“MEZZOGIORNO: SOLO UNA PAUSA PRANZO?”

 

Simone Casalvieri

“Mezzogiorno: solo una pausa pranzo?” è una domanda che stimola la riflessione del mondo  di oggi ed è di grande attualità.

            La condizione economica e sociale dell’uomo contemporaneo mostra segni evidenti di grande fragilità e precarietà ed il tema del lavoro e delle difficoltà nelle prospettive di una stabilità economica e di una conseguente matura e responsabile progettualità esistenziale risuonano nella mente e nel cuore di ognuno di noi.

            L’instabilità della società attuale si riflette concretamente anche nella straordinaria varietà di condizioni lavorative presenti: per coloro che lavorano con un contratto part-time, il mezzogiorno rappresenta uno spartiacque tra la fatica di un lavoro iniziato nelle ultime ore notturne o nelle prime ore mattutine e il riposo pomeridiano e serale, oppure, viceversa, il giro di boa tra una mattina cominciata in modo sonnolento e calmo e l’inizio di un’attività lavorativa pomeridiana, che arriva a concludersi anche nelle prime ore notturne.

            Per altri, invece, il mezzodì costituisce davvero uno spartiacque tra il lavoro svolto nel corso del mattino e quello pomeridiano che deve portare a compimento quanto intrapreso nel mattino.

            Ciò che però colpisce, nell’istante in cui si riflette sul rapporto tra lavoro e pausa del mezzogiorno, è lo stato d’animo oggi predominante con cui si vive la pausa: siamo tutti più o meno consapevoli, infatti, del fatto che la pausa spesso è vissuta sostanzialmente con uno stato d’animo ansioso; l’ansia è divenuta senza ombra di dubbio uno dei malesseri psicologici più diffusi dell’età contemporanea.

            Se è vero che le ragioni di un tale malessere  sono molteplici e tutte sicuramente profonde, è altresì indubbio che uno dei motivi risiede nella radicata cultura filosofica che tende a dare un netto risalto e predominio alla produttività: in pratica, l’uomo si sente realizzato e soddisfatto interiormente nel momento in cui raggiunge la consapevolezza che produce; il valore di una persona viene spesso ridotto e per così dire “cosificato”, cioè identificato con le “cose” prodotte e con la loro quantità, dove il termine “cose” è qui utilizzato in una accezione piuttosto ampia, in quanto sta ad indicare non soltanto l’ oggetto percepibile con i sensi, ma anche tutti quei beni che hanno attinenza in qualche modo e misura con la vita pratica dell’uomo.

            Siamo tutti consapevoli che il lavoro nobilita l’uomo, perché lo rende consapevole delle proprie capacità ed abilità, e gli consente di metterle a disposizione anche degli altri, ma il pericolo nasce,come per tutti i beni e valori più nobili di cui è protagonista l’uomo, quando il lavoro viene imposto e vissuto come “idolo” e come discrimine tra ciò che vale ( ed in quanto tale degno di apprezzamento e stima) e ciò che non vale ed è anzi degno di disprezzo da parte della comunità. Assistiamo all’ennesimo paradosso della cultura contemporanea: la crisi economica e sociale con conseguente diminuzione del lavoro suscita in tutti una nuova riconsiderazione della dignità e dell’umanità del lavoro, ma al tempo stesso si assiste ad una estremizzazione del “potere” del lavoro, come abbiamo già sottolineato precedentemente.

            Queste brevi riflessioni ci convincono della necessità di dare un senso nuovo ed una rilevanza fondamentale alla “pausa”, soprattutto a quella del cosiddetto “mezzogiorno”, proprio per la privilegiata posizione temporale che esso possiede.

            La cosiddetta “pausa pranzo” si carica di molteplici e profondi significati, che vanno da quello più fisiologico ed umano a quello filosofico e teologico poi e qui vogliamo sottolineare alcuni di questi aspetti che ci riguardano, anzitutto come esseri viventi immersi nel Tutto della Natura, sia come uomini che credenti poi.

            Ci poniamo allora la domanda: perché dovrebbe essere importante la pausa pranzo?”.

            La prima e più semplice risposta ce la forniscono la psicologia e la medicina: la pausa dal lavoro, se vissuta in un clima di serenità e distensione, ha effetti benefici di grande intensità sul sistema nervoso e di riflesso su tutto l’organismo, in quanto ai momenti di rilassamento della mente e del corpo corrispondono operazioni davvero importanti di immagazzinamento di energie nuove dell’organismo, di rigenerazione cellulare e tessutale, nonché di incremento del processo di eliminazione delle numerose tossine, prodotte a seguito di una qualsiasi attività comportante uno sforzo o fatica, sia esso fisico o mentale.

            Una disciplina scientifica borderline davvero interessante, che si è andata sviluppando enormemente soprattutto negli ultimi trent’anni, cioè le neuroscienze, sta elaborando e raccogliendo informazioni sul comportamento del cervello umano e sulle sue connessioni con la realtà esterna davvero significative e strabilianti: essa, utilizzando una molteplicità di approcci estremamente variegata, che va da quello più strettamente filosofico a quello medico-psichiatrico, passando attraverso l’analisi psicologica, nonché quella fisico-chimica, ha messo in evidenza come il cervello umano sia in grado di operare simultaneamente su differenti livelli percettivi-conoscitivi ed in particolare ha scoperto che la cosiddetta “pausa”, cioè il distaccarsi per qualche tempo da una data attività praticata con una certa continuità nel tempo (come può essere ad esempio un dato compito all’interno dell’attività lavorativa) lungi dal rappresentare una sconfitta nella ricerca della soluzione dello stesso compito, in concomitanza con altre attività rilassanti e piacevoli, mette in moto una serie di meccanismi di analisi più profondi che operano del tutto parallelamente alla sosta ( qui addirittura nella sosta o pausa possiamo includere anche quella che a Roma chiamiamo “pennichella”), con conseguente accelerazione del processo di reperimento della soluzione conclusiva del problema da risolvere. A tutti sarà capitato di dover affrontare un problema che ci angustiava  particolarmente, di averci riflettuto magari per ore o giorni, senza riuscire a trovare il bandolo della matassa, per poi ricevere quasi un’illuminazione improvvisa, mentre si fanno le cose più disparate, dal camminare al cucinare, dal parlare con un amico all’ascoltare un brano musicale che ci commuove. Anzi, sembra che è proprio durante l’interazione con diverse tipologie di sollecitazioni emotive, fisiche e mentali diverse, come ad esempio si può avere in un momento ricreativo quale la pausa, che si producono le migliori risposte da parte del nostro cervello. Insomma, in prima istanza, la sosta del mezzodì può costituire una fonte feconda di recupero delle proprie energie e risorse corporali e mentali.

            Vorrei ora riflettere su un altro aspetto estremamente significativo della pausa: solo colui che sosta e si ferma anche solo per pochi attimi ,dopo un’intensa attività , è in grado di stabilire o rinsaldare un rapporto autentico, sano e profondo con se stesso, con gli altri, con la Natura e con Dio.

            Mi piace citare una frase breve ma molto esplicativa di Hans Christian Andersen, il grande scrittore e poeta danese del diciannovesimo secolo: « Limitarsi a vivere non è abbastanza. C’è bisogno anche del Sole, della libertà e di un piccolo fiore » ( Aforismi).

            In tale breve riflessione è contenuto davvero un universo e non basterebbe una conferenza di giorni e giorni a sviscerare tutta la ricchezza ivi contenuta.

            Il Sole rimanda al bisogno dell’uomo di alzare lo sguardo per contemplare un orizzonte di senso che trascende la realtà quotidiana fatta di fatiche e aridità, per cogliere un orizzonte di senso più vasto, che tutto abbraccia; la libertà richiama ognuno alla consapevolezza profonda che siamo esseri che trascendono la rigida legge di causa ed effetto nella quale siamo pure immersi, ed inoltre dotati di una dignità incommensurabile, ognuno nella propria individualità. Il fiore, infine, proprio nella sua piccolezza e fragilità insignificanti, acquista il suo valore inestimabile ai nostri occhi.

            Le riflessioni contenute in tale breve frase di Andersen fa risaltare l’importanza che deve avere nella nostra vita di tutti i giorni il recupero del nostro rapporto più profondo con l’Altro da noi, sia esso rappresentato dalle persone che incontriamo sul nostro cammino, dalla Natura che ci avvolge e ci circonda, sia infine come credenti di Dio Padre.

            La pausa dal lavoro, seppur breve e a volte condizionata da fattori contingenti che non ne alimentano di certo la poeticità, dovrebbe essere vissuta proprio con questo spirito di recupero ed integrazione di noi stessi in quello che reputiamo erroneamente l’Altro da noi. Nulla può impedire che questo processo di apertura ed integrazione che avviene nella sosta si manifesti in una qualche forma positiva per noi.

            E’ indubbio infatti che spesso è proprio il nostro atteggiamento produttivo ed ansioso a non farci cogliere la bellezza di ciò che ci circonda e la intrinseca connessione esistente nell’essere. Per illustrare meglio tale concetto vorrei citare un pensiero del maestro buddhista tibetano Lama Sogyal Rinpoche: «Considerate un albero. Pensando a un albero tendete a vederlo come un oggetto definito e distinto da altri oggetti, e in un certo senso lo è. Ma, guardando più da vicino, vedrete che l’albero non ha un’esistenza indipendente. Contemplandolo scoprirete che si dissolve in una complessa rete di relazioni che si allargano nell’universo. La pioggia che bagna le foglie, il vento che lo scuote, il suolo che lo sostiene e lo nutre, le stagioni, il tempo, la luce della luna, del sole e delle stelle…tutto è parte dell’albero. Più riflettete, più vedrete che tutto nell’universo concorre a fare di quell’albero ciò che è; che, in nessun momento, l’albero si può isolare da tutto il resto; che, attimo dopo attimo, la sua natura è in sottile cambiamento…» (Il Libro Tibetano del Vivere e del Morire ).

            Non vogliamo qui entrare nel merito di sottili questioni di natura squisitamente teologiche che esulano sia dal tema trattato che dalle mie specifiche competenze; è comunque chiaro a tutti ormai, anche soffermandoci ad un piano squisitamente filosofico-esistenziale, soprattutto dopo le ultime conquiste del pensiero contemporaneo, che non c’è identità senza alterità e viceversa. Certamente per tutti noi che siamo oggi abituati a vivere la realtà delle città, per non dire delle metropoli, questa consapevolezza risulta essere piuttosto affievolita, ma ciò non toglie che anche piccole modifiche del nostro stile di vita quotidiano, tra le quali si colloca il vivere in pienezza la pausa del mezzodì, ci aiutano a riscoprire proprio nelle manifestazioni apparentemente più insignificanti della vita ordinaria la nostra connessione con la Natura e con tutte le creature che la popolano.

            La pausa, per essere vissuta in pienezza, lungi dall’essere sinonimo di assenza di attenzione e coinvolgimento , implica anche concentrazione su di sé e sull’altro da sé ed un allargamento del proprio orizzonte percettivo, come sottolineato in maniera mirabile dal grande scrittore Hermann Hesse: « La natura non si getta tra le braccia del primo venuto, così come del resto la cultura e l’arte… pretende infinita passione, prima di svelarsi e di concederglisi » (La natura ci parla).

            La sosta del mezzogiorno significa, in un senso più specificatamente umano, apertura verso gli altri esseri umani, che, in quanto tali, condividono forse le mie stesse sofferenze e preoccupazioni, aspettative e delusioni, speranze ed incomprensioni. Il pranzo, se da un lato certamente ha un valore profondo in quanto  occasione di serena e matura introspezione per analizzare dentro noi stessi ciò che siamo stati e abbiamo o non abbiamo realizzato prima e ciò che vogliamo essere o fare dopo, dall’altro lato acquista una dimensione privilegiata proprio in una dimensione comunitaria; il mangiare insieme, ci rimanda a significati e valenze essenziali soprattutto per noi cristiani. Il condividere il pane simboleggia il condividere le stesse fatiche e i mezzi più naturali e semplici per superarle. Mi piace a tal proposito ricordare che la parola “compagnia” in italiano trae la sua origine dall’unione delle due parole latine “cum” e “panis” , cioè mangiare il pane insieme; potremmo anche dire, giocando a ribaltare le etimologie, che sia la relazione forte con l’altro, sia esso una persona che incontriamo inaspettatamente sul nostro cammino, o un collega di lavoro, o un confratello della comunità cristiana o religiosa, a rappresentare il vero nutrimento che ci può fornire quella giusta dose di autostima, conforto e forza d’animo, oltreché creatività, sostegno e gioia,  per affrontare tutte le difficoltà o progetti che l’attività lavorativa ci pone dinnanzi o che a volte addirittura ci impone.

            Ed ecco che, se accanto al sostare con compassione e giusta pazienza con il  nostro io più profondo, e con stupore e meraviglia di fronte allo spettacolo meraviglioso della Natura in noi e fuori di noi, ci poniamo in una piena sintonia di intenti ed armonia con il nostro prossimo, possiamo già davvero gustare l’ordinarietà della vita ed esclamare ad alta voce con lo sguardo rivolto verso il cielo utilizzando le parole del grande scrittore e poeta argentino L. Borges: « La Terra è un paradiso. L’inferno è non accorgersene» ( breve aforisma).

Come credente, non posso concludere queste semplici e brevi riflessioni senza fare riferimento alla dimensione più squisitamente divina della nostra esistenza.

La vita è sempre ricca di sfide sempre nuove ed impegnative che spesso rischiano di annebbiare la nostra fiducia in noi stessi e nella vita stessa; la tentazione di lasciarci travolgere dalle ansie e preoccupazioni quotidiane, o peggio ancora dalla delusione, dalla paura o dalla disperazione, è sempre in agguato, ma il Signore ci assicura la Sua Presenza vivificante e ristoratrice in ogni momento della nostra esistenza, e questo è per noi motivo di grande incoraggiamento ed entusiasmo.

Ecco allora che anche la pausa del mezzogiorno può divenire per noi credenti un momento davvero privilegiato per rinsaldare il nostro profondo rapporto di amicizia e comunione piena con l’Autore della vita. Prenderci alcuni minuti di sosta dal nostro oneroso lavoro quotidiano significa alzare per un istante gli occhi verso il cielo e rivolgere al Padre  poche e semplici parole. Anzitutto la parola “Grazie”; non c’è preghiera più bella di quella che consiste nel ringraziare il Signore per tutti i doni ricevuti da Lui, ed in particolare anche per la fatica del lavoro,  sia per i nostri successi, che manifestano la bellezza delle qualità che abbiamo ricevuto, sia per gli insuccessi , che lungi dall’essere motivo di delusione e abbattimento, servono da spinta per migliorarci e per mantenere sempre una profonda umiltà, necessaria per riconoscerci creature limitate bisognose sempre della cura amorevole del Padre celeste.

            In secondo luogo la richiesta d’aiuto per sé e per il nostro prossimo: chiediamo al Signore che ci aiuti a realizzare ciò che Lui ci ha chiamato a svolgere  in quel giorno, offrendogli il nostro impegno e mettendo nelle Sue mani accoglienti le inquietudini e le ansie personali, senza mai dimenticare quelle degli altri.

            Pur non essendo un consacrato, ritengo che tutti i consacrati e soprattutto i religiosi, che vivono nelle famiglie “religiose”, siano privilegiati nel vivere la dimensione più autentica e profonda del mezzodì: la preghiera comunitaria dell’ora media, se vissuta con il cuore aperto e ricolmo di entusiasmo, rappresenta una sintesi mirabile tra la lode a Dio per i prodigi che ha operato nella nostra vita nel mattino (con conseguente richiesta di aiuto per il prosieguo della giornata), e la comunione con tutti coloro che condividono la missione e i progetti di amore e apostolato affidati dal Signore; se a ciò poi si aggiunge, come luogo di preghiera, un ambiente immerso nella natura, quei momenti si caricano e arricchiscono di una dimensione universale ancora più autentica e liberante.