Una riflessione sull’Ora Sesta nel Vangelo di Giovanni

 Guido Innocenzo Gargano

A proposito dell’ora sesta di cui si parla nel vangelo secondo Giovanni ecco cosa scrive sant’Agostino: “Perché nell’ora sesta? Perché era la sesta ora del mondo. Il vangelo calcola come prima ora la prima età del mondo, che va da Adamo fino a Noè; la seconda da Noè fino ad Abramo; la terza da Abramo fino a Davide; la quarta da Davide fino all’esilio; la quinta dell’esilio babilonese fino al battesimo di Giovanni; con cui comincia la sesta età. Perché ti meravigli? Gesù venne in terra e, umiliandosi, giunse fino al pozzo. Arrivò stanco perché portava il peso della carne debole. Era l’ora sesta, perché era la sesta età del mondo. E giunse al pozzo, perché egli è disceso fino al fondo di questa nostra dimora. Per questo è detto nel salmo: Dal profondo ho gridato a te o Signore. Si è seduto, perché si è umiliato (Commento al Vangelo di San Giovanni 15,9. Opere di Sant’Agostino, Città Nuova Editrice, Roma 1985, Seconda Edizione, pag. 353-355).

Siamo di fronte ad un’interpretazione patristica, abbastanza comune nel medioevo, che già in se stessa contiene alcuni elementi interessanti dei quali possiamo segnalare l’intensa centralità cristologica. L’ora sesta si identifica col tempo dell’Incarnazione del Verbo di Dio. Siamo dunque nella pienezza dei tempi come viene sottolineato dall’accostamento al momento in cui il sole è in linea retta perpendicolare alla terra. La storia della salvezza tocca dunque il massimo della sua realizzazione.

A tutto questo va aggiunto che il numero 6, che ricorda i sei giorni della creazione, era legato alla terra e a tutto ciò che comporta la terra, compresa l’esigenza della fatica che richiede all’uomo l’estrarre frutti dalla terra. La salvezza portata da Gesù sulla terra non poteva dunque prescindere dalla fatica. È famosissimo il verso del Dies irae: quaerens me sedisti lassus strettamente connesso alla passione del crocifisso: redemisti crucem passus.

Da qui una seconda osservazione che possiamo fare relativamente al modo di realizzare la storia della salvezza.

Agostino lo richiama sottolineando due elementi del testo Giovanneo: la stanchezza di Gesù e il riferimento al pozzo. Il primo gli serve per sottolineare la debolezza della carne di Gesù e il secondo per richiamare il suo toccare il fondo di quella stessa debolezza.

Nella tradizione monastica, documentata da Evagrio, morto nel 399, si lega a questa debolezza il demone meridiano particolarmente insidioso per il monaco che, appunto in questa ora del giorno, deve sostenere gli assalti dei suoi impulsi affettivi più insistenti.

Questi due elementi permettono inoltre di evidenziare il profondo atteggiamento orante che accompagna la venuta del Verbo nel mondo. Un atteggiamento che permette di adempiere nella sua persona la profezia contenuta nel salmo 129 Dal profondo grido a te o Signore. Agostino può così concludere: Si è seduto perché si è umiliato.

A questo punto riceviamo proprio da Agostino l’invito a individuare meglio su cosa si è seduto Gesù nella sua identità di Verbo fatto carne.

E qui le suggestioni possono essere davvero tante, perché si tratta di mettere insieme il tempo, costituito dall’ora sesta, il luogo e  infine il modo dello stare seduto di Gesù.

Se restiamo all’interno del Vangelo di Giovanni troviamo che l’unico testo, in cui questi tre elementi vengono ricordati insieme, è quello di Giovanni 19,13 – 14 che recita:

Udite queste parole Pilato fece condurre fuori Gesù e <sedette> oppure <lo insediò> sul (epi, in greco) luogo chiamato Litostroto, in ebraico Gabbata. Era la Preparazione della Pasqua, ed era l’ora sesta. Pilato disse ai Giudei: <Ecco il vostro Re>.

In questi due versetti si ritrovano tutti e tre gli elementi segnalati da Agostino nel brano della Samaritana al pozzo, ma in questi brevi versetti, appena citati, possiamo rintracciare anche non solo lo stesso tempo individuato nell’ora sesta, ma anche lo stesso riferimento alla posizione del corpo e infine un luogo molto misterioso da individuare materialmente con la <vera> di un pozzo, cioè col muretto protettivo che in genere delimitava il pozzo stesso.

È problematico invece stabilire se il modo del verbo greco ekathisen debba essere interpretato come attivo o come riflessivo. Nel caso del passo della Samaritana sembra scontato il modo riflessivo ma non lo è altrettanto in Gv 19. In questo secondo caso infatti mentre molti lo intendono come modo riflessivo, con riferimento a Pilato il quale si sarebbe seduto, alcuni lo intendono, come lascia capire il Zerwick, in modo attivo, così che indichi piuttosto un’azione: lo fece sedere.

In questo secondo caso dovremmo concludere che qui si tratta di una vera e propria intronizzazione. Pilato cioè si sarebbe preso gioco simultaneamente di Gesù e dei Giudei simulando una intronizzazione di Gesù come Re per sbeffeggiare Gesù, avendolo mostrato come Re burla che portava sul capo una corona, ma di spine, indossava un mantello di porpora, ma di un soldato, e così poter dileggiare i Giudei indicandolo a dito con parole ironiche: Ecco il vostro Re.

Una scena di questo tipo getterebbe molta luce sulla pagina della samaritana.

Mi permetto perciò di evidenziare alcuni aspetti:

Per ciò che riguarda il tempo è sufficiente richiamare la segnalazione ricordando che Giovanni innova sul racconto della passione secondo Luca, il quale riferisce che la sesta ora era stata quella della crocifissione di Gesù.

Quanto al luogo possiamo evidenziare una sostituzione significativa che trasforma la <vera> del pozzo in seggio di tribunale a sua volta trasformato da Pilato, nel suo gioco, in seggio regale.

La posizione del corpo di chi siede è sì segnato dalla stanchezza e umiliazione nell’uno e nell’altro caso, ma i significati paradossali dettati dal contesto sono molto diversi. Infatti nel caso della pagina della Samaritana colui che siede è un giudeo anonimo, mentre in quella di Pilato è il Re dei Giudei.

In più tutto il seguito del discorso relativo all’episodio della samaritana lascia intuire in Gesù la presenza di un maestro che insegna come chi è seduto in cattedra.

Inoltre c’è un’ulteriore differenza molto marcata. In Giovanni 4 il Giudeo anonimo è presentato come un viandante assetato che chiede da bere, ma se proseguiamo nella lettura di Giovanni 19 scopriamo con sorpresa che anche Gesù, ormai crocifisso e morente, fa la stessa richiesta: Ho sete.

Scopriamo poi che, nel secondo caso, i soldati non capiscono ma credono di intuire che Gesù abbia bisogno di aceto per lenire il dolore, mentre nel primo caso la donna non capisce perché le parole di Gesù si riferiscono ad un’acqua assolutamente diversa.

In realtà i soldati, con la loro incomprensione, permettono semplicemente a Gesù di completare la sua missione sottolineata dalle parole Tutto è compiuto per poter procedere al dono dello Spirito: E chinato il capo donò lo Spirito.

Nella pagina della Samaritana invece alla richiesta di bere corrisponde l’inizio di un dialogo dovuto alla novità della richiesta in se stessa: Come mai tu che sei giudeo chiedi da bere a me che sono una donna samaritana?

I soldati avevano supposto di aver capito che Gesù voleva che si lenisse il suo dolore, come già sappiamo. Questa donna straniera, o meglio ancora eretica, che non capisce neanche essa, si incuriosisce invece per la libertà che si prende questo giudeo nei confronti della sua stessa tradizione sociale e religiosa.

Forse pensa addirittura di essere di fronte a qualcuno che si lascerebbe coinvolgere volentieri con lei in qualche gesto di intimità fuori legge?

Gesù sta comunque al gioco tanto più perché sa benissimo che lo stare ad aspettare seduto sul muretto del pozzo è un gesto tipico del maschio a caccia di avventure amorose o addirittura di una fidanzata possibile.

Le storie di Israele sono piene di casi simili. Perciò Gesù aggiunge, vista la disponibilità della donna a proseguire l’approccio: Se conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere! Tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva.

L’acqua viva può essere identificata certamente con lo Spirito, come viene evidenziato in Gv 19, ma può essere riferita anche al dono inestimabile della fede, come si evince dal grido di Gesù registrato da Gv 7, 37-39: Chi ha sete venga a me è beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui.

Non è il momento di approfondire il testo. A noi basta, per adesso, evidenziare che tutto questo avviene all’ora sesta, che è l’ora della massima intensità della luce del sole. Cosa che ci permette di interpretare il dono di Dio di cui parla Gesù come il dono della pienezza stessa della vita. Infatti l’acqua di cui parla Gesù ne dà conferma. Si tratta di acqua viva.

Un’acqua offerta a buon mercato a tutti come quella di cui parlavano i profeti collegandola col dono offerto a tutti da Dio nel futuro messianico?

Sembrerebbe di sì.

In questo caso avremmo comunque una conferma sulla legittimità dell’interpretazione di Agostino. L’ora sesta è l’ora della pienezza dei tempi, ma è anche l’ora in cui si declinano insieme, se aggiungiamo il riferimento  a Giovanni 19, 14.28 che già conosciamo, l’ora in cui si manifesta il massimo della regalità di Gesù nell’ironia di Pilato.

Ma questa stessa ora sesta, se letta alla luce del <Dammi da bere> collegato al  <Sitio> del Golgota, permette di stabilire anche una connessione intimissima tra il massimo della stanchezza di Gesù, manifestata al pozzo della samaritana, col massimo dell’umiliazione subita da Gesù crocifisso.

Un accostamento che l’evangelista Giovanni permette di fare intorno al perno costituito chiaramente dalla ostensione di Gesù come Re burla sul Litostrotos da parte di Pilato, confermata dal cartiglio posto sulla croce: Gesù Nazareno Re dei Giudei non più rimovibile per l’eternità come deciso dallo stesso Pilato: <Quod scripsi scripsi>.

Sappiamo infatti che, per l’evangelista Giovanni, abbassamento e innalzamento coincidono perfettamente.

Una coincidenza che, nel caso della pagina della samaritana, comporta anche risvolti relativi alla sfera sessuale che toccano concetti altrimenti assai significativi, riguardanti il puro e l’impuro, che non riteniamo opportuno sviluppare in questo contesto.

L’ora sesta è dunque, in questo senso, un’ora simbolica, ma è anche un’ora altamente drammatica. Se infatti ritorniamo a Giovanni 19 leggiamo che essa è anche l’ora del terribile grido del popolo: Crocifiggilo, crocifiggilo.

E dunque la scena di un maestro che si lascia andare ad un colloquio compromettente con una donna straniera, eretica, ma anche di dubbia moralità, che si mette in mostra davanti a un pozzo in pieno giorno, può ben essere messa a confronto con l’uomo dileggiato da Pilato come un Re burla da crocifiggere o, più ancora, come il crocifisso che sta per esalare l’ultimo respiro.

Ma non può trattarsi soltanto di questo.

Infatti se si proseguisse nella lettura di Giovanni, collegando l’ora sesta con altri riferimenti all’ora richiamati dall’evangelista, troveremmo anche molto altro.

In realtà c’è di fatto una corrispondenza misteriosa in tutti i riferimenti di Giovanni all’ora di Gesù.

Potremmo riferirci, per esempio, all’ora non ancora arrivata delle nozze di Cana di cui si parla al capitolo 2, 4: Non è ancora giunta la mia ora.

Ma potremmo anche ricordare il riferimento all’ora nel caso della guarigione del servo dell’ufficiale regio al capitolo 4, 52.53.

Importante potrebbe essere anche il riferimento all’ora nel capitolo 19, 27: E da quell’ora il discepolo la prese tra le cose che lo identificavano.

Tutti spiragli che ci permetterebbero di riflettere ulteriormente sull’importanza che ha in Giovanni la precisazione sul tempo qualitativo in cui si realizzano determinati eventi che hanno al centro la persona stessa di Gesù.

E si tratterebbe di eventi tutt’altro che secondari.

Prendiamo per esempio il caso delle nozze di Cana. Qui il riferimento all’ora, apparentemente negata, assume un’importanza davvero eccezionale perché pone il lettore di fronte alla sollecitazione di accostare il gesto che sta per compiere Gesù, in un contesto decisamente nuziale, all’annuncio profetico di una trasposizione in cui la madre diventa sposa, il figlio diventa a sua volta sposo, il discepolo diventa il dono di Dio, e cioè il frutto della consumazione delle nozze volute da un Padre che resta nell’oscurità del suo mistero.

E questo nel momento stesso in cui scorre in abbondanza il vino dell’allegrezza ritrovata grazie al sangue dell’agnello pasquale sgozzato per la salvezza di tutti già in atto nel discepolo amato che si ritrova figlio della madre di Gesù, divenuta sposa feconda, grazie alla consumazione dell’amore dello sposo: consummatum est (cfr Gv 19, 30).

Con tutta una serie di conseguenze di ordine sia ecclesiologico che mistico che tutto questo può comportare. Infatti da una parte viene reso possibile l’accostamento madre-sposa-chiesa; dall’altra viene suggerito al discepolo amato di considerare come parte integrante della propria identità di discepolo il far propri tutti gli elementi che hanno fatto della madre-vergine-sposa il modello misterioso di riferimento di ogni discepolo che voglia essere riconosciuto appunto come discepolo amato.

In ultimo notiamo che anche la precisazione dell’ora a proposito della guarigione/resurrezione dell’ufficiale regio potrebbe essere letta in connessione con ciò che abbiamo appena ricordato, vista la sollecitazione dell’evangelista stesso a collegare questo segno di Gesù con l’archetipo di tutti i segni compiuto nella stessa città di Cana (cfr Gv 4, 46).