L’attesa di Dio

di

+ Bruno Forte

Arcivescovo di Chieti-Vasto

  1. L’attesa: dal bisogno d’amore un’ineludibile domanda

L’attesa è forse il sentimento dominante in questo tempo di crisi, in una mescolanza di desiderio e di assenza, di proiezione in avanti e di faticosa tensione fra l’oggi sperimentato e il domani sperato. Provo a riflettere su questo stato d’animo partendo dalla voce di un poeta del secolo scorso, Renzo Barsacchi, nei cui versi fede e poesia s’incontrano in modo spesso struggente. Nella lirica intitolata Tu puoi soltanto attendere Barsacchi richiama il cammino che ogni amore porta con sé, fatto di attesa inseparabilmente timorosa e gioiosa. Con questi versi il Poeta evoca forse anche le stagioni che hanno percorso il Novecento, fra speranze utopiche, visioni ideologiche e dolorose smentite, fino a concludere che il domani sperato non è quello che diviene in noi, quanto piuttosto quello che viene a noi, raggiungendoci come sorpresa e come dono: “Il tempo è incerto. In bilico il sereno / e la pioggia. Ma né l’uno né l’altro / dipendono da te. / Tu puoi soltanto attendere, scrutando / segni poco leggibili nell’aria. / Ti affidi al desiderio / ascoltando il timore. Le tue mani / sono pronte a difendersi e ad accogliere. / Così non sai quando Dio ti prepari / una gioia o un dolore e tu stai quasi / origliando alla porta del suo cuore, / senza capire come sia deciso / da quell’unico amore, / lo splendore del riso o delle lacrime”[1]. In un tale sentimento d’attesa le speranze legate alle visioni ideologiche sono rovesciate: l’avvenire non è mai soltanto il frutto delle nostre mani, legato al calcolo di ciò che è possibile oggi e sarà realizzato domani. L’attesa è desiderio e timore, poiché ciò che viene è sempre fasciato dalla duplice aura del dolore o della gioia, del riso o delle lacrime. Barsacchi vede decisivo in questo apparente gioco del destino il ruolo di un Altro, il Dio di “quell’unico amore”, misteriosamente tale sia quando abbatte, che quando consola. L’attesa più profonda è, insomma, quella di Dio.

A confermarlo è la domanda che nasce nel cuore di tutti di fronte alla sofferenza e alla morte. È l’inquietudine che ci rende pensanti, poiché se non ci fosse la morte non ci sarebbe neanche il pensiero: vivere è imparare a morire, accogliendo la sfida silenziosa e resistente dell’ultimo silenzio, cui dare un senso o rinunciare a sperare. Chi cerca evasioni o consolazioni a buon mercato tenta un’inutile fuga. È quanto fa la presunzione epicurea che dice: “Quando ci sarà la morte io non ci sarò e finché ci sarò io, essa non c’è”. Queste parole – che il consumismo edonistico ha contrabbandato come plausibile filosofia di vita – sono soltanto un inganno, perché la morte non è solo l’ultimo atto, ma un’imminenza che sovrasta ogni momento, affacciandosi nella fragilità, nell’esperienza del limite, nelle domande profonde dell’attesa che nasce come ferita ineludibile e sempre aperta. Sono le domande di tutti, più o meno evase o accettate: che ne sarà di me? Che senso avrà il mio esistere? Dove andrò con il bagaglio delle mie pene e delle mie gioie? E quando avrò finalmente conquistato ciò che desidero, che cosa ancora potrò attendere se non l’ultima vittoria, quella sulla morte? Giunti a considerare il fondo verso cui andiamo, proprio da esso ci viene un contraccolpo, il bisogno di lottare per vincere l’apparente trionfo della morte. È quest’analisi a mostrare come noi siamo al tempo stesso “gettati verso la morte” (Martin Heidegger) e fatti per la vita. Se non ci fosse questo contrasto, accetteremmo il bacio mortale come ovvio, senza cercare un senso a quanto siamo e facciamo. Proprio il fatto che la morte ci renda pensosi e sia prepotente in noi l’attesa di dare un significato alle opere e ai giorni, proprio la sete di un amore più forte della morte, sono il segno che nel profondo del cuore, pellegrini verso la morte, siamo chiamati alla vita.

Proprio così, in questo richiamo si affaccia l’indistruttibile nostalgia di Qualcuno, che accolga il nostro dolore e le nostre lacrime, che redima l’abbraccio del nulla: l’attesa di Dio[2]. È la “nostalgia del Totalmente Altro”, di cui già nel tempo dell’ideologia parlavano pensatori come Max Horkheimer e Theodor W. Adorno. Quando siamo soli o disperati, quando nessuno sembra più volerci e noi stessi abbiamo ragioni per rammaricarci, si profila in noi l’attesa di un Altro che possa accoglierci, farci sentire amati al di là di tutto, nonostante tutto, vincendo l’ultimo nemico che è la morte. Volenti o no, siamo prigionieri della speranza! È sull’onda di questa nostalgia che va profilandosi l’immagine dell’Atteso, di Qualcuno cui poterci affidare, come un approdo dove far riposare la nostra insicurezza e il nostro dolore, fiduciosi di non essere rigettati nell’abisso della morte. In quanto tale, la figura del Dio atteso, il Dio che viene, Signore dell’avvento, è al tempo stesso grembo, patria, origine cui rimettere tutto ciò che noi siamo. Insomma, se nel profondo del cuore tutti siamo abitati dall’angoscia della sfida suprema e se questo ci rende pensosi, se la vita diventa una lotta per vincere la morte, allora l’immagine dell’Onnipotente che accetta di farsi debole per amore nostro è quella di cui abbiamo tutti infinitamente bisogno. È l’immagine del Dio di misericordia su cui insiste Papa Francesco, il Padre a cui avvicinarsi con l’umiltà del cuore e la gioia di sentirsi avvolti dal suo tenerissimo Amore. L’attesa si rivela desiderio dell’Altro, e in chi crede il desiderio si fa preghiera, quella cui danno voce ad esempio i canti dell’Avvento, venati della malinconia del non ancora posseduto e della fiducia di quanto già ci è stato donato: “Rorate cœli desuper, et nubes pluant justum… veniet salus!” – “Stillate, cieli, dall’alto e le nubi facciano piovere il giusto… la salvezza verrà!” (cf. Is 45,8).

Il cuore dell’uomo, insomma, ha bisogno di amare e di essere amato per vivere e per imparare a morire: è un bisogno incancellabile, tanto personale, quanto collettivo. Dagli scenari del tempo, come da quelli del cuore, si leva perciò un’attesa di amore: essa è così grande, che tutte le esperienze che le corrispondono restano prima o poi incompiute, segnate dalla fragilità della vita, dalla caducità delle opere, dalla brevità dei giorni. Ecco perché il bisogno di un amore vittorioso di ogni battaglia si lega indissolubilmente alla speranza: in questo senso, la penuria più grande del tempo che viviamo è quella di speranza, proprio perché è quella di un amore che vinca la morte, che non risulti svenduto o effimero, come avviene nelle tante forme in cui spesso è esibito ed offerto. La penuria che ci unisce ci spinge a sperare in un possibile, impossibile amore, che vinca l’ingiustizia, la solitudine, l’infedeltà e la morte e risani le ferite dell’anima: l’attesa non di qualcosa di effimero e mortale, ma di Qualcuno che con l’amore inghiottisca la morte.

È per questo che la tentazione più forte che potrebbe impadronirsi del cuore umano è quella della disperazione: “Pensare con chiarezza e non sperare più” (Albert Camus). Se il rischio dei tempi di tranquillità e di relativa sicurezza è la presunzione di poter cambiare facilmente il mondo e la vita, il rischio opposto – proprio dei tempi di prova – è di vivere la paura del domani in maniera più forte della volontà e dell’impegno di prepararlo e di plasmarlo. In realtà, “l’ansietà, il timore dell’avvenire, sono già delle malattie. La speranza, al contrario, è, prima di tutto, una distensione dell’io… Essa entra nella situazione più profonda dell’uomo. Accettarla o rifiutarla è accettare o rifiutare di essere uomo” (Emmanuel Mounier). Accogliere la sfida della speranza vuol dire vivere l’attesa come un volersi veramente umani. Rinunciarvi è rinunciare alla vita. Ne è consapevole Cesare Pavese in questi versi struggenti, scritti poco prima della sua tragica fine, in cui la speranza cedette alla disperazione: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi – / questa morte che ci accompagna / dal mattino alla sera, insonne, / sorda, come un vecchio rimorso / o un vizio assurdo. I tuoi occhi / saranno una vana parola, / un grido taciuto, un silenzio. / Così li vedi ogni mattina / quando su te sola ti pieghi / nello specchio. O cara speranza, / quel giorno sapremo anche noi / che sei la vita e sei il nulla”[3].

Benedetto XVI ha raccolto questa sfida della speranza e dell’attesa, connessa al bisogno “che ci accompagna dal mattino alla sera”, su cui si gioca la vita o il nulla: nella sua Enciclica sulla speranza – intitolata Spe salvi, “salvati nella speranza”, con le parole di Paolo nella lettera ai Romani (8,24) – muove dall’attesa cui dover corrispondere nel modo più vero e profondo per vivere e dare senso alla vita: «Il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino» (n. 1). Nasce da qui l’ineludibile domanda con cui si confronta lo stesso Benedetto XVI: “Che cosa possiamo sperare?”. Ad essa la fede cristiana ha dato sin dall’inizio una risposta chiara: “La redenzione, la salvezza… non è un semplice dato di fatto. Essa ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza” (Spe Salvi 1). Dire che la speranza è dono non significa, ovviamente, ignorare lo sforzo che essa esige: sperare non è la semplice dilatazione del desiderio, ma l’orientare il cuore e la vita a una meta alta, che valga la pena di essere raggiunta, e che tuttavia appare raggiungibile solo a prezzo di uno sforzo serio, perseverante, onesto, capace di sostenere la fatica di un lungo cammino. Essere i pellegrini dell’attesa non basta, tuttavia, per aprirsi alla speranza che non delude…

  1. Attesa di che? Attesa di Chi? “Redenzione” o “emancipazione”?

          Sulle possibili attese della speranza si confrontano, in realtà, due visioni dell’uomo, che hanno caratterizzato la storia recente dell’Occidente e non solo di esso. Da una parte, c’è una visione del mondo che fa della speranza una proiezione in avanti delle possibilità dell’uomo, un’espressione della sua capacità di trasformare il mondo e la vita, una sorta di anticipazione militante dell’avvenire. È la visione moderna, legata alla nascita dell’uomo adulto ed emancipato della scienza e della filosofia del progresso: “La restaurazione del ‘paradiso’ perduto, non si attende più dalla fede, ma dal collegamento tra scienza e prassi… la speranza, in Bacone, riceve una nuova forma. Ora si chiama: fede nel progresso” (Spe salvi n. 17). Con Marx, poi, “la critica del cielo si trasforma nella critica della terra, la critica della teologia nella critica politica. Il progresso verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono, non viene più semplicemente dalla scienza, ma dalla politica – da una politica pensata scientificamente, che sa riconoscere la struttura della storia e della società ed indica così la strada verso la rivoluzione, verso il cambiamento di tutte le cose. Con puntuale precisione, anche se in modo unilateralmente parziale, Marx ha descritto la situazione del suo tempo ed illustrato con grande capacità analitica le vie verso la rivoluzione – non solo teoricamente” (n. 20).

Il confronto è fra due diverse interpretazioni di ciò che possiamo attendere: “redenzione” o “emancipazione”? La salvezza attesa è un fiore della terra spuntato grazie alla fatica dell’uomo, o è dono dall’alto, preparato e desiderato, e tuttavia sempre sorprendente e irriducibile a un calcolo puramente umano? La risposta a questi interrogativi è data dalla stessa parabola della “via moderna” delle ideologie: una speranza umana, troppo umana, non ha prodotto maggiore libertà, uguaglianza e fraternità. Come dimostrano tutte le avventure ideologiche, la speranza affidata al solo portatore umano è sfociata nell’inferno dei totalitarismi, dei genocidi e delle solitudini, in cui l’altro è stato ridotto ad avversario da eliminare o a semplice “straniero morale” da ignorare. “Marx ha dimenticato l’uomo e ha dimenticato la sua libertà. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male. Credeva che, una volta messa a posto l’economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli” (n. 21). Non diversamente la tecnica e la scienza si sono rivelate fallaci nelle loro pretese assolute: “Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore, allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo” (n. 22).

Insomma, “non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale già nell’ambito puramente intramondano: quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di redenzione che dà un senso nuovo alla sua vita” (n. 26). La speranza, dunque, non è qualcosa che possiamo creare e gestire con le nostre sole forze: la speranza è Qualcuno che viene a noi, trascendente e sovrano, libero e liberante per noi, quasi a prenderci per mano. “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15): la differenza fra l’utopia e la speranza della fede è quella stessa che c’è fra l’uomo solo davanti al suo domani, e l’uomo che ha creduto nell’avvento di Dio e aspetta il Suo ritorno, andandogli incontro con segni inequivocabili d’attesa. La speranza utopica rischia di essere evasione consolatoria, fuga dalle responsabilità del presente. La speranza della fede – pur non sottraendosi a questo rischio – calcola con l’“impossibile possibilità” di Dio, e proprio per questo con quella maggiore audacia dell’amore che rende possibili gli altrimenti impossibili gesti della carità vissuta fino in fondo. La speranza della fede cambia il cuore e la vita e penetra la storia come forza di trasformazione culturale e sociale, perché  “la vera, grande speranza dell’uomo, quella che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora ‘sino alla fine’” (n. 27).

          Se c’è allora un dono da chiedere a Dio per tutti, questo è che la nostra attesa si colmi di speranza teologale: una speranza più forte di ogni calcolo, umile e fiduciosa nella promessa del Dio venuto a visitarci per iniziare fra noi il Suo domani per noi. La salvezza non è semplice emancipazione. È dono. È grazia da accogliere, cui aprirsi oltre ogni calcolo e misura: “La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una ‘prova’ delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro” (n. 7). Sperare per chi crede vuol dire tirare nel presente degli uomini l’avvenire di Dio: sperare è sperimentare in noi stessi l’inizio donato dell’atteso nuovo giorno, che nessuna forza mondana da sola è capace di generare. Come apprendere a sperare così? Nella Spe salvi Benedetto XVI propone tre vie, capaci di aprire al dono della speranza che viene a noi: la preghiera; la disponibilità a pagare un prezzo d’amore per realizzare la speranza, soprattutto al servizio di chi soffre; il riferimento al giudizio di Dio, misura di verità e di giustizia per ogni scelta e sorgente di senso e di bellezza per il cuore che l’accoglie.

          La preghiera è lo spazio dell’invocazione e dell’attesa, in cui – lasciandosi amare da Dio – l’attesa stessa si apre alle sorprese del Suo avvento, si fa invocazione, desiderio e speranza. Il servizio è la forma concreta dell’esodo da sé senza ritorno, che libera il cuore e lo educa ad amare l’altro, lasciandosi abitare e condurre dal Signore. Il giudizio di Dio è il fuoco di verità che ci apre al Suo futuro e mostra la vuotezza di ogni scelta o calcolo o progetto che sia unicamente secondo le misure dei nostri egoismi e delle nostre paure. Sotto il sole di Dio s’impara ad accogliere il Suo domani, vivendo il nostro presente in un esodo sempre nuovo nella speranza. Il Papa teologo ci assicura, insomma, che per imparare a sperare, come per imparare ad amare, non basta la sola ragione: occorre mettersi in gioco con tutta la vita. “Dio entra veramente nelle cose umane solo se non è soltanto da noi pensato, ma se Egli stesso ci viene incontro e ci parla. Per questo la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione” (n. 23). Nella speranza che non delude esse si incontrano. Al loro incontro la speranza dà le ali necessarie per volare alto, al servizio della gioia e della libertà di ciascuno e di tutti.

Una speranza di cui l’uomo dell’inizio del terzo millennio ha più che mai bisogno per vivere e per costruire il domani, avanzando nella notte del mondo nella certezza che c’è un’aurora che già lambisce col suo tocco il cuore di chi spera… A darcene testimonianza è questa splendida preghiera allo Spirito Santo di Edith Stein, Santa Teresa Benedetta della Croce, la pensatrice ebrea divenuta carmelitana e morta ad Auschwitz, martire della barbarie nazista, dove si offrì a Dio per la Chiesa e la sua santa radice, Israele, mai perdendo la speranza, anche nell’ora dell’ultimo silenzio: “Chi sei, luce che mi inondi / e rischiari la notte del mio cuore? / Tu mi guidi come la mano di una madre, / ma se mi lasci non saprei fare neanche un passo solo. / Tu sei lo spazio che circonda l’essere mio e lo protegge. / Se mi abbandoni cado nell’abisso del nulla, / da cui mi hai chiamato all’essere. / Tu, più vicino a me di me stessa, / a me più intimo dell’anima mia – / eppure sei intangibile / e infrangi le catene di ogni nome: / Spirito Santo – Eterno Amore! // Sei tu il canto dell’amore e del timore sacro, / che risuona eterno intorno al trono di Dio, / che sposa in sé il puro suono di tutte le cose? / L’armonia che unisce le membra al capo, / nella quale ognuno trova beato / il senso profondo del proprio essere / ed esultando scorre nel suo fluire, /Spirito Santo – Giubilo eterno”[4]. Che cos’è mai questo “canto dell’amore e del timore sacro”, operato in noi dallo Spirito del Risorto, se non l’attesa del Suo ritorno, colma della speranza che non delude e non deluderà mai, la sola che vince la morte e dona senso alla vita?

[1] R. Barsacchi, Marinaio di Dio, Nardini, Firenze 1985, 74.

[2] Cf. S. Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano 20085.

[3] Verrà la morte e avrà i tuoi  occhi (22 marzo 1950), in Id., Le poesie, Einaudi, Torino 1998, 136.

[4] Edith Stein, La mistica della Croce, Città Nuova, Roma 1991, 73s. 77.