“All’aurora io ti cerco”

La figura del tempo come parabola della vita

Morena Baldacci

L’aurora come il tramonto è un’immagine dell’esistenza umana, del suo inizio e della sua fine, poiché l’uomo trova nel distendersi e ritmarsi del tempo un simbolo reale e naturale della propria vita. Il volto fresco del mattino ricorda il mistero della nascita, che si rinnova e risveglia alle prime luci del sole, la bellezza dell’infinito che si schiude e rivela di fronte al suo sguardo:

«M’illumino d’immenso»

(G. Ungaretti, Mattino).

Il tramonto del sole evoca spegnersi della vita e la tristezza della morte, la fatica e la delusione che grava sulla propria finitudine, il peso e la fatica del tempo che scorre inesorabile tra le mani, senza che nulla possa trattenerlo e restituirlo.

«Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera».

(Salvatore Quasimodo, Ed è subito sera)

La giornata, come ci ricorda Armido Rizzi, «è un simbolo reale dell’esistenza perché disegna su scala minima la parabola della vita umana, ne è il simbolo naturale perché questo disegno si esibisce all’intelligenza dell’uomo con la spontaneità di un’evidenza percettiva».[1]   

    Vi è dunque un segreto del tempo che l’uomo è chiamato a custodire e meditare, poiché in esso vi è racchiuso una parte dell’umano ma, al tempo stesso, profondamente spirituale. Ogni tempo della giornata, infatti, annoda in se due aspetti profondamente legati e intrecciati tra loro: una simbolicità antropologica e una teologica. Nella prima, l’uomo custodisce quella sapienza umana che nel corso della storia elabora, custodisce e trasmette; nella seconda, si offre all’uomo la chiamata ad accogliere la rivelazione di una manifestazione altra, un nuovo livello di significato, che supera la sapienza umana per giungere alla soglia di un significato nuovo ma, al tempo stesso, inesorabilmente legato all’originario ordine creaturale. La riflessione sapienziale si fa così meditazione teologica e spirituale, un dono di senso che esula dal campo della necessità e si sporge verso un orizzonte di ricerca di significato, nella libertà e gratuità. I tempi della giornata divengono in questo modo attimi decisionali, in cui all’uomo è dato di esercitare la propria libera scelta difronte all’esistenza, nell’esercizio un primo atto elementare della fede. La natura infatti si rivela a noi come un libro stupendo «le cui lettere sono la moltitudine di creature presenti nell’universo e nessuna creatura resta fuori da questa manifestazione di Dio: Dai più ampi panorami alle più esili forme di vita […], la natura è una continua sorgente di meraviglia e di reverenza. Essa è, inoltre, una rivelazione continua del divino […]. Questa contemplazione del creato ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare, perché per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa. Possiamo dire che accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è, quindi, una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte. Prestando attenzione a questa manifestazione, l’essere umano impara a riconoscere sé stesso in relazione alle altre creature: io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo» (Papa Francesco, Laudato sì, 85).

Aurora lucis rutilat

Nella tradizione cristiana, a partire dal compimento dell’Ora di Gesù (Gv 19,27), tutto il tempo è cristologico e ogni ora della giornata assume un valore memoriale, celebrazione di quella grazia che viene da Dio e fa appello al cuore dell’uomo per essere accolta nel sacrificio della lode. Il ritmo dell’Anno liturgico e la celebrazione quotidiana dell’Ufficio divino, sono le forme che la comunità cristiana ha costruito e architettato per abitare il tempo alla luce della Pasqua di Gesù (Principi e Norme per la Liturgia delle Ore, 7). Essi assumono la forma di un compito e di un dono, che convoca e raduna i frammenti dispersi e insensati del tempo, per raccoglierli nella dimora del rito. Attraverso la celebrazione dell’Anno liturgico e nel ritmo quotidiano delle Ore canoniche, la Chiesa plasma un nuovo ordine temporale che rende il tempo abitabile «Come una casa e ricco di doni e di compiti come una mano aperta. La preghiera dei tempi, potremmo dire, riattiva come una ecologia esistenziale, la preghiera come configurazione del tempo e, quando questo si è alienato, come sua redenzione»[2].

In particolare, le Lodi mattutine invitano l’uomo a consacrare i primi moti della mente e del cuore, come ci ricordano le parole di  san Basilio Magno:«La preghiera mattutina è fatta per consacrare a Dio i primi moti della nostra mente e del nostro spirito in modo da non intraprendere nulla prima di esserci rinfrancati col pensiero di Dio, come sta scritto: «Mi sono ricordato di Dio e ne ho avuto letizia» (Sal 76, 4), né il corpo si applichi al lavoro prima di aver fatto ciò che è stato detto: «Ti prego, Signore, al mattino ascolta la mia voce; fin dal mattino t’invoco e sto in attesa (Sal 5,45)». Dopo il sonno, evocatore della morte, le tenebre si dileguano, restituendoci pronti rinnovati all’incontro del nuovo giorno, illuminati dal Sole che sorge dall’alto. Così cantano alcuni salmi del mattino: «O Dio, ti sei il mio Dio, all’aurora io ti cerco» (Sal 62,2; Domenica I settimana); «Svegliati mio cuore, svegliati arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora» (Sal 56,9; Giovedì I settimana). In modo più eloquente, gli inni acclamano la venuta del Signore, luce del mondo:

O sole di giustizia,

Verbo del Dio vivente,

irradia sulla chiesa

la tua luce immortale

(Inno, lunedì I-IV settimana del salterio)

 

Notte, tenebre, nebbia,

fuggite, entra la luce

viene Cristo Signore

(Inno mercoledì I-IV settimana del salterio)

In particolare, gli inni cantano a Dio fonte di luce, aurora di un mondo nuovo:

L’aurora inonda il cielo
di una festa di luce,
e riveste la terra
di meraviglia nuova.

Fugge l’ansia dai cuori,
s’accende la speranza
emerge sopra il caos
un’iride di pace.
(Inno, sabato,
I-III settimana del salterio)

 

Oltre questa preoccupazione di carattere cronologico, cioè la santificazione delle prime ore della giornata, sta la necessità di carattere misterico e cioè l’aggancio di questo tempo con la Pasqua di Cristo, in modo da renderlo tempo pasquale e quindi di salvezza. Le Lodi mattutine, che si celebrano allo spuntare della nuova luce del giorno, sono memoriale della risurrezione del Signore Gesù, «Luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9) e «Sole di giustizia» (Mal 4, 2), «che sorge dall’alto» (Lc 1,78). Perciò ben si comprende la raccomandazione di san Cipriano: «Bisogna pregare al mattino, per celebrare con la preghiera mattutina la risurrezione del Signore» (Principi e Norme per la Liturgia delle Ore, 37-38). 

La creazione tuttavia, non è più verginale, ma redenta e restituita alla sua bellezza, pur portando ancora in se le ferite del peccato. Il mondo è graziato e il mattino della creazione è ora rigenerato dall’aurora della Pasqua. Per questo, ogni giorno, la grazia del mattino riaccende la speranza che il chiarore promette, si fa annuncio del dono di quella vita che il pungiglione della morte (1 Cor 15,56) non può spegnere e che la potenza dell’amore ridesta ad una vita nuova . Così canta l’inno del tempo pasquale del Breviario latino:

Aurora lucis rutilat,

caelum laudibus intonat,

mundus exultans iubilat,

gemens infernus ululat,

cum rex ille fortissimus,

mortis confractis viribus,

pede conculcans tartara

solvit catena miseros

La liturgia cristiana dunque, celebra un’aurora nuova, quella del nuovo giorno che la luce di Cristo risorto ridesta e rinnova. Le tenebre della morte sono dissipate e vinte per sempre dalla Stella radiosa del mattino (Ap 22,16), Cristo risorto, verità del Giorno Nuovo che ha vinto per sempre le tenebre del peccato e della morte. Così la Chiesa canta nel preconio pasquale della Notte santa di Pasqua:

 

Ti preghiamo, dunque, Signore, che questo cero,
offerto in onore del tuo
nome
per
illuminare l’oscurità di questa notte,
risplenda di luce che mai si spegne.

Salga a te come profumo soave,
si confonda con le
stelle del cielo.
Lo trovi acceso la stella del
mattino,
questa stella che non conosce
tramonto:
Cristo, tuo Figlio, che risuscitato dai morti
fa risplendere sugli uomini la sua
luce serena
e
vive e regna nei secoli dei secoli. Amen. 

Maria, aurora della redenzione

Se Cristo è il sole, Maria di Nazareth è l’aurora che mette fine alla lunga notte dell’attesa, Colei che in grembo porta il Salvatore per irradiare sul mondo la luce eterna (Prefazio, B.V. Maria, I). Poiché «Nel Cristo, nuovo Adamo, e in Maria, nuova Eva, è apparsa finalmente la Chiesa primizia dell’umanità redenta» (prefazio, B.V. Maria V). In particolare, il tempo di Avvento, diviene il momento favorevole in cui venerare con particolare attenzione Maria di Nazareth, colei che nella notte dell’attesa dell’Avvento cominciò a splendere come una vera stella del mattino, poiché come l’aurora precede il sole, così «Maria fin dalla sua concezione immacolata ha preceduto la venuta del Salvatore, il sorgere del Sole di giustizia nella storia del genere umano» (GIOVANNI PAOLO II, Redemptionis Mater , 3)

Così commenta nei suoi discorsi Ugo di san Vittore:

«Chi è costei che sorge come l’aurora? (Ct 6,10) Fratelli, la Vergine Maria può essere paragonata all’aurora che mette fine alla notte, perché i secoli che l’avevano preceduta erano stati tenebrosi. Maria è la vera precorritrice della luce della grazia, è l’astro che annunzia il sole di giustizia, il quale nascerà dal suo grembo. [..] La Vergine Maria è l’aurora fulgidissima, il cui splendore magnifico oscura quello degli antichi padri»[3].

Nella festa della Natività (8 settembre), Maria è invocata come colei che è la “Speranza e l’aurora di salvezza”, poiché se Cristo è il Sole, Maria è l’aurora che annuncia e rivela i primi bagliori di luce e irradia sul mondo la luce vera:

 

Esulti la tua Chiesa, Signore, rinnovata da questi santi misteri,
nel ricordo della Natività di Maria Vergine,

speranza e aurora di salvezza al mondo intero,

(Messale Romano, Orazione dopo la Comunione)

 

Anche l’antifona al Benedictus del giorno così acclama: «La tua nascita, Vergine madre di Dio, ha annunziato la gioia al mondo intero: da te è nato il sole di giustizia, Cristo nostro Dio: egli ha tolto la condanna e ha portato la grazia, ha vinto la morte e ci ha donato la vita».

Nella liturgia della Chiesa, dunque, l’aurora, è figura della Vergine Maria, colei che annuncia l’inizio dei tempi nuovi portando nel grembo il Sole di giustizia. Sul suo volto risplendono i primi bagliori, ancora pallidi, ma bellissimi, della Luce di Cristo:

Maria, tu sei l’annuncio
Maria, tu il preludio,
Maria, tu l’aurora, Maria, tu la vigilia,
Maria, tu la preparazione immediata,
che corona e mette termine
al secolare svolgimento
del piano divino della redenzione;
tu il traguardo della profezia,
tu la chiave d’intelligenza
dei misteriosi messaggi messianici,
tu il punto d’arrivo del pensiero di Dio,
«termine fisso d’eterno consiglio »,
come Dante si esprime.
La tua apparizione, o Maria,
nella storia del mondo
è come l’accensione d’una luce
in un ambiente oscuro;
una luce del mattino,
ancora pallida e indiretta,
ma soavissima,
ma bellissima;
la luce del mondo, Cristo,
sta per arrivare;
il destino felice dell’umanità,
la sua possibile salvezza, è ormai sicuro.
Tu, o Maria, lo porti con te.

 

Papa Paolo VI – (8 settembre 1965,  festa della natività di Maria)

 

[1] A. RIZZI, Il segreto del tempo. Meditazioni su tempo, festa e preghiera, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1993, 103.

[2] A. RIZZI, Il segreto del tempo, op.cit., 100. Cfr. anche: M.I. ANGELINI, La liturgia delle Ore tra «chronos» e «kairos» nella “figura” della esperienza monastica, in AA.VV., Liturgia delle Ore. Tempo e Rito (Atti della XXII Settimana di Studio dell’Associazione Professori di Liturgia, Susa (TO), 29 agosto-3 settembre 1993), CLV Roma, 148.

[3] Ugo di san Vittore, Sermone 34,  PL 177,980-98.