suo popo­lo Egli è il pastore che li guida con forza e con dolcezza; con quel braccio con cui ha sconfitto i suoi nemici il Signore ora raduna il suo gregge, che era disperso, e lo conduce al pascolo e per non perdere gli agnellini li porta sul petto e conduce dolcemente le pecore madri cioè le aiuta nel cammino.

Note

Quale significato ha il fatto che Gerusalemme ha pagato perfettamente il suo debito con il Signore, anzi, simile a un ladro, ha restituito il doppio?

La Legge conserva tutto il suo rigore, non può essere annullata, essa è infatti spirituale ed è espressione della giustizia divina.

Solo il Signore dichiara quando il tempo giunge a compimento e comanda di consolare. È Lui solo quindi che, per imperscrutabile disegno e decreto, stabilisce la cessazione del tempo dell’espiazione e l’inizio di quello della consolazione.

L’inizio di questo tempo è l’Evangelo che annuncia il tempo compiuto, il regno che si è avvicinato e quindi invita alla conversione e a credere al Vangelo, come è scritto in Marco.

Il rovesciamento della situazione è in rapporto alla presenza del Signore nella duplice veste di guer­riero vittorioso che sconfigge i suoi nemici e in quella di pastore che conduce il suo popolo.

Questi tratti sono pure presenti nel NT: la vittoria del Cristo sui nemici dell’uomo e il suo essere pa­store del suo popolo da Lui redento.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 103

R/. Benedici il Signore, anima mia.

Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Sei rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un manto, tu che distendi i cieli come una tenda. R/.

Costruisci sulle acque le tue alte dimore, fai delle nubi il tuo carro, cammini sulle ali del vento, fai dei venti i tuoi messaggeri

e dei fulmini i tuoi ministri.                    R/.

Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature. Ecco il mare spazioso e vasto: là rettili e pesci senza numero,

animali piccoli e grandi.           R/.

Tutti da te aspettano

che tu dia loro cibo a tempo opportuno. Tu lo provvedi, essi lo raccolgono;

apri la tua mano, si saziano di beni.                  R/.

Nascondi il tuo volto: li assale il terrore;

togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati,

e rinnovi la faccia della terra.               R/.

SECONDA LETTURA                                   Tt 2,11-14; 3,4-7

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito

Figlio mio, 11 è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini

È apparsa infatti, il testo si collega al precedente e ne dà la motivazione: tutti coloro che sono nel­la Chiesa sono chiamati a vivere così perché è apparsa la grazia di Dio (Girolamo).

È apparsa, come è detto: per illuminare quelli che sono nella tenebra e nell’ombra di morte (Lc 1,79) e altrove: il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce (Mt 4,16)

La grazia di Dio è apparsa in Cristo, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14), e quindi è apportatrice di salvezza perché Gesù è il nostro salvatore, dalla cui pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia.

Gesù è ora presente in mezzo a noi nella sua grazia che dona salvezza. Egli si fa presente a tutti gli uomini perché è la luce che illumina ogni uomo (Gv 1,9). Ognuno, secondo il suo proprio è illu­minato dalla luce del Verbo e incontra la grazia del Cristo.

e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà,

C’insegna, quello che, nell’A.T. è compito della Legge, nel N.T. lo è della grazia: la Legge forma dall’esterno, la grazia educa e istruisce dall’interno, per questo è chiamata salvatrice. In essa opera lo Spirito Santo. Chi è nella grazia di Dio è avvolto e penetrato dallo Spirito Santo, che lo istruisce, lo ammonisce e lo consola.

A rinnegare, come c’insegna il Signore: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).

L’empietà è l’idolatria, che c’impedisce di credere in Dio; è la durezza di cuore di chi non Lo vuole riconoscere e accogliere; è la caparbietà nel ribellarsi alla sua legge e nella durezza di pensiero e di azione con tutte le creature..

I desideri mondani sono elencati in 1Gv 2,16: La concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita. Questi sono la molla dell’agire secondo il mondo e quindi del ri­bellarsi a Dio e del fare violenza alle sue creature.

sobriamente verso noi stessi

giustamente verso gli altri

piamente verso Dio (s. Bernardo).

13 nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvato­re Gesù Cristo.

Essa è pure grazia che ci fa attendere la manifestazione del Signore.

La beata speranza, è la beatitudine sperata. La speranza infatti è ora nell’attesa e giunge al suo compimento nella beatitudine.

Così preghiamo durante l’Eucaristia: nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo.

La beata speranza ha come oggetto la manifestazione della gloria (ora si manifesta la grazia) del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo.

Egli si manifesta come il grande Dio, il Dio degli dei, davanti al quale si prostrano tutte le potenze spirituali, come è scritto: e lo adorino tutti gli dei (Sal 96,7).

Per noi Egli è il salvatore, per cui lo attendiamo con gioia.

14 Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

Questa beata speranza è in noi perché Cristo ha dato se stesso per noi; Egli ci ha tanto amato che ha dato se stesso, come Egli dice: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).

Egli consegnò se stesso accettando liberamente la volontà del Padre per noi (cfr Gv 3,16).

per riscattarci dalla schiavitù del peccato, della morte e del diavolo.

da ogni iniquità, ciò che è contrario alla Legge: infatti non potevamo osservare la Legge a causa delle nostre passioni, della legge del peccato, che è nelle nostre membra (cfr. Rm 7,23). un popolo puro che gli appartenga, cioè eletto cfr. Es 19,15: caratteristica dell’alleanza. pieno di zelo, bramoso di fare le opere buone (cfr. v. 7).

3:4 Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini,

In questo inno vi un’attribuzione del titolo di salvatore sia a Dio che a Gesù Cristo.

Dio è salvatore manifestando la sua bontà e il suo amore per gli uomini. Egli va oltre la sua stessa giustizia, che lo porterebbe a condannarci e si manifesta con segni di bontà e di amore verso di noi perché Egli vuole tutti salvi e non vuole che alcuno perisca (cfr. 1Tm 2,4).

5 egli ci ha salvati,

non per opere giuste da noi compiute,

ma per la sua misericordia,

con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo,

Per salvarci Dio non si è basato sulle eventuali opere di giustizia da noi fatte ma ci ha salvati se­condo la sua misericordia mediante il lavacro della rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito Santo.

Il lavacro della rigenerazione e la costante azione di rinnovamento costituiscono la nostra salvezza. «Per ciascuno di noi c’è qualcosa di simmetrico a quello che è per tutti l’incarnazione: cioè il nostro lavacro di palingenesi e di rinnovamento nello Spirito Santo. Come l’iniziativa di Dio, rispetto a tutto il mondo, sta nell’incarnazione, così l’iniziativa di Dio rispetto a ciascuno di noi sta nel battesimo, il lavacro che ci rigenera. […]

È nel battesimo che Iddio ci attira, che opera la nostra nuova generazione, senza rapporto con quello che noi possiamo avere fatto prima nella generazione secondo la carne» (G. Dossetti, o.c., p. 48).

6 che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro,

Questa abbondante effusione dello Spirito non può passare inosservata, deve essere da noi recepi­ta e sentita. È necessario tuttavia precisare dove lo Spirito è accolto in noi ed è accolto precisa­mente dal nostro spirito.

7 affinché, giustificati per la sua grazia,

diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.

Afferrati dalla sua grazia, noi non sentiamo più la tensione tra quello che dobbiamo fare e quello che possiamo perché il nostro operare è credere in Gesù (cfr. Gv 6,29: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato»).

Ora la fede è la stessa energia dello Spirito Santo riversata in noi abbondantemente.

«Se, invece, ci sentiamo esuberantemente lavati, rigenerati dallo Spirito Santo e travolti da questo fiume, non abbiamo più da fare opere, perché, quando una piena ci prende, ci porta; e noi non ab­biamo altro che da lasciarci prendere dalla corrente di questo fiume di Spirito Santo» (G. Dossetti, o.c., p. 49).

CANTO AL VANGELO                                     Cf Lc 3, 16

R/.      Alleluia, alleluia.

Viene colui che è più forte di me, disse Giovanni; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.

R/.      Alleluia.

VANGELO                                                   Lc 3,15-16.21-22

  Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, 15 poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo,

Poiché il popolo era in attesa. La venuta del Cristo era attesa dal popolo dell’Antica Alleanza. Giovanni ha reso più forte questa attesa con la sua predicazione che ha raggiunto tutti e ha raduna­to Israele disperso in un solo popolo. Ma ora l’attesa è finita, non bisogna attendere nessun altro (cfr. 7,18-23).

Inizierà, però, un’altra attesa, nel tempo in cui il servo dovrà stare attento perché il padrone giunge­rà in un giorno in cui non attende e in un’ora che non sa (12,46). È il tempo dell’attesa della venuta del giorno di Dio (2Pt 3,12), il momento in cui alla comunità cristiana è chiesto di essere senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace (2Pt 3,14). L’annuncio evangelico tiene desta in noi l’attesa del Signore.

Se non fosse lui il Cristo: Non viene il Cristo dalla casa di Davide? È forse presente la tradizione del messia di stirpe sacerdotale?

16 Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».

L’acqua appartiene ancora a questa creazione. Giovani battezza ancora stando dentro all’antica economia della legge. Gesù appartiene a un’altra realtà che Giovanni esprime con il dichiararsi in­degno a compiere nei suoi confronti persino i servizi più umili quali quelli di uno schiavo. Infatti il battesimo del Cristo appartiene alla nuova creazione perché ha come principio lo Spirito Santo e il fuoco. Lo Spirito appare come fuoco nella Pentecoste (At 2,3): qui il fuoco è legato alla Parola (co­me lingue di fuoco). Lo Spirito è legato all’acqua nel battesimo cristiano (Gv 3). Lo Spirito è il vero autore del battesimo: nell’acqua purifica e con il fuoco dà la forza della Parola e della testimonian­za.

[Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile».

Con molte altre esortazioni annunziava al popolo la buona novella.

Ma il tetrarca Erode, biasimato da lui a causa di Erodìade, moglie di suo fratello, e per tutte le scelleratezze che aveva commesso, aggiunse alle altre anche questa: fece rinchiudere Giovanni in prigione.]

21 Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera,

Ed ecco (lett.: avvenne): questa formula d’introduzione serve nel corpo del vangelo a distinguere le grandi unità letterarie.

Tutto il popolo veniva battezzato: con il battesimo di Gesù la missione del Battista è terminata: ormai tutto il popolo è stato preparato per accogliere il ministero di Gesù; è quello stesso popolo in attesa di cui si parla al versetto 15.

Gesù, ricevuto anche lui il battesimo. Gesù è confuso ai peccatori, come l’Agnello di Dio che to­glie il peccato dal mondo (Gv 1,29): «il battesimo di Gesù nel Giordano annunzia e prepara il suo battesimo nella morte (Lc 12,50). Due battesimi aprono e chiudono l’ufficio pubblico di Gesù» (F. Amiot). L’assenza del Battista mette in luce come la sua missione sia conclusa: tutto il popolo è con Gesù, pronto ad ascoltarlo, dopo averne accolto la manifestazione.

Stava in preghiera: questo elemento della preghiera di Gesù è tipico di Luca: infatti non viene ri­portato nella narrazione del battesimo né da Marco né da Matteo. Importantissima è la preghiera del Signore: nel Vangelo di Luca più volte si parla di Gesù che prega (5,16; 9,18) specialmente nei momenti forti come il battesimo (3,21), la scelta degli apostoli (6,12), la trasfigurazione (9,28-29), tanto che il Signore dice una parabola sulla necessità di pregare sempre (18,1-8) e dopo aver lui stesso pregato insegna ai discepoli come pregare (11,1-5; cfr. anche 18,9-14).

Qui la preghiera di Gesù apre i cieli e non questi cieli come fece Elia che li chiuse e li aprì per dona­re la pioggia, ma quelli nuovi dai quali scende lo Spirito, come subito dice.

Egli prega e la sua preghiera attraversa le nubi (Eccl 35,16-24) e fa scendere su di Lui lo Spirito perché squarcia i cieli e si ode la voce del Padre che lo rivela ad Israele che, essendo stato purifi­cato, può ascoltare questa testimonianza.

il cielo si aprì 22 e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Il cielo si aprì. Nella Scrittura è sempre il preludio a una manifestazione divina (cfr. Is 63,19b; Ez 1,1).

La teologia ebraica concepisce la storia salvifica in due momenti: l’allontanamento della Shekinah (= la Presenza di Dio tra gli uomini) e il suo ritornare con il Messia: l’aprirsi dei cieli ristabilisce la comunione tra Dio e l’uomo (d. U. Neri) e rivela il Messia che, pur essendo concepito dallo Spirito

perché Figlio di Dio, viene ora consacrato dando inizio alla sua missione. Il testo che sta nel sotto­fondo è Is 61,1sg che Gesù citerà nella sinagoga di Nazaret.

Lo Spirito Santo in forma corporea. Nel racconto del battesimo, rispetto a Mt e a Mc, Luca ag­giunge che lo Spirito discese in forma corporea: in questa variante si manifesta la volontà di Luca di mostrare il fatto non solo come oggetto della percezione di Gesù (così fanno Mt e Mc) ma anche di rimarcare l’oggettività di questa discesa dello Spirito. Più che il simbolo della colomba, l’evangelo sottolinea in questo luogo l’aspetto corporeo, il fatto cioè che lo Spirito diviene a tutti visibile. Lo stesso dicasi quando sottolinea le manifestazioni visibili avvenute nel giorno di Pentecoste quali le fiamme, il rombo e il vento (At 2,2-3) (cfr. Schweizer GLNT e Rengstorf).

E venne una voce dal cielo: La teofania culmina nella voce: Dio dichiara Gesù il suo Figlio. All’inizio dell’Evangelo, che Gesù proclama, stanno la manifestazione visibile dello Spirito e la voce del Padre, che tutto il popolo vede e ode, ottenendo risposta riguardo alla sua domanda su Gio­vanni (3,15). Questa teofania, dando inizio al ministero pubblico di Gesù, lo caratterizza come rive­lazione in lui del Padre e come effusione dello Spirito sui credenti. La rivelazione procede verso la sua piena manifestazione che avverrà sulla croce e nella rivelazione che ha nella trasfigurazione il suo momento intermedio.

«Distinguiamo il momento del battesimo e gli avvenimenti successivi: il cielo che si apre, lo Spirito, la Voce. Tutti e tre hanno una chiara portata escatologica: si ha una svolta decisiva nella storia del­la salvezza. Questo è importante e decisivo se no non usciamo dalla costruzione immaginativa del battesimo. I fatti hanno un valore teologico e non «miracoloso» nel senso che si dà comunemente al termine. Questi tre fatti vogliono sottolineare che inizia il tempo della fine.

I cieli si aprono (Is 63,19: Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i mon­ti.). Si squarcia il velario, il muro di separazione tra Dio e l’uomo. Gregorio di Nazianzo dice: «sa­lendo dall’acqua porta in alto il cosmo». Quei cieli che rappresentavano per l’uomo l’oggetto dei suoi desideri si aprono.

La discesa dello Spirito è un fatto escatologico. Lo Spirito non era più presente. Lo Spirito si era estinto, era cessata la profezia. Il fatto che lo Spirito discenda su Gesù è nuovissimo ed ecceziona­le tale da indicare che inizia la fine.

La voce del Padre.La frase che il Padre pronuncia congiunge diversi testi: Sal 2 e Is 42. È la riposta a Giovanni: il Cristo verrà con lo Spirito e con il fuoco. La risposta del Padre è giudizio sì ma con mitezza: non spezza la canna incrinata. Tutto questo è importante: noi ci troviamo di fronte a un segno che può essere colto solo dalla fede, per questo è oggetto di testimonianza. Non è segno fa­cile perché è il segno del Servo sofferente, del Crocifisso. Il Battesimo è segreto e palese negli evangelisti: è segreto per chi non ha fede ed è palese per chi è credente» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerusalemme 13.1.1980)

«Il battesimo di Gesù pone a ciascuno di noi una domanda e un invito. Invito a sentirci coinvolti da questo sacrificio che il battesimo adombra: «Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesi­mo con cui io sono battezzato?» (Mc 10,38). Chiede di seguirlo. «Siete disposti a venire dietro di me? Per venire dietro di me accettate il mio calice e il mio battesimo in quel che riguarda il compi­mento della volontà del Padre»; solo così avremo parte ai cieli nuovi che Gesù inaugura con il suo battesimo» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerusalemme, 13.1.1980).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Immersi nella grazia del Battesimo e resi in tutto fratelli del Cristo, eleviamo con filiale la fiducia la nostra preghiera al Padre:

Padre, fonte della vita, ascoltaci!

  • Perché la professione di fede iniziata con il battesimo porti tutti i credenti sempre più nel cuore del Vange­lo, creduto, amato e testimoniato, preghiamo.
  • Perché il dono dello Spirito conduca tutti i discepoli di Gesù a seguirlo nel dono totale della propria vita accettando il suo calice e il suo battesimo come compimento della volontà del Padre, preghiamo.
  • Perché tutti i popoli siano immersi nelle acque del battesimo e l’adesione al Vangelo dia inizio ai nuovi cieli e alla nuova terra, preghiamo.
  1. Padre onnipotente ed eterno, che dopo il battesimo nel fiume Giordano proclamasti il Cristo tuo diletto Fi­glio, dona ai tuoi figli di ascoltare sempre la tua voce perché seguendo il tuo Figlio diventiamo testimoni lu­minosi della tua gloria.

Per Cristo nostro Signore.

Amen

LODE A DIO