“Aspettando l’aurora”: Pedagogia dell’attesa.

Maria Mascheretti

Nella vita ci troviamo spesso ad aspettare qualcosa. A parer mio esistono vari tipi di attesa, ad esempio se mi trovo ad aspettare un momento preciso e stabilito, come un giorno particolare, e so che molto probabilmente mi porterà felicità, vivo questa attesa con serenità e in estasi, poiché già gusto quel momento di gioia.

Quando ho un obiettivo di fronte a me e so che ci vorrà del tempo e dell’impegno per raggiungerlo e che, forse, mai lo raggiungerò definitivamente, capisco che bisogna ci sia un’attesa paziente e costruttiva, in cui si investono pensieri, azioni, energie. Certamente, l’investimento è per ridurre al minimo questa attesa così da godere i frutti dell’impegno in un progetto realizzato.

Ogni persona quando vuole che arrivi un momento preciso, una data ad esempio, che si attende da tempo, oppure il giorno in cui i desideri troveranno piena realizzazione, spera che il tempo passi in fretta, spera che l’attesa non sia vana e infinita.

 

Niccolò

Spesso ci si riferisce agli adolescenti come alla “generazione del tutto e subito”; è una valutazione tagliente e indice di una mentalità chiusa e influenzata da un forte pregiudizio. Chi dice che i giovani non conoscano la dimensione dell’attesa? Indubbiamente ci sono ragazzi che ottengono tutto senza doversi impegnare a riflettere su ciò che desiderano davvero, ma sarebbe paradossale credere che tutti gli adolescenti abbiano un pensiero così arido. Personalmente ritengo che l’impegno e la dedizione impiegati per il raggiungimento di un obiettivo futuro, anche il più superficiale, rendano ancora più soddisfacente il compimento del proprio progetto. Investire tutte le proprie energie in un ideale e vedere finalmente la sua realizzazione ripaga di ogni sacrificio affrontato: senza un impegno attivo, altrimenti, che senso avrebbe l’attesa di qualcosa? La strada spianata io non la voglio: preferisco costruire il mio percorso, senza attendere passivamente che le opportunità si presentino di fronte a me. Sono io a creare le mie opportunità!

Michela

Mi reputo una persona che sa attendere, quindi paziente poiché, per raggiungere obiettivi più grandi nella formazione personale e professionale, è naturale che io metta in conto lo studio e l’impegno in un percorso lungo e non sempre facile.

Marta

Penso che la capacità di attendere non sia da attribuire ad un’età, penso che ciascuna persona sa attendere a modo suo e dà all’attesa un valore singolare.

Non credo che l’attesa sia un atteggiamento in assoluto positivo; molto spesso mi capita che quando rifletto troppo su una determinata questione, finisco con il moltiplicare le previsioni negative così da convincermi che non valga la pena o sia addirittura controproducente insistere, attendendo.

Ritengo che l’attesa sia una virtù quando accompagna la vita, le azioni, le scelte nella giusta misura.

A volte, quando finisci di attendere, la vita ti sorprende.

Lorenzo

Quattro giovani di un Liceo di Roma, 18-19 anni, con la vita dentro e davanti: sono loro anzitutto a parlarci di attesa. E le loro parole appassionano e interrogano ogni adulto-educatore che un poco rimane sorpreso perché, di solito, i ragazzi di oggi sono pensati come un problema da indagare e per cui individuare soluzioni, li crediamo spenti, annoiati, privi di ideali.

Rimanere in ascolto fa bene, permette di scorgere là dove non si pensava, una risorsa interessante.

Attesa e attese

Prima ancora di nascere, tutto intorno si fa denso di attesa: il bambino vive nel grembo della mamma e nella mente sua e di chi con lei sta aspettando la nascita. E non è mai un’attesa vuota: si sogna e si immagina il futuro, si moltiplicano i preparativi, si individuano i nomi. Si costruisce così un’aspettativa sull’altro senza averlo ancora interpellato. Prendono corpo i desideri e i timori; la fantasia lavora e le immagini di quel che sarà si impongono: la vita del genitore si ridefinisce con la vita del bambino che sta arrivando. Spesso i sogni dei genitori sono sogni omologati sugli standard della società e divengono la cornice in cui si inscriverà il nuovo nato. Un bambino modello: capace, sportivo, studioso, bello.

Da quando si viene alla luce, c’è uno stampo predefinito ad accoglierci: è la prefazione della nostra storia. E si comincerà da subito a cercare la strada per farci riconoscere non tanto e non solo come figli desiderati, ma come persone desideranti[1]. Le attese sono destinate ad essere disattese: il bambino che si presenta non è mai uguale a quello che i suoi genitori immaginavano. Il sogno si confronta con la realtà e presto la realtà trova e prende tutto lo spazio di cui ha bisogno per essere.

Eppure quel bambino desiderato, quel bambino atteso non se ne va mai definitivamente. Nella mente dei genitori continua a vivere e si ripresenta con il suo calendario di appuntamenti.

Certo ci sono tempi in cui l’attesa trova consenso, è adempiuta. Il bambino fa come la mamma vuole, aderisce ai suoi desideri e corrisponde alle richieste. Magari non sempre è capace di soddisfare lo sguardo sognante del genitore, ma c’è tutta la sua docilità.

Di fatto solo quando il burattino muore, nasce il vero bambino; ce lo insegna la favola di Pinocchio. È con l’adolescente e con il giovane che l’incrocio si fa nodale. Inizia la metamorfosi, la trasformazione. Nasce finalmente l’io: niente più attese, desideri, proiezioni, prefigurazioni, gabbie degli altri. Un io chiamato ad essere sé.

Il passaggio non è mai semplice: perché sempre le attese altrui ritornano; ancora la famiglia, poi la scuola, la squadra sportiva, gli amici del gruppo… le attese degli altri! A volte suadenti, a volte irruente, dolci o violente, persuasive o impositive, sono sempre lì a far fare la fatica ad un giovane che vorrebbe essere aiutato a divenire se stesso con responsabilità, in ascolto di quel che è, libero nella ricerca del bene che lo rende felice. Una fatica grande, soprattutto oggi, in questo tempo in cui pare che parole come futuro, orizzonte, avvenire, autonomia, progetto, non si vogliano consegnare ai loro naturali destinatari: i giovani.

Ma bisogna che l’adulto passi il testimone del domani volentieri e con fiducia a chi lo segue; il giovane può essere prospettico se chi gli segna il passo è saggio e con la vita fa compagnia nella cura e con l’esempio.

Diceva Bernardo di Chartres: “Noi siamo come nani che siedono sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere molte cose anche molto più in là di loro, non come per acutezza della propria vista o perché più alti di corporatura, ma perché siamo sollevati e innalzati da gigantesca grandezza”[2].

Dunque la domanda si impone ed è rivolta all’adulto che, in quanto tale, è sempre educatore: qual è l’altezza coltivata, quale la grandezza, la solidità, la veridicità che si è cercato con premura quotidiana di costruire in sé? Perché non si è mai bravi maestri se non si è testimoni.

Alcuni anni fa un gruppo di ventenni ha scritto al Premier:

“La nostra voce è stata marginalizzata e resa afona, anche per via di nostre comprovate responsabilità: abbiamo subito le decisioni e consentito che la nostra indifferenza lasciasse ampi spazi di manovra a chi non ha avuto a cuore le nostre sorti. Nel sistema economico in cui operiamo, è richiesta la capacità di essere competitivi e dinamici: non abbiamo scritto noi le regole del gioco ma siamo tenuti a rispettarle per vincere la sfida della crescita. Abbiamo forti speranze ed una notevole fiducia, crediamo insomma che sia il momento giusto per osare”.

 

Il presente del futuro: l’attesa

 

Agostino, nelle Confessiones, cerca di indicare l’articolarsi del tempo: “Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa”[3]. La tristezza, la malinconia, la nostalgia, vivono del passato, delle cose che sono state, e non saranno mai più; l’attesa, e la speranza, vivono del futuro: delle cose che non sono ancora, e che giungeranno.

La domanda è se si sa veramente cosa sarebbe meglio o preferibile attendere.

La virata che si impone è radicale: si tratta di essere protesi verso la vita, tutta la vita, la vita di tutti.

Nulla ha luogo al mondo che non mi coinvolga. Ogni guerra è la ricaduta del mio odio quotidiano, ogni azione giusta, ogni parola chiara solleva il capo e restituisce umanità all’umanità perduta.

Se non esiste una vita mia, solo mia, privata, non esistono neppure una attesa e una speranza private, che riguardano solo il singolo. Ciò che riguarda l’io coinvolge il noi. In ogni istante la vita mia e dell’altro dipendono da me.

È un atteggiamento che mette in travaglio, come quello di una partoriente: è vivere mettendosi a servizio della vita, facendo nascere vita in tutto ciò che ci viene incontro. Una vita che deve scorrere copiosa, intensa, vibrante, molteplice e che si rivela solo a coloro i cui sensi sono vigilanti e si spingono avanti.

Attendere significa esserci! Sperare significa impiegarsi hic et nunc. Proprio in questo luogo, proprio in questo momento: è una costante della vita! Ovunque noi siamo, siamo sempre qui e qualsiasi cosa facciamo, la facciamo sempre ora: è una delle chiavi per avere una vita attiva, visto che soltanto adesso abbiamo la possibilità di agire, di concretizzare le scelte, le decisioni, e avere l’opportunità di farlo al meglio delle nostre possibilità. Non altro.

Non c’è strada per uscire dai letarghi, dai dormiveglia, dai commenti senza fine, se non nascere finalmente a ciò che si è, se non la pazienza dell’attesa operosa. “La pazienza non è allora soltanto una questione di attesa, anche attiva, che qualcosa si compia, ma una tensione di volta in volta diversamente elaborata per mantenere in vita ciò che si può spegnere, custodire ciò che si può infrangere, ricomporre ciò che è ferito, ridare respiro di dignità e libertà a ciò che vediamo pericolosamente in bilico sul ciglio del mondo”[4].

Pazienza è una parola che deriva dal latino e dal greco pathos: significa patire, ma anche passione. Molti sono i sinonimi di pazienza: fede, sopportazione, attesa, fiducia… e cura! Cura dell’altro, di chi ci sta vicino, cura della cosa che stiamo facendo. Cucinare bene, leggere bene, stare bene negli incontri, cercare di avere una relazione attiva: mettersi in ascolto, in dialogo, rispondere, accogliere. Attendere qualcosa e qualcosa che diviene, un progetto che si sviluppa.

La pazienza è una virtus, è una forza, è essere appassionati. Con i giovani è importante che il punto di partenza sia ciò che appassiona, la ricerca dell’appassionante, dell’attraente.

I ragazzi devono essere aiutati ad individuare le proprie passioni, ciò che li attrae davvero, fino in fondo: a questo sapranno dedicare tempo.

“Ma come diminuirebbe e si consumerebbe il futuro, che ancora non è, e come crescerebbe il passato, che non è più, se non per l’esistenza nello spirito, autore di questa operazione, dei tre momenti dell’attesa, dell’attenzione e della memoria?”[5].

È il compito delicatissimo dell’educatore: sostenere il giovane nella ricerca del proprio pathos, instradare in questa ricerca. Insegnare a fermarsi per cercare la strada così da costruire la vita dentro l’orizzonte di una speranza e di una attesa.

Educare è vivere e insegnare a vivere con lentezza, costruendo pian piano la vita, provando e sbagliando e ricominciando nel tempo profondo, nello spazio immenso; educare è far fare quel salto che crea bellezza: cosa inutile e necessaria, perché senza bellezza non possiamo vivere.

Educare significa avere fede, fiducia, attendere pazientemente la risposta.

“Dio attende con pazienza che io voglia infine acconsentire a amarlo. Dio attende come un mendicante che se ne sta in piedi, immobile e silenzioso, davanti a qualcuno che forse gli darà un pezzo di pane. Il tempo è questa attesa. Il tempo è l’attesa di Dio che mendica il nostro amore. Gli astri, le montagne, il mare, tutto quello che ci parla del tempo ci reca la supplica di Dio. L’umiltà nell’attesa ci rende simili a Dio. Dio è unicamente il bene. Per questo egli è là e attende in silenzio”[6].

 

Un’attesa gravida di speranza

 

Scrive Minkowski “La speranza più dell’attesa si avvicina al futuro. Noi non speriamo nulla né per l’istante presente, né per quello che lo segue immediatamente, ma per il futuro che si dispiega sconfinato davanti a noi. Nella speranza, liberati dalla morsa del futuro immediato, noi viviamo un futuro più lontano, più ampio, e più pieno di promesse.  Ma la speranza va più lontano anche in un altro senso: la speranza allontana da noi il contatto immediato con quello che avviene intorno, sopprime la morsa dell’attesa e ci consente di guardare lontano, e liberamente, nello spazio vissuto che si apre davanti a noi”[7].
 Lo slancio personale è ciò che ci apre l’orizzonte del futuro davanti a noi, un orizzonte costantemente presente e mutevole.

“Lo slancio vitale e soltanto lo slancio vitale crea l’avvenire davanti a noi. Nella vita, tutto ciò che ha una direzione nel tempo, ha slancio, avanza, progredisce verso l’avvenire. Così pure, quando penso ad un orientamento nel tempo, mi sento irresistibilmente spinto in avanti e vedo l’avvenire aprirsi davanti a me”[8].

Vivere con grande slancio è cercare di superare continuamente se stessi in una progettualità che è cammino incessante in avanti e, nello stesso tempo, continua espressione e manifestazione di quel che siamo; la sorgiva da cui scaturisce la nostra vita è profonda, potente, intima e misteriosa, da lì vengono le nostre idee, i nostri sentimenti, le nostre tendenze e la nostra grandezza vissuta.

La speranza è rimanere in questa nostra esistenza sapendola in costruzione, aperti al possibile, ai cieli nuovi e alle terre nuove; è vivere con lo spirito del pellegrino e del nomade, del navigante:

“Se in me è quella voglia di cercare, che spinge le vele verso terre non ancora scoperte, se nel piacere è un piacere di navigante: se mai gridai giubilante: “la terra scomparve” – ecco la mia ultima catena è caduta – il senza-fine mugghia intorno a me, laggiù lontano splende per me lo spazio e il tempo, orsù! coraggio! vecchio cuore!”[9].

Navigare non è sinonimo di galleggiare sulle cose. Ma è un sentirsi invece un’unica cosa con l’acqua e dentro l’acqua, è un seguire così il mare, sin dentro il suo spirito. Così si può cercare e trovare il senso della vita che arriva a ogni istante dal nuovo, che arriva in abbondanza e rifluisce, che chiede di stare all’erta perché in ogni momento può sorgere  e raggiungerci.

Bisogna aprire gli occhi e scegliere d’essere concreatori, sinergeti di Dio stesso.

Papa Francesco ci ricorda: “La speranza cristiana è un dono che Dio ci fa, se usciamo da noi stessi e ci apriamo a Lui. Il Consolatore non fa apparire tutto bello, non elimina il male con la bacchetta magica, ma infonde la vera forza della vita, che non è l’assenza di problemi, ma la certezza di essere amati e perdonati sempre da Cristo, che per noi ha vinto il peccato, la morte e la paura. Oggi è la festa della nostra speranza – è Pasqua -, la celebrazione di questa certezza: niente e nessuno potranno mai separarci dal suo amore. Il Signore è vivo e vuole essere cercato tra i vivi. Dopo averlo incontrato, ciascuno viene inviato da Lui a portare l’annuncio di Pasqua, a suscitare e risuscitare la speranza nei cuori appesantiti dalla tristezza, in chi fatica a trovare la luce della vita”[10].

 

[1] Cfr. S. Vegetti-Finzi, Giovani e futuro.

[2] Giovanni di Salisbury, Metalogicon III, 4.

[3] Agostino, Confessiones, Libro XI, 20

[4] G. Caramore, Pazienza, p. 122

[5] Agostino, Confessiones, Libro XI, 37.

[6] Simone Weil, Quaderni, IV.

[7] E. Minkowski,  Il tempo vissuto.

[8] Idem.

[9] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Parte III.

[10] Papa Francesco, Veglia Pasquale, 27 marzo 2016.