La sera… riflessione dal focolare domestico

Fabrizio e Mirjana Jermini

         Il sopraggiungere della Sera spesso è foriero di tristezza e di sentimenti di disagio. Chissà perché…forse perché quando cala il sole si fa esperienza del buio che si contrappone alla luce del giorno appena trascorso, o forse perché spesso il tramonto è accostato al declino della vita. La sera per alcuni è il segno di un giorno che finisce, ma per altri è l’evidenza ‘di un tempo che si compie’. Sta qui la lotta quotidiana dell’uomo contro il ‘non senso’: scegliere ‘il fine’ piuttosto che ‘la fine’. Ciò che è senza senso finisce, ciò che è stato voluto e pensato si volge verso il compimento. La fine procura angoscia, tristezza e amarezza, il compimento, invece, gioia, pace, gratitudine…La fine è tuttavia sollievo e quiete per chi, come il Foscolo, giudica il tempo ‘reo e ingrato’, tanto da preferire alla vita ‘il nulla eterno’ e ‘la fine del tutto’. Ma la fuga dal tempo della vita è una sconfitta per l’uomo! È negazione della sua stessa natura: l’uomo è fatto per la vita!

         Ogni sera per noi è il segno che un nuovo tassello è pronto per essere aggiunto al puzzle della vita. Un nuovo giorno si è compiuto perché testimonia l’evidenza di un progetto, e proprio per questo ha un senso. La sera ci dice che tutto quanto è avvenuto ha un valore: la gioia e il dolore; la fatica e il riposo; il successo e la sconfitta…ci dice che non ha senso la fuga dalla vita, perché tutto fa parte di un destino più grande, se vissuto con amore.

         Chissà perché l’uomo di oggi vuole convincersi a tutti i costi che la realtà è frutto del caso…Non è di certo questo il momento di avventurarsi in questioni filosofiche, ma colpisce il fatto che spesso l’uomo credendo di difendere la ragione, si dimostra irragionevole, inseguendo la disperazione e negando la propria verità.

         Tuttavia la soluzione per questo paradosso è la ragionevolezza della fede, dimensione profondamente umana, rispettosa cioè della verità dell’uomo e chiave di volta per un autentico processo di conoscenza della realtà.

       È alla luce della fede che quotidianamente cerchiamo di vivere il nostro rapporto con il tempo che scorre, leggendo in esso il piano di amore di un Padre che conduce i suoi figli alla pienezza della vita. La sera è il tempo per fermarsi a riflettere e riconoscere questa presenza premurosa che giorno dopo giorno costruisce la trama della nostra felicità. La sera è anche l’occasione propizia per fermarsi e decifrare la profondità del linguaggio di Dio, nel silenzio di un tempo che sembrerebbe parlare di ‘una fine’, ma che in realtà ci conduce ad ‘un fine’. Questo silenzio ci dice che tutto è dono e ci invita ad affidarci, perché in esso quanto è stato fatto durante il giorno si riflette pacificamente nel desiderio di Dio. Per ascoltare la sua voce e incontrare la sua volontà c’è tuttavia bisogno di silenzio, come atto di umiltà che fa tacere le ‘potenze’ umane, per lasciare spazio al sussurro di Dio. Lasciare questo spazio vuol dire trovare un tempo per mettersi da parte, per comprendere che la vita non dipende da noi, seppur richiede il nostro impegno quotidiano. A volte però il nostro agire rischia di divenire ostentazione di meriti, piuttosto che semplice risposta al dono preveniente di Dio. La sera ci aiuta a scoprire questo dono e a trovare ‘il tempo’ per contemplarlo. La trama del giorno, lungi da essere soltanto ‘cupo tumulto’ e ‘aspra bufera’ (Pascoli), è delicatezza della cura di un Padre che rivela un significato più grande della pura apparenza…L’amore va oltre il fenomeno, oltre una conoscenza puramente razionale, l’amore non può essere misurato secondo i criteri del sapere scientifico, non ha bisogno di ‘sensate esperienze e necessarie dimostrazioni’ (Galileo). L’amore non risponde a questa logica razionale. Il suo principio fondante è il dono di sé fino alla fine, il dono senza misura, la gratuità senza condizioni…Dell’amore si fa esperienza nel dialogo, nello sguardo reciproco, nell’ascolto vicendevole. La sera è il tempo per fare questa esperienza dell’amore, è il tempo per scoprire che la giornata trascorsa, a volte tanto faticosa e forse anche apparentemente ostile, nasconde in sé un linguaggio misterioso, che è rivelazione dell’amore di Dio per l’uomo, amore oltre ogni logica umana. Il grande Dostevskij diceva: “Ama la vita più della sua logica, solo allora ne capirai il senso”. Che grande verità è questa per l’uomo! Non si può incontrare il ‘senso’ delle cose se non si impara a mettersi davanti alla vita con atteggiamento umile, consapevole la conoscenza del suo mistero è una rivelazione, che non dipende da noi, ma che ci viene donata.

         La sera perciò è il tempo del dialogo per fare esperienza consapevole dell’amore che ci è stato donato durante il giorno. Per noi, come coppia, questo dialogo è dialogo con Dio, nella preghiera e nel silenzio…tempo di ascolto della sua parola e di contemplazione del suo dono gratuito e incondizionato nell’Eucarestia. Tempo di ringraziamento e di richiesta di aiuto. Tempo di riflessione per pensare il domani, chiedendogli: “Cosa hai preparato per noi? Aiutaci a compiere la tua volontà…”. Alla sera ci rendiamo ancora più conto di quanto sia grande il dono della fede, che aiuta a leggere la storia con lo sguardo di Dio, e dà la certezza che tutto ha un senso, perché siamo destinati dal suo amore all’eternità. Davanti a Lui le ansie del giorno si placano e ci rendiamo conto, come diceva sant’Agostino, che Dio ci ha fatti per sé e che il nostro cuore non trova requie finché non riposa in Lui. Questa è la verità più grande, dalla quale l’uomo vorrebbe fuggire, per inseguire la libertà. Quale grande inganno! Non può esserci vera libertà senza la dipendenza da chi ci ama. La libertà non è mai assoluta, altrimenti sarebbe schiavitù da se stessi. Sembra un paradosso, è vero, ma la nostra natura è puramente relazionale e solo nella relazione compie se stessa nella verità. Non ci sarebbe un ‘io’ senza un ‘tu’. La sera è il momento per fare esperienza riflessa di questa libertà, abbandonandosi nelle braccia di chi ti ama, affidando a Lui la tua vita e, come afferma l’Apostolo, riconoscendo che la vera forza e la vera grandezza dell’uomo sta proprio nella sua debolezza, nella sua piccolezza, nell’incontro fiducioso con lo sguardo benevolo e amoroso dell’Altro. Il Salmo 131 è espressione autentica e eloquente di questa condizione dell’uomo che trova la sua pace tra le braccia di Dio:

Signore, non si esalta il mio cuore

né i miei occhi guardano in alto;

 non vado cercando cose grandi

 né meraviglie più alte di me.

2 Io invece resto quieto e sereno:

 come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,

 come un bimbo svezzato è in me l’anima mia.

3 Israele attenda il Signore,

 da ora e per sempre.

         Il dialogo con Dio, però, non può non tradursi e concretizzarsi nel dialogo con chi ti sta accanto. Dalla Cena alla cena…Dal dono dell’Eucarestia al pasto domestico, al convivio familiare…L’abbandono nelle braccia di Dio e la riconoscenza per il suo amore, si concretizzano sempre nella condivisione con il ‘tu’ che ti sta dinanzi. La sera è il momento per questo incontro più intimo e ‘personale’. Sì, personale nel senso di relazionale: un momento in cui scopri che la tua esperienza non è completa senza l’esperienza dell’altro. Un momento in cui si può scrutare la profondità del mistero della Trinità, perché ogni Persona divina è tale nel suo rapporto con le Altre, ogni Persona divina non può essere pensata senza le Altre. Forse stiamo un po’ fantasticando, ma il pasto è un’occasione per vivere in modo quasi sacramentale questa esperienza di dipendenza, di appartenenza e di comunione, spazio divino-umano nel quale si riveste di carne quel dono che Dio fa di se stesso in ogni momento della giornata e che alla sera si svela nell’intimità del focolare domestico: «[…] convito significa[…] fare l’esperienza dello stare con altre persone: il convito crea comunione. […] Nel convito l’uomo sperimenta che egli non fonda da sé il proprio essere, ma che vive nel ricevere. Egli sperimenta se stesso come gratificato di un dono, come uno che vive del dono immeritato di una fecondità, che in certo qual modo sembra attenderlo già da sempre. E ancora di più: egli sperimenta che la sua esistenza si fonda sull’essere in comunione con il mondo, nella cui corrente vitale egli è immerso, e sull’essere in comunione con gli altri uomini, comunione senza la quale al suo essere persona umana mancherebbe la terra sotto i piedi»[1].

         Con l’esperienza di un vespro così vissuto si apre la finestra sul domani, sul giorno nuovo che, come dono di Dio, si offre alla nostra presenza, per rendere presente in ogni momento del nostro tempo la bellezza di una volontà paterna che da sempre ci ha pensati e verso l’eternità conduce i nostri passi.

 

[1] J. Ratzinger, “La fondazione sacramentale dell’esistenza cristiana”, in Opera Omnia XI, 226.