La luce di Cristo sul volto della Chiesa

La circolarità delle vocazioni cristiane, segno luminoso di Cristo per il mondo

 

Maranesi

Nel linguaggio religioso l’utilizzo della metafora della luce ha sempre avuto un’efficacia particolare nel presentare e caratterizzare il mistero di Dio. Anche nel contesto cristiano essa è ampiamente attestata. Innanzitutto, è stata utilizzata da Gesù stesso, il quale, per illustrare la misericordia del Padre celeste, ha assunto la metafora del sole quale misura della grandezza e bellezza di Dio (Mt 5,45). Da parte sua, l’evangelista Giovanni non avrà poi nessuna difficoltà ad attribuire a Dio due qualifiche tra loro strettamente complementari: Dio è amore e Dio è luce (1Gv 4,8 e 1Gv 1,5). La comunità cristiana farà un passaggio ulteriore nell’utilizzo della metafora, applicandola a Gesù, il quale, se è «immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), può essere anche definito «splendore» o «irradiazione della gloria di Dio» (Eb 1,3). In lui, allora, si compie quanto il prefazio IV dell’eucaristia proclama come canto di lode rivolto a Dio: «Tu solo sei buono e fonte della vita e hai dato origine all’universo per effondere il tuo amore su tutte le creature e allietarle con gli splendori della tua luce».  Il Verbo fatto carne (Gv 1,1) è la rivelazione piena del mistero di Dio, egli, cioè, è il raggio del Sole di misericordia che rifulge nel mezzogiorno dell’amore di Dio, quel raggio di luce splendente che il Padre celeste ha irradiato sul mondo intero affinché ogni creatura abbia la vita e l’abbia in abbondanza (Gv 10,10).

            A questo doppio livello dell’utilizzo della metafora della luce meridiana che è Cristo, si è aggiunta, nella storia della teologia, una successiva applicazione: lo splendore della luce di Dio mostrata in Cristo illumina e si riflette sulla Chiesa. Un’immagine impiegata per evidenziare questa continuità luminosa tra Cristo e la Chiesa è stata trovata nel rapporto tra il sole e la luna. Un esempio magnifico di tale impiego lo troviamo in san Bonaventura: «la luna è figlia del sole e riceve da lui la luce, similmente la Chiesa militante la riceve dalla suprema Gerusalemme. Pertanto l’Apostolo dice che essa è nostra madre, poiché è madre delle influenze per le quali diventiamo figli di Dio» (Hexaemeron, XXII,2).

Non è un caso, allora, che le stesse categorie relazionali, esplicitate attraverso la metafora della luce, ritornino proprio all’inizio della costituzione dogmatica emanata dal concilio Vaticano II per annunciare quale sia il mistero della Chiesa: «Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cf. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende della Chiesa» (LG 1). La Chiesa non è la luce, né possiede la luce o la produce, ma la riceve da Cristo per ridonarla al mondo: su di essa risplende la luce di Cristo, colui che solamente e unicamente è “Lumen gentium”; e di Lui essa vuole essere manifestazione e presenza. La Chiesa dunque è illuminata da lui e, come la luna, è chiamata a ridonare un po’ di quella luce al mondo.

Una simile categoria relazionale del rapporto tra Cristo e la Chiesa a vantaggio del mondo è presente nell’altra espressione proposta dal Vaticano II per determinare la natura della Chiesa: «essa è in Cristo come un sacramento (veluti sacramentum)» (LG 1). Cristo è l’unico e vero sacramento di Dio, cioè è lo splendore dell’amore di Dio giunto fino a noi nella forma dell’amore crocifisso e risorto. La Chiesa nasce dalla fede in questo annuncio, diventando con il suo stile di vita un segno e uno strumento nel mondo e per il mondo di quella presenza di splendore. Si potrebbe affermare, cioè, che essa è sacramento del Sacramento, manifestazione di quella Manifestazione, riflesso di quella Luce, segno che rinvia a quella Verità. Guardando ad essa dunque il mondo dovrebbe alzare gli occhi a colui che è il raggio stesso di Dio, a colui che è l’amore stesso di Dio. La Chiesa è puro rinvio perché in essa quel raggio si rende ancora presente in mezzo agli uomini.

E con questo giungiamo al punto nevralgico della nostra proposta, perché vorrei offrire una serie di riflessioni per chiarire ulteriormente la natura e le modalità del servizio sacramentale svolto dalla Chiesa per essere riflesso credibile e visibile di quello splendore eterno che, unico, illumina ogni uomo.

Il raggio con il quale Dio ha comunicato al mondo la bellezza della sua luce trinitaria attraverso la carne di Gesù, si è reso visibile “scomponendosi” in una triplice gamma luminosa dell’amore. La storia di Gesù ha mostrato l’amore del Padre attraverso una triplice azione, corrispondente alle tre figure veterotestamentarie con le quali Dio si comunicava al suo popolo: egli è stato il re-servo, il profeta e il sacerdote. Egli è stato “sacramento di Dio”, immagine di Lui, perché ha mostrato nella sua vicenda l’operare di Dio attraverso la cura di carità e di compassione che ebbe come re-servo per tutti i poveri e i reietti, attraverso la forza che egli, come profeta, esercitò nell’annuncio della parola, e infine attraverso l’offerta di amore con il quale sacrificò la sua persona diventando il vero e unico sacerdote. E il momento supremo e definitivo di questo splendore liturgico-sacerdotale, diaconale-regale e testimoniale-profetico fu realizzato da Gesù nell’atto della sua consegna per amore sulla croce. Il suo morire per amore, donando tutto senza richiedere nulla in contraccambio, ha fatto risplendere la luce eterna del Padre che ha amato così tanto l’uomo da dare il suo Figlio unigenito (Gv 3,16), per rischiarare con quella luce coloro che erano nell’ombra di morte (Lc 1,79).

La Chiesa diventa riflesso di questa triplice bellezza, in cui si è “scomposto” e “riproposto” lo splendore dell’amore di Dio in Cristo, ogni volta che essa stessa vive il triplice stile di vita di Gesù. Essa è sacramento di Cristo ogni volta che assume su di sé il compito di essere per il mondo segno di servizio, di testimonianza e di sacerdozio. Dunque la diaconia, la profezia e la liturgia, costituiscono i tre ambiti in cui la Chiesa manifesta e realizza, con il suo stile di vita, la triplice unzione messianica di Gesù quale triplice manifestazione dell’unico raggio dell’amore. Nelle tre funzioni essa mostra al mondo la “bellezza” del volto di Gesù, il quale ha annunciato e compiuto la prossimità dell’amore di Dio per il mondo agendo da sacerdote, re-servo e profeta.

            Queste affermazioni generali e fondamentali sulla vocazione sacramentale della Chiesa, legata alla triplice funzione messianica di Cristo, necessitano di due ulteriori specificazioni.

            La prima riguarda la stretta interconnessione con la quale vanno compresi i tre momenti della funzione sacramentale della Chiesa. Spesso, infatti, l’azione salvifica della Chiesa è stata ridotta al suo momento liturgico, all’atto cioè in cui essa celebra i sacramenti, proclamando in essi la presenza di una efficacia “automatica” nel causare la salvezza insita nella loro stessa amministrazione. Tuttavia staccare il momento liturgico dagli altri due, quello della carità diaconale e della testimonianza profetica, significa ridurre l’atto cultuale a “religione magica”, una gestualità oramai poco capita dal mondo contemporaneo perché avulsa dalla vita quotidiana. Al contrario, l’atto liturgico della Chiesa, quale ambito della memoria e della lode del Signore, chiede di restare strettamente connesso agli altri due momenti, nei quali la Chiesa si incontra con gli uomini per condividere con essi le loro gioie e speranze, e le loro angosce e tristezze (GS 1). Mediante la scelta diaconale, infatti, essa si pone ai piedi dei poveri e degli ultimi, quelli che sono stati abbandonati da tutti perché privi di ogni «apparenza e bellezza» (Is 53,2), per mostrare ad essi la prossimità dell’amore di Gesù che si è fatto servo per amore; altrettanto con la forza profetica della parola, la Chiesa abbraccia e condivide il desiderio degli uomini di buona volontà, di verità e di giustizia, facendosi portatrice della speranza che anima il cuore dell’uomo. Insomma, in ogni gesto compiuto nel nome di Gesù, per offrire al mondo un servizio diaconale e una testimonianza profetica, la Chiesa opera con la stessa efficacia di salvezza che proclama di avere quando celebra nella liturgia la memoria del Signore, e lo rende presente nei segni sacramentali. Perché sa con certezza che in tutto ciò che compie in continuità con il Cristo servo, profeta e sacerdote, essa mette in atto gesti salvifici capaci di far risplendere sul proprio volto lo splendore dell’amore di Cristo per donarlo con gratuità e generosità al mondo.

            La seconda considerazione riguarda le diverse vocazioni attraverso le quali la Chiesa compie la sua missione sacramentale. Ogni fedele, mediante il battesimo, è un “consacrato”, perché ha ricevuto l’unzione crismale che l’ha fatto “cristiano”. Egli è come Gesù: “unto del Signore”. E allora, grazie al battesimo, il cristiano ha ricevuto un triplice “munus”, cioè un triplice “dono” e “impegno”: di essere nel mondo sacerdote, re-servo e profeta. Insomma la vocazione sacramentale della Chiesa nasce nel battesimo, con il quale ogni fedele abbraccia la bellezza di vivere alla sequela del Signore per essere memoria vivente di lui nel mondo. In questo contesto si inseriscono tre scelte sacramentali, quali articolazioni specifiche, a cui è chiamato il cristiano per vivere da “adulto nella fede” la propria vocazione battesimale. Il sacramento dell’ordine, il sacramento del matrimonio e il segno sacramentale della vita religiosa costituiscono tre “vocazioni” specifiche con le quali la Chiesa diventa concretamente e precisamente segno e riflesso dello splendore di Gesù per il mondo. Si può affermare senza difficoltà, infatti, che nelle tre scelte il cristiano concretizza la sua consacrazione battesimale assumendo l’impegno di evidenziare, con una specifica vocazione, uno dei tre munera battesimali. Il volto sacerdotale-liturgico del Signore sarà assunto dal presbitero che si porrà a servizio della comunità per celebrare la memoria del Signore e renderlo presente in mezzo ai suoi; il volto regale-diaconale del Signore sarà riproposto in particolare dai laici che accolgono l’impegno di generare la vita e di farla crescere all’interno di una società in cui regnino la giustizia e la dignità umana; il volto profetico-testimoniale del Signore sarà assunto in modo precipuo da coloro che scelgono la vita religiosa facendo di loro stessi un dono sulle strade degli uomini per ricordare a tutti la dimensione escatologica del regno che viene.

Tale complementarietà vocazionale delle tre forme di vita cristiana offre un doppio importante vantaggio nel pensare e vivere l’esperienza battesimale come riflesso dello splendore di Cristo. Innanzitutto permette di superare una visione piramidale degli stati di vita cristiana. Non ci sono coloro che nella Chiesa sono più in alto degli altri in santità e dunque contemplano più da vicino lo splendore di Cristo, diventando così più perfetti nel rispecchiare al mondo il suo fulgore. Al contrario, partendo dall’unica vocazione battesimale, occorre dire che tutte le forme di vita cristiana nascono dallo stesso modello e si collocano intorno allo stesso centro di luce che è Cristo, così da riflettere la bellezza di quel volto in modo diverso e complementare. Il sacerdote, il religioso e il laico non si diversificano per maggiore o minore perfezione, ma per diversità di rispecchiamento dell’unico splendore di santità che è Cristo. Se questo è vero, ne consegue un secondo prezioso vantaggio: si evidenzia la ricchezza sacramentale che la Chiesa viene ad ottenere dalla collaborazione delle tre forme di vocazioni battesimali. Se i tre stati di vita cristiana costituiscono specificazioni complementari dell’unica chiamata sacramentale della Chiesa, allora, proprio attraverso la loro unità e collaborazione, la comunità cristiana riuscirà con più efficacia e credibilità a mostrare sul suo volto lo splendore della luce che emana dal Cristo re-servo, profeta e sacerdote.