DOMENICA IV DI AVVENTO – A – di Giuseppe Bellia

 

Vibrante lo Spirito di Dio,

si aprono i tesori nascosti

nelle viscere della Parola.

Il grembo verginale di Sion

senza concorso di uomo

accoglie e genera il Verbo.

Giovane Donna sei Maria,

Tempio dello Spirito di Dio,

Vergine appari partoriente.

Contempla Giuseppe il giusto

il prodigio, unico nella natura,

e stupito, al risveglio esclama:

Ave o Vergine Maria, mia sposa.

Ave o Arca tutta d’oro dentro e fuori.

Ave o vaso della manna celeste.

Ave o gioia delle creature celesti e terrene.

Ave o terrore dei demòni infernali.

Ave o talamo di mistiche nozze.

Ave o santuario del Dio fatto uomo.

Ave o germoglio del ceppo di Iesse.

Ave o vergine Maria.

PRIMA LETTURA                                             Is 7,10-14

Dal libro del profeta Isaia

Ecco, la vergine  e partorirà un figlio.

«Is 7, 10-16: secondo oracolo di Isaia ad Acaz. Il primo rassicura Acaz contro il re di Samaria. Solo se il popolo avrà fede non si dovrà temere.

Il secondo oracolo invita ad avere fiducia, ma il re si oppone con una risposta “teologica” che gli impedisce di chiedere il segno: la giovane donna (LXX: Vergine) darà alla luce un Figlio. Per Acaz il segno si rovescia, il segno sarà l’inizio della catastrofe: prima che il bimbo sarà cresciuto inizierà l’invasione. 2Re 16: storia di Acaz» (d. G. Dossetti, appunti di omelia 19.12.1971)

10 In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto».

Il Signore ha concluso l’oracolo precedente dicendo: «Ma se non credete, non avrete stabilità», ora vuole confermare la fede del re nel suo intervento salvifico con un segno.

Il segno è come un anticipo di quanto il Signore sta per fare; sta come tappa intermedia nella realizzazione della sua Parola.

Dal momento che Acaz non vuole credere, il Signore gli dice: «Chiedi per te un segno, per confermare la tua fiducia in me, che cioè quanto ti ho detto si avvererà». Il segno può essere in ogni spazio, anche in quello non raggiungibile dall’uomo: gli inferi e l’alto dei cieli.

12 Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore».

Acaz non crede alla profezia d’Isaia, perciò si riveste dell’abito dell’uomo pio e credente nel Signore per il quale chiedere un segno è tentare il Signore, come è scritto nella Legge (cfr. Dt 6,16: Non tenterete il Signore vostro Dio come lo tentaste a Massa). In tal modo egli vuole rovesciare su Isaia l’accusa di essere un falso profeta perché porta gli uomini a tentare il Signore. Rovesciate le posizioni, egli può trascurare la parola d’Isaia perché non viene dal Signore. Chi non vuole credere o cerca d’impedire i segni oppure li vuole annullare sia negandoli sia facendo tacere con minacce i testimoni.

13 Allora [Isaia] disse: «Ascoltate (+ pertanto), casa di Davide! Non vi basta di stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio?

Il Signore rivolge la sua parola a tutta la casa di Davide, cioè a tutti gli uomini che circondano il re e che sono pertanto anche suoi consiglieri, abili nel tentativo di annullare quello che il Signore dice per portare avanti le loro scelte. Essi con la loro arroganza opprimono il popolo e con la loro astuzia tentano di sottrarsi alla Parola del Signore pronunciata attraverso i profeti al punto tale da stancare il Signore. Al v. 11 il profeta aveva detto il tuo Dio ma dopo che il re aveva dichiarato di non voler saperne del Signore lo chiama il mio Dio escludendo la casa di Davide dal rapporto con il Signore.

14 Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».

Poiché il re rifiuta, il Signore stesso dà il segno. Nulla può impedire l’intervento del Signore. Il segno non è in cielo o negli inferi ma è nel profondo dell’uomo: è nel grembo della vergine. Sappiamo come il testo ebraico abbia un termine che si traduce con «giovane donna» per cui nel suo significato storico potrebbe essere la moglie del re oppure la moglie stessa del profeta che dà al figlio già concepito il nome di «Emmanuele» a indicare che Dio è con noi nel realizzare le sue promesse.

La parola «la vergine» proviene dalla Settanta che qui riflette un approfondimento della rivelazione e una rilettura del testo alla luce del Messia (*). «Dal II sec. a.C. e forse già prima, una parte della tradizione ebraica ha dunque visto in questa nascita eccezionale, ancora attesa, la nascita verginale del messia» (TOB).

Chi sostiene la lettura puramente storica, si fonda sui verbi che indicano un fatto già in atto. Noi tuttavia siamo ammaestrati che l’evento della nascita verginale del Messia è tale che, pur avvenendo otto secoli dopo, è tuttavia presente in modo simbolico nel bimbo del profeta o, secondo altri, del re. Questi non esaurisce in sé le caratteristiche del segno, ma vi partecipa. Per cui è vero che la liberazione piena, significata dalla cessazione del potere dei re di Siria e d’Israele, si attuerà proprio nel Messia concepito e nato dalla Vergine.

Il fatto storico, di per sé normale perché il bimbo è concepito in modo naturale, indica che è già in atto la liberazione, come prima ha annunciato che il regno di Efraim cesserà durante la vita di un bimbo che nasce in quei giorni. Se è vero che con Emmanuel si vedrà la liberazione di Giuda e la cessazione d’Israele come regno; tuttavia la redenzione avverrà con il figlio della Vergine, l’Emmanuel, il Dio con noi.

(*) «Il termine ebraico ‘almah è tradotto nei Settanta con parthénos che è la traduzione regolare di betulah. Notiamo come nel racconto del servo di Abramo Eliezer, Rebecca è chiamata betulah, ‘almah, na’rah, termini tutti tradotti nei Settanta con parthénos» (Hacam, o.c., n. 26,5, p. 83).

Note

«Acaz, a lui è dato questo segno che si verifica con la realtà della nascita dalla Vergine Maria. Egli è il tipo delle creature alle quali Egli fa il dono del Cristo. Acaz appare un debole, “teologo poco di punta” a prima vista, però ripensandoci appare il tipo dell’empietà per il suo comportamento qui: Acaz sembra caratterizzato dal terrore di perdere quello che ha già. Per l’altare, le Cronache ce ne danno il motivo: paura degli dèi di Damasco e sfiducia nel suo Dio. Dio lo invita a confidare: è il rifiuto radicale di Dio questa paura. Il peccato è “non credere” (vedi particolarmente i Salmi e il Deuteronomio). Dio con grande misericordia gli vuole offrire un segno qualunque esso sia; egli rifiuta e nonostante questo Dio gli dà il segno: è una sua iniziativa che scatena il giudizio e la salvezza».

(d. Umberto Neri, appunti omelia 19.12.1971)

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 23

R/.    Ecco, viene il Signore, re della gloria.

Del Signore è la terra e quanto contiene:

il mondo, con i suoi abitanti.

È lui che l’ha fondato sui mari

e sui fiumi l’ha stabilito. R/.

Chi potrà salire il monte del Signore?

Chi potrà stare nel suo luogo santo?

Chi ha mani innocenti e cuore puro,

chi non si rivolge agli idoli.       R/.

Egli otterrà benedizione dal Signore,

giustizia da Dio sua salvezza.

Ecco la generazione che lo cerca,

che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. R/.

SECONDA LETTURA                                        Rm 1,1-7

Gesù Cristo, dal seme di Davide, Figlio di Dio.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

«Rom 1, 1-7: Paolo condensa negli indirizzi tutta una teologia. Paolo servo di Cristo, apostolo (fu chiamato da Dio). Tutto l’A.T. è una promessa in rapporto all’Evangelo, l’oggetto della promessa e ciò che costituisce il N.T.

Destinatari: i fedeli di Roma e dice loro grazia e pace. La grazia è la condiscendenza di Dio verso l’uomo peccatore; la pace è la riconciliazione dell’uomo con Dio in Gesù. Grazia e pace si condensano nell’annuncio dell’Evangelo. L’Evangelo è Gesù, figlio di David secondo la carne, uomo quindi ben individuato, è quel tale, quell’individuo; egli è costituito Figlio di Dio con potenza, già nella sua carne, per la potenza dello Spirito Santo; Egli si rivela Figlio di Dio dalla risurrezione dai morti in pienezza» (d. G. Dossetti, appunti di omelia 19.12.1971)

1 Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio –

Paolo si definisce prima di tutto servo (lett.: schiavo) di Cristo Gesù. Il termine schiavo sottolinea una totale dipendenza da Cristo: da Lui infatti è stato acquistato e riscattato a caro prezzo, a Lui deve tutto e quindi è in una totale sottomissione a Cristo. Da qui ne consegue una totale libertà nei confronti degli uomini come afferma in Galati: Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più schiavo di Cristo (1,10) e nello stesso tempo, per guadagnare qualcuno a Cristo si fa tutto a tutti come dice nella 1Corinzi: Pur essendo libero da tutti mi son fatto schiavo di tutti per guadagnarne il maggior numero (9,19). È schiavo di Cristo Gesù, di Cristo che è Gesù che egli perseguitava. Definendosi schiavo egli si colloca pure in quella linea veterotestamentaria che caratterizza chi è dedito al Signore.

Apostolo per chiamata, chiamato da Dio a essere Apostolo. La vocazione di Paolo è di essere Apostolo. «Per la diversità della grazia si realizza ciò che sta scritto: Molti sono i chiamati ma pochi gli eletti (Mt 22,14). Tuttavia è necessario sapere che è possibile che qualcuno sia stato chiamato ad essere Apostolo o profeta o maestro ma, se avrà trascurato la grazia della sua chiamata decada da essa … In tutte le chiese di Dio ci sono molti chiamati ad essere maestri e ministri, ma non so quanti tra loro siano stati eletti tali … Ma anche se si percorre ciascun ordine di grazia troverai ugualmente che molti sono i chiamati, però pochi sono gli eletti» (Origene, o.c., p. 14-15).

Scelto per annunciare il vangelo di Dio. In At 13,2 è detto: Mettetemi da parte Barnaba e Saulo e Paolo dice di sé in Gal 1,15: Quando piacque a colui che mi aveva messo da parte dal ventre di mia madre e mi aveva chiamato mediante la sua grazia, di rivelare suo Figlio in me affinché lo evangelizzassi tra le genti. Chiamato a essere apostolo Paolo è messo da parte perché tutto si dedichi all’Evangelo di Dio. È proprio dell’Apostolo essere il luogo dove l’Evangelo si rivela. Paolo di questo ha piena certezza e vive e fatica in rapporto a questo, sapendo di non faticare invano. Egli è messo da parte per l’Evangelo che ha Dio per autore. «Dio è colui che mediante l’Evangelo chiama e in esso pronuncia i suoi ammonimenti, annunzia le sue richieste sovrane e dispiega la sua potenza»(Schlier, o.c., p. 59).

2 che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture

Le sante Scritture testimoniano l’Evangelo. Esse sono date mediante i profeti da Dio e hanno come contenuto l’Evangelo che è dato come profezia mentre mediante gli Apostoli è dato come compimento. Che le Scritture sante contengano in sé l’Evangelo è quanto dice lo stesso Signore dove di Lui si afferma che cominciando da Mosè e da tutti i profeti interpretò loro in tutte le Scritture le cose riguardanti se stesso (cfr. Lc 24,27).

3 e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne,

La professione di fede fondamentale: il Figlio di Dio, Gesù Cristo nostro Signore è oggetto di una precisazione che indica i due modi di essere del Signore Gesù prima e dopo la risurrezione: secondo la carne, secondo lo Spirito di santità. Il Figlio di Dio è secondo la carne perché nato dal seme di Davide. Nascendo dalla famiglia di Davide non solo è il Messia ma è entrato nella realtà della carne e quindi soggetto alla morte e in tutto simile a noi fuorché nel peccato (cfr. Eb 4,5).

4 costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore;

Il Figlio di Dio, che aveva svuotato se stesso facendosi uomo, è stato costituito Figlio di Dio con potenza dal momento della sua risurrezione dai morti. Dice giustamente destinato e non predestinato. «È destinato infatti colui che già è; è predestinato invece colui che ancora non è, come quelli di cui l’apostolo dice: Quanti preconobbe li ha anche predestinati (Rm 8,29). Dunque possono essere conosciuti in precedenza e predestinati quelli che ancora non sono; invece colui che è, ed è eternamente, non è predestinato, ma destinato» (Origene, o.c., p. 21). Egli è stato quindi stabilito Figlio di Dio in potenza. «Secondo l’Evangelo di Paolo Gesù è il Figlio di Dio e quindi con la risurrezione dai morti non può essere divenuto Figlio di Dio, bensì Figlio di Dio in potenza» (Schlier, o.c., p. 64). Dalla risurrezione dei morti Cristo è costituito Figlio di Dio con potenza perché riceve il Nome che è al di sopra di ogni altro Nome e ogni lingua proclama che Gesù è il Signore (cfr. Fil 2,9-10) ed è costituito secondo lo Spirito di santità. Se il termine santità è un titolo della Gloria di Dio come è testimoniato dal confronto dei LXX con il TM (santità traduce infatti anche maestà hod ‘oz, potenza, Ps 96,6 cfr. Schlier, o.c., p. 66) significa allora che l’essere costituito Figlio di Dio in potenza è essere nella stessa gloria del Padre. «La risurrezione costituisce la fine delle sofferenze di Cristo e poiché dopo la risurrezione egli non muore più né la morte avrà, più potere su di Lui (Rm 6,9), e ancora è detto: Che anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora però non lo conosciamo più (2Cor 5,16), per questo ogni cosa, che esiste in Cristo, è già ora Figlio di Dio» (Origene, o.c. p. 24). Risulta da questo che anche noi secondo la carne lo percepiamo come nato dal seme di Davide e quindi vero uomo; secondo lo Spirito, che abbiamo da Lui ricevuto, lo crediamo Figlio di Dio con potenza.

5 per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome,

Mediante Cristo, in modo diretto, infatti l’apostolo afferma in Gal 1,12: Io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Abbiamo ricevuto potrebbe, significare noi apostoli come dice in Gal 2,8: Colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani. Direttamente dal Signore Paolo ha ricevuto la grazia dell’apostolato. Prima dice di aver ricevuto la grazia come è detto in Gv 1,16: Dalla sua pienezza abbiamo ricevuto e grazia su grazia; poiché la Legge fu data mediante Mosè, la grazia e la verità furono mediante Gesù Cristo (ivi, 17). L’Apostolo ha ricevuto mediante Cristo, la grazia e la verità che sono il contenuto dell’Evangelo di Dio, l’ha ricevuto dalla sua pienezza e, poiché è stato chiamato a essere apostolo, comunica la grazia di Cristo a tutte le genti perché obbediscano alla fede e sia così glorificato il Nome di Cristo.

La grazia si manifesta nell’Apostolo sia quando predica e anche nella sua vita ed è a lui incessantemente comunicata da Cristo. «Tutto ciò che è suo lo dà anche ai suoi discepoli. Si dice che la grazia è diffusa sulle sue labbra (Sal 44,3) ed egli la dà pure ai suoi apostoli, perché con essa, mentre faticano possano dire: Ho faticato più di tutti loro: non io ma la, grazia di Dio con me (1Cor 15,10)» (Origene, o.c., p. 26) La grazia e l’apostolato sono dati all’apostolo per l’obbedienza della fede in tutte le genti. L’obbedienza è in stretto rapporto con la fede. Infatti l’Evangelo viene annunziato e l’ascolto suscita la fede con la quale aderiamo all’Evangelo sottomettendoci ad esso. Poiché l’annuncio è fatto a tutti i popoli, questi sono chiamati all’obbedienza della fede e Paolo ha ricevuto, in rapporto a loro, la grazia e la dignità di Apostolo. «I gentili infatti che erano estranei all’alleanza di Dio e alla maniera di vivere d’Israele (Ef 2,I2), non avrebbero potuto credere al Vangelo se non per la grazia che era stata data agli apostoli, in virtù della quale si dice che alla predicazione degli apostoli si obbedisce in fede» (Origene, o.c., p. 26). Questo avviene per il nome di Cristo, esso è la causa e il fine della grazia e dell’apostolato ed è la forza che assoggetta tutte le genti all’obbedienza della fede.

6 e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo –,

La chiesa di Roma deriva dalle genti e quindi dà all’apostolo il grave compito di annunciarle il suo Evangelo. Egli li definisce chiamati da Gesù Cristo, chiamati di tra le genti ad essere di Gesù Cristo cioè ad appartenere a Lui e da Lui conosciuti e chiamati per nome all’esistenza; inoltre tutti li riconoscono come quelli che sono di Cristo.

7 a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!

I membri della chiesa di Roma sono chiamati diletti di Dio cioè amati da Lui. In Cristo è stata distrutta l’inimicizia, la maledizione si è volta in benedizione per cui il Padre può amare con tutte le viscere della sua misericordia quanti sono da Lui chiamati a essere santi. Infatti la nostra appartenenza a Cristo, che è il Santo, ci comunica la stessa sua santità, si è infatti chiamati dal Padre a essere in comunione con Gesù ed essere sua proprietà. Questo comporta che a tutte le sue membra Cristo comunica lo Spirito della santità che le santifica incessantemente.

Egli conclude l’indirizzo con la benedizione: grazia a voi e pace. La grazia che dalla pienezza di Cristo si è riversata sull’Apostolo ora, mediante la benedizione, si riversa su quanti ascoltano e leggono. Questa grazia è pregna della pace che il Cristo solo può dare perché Egli è la nostra pace. Infatti sorgente della grazia e della pace sono il Padre e il Signore Gesù Cristo. «L’apostolo scrive nello Spirito di Dio e benedice nello Spirito: per il medesimo Spirito ricevono quindi le benedizioni quelli che vengono da lui benedetti, purché siano trovati degni di ricevere sopra di loro la sua benedizione, altrimenti si verificherà ciò che sta scritto: Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace verrà sopra di lui; in caso contrario la vostra pace tornerà a voi (Lc 10,6.11)» (Origene, o.c. p. 27).

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Alleluia, alleluia!

Ecco la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:

a lui sarà dato il nome di Emmanuele: “Dio con noi”.

Alleluia!

VANGELO                                                        Mt 1,18-24

Gesù nascerà da Maria, sposa di Giuseppe, della stirpe di Davide.

 Dal vangelo secondo Matteo

«Mt 1,18-24: la comprensione sta nell’inizio: il testo. Valore dell’avversativa però (traduzione: La nascita di Gesù Cristo avvenne però così). Questa crea un rapporto tra la genealogia e la nascita di Gesù: Gesù è Figlio di Abramo e di David però è nato dallo Spirito Santo. Il senso di questo brano è di contrapporsi alla successione delle generazioni. Giuseppe per primo constata di non essere il padre di quel bimbo che sta per nascere e il messaggero di Dio gli spiega ciò che sta per avvenire: Cristo è nato da Spirito Santo (cfr. Gv 3,6); è Colui che salva il suo popolo dai loro peccati. Giuseppe deve accogliere Gesù come suo Figlio secondo la Legge e la genealogia umana. Alla fine di questo brano si ritorna sul nome che è stato dato» (d. G. Dossetti, appunti di omelia 19.12.1971)

18 Così fu generato Gesù Cristo:

(La nascita di Gesù Cristo avvenne però così ) [traduzione proposta da d. G. Dossetti].

Il modo come il Cristo è generato differisce da quello di tutti gli altri. Tutti abbiamo inizio dal seme paterno, la generazione di Gesù Cristo non ebbe inizio così. L’evangelista ora ci rivela come ebbe inizio .

sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.

Questa è la santa e ineffabile generazione umana del Cristo. Già Maria è promessa sposa a Giuseppe: il vincolo ha le caratteristiche di quello sponsale. Non ancora le nozze sono celebrate quando la Madre di Gesù si trova pregna per l’azione dello Spirito Santo. Questo è il dato di fatto che l’evangelo di Luca ci fa penetrare nel suo intimo, nel «come» questo accade. In Matteo questo è un dato di fatto. «Ogni volta che Matteo fa menzione dello Spirito è per descrivere un’azione sovrana di Dio, che egli non vuole spiegare e neppure analizzare (3,11; 4,1; 10,20; 12,18.28.31; 28,19)» (Bonnard, ad Lc.). Lo Spirito, che è l’artefice di questo concepimento, conduce Giuseppe ad accoglierlo nell’obbedienza della fede.

19 Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.

Giuseppe è giusto secondo la Legge, che non vuole trasgredire, e d’altra parte non vuole esporre la sua sposa all’infamia per l’amore casto e la stima che ha per lei. La Legge e la giustizia, che ne deriva, lo gettano in questo interiore turbamento. Giunge fino alle soglie del mistero ma non può varcarlo; «egli conosce la castità della sua sposa, è stupito per ciò che è accaduto, nasconde nel silenzio il mistero di Colui che ignorava» (Girolamo). Non può conoscere il Cristo puramente dalla giustizia che deriva dalla Legge, infatti il Cristo è conosciuto solo per la rivelazione dell’Evangelo cui si aderisce mediante la fede. Dalle possibilità, che la Legge gli dà, egli accoglie quella più mite: rompere il fidanzamento rimandando in segreto, senza nessun atto pubblico, Maria, sua promessa sposa.

20 Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo;

Il suo animo, il suo intimo sentire, portava in sé il peso di questo mistero che dalla Legge non veniva illuminato e che nella sua giustizia non trovava soluzione. In questo intimo tormento, egli è preparato dallo Spirito Santo ad essere padre legale di Gesù e ad accogliere Maria sua sposa per vivere con lei l’intimità di un’unione verginale. L’Angelo del Signore gli comunica la rivelazione che Giuseppe accoglie nel silenzio obbediente della fede.

Giuseppe è chiamato figlio di Davide; è un titolo messianico. Egli lo consegna a Gesù cui appartiene propriamente. Egli non deve andarsene perché è il garante della regalità messianica del Cristo Gesù.

«Non temere, cessa di temere riguardo alla Legge e alla giustizia, che ne deriva, e prendi con te Maria, tua sposa. Sia veramente tale e da te riconosciuta come tua sposa». Ed ecco l’Angelo gli rivela il mistero unico nella storia: Infatti il bambino che è generato in lei (lett.: Quello che infatti è concepito in lei) è da Spirito Santo. Credendo a queste parole dell’Angelo, confermate dalla profezia, il cuore di Giuseppe trova pace. La fede nelle parole dell’Angelo e l’obbedienza ad esse lo fanno veramente giusto. Egli accoglie l’azione dello Spirito nella sua sposa e l’accoglie in sé.

21 ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Poiché è nato dallo Spirito, Gesù è spirito: è l’Adamo spirituale e celeste. Il nome che porta, Gesù, non esprime un desiderio (che Dio salvi) ma una realtà (Dio in lui salverà). Egli libera il popolo, che gli appartiene, dalla vera schiavitù, quella dei suoi peccati. Infatti la Legge e i sacrifici dell’antica alleanza non potevano salvare da questa schiavitù. Noi percepiamo già in questa definizione del nome di Gesù la realtà sacrificale del Cristo come insegna l’Apostolo: ogni sacerdote si presenta ogni giorno a officiare e a offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai togliere i peccati, costui invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, per sempre si è assiso alla destra di Dio (Eb 10,11s). «Egli, dunque, salvò e salva ogni giorno il suo popolo che allontana dagli idoli, che ha redento col suo sangue, cui promette la salvezza eterna» (Cromazio).

22 Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.

La parola detta dal Signore si compie e si rivela nel concepimento di Maria. Ella concepisce verginalmente perché è scritto. La fede nello scritto fa superare ogni ostacolo e dalla sofferenza fa giungere alla luce della conoscenza divina.

Il Signore parla per bocca del profeta e dà come segno il Concepimento verginale. Il termine «vergine» viene così definito. Maria è sposa ed è madre restando vergine, anzi è la vergine. Il Signore la indica: Ecco la vergine. L’Evangelo commenta: Il nome della vergine era Maria (Lc 1,27). Essa è indicata nella sua maternità: concepirà e darà alla luce un figlio. Ecco il segno nelle profondità della stirpe umana, nelle viscere della donna.

a lui sarà dato il nome di Emmanuele», tutti i popoli diranno: Con noi è Dio. In Gesù tutti percepiranno che Dio è con noi. Infatti il profeta annuncia la distruzione delle potenze terrene e la sconfitta di esse di fronte al popolo di Dio perché Dio è con noi (Is 8,9-10).

23 Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

In questo sonno, simile a quello di Adamo, Giuseppe conosce il mistero dell’incarnazione del Figlio dell’uomo. È un sonno mistico che lo inizia ai misteri e, dopo aver conosciuto, compie con docile obbedienza quanto gli è stato comandato. Dalla sofferenza in cui il suo animo è turbato egli giunge al sonno dove riceve la rivelazione. Dopo la sofferenza e il tormento, in cui l’animo lotta per restare fedele al suo Dio, succede il sonno delle potenze dell’anima che nell’assoluta e totale passività ricevono la rivelazione divina e quindi la forza per compiere quanto è stato comandato.

Note

«Il N.T. è un libro che dice quello che vuole lui e non quello che vogliamo noi. Dobbiamo prendere sul serio quello che ha detto non cercare di far dire ciò che non dicono i Vangeli dell’Incarnazione. Gli evangelisti si preoccupano poco di giustificarla. Pochissime volte viene la formula Emanuele. Detto in grande fretta che è da Spirito Santo, il dato su cui si insiste di più è il nome Gesù: questo perché il nome dice tutto e dicendo tutto è più importante del racconto. La cosa più importante è possedere questo nome. Il peccato non ha rimedio umano e nemmeno da parte di Dio: la Parola di Dio al Sinai è impotente a salvare. È perché la Parola di Dio si è fatta Carne, che salva. È la Parola di Dio fatta Carne e colpita dalla maledizione del peccato che diventa salvifica. È questa realtà del peccato che ci rivela l’Incarnazione. Non basta invocare neppure il Nome ma è con la consapevolezza di ciò che si dice, che salva dal peccato. Se siamo consci che la maledizione del nostro peccato penetra nella nostra carne solo allora possiamo invocare. Tutto il N.T. è perfettamente coordinato attorno a questo (cfr. Gv 1,12). Invocando il Nome è attualizzare il Battesimo; non basta invocare il nome come una ripetizione ma è detto credono vedi Gv 20 (conclusione: voi crediate …). È nel nome di Lui che c’è la vita e la salvezza: è credendo nel suo nome che noi otteniamo la vita e la salvezza. Il peccato è oggetto di fede, bisogna credere al di là della nostra stessa coscienza. Quando crediamo al peccato crediamo a Gesù. Gesù è colui che salva il suo popolo dai suoi peccati, siamo noi, popolo di Dio carichi di peccato, che abbiamo bisogno di Lui. L’Incarnazione sta in rapporto alla rivelazione del Nome e questo alla rivelazione del peccato»

(d. G. Dossetti, appunti di omelia 19.12.1971)

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Preghiamo nella pace il Padre che nel suo Figlio ci dona la remissione dei nostri peccati.

Preghiamo insieme e diciamo:

Venga il tuo regno o Padre

 

  • Per la vera pace che in Gesù scende dall’alto sugli uomini e perché dalla sua pienezza noi tutti riceviamo grazia su grazia, preghiamo:

  • Per ogni uomo che è nella tribolazione, per chi ha bisogno del soccorso e della misericordia di Dio, per il ritorno degli smarriti, la guarigione degli ammalati, la liberazione di coloro che ingiustamente sono privi della loro libertà, preghiamo:

  • Perché il Signore ci visiti come sole che esce dal talamo verginale di Maria e ci elargisca la vera vita, preghiamo:

  • Perché sappiamo guardare oltre l’orizzonte delle nostre tribolazioni e contemplare la salvezza che viene dal Signore, preghiamo:

O Dio, Padre buono, tu hai rilevato la gratuità e la potenza del tuo amore, scegliendo il grembo purissimo della Vergine Maria per rivestire di carne mortale il Verbo della vita: concedi anche a noi di accoglierlo e generarlo nello spirito con l’ascolto della tua parola, nell’obbedienza della fede.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

Nota riguardo all’Emmanuele:

Il secondo bimbo è Emmanuel, con noi è Dio. Già abbiamo rilevato nel commento come il termine ‘almah, significhi giovane donna e quindi la lettura storica del segno può benissimo riferirsi al figlio del profeta, che è segno per quella generazione.

Ma la Parola di Dio non si esaurisce nel primo dato storico, cioè nel senso letterale. Questo, nella sua esattezza storica, è il supporto delle altre letture di cui la principale è quella cristologica.

È giusto affermare che non è la storia a rivelare la “metastoria” (cioè il disegno che Dio realizza nella storia) ma è il contrario: è la metastoria a dare senso alla storia.

Di fronte al tentativo degli uomini di distruggere le strutture sacre della messianità davidica, il Signore pone questo segno dell’Emmanuel, che nel suo nome annuncia la presenza di Dio tra noi.

Chi si chiude entro l’orizzonte del testo ebraico non trova in queste parole nessun riferimento al Cristo; ma noi, che accogliamo con pari venerazione la versione greca dei LXX, troviamo che al termine – ‘almah corrisponde la parola παρθενος – parthenos, vergine.

Questa lettura è accolta nel NT (Mt 1,18-25), che ci narra in che modo è avvenuto il concepimento verginale del Cristo, annunciato in questo testo profetico.

L’interpretazione del termine come vergine diviene così normativa nonostante l’affermazione di Delling: «Considerando l’uso linguistico dei LXX non si può andare oltre questa conclusione: παρθενος – parthenos indica una ragazza che non ha avuto rapporti con un uomo fino al concepimento (dell’Emmanuele)» (GLNT, IX,769). Tuttavia poco dopo l’autore afferma: «Sempre in base all’uso linguistico dei LXX è perciò anche possibile che il traduttore di Is 7,14 abbia pensato ad una nascita asessuale del figlio della vergine» (ivi, 770).

Sta di fatto che l’oracolo è stato presto sganciato dal suo immediato contesto storico divenendo una testimonianza del Messia, come ci mostra l’evangelista Matteo.

A questo ha sicuramente contribuito la solennità dell’oracolo che appare riferentesi a una persona nota cui è dato questo titolo che noi traduciamo «la vergine».

La lettura storica è quindi assorbita dal mistero in essa contenuto. La lettura cristologica, che emerge nell’evangelo secondo Matteo, ci mostra quindi come la profezia si sia attuata perfettamente in Gesù. Egli, il figlio della Vergine, è il Dio con noi, che ci salva distruggendo i nostri peccati.

Non dimentichiamo che il vangelo di Matteo riflette la fede dell’ambiente giudeo-cristiano e ci offre quindi una preziosa testimonianza della lettura cristologica del testo.

Nel secondo secolo Giustino scrive il Dialogo con Trifone (c. 160) nel quale affronta anche la lettura del nostro testo.

In 67,1 Trifone obietta a Giustino che «la Scrittura non ha Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio, bensì Ecco la fanciulla concepirà e partorirà un figlio. Trifone sembra riferirsi alle recenti traduzioni del testo ebraico in greco (soprattutto Aquila) che correggono la versione dei Settanta. Giustino accusa i maestri d’Israele «i quali non riconoscono come valida la versione fatta dai settanta anziani per iniziativa di Tolomeo re d’Egitto e si provano piuttosto a fare essi stessi una traduzione» (71,1).