Esame di coscienza: la verità che ci rende liberi

Amedeo Cencini

 

Strano destino quello dell’esame di coscienza (edc): mentre da un lato, quello antropologico, viene oggi sempre più sottolineata l’importanza della conoscenza di sé, della vigilanza, del monitoraggio costante del proprio mondo interiore, dall’altro, quello della vita concreta, si assiste, per la verità già da gran tempo, al progressivo abbandono d’una consuetudine consegnataci dalla tradizione antica della vita consacrata, com’è appunto l’edc. Presunzione, superficialità, ignoranza, incoscienza…? Sta di fatto che questa pratica serale è praticamente scomparsa, o tutt’al più è praticata da principianti o riesumata prima della confessione. Con conseguenze vistose, e non solo quella di non conoscersi e di non poter lavorare, evidentemente, su ciò che non si conosce, ma anche quella d’una bassa qualità di formazione della propria coscienza.

Vediamo allora da vicino natura e funzione di questa tipica espressione dell’uomo orante e penitente, e anche una possibile metodologia d’essa.

1-     Atto orante

Anzitutto va chiarito che l’edc non è essenzialmente verifica di sé con séguito di giudizio e condanna, ma vero e proprio atto di preghiera. È ciò che conclude la giornata e che è parte d’un atteggiamento orante che riconduce il credente laddove ha iniziato la propria giornata: davanti a Dio e alla sua parola. Lì s’è accesa la lampada che illuminerà la giornata, e che il credente manterrà accesa cercando di realizzarla durante il giorno. Nulla di più logico del terminare la giornata dinanzi alla stessa parola, per vedere, per prima cosa, come e dove essa si è “compiuta”, e renderne grazie al Signore. Ma è importante sottolineare che è orazione, che si compie stando davanti a Dio, non dinanzi al nostro specchio (e all’immagine più o meno deformata che ci rimanda di noi stessi).

1.1-          Contemplazione grata

Infatti nella preghiera di compieta la liturgia delle ore ci propone il cantico di Simeone, l’anziano credente che giunge al termine della lunga giornata della sua vita prendendo tra le braccia Gesù e cantando a Dio il suo inno di lode, perché i suoi stanchi occhi “han visto la salvezza”. È ciò che ogni credente dovrebbe poter cantare ogni sera, poiché ogni giorno si compie per noi una salvezza, anche se in modo molto discreto e quasi invisibile. Al punto che è difficile che ce ne accorgiamo in tempo reale. Ecco il perché della preghiera della sera, o della notte, in cui rivediamo la giornata alla luce della Parola e viceversa, e la parola stessa –ancor più che nella lectio del mattino- ci diventa comprensibile. È la confessio laudis et vitae, vera e propria espressione di fede che dovrebbe concludere ogni giorno, per non trascurare quei semi di redenzione seminati nella vita d’ogni giorno d’ogni annunciatore del vangelo.

È un peccato che la compieta sia considerata come l’ultima, non solo in ordine di tempo, delle nostre cosiddette pratiche di pietà, poiché, rigorosamente parlando, c’è più contemplazione al termine che non all’inizio del giorno. Di fatto quando un credente impara a chiudere così la giornata può andare a letto tranquillo, senza bisogno di camomille, tisane e composti chimici che inducano il sonno: perché il suo cuore è in pace: ha visto la salvezza nella misura piccola e limitata dei suoi giorni…

1.2-          Pace e distensione vera

Questo è distensivo, oltreché intrinsecamente formativo, perché profondamente rappacificante e armonico, divino e umano, lineare e coerente (e nulla è distensivo come la coerenza). L’apostolo che ha vissuto la fatica dell’annuncio evangelico ai piccoli e agli umili, ai lontani e a chi gli ha opposto resistenza, ha bisogno di distensione, di distensione vera, del corpo e della mente, al termine della fatica quotidiana, ne ha diritto.

Nessuno dica, allora, che non fa la preghiera della sera perché è stanco, perché vorrebbe dire che non è entrato nello spirito autentico della preghiera della sera, e perché sarebbe contraddittorio: proprio perché è stanco ha bisogno dell’orazione della lectio vespertina e di quella pace profonda e rilassante che solo dalla Parola può venire. Non c’è niente come questo tipo di preghiera che può riconciliare la persona con se stessa, con gli altri, con la vita, con Dio.

1.3-          Pace e distensione falsa

E stia attento, semmai, a non cercare forme strane e improprie di distensione a fine-giornata (dando una sorta di “libera uscita”, più o meno trasgressiva, a certi impulsi e istinti, in modi irriflessi, o semplicemente cliccando, navigando e curiosando ambiguamente in internet…): forme distensive strane e improprie nel senso che, al di là dell’esser moralmente rilevanti, non sarebbero in linea con la sua identità di persona adulta, anzitutto, che dovrebbe aver superato la fase (preadolescenziale) della curiosità sessuale; né sarebbero in sintonia con la sua scelta verginale che implica una rinuncia corrispondente: se la scelta è totale e radicale, in altre parole, la rinuncia non può esser solo parziale e approssimativa. E dunque non sono né possono esser forme né ricreative né distensive, in realtà, ma solo squallidi mezzucci compensativi, incapaci di dare all’individuo quel che egli in verità cerca, forse senza saperlo. E semmai si troverà con nuove schiavitù. E tanta frustrazione, ancorché nascosta!

D’altro canto è pure importante che l’annunciatore del vangelo superi un’altra illusione o pretesa, prima intravista, quella dell’onnipotenza, che spinge certuni a prolungare -più stoltamente che eroicamente- l’attività lavorativa nelle ore notturne, come se la salvezza dipendesse da loro e dovessero per forza risolvere tutti i problemi di tutta la gente, ma col risultato prima o poi di scoppiare o di esaurirsi in breve tempo! Ancora una volta il contatto con la Parola-che-salva è esperienza proprio di quella redenzione che da essa sola può venire, è accettazione serena del proprio limite, è consegna di tutto e di tutti, a cominciare dalle persone affidate, alla potenza della Parola, esattamente come faceva Paolo con coloro che non avrebbe più visto (cf Atti 20,32), e come dovrebbe fare ogni annunciatore della Buona Novella, che si preoccupa di seminare e non pretende raccogliere, ma lascia che altri lo facciano.

1.4-          Il “pigiama del monaco”

Ancora un altro aspetto illumina, quale olio nella lampada, la lectio vespertina-nocturna: quando il credente impara a concludere la giornata dinanzi al suo Signore e alla sua parola, scopre che è bello, profondamente bello e giusto ridare a lui la parola, e lasciarla risuonare dentro di sé come Parola di vita vera, che dà gioia autentica, non finta e passeggera, mentre i sensi dormono e il cuore veglia.

Anche nella notte, infatti, continua la lectio. È anche una suggestiva indicazione che ci viene dalla psicologia a ricordarci che ciò che conclude il giorno, o l’ultima azione (o attenzione o pensiero) prima di prender sonno, è quel che in qualche modo si protrae lungo la notte, come se le desse un contenuto da ripensare, ruminare, immaginare, cullare, sognare, quasi dormendoci e riposandoci sopra. È il senso dell’inno di Compieta, di origine monastica, che a un certo punto canta proprio così: “Te corda nostra somnient, te per soporem sentiant” (letteralmente: “che i nostri cuori sognino Te, o Dio, che ti sentano nel sonno profondo”)[1]. Di notte mente e cuore non sono inattivi. Non ci ricorda forse la psicoanalisi che i sogni sono quanto mai legati alla vita cosciente, a desideri incompiuti e intensi? Forse anche per questo la preghiera di Compieta (ovvero la lectio nocturna), veniva simpaticamente chiamata “il pigiama del monaco”[2].

E probabilmente proprio per questo un maestro della Parola come s.Girolamo raccomandava all’amica Eustochio: «Sopravvenga il sonno mentre stringi tra le mani il codice delle Scritture e sia la santa pagina ad accogliere la tua faccia che reclina»[3].

2-     Atto penitente

Al tempo stesso la Parola dinanzi alla quale si conclude la giornata diventa anche verifica molto realistica, punto di riferimento per un esame di coscienza puntuale. È l’aspetto più tradizionale e classico, assolutamente da non perdere. Ed è del tutto logico e coerente con quanto abbiamo detto: la contemplazione della Parola che s’è compiuta negli eventi del giorno, renderà inevitabilmente più chiari ed evidenti quei momenti della giornata in cui alcuni atteggiamenti del discepolo che non hanno consentito alla Parola, per quanto dipende dall’uomo, di compiersi e operare salvezza.

2.1- L’esame di coscienza forma la coscienza

D’altronde è nella natura della Parola: non sei tu che la leggi e contempli, ma è essa che ti guarda, ti fissa, ti rivolge uno sguardo tenero e pure severo, ti accusa e ti ferisce, ti risana e salva, ti chiama e t’accarezza, ti trafigge il cuore… Per questo la Bibbia appartiene a chi la legge, perché ogni lettore sa che in un rotolo del libro c’è qualcosa scritto su di lui e per lui (cf Sal 40,8). E proprio questo, forse, sente e scopre ancor più nella preghiera della sera.

E così l’edc assume importanza a partire anch’esso dalla Parola-del-giorno, perché può esser fatto solo dinanzi a essa, per cui non sarà mai ripetitivo e scontato (e poi finire per esser abbandonato come atto non così importante), ma mi darà di conoscere sempre aspetti nuovi della mia povertà e debolezza. E così la conoscenza di me, del mio mondo interiore, cresce assieme alla conoscenza di Dio e della sua Parola.

Di conseguenza, l’edc così inteso, e così vissuto dinanzi alla Parola-del-giorno, forma la coscienza. E la forma nelle sue tre componenti: come sensibilità penitenziale, morale ed educativa. La prima consiste nel dolore, per il proprio peccato, provato dinanzi all’amore di Dio: ora, proprio perché la Parola mi rivela a me stesso, lasciandomi intravedere quel che sono chiamato a essere (=il mio io ideale), mi consente anche di scoprire quel che sono (=il mio io attuale), o quanto in me non è secondo quel progetto che il Padre ha in cuore per me, e non in teoria o in astratto, ma nella realtà di questo giorno che ho vissuto e che finisce con questo sprazzo di luce, ed è la sensibilità morale. È l’esperienza, in fondo, della Parola come “spada a doppio taglio” (Ebr 4,12), che mi penetra dentro, mi fa male, mi fa riconoscere concretamente quel peccato che è accovacciato alle porte del mio cuore (Gen 4,7), sveglia la mia sensibilità perché mi accorga di quella radice di male che persiste in me, nonostante non si sia manifestata in azioni corrispondenti, mi fa sentire il dolore per il mio peccato e mi fa piangere per esso perché è gesto di non accoglienza dell’amore manifestato dalla Parola (sensibilità penitenziale); mi fa discernere il peccato non in una semplice trasgressione d’un codice comportamentale, ma nell’aver risposto in modo improprio alla proposta della Parola di Dio, che mi svela ciò che è a lui gradito (sensibilità morale); mi fa esser sempre più preciso nell’identificazione di ciò che in me deve di fatto cambiare in un cammino di conversione continua (sensibilità educativa).

Ovvero, se la Parola esprime l’amore del Padre, la frequentazione regolare e diaria d’essa fa nascere più spontaneamente il dispiacere sincero di non aver vissuto tale amore, o la capacità di “sentire” che qualcosa non è buono né gradito a Dio, e di discernere la strada nuova che il Padre mi sta tracciando attraverso la Parola stessa. Se dunque sensibilità penitenziale, morale ed educativa sono frutto della sensibilità biblica, non fare l’esame di coscienza così inteso potrebb’essere il primo gradino per giungere all’insensibilità penitenziale, morale ed educativa.

2.2- Esame di coscienza, non d’incoscienza

L’edc, tuttavia, non s’improvvisa, né viene spontaneo e facile, e nemmeno si sbriga in una veloce rassegna dei fatti salienti del giorno. Occorre aver l’umiltà d’imparare a farlo. Ecco solo alcune attenzioni, partendo prima da cosa non si deve fare:

  • Non limitare l’analisi alla condotta esterna, occorre esaminare anche e soprattutto il proprio mondo interiore: attrazioni, gusti, desideri…;
  • Non guardare solo al male fatto, ma pure al bene non fatto e che si sarebbe potuto fare; né solo alle trasgressioni, ma anche alle azioni cosiddette buone che potrebbero nascondere motivazioni meno buone;
  • Non adottare il semplice criterio morale (questa cosa è peccato o no, è peccato grave o veniale?), ma usare il criterio psicologico o spirituale (questo modo di fare è in linea con la mia identità, è gradito a Dio?);
  • Non fermarsi all’aspetto conscio del proprio agire, ma cercare di scrutare anche l’inconscio, per quanto possibile, per lo meno quell’inconscio che ogni tanto emerge attraverso sentimenti (di rabbia, innamoramento, aggressività…) o sensazioni (di tristezza, depressione, euforia…);
  • Non prender come punto di riferimento lo stile comune di vita, quel che fan tutti, che spesso coincide con la mediocrità, ma ciò che Dio mi chiede, il criterio massimale, non minimale: per questo l’edc si fa davanti alla croce e alla Parola-del-giorno;
  • Non interrogarsi solo sul male personale, ma anche su quello comunitario, perché in qualche modo anche quello ci appartiene e potrebbe nascondere responsabilità personali;
  • Non fare mai l’edc… agli altri, perché noi non potremmo mai sapere quel che c’è nel cuore degli altri (facciamo fatica a scoprire quel che c’è nel nostro, figuriamoci se possiamo scrutare quello altrui…);
  • Non limitarsi a fare l’edc, ma imparare a fare anche l’esame alla coscienza, ovvero interrogare almeno ogni tanto la propria coscienza sui suoi criteri di giudizio, sul suo modo di formarsi, sulla sua trasparenza e coerenza…

In positivo occorre maturare un certo tipo di sguardo autocritico che, senza paura, ci aiuti a fare la verità dentro di noi. Ad esempio:

  • Prendere come oggetto centrale dell’analisi la propria sensibilità, nei suoi elementi costitutivi (sensibilità penitenziale, morale ed educativa) e nelle sue componenti (dai sensi alle sensazioni, dall’emozioni ai sentimenti, dai desideri ai gusti), perché è quello il luogo della conversione se siamo chiamati ad avere la stessa sensibilità del Figlio;
  • Cercare di scoprire specie ciò che in noi s’è sedimentato: abitudini, atteggiamenti, stili esistenziali, modalità comunicative, criteri di scelta, modi di reagire dinanzi agli scacchi della vita…;
  • Dare particolare attenzione alla vita di relazione, poiché è proprio nel rapporto interpersonale che spesso viene fuori quel che abbiamo in cuore e siamo, specie quando la relazione è difficile e l’altro è un problema;
  • Privilegiare nella verifica il lato che sappiamo più debole e inconsistente di noi stessi, dove dobbiamo particolarmente lavorare per convertirci;
  • Aver il coraggio di dare attenzione anche a quel che gli altri dicono di noi, magari scherzando, perché di solito c’è almeno qualcosa di vero;
  • Passare dall’analisi del cosa ho fatto, a quella del come, del perché e del per chi l’ho fatto;
  • -specie nei momenti di crisi (affettiva) imparare a vedere la cosa anche dal punto di vista di Dio (“cosa mi sta donando e chiedendo il Signore attraverso questa crisi?”), e non considerare il problema solo da un punto di vista personale-soggettivo;
  • Fare in modo che l’edc diventi sempre più come un’attenzione costante e in tempo reale a quel che facciamo, senza relegarlo solo alla fine della giornata.

Un edc vero ci farà esser molto più liberi!

 

SINTESI

L’articolo prende in considerazione uno strumento ascetico classico oggi piuttosto disatteso o interpretato in modo riduttivo, e cerca di presentarne l’identità e la funzione. L’esame di coscienza è atto orante, che cerca di riconoscere quel che Dio compie ogni giorno nella nostra vita e mira a formare la nostra coscienza. Purché sia esame di coscienza, non di… incoscienza e sia interpretato con intelligenza e umiltà. Allora è verità che ci rende liberi.

[1] L’inno è risalente al IV secolo, ed è da una antica tradizione attribuito a S.Ambrogio.

[2] È la curiosa espressione che ho sentito in un monastero benedettino brasiliano (“o pijama do monge”).

[3] O, col suo bel latino: «Tenenti codicem somnus obrepat, et cadentem faciem pagina sancta suscipiat!» (S.Girolamo, Epistula 22, ad Eustochium, 17).