“Resta con noi Signore orma si fa sera”

Gaetano La Speme

Nella presente riflessione propongo inizialmente uno studio letterario del testo  di Lc 24, 13-35 (con una particolare attenzione al metodo esegetico narrativo) per coglierne le possibili implicanze teologiche. In un secondo momento commento il brano raggruppando i versetti sulla base delle scene che la narrazione ci consegna. Infine offro delle brevi conclusioni ricapitolative.

1 Dimensione letteraria

1.1 Contesto

L’episodio dei discepoli di Emmaus è un racconto solo lucano. Si trova inserito tra altre due apparizioni: di due uomini alle donne (24,1-12) e del Risorto agli Undici (24,36-43). Ognuna di queste tre apparizioni è delimitata da un’inclusione[1] e ha al centro un denso annuncio kerigmatico (vv. 6b-8.19-20.26-27.44-46). Le apparizioni potrebbero essere molteplici per dare maggiore attestazione all’evento. Avvenute in luoghi diversi (al sepolcro, fuori Gerusalemme verso Emmaus, a Gerusalemme), con diverse modalità (due uomini sfolgoranti, lungo la via discutendo e a casa nello spezzare il pane, stando in mezzo a loro) e con personaggi principali diversi in tutti e tre i racconti, annuncerebbero la variegata possibilità di manifestarsi del Risorto. Egli è colui che si mette in cammino e si nasconde nei panni di un viandante, ma è anche Colui che si fa subito riconoscere e «sta».

I personaggi principali passano dal dubbio/perplessità alla fede nella risurrezione. La Pasqua è un passaggio: dal dubbio alla fiducia.

I racconti si concludono con l’annuncio realizzato (24,9.35) o lasciato come compito (24,46-47). La Pasqua è un annuncio in parte realizzato e in parte ancora da compiere.

            1.2 Confronto

Le apparizioni pasquali in Mc, Mt e Gv 21 sono ambientate in Galilea, in Lc si svolgono invece a Gerusalemme. L’autore vuole in questo modo sottolineare l’importanza del legame con questa città e con ciò che essa rappresenta. Come il Cristo crocifisso è risorto così anche Gerusalemme sperimenterà dopo la distruzione la liberazione (cfr. Lc 21,24). La sua storia si intreccia con quella del Messia. È verso Gerusalemme che Gesù ha rivolto il suo volto (cfr. Lc 9,51), e lì che si compie la salvezza, lì inizia e si conclude il vangelo secondo Luca.

Circa la storicità dell’accaduto le opinioni degli esegeti oscillano tra chi sostiene che sia una vera e propria legenda[2] a chi invece ritiene che Lc abbia utilizzato una fonte inedita[3], forse lo stesso personaggio che presenta nel racconto: Cleopa.

1.3Struttura

Da un punto di vista letterario tra l’inizio e la fine dell’episodio è possibile scorgere elementi che ritornano (come un’inclusione): all’inizio i discepoli sono soli (v. 13), alla fine si ritrovano senza Gesù (vv. 31 ss.); in entrambi le parti del racconto emergono i loro ricordi (vv. 19-24.32). Ma ci sono anche elementi che ribaltano la situazione precedente: nell’introduzione i discepoli si allontano da Gerusalemme (v. 13), nella conclusione vi ritornano (v. 33); Gesù appare ai discepoli quando sono per strada (v. 15) e scompare dalla loro vista quando sono all’interno di un’abitazione (v. 31); mentre i due conversano tra di loro e Gesù si è avvicinato, gli occhi dei discepoli «erano impediti a riconoscerlo» (v. 16) invece quando sono a tavola e Gesù «prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro» «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (vv. 30-31); i discepoli mentre sono per via si fermano (v. 17) e quando sono vicini al villaggio invitano invece Gesù a fermarsi con loro (v. 29). Il mistero pasquale si presenta, attraverso questa strategia letteraria, come un evento trasformante.

Al centro della narrazione vi è il dialogo tra i discepoli e il forestiero viandante.

Questi elementi portano a pensare che il testo sia costruito letterariamente in modo concentrico[4]:

  1. A) vv. 13-14 Introduzione
  2. B) vv. 15-19a Cornice
  3. C) vv. 19b-27             Risposta

B’) vv. 28-32                     Cornice

A’) vv. 33-35                Conclusione

Tale struttura induce l’esegeta a pensare che il culmine del racconto sia al centro, nel ricordo, inizialmente kerigmatico, di Gesù il Nazareno e nella spiegazione di ciò che si riferiva a Lui nelle Scritture.

Ma la narrazione ha solo questa struttura? Approcciandoci al testo con il metodo narrativo[5] ci si accorge che siamo dinnanzi ad un racconto rivelativo[6]. La sua costruzione è fatta a tappe:

  • situazione iniziale (vv. 13-15),
  • complicazione (v. 16),
  • azione trasformatrice (vv. 17-32),
  • situazione finale (vv. 33-35).

Il vertice deve essere nel momento in cui si ha una visione nuova, pertanto non può essere solo nel dialogo centrale (dove i due ancora non capiscono) ma, partendo da lì, raggiunge il suo culmine nella frazione del pane. É in questo momento infatti che si ha il completamento della risoluzione della trama: i loro occhi si «aprirono e lo riconobbero». Il racconto – e l’apparizione – ha raggiunto il suo fine: far passare dall’ignoranza alla conoscenza.

Ma ha avuto bisogno di vari tentativi e di tempo, come testimonia la scelta del narratore di prolungare il tempo raccontante e quello della lettura[7].

Credendo che quando un testo si presta a più strutture, nessuna di esse vada trascurata, bensì integrata, si può dire che la pericope ha due fuochi: uno è l’ascolto e la spiegazione sapiente della Scrittura l’altro e la frazione del pane. La parola e il gesto. É in entrambi che Gesù si lascia incontrare e riconoscere come il Risorto.

1.4 passi paralleli

Possono arricchire la comprensione del testo i molteplici testi considerati paralleli sia nel corpus Lucano che al di fuori: Lc 2,41-50 (il ritrovamento di Gesù al tempio), At 8,26-39 (il battesimo di un eunuco), Gv 20,11-18 (l’apparizione del Risorto a Maria di Magdala), Gen 18 (l’apparizione dei messaggeri divini ad Abramo)[8].

  1. Commento

 

Andando via da Gerusalemme 

  1. 13-14

Il narratore comincia la scena mettendo in relazione il nostro racconto con quanto è avvenuto prima. È infatti lo stesso giorno: Pasqua (vv. 1.13)[9]. E’ il giorno in cui ci si mette in cammino per cercare Gesù, il giorno della memoria, il giorno della narrazione, il giorno dello stupore.

Il lettore è portato fuori la città per incontrare due nuovi personaggi che lo attendono… per via. Sono due probabilmente perché nel giudaismo una testimonianza legale richiede la presenza di due persone (cfr. Dt 19,5). «Due di loro»: non sappiamo ancora se fossero del gruppo degli apostoli o dei discepoli (v. 9b). Per sapere chi (non) sono (vv. 18.33) bisogna andare avanti nella lettura. Il narratore a questo punto decide di non dire tutto e di lasciare il lettore nel vago. Questi deve imparare ad attendere, ad andare oltre, a mettersi anche lui in cammino. Essi vanno verso il villaggio di Emmaus (v. 13), distante 60 stadi (circa 11 km). Si calcolava che ci volesse un’ora per percorrere 30 stadi. Potrebbe essere un’indicazione temporale che l’autore dà per indicare che l’apparizione, sebbene non sia successa a Gerusalemme, è avvenuta tuttavia nelle sue vicinanze. Alla luce degli studi archeologici è difficile identificare il luogo e per questo si potrebbe pensare che il narratore voglia soprattutto indicare con precisione il luogo da dove si stanno allontanando piuttosto quello verso cui si stanno dirigendo. Si spiegherebbe così perché al v. 28 si dirà che: «furono vicini al villaggio dove erano diretti» senza menzionarne il nome. Il fatto che i personaggi entrano in scena camminando non è casuale nel vangelo secondo Lc. Il ministero di Gesù è svolto in viaggio (verso Gerusalemme, da dove loro si stanno allontanando!). La missione degli apostoli sarà un viaggio da Gerusalemme sino agli estremi confini della terra. I cristiani sono chiamati «seguaci della via» (cfr. At 9,2). «Un discepolo di Gesù è innanzitutto, per Luca, un compagno di viaggio»[10].

Il loro andare è accompagnato da una conversazione su ciò che è avvenuto, una conversazione che potrebbe essere anche animata, come suggerisce una possibile traduzione del verbo greco syzēteō, (discutere, controbattere). Il dolore e la delusione vengono da loro vissuti in maniera conflittuale. 

 

Gli occhi non riconoscono

  1. 15-18

In modo discreto si avvicina e cammina con loro Gesù in persona[11]. Il Risorto compie il primo passo verso l’umanità smarrita, ma non è detto che questa se ne accorga. Il lettore gode di una situazione di privilegio: egli sa bene chi è colui che si accosta ai due, ma essi no. È in attesa che i discepoli lo scoprano, ma non sarà facile: i loro occhi sono impediti/trattenuti dal riconoscerlo. Il verbo al passivo – detto passivum divinum – potrebbe indicare che questo stato di cecità dipende non solo dalla fragilità umana, ma rientrerebbe anche nel progetto di Dio. Non è sempre detto che bisogna comprendere subito e tutto. L’apertura degli occhi, e anche la chiusura, è un dono di Dio. È la prima apparizione del Risorto che Lc ci narra (quella antecedente infatti è l’apparizione di due uomini, non di Gesù) e ci regala con essa anche le prime parole: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?» (v. 17). La prima parola del Risorto è una domanda. Egli veramente non sa, oppure vuole introdursi nel loro discorso mettendosi in atteggiamento di richiesta?[12]. Da quanto segue  si può dire che è una scelta d’azione relazionale[13]. Egli vuole parlare solo dopo aver ascoltato. Certamente fa sorridere il lettore l’ironia – anch’essa fa parte della narrazione catechetica – che dimora nella domanda del discepolo: «solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?» (v.18). Gesù sta al gioco. Finge di non sapere e pone un’ulteriore domanda che provoca il racconto. La narrazione è suscitata dall’interesse e ne presuppone un ascolto attento. Alla prima domanda di Gesù il narratore ne approfitta per farci conoscere il nome di uno dei discepoli: Cleopa (abbreviazione di Cleopatro, da non identificare con Clopa di Gv 19,25). L’altro forse resta anonimo per lasciare spazio ad ogni lettore di entrare nel racconto, con tutto se stesso e senza definizioni esterne, come suo compagno di viaggio. Alla prima domanda risponde solo Cleopa (v. 18).

L’apertura del cuore. L’apertura della Scrittura

  1. 19-27

Alla seconda domanda invece entrambi raccontano gli episodi che riguardano Gesù il Nazareno (vv. 19-20). Tale espressione ricorre solo tre volte nel vangelo di Lc (4,34; 18,37; 24,19). Nelle prime due citazioni ci si riferisce all’attività taumaturgica del Messia: la liberazione di un indemoniato e la guarigione di un cieco. Il racconto su Gesù è diventato un annuncio unanime e a più voci: viene narrato il suo essere, il suo modo di agire, la sua condanna a morte e la sua crocifissione… ma la morte non può che portare delusione (v. 21)… la visione della tomba vuota non necessariamente suscita la fede[14] (v. 24)… e – purtroppo – neanche la rilettura in chiave cristologica della Scrittura (vv. 26-27).

Gesù aveva cominciato il suo dialogo interrogando, lo conclude insegnando. Egli fa da maestro solo dopo aver ascoltato. A tempo e modo opportuno non manca di rimproverare i discepoli (v. 25) affinchè mettano insieme ciò che a loro sembra impossibile: fallimento e gloria, morte e vita nuova. E ciò è possibile se si entra nella logica del mistero di Dio: ecco il senso dell’espressione «era necessario» (v. 26). Il Cristo (che significa Messia) non è un liberatore politico. È l’inviato che deve soffrire (cfr. Is 52-53). Gesù è un profeta martire, e con Lui e come Lui anche coloro che lo seguono: essi ogni giorno prendono la croce (cfr. Lc 9,23).

La spiegazione della Scrittura avviene attraverso la tecnica esegetica della raccolta di versi presi da differenti parti della Bibbia per dare loro una coerenza e un senso nuovo. Attraversando «tutte le Scritture» Gesù coglie la Bibbia nella sua globalità e solo in tale modo se ne può cogliere il significato più profondo e più diversificato. Tale spiegazione precede il gesto che porterà alla nuova comprensione.

La frazione del pane apre gli occhi

  1. 28-32

Il lettore incontra un gesto non scontato, non preparato. Gesù in un certo senso verifica il loro interesse e fa «come se dovesse andare più lontano» (v. 28). Solo dopo la loro insistenza, siede a tavola. Egli rimane con loro così come era rimasto (stesso verbo) con Zaccheo (cfr. Lc 19,5); e come la salvezza entrò nella sua casa (cf.r Lc 19,9) così si manifesterà ai discepoli. Rimanere è un verbo soteriologico se la compagnia è divina. Forse sono le cinque del pomeriggio quando ha luogo, secondo la tradizione ebraica[15], il pasto più importante. È nelle abitudini giudaiche pronunciare una benedizione prima dei pasti. Ma avviene un colpo di scena. Come la risurrezione ribalta l’ordine naturale della vita così l’invitato – il primogenito dei risorti – ribalta l’ordine delle cose, ed esercita il ruolo del maestro di tavola: compie, ora, gli stessi gesti eucaristici che ha compiuto nella cena pasquale (cfr. Lc 22,19): prendere il pane, benedire, spezzarlo e darlo (v. 30). È adesso che lo riconoscono… Gesù ha aperto loro le Scritture e, successivamente, i loro occhi si sono aperti (si usa in entrambi i casi lo stesso verbo: dianoigō, aprire). Adesso che hanno appreso che le Scritture parlano di Lui e che l’Eucarestia è il luogo dove lo si incontra, egli può congedarsi da loro.

Ascoltandolo sentivano ardere il loro cuore. L’espressione è oscura: può indicare compassione/amore ma può indicare anche un dolore o un tormento[16] che è come il fuoco. Chissà che l’espressione – plurivalente – non indichi allora che la spiegazione delle Scritture può provocare entrambe le reazioni nel cuore dell’uomo? Può consolare e può suscitare (sano) tormento!

                       

La frazione del racconto di apparizione

  1. 33-35

Scoprire di aver incontrato il Risorto rimette nuovamente i discepoli in cammino (v. 28) ma in una direzione diversa, anzi opposta: non più via da Gerusalemme ma a Gerusalemme; non più verso l’isolamento ma verso la comunità; non più disperati ma con la speranza nel cuore. È avvenuto un cambio di direzione anche nel loro stato d’animo e nel modo di approcciarsi agli altri[17].

Dal racconto ci aspetteremmo di trovare gli Undici ancora nell’incredulità. Gli apostoli invece, e «quelli che erano con loro», già credono: «davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!» (v. 34).

Perché allora la narrazione dei due alla loro comunità? Questa non è finalizzata a suscitare la fede e non è neanche un atto di obbedienza ad un ordine divino. L’annuncio della Pasqua per Cleopa e il suo compagno sembra più un’esigenza dettata dall’esperienza di aver (ri)trovato il Signore. La loro testimonianza è conseguenza di una gioia incontenibile. 

Il riconoscimento del Signore risorto coinvolge il corpo dei due: gli occhi si aprono e lo riconoscono, i piedi si mettono in cammino, il cuore arde, la lingua proclama. La fede cristiana si muove attraverso coordinate che coinvolgono il corpo: è la fede in Colui che si è incarnato, è morto ed è risorto nel suo vero corpo ed è proclamata tramite il coinvolgimento di tutto il corpo di colui che annuncia.

Ora che hanno incontrato il corpo del Signore e abitano il loro corpo in pienezza (prima gli occhi erano impediti e il volto era prigioniero della tristezza) non sono più fuggiaschi. Ora sono narratori (o se vogliamo catechisti) «di ciò che è accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane».

Conclusioni

Dalla lettura del testo si possono evincere alcune considerazioni finali:

– dal confronto del testo con altre apparizioni, si apprende che il Risorto si manifesta in vari modi, in vari luoghi, a vari personaggi. Le apparizioni pasquali sono nel segno della relazione e della novità;

– il luogo teologico dell’incontro con il Risorto, nell’episodio dei discepoli di Emmaus, è la rilettura della Scrittura e la frazione del pane (l’eucarestia). Tuttavia non è un rapporto intimistico, poiché i due dopo averlo riconosciuto fanno ritorno alla comunità che vive in Gerusalemme, da dove si erano allontanati;

– il passaggio dall’incredulità alla fede è graduale: necessità relazione, vari tentativi, tempo;

– la sera, ogni sera della vita, è tempo per chiedere al Signore di rimanere. Egli resta con noi e ci dona la gioia della sua amicizia.

– l’apparizione di Gesù risorto nel suo vero corpo provoca, in coloro che lo vedono e lo riconoscono, un annuncio missionario che coinvolge a sua volta il corpo degli annunziatori: gli occhi lo riconoscono, il cuore arde, i piedi camminano, la bocca annunzia.

Rileggere questi versetti è stato quindi un viaggio relazionale, per i discepoli e per noi che li abbiamo accompagnati, che ha comportato un passaggio – una pasqua, appunto – dall’incredulità alla fede, dalla fuga dalla comunità al ritorno ad essa, dal non senso alla pienezza di gioia … un viaggio educativo che ci ha riportato al mistero dell’amicizia, del discepolato e della contemplazione di Gesù, anche quando si fa sera.

[1] Per inclusione si intende la ripetizione all’inizio e alla fine di una frase o di una composizione più complessa, di una stessa parola o espressione.

[2] Cfr. R. Bultmann, Die Geschichte der synoptischen Tradition, Göttingen 1921.

[3] Cfr. G. Rossé, Il vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Roma 19952, 1015.

[4] Struttura letteraria che vuole focalizzare l’attenzione su un centro che viene incorniciato da elementi che tra di loro hanno un certo parallelismo.

[5] Per approfondimenti cfr. D. Marguerat – Y. Bourquin, Per leggere i racconti biblici, Roma 2001.

[6] Narrazione la cui azione trasformatrice consiste in un aumento di conoscenza su un personaggio della storia raccontata.

[7] Nello studio di un testo si può distinguere: il tempo raccontato, il tempo raccontante e il tempo della lettura. Il tempo della storia raccontato corrisponde al tempo che si narra nella storia: le ore di quel pomeriggio di Pasqua. Il tempo raccontante è quello occupato dal tempo che è utilizzato per narrare l’episodio. Questo si accorcia con i verbi che riassumono delle attività e si allunga con l’introduzione del discorso diretto dei personaggi: le parole dei discepoli e quelle di Gesù. Il tempo della lettura è quello che il narratore vuole che il lettore trascorra con un’episodio. In questo caso, l’evangelista vuole che il lettore indugi nel racconto e in modo particolare gli chiede di soffermarsi sul dialogo tra i discepoli e Gesù. Per approfondimenti cfr. U. Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Milano 1997, 61-90; D. Marguerat – Y. Bourquin, Per leggere i racconti biblici, Roma 2001, 91-92.

[8] Per approfondimenti e similitudini tra le pericopi cfr. B. Chenu, I discepoli di Emmaus, Brescia 2005, 38-41.

[9] Giorno, primo, che ha visto al mattino presto delle donne recarsi al sepolcro di Gesù, ma il sepolcro è vuoto, il corpo del Signore non c’è più. Giorno in cui due uomini – ne troveremo poi altri due nel nostro racconto – ricordano a Maria Maddalena, Giovanna, Maria madre di Giacomo e ad altre, le parole di Gesù: “Bisogna che il figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno” (vv. 6-7). Giorno in cui le donne raccontarono questo agli apostoli, ed essi non credettero (vv. 9-11). Giorno in cui emerge dallo sfondo un personaggio: Pietro si alza, corre al sepolcro, vede soltanto i teli e torna indietro pieno di stupore per ciò che (non) ha visto (v. 12).

[10] B. Chenu, I discepoli di Emmaus, Brescia 2005, 46.

[11]Cfr. G. Rossé, Il vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Roma 19952, 1022, nota 77.

[12] Per approfondimenti cfr. C. M. Martini, L’evangelizzatore in san Luca, Milano 2000, 36-38.

[13] Cfr. G. Salonia, Kairòs. Direzione spirituale e animazione comunitaria, Bologna 20034, 79-82.

[14] Il testo evidenzia il fossato che esiste tra l’informazione e l’adesione. I discepoli conoscono i fatti della Pasqua, ma non hanno la fede pasquale.

[15] Cfr. R. Gower, Usi e costumi dei tempi della bibbia, Torino 1990, 47.

[16] Cfr. G. Rossé, Il vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Roma 19952, 1030.

[17] Cfr. F. Bovon, L’Evangile selon Saint Luc, Ginevra 2009, 437.